Il calendario del 29 Aprile

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1429 - Guerra dei cent'anni: Giovanna d'Arco libera Orléans dall'assedio inglese

▪ 1483 - Gran Canaria viene incorporata nella Corona di Castiglia

▪ 1661 - La Cina della Dinastia Ming occupa Taiwan

▪ 1665 - L'artista Gian Lorenzo Bernini parte per la Francia, con l'intento tra l'altro di progettare la ristrutturazione del palazzo del Louvre

▪ 1672 - Guerra d'Olanda: Luigi XIV di Francia invade i Paesi Bassi

▪ 1770 - L'esploratore James Cook scopre Botany Bay, Australia

▪ 1806 - Noventa di Piave diventa un comune inserito nel distretto di Motta di Livenza, facente parte del dipartimento del Tagliamento

▪ 1815 - Guerra austro-napoletana: le truppe austriache al comando di Adam Albert von Neipperg occupano Fano.

▪ 1848

  1. - Con l'allocuzione Non semel, Pio IX annuncia il ritiro delle truppe regolari comandate dal generale Giovanni Durando ed inviate contro l'Austria nella prima guerra di indipendenza.
  2. - Il politico e filosofo italiano Vincenzo Gioberti fa ritorno a Torino dall'esilio a Parigi e Bruxelles, e viene ricevuto con grande entusiasmo

▪ 1861 - Montgomery (Alabama): inizia la seconda sessione del Congresso Provvisorio Confederato

▪ 1917 - San Giuseppe Benedetto Cottolengo viene dichiarato beato da Papa Benedetto XV

▪ 1929 - Giovanni Giurati viene eletto presidente della Camera dei deputati

▪ 1933 - Primo volo dell'aereo biplano da caccia Fiat C.R.32

▪ 1940 - Rudolf Höß viene nominato primo direttore del campo di concentramento di Auschwitz

▪ 1943 - Seconda guerra mondiale/Varsavia: rivolta degli ebrei rinchiusi nel ghetto

▪ 1945
  1. - Seconda guerra mondiale/Italia: Nella Reggia di Caserta, l'armata tedesca si arrende senza condizioni alle forze alleate anglo-americane. Nel frattempo a Milano i cadaveri di Mussolini e Claretta vengono appesi per i piedi ad un distributore di benzina nel piazzale Loreto, a Milano e vilipesi dalla folla
  2. - Seconda guerra mondiale/Germania: nel bunker sotto la Cancelleria di Berlino Adolf Hitler sposa Eva Braun, sua compagna da lungo tempo, e designa il Grandammiraglio Karl Dönitz come suo successore
  3. - Seconda guerra mondiale/Olocausto: il campo di concentramento di Dachau viene liberato dalle truppe statunitensi, che commettono il massacro di Dachau
  4. - Italia: Giorgio Amendola lancia su L'Unità di Torino un appello che rimarrà famoso: "I criminali devono essere eliminati. Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affondato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa di abbandonarsi a indulgenze. Pietà l'è morta"

▪ 1946 - Il Primo Ministro del Giappone Hideki Tojo e ventotto uomini politici giapponesi vengono accusati di crimini di guerra

▪ 1955 - Italia: Giovanni Gronchi viene eletto Presidente della Repubblica Italiana con 658 voti su 833; presterà giuramento l'11 maggio

▪ 1959 - India: il governo tibetano in esilio si insedia nella località di Mussoorie

▪ 1961 - Italia: Luciano Pavarotti debutta nel mondo dell'opera nel ruolo di Rodolfo ne La Bohème, al teatro dell'opera di Reggio Emilia

▪ 1965 - Vaticano: papa Paolo VI pubblica l'enciclica Mense Maio, sulle suppliche alla Vergine Maria nel mese di maggio

▪ 1967 - USA: per il suo rifiuto ad arruolarsi nell'esercito il pugile Muhammad Ali (alias Cassius Clay) è defraudato del titolo mondiale

▪ 1969 - USA: il musicista jazz Duke Ellington riceve l'onorificenza Medaglia presidenziale della libertà

▪ 1972 - Torino: la fabbrica automobilistica FIAT presenta la "132" nelle versioni da 1600 a 1800 cm3

▪ 1973 - La stazione spaziale sovietica Salyut 2 precipita distruggendosi

▪ 1974 - USA: il presidente Richard Nixon annuncia la diffusione della trascrizione di nastri registrati in ordine allo scandalo Watergate

▪ 1975 - Guerra del Vietnam: Operazione Frequent Wind - gli ultimi cittadini americani iniziano l'evacuazione da Saigon in vista di un possibile attacco finale nordvietnamita. Per gli USA è l'inizio del disimpegno dall'area di guerra del sud-est asiatico

▪ 1977 - Milano: primo convegno delle donne giornaliste, sul tema La donna nell'informazione

▪ 1981 - Olanda: un solo voto di scarto fa approvare la legge che legalizza l'aborto

▪ 1984 - Terremoto in Umbria: danni ingenti e 6000 senzatetto

▪ 1985 - Florida: Lo Space Shuttle Challenger parte dal John F. Kennedy Space Center per la sua settima missione

▪ 1988 - URSS: si fa strada la Glasnost. Mikhail Gorbaciov promette maggiore libertà religiosa in Unione Sovietica

▪ 1989 - A Los Angeles si svolge la 61a edizione della cerimonia di premiazione dei premi Oscar

▪ 1990
  1. - Svizzera: terza votazione in 20 anni per concedere il voto alle donne nel canton Appenzello Interno, risultato: le donne continuano a non poter votare
  2. - Italia - Calcio: la Società Sportiva Calcio Napoli, guidata da Alberto Bigon conquista il secondo Scudetto

▪ 1993 - La Camera dei deputati non concede l'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, colpito da numerosi avvisi di garanzia. La decisione scatena proteste e malumori in tutta Italia

▪ 2000 - Italia: Oliviero Diliberto viene eletto segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani

▪ 2001 - Un gruppo di ricercatori internazionali, guidato da Paolo de Bernardis e Andrew Lange del California Institute of Technology, presenta la scoperta del "suono" del Big Bang.

▪ 2003
  1. - Venezia: il Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi posa la prima pietra del progetto Mose, destinato a proteggere la città dall'acqua alta
  2. - Italia: Processo IMI-SIR. Cesare Previti viene condannato in primo grado a 11 anni per corruzione in atti giudiziari. Condannati anche Vittorio Metta (13 anni), Renato Squillante (8 anni e 6 mesi), Attilio Pacifico (8 anni e 6 mesi) e Felice Rovelli (5 anni e 6 mesi). Si chiude il primo atto di un processo iniziato l'11 maggio 2000

▪ 2004 - USA: audizione del presidente George W. Bush e del suo vice Dick Cheney per i fatti dell'11 settembre 2001

▪ 2005
  1. - Informatica: Apple Computer inizia la distribuzione del nuovo Mac OS: OS X 10.4 "Tiger"
  2. - Il cardinale Angelo Sodano viene eletto Decano del Collegio Cardinalizio

▪ 2006
  1. - Fausto Bertinotti viene eletto presidente della Camera dei deputati
  2. - Franco Marini viene eletto presidente del Senato della Repubblica

▪ 2008
  1. - Renato Schifani viene eletto presidente del Senato della Repubblica
  2. - Gianfranco Fini viene eletto Presidente della Camera dei deputati

Anniversari

▪ 1380 - Caterina da Siena, nata Caterina Benincasa (Siena, 25 marzo 1347 – 29 aprile 1380), è stata una mistica italiana. Canonizzata da papa Pio II nel 1461; nel 1970 è stata dichiarata dottore della Chiesa da papa Paolo VI; è patrona d'Italia e compatrona d'Europa.

L'infanzia
Caterina nasce nel rione di Fontebranda (oggi Nobile Contrada dell'Oca) come ventiquattresima figlia dei 25 figli di Jacopo Benincasa, tintore, e di Lapa Piagenti (o Piacenti). La sorella gemella Giovanna (la venticinquesima ed ultima figlia della coppia) vivrà solo pochi mesi. 
Nel 1348 Siena e l'Europa sono devastate dall'epidemia di peste che decima la popolazione.
A soli sei anni ebbe una prima visione: vide, nella Basilica di san Domenico a Siena, Gesù Cristo in trono, con i santi Pietro e Paolo. Caterina a sette anni fa voto di verginità. Nello stesso tempo comincia un percorso di mortificazione, fatto di digiuni (soprattutto di carne) e di penitenze. Nella prima fase della sua vita, queste pratiche erano condotte in modo solitario.
Nelle sue opere racconta che verso i dodici anni i genitori, non essendo a conoscenza del suo voto, cominciano a pensare di maritarla. Caterina reagisce anche con il taglio completo dei capelli e chiudendosi in casa con il capo coperto da un velo; per vincere la sua ostinazione, i genitori la costringono ad estenuanti lavori domestici, ottenendo il risultato di rafforzare la sua convinzione interiore. Un giorno il padre la sorprende in preghiera con una colomba aleggiante sul capo. Decide allora di lasciare libera la giovane di scegliere la propria strada.
A sedici anni Caterina entra nel terzo ordine delle Domenicane (o Mantellate, per via del mantello nero sull'abito bianco), pur restando presso la sua abitazione.
Lei stessa racconta di essersi avvicinata alle letture sacre pur essendo semianalfabeta e, dopo giorni di estenuanti e poco fruttuose fatiche, di aver ricevuto dal Signore il dono di sapere leggere. Imparerà più tardi anche a scrivere, ma la maggior parte dei suoi scritti e delle sue corrispondenze sono dettate.
Al termine del Carnevale del 1367 racconta che le apparve Gesù con sua Madre e altri santi per sposarla a sé nella fede, avrebbe ricevuto un anello, adorno di rubini, che sarebbe stato visibile soltanto ai suoi occhi; per questo Caterina è iconograficamente rappresentata con l'anello e con un giglio.

I rapporti con il clero ed i principi
Caterina non si mostra intimorita al cospetto dei potenti e si rivolge loro da pari a pari. Verso il 1372 espone al legato pontificio in Italia, Pietro d'Estraing, la necessità di riformare i costumi del clero, di trasferire la Santa Sede a Roma da Avignone dove risiedeva dal 1309 e di organizzare una crociata contro gli infedeli.
Le autorità ecclesiastiche, colpite, e forse indispettite, dal fatto che Caterina, analfabeta e visionaria, si rivolgesse in questi toni a personaggi di tale rango, la chiamano nel 1374 a Firenze di fronte al Capitolo generale dei Domenicani. L'Ordine ne riconosce l'ortodossia e l'affida alla direzione di frate Raimondo delle Vigne da Capua (1330-1399); questi venne poi nominato lettore di teologia a Siena e lasciò una biografia della santa.
Secondo la tradizione devozionale il 1º aprile 1375 avrebbe ricevuto le stimmate nella chiesa di Santa Cristina a Pisa, dove si trovava su invito di papa Gregorio XI al fine di preparare la crociata da lei sollecitata; queste stimmate sarebbero rimaste invisibili fino alla sua morte.
Il progetto della crociata fu abbandonato quando Firenze, dopo aver stretto alleanza con i Visconti di Milano e aver sobillato le città dello Stato Pontificio a ribellarsi contro il papa, dichiarò guerra al "papa francese". A nome dei fiorentini, Caterina va ad Avignone in missione di pace da Gregorio XI con altre ventitré persone incluso Raimondo da Capua. Il papa, seppure affascinato da Caterina, è convinto del doppiogiochismo dei fiorentini e rifiuta la pace; ciononostante, lei continua con la sua opera di convincimento e non interrompe l'invio di lettere al pontefice, in cui lo invita a tornare a Roma. Riesce alla fine nel suo intento: il 17 gennaio 1377 il papa rientra nella città.
All'inizio del 1378 viene incaricata di ristabilire i rapporti tra Santa Sede e Firenze, ma durante la sua missione in riva all'Arno rischia la vita, e la missione fallisce. Il nuovo papa Urbano VI riesce a siglare una pace il 28 luglio 1378. Il 20 settembre dello stesso anno, a Fondi, avviene lo scisma, con l'elezione dell'antipapa Clemente VII. Caterina definisce i tredici cardinali scismatici demoni incarnati. Nonostante la vittoria militare di Urbano VI a Marino il 30 aprile 1379, lo scisma si protrarrà per quarant'anni.
Muore, provata da una vita di digiuni e di astinenze forzate, a soli 33 anni, dopo essersi astenuta dal bere per un mese. Nella biografia della senese scritta dal beato Raimondo da Capua, è riportato che non fu santa Caterina a rifiutare il cibo, ma "dopo l'apparizione di Nostro Signore, che le fece dono di bere al suo costato lo stomaco di Santa Caterina si chiuse ... non ebbe più bisogno di cibo né poté più digerire. Nessuno se ne meravigliava, perché accostandosi alla fonte della Vita, lei aveva bevuto a sazietà una bevanda vitale, che le tolse per sempre il bisogno di mangiare".

La canonizzazione
Caterina da Siena fu canonizzata dal papa senese Pio II nel 1461. Papa Paolo VI ha dichiarato Caterina dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970. Santa Caterina è inoltre patrona principale d'Italia per nomina di papa Pio XII nel 1939 (assieme a San Francesco di Assisi) e compatrona d'Europa per nomina di papa Giovanni Paolo II il 1º ottobre 1999.

Le reliquie
Numerose sono oggi le reliquie attribuite a Caterina. Ella fu sepolta a Roma, nel cimitero di Santa Maria sopra Minerva. Ma tre anni dopo, nel 1384, le fu staccato il capo per portarlo, come reliquia, a Siena, dove è tuttora conservato nella Basilica di San Domenico. Nella stessa basilica è conservato un dito di Caterina: con questa reliquia viene impartita la benedizione all'Italia e alle Forze Armate nel pomeriggio della domenica in cui si tengono le Feste internazionali in onore di Santa Caterina da Siena.
Il corpo è ancora conservato nella basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Il piede sinistro è invece conservato a Venezia (nella Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo).
Nel Duomo di Siena era presente anche una costola: essa però fu donata al santuario di Santa Caterina ad Astenet in Belgio, costruito nel 1985 per volontà dei devoti di quel paese. Infine, una scaglia di una scapola di Caterina si trova nel Santuario di Caterina, in Siena.

I miracoli riconosciuti
Uno dei miracoli riconosciuti alla Santa risale all'ottobre del 1376, quando, in ritorno dalla corte papale di Avignone, passò a Varazze (località del savonese), curiosa di conoscere i luoghi che avevano dato i natali al beato Jacopo da Varagine. La Santa ebbe però una spiacevole sorpresa: la cittadina si presentava malridotta e abbandonata a sé stessa a causa della peste che aveva decimato la popolazione. Santa Caterina, particolarmente colpita dalla gravità della situazione, pregò intensamente per gli abitanti di Varazze affinché finisse il loro dolore e la richiesta, miracolosamente, fu esaudita e i cittadini furono liberati dal flagello. In cambio del prodigio la Santa chiese ai varazzini di onorare il loro illustre concittadino, dedicando una cappella a suo nome e alla Santissima Trinità. In ricordo di quell'episodio miracoloso, Varazze eresse la Santa di Siena a propria patrona dedicandole ogni anno, il 30 aprile, una delle processioni di Cristi più famose d'Italia (seguita da un corteo storico che ne ripercorre le gesta).

Il suo misticismo
Nel Trattato della Provvidenza Caterina ci rende noto ciò che Dio rivela durante le estasi alla mistica:
«Mandai el Verbo dell’unigenito mio unico Figliuolo (el quale fu figurato per Eliseo) che si conformò con questo figliuolo morto, per l’unione della natura divina unita con la natura vostra umana. Con tutte le membra si unì questa natura divina, cioè con la potenza mia, con la sapienza del mio Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito santo, tutto me, Dio, abisso di Trinità, conformato e unito con la natura vostra umana.»
La sua orazione allo Spirito Santo è una delle vette della spiritualià cristiana, e sembra che sia stata scritta da lei stessa in modo miracoloso, dato che non sapeva leggere né scrivere:
«Spirito Santo, vieni nel mio cuore, per la tua potenza tiralo a te, Dio vero. / Concedimi carità e timore. / Custodiscimi o Dio da ogni mal pensiero. / Inflammami e riscaldami del tuo dolcissimo amore, / acciò ogni travaglio mi sembri leggero. / Assistenza chiedo ed aiuto in ogni mio ministero. / Cristo amore, Cristo amore.»

Le opere
Per quanto riguarda le sue opere letterarie, santa Caterina, semianalfabeta e i cui scritti sono in maggioranza dettati, ha avuto un grande riconoscimento grazie anche alla testimonianza del suo primo biografo, il beato Raimondo da Capua (diventerà dopo Maestro dell'Ordine), suo confessore e testimone diretto del prodigioso dono di saper scrivere e leggere, testimone dunque anche delle sue opere letterarie. È con il "Dialogo della divina Provvidenza", dettato ad un gruppo di discepoli che scrivevano alla presenza spesse volte del suo confessore, che Paolo VI pone davanti alla Chiesa tutta l'opportunità di rendere santa Caterina "Dottore della Chiesa". Nel Dialogo sono racchiuse profonde pagine di alta teologia ancora oggi da approfondire e diffondere.
▪ 381 Lettere
▪ Dialogo della Provvidenza ovvero Libro della divina dottrina
▪ [26/27] Orazioni

Bibliografia
▪ Rudolph M. Bell, La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi, trad. it. Laterza, 1985, Mondadori, 1992;
▪ Madioni Gilberto, Ascoli Suor Maria Elena, Alla Scoperta di Santa Caterina da Siena - La Santa senese spiegata ai bambini, Illustrazioni di Giulia Del Mastio, Betti, 2004;
▪ Panichi Zalaffi Viola, Un anno con Caterina, Betti 2006;
▪ Louis de Wohl, La mia natura è il fuoco. Vita di santa Caterina da Siena , Milano, Rizzoli, 2007 (Titolo Originale Lay siege to Heaven A novel about St. Catherine of Siena);

* 1933 - Konstantinos Petrou Kavafis , noto in Italia anche come Costantino Kavafis (Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1863 – Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1933) è stato un poeta e giornalista greco.
Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristianità, del patriottismo, e dell'eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista.
Pubblicò 154 poesie ma molte altre sono rimaste incomplete o allo stato di bozza. Le poesie più importanti furono scritte dopo il suo quarantesimo compleanno.

Biografia
Kavafis nacque ad Alessandria d'Egitto, da famiglia greca. Suo padre aveva una ben avviata ditta di import-export.Nel 1870, dopo la morte del padre, Kavafis e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi a Liverpool.
Kavafis tornò ad Alessandria nel 1882.
Lo scoppio delle rivolte nel 1885 costrinse la famiglia a muoversi ancora, questa volta a Costantinopoli. In quell'anno stesso, però, Kavafis ritornò ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita.
Inizialmente lavorò come giornalista, ma poi fu assunto al Ministero egiziano dei lavori pubblici, dove lavorò per trent'anni.
Dal 1891 al 1904 pubblicò alcune poesie, che gli fruttarono una certa fama per tutta la vita. Morì nel 1933.
Dalla sua morte, la fama di Kavafis è cresciuta, e oggi è considerato uno dei più grandi poeti greci.

Poetica
Kavafis si dedicò molto a ridare vita alla letteratura greca sia in patria che all'estero. Le sue poesie erano solitamente concise, ma riportano molto bene rappresentazioni della realtà o delle società e degli individui letterari che ebbero un ruolo nella cultura greca.
L'incertezza nel futuro, i piaceri sensuali, il carattere morale e la psicologia degli individui, l'omosessualità e la nostalgia sono alcuni dei suoi temi preferiti.
Come un recluso, egli non fu mai riconosciuto durante la sua vita.
Oltre che i suoi soggetti, anticonvenzionali per l'epoca, le sue poesie mostrano anche un'abile e versatile arte, che viene spesso perduta nella traduzione delle sue opere. La sua poetica viene insegnata nelle scuole greche.
Kavafis nutrì per tutta la vita un senso di chiusura, di segregazione vergognosa e necessaria. Potenze oscure e indefinibili lo hanno murato "inavvertitamente" in una stanza buia, insieme figura della passione e della paradossale ascesi interiore e artistica cui essa lo spingerà, dove il poeta sa di non poter trovare una finestra aperta sul reale e sulla libertà, ed è al tempo stesso lambito dal pensiero angoscioso che l'impossibile finestra gli recherebbe la luce troppo cruda di scoperte ancora peggiori della presente oscurità. Nella solitaria penombra del suo appartamento di Alessandria, con le finestre sempre serrate e il lucore spettrale della lampada a petrolio e delle candele, Kavafis chiedeva alla memoria di ricondurgli i fantasmi della sua giovinezza, di un corpo, di un incontro, fissandoli in una preziosa e sottilmente malinconica rarefazione (talora in alagiche epigrafi funebri, secondo l'immagine di Brame), oppure in una condensazione di passione rinnovata e vittoriosa sull'oblio, specialmente quando è una nuova occasione per resuscitarne una passata, cosicché la ripetizione sospende, per un attimo, il tempo (La tavola accanto).
Già durante l'adolescenza Kavafis scoprì la propria omosessualità; nel lavoro introspettivo e nel fare poetico della maturità vi avrebbe letto e auscoltato i segni mitici delle proprie radici pagane, della libera, autosufficiente e luminosa sensualità precristiana (ellinikì idonì, «piacere greco»). Ma nel poeta opera con altrettanto diritto una coscienza cristiana «infelice», nelle oscure vesti della censura interiore: l'omoerotismo è «amore infecondo», è «lussuria» che ha bisogno di luoghi e contesti infami per accendersi e trovare compimento.
Kavafis ha una percezione inconfondibilmente tragica e classica del destino umano, sebbene si realizzi poeticamente con un'asciuttezza e un orrore spiccatamente moderni: la nostra inquietitudine guasta l'opera sublime e incomprensibile degli dèi (Interruzione); ci sforziamo di schivare una sorte che immaginiamo ineluttabile, ma il vero ineluttabile ci coglie di sorpresa, quando siamo ormai sfiniti nella nostra lotta di segno. La risposta all'ambiguità disperante di questa condanna universale si articola in possibilità diverse o piuttosto in modulazioni di una fondamentale rassegnata lucidità.
La gnome kavafiana recupera movenze antiche in desolate e quasi prosastiche cadenze di contemporanea amarezza, e sente classicamente la grandezza e la potenza come il massimo pericolo,
L'eroismo pregiato da Kavafis è la stoica benedizione di Antonio che saluta, sulla soglia della disfatta, l'Alessandria orgiastica e meravigliosa cui aveva avuto il privilegio di vivere e godere.
Splende nelle sue opere, con fiera e abbandonata vividezza, l'eroismo di un poeta che vince, nell'avventura di un eros difficile e segreto, i demoni del veto interno e esterno e sa estrarre dal fango dell'abiezione la perla minacciata dalla bellezza.

▪ 1945
- Carlo Borsani (Legnano, 29 agosto 1917 – Milano, 29 aprile 1945) è stato un militare italiano, decorato con la Medaglia d'oro al valor militare. Rimasto invalido, aderì alla Repubblica Sociale Italiana e venne ucciso da partigiani al termine della seconda guerra mondiale.
Figlio di un operaio, rimase orfano di padre in giovane età e visse per molto tempo in povertà. Con grandi sacrifici della madre riuscì ad iscriversi all'università, che però abbandonò nel 1940 per andare a combattere da volontario contro la Francia, guadagnandosi al termine della campagna una prima medaglia al valor militare. Poco dopo aver scritto l'inno del suo reggimento fu inviato in Albania in vista dell'attacco alla Grecia.
Seppur gravemente ferito durante un assalto, Borsani continuò la battaglia venendo colpito da un colpo di mortaio che gli scoperchiò letteralmente il cranio. Dichiarato morto nello stesso giorno (9 marzo 1941), riuscì a riprendersi sebbene rimase completamente cieco: a causa di questo episodio fu decorato con una medaglia d'oro al valor militare e fu dichiarato mutilato di guerra e grande invalido.
Dopo l’8 settembre 1943, Carlo Borsani si schierò con la Repubblica Sociale Italiana, divenne presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di guerra, in RSI otterrà l'erogazione della pensione anche per gli invalidi del lavoro, e direttore di un nuovo quotidiano, La Repubblica fascista, una direzione affidatagli direttamente da Mussolini.
Rimase sei mesi al posto di direttore, poi i suoi appelli a superare gli odii fratricidi gli valsero l’ostilità del tandem oltranzista Farinacci-Pavolini che ne chiese la testa al Duce.
Il suo ultimo editoriale su La Repubblica fascista, prima di essere licenziato, aveva come titolo "Per incontrarci", un'apertura di dialogo con chi stava dall'altra parte, rivolto agli antifascisti.
Trascorre la sera del 25 aprile 1945 con i Marò della Decima MAS e la notte all'Albergo Nord in Piazza della Repubblica dove, al mattino, rifiuta l'offerta di Borghese di un espatrio. Si rifugia all'Istituto Oftalmico, ma il 27 dopo una spiata è rinchiuso nei sotterranei del Palazzo di Giustizia. Nel pomeriggio del 29 aprile, insieme a don Calcagno, è condotto nelle Scuole di Viale Romagna e da lì in Piazzale Susa dove viene assassinato da un gruppo partigiano comunista con un colpo alla nuca.
Il suo cadavere gettato su un carretto della spazzatura, dopo aver girato per le vie dell'Ortica, Monluè e Città Studi, con il cartello "ex medaglia d'oro" giunse all'obitorio. Da lì fu portato e sepolto al cimitero di Musocco, nel Campo n. 10, allora "Campo dei Criminali di guerra" oggi chiamato anche "Campo dell' Onore" , fossa 1337 insieme a decine di caduti della Repubblica Sociale Italiana.
Opere
Liriche, Edizioni d'arte Amilcare Pizzi, Milano 1948.
Onorificenze
«Ferito tre volte durante tenace difesa per mantenere il possesso di delicata posizione, ancora degente all’ospedale, chiedeva ed otteneva di partecipare col proprio reparto a nuovo cimento. Assunto volontariamente il comando di un plotone moschettieri arditi, guidava i suoi fanti all’assalto di munita posizione nemica tenacemente difesa. Benché ferito alle gambe da una raffica di mitragliatrice, non desisteva dalla lotta e, nel generoso tentativo di spingersi ad ogni costo sull’obiettivo assegnato, restava più gravemente ferito al viso, agli occhi ed in varie parti del corpo da schegge di bombe da mortaio. Ricoverato in gravissime condizioni, conscio ormai che la vista era irrimediabilmente perduta, esprimeva solo il rammarico di dover desistere dalla lotta, confermando la sua fede e la sua piena dedizione alla Patria.»
— Quota 1252 di Allonaqiti (Fronte greco), 9 marzo 1941

- Tullio Calcagno (Terni, 10 aprile 1899 – Milano, 29 aprile 1945) è stato un pretr italiano, che collaborò con il fascismo e per questo fu fucilato dai partigiani alla fine della Seconda guerra mondiale.

L'infanzia e la gioventù
Nato da una famiglia povera di Terni il 10 aprile 1899, entrò in seminario all'età di 10 anni e nel 1924 divenne parroco nella città natale. Dal 1915 al 1918 lasciò il seminario perché venne arruolato nell'esercito durante la Prima guerra mondiale.
Fu inizialmente contrario alla firma del Concordato del 1929 da parte della Santa Sede, ma in seguito cambiò idea.

La collaborazione col fascismo
Si avvicinò al fascismo in occasione della Guerra in Etiopia, divenendo un grande sostenitore del regime italiano. Nel 1940 si schiera con i favorevoli alla guerra e nel giugno del 1943 pubblica senza approvazione ecclesiastica Guerra di Giustizia, libro all'insegna della fedeltà alla Patria e all'alleato tedesco, al di sopra di ogni contingenza.
La sua scelta politica finì con il metterlo in contrasto con la Santa Sede, soprattutto dopo l'armistizio di Cassibile e la nascita della Repubblica Sociale Italiana. La Convenzione di Ginevra vietava infatti agli stati neutrali, come la Santa Sede, di riconoscere una legittimità internazionale e diplomatica agli stati nati in occasione di conflitti bellici, come nel caso della RSI; Calcagno dissentiva con questa scelta, in realtà obbligata, e cominciò a distaccarsene nei comportamenti arrivando addirittura ad aderire alla RSI.
A partire da questa frattura con le autorità vaticane, iniziò a collaborare con riviste e quotidiani fascisti, come il Regime fascista, diretto allora dal gerarca Roberto Farinacci, segnalandosi subito per i suoi articoli molto aggressivi e attirandosi l'ostilità del vescovo di Cremona Giovanni Cazzani, che esortò i fedeli a diffidare di lui e lo sospese a divinis. Ma Calcagno, sostenuto in questo da Farinacci, anche lui in forte contrasto con il vescovo di Cremona, rispose fondando nel 1944 un nuovo giornale fascista, ancora più polemico dell'altro, cioè la Crociata Italica.
Dalle colonne del nuovo quotidiano, il sacerdote attaccò violentemente la politica della Santa Sede. Lo scontro divenne talmente aspro che Calcagno fondò un'associazione con lo stesso nome della testata che si proponeva l'obiettivo, radicale e velleitario, di un'imponente riforma della Chiesa cattolica che portasse alla creazione di una Chiesa cattolica autocefala, cioè indipendente da quella romana e con un primate italiano distinto dal papa: secondo lui, infatti, il sommo pontefice rivestiva un ruolo troppo universale per difendere adeguatamente gli interessi italiani.

La scomunica
Questo proponimento era troppo radicale per passare inosservato alle gerarchie cattoliche e il 24 marzo 1945, con il decisivo contributo dell'arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, don Tullio Calcagno fu scomunicato.
Un mese dopo circa fu fatto prigioniero da un gruppo di partigiani a Milano e fucilato a piazzale Susa. Trasportata su un carretto per la spazzatura, la salma fu inizialmente tumulata nel campo dei fucilati del Musocco, e poi fu in seguito traslata nel cimitero della sua città natale.

- Giuseppe De Monte (Ragogna, 1923 – San Daniele del Friuli, 29 aprile 1945) è stato un militare e partigiano italiano, medaglia d'oro al valor militare.
Arruolatosi volontario viene inquadrato a Firenze come aspirante motorista nel 7° Autieri, l'8 settembre si trovava a Formia, ritornato in Friuli, si unisce ad una formazione partigiana. Dopo aver dimostrato coraggio e spirito di iniziativa gli viene affidato il comando del battaglione "Gemona" inquadrato nella 3a Brigata Osoppo "Friuli".
Nei dicciannove mesi di battaglie aveva combattuto sulle rive del Tagliamento e lungo la rotabile Udine-Spilimbergo, tanto che nel luglio del 1944, il suo valore era stato premiato nel luglio del 1944 con un encomio solenne da parte del comando della Osoppo "Friuli" e il capo della missione alleata presente nella zona lo aveva proposto per una medaglia d'argento.
Il 29 aprile 1945 nel tentativo di fermare le violenze di una colonna di nazisti in ritirata viene ucciso.

- Hermann Otto Fegelein (Ansbach, 30 ottobre 1906 – Berlino, 29 aprile 1945) è stato un ufficiale tedesco delle S.S..
Da ragazzino lavorò nella scuola di equitazione del padre. Nel 1925 entrò nell'esercito mentre nel 1928 venne assunto dalla polizia di stato della Baviera: mentre si trovava a Monaco, aderì al Partito Nazista (ebbe la tessera 1.200.158). Inizialmente fece parte delle SA (1930), ma già dall'anno seguente militò nelle SS. Ebbe un buon rapporto con Heinrich Himmler, che lo soprannominò "ragazzo d'oro".
Ufficiale di cavalleria, comandò la prima brigata di cavalleria delle SS, che divenne la "Divisione Florian Geyer". Nominato ufficiale di collegamento delle Waffen SS al Gran Quartiere Generale del Fuhrer, Fegelein fu uno dei pochi gerarchi nazisti rimasti con Adolf Hitler nel bunker quando le sorti della guerra erano ormai compromesse.
Cognato di Hitler in quanto sposo dal 1944 di Margarethe "Gretl" Braun, sorella di Eva, tentò di abbandonare il suo posto durante l'accerchiamento di Berlino in abiti civili.
Venne scoperto, giudicato colpevole da un tribunale di guerra e fucilato nella notte del 28 aprile 1945 nonostante la cognata avesse implorato Hitler di salvarlo.
Il fratello di Hermann Fegelein, Gustav, era un oppositore del nazismo.

- Heinrich Müller (28 maggio 1900 – scomparso il, 29 aprile 1945) è stato un ufficiale tedesco, comandante dell'Amt IV del RSHA e della Gestapo dal 1939 fino alla sua misteriosa scomparsa il 29 aprile 1945.
Protetto di Reinhard Heydrich, Müller, già membro delle SS, avanzò di carriera dopo aver partecipato attivamente alla Notte dei lunghi coltelli il 30 giugno 1934. Come capo della Gestapo, Müller godeva di un immenso potere, e difatti rispondeva solamente a Heydrich, e dopo la morte di questi, a Ernst Kaltenbrunner.
Müller partecipò a moltissimi crimini perpetrati dai nazisti, specialmente dopo la decisione di attuare la "Soluzione finale", dopo la conferenza di Wannsee; difatti uno dei suoi diretti subordinati fu Adolf Eichmann, uno dei principali organizzatori e pianificatori dell'Olocausto.
Si presume che Müller sia morto nel 1945, ma nel 1963 la sua tomba venne aperta e fu trovata vuota. Moltissime sono le supposizioni circa la sua sorte.

- Giuseppe Solaro (Torino, 1914 – Torino, 29 aprile 1945) è stato un politico italiano. È stato Segretario provinciale di Torino del Partito fascista repubblicano.
Di modesta famiglia (il padre è operaio alle ferrovie), riesce con sacrificio a conseguire la laurea. Aderisce al Gruppo Universitario Fascista (G.U.F.) di Torino e combatte volontario nella Guerra di Spagna. Dal 1940 partecipa alla Seconda guerra mondiale come Ufficiale di complemento in artiglieria.

Repubblica Sociale Italiana
Dopo l'armistizio di Cassibile, lui, socialista, che era in contatto con Gino Barbero, responsabile del partito socialista clandestino, aderisce alla Repubblica sociale italiana per difendere l'onore d'Italia , ed è nominato segretario provinciale del Partito fascista repubblicano a Torino dal 1943 al 1945. In questo periodo segue con particolare attenzione l'attuazione dei decreti sulla socializzazione dei mezzi di produzione, promuovendo diverse iniziative tra i lavoratori (conferenze, stampa di opuscoli, ecc.) al fine di rendere noti i contenuti della nuova legislazione sociale di cui è convinto assertore. Denuncia a Mussolini, insieme al prefetto Zerbino, gli intrallazzi della Fiat e dei tedeschi che, insieme ai comunisti, boicotano ogni iniziativa sociale. Al momento del crollo militare segue personalmente le trattative con il C.N.L., non per la resa, ma per il passaggio dei poteri civili. Per evitare un bagno di sangue, ordina ai volontari fascisti di seguire i ventimila soldati che lasciano Torino. Lui resta in città, venendo catturato poco dopo. Ne segue un sommario ed iniquo processo,al termine del quale si decide d'impiccarlo due giorni dopo. Prima dell'esecuzione viene portato in processione per le vie cittadine ed umiliato dai partigiani presenti, poi viene impiccato una prima volta, ma il ramo si spezza e lui, ormai in stato di semi-incoscienza, viene impiccato per la seconda volta. Questo orrendo spettacolo avvenne in Corso Vinzaglio. Dopo questa tragica fine (e probabilmente immeritata, dato che non si era macchiato,a differenza di tanti altri, di colpe tali da meritare la morte), venne nuovamente portato in processione per le vie ed infine gettato nel fiume Po. Alla sua vicenda è dedicato il saggio Come ha saputo morire Solaro, (Edizioni 'La Legione', Milano, 1997), che ne celebra l'onestà personale ed il coraggio di fronte alla morte. Inoltre la sua vicenda è menzionata nel libro "Il sangue dei vinti" di Giampaolo Pansa. Contro queste testimonianze si pone invece in maniera assai decisa il ricordo di Giorgio Amendola, dirigente del PCI e comandante partigiano (vedi nel suo libro di memorie "Lettere a Milano", Editori Riuniti, Roma, 1973, pp. 572-573).

- Adriano Visconti di Lampugnano (Tripoli, 11 novembre 1915 – Milano, 29 aprile 1945) è stato un militare italiano. Fu, insieme a Franco Lucchini, il miglior asso dell'aviazione italiana durante la seconda guerra mondiale.
Adriano Visconti di Lampugnano nacque a Tripoli, figlio di Galeazzo Visconti di Lampugnano e Cecilia Dall'Aglio, emigrati in Libia in seguito all'occupazione italiana del 1911. Fu ammesso nella Regia Aeronautica il 21 ottobre 1936 dove conseguì il brevetto di pilota militare presso la scuola d'aviazione di Caserta (corso Rex). Proseguì il suo addestramento sul Breda Ba.25 e sull'IMAM Ro.41 e, nel 1939, fu assegnato alla 159ª Squadriglia del 50° Stormo d'Assalto (reparto specializzato nell'attacco al suolo).
Nel giugno del 1940, allo scoppio della guerra, Visconti fu trasferito con il suo reparto in Africa settentrionale, presso l'aeroporto di Tobruk, dove combatté volando sui Breda Ba.65 e sui Caproni Ca.310. Nel periodo giugno-dicembre 1940 fu decorato con due Medaglie di Argento al Valor Militare ed una Medaglia di Bronzo.
Nel gennaio 1941 Adriano Visconti fu trasferito alla 76ª Squadriglia del 54° Stormo Caccia Terrestre dove venne addestrato al volo sul caccia Macchi M.C.200, svolgendo poi servizio operativo sull'isola di Malta e nei cieli africani con il Macchi M.C.202. Il 29 aprile 1943, nel corso dell'ultimo grande scontro aereo prima della caduta della Tunisia, l'allora tenente Visconti guida dodici Macchi 202 del 7° Gruppo all'attacco di sessanta tra Spitfire e P-40. Visconti abbatte un P-40 e altri quattro sono accreditati ad altri piloti del 54° Stormo. Visconti è proposto per la concessione di una Medaglia d'Argento al valor militare che verrà concessa il 10 giugno 1948, tre anni dopo l'assassinio dell'asso italiano.
In seguito, promosso al grado di capitano, divenne comandante della 310ª Squadriglia Caccia Aerofotografica, specializzata nell'aero-ricognizione ed equipaggiata con Macchi M.C.205 in una speciale versione modificata a Guidonia.
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 Visconti aderì alla Repubblica Sociale Italiana e partecipò attivamente alla costituzione dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana al comandando della 1ª Squadriglia e, dopo essere stato promosso al grado di Maggiore nel maggio 1944, al 1° Gruppo caccia "Asso di bastoni".
Fino alla fine della guerra Visconti combatté difendendo l'Italia settentrionale dagli attacchi dei bombardieri anglo-americani utilizzando diversi tipi di aerei: Macchi M.C.202, M.C.205 e Messerschmitt Bf 109G-10. Il primo combattimento su quest'ultimo tipo di velivolo ebbe luogo il 14 marzo. Visconti, comandante del 1° Gruppo, con altri 16 Messerschmitt, intercettò, sul lago di Garda, una formazione di B-25 Mitchell del 321° Bomber Group, che rientrava dopo il bombardamento del ponte ferroviario di Vipiteno. I P-47 di scorta (del 350°Fighter Group) attaccarono a loro volta i Messerschmitt italiani. Visconti attaccò frontalmente il Thunderbolt del Flight Officer Walter Miller che aveva appena abbattuto il Bf 109G-10/AS "3-7" di uno dei suoi uomini, il sergente Domenico Balduzzo, che restò ucciso nonostante si fosse lanciato col paracadute, apertosi parzialmente. Ma lo stesso comandante del 1° Gruppo fu colpito e ferito al volto dalle schegge e costretto a lanciarsi. Il 15 marzo l'ANR attribuì a Visconti la vittoria e la segreteria inoltrò la pratica per richiedere il "Premio del Duce", le 5.000 che spettavano all'abbattitore di un monomotore. In realtà il P-47 dell'americano Eddy rientrò alla base di Pisa.
Il 29 aprile 1945, a Gallarate, Adriano Visconti firmò la resa del suo reparto, il 1° Gruppo caccia "Asso di bastoni" controfirmata da rappresentanti della Regia Aeronautica, del C.L.N.A.I., del C.L.N. e da 4 capi partigiani (tra i quali Aldo Aniasi "Iso", poi deputato e sindaco di Milano). L'accordo garantiva la libertà ai sottufficiali ed agli avieri del Gruppo, l'incolumità personale di tutti gli ufficiali, nonché l'impegno di consegnarsi alle autorità militari italiane o alleate, come prigionieri di guerra. Condotti a Milano nella caserma del "Savoia Cavalleria" tutti gli ufficiali, Visconti ed il suo aiutante, sottotenente pilota Valerio Stefanini, vennero separati dagli altri e alle 13:30 furono trucidati a raffiche di mitra alla schiena, sparate dai partigiani che occupavano la caserma. Il S. Ten. Stefanini cercò inutilmente di proteggere il suo comandante che, caduto in ginocchio, fu finito con alcuni colpi di pistola a bruciapelo.
I due ufficiali erano prigionieri di guerra e come tali protetti dalla Convenzione di Ginevra, infatti un partigiano di nazionalità russa fu indiziato per la morte dei due ufficiali, ma poi prosciolto perché il fatto venne ritenuto "atto di guerra", essendo avvenuto prima del 8 maggio 1945, data della fine ufficiale delle ostilità in Europa.
Visconti fu sepolto nel Cimitero di Musocco a Milano nel campo 10 insieme a numerosi caduti della Repubblica Sociale Italiana.
Nel Museo Nazionale dell’Aria e dello Spazio di Washington (U.S.A.) è stata sistemata, su segnalazione dell'Ufficio Storico dell'USAF, una foto di Visconti come "asso" dell'Aeronautica italiana.

Abbattimenti
Gli sono accreditate 26 vittorie aeree: 19 ottenute combattendo nella Regia Aeronautica (1940-1943) e 7 nell'Aeronautica Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945).

- Primo Visentin, soprannominato Masaccio (Poggiana, 17 dicembre 1913 – Loria, 29 aprile 1945), è stato un insegnante e partigiano italiano medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Nato il 17 dicembre 1913 a Poggiana di Riese Pio X da Umberto e Maria Martinello, braccianti, rimase presto orfano di padre morto sul fronte isontino durante la prima guerra mondiale a causa di un attacco febbrile.
La madre si risposò con Michele Quaggiotto, affittuario e quindi meno povero del marito precedente, ma non più agiato. Primo dunque trascorse la sua infanzia in condizioni economiche tutt'altro che agiate. Infatti, dal matrimonio tra Maria e Michele nacquero altri sei figli per cui Michele dovette emigrare in America per sfamare la propria famiglia. Primo Visentin iniziò la propria carriera scolastica presso le scuole comunali di Riese, per poi essere trasferito all'istituto per orfani di guerra di Vittorio Veneto, gestito da Mons. Bianchin.
Successivamente frequentò il ginnasio vescovile della città, indirizzando poi i suoi studi superiori all'ambito magistrale.Nel novembre del 1932 ricevette il suo primo incarico a Vallà di Riese: una classe terza elementare di 50 alunni.
Per lo zelo venne nominato segretario del Partito Nazionale Fascista nella sezione di Loria, ruolo che svolse dal 1936 al 1939. Tuttavia egli si rese ben presto conto dell'abisso tra la povertà della sua terra e della sua gente e lo strapotere della dittatura, al di la della propaganda di livellamento sociale che essa proponeva.
Fu il parroco di Loria, don Giuseppe Menegon, l'unica autorità a conservare la propria autonomia dal fascismo. Primo si dimise da questo suo ruolo per portare avanti gli esami universitari, giungendo alla laurea (110 e lode) con la tesi: La fortuna critica di Giorgione nel 1940, anno di inizio della guerra.
I primi 3 anni di guerra segnano per Primo un cambiamento. Insegna a Bergamo, Asolo, Venezia, subisce due chiamate alle armi e sua madre muore il 29 aprile 1942. Gravava ora su di lui il mantenimento dei suoi sei fratelli. In questo stesso periodo il suo professore Agostino Zanon dal Bo lo metterà in contatto con i primi nuclei antifascisti a cui per ora farà fatica ad avvicinarsi.
Lasciato l'insegnamento perché richiamato alle armi nel 1943, faceva parte del 32° reggimento d'artiglieria divisionale. Al momento dell'armistizio si rifugiò sul massiccio del Grappa e incominciò a organizzare i primi gruppi di partigiani.
Lui comandò le varie bande che si riunirono nel nome "Brigata Martiri del Grappa" ed era sempre in prima fila.
Il suo nome di battaglia era Masaccio, in ricordo del suo pittore preferito. Il 29 aprile mentre stava intimando la resa a un reparto tedesco fu ucciso da una raffica.
La sua morte secondo parte della critica è avvolta da un alone di mistero, in quanto alcuni sono propensi ad indagare la sua morte come dovuta ad un complotto dei partigiani stessi, o ad un risentimento tra questi.

- Achille Starace (Sannicola, 18 agosto 1889 – Milano, 29 aprile 1945) è stato un militare, politico e dirigente sportivo italiano. È stato segretario del Partito Nazionale Fascista e presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

L'episodio del Caffè Biffi
Il giovane Starace già nell'agosto 1914, mentre era seduto al caffè Biffi di Milano, ingaggiò una rissa contro manifestanti pacifisti, che portando al collo dei fazzoletti rossi e sventolando bandiere rosse, sfilavano nella Galleria gridando slogan contro la guerra. Starace, da solo, li aggredì gridandogli "Traditori d'Italia, non permetteremo che facciate dell'Italia una Svizzera di albergatori e di camerieri". Afferrata un'asta di una bandiera la spezzò e con quella affrontò coloro che gli venivano incontro. L'azione di Starace suscitò l'ammirazione degli altri avventori e i giornali diedero ampio risalto alla notizia.

Il dopoguerra - gli scontri in Alto Adige
Nel primo dopoguerra Starace divenne un fedelissimo di Benito Mussolini, tanto che sarebbe stato definito dallo stesso Duce per la sua fedeltà, "Il mastino della rivoluzione fascista".
Nel 1923 a Starace è affidato l'incarico di creare la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) di cui Starace sarebbe divenuto Luogotenente Generale. Nell'ottobre 1923 lasciò l'incarico di vice-segretario nazionale per assumere quello di comandante della Milizia di Trieste.
La sua fedele acquiescenza nei confronti dell'uomo di Predappio gli consentì di fare carriera, secondo molti ben oltre le sue capacità: il 7 dicembre 1931 fu nominato segretario nazionale del Partito Fascista, sostituendo Giovanni Battista Giuriati. Alle obiezioni mosse da altri gerarchi, che ne segnalavano il modesto acume, Mussolini rispose espressivamente: «... un cretino, sì, ma obbediente!».
In questa veste (di obbediente) operò per diffondere una capillare presenza del partito nella vita della società, coinvolgendo nella fascistizzazione le masse, in organizzazioni ed in manifestazioni che includevano ed inquadravano «fascistamente» i cittadini, dalla scuola elementare all'università, al dopolavoro.
Arrivato sul fronte greco, Starace partecipò alla Campagna italiana di Grecia dove nel 1941 fu ferito e rimpatriato. Il 16 maggio 1941 fu rimosso dall'incarico di Capo di Stato Maggiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, con comunicazione giunta da Mussolini tramite lettera. Le ragioni politiche del drastico allontanamento di Starace da ogni carica di rilievo debbono essere tuttora chiarite in sede storica. All'epoca si ipotizzarono alcuni commenti negativi relativi alle deficienze dell'esercito italiano palesatesi nella Campagna italiana di Grecia.

Gli ultimi anni
Nell'agosto 1943 il capo della polizia Senise fece arrestare Starace, che fu condotto a Forte Boccea (probabilmente per la sua qualità di alto ufficiale dell'esercito), venendo rilasciato poco tempo dopo. Il 23 agosto 1943 sono arrestati Muti, Bottai, Galbiati e Teruzzi, accusati di avere collegamenti sospetti con l'ambasciata tedesca.
Dopo l'8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana, nella quale, tuttavia, restò emarginato da ogni incarico politico di rilievo. Mussolini, anzi, si stancò presto delle sue lagnanze, espresse in missive inviate quasi quotidianamente come al tempo in cui, da segretario del Partito, inviava giornalieri rapporti. Con il sospetto che Starace fosse invischiato in qualche oscura trama massonica insieme a Badoglio fu arrestato ed internato nel campo di concentramento di Lumezzane dal 30 giugno al 9 settembre 1944. Liberato dopo qualche mese, Mussolini diede ordine che non gli fosse consentito avvicinarlo e che non gli venissero inoltrate le lettere che Starace proseguiva a scrivere.
….Starace restò quindi politicamente isolato e privo di grandi risorse economiche, in un modesto appartamento di Milano dove si coltivava un modesto orto, sostenuto economicamente dalla figlia e dalla Federazione fascista di Milano.

La fucilazione
La mattina del 28 aprile del 1945 Starace, uscito di casa in tuta da ginnastica si apprestava ai quotidiani esercizi quando, credendo di riconoscerlo, alcuni partigiani gli rivolsero la parola mentre si allontanava. "Starace, dove vai?" gli chiesero, per sentirsi rispondere placidamente: "Vado a prendere il caffé". Bloccato l'ex gerarca venne condotto in un'aula del Politecnico dove venne sommariamente processato e condannato a morte per fucilazione. Per l'esecuzione Starace fu portato in Piazzale Loreto dove nel frattempo erano stati appesi i cadaveri di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi. Non intimorito rivolse il saluto romano al Duce prima di cadere fulminato dal plotone di esecuzione.
Il cadavere fu in seguito appeso alla pensilina di una stazione di servizio, insieme agli altri corpi.

Starace nella vita quotidiana italiana
Volute con convinzione da Starace, furono infatti rese obbligatorie alcune forme con le quali il fascismo (o perlomeno Starace) si proponeva di caratterizzare la vita pubblica degli italiani. Queste pratiche quotidiane venivano rese obbligatorie e diffuse attraverso i fogli d'ordine del PNF, che furono raccolti dal giornalista Asvero Gravelli nel Vademecum di stile fascista.
Una delle più note è la sostituzione della stretta di mano (considerata una «mollezza» anglosassone) col saluto romano, codificato fin nell'angolatura del braccio teso, che doveva ergersi a 170 gradi dal busto, con le dita della mano tesa, unite. La "vecchia" stretta di mano divenne uso da perseguire, ed in uno dei suoi innumerevoli fogli scrisse: «"Dedito alla stretta di mano", ecco la nota caratteristica da segnare nella cartella personale di chi persista in questa esteriorità caratteristica di scarso spirito fascista.».
Seguirono l'uso del più virile «voi» al posto del «lei» nella lingua parlata e scritta e l'obbligatorietà dell'uso della divisa al sabato (il «sabato fascista») e alle feste. Starace istituì anche, per i gerarchi del Partito, periodiche manifestazioni ginnico - acrobatiche che prevedevano per i partecipanti l'esibizione in esercizi di prestanza e agilità sul tipo del salto nel cerchio di fuoco.
Stabilì le articolate forme del collettivo «saluto al Duce» (che lo stesso interessato avrebbe definito «una litania cui manca solo di risponder amen») e prescrisse che la parola «DUCE» si dovesse scrivere con tutte le lettere maiuscole. Più ancora, suggerì di decorare le facciate libere delle case con scritte riproducenti motti, slogan fascisti o il nome del Duce; intervenne perché nell'erigendo quartiere romano di San Basilio, una delle case popolari in costruzione (in realtà un gruppo di tre palazzine) avesse una pianta riproducente la parola «DVX», così che fosse «leggibile» dagli aerei in transito.
Propose anche di istituire l'obbligo di concludere tutte le lettere private con la frase «Viva il DUCE», ma Mussolini, ragionevolmente intuendo quale effetto sarebbe potuto scaturire nel caso di lettere non allegre, ad esempio di messaggi di condoglianze, oppure di comunicazioni poco gradevoli, categoricamente lo proibì, malgrado le sue insistenze. Fu invece d'accordo nell'iniziativa che prevedeva di lasciare le luci dello studio di Palazzo Venezia accese tutta la notte, così che i passanti potessero immaginare che Mussolini stesse lavorando anche di notte, qualunque ora fosse. Per non affondare nel ridicolo, però, pare che Mussolini incaricò un commesso di spegnere le luci dopo la mezzanotte.
Con la fase dell'autarchia, Starace sviluppò il progetto (già abbozzato da altri) di incrementare l'uso dell'orbace, una lana grezza e assai resistente prodotta in Sardegna, al posto dei tessuti tradizionali. La campagna dell'orbace, quanto meno, alimentò utilmente l'economia rurale dell'isola. Di orbace furono infatti le uniformi della Milizia e delle organizzazioni giovanili del regime.
Starace promosse inoltre una campagna per l'italianizzazione dei termini stranieri di uso comune. Astrusi sostantivi italiani rimpiazzarono quindi i corrispondenti stranieri, imponendosi ad esempio l'uso di «mescita» per bar, di «coda di gallo» per il cocktail, di «pallacorda» per il tennis, di «cialdino» per cachet, «arzente» per cognac e così via. Si arrivò al punto che il brano musicale St. Louis Blues fu inciso dal cantante genovese Natalino Otto con il titolo «Le tristezze di San Luigi».

Il lato tragicomico del fascismo
È ovvio indicare in Starace il catalizzatore principale delle energie della satira e dei lazzi popolari durante il fascismo. Le citazioni della prolifica penna staraciana sono innumerevoli, e la maggior parte di esse, intendendo per un momento astrarsi dalla tragicità dei momenti storici, sono a sé bastanti per rendere nozione di quanto Starace si fosse allontanato dal senso pratico nel suo perseguire un percorso propagandistico per il regime: « Chissà perché ci si attenda ancora a considerare la fine dell'anno al metro del 31 dicembre, piuttosto che a quello del 28 ottobre. L'attaccamento a questa consuetudine è indice di mentalità non fascista. »
«Alla parola "comizio" d'ora innanzi prego di sostituire la parola "raduno di propaganda". Il comizio ci ricorda tempi superati per sempre.»
L'aneddotica è vastissima. Invitato una volta ad un convegno di medici, Starace vi arrivò con un'ora di ritardo ed agli innascondibili brontolii dei convegnisti (non si sarebbero potute elevare proteste, dato il suo ruolo) replicò disarmante: «Fate ginnastica e non medicina. Abbandonate i libri e datevi all'ippica». Quest'ultima frase divenne immediatamente un modo di dire assai diffuso, tuttora utilizzato quando si desideri sollecitare qualcuno (ritenuto inadeguato) a cambiare programma o interessi.
Galeazzo Ciano spiegava l'odio che gli italiani riservavano a Starace precisando, salacemente ma non senza centrare il punto, che gli italiani «possono perdonare a chi fa loro del male», ma non «a chi rompe loro le scatole».
Si diceva infatti, a proposito del «bestiario» simbolico del fascismo:
«La lupa, che è vorace; l'aquila, che è rapace; l'oca, che è Starace».
Dopo la sua morte prese a circolare una sorta di filastrocca, che recitava: «È morto Starace, vestito d'orbace, di nulla capace, requiescat in pace». Un'altra variante di questa filastrocca, recitava: «Qui giace Starace /vestito d'orbace / in pace rapace / in guerra fugace / a letto pugnace», che richiama l'esortazione da lui rivolta ai compatrioti, secondo la quale «tutti gli organi del partito funzionano: devono funzionare perciò anche gli organi genitali»

▪ 1951 - Ludwig Wittgenstein (Vienna, 26 aprile 1889 – Cambridge, 29 aprile 1951) è stato un filosofo e logico austriaco, autore in particolare di contributi di capitale importanza alla fondazione della logica e alla filosofia del linguaggio.
L'unico libro pubblicato in vita da Wittgenstein, il Tractatus logico-philosophicus, è considerato una delle opere filosofiche più importanti del novecento. Le raccolte di appunti, le lezioni, i diari, le lettere - che costituiscono tutto il resto della sua vastissima opera (detta nel complesso 'il secondo Wittgenstein') - sono state pubblicate solo dopo la sua morte.

Aspetti generali
Ludwig Wittgenstein nacque a Vienna il 26 aprile 1889 da Karl Wittgenstein, un magnate dell'industria dell'acciaio dell'appena nata borghesia austriaca, e Leopoldine Kalmus, ultima di otto fratelli. I nonni paterni, Hermann Christian e Fanny Wittgenstein, erano ebrei convertiti al protestantesimo; sebbene la madre di Ludwig fosse per metà ebrea, i giovani Wittgenstein vennero cresciuti, blandamente, nella religione cattolica. Benché fosse cresciuto a Vienna e avesse rivendicato per tutta la vita le proprie origini austriache (fu nella stessa scuola Adolf Hitler, coetaneo ma 2 classi indietro), il nome di Wittgenstein è legato specificamente agli ambienti inglesi del Trinity College di Cambridge, dove egli studiò e collaborò subito attivamente con Bertrand Russell, dal 1911 al 1914, e dove ritornò nel 1929 per continuare le sue ricerche. Dopo essersi isolato in una capanna sui fiordi norvegesi per più d'un anno, eremo improvvisato, allo scoppio della Prima guerra mondiale (s'arruola volontario come soldato semplice in fanteria, quindi successivamente è promosso ufficiale di artiglieria), combatte sul fronte russo e su quello italiano (altopiano di Asiago), dove si guadagna diverse onorificenze e medaglie al valor militare. Vien infine imprigionato presso Trento nel 1918 ed internato per qualche tempo in un campo di prigionia a Cassino, per rientrare in Austria nel 1919. I suoi primi scritti sono profondamente influenzati dai lavori sulla logica dello stesso Russell e del logico tedesco Gottlob Frege, ma anche dalle opere di Schopenhauer e di Moore, oltre che, anche se in apparenza superficialmente, da Nietzsche.
Appena pubblicato, il Tractatus logico-philosophicus diventò punto di riferimento per il Circolo di Vienna al quale il filosofo austriaco non aveva mai aderito ufficialmente, pur frequentandolo, criticandone i fraintendimenti della sua opera.
Il pensiero di Wittgenstein ha profondamente influenzato lo sviluppo della filosofia analitica (in particolare la filosofia del linguaggio, la filosofia della mente e la teoria dell'azione) e gli sviluppi recenti della cosiddetta filosofia continentale. La sua opera ha avuto una certa eco anche oltre la filosofia strettamente intesa, in campi quali la teoria dell'informazione e la cibernetica, ma anche l'antropologia e altri settori delle scienze umane.
Wittgenstein è stato un pensatore anomalo per vari motivi (per la personalità, la condotta di vita, l'avversione alla filosofia tradizionale, il carattere spesso criptico ed enigmatico dei suoi scritti, il lungo silenzio), e la sua opera è oggetto di continue reinterpretazioni (spesso assai differenti tra loro).
Lo stesso titolo della sua opera, l'unica pubblicata dall'autore, può essere frainteso; significa che l'interesse è logico in una dimensione prioritaria. Infatti Wittgenstein rifiutò titoli consimili come logica filosofica (lettera a Ogden), intendendo affermare una priorità assoluta della logica e, insieme, l'idea che la logica è essenzialmente filosofica (si tenga conto che in quegli anni la logica aveva assunto valore matematico, soprattutto con Russell, Peano e Frege ) e come tale non ha bisogno dello specifico aggettivo. Il testo tuttavia riporta anche considerazioni filosofiche: ciò significa il trattino.
L'estrema analiticità e precisione del filosofo sono le cause di molte incomprensioni di questa grande opera che a differenza delle altre pubblicate dagli eredi non è affatto equivoca. Il metodo di numerazione di ogni gruppo di proposizioni rende l'interpretazione facile rispetto alla maggior parte delle opere pubblicate postume, le quali spesso oscillano nella metodologia di presentazione dei frammenti. Tale difficoltà ha contribuito a creare un'immagine oracolare e misteriosa del filosofo con tentativi di spiegazione esistenziali (ad esempio la sua omosessualità) o patologiche (è stata da taluni studiosi della biografia del filosofo austriaco avanzata l'ipotesi che questi potesse essere affetto dalla Sindrome di Asperger, versione "leggera" dello spettro autistico). Ma non bisogna moltiplicare gli enti oltre alla necessità.

Il primo periodo (il Tractatus)
Ebbe un'esperienza di cinque anni nella guerra, durante i quali portò a compimento la stesura del Tractatus. Dopo la pubblicazione del Tractatus, nella convinzione di avere risolto definitivamente "tutti" i problemi, come diceva il finale della sua prefazione, Wittgenstein abbandonò coerentemente la filosofia.
Lavorò come insegnante in una scuola elementare dove pubblicò il suo secondo e ultimo libro il Dizionario per le scuole elementari di solito molto trascurato dalla critica ma importante per stabilire la costanza degli interessi logici dell'autore, poi, per un breve periodo, come giardiniere in un monastero e infine come architetto per la costruzione della nuova casa della sorella a Vienna (all'edificio, seppur pesantemente alterato nella sua struttura e forma originale, è riconosciuto lo status di monumento nazionale). Ritornò alla filosofia accademica solo nel 1929, dopo essersi convinto che molte delle questioni affrontate nel Tractatus erano tutt'altro che risolte, anche dopo aver sentito una conferenza di Luitzen Brouwer, il matematico intuizionista, nel 1928, tuttavia il suo ritorno a Cambrigde rappresenta in questo periodo della sua vita un rifugio, per lui ebreo austriaco.

Il ritorno a Cambridge (le ricerche filosofiche)
Nel continuo vagabondare di Wittgenstein, l'università di Cambridge rappresenta un punto fisso. Vi fece ritorno più volte dopo aver compiuto viaggi in Norvegia, Russia e Irlanda. Fu proprio in quest'ultimo paese che ebbe modo di conoscere oltre a Russell, anche Ramsey, nonché Keynes che era il direttore dell'Università, e il suo discepolo Piero Sraffa (un economista torinese antifascista e per questo ospitato a Cambridge, ricordato successivamente nella Prefazione delle Ricerche filosofiche). Per l'ottenimento di una borsa di studio, scrive una serie di appunti, pubblicati postumi col titolo di Osservazioni filosofiche. L'opera tuttavia non contiene l'intera mole di scritti che Wittgenstein elaborò in questo periodo. Un'altra parte di essi è raccolta in due opere intitolate Grammatica filosofica e The BigTypescript.
Il motivo principale è che essi confluiscono nell'opera matura Ricerche filosofiche.
Capita che stessi pensieri siano ripetuti nelle tre opere. Ciò è dovuto al carattere ossessivo di composizione dei manoscritti, dato che Wittgenstein soleva ritagliare i pezzetti di scrittura e poi incollarli. In questi lavori, Wittgenstein compie il passaggio, in sostanza un reale cambiamento dal Tractatus. Mentre il Tractatus riteneva che la descrizione della realtà dovesse essere fatta nell'unica maniera rigorosa possibile e cioè dalla logica, disciplina che lui stesso aveva contribuito a chiarire con l'invenzione perspicua delle tavole di verità, in queste opere matura la critica alle posizioni che giustificano la matematica con la logica (Logicismo) ma anche alle considerazioni che determinavano l'esistenza di un unico specchio della realtà: il linguaggio logico definito ormai dai colleghi e amici come un aspetto della matematica.
Wittgenstein ha privilegiato sempre la logica, ritenendo che la matematica sia un metodo della logica. In sintesi, per Wittgenstein la matematica è un sottoinsieme della logica, mentre per Russell, Ramsey e Frege la logica è un sottoinsieme della matematica. Che il linguaggio sia di per sè logico, che bisogna attentamente ascoltare i suoi insegnamenti e che quindi non vi sia bisogno di un linguaggio ideale come molti avevano inteso il Tractatus compreso lo stesso Russell (nella sua prefazione al Tractatus); queste sono le convinzioni nuove che si presentano nelle Osservazioni Filosofiche, assieme a dei tentativi di mescolare la struttura logica con le sue caratteristiche costanti (e: ^, implica: ⊃, o: v ,non: ¬, per tutti: ∀, qualche: ∃) a quella del linguaggio comune; operazioni documentate in colloqui annotati da Waismann. Ad esempio, il particolare problema logico di rappresentare i colori nella notazione logica, scandisce il passaggio dall'ottica del Tractatus alla nuova impostazione delle Osservazioni filosofiche. Di fatto, ogni tentativo di rendere in proposizioni puntuali (altri dice atomiche) la gamma dei colori o più semplicemente un singolo colore (che però suppone tutta la gamma) è difficile, se non impossibile. In gioco infatti sta l'idea della contraddizione. Dal momento che il colore è anche lunghezza d'onda e quindi numero, ma è anche rapporto di lunghezze d'onda, si tratta della stessa difficoltà che si incontra nello stabilire che adoperare tre grammi di sale e adoperare cinque grammi di sale non sono atteggiamenti contraddittori una volta indicata la prima proposizione = p e la seconda = q. Ma se diciamo q ^ ¬ p le due proposizioni diventano effettivamente contraddittorie perché vorrebbero dire 5 e non 3. La cosa in matematica è assurda perché si dovrebbe esibire il 5 senza il suo contenuto di 3 cioè 2. Per i colori invece che devono essere presentati in spettro (il più semplice è quello del rosso, verde, azzurro) dobbiamo per forza dire - per rappresentare il rosso - anche :e non il verde e non l'azzurro -. E nemmeno si possono congiungere in matematica p e q intesi come colori (per fare ad esempio il giallo) perché ciò significa un altro dato in matematica: la somma.
La soluzione di questa difficoltà è stata possibile con l'informatica con array elastici che modificando il numero binario del rosso aumentano in modo corrispettivo il numero binario del verde e dell'azzurro. Questa problematica dei colori era già stata presentata in un articolo raccolto nel testo Osservazioni filosofiche ma continuerà come interesse autonomo in Osservazioni sui colori.
Altro problema rappresentativo è quello della generalità. Tutto e Qualche non possono essere trattati al solito modo delle tavole di verità. Qualche (∃) assomiglia ad una somma logica ma non lo è; Tutto (∀) assomiglia ad un prodotto logico ma non lo è. La generalità tutti (∀) non può trovare un impiego in matematica. Non esistono tutti i numeri appunto perché sono infiniti[4] Questi sono due dei tanti problemi che mettono in evidenza ad un'analisi attenta che logica e matematica divergono. Sono giochi linguistici diversi imparentati tra di loro ma non identici. Si dovrà riconoscere che queste critiche sono fatte all'insegna della logica, una logica più raffinata, più profonda e meno soggetta a dogmi assiomatici presenti anche nel Tractatus (seguendo l'insegnamento di Brouwer). Ma che la logica sia l'unica via di accesso alla realtà e che il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose (e la proposizione è un fatto), come recitava l'inizio del Tractatus rimane un guadagno irreversibile. Questo aspetto emergerà poi definitivamente nei Libri Blu e Marrone, due quaderni di appunti che Wittgenstein scrisse per i suoi studenti in occasione di due corsi universitari tenuti a Cambridge.
Nel libro Blu Wittgenstein lotta contro il desiderio di generalità che ci induce a cercare definizioni univoche del significato di una parola (sia essa la definizione ostensiva, o l'immagine univoca). Il desiderio di generalità è all'opera anche nel filosofo quando questo cerca a mo' di scienziato di definire le parole. Le parole sono indefinibili perché ogni volta assumono un aspetto diverso a seconda dell'accordo e non accordo di altre parole. Invece fidandoci dell'identità grafica delle parole il linguaggio costruisce analogie fuorvianti. Per esempio le espressioni "A ha un dente d'oro" e "A ha un mal di denti" sembrano analoghe ma sono invece differenti perché si può dire io sento il dente d'oro di A ma non si può dire che io sento il mal di denti di A. È questa la teoria dei giochi linguistici, poi tema centrale di molte sue successive riflessioni. Wittgenstein ha assunto volutamente la parola gioco perché di esso non esiste una definizione univoca e soprattutto perché esso ha anche fare con l'universo primitivo e pratico del bambino. In ultima istanza perché riferisce ad attività (come sono di fatto i giochi), allontanando l'idea che un gioco linguistico sia del tutto svincolato dell'attività reale.
Nel Libro marrone continua l'analisi dei giochi linguistici anche se subentra una sottile critica al concetto di somiglianza particolare, peculiare. La cosa è interessante nella misura in cui nella stessa definizione di gioco linguistico si parla di "somiglianze di famiglia". Wittgenstein qui pone in opera il significato della comunicazione umana per lo studio della quale Wittgenstein si improvvisa antropologo.
Cruciale è per esempio il criterio per il quale noi empiricamente confrontiamo esperienze simili. L'idea di Wittgenstein è che il "confronto" non è mai una prova univoca ma una serie di somiglianze che si sovrappongono. Come la gomena è fatta da molte fibre, ma la forza della gomena non è data da una singola fibra che la percorre tutta. Viene in opera cioè il fatto che in generale gli aggettivi logici come identico, uguale siano piuttosto da sostituire con simile, somigliante e viceversa. Inevitabilmente in questo libro si passa insensibilmente dai giochi linguistici a problemi di filosofia della psicologia e anche a problemi classicamente filosofici come idealismo e realismo. Ad esempio si critica (e forse si nega) qui l'ipotesi che il linguaggio possa venire dopo che si sia formato un pensiero. Sembra che Wittgenstein affermi che il pensiero nasca cioè con il linguaggio attraverso addestramenti empirici (tipo premi e punizioni). Tanto può bastare per capire l'ampiezza filosofica di queste riflessioni che solo un archivista a corto di termini potrebbe definire come filosofia del linguaggio. Se anche si è avvicinato questo modo al tema degli esperimenti mentali dovrebbe essere chiaro che non si tratta né di esperimenti reali e nemmeno di esperimenti psicologici.
Il cambiamento si definisce poi in quella che per certi versi è l'ultima opera di Wittgenstein, anche se, come tutte le altre, frutto di annotazioni e pensieri sparsi, in questo caso dal suo ritorno alla filosofia, fino al 1946, che egli voleva anche dare alle stampe ma che poi fu pubblicata ovviamente postuma, appunto le Ricerche filosofiche. In essa al progetto di una definizione del linguaggio ideale logico subentra definitivamente l'interesse per lo studio degli usi concreti e particolari della comunicazione umana.
Nelle Ricerche filosofiche, il linguaggio, come annunciato nel Libri Blu e Marrone, non è più inteso come il protocollo delle proposizioni elementari logicamente ordinate, ma un insieme di espressioni che svolgono funzioni diverse, nell'ambito di pratiche e regole discorsive differenti - Teoria dei giochi linguistici. Permane una continuità le due opere principali del filosofo austriaco, il Tractatus e le Ricerche. Un aspetto costante è il fondamentale interesse dell'autore per il linguaggio, e la sua concezione della filosofia: essa continua ad essere intesa come attività di chiarificazione del linguaggio.
Rimane poi, nel 'Tractatus' come nelle 'Ricerche', la pregiudiziale antimetafisica: la metafisica sorge, secondo Wittgenstein, "quando il linguaggio fa vacanza".
Per quanto riguarda l'etica, essa rimane una parentesi esclusiva del Tractatus, e poi, sempre nella medesima concezione, in una famosa Conferenza sull'etica che egli tenne nel 1929 agli Eretici di Cambridge. Anche se da essa mai Wittgenstein prese le distanze o tentò di eliminarla, ma ribadendo anzi ad ogni occasione l'afflato etico-mistico, di straordinaria complessità, della sua filosofia, seppur necessariamente rilegandolo nel campo dell'indicibile, come nel Tractatus.
Di particolare importanza, tra le sue opere tarde, sono il Della Certezza e le Osservazioni sulla filosofia della psicologia, nelle quali viene approfondita l'analisi del senso comune e degli schemi senso-motori che concorrono al linguaggio, la cui importanza, giammai messa da parte, viene affiancata dagli schemi percettivi ed interpretativi che la prassi lega nel concetto di vedere-come.
Sono infine da tener presenti le sue Osservazioni sui fondamenti della matematica, in cui chiarisce compiutamente il suo punto di vista su questa disciplina e il ruolo che essa gioca nell'economia di tutta la sua opera teoretica.
Morì a Cambridge, malato di cancro, mentre si trovava a casa di un amico. Un istante prima di perdere conoscenza, sussurrò ai presenti la sua ultima frase: "Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa".

Introduzione al pensiero. Spunti
A) Costituzione effettiva di mundus (così com'è), inteso come totalità di fatti-azioni (realtà mondana è pertanto ciò che ac-cade, ad-viene in eterno Divenire, quel che si percepisce materialmente tramite i sensi...).
B) Caratterizzazione d'immagini che ci facciamo dei fatti: che l'azione non è oggettivamente indifferente-obiettiva, ma sempre interpretabile. La realtà del mondo è ciò che io mi rappresento di esso, che trasformo quindi anche e soprattutto attraverso il pensiero (punto di partenza schopenhaueriano).
C) Caratteri precisi d'immagine linguistica dei fatti, cioè di proposizioni (forma logica, senso, V/F).
D) Definizione generale di proposizioni, in qualità di funzione di verità di proposizioni elementari.
E) Determinazione di ciò che può esser detto sensatamente nel linguaggio, di condizione di sensatezza di ciascun linguaggio.
Come dev'essere il mondo se le proposizioni del linguaggio debbono poter avere almeno un senso determinato: ricostruzione quindi di condizioni a priori di determinatezza del senso proposizionale che è sempre assunta come f-atto. Il Tractatus inizialmente elimina ogni mediazione conoscitiva tra linguaggio e mondo (neutralità epistemologica): identificazione quindi tra pensiero e linguaggio su proposizioni in quanto dotate di senso, cioè in quanto raffigurazione di fatti... si fa una netta distinzione tra problema epistemolgico e concetto logico. Determina poi come irrevocabilmente prive di senso tutte le proposizioni caratteristiche di metafisica, etica ed estetica: una tale mancanza di senso testimonia solamente dell'impossibilità di parlare di ciò che più importa (il Mistero, "deriva Mistica"... su ciò, non si può parlare!) Non è possibile formulare una teoria di linguaggio come fosse un tutto: è invero un insieme d'espressioni svolgenti funzioni assai differenti... i più disparati procedimenti di , suscettibili di perpetua innovazione e affatto NON disciplinati da regole date una volta per tutte. Le cosiddette condizioni per un uso sensato d'espressioni linguistiche vengono a dipendere dallo specifico Giuoco nell'ambito del quale l'espressione è utilizzata. Punto d'arrivo-vicolo cieco della primissima concezione filosofica di Wittgenstein (che cerca poi in tutti i modi di superarlo con le "riflessioni psicologiche") sembra essere di fatto una forma di Solipsismo senza certezze conclusive, molto simile in questo all'opera nietzscheana e poi heideggeriana (nei loro spunti orientaleggianti).

▪ 1975 - Sergio Ramelli (Milano, 8 luglio 1956 – Milano, 29 aprile 1975) è stato uno studente italiano, militante e fiduciario del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del MSI), vittima di un assassinio a sfondo politico avvenuto nel 1975 a opera di alcuni militanti della sinistra extraparlamentare legati ad Avanguardia Operaia. All’epoca del fatto diciottenne, era studente di chimica industriale all’ITIS “Ettore Molinari” di Milano.

Contesto scolastico
Nei primi mesi del 1975 l’ITIS “Molinari” di Milano, analogamente a quanto avveniva in molte scuole superiori e università italiane, era teatro di accesi scontri politici tra opposti estremisti di destra e di sinistra. L’edificio scolastico, risalente ai primi anni sessanta, non permetteva un adeguato controllo dell’ordine pubblico interno e, in ragione di ciò, si era guadagnato la reputazione di luogo a rischio, visti gli accesi contrasti politici che in esso avevano luogo. Infatti già nel novembre 1974 tre militanti di Avanguardia Operaia (tra cui Di Domenico) furono arrestati dalla polizia poiché trovati in possesso ciascuno di chiavi inglesi di notevoli dimensioni. Gli stessi ritornavano da un'aggressione in cui avevano ferito due persone a causa dell'acquisto di un giornale di destra da parte di uno dei due.
Nonostante che i pantaloni di Di Domenico fossero sporchi di sangue giustificò il fatto con la sua abitudine a mangiarsi la pelle attorno alle unghie. Al termine del breve dibattimento i tre furono assolti.
Le posizioni politiche di Sergio Ramelli, fiduciario del Fronte della Gioventù, erano ben note nell’istituto, in quanto da lui stesso più volte pubblicamente professate; esse gli procurarono due aggressioni in un breve lasso di tempo, che lo spinsero, nel febbraio 1975, a lasciare il “Molinari” per proseguire l’anno scolastico in un istituto privato: infatti, secondo quanto reso noto in seguito da sua madre, Sergio Ramelli, in un tema scolastico, espresse posizioni di condanna delle Brigate Rosse, aggiungendovi una nota di biasimo verso il mondo politico per il mancato cordoglio istituzionale verso la morte dei militanti padovani del MSI Mazzola e Giralucci (Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci), uccisi in un attentato delle Brigate Rosse avvenuto l’anno precedente (17 giugno 1974). Il tema, dopo essere stato sottratto al professore, fu successivamente apposto su una bacheca scolastica e usato come “capo d’accusa” in un altrettanto “processo” scolastico istituito contro Ramelli dagli altri studenti. Sergio Ramelli fu accusato di essere "fascista"

L’aggressione
Il 13 marzo 1975 Ramelli era di ritorno alla sua abitazione, in via Amadeo a Milano; parcheggiato il suo motorino poco distante, in via Paladini si incamminò verso casa. All’altezza del civico 15 di detta via Paladini Ramelli fu assalito da un gruppo di persone armate, si seppe in seguito, di chiavi inglesi, e colpito ripetutamente al capo; a seguito dei colpi ricevuti perse i sensi e fu lasciato esangue al suolo. Testimonianza resa durante il processo da Marco Costa:
«Ramelli capisce, si protegge la testa con le mani. Ha il viso scoperto e posso colpirlo al viso. Ma temo di sfregiarlo, di spezzargli i denti. Gli tiro giù le mani e lo colpisco al capo con la chiave inglese. Lui non è stordito, si mette a correre. Si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui. Lo colpisco un'altra volta. Non so dove: al corpo, alle gambe. Non so. Una signora urla: Basta, lasciatelo stare! Così lo ammazzate!" Scappo, e dovevo essere l'ultimo a scappare.»
Testimonianza resa durante il processo da Giuseppe Ferrari Bravo:
«Aspettammo dieci minuti, e mi parve un'esistenza. Guardavo una vetrina, ma non dicevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice:"Eccolo", oppure mi dà solo una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che grida: "Basta!". Dura tutto pochissimo...Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto. Fu così breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito . Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto.»
Pochi minuti dopo l’aggressione, un commesso vide il corpo coperto di sangue di Sergio Ramelli e allertò la portinaia del palazzo di via Amadeo dove il giovane abitava. La portinaia, riconosciuto Ramelli, avvertì la polizia e i soccorsi medici; un’autoambulanza portò d’urgenza Sergio Ramelli all’Ospedale Maggiore; lì fu sottoposto a un intervento chirurgico della durata di circa cinque ore allo scopo di ridurre i danni causati dai colpi inferti alla calotta cranica.
Nel corso dell’assemblea consiliare al Comune che fece seguito all’aggressione di Ramelli, l’allora sindaco Aldo Aniasi dovette fronteggiare una turbolenta seduta nel corso della quale, a fronte della condanna istituzionale di prammatica dell’aggressione e alle risentite stigmatizzazioni dell’accaduto dei partiti di destra, vi fu, tra il pubblico presente, chi applaudì alla notizia del fatto e rivolse fischi al rappresentante del MSI che aveva in quel momento la parola.
Il decorso post-operatorio di Sergio Ramelli fu caratterizzato da periodi di coma alternati ad altri di lucidità e aggravato da una sopraggiunta broncopolmonite; le complicazioni cerebrali comunque indotte dall’aggressione lasciarono i sanitari dubbiosi sul recupero delle piene funzionalità fisiche di Ramelli, segnatamente l’uso della parola. Tuttavia, la morte sopraggiunse 48 giorni dopo l’aggressione, il 29 aprile 1975.

Il funerale
Ai funerali, cui la Presidenza della Repubblica (carica all’epoca ricoperta da Giovanni Leone) partecipò inviando una corona di fiori, presenziò l’allora segretario del MSI Giorgio Almirante, e nel corso della celebrazione delle esequie quattro militanti di destra furono denunciati per apologia del fascismo in ragione dei saluti romani rivolti al feretro; successivamente, a cerimonia terminata, circa 30 giovani, inneggiando alla figura del Duce, cercarono di raggiungere una vicina sede del PCI, ma furono dispersi dalla polizia. A seguito dei tafferugli che nacquero dagli scontri con le forze dell’ordine altri tre militanti furono incriminati per manifestazione sediziosa e apologia del fascismo. Nel frattempo, dalle finestre delle aule della Facoltà di Medicina, che danno su Piazzale Gorini alcuni giovani con i volti coperti da fazzoletti rossi fotografano i partecipanti al funerale. Molte delle foto scattate quel giorno sarebbero poi state ritrovate nel cosidetto "covo di viale Bligny".

L'assalto al bar Porto di Classe
Il 31 marzo 1976 lo stesso servizio d'ordine di Avanguardia Operaia, che risulterà poi coinvolto nell'omicidio di Sergio Ramelli assaltò il bar Porto di Classe poiché considerato un abituale ritrovo della destra. Per l'occasione al servizio d'ordine di Avanguardia Operaia si aggregano anche i Comitati antifascisti. Il locale scelto fu devastato e incendiato, tutte le vetrine furono infrante e sette avventori furono feriti. Tre di essi furono ridotti in gravi condizioni e uno restò invalido per tutta la vita. All'assalto partecipò anche Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo.

L'omicidio Pedenovi
Il 29 aprile 1976, nell'ambito di una commemorazione organizzata da missini e neofascisti per ricordare Ramelli, un commando dei Comitati Comunisti Rivoluzionari uccise a sangue freddo Enrico Pedenovi, esponente milanese dell'MSI.

Le indagini - La pista studentesca
Le deposizioni dei testimoni portarono a dedurre che l'aggressione era stata compiuta da due persone, di cui una con una sciarpa bianca, entrambe sui 18-20 anni, con il supporto di un gruppo più grande di persone (8 o 10). Il commando aveva agito a piedi ed era fuggito verso via Venezian, in Città Studi.
Un passante, Ernesto De Martini aveva seguito alcuni membri del gruppo per qualche centinaio di metri. Una donna anziana aveva assistito alla scena, ma non fu in grado di dare una versione coerente della vicenda.
Le prime indagini portarono ad ipotizzare che gli esecutori dell'azione fossero studenti dell'Istituto Molinari, che la mattina prima avevano tenuto una manifestazione politica al provveditorato di Milano.
Vennero fermati una decina di giovani, e furono identificati tre studenti che avevano frequentato la stessa classe di Ramelli prima che quest'ultimo si fosse trasferito in un altro istituto scolastico.
I tre studenti vennero sospettati poiché non erano rientrati dopo la manifestazione.
Come già detto, Ramelli aveva avuto problemi per la sua militanza, fino ad essere stato "condannato" da una assemblea studentesca e all'atto della rinuncia agli studi presso l'istituto anche verso i genitori vi era stato un atto di intolleranza da parte di studenti. Nel quartiere, era noto col soprannome di Fascista.

Ricerche nei gruppi della sinistra extraparlamentare
La questura dopo alcuni accertamenti di rito ritenne i fermati estranei ai fatti, e continuò le indagini nell'ambito dei gruppi dell'estrema sinistra attivi nel quartiere di Città Studi, una zona in cui Ramelli era stato visto effettuare affissioni abusive di manifesti del Fronte della Gioventù.
Inoltre, il commando era stato seguito fino alla zona, dove probabilmente il gruppo aveva un supporto o una base.
Le indagini negli ambienti della sinistra più estrema portarono ad una flebile pista, che indicava negli assassini dei membri del collettivo del Casoretto, una piccola e poco rilevante organizzazione locale legata a Lotta Continua.
Durante un colloquio informativo con gli inquirenti il 3 novembre 1982, il militante di destra Walter Sordi (già noto alle forze dell'ordine per altri fatti) affermò che l'omicidio di Sergio Ramelli era stato considerato riconducibile al gruppo di sinistra noto col nome di Collettivo "Casoretto". Pertanto un commando dei NAR guidato da Gilberto Cavallini aveva deciso di ucciderne il capo Andrea Bellini. Secondo le testimonianze di Sordi, il commando dei NAR era effettivamente giunto a Milano ma il progetto non era stato portato a termine per mancanza di tempo. Sordi non portò prove a sostegno della colpevolezza del Collettivo "Casoretto", e la pista venne immediatamente abbandonata.
Subito dalle prime indagini, emerse come vi fosse dell'antagonismo tra gli "informatori" della polizia e il gruppo del collettivo, e la pista venne identificata come un vago tentativo di depistaggio.
Alcuni membri del collettivo tuttavia supportarono la tesi, fornendo informazioni imprecise o false. Anche l'alibi del principale indiziato del gruppo, tal Francesco Grasso, apparve agli inquirenti come un alibi di comodo per coprire qualcuno. Due giovani, i fratelli Bellini, furono interrogati, ma non convinsero i giudici: finirono in seguito per rifugiarsi in Bulgaria.
Solo anni dopo, durante l'interrogatorio a Mario Ferrandi e Ciro Paparo, due militanti di gruppi armati transitati per il Casoretto, emerse una ulteriore pista che indicava nel mandante la formazione di Avanguardia Operaia. I due non escludevano vi potesse essere uomini interni al collettivo, ma sostenevano che la matrice ideologica fosse legata ad Avanguardia. La tesi venne confermata da colloqui con altri esponenti di movimenti minori, ma intanto stavano emergendo le deposizioni dei pentiti di Prima Linea.

Il covo di viale Bligny
Le indagini rimasero quiescenti finché non vennero prese in carico dai giudici istruttori Maurizio Grigo e Guido Salvini.
Intanto, il giudice Guido Viola istruì alcune indagini per appurare le responsabilità di Avanguardia Operaia in altri fatti di violenza.
Nel dicembre 1985, durante le indagini sorte dalle confessioni di tre pentiti legati alla colonna bergamasca di Prima Linea, gli inquirenti rinvennero in un appartamento di Viale Bligny uno schedario contenenti dati di oltre 10.000 persone considerate militanti neofascisti, di organizzazioni rivali o comunque in qualche modo potenziali obiettivi di attentati. In particolare si ritrovano molte fotografie delle persone presenti al funerale di Sergio Ramelli corredate da schede personali sugli amici dello stesso e indicazioni circa il bar Porto di Classe. Oltre alle schede complete di descrizioni, abitudini, relazioni e contatti, vennero rinvenute 5.000 fotografie. Insieme a questo materiale, vi erano numerosi documenti relativi alla creazione delle Brigate Rosse nel 1977/1978, e materiale per l'addestramento militare.
Lo schedario, nato nei primi anni settanta ad opera di Avanguardia Operaia e poi passato ad altre organizzazioni (tra cui Democrazia Proletaria), era in possesso di Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo (cui era intestato l'appartamento), due militanti della sinistra extraparlamentare.

I pentiti bergamaschi
I tre pentiti erano Sergio Martinelli, Michele Viscardi e Maurizio Lombino. Martinelli in carcere coi due aveva saputo da Lombino che l'omicidio di Ramelli era stato causato da militanti da Avanguardia Operaia, e che una ragazza conosciuta da Lombino e all'epoca studentessa a Milano ne era stata coinvolta: rilasciò una deposizione a metà 1985, rendendo noti i fatti agli inquirenti.
Viscardi confermò la deposizione, e ricordò che la ragazza, nota solo col nome di Brunella, risiedeva in Svizzera.
Lombino infine confermò, dichiarando di aver saputo del fatto direttamente da esponenti del movimento e di aver avuto una ulteriore prova dalle parole di una studentessa di biologia con cui aveva una relazione all'epoca dei fatti. Lombino confermò il nome, ma non diede un cognome.
La donna venne identificata in Brunella Colombelli, che dopo essersi laureata era andata a lavorare come ricercatrice universitaria a Ginevra; tuttavia, a metà del 1985, Colombelli si trovava in Nicaragua per le ferie estive, ed era residente in Svizzera: le due cose rendevano impossibile il fermo e l'interrogatorio della donna.
Le indagini proseguirono all'interno del gruppo che costituiva le file di Avanguardia Operaia nel 1975: un esponente del movimento, Francesco Cremonese, confermò la struttura dell'organizzazione nell'Università degli Studi di Milano, che vedeva come capi Giovanni Gioele Di Domenico per la facoltà di Agraria, Roberto Grassi a Fisica e Marco Costa a Medicina, tutti sottoposti a Giuseppe Ferrari Bravo che teneva le redini dell'organizzazione.
Cremonese affermò che la squadra di Agraria era quella più attiva, ma che Ramelli era stato aggredito da un nucleo di studenti di Medicina, su ordine dei capi delle altre sezioni che volevano incoraggiare una maggiore partecipazione dell'appena ristrutturato ed ingrandito gruppo della facoltà medica.

I primi arresti
Approfittando di un rientro in Italia della Colombelli, Grigo e Salvini ne disposero il fermo il 14 settembre 1985.
Dopo un primo interrogatorio, venne accusata di favoreggiamento e falsa testimonianza, e trattenuta in Italia: in un secondo momento, affermò di aver assistito ad un discorso sul pestaggio del giovane, ma di non avervi partecipato.
Il 16 settembre, dopo una serie di deposizioni di Colombelli, vennero arrestati diversi ex-militanti di Avanguardia Operaia.

Il processo - Gli imputati
Il 16 marzo 1987 si cominciò la celebrazione del processo per gli assassini. Vennero imputati per i fatti dieci persone tra preparatori, mandanti ed esecutori.
Gli imputati furono:
▪ Claudio Colosio, Franco Castelli, Giuseppe Ferrari Bravo, Luigi Montinari, Walter Cavallari, Claudio Scazza: medici praticanti in diverse discipline, studenti all'epoca dei fatti. Ad essi si aggiunse Brunella Colombelli, unica donna tra gli accusati, divenuta ricercatrice
▪ Giovanni Di Domenico, al momento dell'arresto consigliere in forza a Democrazia Proletaria a Gorgonzola
▪ Antonio Belpiede, capogruppo del PCI a Cerignola (Foggia)
▪ Marco Costa, che con Ferrari Bravo gestiva l'archivio segreto.
Il gruppo era una parte del Servizio d'Ordine di Avanguardia Operaia nella facoltà milanese di medicina. Alcuni degli imputati vennero processati anche per altri tentati omicidi e violenze.
Secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti, i due aggressori sarebbero stati Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo, che avrebbero attaccato il giovane con delle chiavi inglesi. I due all'epoca appartenevano ad un ristretto gruppo noto come gli idraulici proprio per via delle grosse chiavi inglesi usate per compiere le aggressioni.
Di Domenico sarebbe stato il mandante e il pianificatore dell'azione, mentre Colombelli avrebbe avuto il ruolo di sorvegliante della vittima.
Castelli, Colosio e Montinari avrebbero dovuto sorvegliare la zona e dare l'allarme in caso di pericolo.
Gli altri avrebbero avuto ruoli variabili nella preparazione dell'azione e in altre violenze.
Le accuse comprendevano omicidio volontario, tentato omicidio, sequestro di persona, associazione sovversiva, danneggiamento. In tutto, per il caso di Ramelli, per la faccenda di via Bligny e per l'assalto ad un bar milanese costato tre feriti, vennero imputate 25 persone.

La celebrazione e le manifestazioni
Il ruolo di avvocato per la famiglia della vittima venne sostenuto da Ignazio La Russa, avvocato ed esponente di destra, all'epoca segretario provinciale missino.
Durante il processo, svoltosi regolarmente nonostante alcuni rinvii per questioni di salute del presidente della Corte d'Assise Antonino Cusmano e disguidi tecnici, Democrazia Proletaria istituì un piccolo presidio presso Piazza Fontana, raccogliendo circa cento persone mentre i vertici del partito presenziarono al processo.
In quei giorni le aggressioni a Milano contro missini proseguirono costanti. Il 17 aprile fu aggredito l'avvocato Cesare Biglia, allora consigliere provinciale del Movimento Sociale, che dovette subire in ospedale un delicato intervento chirurgico. La moglie che era insieme a lui fu ferita alla gamba. Il 18 aprile il sindacalista della CISNAL Francesco Moratti, ex combattente della RSI e invalido di guerra fu anch'esso ricoverato in ospedale dopo essere stato picchiato e lasciato in terra mentre i locali venivano dati alle fiamme. Anche un cameriere di nome Rodolfo Mersi, un panettiere di nome Rinaldo Guffanti e un giovane liberale Pietro Pizzorno, furono ricoverati in ospedale al reparto craniolesi dopo aver subito aggressioni con chiavi inglesi.
L'MSI al contrario svolse un corteo con circa 500 partecipanti che si concluse sotto casa di Ramelli, nel corso di questo vi furono intimidazioni e gesti provocatori che attrassero l'attenzione della stampa e di rappresentanti politici.
Il 28 aprile, un giorno prima che Ramelli morisse, un gruppetto staccatosi da un corteo della sinistra, si recò presso la casa della famiglia Ramelli dove fece delle scritte sui muri e affisse un manifesto in cui si minacciava il fratello Luigi Ramelli di fare la stessa fine di Sergio se non fosse sparito entro 48 ore.
Agli imputati, vista la loro posizione, fu concesso di recarsi in tribunale con mezzi propri e senza scorta delle forze dell'ordine, e fu permesso loro di uscire per lavorare durante i giorni di arresti domiciliari.
L'atipicità degli imputati suscitò molto interesse per la stampa, tanto che per consentire di presenziare a tutti i giornalisti accorsi venne concesso ad alcuni di loro di seguire il processo dall'interno di una delle celle presenti nell'aula.

Le dichiarazioni degli imputati
Antonio Belpiede, Giuseppe Ferrari Bravo e Giovanni Di Domenico si dichiararono estranei ai fatti (gli ultimi due ritrattarono in seguito), mentre Brunella Colombelli ammise di aver fatto parte della struttura del movimento, ma di non essere stata a conoscenza dei piani dell'omicidio né della sua organizzazione.
Castelli, Montinari, Colosio, Scazza e Cavallari invece, pentiti, confessarono l'operato scrivendo alla madre del giovane, chiedendo il perdono e offrendo e depositando presso un notaio un risarcimento di 200 milioni di lire. Il risarcimento fu rifiutato dalla donna.
Al processo gli aggressori dichiararono che intendevano causare leggere ferite al militante avversario, scelto a caso tra quelli della zona. La notorietà di Ramelli quale simpatizzate di destra aveva portato a lui.
L'azione era stata chiesta esplicitamente dal responsabile del servizio d'ordine della colonna di Avanguardia Operaia legata a Città Studi, Roberto Grassi (morto suicida prima del processo).
Il commando era stato aggregato tra alcuni degli aderenti al movimento Avanguardia Operaia, prendendo militanti che nemmeno conoscevano Ramelli: il gruppo nelle intenzioni era stato inviato per ferire il giovane causandogli qualche giorno di prognosi, ma la situazione era sfuggita di mano.
Dopo esser venuti a conoscenza del fatto che Ramelli fosse in coma, alcuni membri del commando tra cui Montinari (principale pentito al processo) smisero la militanza. Altri invece parteciparono lo stesso, alcuni mesi dopo, all'assalto del bar di Largo Porto di Classe, ritrovo abituale di simpatizzanti di destra.

Le condanne
Il 16 maggio 1987 la II Corte d’Assise di Milano, considerò Di Domenico assolto per insufficienza di prove, Cavallari estraneo ai fatti. Tutti gli imputati vennero ritenuti colpevoli di omicidio preterintenzionale: venne di fatto riconosciuta l'accettazione del rischio di uccidere insito nell'atto di violenza, ma non la volontarietà dell'atto.
Marco Costa ricevette 15 anni e 6 mesi di reclusione; Giuseppe Ferrari Bravo 15, entrambi per aver materialmente colpito Ramelli. Claudio Colosio ricevette 15 anni; Antonio Belpiede 13; Brunella Colombelli 12 (per aver indicato al commando di Avanguardia Operaia il luogo e l'ora in cui colpire); Franco Castelli e Claudio Scazza 11; 11 anche per Luigi Montinari.
Per le schedature ritrovate nel "covo di viale Bligny" e l'assalto al bar di largo Porto di Classe avvenuto pochi giorni dopo Ferrari Bravo e Di Domenico ricevettero rispettivamente ancora 11 e 10 anni.
La condanna non soddisfece il Pubblico Ministero, che contestò il rigetto del ben più grave omicidio volontario in favore dell'omicidio preterintenzionale, per cui venne depositato un ricorso.
Il 2 marzo 1989 la II sezione della Corte d’Assise d’Appello, presidente Renato Cavazzoni accolse le richieste del PM.
Nonostante l'accusa fosse mutata in omicidio volontario, venne tuttavia riconosciuta l'attenuante del concorso anomalo, che ridusse sensibilmente le pene.
Costa quindi passò da 15 anni a 11 e 4 mesi; Ferrari Bravo da 15 a 10 e 10 mesi; 7 anni e 9 mesi a Colosio invece che 15; 7 anni invece di 13 a Belpiede; 6 anni e 3 mesi a Castelli, Colombelli, Montinari e Scazza invece degli 11 o 12 iniziali.
Insoddisfatta, la parte civile ricorse in Cassazione per ottenere il riconoscimento della premeditazione e quindi un aggravio delle pene. Il 22 gennaio 1990 la I sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale rigettò la richiesta e i ricorsi della difesa, confermando le sentenze di secondo grado.
Costa e Ferrari Bravo tornarono in carcere, anche per via delle condanne aggiuntive a quella per Ramelli, mentre gli altri imputati poterono usufruire di un condono e di pene alternative per via della loro condizione sociale e della loro ridotta pericolosità.
Durante il processo fu emessa una condanna anche a danno di Saverio Ferrari, membro della segreteria nazionale e addetto stampa di Democrazia Proletaria e all'epoca a capo della struttura universitaria di Avanguardia Operaia.

▪ 1979 - Lucio Mastronardi (Vigevano, 28 giugno 1930 – Vigevano, 29 aprile 1979) è stato uno scrittore italiano.
Lucio Mastronardi nasce a Vigevano da madre lombarda, maestra elementare, e da padre abruzzese di Cupello provincia di Chieti, ispettore scolastico messo anticipatamente a riposo per le sue idee politiche dal Ministero della Pubblica Istruzione. A causa del carattere spigoloso e poco incline alla disciplina, dei trascorsi politici del padre, di un prevenuto ostracismo e silenziose (ma per questo non meno gravi) discriminazioni provenienti dall'interno del mondo della scuola, il percorso scolastico del giovane Mastronardi risulta oltremodo difficoltoso; dopo varie vicissitudini e una momentanea iscrizione al Ginnasio Cairoli passa alle magistrali e consegue da privatista il diploma di maestro elementare.
Mastronardi insegna per un breve periodo in forma precaria come supplente nella scuola carceraria di Vigevano, nel 1955 diventa insegnante di ruolo con incarichi nelle scuole elementari prima a Casorate Primo e poi a Vigevano. Raggiunta con il lavoro fisso di maestro una tranquillità economica, Mastronardi si dedica con entusiasmo a scrivere di narrativa, nella quale intimamente si sente più appagato, e nelle pagine del Corriere di Vigevano gli viene pubblicato Quattro racconti; intanto inizia a scrivere le bozze del suo primo romanzo, conosce Elio Vittorini il quale vede nel giovane Lucio ottime qualità di narratore, incoraggiandolo a proseguire la stesura del romanzo Il Calzolaio di Vigevano, che viene poi pubblicato nel 1959 sul primo numero del Il Menabò, rivista letteraria a circolazione ristretta per addetti ai lavori che procura a Mastronardi attenzione e considerazione dalla critica; si ricorda in particolare una favorevole recensione di Eugenio Montale sul Corriere della Sera del 31 luglio 1959.
Il romanzo, ripreso in seguito e pubblicato per la casa editrice Einaudi nella collana i Coralli, è il primo di tre libri di una trilogia vigentina; seguiranno Il maestro di Vigevano finito di scrivere nel 1960 e pubblicato due anni dopo grazie alle referenze questa volta di Italo Calvino, e Il meridionale di Vigevano terminato nel 1963 e pubblicato nel 1964.
Le storie ben delineate, il ritratto crudele e spietato della “capitale della calzatura” inserite in seguito nella sceneggiatura del film Il maestro di Vigevano di Elio Petri con Alberto Sordi suscitarono polemiche molte accese, non solo in ambito locale, e qualcuno con un po’ di cattiveria mista ad un crudo realismo, trovando delle affinità caratteriali con i personaggi di Giovanni Verga, definì la trilogia i Malavoglia del boom economico italiano.
Mastronardi inizia una proficua collaborazione con il quotidiano L'Unità, ma la notorietà e la grande considerazione della critica, non vanno di pari passo con il suo instabile e suscettibile carattere, molto litigioso; in uno dei suoi spostamenti con il treno litiga con un ferroviere, viene arrestato e condannato a due anni di manicomio criminale in contumacia. In seguito trasferito ad Abbiategrasso, dispensato dall'insegnamento, relegato ad un lavoro non molto soddisfacente di segreteria, chiede e viene subito accontentato, di essere trasferito come bibliotecario a Milano.
L'arrivo a Milano sembra giovare alla sua instabilità emotiva, gli ritorna la voglia di scrivere e con la casa editrice Rizzoli pubblica il racconto, La ballata del vecchio calzolaio (1969) e il suo ultimo romanzo, A casa tua ridono (1971), seguono la raccolta di racconti L’assicuratore (1975) e Gente di Vigevano (1977) che raccoglie i primi tre romanzi e due racconti estratti da L’assicuratore.
Mastronardi quando nel 1972 viene richiamato ad insegnare di nuovo ad Abbiategrasso, innervosito, si scaglia con virulenza contro il direttore scolastico; il diverbio gli costa, dopo la denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, la prigione: tre giorni nel carcere di San Vittore, quattro mesi con la condizionale, ma anche una profonda prostrazione che porta a peggiorare il suo già instabile equilibrio mentale.
Nel 1974, dopo un periodo di lucidità dove aveva trovato il modo anche di sposare una collega, tenta il suicidio gettandosi dal balcone di casa, e nemmeno la nascita nel febbraio del 1975 della figlia riesce a dare un valore alla sua vita e placare il senso d'inquetitudine che lo perseguita.
Mastronardi viene ricoverato al Policlinico di Pavia nel dicembre 1978 e dopo aver appreso di una diagnosi non rosea di neoplasia polmonare, si allontana disperato quasi fuggendo dall'ospedale; il 4 gennaio 1979 fa pervenire una lettera alla Rizzoli, nella quale informava la casa editrice di aver terminato la stesura di un romanzo, mai ritrovato e rimasto fino ad oggi inedito.
La mattina del 24 aprile 1979 esce per una passeggiata, ma non ritorna a casa: alcuni testimoni affermano di aver visto lo scrittore passeggiare avanti e indietro sul ponte del Ticino, le ricerche si focalizzano sul fiume e la domenica dopo il 29 aprile, il suo corpo esanime venne ritrovato sul greto del fiume da un pescatore.

▪ 1980 - Sir Alfred Joseph Hitchcock (Leytonstone, 13 agosto 1899 – Los Angeles, 29 aprile 1980) è stato un regista inglese. È conosciuto, grazie ai suoi capolavori gialli, come «maestro del brivido».
Terzogenito di William, il piccolo Alfred è un bambino pauroso e solitario, con pochi amici: questi elementi, assieme alla avversione per la polizia (maturata in seguito ad un episodio della sua infanzia che lo vede rinchiuso per punizione in un commissariato) saranno molto presenti nei suoi film.
Riceve una rigida educazione religiosa, la sua famiglia è una delle rare famiglie cattoliche dell'Inghilterra, e viene mandato a frequentare il Collegio di Saint Ignatius, alla morte del padre abbandona il collegio proseguendo gli studi presso la scuola di Ingegneria e Navigazione laureandosi.
Da giovane Hitchcock è attratto molto dal mondo del crimine: collezionava saggi ed articoli ed era solito visitare continuamente il museo del crimine di Scotland Yard.
Trova il suo primo lavoro nel 1915 come disegnatore presso la Henley telegraph and cable Company, ma la sua prima occupazione nel mondo del cinema la ottiene nel 1920 presso un nuovo studio londinese, dove disegna i titoli di testa per film durante i due anni successivi.
Nel 1923 Hitchcock è assunto dalla Gainsborough Pictures dove si occupa di tutto, dalla sceneggiatura, ai disegni, dai titoli alle scenografie fino al montaggio e all'aiuto regia.

Periodo inglese
Finalmente, nel 1925 gli viene affidato il suo primo film da regista: The Pleasure Garden girato in parte sul Lago di Como.
Nel 1926, Hitchcock sposa Alma Reville. La moglie collaborerà come sceneggiatrice a molti dei suoi film. Alma e Alfred avranno una figlia, Patricia (1928) che collaborerà come attrice in alcuni dei film del padre.
Nello stesso anno gira il suo 2° film The Mountain Eagle, andato perduto. Il suo primo vero film di successo è Il pensionante, dove affronta per la prima volta una delle sue tematiche ricorrenti: l'innocente accusato ingiustamente di un crimine (lo ritroveremo in film più famosi quali Intrigo internazionale o La donna che visse due volte,...). Nel 1929, Hitchcock dirige Ricatto, suo primo film sonoro. Negli anni successivi dirige una serie di film di successo come L'uomo che sapeva troppo, Il club dei trentanove, Giovane e innocente e La signora scompare.

Periodo americano
Diventato ormai il regista di punta del cinema inglese, nel 1940 viene chiamato a Hollywood da David O. Selznick, il produttore di Via col vento. Inizialmente Hitchcock deve dirigere un film sulla tragedia del Titanic, ma gli preferisce un altro soggetto, tratto dal bestseller di Daphne Du Maurier, Rebecca, la prima moglie che vince l'Oscar come miglior film dell'anno.
Nel giro di pochi anni dirige una serie di film indimenticabili: da Il sospetto a L'ombra del dubbio, da Io ti salverò a Notorius, l'amante perduta. All'inizio degli anni cinquanta passa alla Warner, con cui gira Delitto per delitto e La finestra sul cortile.
Nel 1955 inizia a produrre e a girare alcuni episodi del famoso telefilm Alfred Hitchcock presenta. Dopodiché una serie ininterrotta di capolavori: Il delitto perfetto, Caccia al ladro, L'uomo che sapeva troppo (remake dell'omonimo film del 1934 diretto dallo stesso Hitchcock), La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Psycho e Gli uccelli.
Nel 1976 gira il suo ultimo film, Complotto di famiglia. La mattina del 29 aprile 1980 muore stroncato da un infarto a Los Angeles all'età di 81 anni, avendo vissuto quasi un secolo di storia del cinema e attraversato tutte le tappe principali del mondo del cinema. Con la sua morte rimane incompiuto il film che avrebbe dovuto chiamarsi La notte breve (The Short Night).

Il cinema hitchcockiano
Il MacGuffin

Il MacGuffin è un artificio introdotto nello svolgimento della trama del film, di scarsa rilevanza per il significato della storia in sé, ma che è necessario per sviluppare certi snodi fondamentali della trama. Si tratta di un concetto del tutto peculiare nel cinema di Alfred Hitchcock e viene descritto dal regista in una piccola storiella, nel celebre libro-intervista con François Truffaut:
Due viaggiatori si trovano in un treno in Inghilterra. L'uno dice all'altro: «Mi scusi signore, che cos'è quel bizzarro pacchetto che ha messo sul portabagagli? — Beh, è un MacGuffin. — E che cos'è un MacGuffin? — È un marchingegno che serve a catturare i leoni sulle montagne scozzesi. — Ma sulle montagne scozzesi non ci sono leoni! — Allora non esiste neppure il MacGuffin!».
Considerando il film come uno spettacolo di per sé e non già come una copia conforme della realtà, e potendo sacrificare talvolta anche la verosimiglianza della storia, Hitchcock si serve, dunque, di questo espediente per manipolare lo spettatore e per far sì che si immedesimi nella stessa paura provata dall'eroe o dall'eroina del film.
Il MacGuffin («scappatoia, trucco, espediente», come lo definisce il regista) è un elemento della storia che serve come inizializzazione o come giustificazione ma che, di fatto, si manifesta senza grande importanza nel corso dello sviluppo della trama del film.
Alcuni esempi di MacGuffin:
▪ In Psycho (1960) il MacGuffin è rappresentato dal denaro sottratto da Marion al suo datore di lavoro all'inizio del film; l'episodio costituisce un pretesto narrativo per condurre Marion al motel di Norman Bates; quest'ultimo la ucciderà non sapendo nemmeno dell'esistenza del denaro.
▪ In Notorius (1946), il MacGuffin è l'uranio contenuto nelle bottiglie di vino. È il motivo per cui la storia si sviluppa ma non è importante che nelle bottiglie ci sia necessariamente dell'uranio. Infatti, durante la realizzazione del film si era discusso di sostituire l'uranio con dei diamanti.
▪ In Intrigo internazionale (1959), il MacGuffin è la non meglio precisata informazione segreta di cui avrebbe dovuto essere a conoscenza Caplan, l'uomo per cui è scambiato Roger Thornhill (Cary Grant). Grant, per gran parte del film cerca di trovare il fantomatico Caplan senza capire che in realtà non esiste.

La suspense
La suspense, ben distinta dalla sorpresa (più caratteristica del genere horror) ed a cui Hitchcock la preferisce, è ottenuta grazie ad uno scollamento tra ciò di cui è a conoscenza lo spettatore e ciò di cui è a conoscenza il personaggio sulla scena; lo spettatore si trova così in uno stato di ansiosa attesa, spesso rinforzata da temi musicali accentuati, ombre o luci particolari.
Mentre nel cinema horror l'effetto sorpresa consiste nel far apparire improvvisamente un qualcosa (o un qualcuno) che lo spettatore non si attende, nei film di impronta hitchcockiana l'effetto ansiogeno e di paura dello spettatore sono commisurati al grado di consapevolezza o di incoscienza del pericolo che grava sul personaggio.
Esempio paradigmatico è La finestra sul cortile, in cui soltanto chi guarda il film vede il vicino di casa sospetto uscire di notte con una donna, mentre il personaggio Jeffrey in quel momento sta dormendo. Allo stesso modo, in Psycho, lo spettatore, mentre il detective sale le scale della casa di Norman, vede la porta aprirsi, riuscendo quindi a prevedere l'omicidio del malcapitato.

Le apparizioni
Caratteristica comune a quasi tutti i film di Hitchcock, ad eccezione di quelli girati in Inghilterra nel periodo giovanile, è la sua presenza in almeno una scena. Il regista riferì che all'inizio della sua carriera si prestava per presenze casuali, laddove ci fosse stato bisogno di una comparsa; successivamente, le sue apparizioni cameo divennero una consuetudine scaramantica e, infine, una specie di gioco per gli spettatori, che, a ogni uscita di un nuovo film, dovevano cercare d'individuare in quale inquadratura si fosse nascosto. Memorabili gli espedienti usati per le apparizioni nei film "claustrofobici", in cui il set era interamente costituito da un'unica scena ed era difficile inserire una "comparsata": ad esempio, ne I prigionieri dell'oceano, tutto girato su una barca di naufraghi, compare in una fotografia sulla pagina di un giornale; analogamente, ne Il delitto perfetto, che si svolge quasi per intero all'interno di un appartamento, lo si può riconoscere in una fotografia di compagni di scuola mostrata dal protagonista. Anche Nodo alla gola è un altro film girato tutto in un appartamento e qui appare due volte: nella prima inquadratura attraversa una strada con una donna e poi in maniera virtuale mediante un'insegna al neon che riproduce il suo profilo, posta sul tetto dell'edificio di fronte. In Intrigo internazionale appare come passeggero che non riesce a salire su un autobus alla fine della sigla iniziale. Ne La finestra sul cortile invece appare in una scena insieme al musicista che suona al pianoforte, proprio di fronte l'appartamento di James Stewart. In Caccia al ladro invece appare come passeggero a bordo dell'autobus, seduto accanto a Cary Grant.

Il linguaggio cinematografico
Hitchcock era uno dei pochi registi che arrivava al momento di girare con degli storyboard dettagliatamente disegnati da lui stesso ma, pur nel rigore dei suoi lavori minuziosamente studiati, è stato un geniale sperimentatore di linguaggi visivi nuovi: basti pensare alla sequenza onirica di Io ti salverò, al montaggio della famosa scena della doccia in Psycho, che si compone di ben 70 inquadrature in soli 45 secondi di durata. Nodo alla gola si svolge apparentemente senza tagli di montaggio: in realtà i tagli ci sono (dovuti necessariamente alla durata di un rullo di pellicola che all'epoca era all'incirca di dieci minuti), ma sono abilmente mascherati da movimenti della macchina da presa o degli attori che vi passano davanti. Le zoomate improvvise sui volti dei protagonisti, o le inquadrature in soggettiva di immagini distorte o turbinanti, che oggi sembrano banalità, sono invenzioni registiche di Hitchcock, così come l'effetto ricavato combinando una carrellata all'indietro con lo zoom, usato in La donna che visse due volte per dare il senso di vertigine.
In un'epoca in cui gli effetti speciali non erano all'avanguardia come ai giorni nostri, le sue innovazioni, anche apparentemente banali come la lampadina nascosta nel bicchiere di latte, ne Il sospetto, per attirare meglio l'attenzione dello spettatore, hanno costituito modelli irraggiungibili nella loro perfezione tecnica e nella resa narrativa del lavoro cinematografico.

Le donne
In molti film di Hitchcock si rivela l'ossessione del regista per una figura femminile tipica: si tratta di solito di una giovane donna alta e bionda, dai lineamenti sottili e dall'aspetto rassicurante, che quasi sempre si rivela un personaggio ambiguo e malvagio come, ad esempio, Melanie Daniels de Gli uccelli o Madeleine de La donna che visse due volte. Infatti le sue attrici predilette erano Grace Kelly e Ingrid Bergman
Alla base di questa ossessione sembra ci fossero i rapporti difficili con le donne del giovane Alfred che, almeno fino ai 20 anni, resterà un ragazzo molto solitario.
Inoltre, in Hitchcock è sovente presente l'analisi della figura materna, posta in contrapposizione con i figli, presenza incombente e inquietante: emblematiche le figure della madre che ha paura di essere abbandonata dai figli ne Gli uccelli e della madre di Norman Bates in Psycho che instaura con il figlio un rapporto parossistico che tanta rilevanza ha nel crudo svolgimento del film.

Il cibo
Complessato per il suo peso, ereditato dal padre amante della buona tavola, Hitchcock soleva invitare a pranzo gli attori e le maestranze che lavoravano con lui durante le riprese, per approfondirne la conoscenza e discutere del film davanti a una tavola riccamente imbandita. Era un tipo molto preciso ed abitudinario, quando girava un film era solito pranzare alle 12.00 e se a quell'ora il cibo non era in tavola la segretaria doveva chiamarlo per tranquillizzarlo.
Nei suoi film il cibo ha un ruolo importante: ad esempio il desiderio di Norman Bates per Marion Crane in Psycho aumenta quando usa il pretesto di portarle dei sandwich per poter parlare con lei.
L'invito a cena rappresenta spesso il desiderio, da parte di uno dei personaggi, di approfondire la conoscenza e di andare oltre, come, ad esempio, in La donna che visse due volte, quando Scottie invita Judy o come ne Gli uccelli, dove Mitch invita Melanie; celebre infine, la battuta con cui Jeffry apostrofa Lisa ne La finestra sul cortile, quando la donna gli serve la cena: «Perfetta, come sempre».

Altri temi ricorrenti
Oltre alle donne e al cibo, altre tematiche ricorrono sovente nel cinema di Hitchcock:
▪ il doppio, inteso come scambio di persona (ad esempio in L'ombra del dubbio, Delitto per delitto, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale), che raggiunge il suo apice nel patologico Norman Bates in Psycho.
▪ la persona accusata ingiustamente: ricorre in Il ladro, Delitto per delitto, Il club dei trentanove, Sabotatori, Io confesso, Il peccato di Lady Considine, Paura in palcoscenico, Intrigo internazionale, Frenzy, Il delitto perfetto, Io ti salverò ed in moltissimi altri.
▪ la psicoanalisi: in Io ti salverò, Psycho, Marnie, Nodo alla gola.
▪ il treno: in L'ombra del dubbio, Il club dei trentanove, Intrigo internazionale, Delitto per delitto, La signora scompare, L'agente segreto, Il sospetto, Io ti salverò.
▪ il mare: in Rebecca, la prima moglie, Prigionieri dell'oceano, Sabotatori, La taverna della Giamaica, Gli uccelli (qui però la scena si svolge in un lago), Caccia al ladro
▪ i personaggi appesi ad un edificio: in Caccia al ladro, La donna che visse due volte, La finestra sul cortile, Intrigo internazionale, Sabotatori, Ricatto, Io ti salverò.
▪ le scale: in Psycho, Notorious, l'amante perduta, La donna che visse due volte, L'uomo che sapeva troppo e tanti altri.

Premi
Il film Rebecca, la prima moglie ha vinto il Premio Oscar come miglior film nel 1941, ma la statuetta fu data al produttore David O. Selznick.
Come produttore Hitchcock ricevette una nomination per Il sospetto (1941). Fu nominato come Miglior Regista cinque volte ma non vinse mai: Rebecca, la prima moglie (1940), I prigionieri dell'oceano (1944), Io ti salverò (1945), La finestra sul cortile (1954), e Psycho (1960).
Nel 1968 ricevette l'Irving Thalberg Memorial Award durante la notte degli Oscar. Hitchcock fu insignito del titolo di gran ufficiale dell'ordine dell'impero britannico (KBE), con cui entrò nella cavalleria potendo usare il prefisso di Sir, nel 1980, pochi mesi prima di morire.

Curiosità
▪ A meno di dieci giorni dal decesso, nell'aprile 1980, Hitchcock organizzò la sua cerimonia funebre fatta dal vivo, steso in una bara scoperchiata e guardata da quattro necrofori in marsina. Questa sua ultima rappresentazione venne inscenata per un'agenzia di stampa che la presentò come un'originalità, mentre era il presentimento della morte.
▪ Hitchcock, oltre ad aver rivoluzionato in parte il modo di fare cinema, è riuscito a stravolgere le abitudini dei cinespettatori statunitensi, abituati ad entrare in sala anche a film iniziato con dieci o anche più minuti di ritardo. Il regista impose e ottenne che le sale cinematografiche in cui veniva proiettato Psycho chiudessero le porte ai ritardatari: una misura necessaria in particolare per questo film, in cui anche i primi dieci minuti sono essenziali per cogliere il MacGuffin e per la comprensione dell'intera opera.
▪ La storia a fumetti Disney "Paperino e il mago del brivido" (da "Paperino mese 195", testo e disegni di Staff di If) è un omaggio al regista inglese, contentente varie citazioni dei suoi film:
Psycho: Paperino viene condotto in un esterno che riproduce la famosa casa e il vicino motel, è presente anche una citazione della celeberrima scena della doccia; La donna che visse due volte: Paperino, in seguito a un incidente, ha la fobia delle altezze elevate (come James Stewart), appare ogni tanto una "misteriosa papera bionda" che ricorda Kim Novak e la scena sul faro ricorda molto quella del campanile presente nel film e, come lo stesso Stewart, anche lo sfortunato papero rimane appeso ad un edificio; La finestra sul cortile: Paperino assiste ad un fantomatico crimine vedendolo attraverso le finestre del palazzo di fronte alla sua camera; Gli uccelli: durante un pic nic in una baia, Paperino viene attaccato da uno stormo di corvi; Caccia al ladro: il titolo del film che Hitchcock sta girando nella storia è "Caccia al lardo". Inoltre la storia presenta una caricatura di Hitchcock (chiamato per l'occasione Alfred Iciok), che presenta il classico abbigliamento con cui il grande regista si recava a "lavoro", i suoi giochi di parole e...la stazza.
È il regista preferito di Dario Argento che lo definisce pure suo "maestro".
Hitchcock soffriva di alektorofobia, si dice, infatti, che sudasse freddo alla sola vista di un uovo.