Il calendario del 6 novembre

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

* 1528 - Il conquistador spagnolo Álvar Núñez Cabeza de Vaca, dopo un naufragio, diventa il primo europeo noto ad aver messo piede in Texas

* 1789 - Papa Pio VI nomina Padre John Carroll come primo vescovo cattolico degli Stati Uniti

* 1913 - Mohandas Gandhi viene arrestato mentre guida una marcia di minatori indiani in Sudafrica

* 1921 - In Russia, a Mosca una folla di persone si riunisce in piazza Lubjanka, sede del KGB, e distrugge la statua del fondatore del servizio segreto

* 1941 - Seconda guerra mondiale: il leader sovietico Josif Stalin fa un discorso alla nazione per la seconda volta in tre decenni di governo. Dichiara che anche se 350.000 soldati sono stati uccisi fino a quel momento dall'attacco tedesco, questi ultimi hanno perso 4.500.000 di soldati (notizia falsa) e che la vittoria è vicina

* 1942 - Seconda guerra mondiale: i resti della Divisione Folgore, in ritirata da El Alamein, si arrendono agli inglesi dopo aver distrutto le proprie armi rese inutili dall'esaurimento delle munizioni

* 1962 - Apartheid: l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la risoluzione 1761 che condanna le politiche razziste di apartheid del Sudafrica, e chiede a tutti i membri dell'ONU di interrompere le relazioni diplomatiche ed economiche con la nazione

* 1963 - Guerra del Vietnam: a seguito del colpo di stato del 1 novembre e all'assassinio del Presidente Ngo Dinh Diem, il leader golpista Generale Duong Van Minh prende la guida del Vietnam del Sud

* 1965 - Inizio dei Freedom Flights: Cuba e gli Stati Uniti concordano formalmente per dare il via ad un ponte aereo per i cubani che vogliono andare negli USA (per il 1971 250.000 si avvalgono di questo programma)

* 1971 - L'Atomic Energy Commission (AEC) testa la più grande esplosione sotterranea di una bomba all'idrogeno statunitense, nome in codice Cannikin, sull'Isola Amchitka nelle Aleutine

* 1985 - In Colombia, la guerriglia di sinistra del Movimento 19 aprile, prende il controllo del Palazzo di Giustizia di Bogotá, uccidendo complessivamente 115 persone, 11 delle quali sono giudici della corte suprema

* 1999 - Gli Australiani votano per mantenere la regina britannica come loro capo di stato

Anniversari

* 1901 - Emilio De Marchi (Milano, 31 luglio 1851 – Milano, 6 novembre 1901) è stato uno scrittore italiano.
«Un cittadino che non abbia un significato politico quel tanto che basti per la chiarezza del suo carattere, non solo è un valore nullo nella generale attività, ma un terreno insidioso sul quale non mi arrischierei di fabbricare la mia casa. (da I nostri figliuoli)»

* 1910 - Giuseppe Cesare Abba (Cairo Montenotte, 6 ottobre 1838 – Brescia, 6 novembre 1910) è stato uno scrittore e patriota italiano.
«Nacque in Cairo Montenotte il 6 ottobre 1838, e visse, come tutti i ragazzi di quei tempi, fino agli otto o nove anni, con poco tormento di scuola (presso le scuole comunali "del Ghetto"). A dodici anni, preparato, come si soleva allora, alla testa, perché il corpo era già abbastanza saldo, entrò dagli Scolopi di Carcare, in quel Collegio dove gli entusiasmi del 1848 erano ancora vivissimi, specie nel padre Atanasio Canata, grande svegliatore di ingegni e di cuori, come erano stati tra gli Scolopi di Savona i padri Pizzorno e Faà di Bruno. Svegliavano all'amore delle lettere, dell'arte e della patria, cui molti degli alunni offrirono il braccio nel 1859». Così lo stesso Abba, in una brevissima autobiografia, racconta in terza persona di quei suoi primi anni.
Nel 1854 fu "principe" dell'Accademia del collegio. Amava i classici e si applicò con particolare passione alla filosofia. Si entusiasmò per Foscolo, Giovanni Prati e Aleardo Aleardi. Si iscrisse all'Accademia di belle arti di Genova che lasciò nel 1859 per arruolarsi nel reparto dei cavalleggeri Aosta Cavalleria di stanza a Pinerolo, ma non terminò l'istruzione militare in tempo per partecipare ai fatti della seconda guerra di indipendenza.
Raggiunta Parma nel 1860, si unì ai volontari di Giuseppe Garibaldi per la spedizione nel Regno delle Due Sicilie: il 5 maggio, dallo scoglio di Quarto si imbarcò con i Mille per la Sicilia, dove ebbe il battesimo del fuoco combattendo nella battaglia di Calatafimi, si meritò i gradi di ufficiale nella presa di Palermo e partecipò anche alla battaglia del Volturno.
Nell'aprile del 1861 ritornò a Cairo Montenotte dove, con altri uomini d'avanguardia, fondò la Società Operaia di Mutuo Soccorso, una delle prime della Valle Bormida, che contribuì a emancipare socialmente il paese. Nel 1862 si trasferì a Pisa.
«Finita la guerra del 1860, G. C. Abba se ne andò a stare in Pisa per vaghezza di studi e per vivere coi giovani amici già compagni d'armi e tornati studenti in quell'Università, gioconda e pensosa; dove anch'egli ascoltò le lezioni dei grandi maestri, memori d'essere stati a Curtatone e a Montanara, lieti di insegnare ai giovani che avevano già provata la guerra e che studiando pensavano a quella o a quelle ancora da farsi. Erano anni di gran vita».
Fu allora che Abba scrisse della spedizione dei Mille nel suo poemetto romantico intitolato Arrigo: da Quarto al Volturno, che stampò solo nella primavera del 1866 «più per contentar gli amici che per lusinga di far leggere cose sue. Gli dicevano che dalla guerra imminente non era certo di tornare, e che non sarebbe stato inutile lasciare di sé quel lavoro.»
Nel 1866, infatti, lasciò Pisa per raggiungere a Bari i garibaldini che progettavano un attacco all'impero degli Asburgo attraverso la Dalmazia. Abbandonata quell'impresa, fu con Garibaldi in Trentino, incorporato come luogotenente (sottotenente) del 7º reggimento del Corpo Volontari Italiani, combattendo con onore anche a Bezzecca dove meritò la medaglia d'argento al valor militare «per aver con pochi animosi seguita la bandiera salvando inoltre due pezzi di artiglieria». Fu proposto per la croce al merito di Savoia per la sua encomiabile condotta, ma Abba la rifiutò in quanto superiore ai propri meriti.
Terminata la guerra, nel 1867 si ritirò a Cairo Montenotte dove, eletto sindaco, promosse e realizzò numerose opere di interesse generale, affrontando i problemi più immediati nel campo dell'istruzione, dell'igiene e dell'urbanistica. Sempre a Cairo, nel 1875 terminò di scrivere il romanzo storico Le rive della Bormida nel 1794 e nel 1880 pubblicò Noterelle d'uno dei Mille edite dopo vent'anni, poi rielaborate con il titolo Da Quarto al Volturno, forse il miglior libro dell'epoca sul Risorgimento italiano. Fu in questo periodo che entrò in rapporto con Giosuè Carducci, che promosse i suoi scritti e lo spinse a pubblicare le Noterelle.
Per l'interessamento del Carducci, nel 1881 ricevette l'incarico di professore di italiano nel Liceo Torricelli[1] di Faenza, dove rimase per tre anni fino al 1884.
Nel 1884 vinse la cattedra di professore presso l'Istituto tecnico Nicolò Tartaglià di Brescia, ove insegnò per ben 26 anni diventando preside stimatissimo dell'istituto e consigliere comunale.
Nel 1889 fu eletto socio effettivo dell'Ateneo di Brescia.
Nel 1903 partecipò alle commemorazioni di Garibaldi in Campidoglio a Roma
Nei 1908 gli fu offerto l'ambito posto di preside presso un istituto di Milano, che accettò in un primo momento per poi declinare con modestia, ritenendosi non degno di tale promozione.
Il 5 giugno 1910 Abba fu nominato senatore.
Morì a Brescia il 6 novembre 1910 all'età di 72 anni. Uomo onesto, educatore irreprensibile e cittadino virtuoso, i suoi funerali furono un'apoteosi per la cittadina lombarda e commovente fu il trasporto nel cimitero di Cairo, accanto alle spoglie dei suoi familiari.

* 1988 - Neri Pozza (Vicenza, 5 agosto 1912 – Vicenza, 6 novembre 1988) è stato un partigiano, scrittore ed editore italiano. Fu inoltre artista, incisore e collezionista d'arte contemporanea.
Nacque e visse a Vicenza, città a cui dedicò tutta la sua attività.
Frequentò il Liceo Classico Pigafetta di Vicenza, ma non completò gli studi; il padre era uno scultore e Neri si avvicinò alla scultura che però lasciò presto per la poesia.
Attivo nella Resistenza vicentina, da questa esperienza trasse il libro La prigione, negli anni sessanta.
Dopo il periodo delle guerra si impegnò in quello che sarà il progetto della sua vita, la costruzione di una casa editrice propria, per la quale già nel 1946 uscì il primo titolo: Paludi di Andrè Gide. Il percorso di crescita della casa editrice passò attraverso le collaborazioni con Vincenzo Cardarelli, Eugenio Montale, Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda e Mario Luzi.
Non è mancato il suo impegno civile all'interno della sua città, infatti è stato consigliere comunale per il Partito Repubblicano.
Amico di numerosi artisti ed intellettuali - tra cui l'architetto Carlo Scarpa e il pittore Otello De Maria - alla morte ha donato alla città di Vicenza la sua collezione di dipinti di arte contemporanea, attualmente ospitata presso la Pinacoteca civica di Vicenza a Palazzo Chiericati.

* 2007 - Enzo Marco Biagi (Pianaccio di Lizzano in Belvedere, 9 agosto 1920 – Milano, 6 novembre 2007) è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano. È considerato uno dei giornalisti italiani più popolari del XX secolo[1][2].

Gli esordi
«Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un "vendicatore" capace di riparare torti e ingiustizie [...] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo»
(Enzo Biagi (Era ieri))

All'età di nove anni si trasferì a Bologna, dove il padre Dario lavorava già da qualche anno come vice capo magazziniere in uno zuccherificio. L'idea di diventare giornalista nacque in lui dopo aver letto Martin Eden di Jack London. Frequentò l'istituto tecnico Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio, che si occupava soprattutto di vita scolastica. Il Picchio fu soppresso dopo qualche mese dal regime fascista e da allora nacque in Biagi una forte indole antifascista.[3]
Nel 1937, all'età di diciassette anni, scrisse il suo primo articolo, pubblicato sul quotidiano L'Avvenire d'Italia e dedicato al dilemma sorto nella critica dell'epoca se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. Cominciò così la propria collaborazione con l'Avvenire, occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici.
Nel 1940 fu assunto in pianta stabile dal Carlino Sera, versione serale de Il Resto del Carlino, come estensore di notizie, ovvero colui che si occupa di sistemare gli articoli portati in redazione dai reporter. Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì mai per il fronte a causa di problemi cardiaci che lo accompagneranno per tutta la vita. Si sposò con Lucia Ghetti, maestra elementare, il 18 dicembre 1943. Poco dopo fu costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove aderì alla Resistenza combattendo nelle brigate "Giustizia e Libertà" legate al Partito d'Azione di cui condivideva il programma e gli ideali. In realtà Biagi non combatterà mai: il suo comandante, infatti, pur senza dubitare della sua fedeltà lo trovava troppo gracilino. Prima gli diede compiti di staffetta, poi gli affidò la stesura di un giornale partigiano "Patrioti", di cui Biagi era in pratica l'unico redattore e con il quale informava la gente sul reale andamento della guerra lungo la Linea Gotica. Del giornale uscirono appena quattro numeri, in seguito la sua tipografia fu distrutta dai tedeschi.
Biagi considererà sempre quei mesi che passò da partigiano come i più importanti della sua vita: in memoria di ciò, volle che la sua salma fosse accompagnata al cimitero sulle note di Bella ciao.[4]
Terminata la guerra, entrò con le truppe alleate a Bologna e fu proprio lui ad annunciare alla radio locale l'avvenuta liberazione. Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino che all'epoca aveva cambiato il suo nome in "Giornale dell'Emilia".
Nel 1946 seguì come inviato speciale il Giro d'Italia, nel 1947 partì per l'Inghilterra dove raccontò il matrimonio della futura regina Elisabetta II. È il primo di una lunga serie di viaggi all'estero come "testimone del tempo" che contrassegneranno tutta la sua vita.

Gli anni cinquanta e sessanta
I partigiani di "Giustizia e Libertà" entrano nella Bologna liberata: tra loro c'era anche il giovane Enzo Biagi
Nel 1951, parte per conto del Carlino in Polesine dove con una cronaca rimasta negli annali, descrive l'alluvione che flagella la provincia di Rovigo ma nonostante il grande successo che riscuotono quegli articoli, Biagi viene isolato all'interno del giornale per via di alcune sue dichiarazioni contrarie alla bomba atomica che lo fecero passare per un comunista e considerato quindi un "pericoloso sovversivo" per il suo direttore.
Gli articoli sul Polesine sono letti però anche dall'editore milanese Arnoldo Mondadori alla ricerca di nuovi elementi per le sue redazioni che lo chiama a lavorare come caporedattore al settimanale Epoca. Biagi e la sua famiglia (erano già nate due figlie, Bice e Carla; nel 1956 arriverà Anna) lasceranno quindi l'amata Bologna per Milano.
Nel 1952 Epoca attraversa un momento difficile. Alla ricerca di scoop esclusivi da poter pubblicare in Italia, il nuovo direttore Renzo Segàla, subentrato da un mese a Bruno Fallaci, decise di partire per l'America affidando a Biagi la guida del giornale per due settimane, stabilendo già in partenza i temi da affrontare durante la sua assenza e cioè il ritorno di Trieste all'Italia e l'inizio della primavera.
Nel frattempo scoppia però il "caso Wilma Montesi": una giovane ragazza romana viene ritrovata morta sulla spiaggia di Ostia; ne nasce uno scandalo, poi rivelatosi falso, in cui rimane coinvolta l'alta borghesia laziale, il prefetto di Roma e il figlio del ministro Attilio Piccioni, il quale rassegna le dimissioni. Biagi, intuendo la grande risonanza che il caso Montesi aveva avuto nel Paese, decide contro ogni disposizione di dedicare ad esso la copertina e di pubblicare un'inedita ricostruzione dei fatti. È un successo clamoroso: la stampa di Epoca cresce di oltre ventimila copie in una sola settimana e Mondadori toglie la direzione a Segàla, da poco tornato dagli Stati Uniti, affidandola a Biagi.
Sotto la direzione di Biagi, Epoca s'impone nel panorama delle grandi riviste italiane surclassando la storica concorrenza dell'Espresso e dell'Europeo. La formula di Epoca, a quel tempo innovativa, punta a raccontare con riepiloghi e approfondimenti le notizie della settimana e le storie dell'Italia del boom. Un altro scoop esclusivo sarà la pubblicazione di fotografie che raffigurano un umanissimo Pio XII che gioca con un canarino.
Nel 1960, un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni (che avevano provocato la morte di dieci operai in sciopero, tanto da essere definita strage di Reggio Emilia) provocò una dura reazione dello stesso e Biagi sarà costretto a lasciare Epoca. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale.
L'arrivo alla Rai: il Telegiornale [modifica]
Il 1º ottobre 1961 Biagi diventa direttore del Telegiornale, secondo alcuni per accontentare il Partito Socialista Italiano[senza fonte] (di cui Biagi era simpatizzante)[5] che iniziava in quegli anni l'esperienza del centrosinistra al fianco della Democrazia Cristiana. Questa versione è stata smentita sia da Biagi sia dal direttore generale della RAI di allora Ettore Bernabei, ma si sa che il nome di Biagi come direttore fu fatto espressamente, accanto a quello di Indro Montanelli, da Pietro Nenni ad Amintore Fanfani.[senza fonte]
Biagi si mette subito all'opera, applicando la formula di Epoca al Tg, dando meno spazio alla politica e maggiormente ai "guai degli italiani" come chiama le mancanze del nostro sistema. Realizza una memorabile intervista a Salvatore Gallo, l'ergastolano ingiustamente rinchiuso a Ventotene, la cui vicenda porterà in seguito il Parlamento ad approvare la revisione dei processi anche dopo la sentenza di Cassazione. Dedica servizi agli esperimenti nucleari dell'Unione Sovietica che avevano seminato il panico in tutta Europa. Fa assumere in Rai grandi giornalisti come Giorgio Bocca e Indro Montanelli[6], ma anche giovani come Enzo Bettiza ed Emilio Fede, destinati ad avere una lunga carriera in futuro.
Nel novembre del 1961 arrivarono inevitabili le prime polemiche: il democristiano Guido Gonella in un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno Mario Scelba, poi passata alla storia per gli attacchi alle gambe nude delle gemelle Kessler, accusò Enzo Biagi di essere fazioso e di non essere allineato all'ufficialità. Un'intervista in prima serata al leader comunista Palmiro Togliatti gli procura un duro attacco da parte dei giornali di destra che iniziano una campagna aggressiva contro di lui.
Nel marzo del 1962 lancia il primo rotocalco della televisione italiana: RT-Rotocalco Televisivo. Appare per la prima volta in video; il timido Biagi ricorderà sempre come un tormento le sue prime registrazioni. RT è il primo programma televisivo che si occupa esplicitamente di mafia: un servizio fu infatti registrato a Corleone da Gianni Bisiach e per la prima volta furono fatti i nomi dei feroci boss della Sicilia quali Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Ma a Roma Biagi si sente con le mani legate. Le pressioni politiche sono all'ordine del giorno; ha già detto di no a Saragat che gli proponeva alcuni servizi, ma resistere è difficile malgrado la solidarietà pubblica che gli arriva da personaggi celebri del periodo come Guareschi, Garinei e Giovannini, Feltrinelli, Liala e lo stesso Bernabei. Nel 1963 decide di dimettersi e di tornare a Milano dove diventa inviato e collaboratore del Corriere della Sera, de La Stampa e del settimanale L'Europeo.
«Ero l'uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapevo tenere gli equilibri politici, anzi proprio non mi interessavano e non amavo stare al telefono con onorevoli e sottosegretari [...] Volevo fare un telegiornale in cui ci fosse tutto, che fosse più vicino alla gente, che fosse al servizio del pubblico non al servizio dei politici.»
(Enzo Biagi)
Nel 1968, si legò alla tv di Stato per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Tra i più seguiti e innovativi: "Dicono di lei" (1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità e "Terza B, facciamo l'appello" (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell'adolescenza, i primi timidi amori.

Gli anni settanta, ottanta, novanta
«Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l'acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata.»
(Enzo Biagi nel suo editoriale il primo giorno di direzione al Resto del Carlino)

Nel 1971 fu nominato direttore del Resto del Carlino con l'obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. Viene data più attenzione alla cronaca e alla politica. Biagi esordì con un editoriale, che chiamò Rischiatutto come la celebre trasmissione di Mike Bongiorno, commentando il caos in cui si stavano svolgendo le elezioni del presidente della Repubblica (che videro poi l'elezione di Giovanni Leone) che tennero impegnato il Parlamento per mesi con tutti i problemi che aveva il Paese.
L'editore Attilio Monti è in buoni rapporti con il ministro delle finanze Luigi Preti, che pretende che il giornale dia risalto alle sue attività. Biagi ignora le richieste di Preti; poco dopo però pubblica la sua partecipazione ad una festa al Grand Hotel di Rimini che Preti smentisce vigorosamente. La replica di Biagi ("ci dispiace che lo sbadato cronista abbia preso un abbaglio; siamo però convinti che i ministri, anche se socialisti, non hanno il dovere di vivere sotto i ponti") manda Preti su tutte le furie, tanto da premere per il suo allontanamento.[7] Questo episodio insieme all'intimazione di Monti a Biagi affinché licenzi alcuni suoi collaboratori tra cui il sacerdote Nazareno Fabretti, "colpevole" di aver firmato un'intervista alla madre di Don Lorenzo Milani, sarà all'origine dell'uscita di Biagi dalla redazione del quotidiano bolognese. Il 30 giugno 1971 firma il suo addio ai lettori e torna quindi al Corriere della Sera.
Nel 1975, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l'amico Indro Montanelli alla creazione del Giornale.[8]
Dal 1977 al 1980, ritornò a collaborare stabilmente alla Rai, conducendo "Proibito", programma in prima serata su Rai 2 che trattava temi d'attualità. All'interno del programma guidò due cicli d'inchiesta internazionali denominati "Douce France" (1978) e "Made in England" (1980). Con "Proibito", Biagi iniziò ad occuparsi di interviste televisive, genere di cui sarebbe divenuto un maestro. Nel programma furono intervistati, creando ogni volta scalpore e polemiche, personaggi-chiave dell'Italia dell'epoca come l'ex brigatista Alberto Franceschini, il finanziere poi coinvolto in inchieste di mafia e corruzione Michele Sindona e soprattutto il dittatore libico Muammar Gheddafi nei giorni successivi alla caduta dell'aereo di Ustica, in cui il dittatore sostenne che si trattava di un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona e che gli americani quel giorno avevano soltanto "sbagliato bersaglio". L'intervista finì al centro di una controversia internazionale e il governo dell'epoca ne proibì la messa in onda. L'incontro fu poi regolarmente trasmesso un mese dopo.[7]
Nel 1981, dopo lo scandalo della P2 lasciò il Corriere della Sera, dichiarando di non essere disposto a lavorare in un giornale controllato dalla massoneria come sembrava emergere dalle inchieste della magistratura. Come lui stesso ha rivelato, il leader della P2 Licio Gelli aveva chiesto all'allora direttore del quotidiano, Franco Di Bella di cacciare Biagi o di mandarlo in Argentina. Di Bella, però si rifiutò.[9]
Diventò quindi editorialista de la Repubblica, quotidiano che lasciò nel 1988 per ritornare a quello di via Solferino.
Nel 1982 condusse la prima serie di "Film Dossier", un programma che, attraverso film mirati, puntava a coinvolgere lo spettatore; nel 1983, dopo un programma su Rai Tre dedicato ad episodi della seconda guerra mondiale (La guerra e dintorni), iniziò a condurre su Rai Uno "Linea Diretta", uno dei suoi programmi più seguiti, che proponeva l'approfondimento del fatto della settimana, tramite il coinvolgimento dei vari protagonisti. Linea Diretta venne trasmesso fino al 1985.
Appena un anno dopo, nel 1986, sempre su Rai Uno, fu la volta di "Spot", un settimanale giornalistico in quindici puntate, cui Biagi collaborava come intervistatore. In questa veste, si rese protagonista di interviste storiche come quella a Osho, il famoso e controverso mistico indiano contemporaneo, nell'anno in cui il Partito Radicale cercava di fargli ottenere il diritto di ingresso per il nostro Paese che gli veniva negato; oppure quella a Michail Gorbačëv, negli anni in cui il leader sovietico iniziava la perestrojka; o quella ancora a Silvio Berlusconi nei giorni delle polemiche sui presunti favori del governo Craxi nei confronti delle sue televisioni. Berlusconi tentò invano di convincere Biagi ad entrare a Mediaset ma il giornalista non accettò, sia perché legato affettivamente alla Rai sia perché temeva che, nelle televisioni del Cavaliere, avrebbe avuto minore libertà.[7] Nel 1989 riaprì i battenti per un anno "Linea Diretta". Questa nuova edizione di "Linea Diretta", verrà anche sbefeggiata dal trio comico Marchesini-Solenghi-Lopez, che all'epoca stava conoscendo un grande successo. In precedenza Biagi era già stato imitato da Alighiero Noschese negli anni settanta; successivamente sarà nel mirino del Bagaglino
Nei primi anni novanta, realizzò soprattutto trasmissioni tematiche, di grande spessore, come "Che succede all'Est?" (1990), dedicata alla fine del comunismo, "I dieci comandamenti all'italiana" (1991), (trasmissione per cui ricevette i complimenti di Giovanni Paolo II, il quale poco dopo volle incontrare in Vaticano lo stesso Biagi e l'intero staff del programma) dove conobbe il cardinale Ersilio Tonini, con cui stringerà poi una forte amicizia, "Una storia" (1992), (sulla lotta alla mafia) dove apparve per la prima volta in televisione il pentito Tommaso Buscetta. Segue attentamente le vicende di "Mani pulite", con programmi come "Processo al processo su Tangentopoli" (1993) e "Le inchieste di Enzo Biagi" (1993-1994). È il primo giornalista ad incontrare l'allora giudice Antonio Di Pietro, nei giorni in cui era considerato " l'eroe" che aveva messo in ginocchio Tangentopoli.

Il Fatto e l'«editto bulgaro»
Nel 1995 iniziò la trasmissione Il Fatto, un programma di approfondimento dopo il Tg1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi era autore e conduttore. Nel 2004 "Il Fatto" è stato proclamato da una giuria di critici televisivi come il miglior programma giornalistico realizzato nei primi cinquant'anni della RAI.[10] Rilevanti sono le interviste a Marcello Mastroianni, a Sofia Loren, a Indro Montanelli e le due realizzate a Roberto Benigni.
Nel luglio del 2000, la Rai dedicò a Biagi uno speciale in occasione del suo ottantesimo compleanno titolato "Buon compleanno signor Biagi! Ottant'anni scritti bene" condotto da Vincenzo Mollica.
La prima intervista a Benigni era stata rilasciata dopo la vittoria di quest'ultimo ai Premi Oscar del 1997, la seconda nel 2001 a ridosso delle elezioni politiche che poi avrebbero visto la vittoria della Casa delle Libertà. In quest'ultima il comico toscano commentò, a modo suo, il conflitto d'interessi e il contratto con gli italiani che Berlusconi aveva firmato qualche giorno prima nel salotto di Bruno Vespa. I commenti provocarono il giorno dopo roventi polemiche contro Biagi, che venne accusato di sfruttare la televisione pubblica per impedire la vittoria di Berlusconi. Al centro della bufera c'erano anche le dichiarazioni che il 27 marzo Indro Montanelli aveva rilasciato al Fatto. Il giornalista aveva attaccato pesantemente il centrodestra paragonandolo ad un virus per l'Italia e sostenendo che sotto Berlusconi il nostro Paese avrebbe vissuto una "dittatura morbida in cui al posto delle legioni quadrate avremmo avuto i quadrati bilanci", ovvero molta corruzione.
In seguito a queste due interviste diversi politici e giornalisti attaccarono Biagi tra questi Giulio Andreotti e Giuliano Ferrara che dichiarò: "Se avessi fatto a qualcuno quello che Biagi ha fatto a Berlusconi, mi sarei sputato in faccia". La più dura arrivò però dal deputato di Alleanza Nazionale e futuro ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri che auspicò in un'emittente lombarda l'allontanamento dalla Rai dello stesso Biagi.[7]
Biagi fu quindi denunciato all'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per "violazione della par condicio" ma fu poi assolto con formula piena.
Il 18 aprile del 2002 l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mentre si trovava in visita ufficiale a Sofia, rilasciò una dichiarazione riportata dall'Agenzia Ansa e passata poi alla cronaca con la definizione giornalistica di Editto bulgaro. Berlusconi, commentando la nomina dei nuovi vertici Rai, resi pubblici il giorno prima, si augurò che "la nuova dirigenza non permettesse più un uso criminoso della televisione pubblica" come, a suo giudizio, era stato fatto dal giornalista Michele Santoro, dal comico Daniele Luttazzi e dallo stesso Biagi. Biagi replicò quella sera stessa nella puntata del Fatto, appellandosi alla libertà di stampa:
«Il presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? [...] Poi il presidente Berlusconi, siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri [...]. Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto - dia un'occhiata - nella Costituzione. Lavoro qui in Rai dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto [...]. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci.»
È l'inizio, per Enzo Biagi, di una lunga controversia fra lui e la Rai, con numerosi colpi di scena e un'interminabile serie di trattative che videro prima lo spostamento di fascia oraria del Fatto, poi il suo trasferimento su Rai 3 e infine la sua cancellazione dai palinsesti.
Biagi, sentendosi preso in giro dai vertici della RAI e credendo che non gli sarebbe mai stata affidata nessuna trasmissione, decide a settembre di non rinnovare il suo contratto con la televisione pubblica che fu risolto dopo 41 anni di collaborazione il 31 dicembre del 2002.
Nel corso del 2002 i rapporti con Berlusconi si deteriorarono sempre più a causa della pregiudiziale morale che per Biagi era imprescindibile infatti, a proposito disse: «uno che fa battute come quella di Berlusconi dimostra che, nonostante si alzi i tacchi, non è all'altezza. Un presidente del Consiglio che ha conti aperti con la giustizia avrebbe dovuto avere la decenza di sbrigare prima le sue pratiche legali e poi proporsi come guida del Paese. (Il Fatto, 8 aprile 2002)»
Nel novembre dello stesso 2002 divenne uno dei fondatori e garanti dell'associazione culturale Libertà e Giustizia, spesso critica verso l'operato dei governi guidati da Berlusconi.

Gli ultimi anni: il ritorno in televisione
In questo stesso periodo, Biagi fu colpito da due gravi lutti: la morte della moglie Lucia il 24 febbraio 2002 e della figlia Anna il 28 maggio 2003, cui era legatissimo, scomparsa improvvisamente per un arresto cardiaco[11]. Questa morte lo segnò per il resto della sua vita.
Continuò a criticare aspramente il governo Berlusconi, dalle colonne del Corriere della Sera. L'atto più clamoroso fu quando (in seguito al famoso episodio di Berlusconi che con il dito medio alzato durante un comizio a Bolzano espresse cosa pensava dei suoi critici) chiese "scusa, a nome del popolo italiano, perché il nostro presidente del Consiglio non ha ancora capito che è un leader di una democrazia". Berlusconi replicò dichiarandosi stupito che "il Corriere della Sera pubblicasse i racconti di un vecchio rancoroso come Biagi"[12]. Il Cdr del Corriere protestò con una lettera aperta indirizzata a Berlusconi, dicendosi orgoglioso che un giornalista come Biagi lavorasse nel suo quotidiano e sostenendo che "in Via Solferino lavorano dei giornalisti non dei servi".
Tornò in televisione, dopo due anni di silenzio, alla trasmissione Che tempo che fa, intervistato per una ventina di minuti da Fabio Fazio. Il suo ritorno in televisione registrò ascolti record per Rai Tre e per la stessa trasmissione di Fazio[13].
Biagi tornò poi altre due volte alla trasmissione di Fazio, testimoniando ogni volta il suo affetto per la Rai («la mia casa per quarant'anni») e la sua particolare vicinanza a Rai Tre.
Biagi intervenne anche al Tg3 e in altri programmi della Rai. Invitato anche da Adriano Celentano nel suo RockPolitik in una puntata dedicata alla libertà di stampa assieme a Santoro e Luttazzi, Biagi declinò l'offerta per motivi di salute.
Negli ultimi anni scrisse anche col settimanale L'Espresso e le riviste Oggi e TV Sorrisi e Canzoni.
Nella sua ultima intervista a "Che tempo che fa", nell'autunno del 2006 Biagi affermò che il suo ritorno in RAI era molto vicino e, al termine della trasmissione, il direttore generale della RAI, Claudio Cappon, telefonando in diretta, annunciava che l'indomani stesso Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava in tv.
Il 22 aprile 2007 tornò in televisione con RT Rotocalco Televisivo, aprendo la trasmissione con queste parole:
« Buonasera, scusate se sono un po' commosso e magari si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni. C'eravamo persi di vista, c'era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall'ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita. »
(Editoriale dal sito ufficiale della trasmissione[14])
Essendo alla vigilia della festa del 25 aprile, l'argomento della puntata fu la resistenza, sia in senso moderno, come di chi resiste alla camorra, fino alla Resistenza storica, con interviste a chi l'ha vissuta in prima persona.
La trasmissione andò in onda per sette puntate, oltre allo speciale iniziale, fino all'11 giugno 2007. Sarebbe dovuta riprendere nell'autunno successivo. Ciò non avvenne a causa dell'improvviso aggravarsi delle condizioni di salute di Biagi.
Non pochi anni prima era stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico durante il quale gli erano stati innestati quattro bypass cardiaci e, addirittura, ne prese spunto per una sua battuta scherzosa riferita a Gianni Agnelli:
«qualcosa più di lui ce l'ho sicuramente, un bypass in più...»
Ricoverato per oltre dieci giorni in una clinica milanese, a causa di un edema polmonare e di sopraggiunti problemi renali e cardiaci, morì all'età di 87 anni la mattina del 6 novembre 2007. Pochi giorni prima di morire disse a un'infermiera «Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie...», ricordando Soldati di Ungaretti, e aggiungendo «ma tira un forte vento».[15]
I funerali del giornalista si svolsero nella chiesa del piccolo borgo natale di Pianaccio. La messa esequiale venne officiata dal cardinale Ersilio Tonini, suo vecchio amico, alla presenza del Presidente del Consiglio Romano Prodi, dei vertici Rai e di molti colleghi, come Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli.
Nei giorni precedenti era stata aperta a Milano la camera ardente che vide una partecipazione popolare immensa, definita "stupefacente" dalle sue stesse figlie. Alle redazioni dei giornali e ai familiari arrivarono lettere di cordoglio e di condoglianze da ogni parte d'Italia, anche la maggioranza dei principali siti Internet e molti blog lo ricordarono con parole affettuose, segno della grande commozione che la sua scomparsa aveva provocato.
Successivamente furono molte le iniziative per ricordarlo. Michele Santoro gli dedicò una puntata nella sua trasmissione Anno Zero titolata "Biagi, partigiano sempre"; Blob e Speciale Tg1 riproposero i filmati dei suoi programmi più significativi; il Corriere della Sera organizzò una serata commemorativa presso la Sala Montanelli, la Rai invece lo onorò con una serata presso il teatro Quirino a Roma trasmessa in diretta su Rai News 24 e poi in replica su Rai Tre in seconda serata.[16]
A partire dall'11 marzo 2008 Rai 3 ha iniziato a trasmettere un ciclo chiamato "RT-Rotocalco Televisivo Era Ieri" dedicato alla televisione di Enzo Biagi e alle sue interviste ai protagonisti del XX secolo.
Nello stesso mese, è stato istituito il "Premio Nazionale Enzo Biagi", consegnato ai giornalisti e agli scrittori "che mostrano esempio di libertà". Il primo vincitore è stato lo scrittore Roberto Saviano.
Enzo Biagi appare nel videoclip di Buonanotte all'Italia, brano di Luciano Ligabue. Durante il tour del cantante emiliano, il video è stato mostrato sui maxischermi: la folla ha applaudito al momento in cui appare Biagi, tributo riservato ad altri grandi presenti nel filmato come Borsellino, Falcone, Pantani, Sordi.[17]
Nel mese di dicembre 2008, il consiglio comunale di Milano (con i voti del Popolo della Libertà e della Lega Nord) respingeva la proposta di consegnare l'Ambrogino d'oro alla memoria al giornalista. Per protesta, il gruppo musicale Elio e le Storie Tese rifiutava l'Ambrogino che avevano vinto nello stesso anno.[18]
Nel 2009 il consiglio di istituto di un plesso scolastico, comprensivo di scuola elementare e scuola media, del quartiere Cesano a Roma aveva deliberato di intitolare l'insieme dell'istituto a Enzo Biagi. La decisione non ebbe però il necessario assenso del prefetto, in quanto la normativa prevede che per l'intitolazione a una personalità, questa sia scomparsa da almeno dieci anni[19].
Il giornale Il Fatto Quotidiano, pubblicato per la prima volta il 23 settembre del 2009, è stato chiamato così in omaggio alla sua trasmissione più famosa.

Critiche
Ad Enzo Biagi sono state talvolta rivolte critiche.
Secondo quanto riporta Roberto Gervaso nel suo libro Ve li racconto io, una parte della critica sostiene che Enzo Biagi scriva nei suoi libri "sempre le stesse cose".[20] È rimasta celebre l'affermazione di Bettino Craxi, il quale in un'intervista dichiarò che Biagi non gli piaceva più perché faceva del "moralismo un tanto al chilo". Il riferimento, probabilmente, è legato alle forti critiche che Biagi riservò a Craxi e ai suoi governi, soprattutto in alcuni articoli sul Corriere della Sera. In seguito l'accusa di moralismo sarà estesa da socialisti a tutti coloro che non condividevano la politica spregiudicata e decisionista del PSI negli anni ottanta.[7] Scriverà più tardi lo stesso Biagi:
«Questa storia del moralismo fu per Craxi una specie di ossessione. Poi le vicende giudiziarie ci hanno indotto a dedurre che, per lui, il Codice Penale era più che altro una questione di stati d'animo.» (Enzo Biagi)
Biagi è stato preso di mira per decenni anche dalla sinistra per il presunto buonismo e le ovvietà di molti suoi scritti. Il giornalista Sergio Saviane lo etichettò come "Banal Grande" sulla rubrica che teneva ne L'espresso.
Nel 2001 con una serie di articoli pubblicati da Panorama, Giuliano Ferrara attaccò duramente Biagi. Dopo le interviste a Montanelli e a Benigni, che contenevano dure critiche a Berlusconi, Ferrara dichiarò che secondo lui Biagi avrebbe fatto bene a "sputarsi in faccia" per quello che stava facendo al Cavaliere. Successivamente fu ancora più esplicito dandogli dell'ipocrita e dell'arrogante. Inoltre definì una "sceneggiata" le polemiche nate dopo l'editto bulgaro e il suo allontanamento dalla RAI.
Tuttavia Biagi si è difeso ricordando che la stessa cifra è stata stabilita come "equa per la chiusura di un contratto" dall'ordinanza di un giudice a favore di Michele Santoro, anche lui allontanato dopo l'editto bulgaro. Ma l'entità della sua buonuscita venne stabilita da una transazione privata e stragiudiziale, quindi il confronto appare improprio e la citazione fuorviante.

Note
1. ^ a b c Corriere della Sera; 7 novembre 2007
2. ^ Famiglia Cristiana n.46/18 novembre 2007
3. ^ [1]
4. ^ Corriere della Sera; 9 novembre 2007
5. ^ Lo stesso Biagi riferisce di questa vicinanza ideale in Era ieri
6. ^ [2]
7. ^ a b c d e Enzo Biagi "Era ieri"
8. ^ Televideo Rai 8 novembre 2007
9. ^ http://archiviostorico.corriere.it/2001/maggio/21/scandalo_che_fece_tremare_Italia_co_0_0105218210.shtml P2, lo scandalo che fece tremare l'Italia dal Corriere della Sera
10. ^ [3]
11. ^ 1
12. ^ [4] da Repubblica del 21 maggio 2006
13. ^ La Repubblica;26 maggio 2005 "Biagi di sera, bel tempo si spera"
14. ^ [5]
15. ^ Enzo Biagi: 'come foglia in autunno'. ANSA, 11 novembre 2007. URL consultato il 9-11-2007.
16. ^ Il ricordo di Enzo Biagi al teatro Quirino a Roma. Prodi: parlava al cuore della gente. Rai, 3 novembre 2007. URL consultato il 4-12-2007.
17. ^ http://archiviostorico.corriere.it/2007/novembre/19/Ligabue_effetti_speciali_una_foto_co_9_071119007.shtml http://tuttosenzataboo.blogspot.com/2007/12/buonanotte-allitalia.html http://www.corrieredelsud.it/site/modules/article/transfer.php?c40/1014/pdf
18. ^ http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2008/12/03/elio_rifiuta_ambrogino_traditi_biagi_saviano.shtml
19. ^ http://notizie.virgilio.it/notizie/cronaca/2009/09_settembre/27/scuola_l_istituto_intitolazione_biagi_non_cancellava_perriello,20903676.html?pmk=rss
20. ^ Roberto Gervaso, Ve li racconto io 2005 ed. Mondadori
21. ^ [6]
22. ^ [7] Da la Repubblica
23. ^ [8] dal sito ufficiale del Premio Ilaria Alpi