Il calendario del 28 Agosto

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 430 - Sant'Agostino muore a Ippona, in Numidia

▪ 475 - Il generale germanico Flavio Oreste costringe l'Imperatore romano d'occidente Giulio Nepote a scappare dalla sua capitale (Ravenna) e nomina al suo posto Romolo Augusto

▪ 489 - Teodorico, re degli Ostrogoti, sconfigge Odoacre nella Battaglia dell'Isonzo, facendosi strada in Italia

▪ 1521 - I turchi occupano Belgrado

▪ 1609 - Henry Hudson scopre la Baia di Delaware

▪ 1845 - Esce il primo numero di Scientific American

▪ 1849 - Dopo un assedio di oltre un mese, Venezia, che si è dichiarata indipendente, si arrende all'Austria

▪ 1859 - Comincia la più grande tempesta solare che sia mai stata registrata da strumento umano.

▪ 1867 - Gli Stati Uniti occupano Midway Island

▪ 1879 - Cetshwayo, ultimo re degli Zulu, viene catturato dai britannici

▪ 1884 - Viene scattata la prima foto conosciuta di un tornado

▪ 1903 - Viene fondata a Milwaukee (Wisconsin) la Harley-Davidson una delle case motociclistiche più famose al mondo

▪ 1913 - La Regina Guglielmina inaugura il Palazzo della Pace a L'Aia

▪ 1914 - La flotta britannica sconfigge quella tedesca nella cosiddetta Battaglia di Heligoland Bight (in realtà fu uno scontro relativamente minore)

▪ 1916

  1. - L'Italia dichiara guerra alla Germania
  2. - La Germania dichiara guerra alla Romania

▪ 1917 - Dieci Suffragette vengono arrestate mentre picchettano la Casa Bianca

▪ 1937 - La Toyota Motors diventa una compagnia indipendente

▪ 1943 - In Danimarca inizia uno sciopero generale contro l'occupazione nazista

▪ 1944 - Marsiglia e Tolone vengono liberate dagli Alleati

▪ 1955 - A Manfredonia il Patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli futuro papa Giovanni XXIII incorona l'Icona della Madonna di Siponto

▪ 1963 - Durante una manifestazione per i diritti civili che raduna 200.000 persone Martin Luther King tiene il famoso discorso del I have a dream davanti al Lincoln Memorial di Washington (vedi: Wiki Sources)

▪ 1972 - Durante i Giochi olimpici di Monaco, Mark Spitz ottiene la prima delle sue sette medaglie d'oro nelle gare di nuoto

▪ 1975 - Il missionario Armand Doll viene imprigionato in Mozambico dagli estremisti marxisti. Nei molti mesi seguenti riuscirà a far pervenire delle lettere all'esterno, infilandole in tubetti del dentifricio

▪ 1979 - Una bomba dell'IRA viene fatta esplodere a Bruxelles

▪ 1981 - Il National Centers for Disease Control annuncia un'alta incidenza di Pneumocisti e Sarcoma di Kaposi negli uomini gay. Ben presto verranno riconosciuti come sintomi di una malattia del sistema immunitario che verrà chiamata AIDS

▪ 1986
  1. - L'ufficiale della US Navy Jerry A. Whitworth, viene condannato a 365 anni di carcere per spionaggio a favore dell'unione Sovietica
  2. - Lo Stato di assedio viene dichiarato in Bolivia

▪ 1988 - Durante una esibizione aerea a Ramstein (Germania Ovest), tre aerei delle Frecce Tricolori si scontrano in volo e precipitano sul pubblico: 69 vittime. (L'incidente di Ramstein)

▪ 1990 - L'Iraq dichiara che il Kuwait è la sua diciannovesima provincia

▪ 1993 - Rottura di una diga nel Qinghai (Cina). 223 morti

▪ 1994 - Prima marcia del gay pride in Giappone

▪ 1995 - Una granata di mortaio uccide 38 persone a Sarajevo, in Bosnia. L'azione della NATO contro i serbi bosniaci fu una reazione a questo incidente

▪ 1996 - Carlo, Principe di Galles e Diana, Principessa di Galles divorziano

▪ 1998 - Un nuovo sistema legale basato sul Corano viene istituito in Pakistan

▪ 2009 - La Apple presenta ufficialmente sul mercato mondiale il nuovo sistema operativo Mac OS X 10.6 Snow Leopard.

Anniversari

▪ 430 - Agostino d'Ippona (latino: Aurelius[1] Augustinus Hipponensis; Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) è stato un filosofo, vescovo e teologo romano. Padre, Dottore e santo della Chiesa cattolica, è conosciuto semplicemente come sant'Agostino, detto anche Doctor Gratiae (Dottore della Grazia). Secondo Antonio Livi, filosofo, editore e saggista italiano di orientamento cattolico, è stato «il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell'umanità in assoluto»[2]. Le Confessioni sono la sua opera più celebre.

«Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te.» (Confessioni, I, 1 )

Compendio della dottrina agostiniana
Per comprendere la dottrina di Agostino non si può prescindere dal suo vissuto esistenziale: trovandosi a sperimentare un insanabile dissidio tra la ragione e il sentimento, lo spirito e la carne, il pensiero pagano e la fede cristiana, la sua filosofia consistette nel tentativo grandioso di riconciliarli e tenerli uniti. Fu proprio l'insoddisfazione per quelle dottrine che predicavano una rigida separazione tra bene e male, luce e tenebre, a spingerlo ad abbandonare il manicheismo, e a subire l'influsso dello stoicismo e soprattutto del neoplatonismo, i quali viceversa rinconducevano il dualismo in unità.[3]
Recependo il pensiero di Platone filtrato attraverso quello di Plotino, Agostino rielaborò così la dottrina delle idee, o quella emanatistica dell'Uno, sulla base della concezione trinitaria del Dio cristiano, che è insieme Sapienza, Potenza, e Volontà d'amore. Essendo Dio principio unico e assoluto dell'Essere, non può esistere un principio a Lui contrapposto, per cui il male è soltanto "assenza", privazione del Bene, imputabile unicamente alla disobbedienza umana. A causa del peccato originale nessun uomo è degno della salvezza, ma Dio può scegliere in anticipo chi salvare, tramite il ricorso alla grazia, che sola consente alla nostra anima di ricevere l'illuminazione. Ciò non toglie comunque che noi possediamo un libero arbitrio.[4]
A differenza della filosofia greca, però, dove la lotta tra bene e male non prevedeva un esito escatologico, Agostino ebbe presente come questa lotta si svolge soprattutto nella storia. Ciò condusse a una riabilitazione della dimensione terrena rispetto al giudizio negativo che ne aveva dato il platonismo: ora anche il mondo e gli enti corporei hanno valore e significato, in quanto frutti dell'amore di Dio; un Dio vivo e Personale che sceglie volontariamente di entrare nella storia umana, e il cui amore infinito (àgape) è la risposta all'ansia di conoscenza, tipica dell'eros greco, che l'uomo prova per Lui.

Dal dubbio alla Verità
Il passaggio attraverso la fase del dubbio non fu per Agostino un semplice incidente di percorso, ma fu determinante per fargli trovare la via della fede. Secondo Agostino infatti, solo chi dubita è animato da un desiderio sincero di trovare la verità, a differenza di colui che non si pone nessuna domanda. È la consapevolezza della propria ignoranza che spinge a indagare il mistero; eppure non si cercherebbe la verità se non si fosse certi almeno inconsciamente della sua esistenza. Un tema, questo, di lontana ascendenza socratica e platonica, ma Agostino lo inserisce nell'ottica cristiana del Dio-Persona: è Dio stesso che fa nascere nell'uomo il desiderio della verità. Un Dio inconscio e nascosto che vuole farsi conoscere dall'uomo. Solo l'intervento della Sua grazia permette alla ragione umana di trascendere i suoi limiti, illuminandola. Ed è così che avviene l'intuizione: essa è un comprendere, e al tempo stesso un credere, che non avrebbe senso dubitare se non ci fosse una Verità che appunto al dubbio si sottrae; e che non si cercherebbe Dio se non Lo si fosse già trovato.

La questione della volontà
La disputa con Pelagio riguardava essenzialmente la natura della volontà. Contro di lui Agostino sosteneva che la volontà umana è stata irrimediabilmente corrotta dal peccato originale, che ha inficiato per sempre la nostra libertà. Quest'ultima consiste nella capacità, oramai andata perduta, di dare realizzazione ai nostri propositi, e va distinta perciò dal libero arbitrio, che è invece la facoltà razionale di scegliere, in linea teorica, tra il bene e il male. L'uomo, che è dotato di libero arbitrio, vorrebbe per natura tendere al bene, ma è incapace di perseguirlo, perché nel momento concreto della scelta la sua volontà si ritrova dilaniata: una condizione di duplicità che Agostino esemplifica nell'espressione «vorrei volere».[18] Solo Dio con la sua grazia può redimere l'uomo, non solo illuminando i suoi eletti su cosa è bene, ma anche infondendo loro la volontà effettiva di perseguirlo, volontà che altrimenti sarebbe facile preda dell'incostanza e delle tentazioni malvagie. Solo in questo modo l'uomo potrà ritrovare la sua libertà.

Biografia e sintesi del pensiero
La vita di Agostino è stata tramandata con grande dettaglio nella sua opera Confessioni, sua storia morale, nelle sue Ritrattazioni, che descrivono l'evoluzione del suo pensiero, e nella Vita di Agostino, scritta dal suo amico Possidio, che narra l'apostolato del santo.

Dalla nascita alla conversione (354-387)
Agostino, di etnia berbera,[5] ma di cultura totalmente ellenistico-romana, nacque a Tagaste il 13 novembre 354. Tagaste, attualmente Souk Ahras in Algeria, posta a circa 100 km a sud-ovest di Ippona, era, a quei tempi, una piccola città libera della Numidia proconsolare recentemente convertita al Donatismo. Anche se molto rispettabile, la sua famiglia non era ricca, e suo padre, Patrizio, uno dei curiales (consiglieri municipali) della città, era un pagano; alla lunga però, per influenza della moglie Monica, Patrizio giunse alla conversione.

Infanzia e adolescenza
Agostino recepì dai suoi genitori due opposte visioni del mondo, da lui spesso vissute in conflitto tra loro. Sarà tuttavia la madre, venerata tutt'oggi come santa dalla Chiesa cattolica, ad esercitare un grande ruolo nell'educazione e nella vita del figlio. Agostino ricevette da lei un'istruzione cristiana e fu iscritto fra i catecumeni. Una volta, quando era molto malato, chiese il battesimo, ma, essendo presto svanito ogni pericolo, decise di differire il momento della ricezione del sacramento, adeguandosi, così, ad una diffusa usanza di quel periodo. La sua associazione con "uomini di preghiera" lasciò tre grandi concetti profondamente incisi nella sua anima: l'esistenza di una Divina Provvidenza, l'esistenza di una vita futura con terribili punizioni e, soprattutto, Cristo il Salvatore.
«Fin dalla mia più tenera infanzia, io avevo succhiato col latte di mia madre il nome del mio Salvatore, Tuo Figlio; lo conservai nei recessi del mio cuore; e tutti coloro che si sono presentati a me senza quel Nome Divino, sebbene potesse essere elegante, ben scritto, ed anche pieno di verità, non mi portarono via.»(Confessioni, I, IV)

Africano di nascita e, quindi, probabilmente, di madrelingua berbera, apprese e utilizzò il punico ed il latino, mentre ebbe difficoltà con il greco, l'altra grande lingua, insieme al latino, della cultura dell'epoca. Patrizio, orgoglioso del successo del proprio figlio nelle scuole di Tagaste e Madaura, decise di mandarlo a Cartagine per prepararlo alla carriera forense, ma ci vollero molti mesi per raccogliere il denaro necessario, ed Agostino passò il suo sedicesimo anno a Tagaste, in un ozio in cui si scatenò una grande crisi intellettuale e morale. Egli stesso avrebbe in seguito narrato come, dominato da una profonda inquietudine, venisse risucchiato in un vortice di passioni, e provasse quasi attrazione per il peccato, come avvenne ad esempio in occasione del celebre furto delle pere, che Agostino organizzò insieme ad alcuni coetanei:
«Ma io, sciagurato, cosa amai in te, o furto mio, o delitto notturno dei miei sedici anni? Non eri bello se eri un furto; anzi, sei qualcosa per cui possa rivolgerti la parola?[6] Belli erano i frutti che rubammo... ma non quelli bramò la mia anima miserabile, poiché ne avevo in abbondanza di migliori. Eppure colsi proprio quelli al solo scopo di commettere un furto.»(Confessioni, II, 6, 12)

"Crisi" cartaginese
All'inizio della crisi pregava, ma senza il sincero desiderio di essere ascoltato e, quando giunse a Cartagine, verso la fine del 370, ogni cosa che gli capitava lo portava a deviare sempre di più dall'antico corso della sua vita: le molte seduzioni della grande città che era ancora per metà pagana, la licenziosità degli altri studenti, i teatri, l'ebbrezza del suo successo letterario ed uno smisurato desiderio di essere sempre il primo, anche nel peccato. In questa città, appassionandosi di filosofia, iniziò a studiare la maggior parte dei testi principali della cultura ellenistico-latina. Dotato di un forte senso critico e animato da un desiderio bramoso di verità, passò gli anni della sua gioventù nella ricerca insaziabile del senso della vita. Non molto tempo dopo essere giunto a Cartagine, però, Agostino fu costretto a confessare a Monica di avere una relazione con una donna, che gli aveva dato un figlio, Adeodato (372), e con la quale visse in concubinato per quindici anni. Si separarono nel 386, quando ella lo lasciò a Milano per recarsi in Numidia con la promessa che sarebbe tornata.
Esistono pareri contrastanti nella valutazione di questa crisi. Alcuni, come Theodor Mommsen, la evidenziano, altri come Loofs (Realencyklopädie III edizione, II, 268) rimproveravano a Mommsen questa conclusione o si dimostrano clementi verso Agostino, quando affermavano che, a quei tempi, la Chiesa permetteva il concubinato. Agostino mantenne comunque una certa dignità e, fin dall'età di diciannove anni, ebbe un genuino desiderio di infrangere le catene: nel 373, la lettura dell'Hortensius di Marco Tullio Cicerone provocò un cambiamento di direzione della sua vita. Si imbevve dell'amore per la saggezza che Cicerone così eloquentemente encomiava e, da quel momento, Agostino considerò la retorica soltanto una professione, che esercitava in qualità di professore. Il suo cuore si era completamente volto alla filosofia.

Approdo al Manicheismo
Nel 373 la sua ansia per la ricerca dell'assoluto lo fece approdare al Manicheismo, di cui, insieme al suo amico Onorato, divenne uno dei massimi esponenti e divulgatori. Agostino stesso narra che fu attratto dalle promesse di una filosofia libera dai vincoli della fede; dalle vanterie dei manichei che affermavano di aver scoperto delle contraddizioni nelle Sacre Scritture; e, soprattutto, dalla speranza di trovare nella loro dottrina una spiegazione scientifica della natura e dei suoi fenomeni più misteriosi. La mente indagatrice di Agostino era entusiasta per le scienze naturali ed i Manichei dichiaravano che la natura non aveva segreti per Fausto di Milevi, il loro dottore. Tuttavia, tale adesione non fu scevra da dubbi che lo attanagliavano: essendo torturato dal problema dell'origine del male, Agostino, nell'attesa di risolverlo, diede credito all'esistenza di un conflitto tra due principi. C'era, inoltre, un fascino molto potente nell'irresponsabilità morale che risultava da una dottrina che negava la libertà ed attribuiva la commissione di crimini ad un principio esterno. Una volta unitosi a questo gruppo, Agostino gli si dedicò con tutto l'ardore del suo carattere; ne lesse tutti i libri, adottò e difese tutte le sue idee. Il suo attivissimo proselitismo convinse anche i suoi amici Alipio e Romaniano, i suoi mecenati di Tagaste, gli amici di suo padre che stavano sostenendo le spese dei suoi studi.
Fu durante questo periodo manicheo che le facoltà letterarie di Agostino giunsero al loro pieno sviluppo, quando era ancora un semplice studente di Cartagine.

Insegnamento
Al termine dei suoi studi sarebbe dovuto entrare nel forum litigiosum, ma preferì la carriera letteraria. Possidio narra che tornò a Tagaste per "insegnare la grammatica". Il giovane professore incantò i suoi alunni, uno dei quali, Alipio, appena più giovane del suo maestro, per non lasciarlo dopo averlo seguito tra i Manichei, fu in seguito battezzato insieme a lui a Milano, per poi, probabilmente, diventare vescovo di Tagaste, la sua città natale.
Monica era profondamente dispiaciuta per l'eresia di Agostino e non l'avrebbe neanche ricevuto in casa o fatto sedere alla sua tavola, se non fosse stata consigliata da un vescovo che dichiarò che "il figlio di così tante lacrime e preghiere non poteva perire". Poco tempo dopo Agostino tornò a Cartagine, dove continuò ad insegnare retorica. I suoi talenti gli furono anche di maggiore vantaggio su questo palcoscenico più grande e, attraverso una infaticabile ricerca delle arti liberali il suo intelletto raggiunse la piena maturità. Qui vinse un torneo di poesia ed il proconsole Vindiciano gli conferì pubblicamente la corona agonistica.
Fu in questo momento di ebbrezza letteraria, quando aveva appena completato il suo primo lavoro sull'estetica (ora perso) che Agostino cominciò a ripudiare il Manicheismo. Anche quando era nel suo massimo entusiasmo, tuttavia, gli insegnamenti di Mani erano stati lontani dal calmare la sua inquietudine. Nonostante fosse stato accusato di essere diventato un prete della "setta", non fu mai iniziato o enumerato fra gli "eletti", ma rimase un "uditore", il grado più basso nella gerarchia. Egli stesso fornì le ragioni del suo disincanto: prima di tutto l'inclinazione della filosofia manichea - "Distruggono tutto e non costruiscono nulla" -; poi la loro immoralità in contrasto con la loro apparente virtù; quindi la debolezza delle loro argomentazioni nella controversia con i "cattolici", ai cui precetti basati sulle Scritture la loro unica replica era: "Le Sacre Scritture sono state falsificate". Ma la ragione principale fu che tra loro non trovò la scienza (intesa nel senso moderno della parola), quella conoscenza della natura e delle sue leggi che gli avevano promesso. Quando li interrogava sui movimenti delle stelle, nessuno di loro era in grado di rispondergli. "Attendi Fausto", gli dicevano, "lui ti spiegherà tutto". Finalmente, nel 383, Fausto di Mileve, il celebre vescovo manicheo, giunse a Cartagine. Agostino gli fece visita e lo interrogò, ma scoprì nelle sue risposte solo volgare retorica, assolutamente estranea a qualsiasi cultura scientifica. L'incantesimo si ruppe e, anche se Agostino non abbandonò immediatamente il gruppo, la sua mente iniziò a rifiutare le dottrine manichee.

Incontro con Ambrogio
Nel 383 Agostino, all'età di 29 anni, cedette all'irresistibile attrazione che l'Italia aveva per lui; a causa della riluttanza della madre a separarsi da lui, dovette ricorrere ad un sotterfugio ed imbarcarsi con la copertura della notte. Non appena giunto a Roma, dove continuò a frequentare la comunità manichea, si ammalò gravemente. Quando guarì aprì una scuola di retorica ma, disgustato dai trucchi dei suoi alunni, che lo defraudavano spudoratamente delle loro tasse di istruzione, fece domanda per un posto vacante come professore a Milano. Il praefectus urbi Quinto Aurelio Simmaco lo aiutò ad ottenere il posto con l'intento di contrastare la fama del vescovo Ambrogio.[7] Dopo aver fatto visita al vescovo, però, si sentì attratto dai suoi discorsi e iniziò a seguire regolarmente le sue predicazioni.

Neoplatonismo e Cristianesimo
Agostino tuttavia fu travagliato da tre ulteriori anni di dubbi, durante i quali la sua mente passò attraverso varie fasi. In un primo tempo si volse verso la filosofia degli Accademici, attratto dal loro scetticismo pessimistico, deluso com'era dal manicheismo e diffidando ormai di ogni forma di credenza religiosa. Lo tormentava più di tutti il problema del male: se Dio esiste ed è onnipotente, perché non riesce ad annientarlo?
«Tali pensieri volgevo nel mio petto infelice, gravato da preoccupazioni tormentosissime, perché temevo la morte e non avevo trovato la verità. Pure rimaneva ferma stabilmente nel mio cuore la fede cattolica nel Cristo tuo, Signore e Salvatore nostro [8], una fede ancora informe sotto molti aspetti, e fluttuante al di fuori della dottrina, eppure il mio animo non l'abbandonava.» (Confessioni, VII,5)
Ma fu poi decisivo l'incontro con la filosofia neo-platonica, dalla quale rimase entusiasmato. Aveva a mala pena letto le opere di Platone e di Plotino, quando gli si accese nuovamente la speranza di trovare la verità. Ancora una volta cominciò a sognare che lui ed i suoi amici potessero condurre una vita dedicata alla ricerca di essa, una vita priva di tutte le aspirazioni volgari come onori, ricchezza, o piacere, e con il celibato come regola.[9] Ma era solo un sogno; le sue passioni lo rendevano ancora schiavo.
Monica intanto, che aveva raggiunto suo figlio a Milano, lo convinse a fidanzarsi, ma la sua promessa sposa era troppo giovane, ed anche se Agostino salutò la madre di Adeodato, il suo posto fu presto preso da un'altra. Dovette così attraversare un ultimo periodo di lotta e di angoscia, durante il quale la sua volontà di convertirsi non riusciva a prevalere del tutto sull'idea dei piaceri a cui avrebbe dovuto rinunciare. Finché, anche grazie ai preziosi contributi del vescovo Ambrogio, intuì come la verità, tema centrale del suo itinerario filosofico, non sia un semplice fatto in sé da dominare, quale egli la percepiva nei tribunali dell'impero romano, ma che da essa si viene dominati, perché è qualcosa di assoluto, totale e universale. Comprendendo come la verità non sia un oggetto ma un Soggetto, cioè un'entità viva e Personale, proprio come viene presentata nei Vangeli[10], ebbe la certezza che Gesù fosse l'unica via per giungervi, e che alla Verità l'uomo aderisce innanzitutto con il suo modo di vivere. Fu un colloquio con Simpliciano, futuro successore di Ambrogio, che raccontò ad Agostino la storia della conversione del celebre retore neo-platonico Vittorino,[11] a preparare la strada per la conversione. Questa avvenne all'età di 33 anni, in un giardino di Milano, dove Agostino sentì la voce di una bimba che canterellava tolle lege, ossia «prendi e leggi», invito che egli riferì alla Bibbia, che a quel punto aprì a caso cadendo su un passaggio di Paolo di Tarso (settembre 386).
Alcuni giorni più tardi, Agostino, mentre era malato, sfruttando le vacanze autunnali, si dimise dal suo lavoro di insegnante, andò con Monica, Adeodato, ed i suoi amici a Cassisiacum, residenza di campagna di Verecondo. Lì si dedicò alla ricerca della vera filosofia che, per lui, ormai era inseparabile dal Cristianesimo.

Dalla conversione all'episcopato (386-396)
Agostino, gradualmente, conobbe la dottrina cristiana e, nella sua mente, iniziarono a fondersi la filosofia platonica ed i dogmi rivelati. La solitudine di Cassisiacum gli permise di realizzare un sogno a lungo inseguito: nei suoi libri Contra academicos, Agostino descrisse la serenità ideale di questa esistenza, animata solamente dalla passione per la verità. Inoltre completò l'istruzione dei suoi giovani amici, ora con letture in comune, ora con conferenze filosofiche alle quali, qualche volta, invitava anche Monica, ed i cui racconti, trascritti da un segretario, furono la base dei "Dialoghi". Licenzio avrebbe ricordato in seguito nelle sue Lettere le mattinate e le serate di filosofia durante le quali Agostino era solito intraprendere disquisizioni che si elevavano molto al di sopra dei luoghi comuni. I temi favoriti di queste conferenze erano la verità, la certezza (Contra academicos), la vera felicità nella filosofia (De beata vita), l'ordine provvidenziale del mondo e la sua perfezione matematica (De Musica), il problema del male (De ordine) ed infine Dio e l'anima (Soliloquia, De immortalitate animae).
Verso l'inizio della quaresima del 387, Agostino si recò a Milano dove, con Adeodato ed Alipio, prese posto fra i competentes per essere battezzato da Ambrogio il giorno di Pasqua.[12] Fu a questo punto che Agostino, Alipio, ed Evodio decisero di ritirarsi nella solitudine dell'Africa. Agostino rimase a Milano fino all'autunno, continuando i suoi lavori (De immortalitate animae e De musica). Poi, mentre era in procinto di imbarcarsi ad Ostia, Monica morì. Agostino, allora, rimase per molti mesi a Roma occupandosi principalmente della confutazione del Manicheismo. Tornò in Africa solo dopo la morte dell'usurpatore Magno Massimo (agosto 388) e, dopo un breve soggiorno a Cartagine, ritornò a Tagaste.
Subito dopo il suo arrivo, decise di iniziare a seguire il suo ideale di vita perfetta, dedicata a quel Dio che era giunto ad amare in età adulta:
«Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.»(Confessioni X, 27.36)
Cominciò vendendo tutti i suoi beni e dando gli incassi ai poveri. Poi lui ed i suoi amici si ritirarono nel suo appezzamento di terreno, che già era stato alienato, per condurre una vita comune in povertà, in preghiera, e nello studio della letteratura sacra. Il libro De diversis quaestionibus octoginta tribus è il frutto delle riunioni tenute durante questo ritiro, nel quale scrisse anche il De Genesi contra Manicheos, il De magistro ed il De vera religione.
Agostino non pensava di diventare sacerdote e, per paura dell'episcopato, scappava anche dalle città nelle quali era necessaria un'elezione. Un giorno, essendo stato chiamato ad Ippona da un amico, stava pregando in una chiesa quando un gruppo di persone improvvisamente lo circondarono, lo consolarono ed implorarono Valerio, il vescovo, di elevarlo al sacerdozio; nonostante i suoi timori, Agostino fu ordinato nel 391. Il novello sacerdote considerò la sua ordinazione come una ragione in più per riprendere la vita religiosa a Tagaste e Valerio approvò così entusiasticamente che gli mise a disposizione delle proprietà della chiesa, autorizzandolo a fondare un monastero.
Il suo ministero sacerdotale durato cinque anni fu molto fruttifero: Valerio lo autorizzò a predicare nonostante l'uso africano che riservava quel ministero ai soli vescovi; combatté l'eresia, specialmente quella manichea ed il suo successo fu notevole. Fortunato, uno dei loro grandi dottori, che Agostino aveva sfidato in pubblico, fu così umiliato dalla sconfitta che fuggì da Ippona. Egli abolì anche l'uso di tenere banchetti nelle cappelle dei martiri. L'8 ottobre 393 prese parte al Concilio Plenario d'Africa presieduto da Aurelio, vescovo di Cartagine, dove, dietro richiesta dei vescovi, fu obbligato a comporre una dissertazione che, nella sua forma completa, in seguito, divenne il trattato De fide et symbolo.

Vescovo di Ippona (395-430)
Indebolito dall'età ormai avanzata, Valerio, vescovo di Ippona, ottenne da Aurelio, Primate d'Africa, che Agostino fosse associato alla sua sede in qualità di coadiutore. Pertanto Agostino si dovette rassegnare alla consacrazione dalle mani di Megalio, Primate di Numidia. Aveva quarantadue anni, ed avrebbe occupato la sede di Ippona per i successivi 34. Il nuovo vescovo comprese bene come combinare l'esercizio dei suoi doveri pastorali con l'austerità della vita religiosa e, sebbene avesse lasciato il suo monastero, la sua residenza episcopale divenne un monastero dove visse una vita di comunità con il suo clero, che osservava una religiosa povertà. La casa episcopale di Ippona divenne un vero vivaio per i nuovi fondatori di monasteri che presto si diffusero in tutta l'Africa e per i vescovi che occupavano le sedi vicine. Possidio[13] elencò dieci amici e discepoli del santo che furono elevati all'episcopato. In questo modo Agostino si guadagnò il titolo di patriarca dei religiosi e rinnovatore della vita ecclesiastica in Africa.
Le sue attività dottrinali, l'influenza delle quali era destinata a durare molto a lungo, furono molteplici: predicava frequentemente, a volte per cinque giorni consecutivi; scrisse lettere che trasmisero a tutto il mondo conosciuto la sua soluzione per i problemi dell'epoca; lasciò la sua impronta su tutti i concili africani ai quali partecipò, per esempio quelli di Cartagine del 398, 401, 407, 419 e di Mileve del 416 e 418; infine, lottò infaticabilmente contro tutte le eresie.

Controversia manichea ed il "problema del male"
Dopo che Agostino divenne vescovo, lo zelo che, fin dai tempi del suo battesimo, manifestava nel portare i suoi ex correligionari all'interno della Chiesa, assunse una forma più paterna senza però perdere il suo antico ardore. Fra gli eventi più memorabili che avvennero durante questa controversia è da ricordare la grande vittoria del 404 su Felice, un "eletto" e grande dottore manicheo. Questi stava predicando ad Ippona e Agostino lo invitò ad una disputa pubblica, al termine della quale Felice si dichiarò vinto, si convertì e, insieme ad Agostino, sottoscrisse gli atti della disputa.
Nelle sue opere Agostino confutò successivamente: Mani (397), Fausto di Mileve (400), Secondino (405) e (intorno al 415) i Priscillianisti, di cui gli aveva parlato Paolo Orosio. Queste opere contengono le sue opinioni sul "problema del male", opinioni basate sull'ottimismo derivante dall'idea che ogni opera di Dio è buona e che l'unica fonte del male è la libertà delle creature.[14] Agostino difese il libero arbitrio, anche nell'uomo, con tale ardore che i suoi lavori contro i Manichei sono una ricca fonte di argomentazioni per questo problema.
Agostino operò una prima distinzione fra il male fisico del corpo e il male morale dell'anima, legato al peccato. In questo modo superò una convinzione diffusa nel periodo precedente, che concepiva la malattia e il dolore come una conseguenza e una sorta di punizione divina delle azioni umane. Agostino escluse questa possibilità poiché "Dio è Amore", ed un'eventuale espiazione dei peccati si colloca in una vita ultraterrena. Dolore, fame, malattia e peccato hanno però la stessa origine metafisica, ontologica, sono mancanza di essere, nell'anima e nel corpo, così come teorizzava la filosofia classica. Il male non è concepibile da parte di Dio, mentre lo è da parte dell'uomo, che può attuarlo poiché è creato libero, "a immagine e somiglianza di Dio", come afferma la Genesi. In questo senso l'uomo può fare il male, mentre Dio no. Ciò non significa che l'uomo è più libero, o che la divinità cristiana non è onnipotente, ma che l'uomo, può errando, commettere atti che lo rendono imperfetto e infelice. Non commettere il male non è un limite, ma un segno di perfezione.
Agostino, come Socrate, sostenne l'intellettualismo etico, ossia che il male si manifesta per ignoranza, ed esclude nuovamente il male dalla natura divina perché questa è onnisciente. In altre parole, Dio non può fare il male per un motivo ontologico, perché il male è mancanza di essere, mentre lui è "Essenza", che non ha nulla fuori di sé, e per uno gnoseologico-etico, per il quale chi ha la conoscenza ed è veramente libero non commette atti legati all'ignoranza del proprio bene, e che negano la propria libertà. L'uomo è libero al punto di negare la propria libertà innata, compiendo il male; la fonte dell'essere e della conoscenza sono la medesima, e da entrambe deriva l'esclusione di una deviazione etica in un essere perfetto.[15]

La controversia donatista e la teoria della Chiesa
Lo scisma donatista fu l'ultimo episodio delle controversie montaniste e novazianiste che agitavano la Chiesa dal II secolo. Mentre l'oriente stava investigando sotto vari aspetti il problema divino e cristologico della "Parola", l'occidente, indubbiamente a causa della sua vocazione più pratica, si poneva il problema morale del peccato in tutte le sue forme. Il problema principale era la santità della Chiesa; il peccatore avrebbe potuto essere perdonato e rimanere al suo interno? In Africa la questione riguardava in particolar modo la santità della gerarchia. I vescovi di Numidia che, nel 312, avevano rifiutato di accettare come valida la consacrazione di Ceciliano alla sede di Cartagine da parte di un traditore, avevano dato il via ad uno scisma che aveva posto queste gravi questioni: i poteri gerarchici dipendono dalla dignità morale del presbitero? Come può l'indegnità dei suoi ministri essere compatibile con la santità della Chiesa?
Essendo stato identificato con un movimento politico, forse con un movimento nazionale contro la dominazione romana, al tempo dell'arrivo di Agostino ad Ippona, lo scisma aveva raggiunto proporzioni immense. Comunque, al suo interno è facile scoprire una tendenza di vendetta antisociale che gli imperatori dovevano combattere con leggi severe. La setta nota come "Soldati di Cristo", e chiamata dai cattolici "Circoncellioni" ("briganti", "vagabondi"), associata agli scismatici, fu caratterizzata da fanatica distruttività, causando una severa legislazione da parte degli imperatori.
La storia delle lotte di Agostino con i Donatisti è anche quella del suo cambio di opinione sull'utilizzo di misure rigide contro gli eretici. Anche la Chiesa d'Africa, dei cui concili era stato l'anima, lo seguì in questo cambio. Agostino, inizialmente, tentò di ritrovare l'unità attraverso conferenze e controversie amichevoli. Nei concili africani ispirò varie misure conciliatrici, spedì ambasciatori presso i Donatisti per invitarli a rientrare nella Chiesa o, almeno, esortarli ad inviare deputati ad una conferenza (403). I Donatisti accolsero questi inviti dapprima col silenzio, poi con insulti ed infine con tale violenza che Possidio, vescovo di Calamet e amico di Agostino, sfuggì alla morte per puro caso, il vescovo di Bagaïa fu lasciato ricoperto di orribili ferite e la vita del vescovo di Ippona subì vari attentati.[16] Questa violenza dei Circoncellioni richiese una dura repressione, ed Agostino, apprendendo delle molte conversioni che ne seguirono, da allora approvò l'impiego di leggi rigide, pur non volendo mai che l'eresia fosse punibile con la morte.[17]
Nonostante ciò, i vescovi erano ancora favorevoli ad una conferenza con gli scismatici e, nel 410, un editto promulgato dall'imperatore Onorio pose fine al rifiuto dei Donatisti. Nel giugno 411, alla presenza di 286 vescovi cattolici e 279 vescovi donatisti, fu organizzata a Cartagine una solenne conferenza. I portavoce dei Donatisti erano Petiliano di Costantina, Primiano di Cartagine ed Emerito di Cesarea, gli oratori cattolici Aurelio di Cartagine ed Agostino. Alla questione storica in discussione, il vescovo di Ippona provò l'innocenza di Ceciliano e del suo consacratore Felice, sostenendo, nel dibattito dogmatico, la tesi cattolica che la Chiesa, finché esiste sulla terra, può, senza perdere la sua santità, tollerare i peccatori al suo interno nell'interesse della loro conversione. A nome dell'imperatore il proconsole Marcellino sanzionò la vittoria dei cattolici su tutti i punti in discussione.

Controversia pelagiana
La fine della controversia donatista coincise pressappoco con l'inizio di una nuova disputa teologica che impegnò Agostino fino alla sua morte. L'Africa, dove Pelagio ed il suo discepolo Celestio si erano rifugiati dopo il sacco di Roma da parte di Alarico, era diventato il principale centro di diffusione del movimento pelagiano. Già nel 412 un concilio tenuto a Cartagine aveva condannato i Pelagiani per le loro opinioni sulla dottrina del peccato originale, ma, grazie all'attivismo di Agostino, la condanna dei Pelagiani, che avevano avuto il sopravvento in un sinodo tenuto a Diospolis in Palestina, fu reiterata dai successivi concili tenuti a Cartagine e a Mileve e confermata da papa Innocenzo I nel 417. Un secondo periodo di attivismo pelagiano si sviluppò a Roma; papa Zosimo fu inizialmente convinto da Celestio ma, dopo essere stato convinto da Agostino, nel 418 pronunciò una solenne condanna contro i Pelagiani. In seguito la disputa fu proseguita per iscritto contro Giuliano di Eclano, che aveva assunto la guida del gruppo ed attaccava violentemente Agostino.
Verso il 426 nacque il movimento dei Semipelagiani, i cui primi membri furono i monaci di Hadrumetum, in Africa, seguiti da quelli di Marsiglia guidati da Giovanni Cassiano, abate di San Vittore. Essi cercarono di mediare tra Agostino e Pelagio sostenendo che la grazia dovesse essere concessa solo a coloro che la meritano e negata agli altri. Informato delle loro opinioni da Prospero d'Aquitania, il santo scrisse il De praedestinatione sanctorum, nel quale spiegava che qualsiasi desiderio di salvezza era dovuto alla "Grazia di Dio" che, perciò, controllava completamente la nostra predestinazione.

Controversia ariana e ultimi anni
Nel 426, all'età di 72 anni, desiderando risparmiare alla sua città il tumulto di un'elezione episcopale dopo la sua morte, Agostino spinse sia il clero che il popolo ad acclamare come suo ausiliare e successore il diacono Eraclio.
In quegli anni l'Africa fu sconvolta dalla rivolta del comes Bonifacio (427); i Visigoti inviati dall'imperatrice Galla Placidia per contrastare Bonifacio ed i Vandali che questi aveva chiamato in suo aiuto erano tutti Ariani e, al seguito delle truppe imperiali, entrò ad Ippona Massimino, un vescovo ariano. Agostino difese la propria fede in una conferenza pubblica (428) e con vari scritti. Essendo profondamente addolorato per la devastazione dell'Africa, lavorò per una riconciliazione tra il comes Bonifacio e l'imperatrice; la pace fu ristabilita, ma non con Genserico, il re vandalo. Bonifacio, cacciato da Cartagine, cercò rifugio ad Ippona, dove molti vescovi si erano già rifugiati per cercare protezione in questa città ben fortificata, ma i Vandali lo assediarono per ben diciotto mesi. Cercando di controllare la sua angoscia, Agostino continuò a confutare Giuliano di Eclano, ma, all'inizio dell'assedio, fu colpito da una malattia fatale e, dopo tre mesi, morì il 28 agosto 430 all'età di 76 anni.
Nel 718 il feretro fu fatto trasportare dalla Sardegna a Pavia, ad opera del re longobardo Liutprando.
Da allora le sue spoglie sono custodite nella basilica di San Pietro in Ciel d'Oro.

Le opere
Agostino fu un autore molto prolifico, notevole per la varietà dei soggetti che produsse, come scritti autobiografici, filosofici, apologetici, dogmatici, polemici, morali, esegetici, raccolte di lettere, di sermoni e di opere in poesia (scritte in metrica non classica, bensì accentuativa, per facilitare la memorizzazione da parte delle persone incolte). Bardenhewer ne lodava la straordinaria varietà di espressione ed il dono di descrivere gli avvenimenti interiori, di dipingere i vari stati dell'anima e gli avvenimenti del mondo spirituale. In generale, il suo stile è nobile e casto; ma, diceva lo stesso autore, "nei suoi sermoni e negli altri scritti destinati al popolo, intenzionalmente, il tono scendeva ad un livello popolare".

Autobiografia e corrispondenza
▪ Le Confessioni (circa 400), sono la storia della sua maturazione religiosa. Il nocciolo del pensiero agostiniano presente nelle Confessioni sta nel concetto che l'uomo è incapace di orientarsi da solo: esclusivamente con l'illuminazione di Dio, a cui deve obbedire in ogni circostanza, l'uomo riuscirà a trovare l'orientamento nella sua vita. La parola "confessioni" viene intesa in senso biblico (confiteri), non come ammissione di colpa o racconto, ma come preghiera di un'anima che ammira l'azione di Dio nel proprio interno.
▪ Le Retractationes o Ritrattazioni (verso la fine della sua vita, 426-428) sono una revisione, un riesame dei propri lavori ripercorsi in ordine cronologico, spiegando l'occasione della loro genesi e l'idea dominante di ognuno. Rappresentano una guida di inestimabile valore per comprendere l'evoluzione del pensiero di Agostino.
Le Epistolae o Lettere, che nella raccolta benedettina ammontano a 270 (53 dei corrispondenti di Agostino), sono utili per la conoscenza della sua vita, della sua influenza e della sua dottrina.

Scritti filosofici
Queste opere, in gran parte composte nella villa di Cassisiacum, dalla conversione al battesimo (388-387), continuano l'autobiografia di Agostino iniziando il lettore alle ricerche ed alle esitazioni platoniche della sua mente. Sono saggi letterari, la cui semplicità rappresenta il culmine dell'arte e dell'eleganza. In nessun'altra opera lo stile di Agostino è così castigato e la sua lingua così pura. La loro forma dialogica dimostra che erano di ispirazione platonica e ciceroniana. le principali sono:
▪ Contra Academicos o "Contro gli Accademici", l'opera filosofica più importante;
▪ De Beatâ Vitâ o "La Vita Beata";
▪ De Ordine o "L'Ordine";
▪ Soliloquia o "Soliloqui", in due libri;
▪ De Immortalitate animae o "L'immortalità dell'Anima";
▪ De Magistro o "Il Maestro", un dialogo tra Agostino e suo figlio Adeodato;
De Musica o "La Musica", in sei libri.

Scritti apologetici
Le sue opere apologetiche rendono Agostino il grande teorico della fede, e delle sue relazioni con la ragione. «Lui è il primo dei Padri» - affermava Adolf von Harnack (Dogmengeschichte, III 97) - «che sentì il bisogno di costringere la sua fede a ragionare».
▪ La città di Dio (De civitate Dei contra Paganos, "La città di Dio contro i Pagani"), in 22 libri, fu iniziato nel 413 e terminato nel 426; esso rappresentava la risposta di Agostino ai pagani che attribuivano la caduta di Roma (410) all'abolizione del Paganesimo. Considerando il problema della Divina Provvidenza applicato all'Impero romano, egli allargò l'orizzonte e, in un lampo di genio creò la filosofia della storia, abbracciando con uno sguardo i destini del mondo raggruppati intorno alla religione cristiana. La città di Dio è considerata il più importante lavoro del vescovo di Ippona. Mentre le Confessioni sono teologia vissuta nell'anima e rappresentano la storia dell'azione di Dio sugli individui, La città di Dio è teologia incastonata nella storia dell'umanità e spiega l'azione di Dio nel mondo; l'opera costituisce una vera e propria apologia del Cristianesimo messo a confronto con la civiltà pagana, oltre a fornire riflessioni sulla "grandezza e l'immortalità dell'anima". In essa Agostino cerca di dimostrare che la decadenza della cosiddetta città degli uomini (contrapposta a quella di Dio e da lui identificata proprio con l'Impero romano d'Occidente) non poteva essere imputata in alcun modo alla religione cristiana, essendo il frutto di un processo storico teleologicamente preordinato da Dio.
▪ De vera religione o "La vera religione" fu composto a Tagaste tra il 389 ed il 391;
▪ De utilitate credendi o "L'utilità di credere", del 391;
▪ De fide rerum quae non videntur o "La fede nelle cose che non si vedono", del 400;
Lettera 120 a Consenzio.

Scritti esegetici
I più notevoli dei suoi lavori biblici illustrano o una teoria dell'esegesi (generalmente approvata) che si diletta nel trovare interpretazioni mistiche ed allegoriche, o lo stile della predicazione che si fonda su quei punti di vista. La sua produzione strettamente esegetica è ben lontana, tuttavia, dall'eguagliare il valore scientifico di quella di Girolamo: la sua conoscenza delle lingue bibliche era insufficiente. Comprendeva il greco con qualche difficoltà e, per quanto riguarda l'ebraico, tutto ciò che si può desumere dagli studi di Schanz e Rottmanner è che aveva familiarità con il punico, una lingua simile all'ebraico. Inoltre, le due grandi qualità del suo genio, la prodigiosa sottigliezza e l'ardente sensibilità, lo portarono a destreggiarsi tra interpretazioni che a volte erano più ingegnose che realistiche. Tra le sue opere ricordiamo:
De doctrina cristiana
Da quando Agostino fu ordinato sacerdote cominciò seriamente ad interessarsi all'esegesi delle Sacre Scritture. Questa opera, redatta in quattro libri, raccoglie la sua esperienza di commentatore biblico: i primi tre libri trattano della comprensione dei contenuti (res) e delle parole (signa), il quarto discorre della corretta esposizione dei contenuti (proferre).
Il commentatore dei testi sacri, in questo caso della Bibbia, deve ponderare bene le proprie ipotesi e obbligatoriamente confrontarle con i germina caritas cristiani che sono presenti in ogni parte della Sacra Scrittura: questi valori portanti sono l'amore per Dio e l'amore per il prossimo. Inoltre il lettore deve prestare molta attenzione alla comprensione delle parole che possono essere sconosciute, spiegabili attraverso il confronto con le lingue greco-ebraiche, oppure ambigue, e possono essere veramente comprese ricorrendo al testo originale o in alternativa consultando altre traduzioni a disposizione.
Agostino dimostra qui uno spirito filologico di sensibilità molto elevata, elabora concetti di scientificità basilari per l'approccio alla comprensione di un testo. Per quanto riguarda il proferre, l'autore ammette, a differenza di altri autori cristiani, l'uso della retorica classica purché miri alla creazione di una nuova retorica cristiana, che per essere tale deve essere esercitata da uomini meritevoli e integerrimi, ricordando il pensiero di Catone (un buon cittadino è un ottimo oratore).
All'interno del componimento si trovano molte riflessioni interessanti, come la differenza tra frui ("godere") e uti ("usare"), all'interno del pensiero che vede l'uomo bearsi di ogni cosa che provoca diletto ed usa tutto ciò che è necessario per raggiungere tale piacere. Nel sistema del godimento creato da Agostino Dio, naturalmente, occupa il posto massimo dunque l'uomo per raggiungere tale letizia deve impiegare i mezzi che possiede, ossia l'anima e il corpo. L'altra riflessione che emerge è di carattere linguistico-culturale e consiste nella differenza tra res (la cosa in sé) e signum (ciò che rimanda ad altro). La parola è sicuramente un segno, afferma Agostino, per tanto la teoria platonica di un linguaggio naturale viene sostituita da quella di un linguaggio convenzionale, ossia frutto di un accordo comune tra gli uomini. Il filosofo chiude l'opera esprimendo la sua idea di nuova retorica cristiana: un'opera non deve essere giudicata attraverso canoni prefissati (cioè quelli della retorica classica) ma, più propriamente in base a ciò che realmente contiene.

Culto
Agostino fu venerato come santo dalla Chiesa cristiana da tempo immemorabile.
Nel 1268 fu annoverato fra i primi quattro dottori della Chiesa.
In occasione del XV centario della morte papa Pio XI ne commemorò la figura nell'enciclica Ad Salutem Humani del 20 aprile 1930.
Sant'Agostino è santo patrono delle seguenti città:
▪ Agosta (RM)
▪ Piombino (LI)
▪ Tarbes (Francia)
▪ Sant'Agostino (FR)
▪ Carpineto Romano (RM)
▪ Cassago Brianza (LC)
▪ Campoascolano (RM)
▪ Coli (PC)
▪ Ostia (quartiere di Roma)
▪ Governolo di Roncoferraro (MN)
▪ Riccia (CB)
▪ Villafontana (VR)
È santo compatrono di Pavia (a partire dal 16 settembre 2007, dal decreto stipulato il 28 agosto 2007)

Ordini religiosi ispirati ad Agostino
Ad Agostino si rifanno numerose forme di vita religiosa, tra i quali l'Ordine di Sant'Agostino (OSA), chiamato degli Agostiniani: diffusi in tutto il mondo, insieme agli Agostiniani scalzi (OAD) e agli Agostiniani Recolletti (OAR), costituiscono nella Chiesa cattolica la principale eredità spirituale del santo di Ippona, alla cui Regola di vita si ispirano anche numerose altre congregazioni, come ad esempio i Domenicani, oltre ai Canonici Regolari di Sant'Agostino.
A lui si deve la nascita delle varie regole del monachesimo, come la Regula Magistri e la Regola di San Benedetto. Cesario d'Arles, infatti, si ispirò ai suoi scritti sia per le sue prediche che per la fondazione di alcuni ordini monastici.
Anche alcune Chiese scismatiche africane, fenomeni a metà tra le cosiddette Piccole Chiese ed il sincretismo (in particolare quelle fornite di successione apostolica), sorte nel corso del XIX e del XX secolo, si sono auto-definite Agostiniste, in considerazione della origine africana del santo.

Opere d'arte dedicate ad Agostino
Pittura
▪ Sant'Agostino di Masaccio, Staatliche Museen, Berlino
▪ Sant'Agostino nello studio di Sandro Botticelli, Uffizi (Firenze)
▪ Sant'Agostino nello studio di Sandro Botticelli, chiesa di Ognissanti (Firenze)
▪ Sant'Agostino nello studio di Domenico Ghirlandaio, chiesa di Ognissanti (Firenze)
▪ Sant'Agostino di Piero della Francesca

Scultura
▪ Sant'Agostino di Filippo Brunelleschi, cattedrale di San Zeno (Pistoia)

Film e Fiction
▪ Roberto Rossellini, Agostino di Ippona, Italia 1972, con Dary Berkany e Virginio Gazzolo.
Questo film esiste anche in DVD edito da Is. Luce nel 2005, con una durata di 115 minuti.
▪ Christian Duguay, "Sant'Agostino", Italia 2009, con Alessandro Preziosi, Monica Guerritore, Franco Nero, Katy Louise Saunders, Serena Rossi. Prodotto da RAI Fiction con Alessandro Preziosi e Franco Nero nella parte del protagonista.
La sceneggiatura, in parte di fantasia, si fonda su dati storici, o quanto meno realistici: ad esempio, non c'è documentazione del fatto che Agostino abbia ottenuto la liberazione di prigionieri dal re dei Vandali, ma l'avvenimento in sé non è improbabile, dato che altri vescovi, in simili occasioni, l'avevano fatto, com'è il caso di San Mercuriale, vescovo di Forlì, che aveva ottenuto, pochi anni prima, la liberazione dei suoi concittadini prigionieri dei Visigoti.

Musica
▪ Marco Bargagna, Agostino d'Ippona, Italia 2001, Oratorio per Soli, Coro e Orchestra - 2CD - Interpreti: Maria Billeri, Soprano, Giancarlo Ceccarini, Baritono, Salvatore Ciulla, Voce recitante. Dir. Stafano Barandoni. Testi tratti dagli scritti di Agostino, dalla Vita di Agostino di Possidio e dai libri liturgici
▪ Corrado Cicciarelli, Aldino Leoni, Il Sacco di Sant'Agostino, Italia 1994 (I edizione, esecuzione prima in San Pietro in Ciel d'Oro) e 2009 (II edizione) Oratorio (musicassetta e libretto edizioni Joker, 1994) - Interpreti: Corrado Cicciarelli, Aldino Leoni, Mario Martinengo, Andrea Negruzzo, Giorgio Penotti (Gruppo dell'Incanto).

Romanzi filosofici
▪ Jostein Gaarder, Vita brevis, 2000
▪ Filippo Puglisi, Il cono d'ombra, (Premio Campofranco 1989) Idea, 1988.

Note
1. ^ Il nome "Aurelio" gli fu dato, per errore, nel Medioevo.
2. ^ Citazione tratta da Antonio Livi, Storia Sociale della Filosofia, Vol I, pag.242, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 2004, ISBN 88-534-0267-9
3. ^ Oggi infatti gli studiosi concordano sul fatto che la filosofia agostiniana è sostanzialmente di stampo neoplatonico. Gli studi del prof. Reale ad esempio hanno contribuito a rimuovere le interpretazioni medievali del pensiero di Agostino, riconducendolo entro la cornice di un autentico neoplatonismo.
4. ^ «Nessuna altra cosa può rendere la mente compagna del desiderio disordinato se non la propria volontà e il libero arbitrio» (Agostino, Il libero arbitrio, libro I, 11, 21).
5. ^ Henri-Irénée Marrou, Crise de notre temps et réflexion chrétienne de 1930 à 1975, Beauchesne, 1978, p. 177; Étienne Gilson, Le philosophe et la théologie (1960), Vrin, 2005, p. 175; Encyclopedia Americana, Scholastic Library Publishing, 2005, volume 3, p. 569; Guy Bedouelle, L'Histoire de l'Eglise, Rouergues, 2004, p. 34; Norman Cantor, The Civilization of the Middle Ages, Harper Perennial, 1994, p. 74; François Mauriac, Bloc-notes, 1952-1957, Flammarion, 1958, p. 320; Claude Lepelley, Saint Augustin et le rayonnement de sa pensée dans Histoire du Christianisme, Seuil, 2007. p. 122; Grand Larousse encyclopédique, Librairie Larousse, 1960, tomo 1, p. 144.
6. ^ Emerge qui velatamente il pensiero di Agostino sulla natura del male, concepito come un semplice non-essere: il furto, opera malvagia, è privo di consistenza. «Qualcosa» erano le pere, ma non da esse egli era attratto, bensì dal desiderio di rubare fine a se stesso.
7. ^ Servitium. Quaderni di spiritualità XXIV (1990), pp. 31-42.
8. ^ Citazione della seconda epistola di San Pietro, II, 20.
9. ^ Confessioni, VI.
10. ^ «Io sono la Via, la Verità e la Vita», vangelo di Giovanni 14,6.
11. ^ Confessioni, VIII, I II.
12. ^ La tradizione che vuole che in quell'occasione fu cantato il Te Deum alternativamente dal vescovo e dal neofita è infondata.
13. ^ Vita Sancti Augustini, XXII.
14. ^ De civitate Dei, XIX, c. XIII, n. 2.
15. ^ Sant'Agostino, Confessioni, VII, 12-20.
16. ^ Epistola LXXXVIII, a Gennaro vescovo donatista.
17. ^ Vos rogamus ne occidatis Epistola c, al proconsole Donato.
18. ^ Si tratta di un concetto che rievoca le parole di Paolo di Tarso: «C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; io infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me» (Paolo, Lettera ai Romani, VII, 18-20).

• 1645 - Ugo Grozio (Hugo Grotius, Huig de Groot, oppure Hugo de Groot) (Delft, 10 aprile 1583 – Rostock, 28 agosto 1645) è stato un giurista, filosofo e scrittore olandese.
Lavorò come giurista nelle Province Unite (oggi Paesi Bassi) e gettò le basi del diritto internazionale, basato sul diritto naturale. Fu inoltre un filosofo, scrittore teatrale, e poeta.
Nel suo libro Mare Liberum, Ugo Grozio formulò il principio innovativo secondo il quale il mare fosse territorio internazionale e tutte le nazioni fossero libere di commerciare attraverso rotte marittime. Grozio, proclamando la "libertà dei mari" diede una giustificazione ideologica per la rottura di alcuni monopoli commerciali per merito della flotta olandese (che successivamente stabilì i propri).
L'Inghilterra, che lottava con gli Olandesi per il predominio sul commercio mondiale, si oppose a quest'idea, proclamando la sovranità sulle acque attorno alle Isole Britanniche.
In Mare clausum (1635) John Selden tentò di dimostrare che fosse possibile appropriarsi dei mari, così come accadeva per le terre. Poiché riguardo al dominio sui mari vi erano molte controversie, gli stati che si affacciavano su di essi decisero di rifarsi al principio secondo cui il mare fosse un'"estensione della terraferma". Venne infine trovata una soluzione da parte di Cornelius Bynkershoek il quale nel De dominio maris (1702) suggerì che il dominio sulle acque fosse limitato a tutto ciò che potesse essere colpito da un cannone situato sulla terraferma (cioè solo le acque difendibili da terra). Questa regola venne universalmente adottata e venne migliorata nel cosiddetto limite di tre miglia.
In seguito la disputa avrebbe avuto importanti implicazioni economiche. La Repubblica Olandese sosteneva l'idea di libero scambio (nonostante avesse imposto il proprio monopolio sul commercio della noce moscata e dei chiodi di garofano alle isole Molucche). L'Inghilterra invece nel 1651 adottò il Navigation Act, con il quale consentì l'ingresso nel Paese solo dei prodotti trasportati dalle navi inglesi. Questo portò alla prima guerra anglo-olandese (1652 - 1654).
Grozio fu un sostenitore degli Stati generali olandesi in contrasto con lo statolder Maurizio di Nassau, figlio di Guglielmo I d'Orange (Guglielmo il Taciturno). Venne arrestato da Maurizio il 29 agosto 1618, insieme con Johan van Oldenbarnevelt. Dopo un processo sommario Van Oldenbarnevelt venne condannato a morte e giustiziato, Grozio invece venne condannato all'ergastolo nel castello di Loevenstein. Nel 1621 riuscì ad evadere nascondendosi in una cassa per i libri e si rifugiò a Parigi. In Olanda è famoso soprattutto per questa sua rocambolesca fuga. Sia il Rijksmuseum ad Amsterdam, che il Het Prinsenhof a Delft sostengono di possedere la cassa originale.
Grozio visse all'epoca della guerra degli Ottant'anni tra Spagna e Paesi Bassi e la guerra dei Trent'anni tra le nazioni europee Protestanti e quelle Cattoliche. Non sorprende quindi che fosse interessato sia alle dispute tra nazioni, sia a quelle tra religioni. Egli era un calvinista, un moderato, aveva molti contatti con il mondo cattolico e sperava in una riunificazione delle Chiese Cristiane. Nel 1625 pubblicò il libro De iure belli ac pacis (Le leggi della guerra e della pace), dove presentò la teoria della guerra giusta e sostenne che tutte le nazioni fossero legate dal principio del diritto naturale.
Scrittori come Bayle e Valletta riportano la notizia di una sua conversione al cattolicesimo, in punto di morte.
A Grozio è intitolato l'asteroide 9994 Grotius.

Teoria del "Contratto Sociale"
Grozio è considerato, insieme a Francisco de Vitoria, il padre del diritto naturale in epoca moderna. Inoltre, nella sua opera "De iure belli ac pacis" traccia un quadro completo delle tendenze che poi porteranno al razionalismo moderno.
Una delle teorie giusfilosofiche più importanti formulate dall'olandese fu quella del "contratto sociale"', e cioè che lo stato di natura deriva dalla tendenza dell'uomo che è portato a istituire con gli altri simili una determinata forma di comunità politica, pacifica e concorde.
Il contratto sociale si attua quando lo stato di natura diventa impraticabile, violento ed insicuro per l'aumento dei bisogni, per la diminuzione delle ricchezze disponibili e per il nascere degli istinti egoistici.
In questo caso gli uomini, in vista di un'utilità comune, passano dallo stato di natura allo stato civile trasferendo ad un sovrano, mediante un patto, il potere di far coercitivamente rispettare la sfera di interessi di ciascun individuo.
Questo contratto, in cui si fissano i diritti del singolo ed i poteri del sovrano, crea lo Stato e il suo potere nonché le due distinte sfere di diritto pubblico e diritto privato. Lo Stato viene concepito da Grozio come un macroindividuo che è in grado, come un individuo, di tenere dei rapporti con gli uomini diversamente dalla polis greca o dai corpora medioevali; Quest'idea accompagna lo sviluppo della borghesia e si traduce nell'idea giusnaturalistica secondo la quale l'uomo possiede strumenti necessari per conoscere e conseguentemente arrivare a dominare il mondo grazie alle nuove scoperte scientifiche.

La Verità della Religione Cristiana
Ugo Grozio scrisse un libro in cui proclamava la sua adesione al Cristianesimo, dal titolo De veritate religionis Christianae, pubblicato nel 1632, che venne tradotto dal latino in inglese, arabo, persiano e cinese da Edward Pococke. Venne utilizzato dai missionari in Oriente e rimase in stampa fino alla fine del XIX secolo. Fu il primo libro di apologia cristiana e venne diviso in sei parti. Parte del testo riguardava la questione emergente della consapevolezza storica dell'autorità e del contenuto dei Vangeli canonici. Altre parti invece riguardavano le religioni pagane, l'Ebraismo e l'Islam. Ciò che distingue quest'opera dalle altre nell'ambito dell'apologetica cristiana è il ruolo di precursore di alcuni problemi emersi nel deismo del XVIII secolo, e che Grozio fu il primo ad applicare alla difesa della fede cristiana nel campo dell'apologetica legale o giuridica.

* 1767 - Giacomo Antonio Melchiorre Ceruti, detto il Pitocchetto (Milano, 13 ottobre 1698 – Milano, 28 agosto 1767), è stato un pittore italiano, annoverato tra i più importanti esponenti del tardo barocco italiano.
Fu multiforme e disuguale nei suoi lavori: impacciato nelle pale d'altare e nei soggetti sacri, maestro nei ritratti.
Nacque a Milano, ma fin dai primi anni venti del settecento la sua patria di elezione fu Brescia, città in cui l'artista si guadagnò il soprannome di Pitocchetto per il genere pittorico - di cui è considerato il capostipite - che aveva come soggetti principali i poveri, i reietti, i vagabondi, i contadini (i pitocchi, appunto), raffigurati in quadri a grande formato e ripresi con stile documentaristico e con uno spirito di umana empatia.
Il suo percorso artistico è parte di quel filone della pittura di realtà che ha in Lombardia una tradizione secolare: prima di lui grandissimi artisti come Vincenzo Foppa, la scuola bresciana intorno a Moretto e Savoldo, Caravaggio, tutti avevano toccato l'argomento, ma nessuno prima del Cerruti seppe indagare con tanta spietata lucidità la verità quotidiana.
Il Ritratto del conte Giovanni Maria Fenaroli (1724, collezione Fenaroli, Corneto) è la sua prima opera di certa attribuzione.
Nel 1736 l'artista lombardo si trasferì prima a Venezia e poi a Padova, dove la sua attività per la Basilica del Santo e per altre chiese è documentata nel triennio successivo.
A Padova in particolare operò per la Basilica del Santo e per altre chiese, tra cui quella di Santa Lucia presso la quale, oltre ad una pala dedicata alla santa e un Battesimo di San Giustino, sono presenti anche i Quattro Padri della Chiesa, i Quattro Evangelisti e i Quattro Santi protettori della città.
Da ricordare anche la pala d'altare di Gandino (1734) e gli affreschi di Palazzo Grassi a Venezia (1736) e di Palazzo Salvadego a Padernello.
Sulle sue produzioni artistiche per i luoghi sacri, gli influssi che ebbero le opere di Carlo Ceresa e Antonio Cifrondi sono innegabili.
Dopo il soggiorno veneziano, ricevette varie commissioni pubbliche e tornò a Milano, dove è documentata la sua presenza nel triennio dal 1742 al 1745, trasferendosi in seguito a Piacenza.
Le commissioni ottenute in quegli anni gli diedero l'occasione di acquisire e padroneggiare strumenti stilistici e compositivi tali da consentirgli un'attività di pittore "di storia", più proficua e di più ampia risonanza, condotta parallelamente alla pratica del ritratto e della scena di genere.
Tra le opere che lo resero celebre la Lavandaia (1736 circa), attualmente alla pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, e le molte nature morte.
La rivalutazione della sua figura si deve a Roberto Longhi.

• 1784 - Nato con il nome di Miquel Josep Serra i Ferrer a Petra, nelle isole Baleari sull'isola maggiore di Maiorca, il 24 novembre 1713, prese in nome di san Junipero che era stato anch'esso un francescano e seguace di San Francesco d'Assisi. Il 14 settembre 1730 entrò nell'ordine dei frati minori.
E’ chiamato l’Apostolo della California; nacque a Petra (Majorca) il 24 novembre 1713 da Antonio e Margherita Ferrer e fu battezzato con il nome di Michele. Frequentò la scuola annessa al convento francescano e nel contempo aiutava la famiglia nel lavoro dei campi.
Rispondendo alla sua vocazione, da giovane si recò a Majorca capitale delle Isole Baleari per entrare nell’Ordine Francescano, il 15-9-1731 fece la professione religiosa prendendo il nome di frate Ginepro (Junipero in spagnolo) come il compagno 
di s. Francesco. 
Per 18 anni visse tutte le realtà francescane dell’arcipelago, divenendo sacerdote, predicatore, professore di filosofia e di teologia presso l’Università Luliana.
Vivo successo spirituale fruttavano le sue predicazioni in particolare durante le Quaresime. 
All’inizio del 1749 a 35 anni, ubbidendo ad una sua interiore vocazione lasciò Majorca per partire per le Missioni d’America insieme ad un suo discepolo Francesco Palòu, che gli rimarrà vicino per tutta la vita. 

Il 18 ottobre 1749 la sua nave gettò l’ancora a San Giovanni di Porto Rico e il 7 dicembre approdò a Veracruz. Proseguì a piedi fino a Città del Messico dove la mattina del 1° gennaio 1750 fu accolto dai francescani del Collegio apostolico di San Ferdinando, posto nei dintorni della capitale. 

Trascorsi cinque mesi di preparazione per missionario tra gli indios, partì, insieme al Palòu per la Sierra Gorda, giungendo a Jalpàn il 16 giugno 1750, fu istruito da un governatore indigeno sulla lingua Pame e quindi iniziò la sua predicazione agli Indios nel loro linguaggio, traducendo le preghiere ordinarie e il catechismo, educandoli anche al lavoro. 

Poté con il loro aiuto costruire un tempio in pietra a Santiago di Jalpàn in stile barocco, ancora oggi di interesse architettonico, il quale fu preso a modello per la realizzazione di quattro chiese nelle altre missioni. 
Restò con vari incarichi, fra quale quello di superiore nelle cinque missioni della Sierra Gorda, finché i suoi superiori lo inviarono nel Texas a ricostituire la missione di San Saba, distrutta un poco prima dagli indiani Apaches, ma poi l’incarico fu in seguito annullato per il forte pericolo che comportava e fra’ Junipero restò al Collegio apostolico di San Ferdinando come maestro dei novizi e predicatore delle missioni in varie diocesi messicane, tutto questo dal 1758 al 1767. A giugno del 1767 i gesuiti furono espulsi dai possedimenti spagnoli e le missioni della Bassa California vennero affidate ai francescani, Junipero fu nominato superiore e insieme ad altri 14 compagni giunse nella Bassa California il 1° aprile 1768. Dopo solo due anni, visto anche le condizioni generali più favorevoli, poté fondare la prima missione di San Diego il 16 luglio 1769. 
Spostatosi verso l’Alta California fondò le missioni di San Carlos di Monterey (trasferita poi sulle sponde del fiume Carmelo), di Sant’Antonio il 14 luglio 1771; San Gabriel (oggi inserita nella grande città di Los Angeles) l’8 settembre 1771; San Luigi Obispo il 1° settembre 1772. 
Seguì un periodo d’incomprensione con un comandante militare per cui si ritirò, sempre a piedi, di nuovo al Collegio di San Ferdinando in Messico ove rimase fino al 13 marzo 1774, quando fece di nuovo ritorno prima a San Diego e poi al Carmelo di Monterey, dove ebbe un periodo di relativa tranquillità, mentre l’evangelizzazione dell’intera Penisola Californiana proseguiva lentamente ma con costanza. 

Diresse personalmente i lavori di ricostruzione della missione di San Diego distrutta dagli indios; fondò il 1° agosto 1776 la missione di San Francisco; il 1° novembre quella di San Juan Capistrano e il 7 gennaio 1777 quella di Santa Clara. 
Papa Clemente XIV gli concesse il privilegio di amministrare il sacramento della Cresima per dieci anni, al termine dei quali il numero dei cresimati di tutte le sue missioni da lui visitate fu di 5309; nel 1782 fondò l’ultima missione di San Bonaventura, realizzata nei Nuovi Territori, poi si ritirò al Carmelo di Monterey sempre con il suo fedele discepolo Palòu (che in seguito ne scrisse la vita avventurosa quale testimone oculare) e lì morì il 28 agosto 1784, munito dei conforti religiosi e sepolto nella chiesa della missione. 
Fu un colosso dell’evangelizzazione, nella sola California in diciassette anni dal 1767 al 1784 percorse circa 9900 km e 5400 miglia di navigazione, sopportando nonostante l’età e le infermità, le condizioni aspre e disagiate dei lunghi viaggi in mare, sui fiumi e soprattutto a piedi; fondò nove missioni da cui derivano i nomi francescani di importantissime città californiane come San Francisco, San Diego, Los Angeles, ecc. 
Considerato come il padre degli indios fu onorato come un eroe nazionale e dal 1° marzo 1931 la sua statua si trova nella Sala del Congresso di Washington come rappresentante dello Stato della California; la cima più alta della catena montuosa Santa Lucia in California, porta il suo nome. E’ stato beatificato da papa Giovanni Paolo II il 25-9-1988. Autore: Antonio Borrelli.

• 1935 - Alfredo Rocco (Napoli, 9 settembre 1875 – Roma, 28 agosto 1935) è stato un politico e giurista italiano, al cui nome è legato il codice penale da lui varato.
Figlio di un ingegnere, la sua famiglia fu definita da Indro Montanelli "un allevamento di cavalli di razza": tutti i suoi quattro figli emersero nel Novecento sul piano nazionale come grandi giuristi: oltre ad Alfredo, Arturo (professore di diritto e procedura penale alle universita' di Sassari, Napoli e Roma, fondatore della scuola moderna del tecnicismo giuridico), Ugo (professore ordinario di diritto processuale civile a Napoli) e Ferdinando, presidente del Consiglio di Stato dal 1947.
Alfredo fu professore ordinario di Diritto commerciale all'Università di Urbino e Macerata, poi di Procedura civile a Parma, tenne la cattedra di Diritto commerciale all'Università di Padova, dal 1910 al 1925, e successivamente quella di Legislazione economica dell'Università La Sapienza di Roma, di cui fu rettore dal 1932 al 1935.
Eletto nel 1921 alla Camera dei deputati del Regno d'Italia, della quale fu Presidente nel 1924, più volte sottosegretario, dal 1925 al 1932 fu ministro della Giustizia e degli Affari di culto e promosse la codificazione penale del fascismo, firmando il codice penale e quello di procedura penale del 1930, e conciliando la scuola penale Classica e quella Positiva col sistema del cosiddetto "Doppio Binario", ovvero l'alternanza fra pena e misura di sicurezza.
Albert Einstein scrisse al ministro una lettera (riportata nel libro Il mondo come io lo vedo) in cui chiedeva che non fosse necessario che gli scienziati dovessero iscriversi al partito fascista per continuare le loro ricerche.
Nominato senatore del Regno nel 1934, morì a Roma nel 1935.

I "codici Rocco"
Rocco intervenne in prima persona nel corso dei lavori di redazione dei codici penale e processuale penale, optando per soluzioni spesso in contrasto con la maggioranza dei membri delle commissioni ministeriali ed entrando spesso in dissidio con giuristi insigni come Vincenzo Manzini che proponevano tesi più oltranziste.
Il codice penale del 1930 è tuttora in vigore, sia pure con non poche modifiche rispetto al testo originario. Il suo carattere autoritario è stato oggetto di critiche provenienti da diverse parti politiche.
Il codice di procedura penale, profondamente modificato a partire dal 1955, è stato abrogato nel 1990 per essere sostituito dal testo attuale, che - pur redatto da una commissione di giuristi presieduta dal professor Giandomenico Pisapia - convenzionalmente prende il nome dal guardasigilli Giuliano Vassalli, laureatosi mezzo secolo prima in diritto penale avendo come relatore proprio il fratello di Alfredo Rocco, Arturo.

Pensiero politico
Rocco traccia una sorta di filosofia della storia, che può esprimersi tramite il principio dell'organizzazione (quando vige si realizzano i momenti migliori della società umana: impero romano, cultura cattolica, grandi realtà statali) oppure tramite il principio dell'individualità (quando è protagonista la storia vive i suoi momenti più bassi: barbari, movimento protestante, Rivoluzione). L'Italia, secondo Rocco, è riuscita a coniugare i due principi durante il risorgimento: è pervenuta all'organizzazione attraverso lo sfruttamento di idee liberali e democratiche.
Questo periodo è seguito dal decadimento dell'età giolittiana che perdura sino alla prima guerra mondiale. Con il fascismo si è tornati allo stato organizzato (principio dell'organizzazione): la rivoluzione fascista è stata tale nel significato etimologico del termine: ha fatto tornare le cose come erano prima (cambiamento di 360º, quindi ritorno al punto di partenza). La rivoluzione fascista, secondo Rocco, è stata dunque una rivoluzione conservatrice, avendo dato vita ad un ritorno delle forme autoritarie e gerarchiche.

• 1944
- Teresa Bracco (Dego, 24 febbraio 1924 – Dego, 28 agosto 1944) è stata proclamata beata da Giovanni Paolo II il 24 maggio 1998. Nativa del borgo di Santa Giulia, in alta val Bormida, fu la penultima di sette figli di Angela e Giacomo Bracco.
Cresciuta prevalentemente in un ambiente povero e contadino, ma fortemente religioso, compì gli studi elementari presso la locale scuola di Santa Giulia per poi dedicarsi totalmente alla pastorizia e all'aiuto domestico. All'età di nove anni rimase affascinata dalla figura di Domenico Savio, allievo di Giovanni Bosco, e fu proprio un proposito per la prima comunione di Domenico, "La morte ma non peccati", che porterà Teresa a scegliere lo stesso "programma di vita".
Il 28 agosto del 1944 un feroce rastrellamento tedesco colpì Santa Giulia e Teresa, così come altre donne e bambini del paese, fu presa come ostaggio di guerra dai soldati tedeschi. Capite le intenzioni non benevoli degli ufficiali tentò allora la fuga dirigendosi verso il bosco, ma venne raggiunta da un ufficiale che, preso dalla foga, la strangola e le spara un colpo di rivoltella al cuore. Il soldato si accanì ancora, sferrando calci al corpo oramai esanime di Teresa procurando lo sfondamento del cranio. Il corpo della giovane fu ritrovato nel bosco due giorni dopo e l'intera dinamica dell'assassinio fu chiarita con l'esame dei resti effettuato il 10 maggio del 1989 su ordine del tribunale ecclesiastico.
Durante la visita alla Sacra Sindone a Torino il pontefice Giovanni Paolo II proclamò Teresa Bracco beata il 24 maggio del 1998, fissando al 30 agosto la festività liturgica.

- Aldo Centolani (Alfonsine, 1922 – Alfonsine, 28 agosto 1944) è stato un partigiano italiano.
Operaio, comandante durante la Resistenza del Distaccamento "Aurelio Tarroni" della 28ª Brigata GAP "Mario Gordini" operante nel ravennate.
Ferito gravemente durante una operazione gappista nel corso di un combattimento seguito all'inaspettato arrivo di un camion di tedeschi presso la frazione di Savarna (Ravenna), venne ricoverato in fin di vita all'ospedale di Alfonsine.
Sottoposto a pressanti interrogatori, prima blandito poi torturato, rifiutò di rispondere, evitando anche di rivelare il suo nome per non compromettere i compagni di lotta ed i famigliari.
"Ai tedeschi, che cercarono di avvelenargli gli ultimi istanti di vita con grossolane frasi di scherno, rispose prima di spirare gridando tutto il suo disprezzo e predicendo l'immancabile rovina del nazismo." "Ma la cosa grande è stata che i tedeschi hanno chiamato sua madre, all'obitorio dell'ospedale di Alfonsine, per l'identificazione del cadavere, non erano sicuri chi fosse, e lei ha detto "No, non è mio figlio", non l'ha voluto riconoscere per evitare le rappresaglie dei fascisti alla propria famiglia. Disse tranquilla "No, non è mio figlio", ha avuto una grande forza."

- Mordechai Chaim Rumkowski (1877 – Auschwitz, 28 agosto 1944) fu un industriale polacco di religione ebraica ed attivista sionista che ricoprì il ruolo di presidente del Judenrat (consiglio ebraico) nominato dai nazisti all'interno del ghetto di Łódź. Il suo atteggiamento di fedele collaborazione con gli invasori e l'assoluta autorità esercitata all'interno del ghetto, seppur alla ricerca della salvezza dei propri correligionari, ne fanno un discusso personaggio storico.

- Mafalda di Savoia (Roma, 19 novembre 1902 – Buchenwald, 28 agosto 1944) era la secondogenita del re d'Italia Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro e sorella di Umberto II.

L'adolescenza
Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, Muti il suo soprannome, di indole docile e obbediente, ereditò dalla madre Elena il senso della famiglia, i valori umani, la passione per la musica e per l'arte.
Trascorse la sua infanzia nell'ambiente familiare accanto alla madre e alle sorelle Giovanna, Jolanda e Maria Francesca; le vacanze si svolgevano a Sant'Anna di Valdieri, a Racconigi e a San Rossore con la partecipazione di tutta la famiglia.
Durante la prima guerra mondiale, con le sorelle, seguì la madre nelle sue frequenti visite ai soldati e agli ospedali, venendo così coinvolta nelle attività materne di conforto e cura alle truppe.

Il matrimonio
Si sposò a Racconigi, il 23 settembre 1925, con il landgravio Filippo d'Assia.
Come dono di nozze ebbero un piccolo casale romano, situato tra i Parioli e la villa Savoia, a cui gli sposi dettero il nome di Villa Polissena, in memoria della principessa Polissena Cristina d'Assia-Rotenburg, seconda moglie di Carlo Emanuele III di Savoia.
Dal matrimonio ebbe quattro figli:
▪ Maurizio d'Assia (Racconigi, 6 agosto 1926), il quale sposò il 1 giugno 1964 la principessa tedesca Tatjana di Sayn-Wittgenstein-Berleburg (31.7.1940), da cui divorziò nel 1974; da questa unione nacquero 4 figli: Mafalda (6.7.1965), Enrico (17.10.1966), Elena (8.11.1967) e Filippo (17.9.1970).
▪ Enrico d'Assia (Roma, 30 ottobre 1927 - Langen, 18 novembre 1999).
▪ Ottone d'Assia (Roma, 3 giugno 1937 - Hannover, 3 gennaio 1998), il quale sposò il 5 aprile 1965 Angela von Doering (12.8.1940), dalla quale divorziò nel 1969; seconde nozze nel 1988 con la cecoslovacca Elisabeth Bönker, da cui divorziò nel 1994.
▪ Elisabetta d'Assia (Roma, 8 ottobre 1940), la quale sposò il 28 febbraio 1962 Friedrich Karl Gf von Oppersdorff (30.1.1925-1985); da questa unione sono nati due figli: Federico Carlo (1.12.1962) e Alessandro (3.8.1965).
Fu il periodo dell'ascesa in Italia del fascismo, visto da Mafalda con simpatia. Per la nascita dei suoi figli, Hitler le conferì la croce al merito (come a tutte le mamme di numerosa prole). Pur non riconoscendo alcun titolo nobiliare, il partito nazista assegnò a suo marito Filippo un grado nelle SS e vari incarichi.
Nel settembre del 1943, alla firma dell'armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il re fuggirono al Sud, ma Mafalda, partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di vita, non fu messa al corrente dei pericoli, forse per paura che informasse il Landgravio agli ordini del Führer. Seppe quindi dell'armistizio mentre era in Romania. Ne venne informata nel suo viaggio di ritorno, alla stazione ferroviaria di Sinaia, in piena notte, dalla regina Elena di Romania, che aveva fatto fermare appositamente il treno e aveva tentato di farla desistere dal rientro in Italia. Consiglio che Mafalda decise di non seguire.

Un tragico epilogo
Dopo i funerali del cognato Boris III, la principessa Mafalda decise di rientrare a Roma per congiungersi con i figli e la famiglia, incurante dei rischi: benché fosse figlia del Re d'Italia, e legatissima alla sua famiglia di origine, era anche e soprattutto cittadina tedesca, principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, quindi sicura che i tedeschi l'avrebbero rispettata.
Con mezzi di fortuna, il 22 settembre 1943 riuscì a raggiungere Roma e fece appena in tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da Monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI).
Il 23 mattina, all'improvviso, venne chiamata al comando tedesco con urgenza, per l'arrivo di una telefonata del marito da Kassel in Germania. Un tranello: in realtà il marito era già nel campo di concentramento di Flossenbürg.[1] Mafalda venne subito arrestata e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu trasferita poi a Berlino e infine deportata nel Lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto falso nome (Frau von Weber).
Le venne fatto divieto di rivelare la propria identità (per scherno i nazisti la chiamano Frau Abeba). Nel campo di concentramento le viene riconosciuto un particolare riguardo: occupa una baracca ai margini del campo insieme ad un ex-ministro socialdemocratico e sua moglie; ha lo stesso vitto degli ufficiali delle SS, molto più abbondante e di migliore qualità rispetto agli altri internati. Le viene assegnata come badante la signora Maria Ruhnan Testimone di Geova deportata per motivi religiosi; questa fu una figura molto importante per la principessa, la quale in punto di morte chiese che il suo orologio le fosse regalato come segno di riconoscenza. Il regime, pur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri è, comunque, duro: la dura vita del campo e il freddo invernale intenso la provarono molto. Malgrado il tentativo di segretezza attuato dai nazisti la notizia che la figlia del Re d'Italia si trovava a Buchenwald si diffuse.
Dalle testimonianze si apprende che i prigionieri italiani avevano sentito dire di una principessa italiana reclusa e che un medico italiano lì rinchiuso le aveva prestato soccorso. Si sa anche che mangiava pochissimo e che quando poteva faceva in modo che quel poco che le arrivava in più fosse distribuito a chi aveva più bisogno di lei.[2]
Nell'agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il lager; la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta. La principessa riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo. Fu ricoverata nell'infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma senza cure le sue condizioni peggiorarono. Dopo quattro giorni di tormenti, a causa delle piaghe insorse la cancrena e le fu amputato un braccio. L'operazione è di una lunghissima, sconcertante durata. Ancora addormentata, Mafalda viene abbandonata in una stanza del postribolo, privata di ulteriori cure e lasciata a se stessa. Muore dissanguata, senza aver ripreso conoscenza, nella notte del 28 agosto 1944. L'opinione del dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, è che Mafalda sia stata intenzionalmente operata in ritardo (seppur con procedura in sé impeccabile) per provocarne la morte. Il metodo delle operazioni esageratamente lunghe o ritardate era già stato applicato a Buchenwald, ed eseguito sempre dalle SS su altre personalità di cui si desiderava sbarazzarsi.
Il suo corpo, grazie al prete boemo del campo, padre Tyl, non venne cremato, ma messo in una bara di legno e seppellito in una fossa comune. Solo un numero: 262 eine unbekannte Frau (donna sconosciuta). Trascorsi alcuni mesi, sette italiani, già appartenenti alla regia marina e rinchiusi come lei nei campi di concentramento nazisti, non appena liberi seppero trovare fra mille la sua tomba anonima e si tassarono per apporvi una lapide identificativa.
Il dottor Fausto Pecorari, subito dopo essere rientrato a Trieste, si recò personalmente a Roma dal Regio Luogotenente principe Umberto per comunicargli la triste notizia del decesso per assassinio della principessa Mafalda.
La principessa Mafalda riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia nel castello di Kronberg in Taunus a Francoforte-Höchst, frazione di Francoforte sul Meno.

«Italiani, ricordatevi di me come di una vostra sorella»
Dopo essere stata diseppellita dalle macerie, causate dal bombardamento Alleato, Mafalda venne stesa su una scala a pioli per essere trasportata nella squallida casa che era stata adibita a infermeria. Nel tragitto notò due italiani dalla "I" che avevano cucita sulla giubba. Fece segno di avvicinarsi col braccio non ferito e disse loro: «Italiani, io muoio, ricordatevi di me non come di una principessa, ma come di una vostra sorella italiana».[3]

I ricordi di due sopravvissuti al lager di Buchenwald
Luigi Varrasso

Luigi Varrasso, nato il 1º marzo 1922 a Castiglione a Casauria e morto a Pescara, all'età di 81 anni, il 24 agosto 2003, ha trascorso gran parte della sua vita nel silenzio di ricordi atroci. Inteneriva quel volto sempre rigato di lacrime che si illuminava solo quando le labbra pronunciavano il nome della "dolce principessa" Mafalda di Savoia, la quale, segregata in una baracca accanto, condivise con lui quella dura esperienza nel campo di Buchenwald. Un destino beffardo e crudele accomunò due persone così distanti e così diverse, per un tempo troppo breve. Nel campo di Buchenwald, nei pressi di Weimar, in Turingia, Varrasso arrivò nell'autunno del 1943. «Mi trovavo da più di un anno in Grecia, ero militare (artigliere della contraerea addetto ai gruppi elettrogeni) a Kalamata, nel Peloponneso sud occidentale - raccontava Varrasso - avevo 21 anni e di li a poco, dopo l'armistizio dell'8 settembre, la mia vita sarebbe cambiata per sempre». Fu arrestato dai tedeschi, di sera, mentre si trovava al cinema con il comandante della divisione e un gruppo di commilitoni. Ricordando la sua prigionia Varrasso parla della terribile mansione che gli fu affidata: «Accatastati su un carretto, conducevo i miei compagni morti, ai forni. Ripiegavo quei mucchietti di ossa e li infilavo in quell'inferno di fuoco, stretto e violento». Qualcuno di quei corpi ammucchiati e rinsecchiti dalla fame e dal freddo, però, aveva ancora il sangue caldo. «I moribondi mi imploravano di non portarli a morire». Varrasso ricorda come la notizia della presenza della principessa Mafalda a Buchenwald fosse un elemento di malinconica dolcezza, in quell'inferno. La principessa e l'ex caporal maggiore non si incontrarono mai da vicino, ma Varrasso sapeva che lei era lì, reclusa in una baracca a pochi metri da lui. «La vidi solo una volta. Era bella. Indossava spesso veli viola che le coprivano il volto e passeggiava sotto il tiro dei fucili delle guardie. Mi accorsi che aveva problemi ad un braccio, poi di lei non seppi più nulla». Dopo moltissimi anni, il 23 settembre 1997, Varrasso scrisse una lettera ai discendenti dei Savoia per testimoniare quella comune esperienza con uno dei membri dell'ex Real Casa, il principe Enrico d'Assia, figlio di Mafalda. Questi, il 18 ottobre 1997, rispose con una missiva di "solidarietà" che Varrasso custodiva gelosamente. Nella lettera, sua altezza reale il principe Enrico d'Assia esprime «comprensione per il trauma da lei subito in seguito alla drammatica esperienza vissuta nel lager» ma nel contempo, poiché ogni testimonianza che riguarda la Madre lo coinvolge «emotivamente rinnovando quel terribile passato» preferisce non tornare più su quel periodo «che tanto profondamente ha inciso sulla mia vita».[4]

Giovanni Colone
«Aveva indosso una vestaglia bianca allacciata alla vita con una cintura, dove era appeso un barattolo per il cibo. Sulla fronte aveva una fascia bianca. Era alta circa un metro e sessanta. Aveva le scarpe molto rovinate». È questo il ricordo che Giovanni Colone, di Roccavivi (L'Aquila), morto nel 2003 all'età di 95 anni, conservava della principessa Mafalda. Colone incontrò la principessa il 28 aprile 1944, alle 9 del mattino, nel campo di concentramento di Buchenwald, dove la donna era stata deportata. Fu uno degli ultimi italiani a vederla viva. «Quella domenica mattina» aggiunge Colone «ci mandarono a prendere della legna per fare alcuni lavori. Eravamo tre, tutti italiani. Ad un certo punto arrivarono migliaia di prigionieri (circa 40 mila) quasi tutti ebrei. Questi provenivano da Budapest ed erano diretti ad un altro campo di concentramento. Erano disposti su più file e i tedeschi li circondavano con i mitra spianati. Intorno alla terza fila notai una ragazza che mi guardava attentamente, probabilmente perché, come tutti gli italiani, avevo una grossa "I" sulla gamba. 'Sei italiano, tu?' - mi chiese - 'Sì, lo sono' - risposi io, e lei mi disse - 'Io sono Mafalda di Savoia'. - Poi non poté più continuare, perché i tedeschi la minacciarono. Quello che mi rimase più impresso è che mi chiese erba da mangiare, portandosi la mano alla bocca». Giovanni Colone visse l'esperienza dei campi di concentramento per quattro anni. Alla fine della guerra tornò alla sua attività di agricoltore, e nel suo gregge ebbe sempre una pecorella di nome Mafalda, in ricordo della principessa[5].

Il comune di Mafalda
In Italia esiste un comune, Mafalda (in provincia di Campobasso, Molise), che nel 1903 assunse questo nome proprio in omaggio alla neonata erede di casa Savoia.

Film
Nel 2005 è stata girata e prodotta una fiction televisiva in due puntate sulla vita della Principessa Mafalda. La fiction è stata liberamente tratta dalla biografia storica di Cristina Siccardi (Paoline Editoriale Libri, Milano, 1999 - Fabbri Editori-RCS Libri, Collana Le grandi biografie, Milano, 2000)
▪ Programmazione: 28 e 29 novembre 2006
▪ Formato: Miniserie TV in due serate (2×100)
▪ Regia: Maurizio Zaccaro
▪ Interpreti: Stefania Rocca, Clotilde Courau (moglie di Emanuele Filiberto di Savoia e pronipote acquisita della principessa-martire), Franco Castellano, Johannes Brandrup
▪ Produzione: Angelo Rizzoli per Rizzoli Audiovisivi
La produzione si è avvalsa della consulenza storica di Maria Gabriella di Savoia, per ricostruire al meglio gli scenari e le atmosfere dell'epoca.

Riconoscimenti
Nella chiesa detta "Tempio dell'Internato Ignoto" a Padova, è stato eretto nella navata di sinistra un altare dedicato alla Principessa Mafalda opera dello scultore Vucotich. Molte città hanno intitolato vie e piazze ed eretto ricordi e monumenti a Mafalda (Roma, Milano, Genova, Alessandria, Rapallo,ecc.). A Roma le è stata intitolata una scuola elementare. La Casa di Riposo di Solbiate Comasco è stata intitolata alla Principessa e così il padiglione maternità dell'Ospedale Mauriziano di Torino. Lo scrittore Riccardo Bacchelli scrisse di lei: "Da lieto inizio di secolo al cupo fondo di immane tragedia storica. Mafalda di Savoia oltraggio di bieco odio e di spietato destino confermò lei nelle strenue virtù delle pie e forti antenate regali la mita fortitudine, la gentile bontà della donna, dell'italiana, della cristiana, vittima innocente, illuminarono di luce spirituale l'orrenda prigione, la fine atroce". Lo scrittore svedese Axel Munthe ha dedicato a Mafalda di Savoia il libro "La storia di San Michele", considerato il suo capolavoro. Il libro prende il nome dalla sua villa, ora museo, di Anacapri.

Note
1. ^ Anche se non vi è prova di un'effettiva infedeltà politica di Filippo d'Assia, egli era divenuto inviso al regime nazista, sia in quanto imparentato con quei Savoia che avevano deposto Benito Mussolini, sia perché ritenuto complice di una cospirazione contro Hitler. Ciò nonostante, Filippo ebbe senz'altro miglior fortuna della sua consorte: come abbiamo scritto poco sopra, morirà, infatti, nel 1980.
2. ^ Fonte: Santi e Beati
3. ^ Deposizione giurata dei fratelli Vittorio e Rino Rizzo, depositata nel 1945 presso il notaio Conti di Udine
4. ^ Tratto da www.quotidianiespresso.repubblica.it «Quei forni sempre accesi»
5. ^ Notizie tratte da Quell'incontro con Mafalda - di Adriana Curini, pubblicato sul n. di settembre 2003 di FERT (www.rigocamerano.org)

▪ 1959 - Georges Lefebvre (Lilla, 7 agosto 1874 – Boulogne-Billancourt, 28 agosto 1959) è stato uno storico francese, considerato a suo tempo come la massima autorità riguardo alla Rivoluzione francese, argomento che affrontò in saggi e riviste specializzate e Annali storiografici della rivoluzione francese.
Fu anche professore di "Storia della Rivoluzione Francese" all'università della Sorbona. Socialista per tutta la vita, dagli anni della Seconda guerra mondiale in avanti fu sempre più influenzato dal marxismo.
Nei suoi scritti spesso propone una visione dei fatti storici dal punto di vista di un contadino dell'epoca, come si può riscontrare ad esempio in uno dei suoi lavori più innovativi Les Paysans du Nord pendant la Révolution française (1924). Lefebvre venne influenzato dall'idea marxista che nella storia tutto ciò che si ricollega alla condizione della classe operaia è manipolato dalla classe dominante al potere; fu comunque principalmente uno storiografo non un polemista, e analizzò la storia nella sua piena complessità come un'interazione di fattori sociali, economici e politici.

▪ 1987 - John Huston (Nevada, 5 agosto 1906 – Middletown, 28 agosto 1987) è stato un regista, attore e sceneggiatore statunitense.
Nacque nella città di Nevada (Missouri) col nome John Marcellus Huston, dall'attore canadese Walter Huston e da Reah Gore, giornalista. I due si separarono quando aveva poco più di tre anni e, rimasto a vivere con la madre e con la nonna, John trascorre un'infanzia e un'adolescenza movimentata, tra una città e l'altra degli Stati Uniti, fino a che sua madre si risposa con Howard E. Stevens, importante dirigente di una compagnia ferroviaria, andando a stabilirsi nel Minnesota.
Tra gli undici e i tredici anni, John è afflitto da un disturbo di crescita, erroneamente diagnosticato come grave malattia renale, per cui viene ordinato il ricovero in una clinica e viene sottoposto a una dieta ipocalorica e ipoproteica. Solo qualche mese dopo, compreso che si trattava di un falso allarme, i medici ne autorizzano la dimissione. Trasferitosi in California con la famiglia, John si iscrive a una scuola superiore di Los Angeles, si avvicina alle arti figurative, studia il francese e impara i rudimenti del pugilato vincendo anche un campionato di dilettanti.
Quando viene a saper e che suo padre, ormai quarantenne, ha fatto il suo esordio a Broadway, decide di andare a trovarlo e comincia ad entrare nel mondo della cultura, conoscendo diverse personalità dell'epoca quali Francis Scott Fitzgerald, Eugene O'Neill, Theodore Dreiser e Sinclair Lewis. Grazie al loro appoggio, comincia a pubblicare i primi racconti sulla prestigiosa rivista American Mercury.

Sceneggiatore
Nel 1929 viene convocato da Samuel Goldwyn a Hollywood dove, per una paga di 150 dollari alla settimana, firma il suo primo contratto come sceneggiatore alla Metro, poi alla Universal Pictures lavora alla riscrittura di La sposa della tempesta (A House Divided) (1931), diretto da William Wyler. Dopo un breve e infruttuoso periodo alla Gaumont-British di Londra, torna a Hollywood dove nel 1938 viene messo sotto contratto dalla Warner. In quegli anni, la Warner produceva ben 60 film all'anno. Trattandosi soprattutto di pellicole d'azione e d'avventura, veniva data enorme importanza alla storia e agli sceneggiatori, mentre ad esempio alla Metro, che basava il suo fatturato sui divi, si privilegiava il lavoro dei registi.
I primi film Warner su cui Huston lavora sono di origine teatrale: Il sapore del delitto (The Amazing Dr. Clitterhouse), che verrà diretto da Anatole Litvak, e La figlia del vento (Jezebel), un melodramma sudista su misura per Bette Davis, che con questa pellicola desiderava prendersi una rivincita su Via col vento, per il quale non aveva ottenuto la parte di Rossella. Tra i lavori successivi, assume un'importanza fondamentale Una pallottola per Roy (High Sierra), che permetterà a Humphrey Bogart il salto di qualità e gli darà la patente di protagonista.

Regista
Proprio il talento dimostrato con quest'ultima sceneggiatura dà a Huston l'opportunità di realizzare il primo film come regista. Il mistero del falco (The Maltese Falcon), dall'omonimo romanzo di Dashiell Hammett, era già stato portato sullo schermo nel 1931 e nel 1936, ma senza successo. Huston ne prepara una sceneggiatura straordinariamente fedele all'originale e Jack Warner affida a lui stesso la regia, ma gli assegna un budget limitato. Il film viene pertanto realizzato tutto in interni, e senza nessun divo, ma proprio l'oculatezza di Huston nella scelta degli attori (a parte il già noto Bogart, anche la dark lady Mary Astor e i vari Peter Lorre, Sidney Greenstreet e anche suo padre Walter Huston in un piccolo ruolo non accreditato nei titoli) e la sua inaspettata capacità nel dirigerli e nell'ideare le scene faranno del Mistero del falco un cult movie per almeno tre generazioni di cinefili.
Il successo del film sorprende gli stessi dirigenti della casa cinematografica, che si affrettano ad annunciarne un sequel, che però non verrà mai realizzato. La seconda regia che gli viene affidata è un film ad alto costo, In questa nostra vita (In This Our Life) con Bette Davis, Olivia De Havilland e George Brent. Segue Agguato ai tropici (Across the Pacific), che rivede insieme buona parte del cast del Mistero del falco. Proprio qualche giorno prima del termine delle riprese, gli arriva una convocazione urgente dall'U.S. Army (dal quale si era congedato con il grado di tenente) che lo richiama in servizio.
Al seguito delle forze alleate, Huston realizza tre documentari di propaganda bellica, uno dei quali girato nelle Isole Aleutine, uno (The battle of San Pietro) girato in Italia. Questo film è talmente realistico e impressionante, che le autorità militari ne vietano la proiezione. Solo grazie all'interessamento del generale Marshall verrà concessa l'autorizzazione.
Il terzo documentario, girato in un ospedale psichiatrico militare, viene proibito per lo stesso motivo: non verrà mai proiettato e oggi sembra che sia andato irrimediabilmente perduto.
Tornato in patria, John si dedica alla trasposizione cinematografica de Il tesoro della Sierra Madre (The Treasure of the Sierra Madre), che darà a Bogart l'opportunità di dimostrare nuovamente le proprie capacità di grande attore e, di seguito, L'isola di corallo (Key Largo), in cui Bogart è affiancato dalla giovanissima moglie Lauren Bacall.
Nel 1950 è il turno di Giungla d'asfalto, da molti giudicato il suo capolavoro, al quale fanno seguito grandi successi quali La regina d'Africa (1951), Moulin Rouge (1952) e Moby Dick la balena bianca (1956). Poco successo ebbe invece Il tesoro dell'Africa (1953).
Nel cast de Gli spostati (The Misfits) (1960), riunisce Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift. Per i primi due, questo film sarà l'ultimo della carriera in quanto i due attori andranno subito dopo incontro ad una prematura scomparsa.
Nel 1966 il produttore Dino De Laurentiis gli affida la direzione di La Bibbia, kolossal girato in Italia e basato sulla Genesi che però, a fronte degli enormi investimenti, si rivela un fallimento sia sul piano commerciale che artistico. Ne La Bibbia, Huston si ritaglia la significativa parte del patriarca Noè, inizialmente offerta a Charlie Chaplin e ad Alec Guinness.
Dopo alcuni film girati in Europa, Huston torna negli Stati Uniti nel 1972 per realizzare un altro film amato dai critici e dai cinefili: si tratta di Città amara (Fat City), un film sul mondo del pugilato che affronta il tema dalla parte dei perdenti.
Al costoso progetto tratto da Kipling e intitolato L'uomo che volle farsi re (1975), fa seguito un periodo di inattività dovuto all'impianto di un pacemaker.
Tra le ultime opere della sua carriera, sono da ricordare Fuga per la vittoria (1981) e L'onore dei Prizzi (1985), che farà guadagnare a sua figlia Anjelica un Oscar, analogamente a quanto era capitato nel 1948 con Il tesoro della Sierra Madre a suo padre Walter.

Attore
L'esordio di John come attore risale all'età di soli tre anni quando, vestito da Zio Sam, esce da una scatola e declama in pubblico la filastrocca "Yankee Doodle Dandy". Bisognerà aspettare altri sedici anni per vederlo nuovamente recitare, questa volta come professionista, in un teatro di New York.
Nel cinema, accanto ai ruoli di attore che si è spesso ritagliato nei propri film, sono da ricordare le sue partecipazioni a Il cardinale (The Cardinal) di Otto Preminger e a Chinatown di Roman Polanski.
Nel 1941, Huston è nominato all'Oscar per la "Miglior sceneggiatura non originale" con il film Il mistero del falco (The Maltese Falcon), cupo noir in cui si afferma per uno stile crudo e asciutto, e nuovamente nel 1948 per Il tesoro della Sierra Madre (The Treasure of the Sierra Madre).
Alla morte del suo grande amico Humphrey Bogart, a John Huston toccò l'onore di preparare un discorso funebre in suo onore, dopo il rifiuto di Spencer Tracy che temeva di emozionarsi troppo.
Nel 1973 compare come Legislatore, voce narrante che apre Anno 2670: Ultimo Atto (Battle for the Planet of Apes) di Jack Lee Thompson.
Nel 1978 l'attore è il protagonista de Il triangolo delle Bermude, thriller fantascientifico appena accettabile diretto da René Cardona jr. e girato con scarse risorse.
Huston era anche un discreto pittore: creò nel 1982 la rappresentazione grafica per Château Mouton Rothschild.
È sepolto all'Hollywood Forever Cemetery a Hollywood, California.

▪ 1995 - Michael Andreas Helmuth Ende (Garmisch-Partenkirchen, 12 novembre 1929 – Stoccarda, 28 agosto 1995) è stato uno scrittore tedesco universalmente noto soprattutto per i romanzi Momo e La storia infinita.
Il padre di Michael, il pittore surrealista Edgar Ende, aveva un'attività artistica inizialmente ben avviata, che però incontrò nel corso degli anni trenta diverse difficoltà, a causa dell'imporsi del regime nazista, finché, nel 1936, fu costretto a sospendere qualunque esposizione. L'anno successivo tutte le sue opere furono confiscate dalle autorità in quanto "arte decadente".
Gli anni precedenti la guerra furono per Michael anni di crescita e studio, funestati nel 1937 dalla morte di un suo intimo amico, Willie: sulla sua immagine lo scrittore modellò, in seguito, l'aspetto di Bastiano, il protagonista de La storia infinita. Nel 1941, una sospensione scolastica lo spinse a pensieri suicidi, che riuscì a superare. L'anno successivo Michael evitò fortunosamente l'ingresso nella Hitler Jugend.
Nel 1945 Michael venne forzatamente arruolato per l'estrema difesa della Germania nazista, ormai prossima alla disfatta totale. Dopo un addestramento di un sol giorno, fu mandato al fronte, dove vide morire tre suoi compagni nei primissimi combattimenti. Michael gettò a terra il fucile e scappò, percorrendo a piedi, lungo tutta la notte, ottanta chilometri, nel tentativo di raggiungere Burach, dove viveva sua madre. Entrò quindi in un'organizzazione antinazista (Fronte per la Baviera Libera) sino al termine della guerra.
Gli anni seguenti la guerra furono segnati, per Michael, ormai quasi maggiorenne, dall'incontro con l'Antroposofia di Rudolf Steiner e quindi con il teatro. La sua ambizione divenne quella di poter essere attore. Scrisse opere teatrali e recitò in ruoli secondari, senza tuttavia ottenere grande riscontro.
Nel 1951 conobbe Ingeborg Hoffmann, che in seguito diventò sua moglie.
Il 1953 fu l'anno della crisi familiare dei genitori di Michael. Il padre conviveva con Lotte Schleger, della stessa età di Michael, mentre la madre tentò il suicidio. Michael riuscì a salvare la madre, consigliandole la pittura come terapia. La riconciliazione tra Michael e suo padre Edgar avvenne tre anni dopo, nel 1956.
In questi anni Michael ottenne un lavoro presso una compagnia radiofonica e nel mentre, sotto consiglio di un amico, scrisse nel 1958 il suo primo libro, Le avventure di Jim Bottone, che venne tuttavia rifiutato dall'editore cui lo spedì. Due anni dopo, nel 1960, riuscì a ottenere la pubblicazione dall'editore Tienemanns. Il successo del libro, primo premio nel 1961 per la letteratura per l'infanzia, permise a Michael di ottenere la stabilità economica.
Nel 1964 si sposò a Roma con Ingeborg Hoffmann. Nel 1965 suo padre morì per un attacco di cuore.
Continuò a lavorare per il teatro, sinché, nel 1971, si spostò a Genzano di Roma. Erano questi gli anni in cui lavorava a Momo, che completò nel 1972. Tienemanns accettò di pubblicarlo dopo alcune esitazioni. L'edizione del libro era accompagnata da illustrazioni dello stesso autore. Nel 1974 il libro ricevette un premio tra la letteratura per adolescenti.
Nel 1973 morì la madre di Michael.
Nel 1977 Michael compì il suo primo viaggio, di due settimane, in Giappone, paese dove lo scrittore sarebbe stato in seguito molto amato.
Nel 1979 completò e pubblicò La storia infinita. L'enorme successo del libro e la gran quantità di premi ricevuti, con una conseguente riscoperta di Momo da parte di pubblico e critica, portarono a Michael grande notorietà, la quale, tuttavia, risultò troppo pesante per l'autore, che ne risentì fisicamente e mentalmente.
Nel 1982 firmò il contratto per la versione cinematografica de La storia infinita. Apprese però solo in seguito delle enormi modifiche che produzione e regista volevano apportare alla storia, quando ormai era troppo tardi per opporsi. «Auguro la peste ai produttori. Mi hanno ingannato: quello che mi hanno fatto è una sozzura a livello umano, un tradimento a quello artistico» commentò dopo la prima. Il film venne proiettato nei cinema nel 1984, nonostante i tentativi dello scrittore per bloccarlo. Intentò una causa alla produzione perché fosse eliminato il suo nome dai titoli di testa, causa che, nel 1985, perse.
Nel 1983 completò Lo specchio nello specchio, raccolta di racconti cui stava lavorando da almeno dieci anni.
Nel 1985 morì la moglie. Lo stesso anno Michael, dopo quattordici anni di vita in Italia, tornò in Germania.
Nel 1986 venne completata la versione cinematografica di Momo (cui sarebbe seguita quella postuma a cartoni animati di Enzo D'Alò, Momo alla conquista del tempo con la colonna sonora di Gianna Nannini).
Nel 1989 tornò in Giappone, dove sposò la sua seconda moglie, Satō Mariko. Frequenti le visite in Giappone negli anni successivi.
Nel 1992 cominciarono i problemi allo stomaco, sino al 1994, quando gli viene diagnosticato un cancro. Michael Ende morì alle 19:10 del 28 agosto 1995, all'età di 65 anni.