Il calendario del 26 maggio
- Autore:
- Curatore:
- Fonte:
- Email:

Eventi
▪ 451 - Si combatte la battaglia di Avarayr tra ribelli armeni e l'Impero Sasanide, i primi, benché sconfitti, ottengono il diritto di osservare la loro religione.
▪ 1249 - Enzo di Svevia, re di Torres, viene sconfitto a Fossalta dai guelfi bolognesi
▪ 1328 - Guglielmo di Ockham lascia in segreto Avignone sotto la minaccia di Papa Giovanni XXII
Detto il dottore invincibile e il venerabile iniziatore, entrò nell'ordine francescano in giovane età, studiò all'Università di Oxford fra il 1307 e il 1318, intraprendendo l'insegnamento, in seguito, nella medesima università.
Accusato di eresia, subì un processo da parte dell'Inquisizione ad Avignone nel 1324, a seguito del quale cinquantuno sue enunciazioni teologiche vennero condannate dal pontefice Giovanni XXII. Fu successivamente assolto da Papa Clemente VI l'8 giugno 1349. Ad Avignone, dove soggiornò per quattro anni, conobbe Michele da Cesena, il ministro generale dell'ordine francescano, che condivideva con lui l'idea che le comunità cristiane potessero avere in uso dei beni ma giammai possederli, secondo la dottrina della povertà evangelica, contrariamente a quanto sosteneva il papato.
Nel maggio 1328 Guglielmo e i suoi confratelli, timorosi di entrare in conflitto col papa, si ritirarono a Pisa, dove entrò al seguito dell'imperatore Ludovico il Bavaro con cui si era schierato nella controversia tra l'Impero ed il Papato.
Lì arrivò la scomunica da parte del papa, dopo la quale Guglielmo decise di seguire l'imperatore andando con lui a Monaco di Baviera, seguito anche da Michele da Cesena, con il quale continuò la polemica contro la Chiesa. Morto l'imperatore e il generale francescano, Guglielmo cercò di riavvicinare le sue posizioni a quelle della Chiesa, ma morì nel 1349 prima che questo riavvicinamento si compisse.
▪ 1432 - Apparizione della Beata Vergine alla caravaggina Giannetta nel medesimo borgo
▪ 1538 - Ginevra espelle Giovanni Calvino
▪ 1637 - Guerra Pequot: una forza alleata di Puritani e Mohawk, comandata dal capitano inglese John Mason, attacca un villaggio Pequot nel Connecticut, uccidendo circa 500 abitanti
▪ 1647 - Alse Young è la prima vittima dei processi per stregoneria nelle colonie britanniche in America e viene impiccata ad Hartford, Connecticut.
▪ 1670 - A Dover, Carlo II d'Inghilterra e Luigi XIV di Francia firmano un trattato segreto che pone fine alle ostilità tra i due regni
▪ 1734 - Battaglia di Bitonto: il Regno di Napoli, diventa indipendente sotto Carlo III di Borbone, che lo sottrae agli austriaci.
▪ 1736 - Battaglia di Ackia: i britannici e la tribù nativa americana dei Chickasaw sconfiggono le truppe francesi
▪ 1805 - Milano: Napoleone viene incoronato re d'Italia nel Duomo: sarà l'ultimo dei sovrani italiani cinto con la Corona Ferrea, una tradizione che durava fin dal regno longobardo.
Con l’Impero napoleonico la vicenda rivoluzionaria si conclude, presentandosi – come ha sostenuto il Furet - come semplice rovesciamento nella legittimazione della monarchia assoluta: Napoleone è re (imperatore) per la volontà del popolo. (Fonte Wikipedia)
Il 9 marzo 1796 Napoleone sposò Joséphine Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, già moglie di un ufficiale ghigliottinato dopo la rivoluzione. Dopo soli due giorni partì per l'Italia al comando di 38.000 uomini mal equipaggiati, dando il via ad una operazione militare che, nei piani del Direttorio, doveva essere semplicemente di «diversione», poiché l'attacco all'Austria sarebbe dovuto avvenire lungo due direttrici sul Reno. Iniziava così la prima campagna d'Italia che avrebbe portato alla luce il genio militare e politico di Napoleone il quale, nonostante l'inferiorità numerica e logistica, riuscì a sconfiggere ripetutamente le forze austriache.
Questi successi affascinarono anche il grande compositore Ludwig Van Beethoven, che dedicò al giovane generale repubblicano la sinfonia n. 3, l'"Eroica".
Numerose le battaglie contro le forze armate austriache e piemontesi a Dego, Millesimo, Cairo Montenotte, Cosseria e a San Michele Mondovì dove vi fu una storica battaglia il 19 aprile 1796 chiamata "Battaglia della Bicocca di San Giacomo" o "Presa di San Michele"[12]. Con l'armistizio di Cherasco, Napoleone costrinse Vittorio Amedeo III di Savoia a pesanti concessioni, ratificate con la Pace di Parigi (15 maggio), che assegnava alla Francia sia la Savoia che la contea di Nizza. Il 10 maggio 1796 sbaragliò l'ultima difesa austriaca nella battaglia al Ponte di Lodi e il 15 maggio dello stesso anno entrò a Milano.
Il 16 maggio, venne insediata a Milano l'Amministrazione Generale della Lombardia, entità politico-militare della quale facevano parte sia francesi (provenienti dalle file dell'Armata d'Italia) sia esponenti illuministi filo-francesi del capoluogo lombardo, come Pietro e Alessandro Verri, Gian Galeazzo Serbelloni e Francesco Melzi d'Eril.
Costretto il Piemonte alla resa ed occupata Milano, Napoleone ricevette dai Direttorio i pieni poteri sull'Armata d'Italia e si preparò al compito più arduo: sconfiggere l'esercito austriaco. Dopo una serie di scontri parziali, le forze armate francesi e austriache si fronteggiarono, il 5 agosto, nella Battaglia di Castiglione. Fu la prima grande battaglia direttamente condotta da Napoleone, il quale dimostrò il suo genio tattico ribaltando a proprio favore una situazione che pareva compromessa e conquistando la prima importante vittoria della sua carriera militare. Sebbene non definitiva, la sconfitta fu pesantissima per l'esercito austriaco che, riorganizzato e rinforzato da nuovi reparti, venne in seguito battuto a Bassano, Arcole e, infine, a Rivoli.
Il 9 luglio 1797 venne proclamata la Repubblica Cisalpina con capitale Milano e, nell'ottobre del 1796, si costituì la Legione Lombarda, prima forza armata composta da italiani ad adottare quale bandiera di guerra il Tricolore (verde, bianco e rosso). Contemporaneamente le ex-legazioni pontificie si costituirono in Repubblica Cispadana e adottarono (7 gennaio 1797) il tricolore quale bandiera nazionale. Con il diretto intento di danneggiare il pontefice fu proclamata nel 1797 la Repubblica Anconitana con capitale Ancona che fu poi unita alla Repubblica Romana: il tutto ebbe però breve durata, poichè nel 1800 lo Stato Pontificio fu ripristinato.
Le forze austriache, comandate dall'arciduca Carlo d'Austria, intimorite dalla rapida marcia di Napoleone verso Vienna, dovettero accettare una tregua, che si concretizzò nel trattato di Campoformio, il 17 ottobre 1797.
Oltre all'indipendenza delle nuove repubbliche formatesi, la Francia acquisiva i Paesi Bassi e la riva sinistra del Reno, gli Austriaci inglobavano i territori della Repubblica di Venezia. Terminava così, con una secca sconfitta dell'Austria, la campagna d'Italia.
Nel corso della campagna d'Italia, Napoleone manifestò la sua brillante capacità strategica, in grado di assorbire il sostanzioso "corpo" delle conoscenze militari del suo tempo (particolarmente i più moderni insegnamenti di Federico II di Prussia) e di applicarlo al mondo reale che lo circondava. Ufficiale di artiglieria per formazione, utilizzò i mezzi d'artiglieria in modo innovativo come supporto mobile agli attacchi della fanteria. Dipinti contemporanei del suo Quartier Generale mostrano che in queste battaglie utilizzò, primo al mondo in un teatro di guerra, un sistema di telecomunicazioni basato su linee di segnalazione realizzate col semaforo di Chappe, appena perfezionato nel 1792.
…. Durante l'assenza di Napoleone impegnato in Egitto, i francesi erano stati ripetutamente battuti in Italia e in Germania dagli austriaci (battaglia di Novi) a Cassano d'Adda e sul Reno. La nuova coalizione antifrancese aveva rovesciato la Repubblica Napoletana del 1799, fondata dai francesi, e quella Romana e la Repubblica Cisalpina. Il 6 maggio 1800, sei mesi dopo il colpo di Stato del 18 brumaio, Napoleone assunse nuovamente il comando dell'esercito francese. Con una marcia esemplare valicò le Alpi al passo del Gran San Bernardo, un'impresa che colse di sorpresa gli Austriaci, i quali vennero rapidamente battuti a Montebello, mentre Napoleone ritornava a Milano. Il 14 giugno 1800 si combatté la battaglia di Marengo. Fu la più celebre delle battaglie napoleoniche in Italia, la più dura ma definitiva. Alle tre del pomeriggio Napoleone aveva perso: alle otto della sera il suo trionfo era completo. A rovesciare le sorti della battaglia fu il generale Desaix che, giunto sul campo con nuove truppe, annientò l'esercito austriaco del generale Melas, già certo della vittoria, ma morì in battaglia.
A Milano venne provvisoriamente ricostituita la Repubblica Cisalpina che verrà sostituita dopo i Comizi di Lione dalla Repubblica Italiana (1802-1805)
La pace in Italia venne sancita con la pace di Luneville, che in pratica riconfermava il precedente trattato di Campoformio violato dagli Austriaci.
Nel 1802 venne proclamato Presidente della Repubblica Italiana (il patrizio milanese Francesco Melzi d'Eril ne fu nominato vice Presidente), titolo che conserverà sino al 17 marzo 1805 quando assumerà quello di Re d'Italia.
Ormai console a vita, Napoleone era in pratica sovrano assoluto della Francia. Il 18 maggio 1804 il Senato lo proclamò imperatore dei francesi. Il 2 dicembre dello stesso anno, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, fu celebrata la cerimonia di incoronazione: dopo che le insegne imperiali furono benedette da papa Pio VII, Napoleone incoronò prima sé stesso imperatore dei francesi, e quindi imperatrice sua moglie Joséphine de Beauharnais. Sono apocrife le voci secondo cui Napoleone avrebbe strappato la corona dalle mani del Papa durante la cerimonia, per non assoggettarsi all'autorità pontificia: Pio VII si aspettava la mossa e non toccò mai la corona con le sue mani.
Successivamente, il 26 maggio 1805 nel Duomo di Milano, Napoleone fu incoronato Re d'Italia con la Corona Ferrea, da sempre custodita nel Duomo di Monza.
Rinasceva in Francia la monarchia, ma non era la stessa monarchia rovesciata nel 1792, privata dei poteri già nel 1789. Napoleone non era «re di Francia e di Navarra per grazia di Dio», come citavano le formule dell'Ancien Régime, ma «Imperatore dei francesi per volontà del popolo». Fu in sostanza un nuovo re dei francesi, tanto che da lui hanno origine molte delle attuali monarchie moderne europee; e fu in effetti una monarchia, poiché Napoleone era padrone assoluto, anche se una monarchia che però non si rifaceva alla nobiltà feudale dell'Ancien Régime, ma nella quale si attuavano alcuni princìpi illuministici della borghesia.
* 1828 - Il misterioso trovatello Kaspar Hauser viene scoperto mentre vaga per le vie di Norimberga
▪ 1864 - Il Montana viene organizzato come territorio degli Stati Uniti
▪ 1865 - Guerra di secessione americana: il Generale confederato Edmund Kirby Smith, comandante della divisione del Trans-Mississippi, è l'ultimo generale confederato ad arrendersi, a Galveston (Texas)
▪ 1868 - Termina il processo per l'impeachment del Presidente degli Stati Uniti Andrew Johnson, che viene ritenuto innocente per un voto
▪ 1889 - Apertura al pubblico del primo ascensore, per la Torre Eiffel
▪ 1894 - Nicola II diventa Zar di Russia
▪ 1896 - Charles Dow pubblica la prima edizione dell' Indice Dow Jones
▪ 1906 - Viene inaugurato a Londra il Vauxhall Bridge
▪ 1908 - A Masjid-al-Salaman nella Persia sud-occidentale, viene scoperto il più grande giacimento di petrolio del mondo. I diritti di sfruttamento vengono acquisiti da una compagnia britannica.
▪ 1917 - Un potente tornado F4 sconvolge Matoon, Illinois, uccidendo 101 persone, e ferendone 689. Fu il tornado più longevo di tutti i tempi, durando oltre 7 ore e percorrendo 293 miglia
▪ 1918
- - Viene fondata la Repubblica Democratica di Georgia
- - battaglia di Sardarapat, le forze armene sconfiggono l'esercito ottomano.
▪ 1940 - Seconda guerra mondiale: Battaglia di Dunkerque: In Francia, le forze Alleate iniziano una gigantesca evacuazione da Dunkerque
▪ 1941 - Seconda guerra mondiale: La formidabile corazzata tedesca della Kriegsmarine, Bismarck, viene colpita da un siluro lanciato da un biplano decollato dalla portaerei inglese HMS Ark Royal
▪ 1963 - Viene fondata l' Organizzazione Africa Unita
▪ 1966 - La Guyana Britannica ottiene l'indipendenza come Guyana
▪ 1969 - Programma Apollo: L'Apollo 10 rientra sulla Terra dopo un test di otto giorni di tutti i componenti necessari per l'imminente primo sbarco dell'uomo sulla Luna
▪ John Lennon e Yoko Ono iniziano il loro secondo bed-in per la pace, a Montreal
▪ 1970 - L'aereo Sovietico Tupolev Tu-144 diventa il primo aereo commerciale da trasporto a superare Mach 2
▪ 1972 - Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica firmano il Trattato anti missili balistici
▪ 1978 - Ad Atlantic City (New Jersey), apre il Resorts International, il primo casinò legale sulla costa est degli USA
▪ 1981 - Il Primo ministro italiano Arnaldo Forlani si dimette dal suo incarico a seguito dello scoppio dello scandalo sulla loggia P2.
▪ 1983 - Un terremoto di magnitudo 7.7 colpisce il Giappone, causando uno tsunami che uccide almeno 104 persone, ferendone migliaia, e causando ingenti danni a diverse strutture
▪ 1986 - La Comunità Europea adotta la Bandiera Europea
▪ 1991 - Un Boeing 767-300 della Lauda Air esplode sopra un'area rurale della Thailandia facendo 223 vittime
▪ 2001 - Un TGV Réseau stabilisce il record di velocità ferroviaria media su lunga distanza, tra Calais e Marsiglia: 306.37 km/h di velocità media, 1067.2 km coperti in 3 ore e 26 minuti
▪ 2002 - Il Mars Odyssey trova segni di grossi depositi di ghiaccio sul pianeta Marte
▪ 2003 - Solo tre giorni dopo il record precedente, lo Sherpa Lakpa Gelu scala l'Everest in 10 ore e 56 minuti. Il ministero del turismo del Nepal confermerà il record nel luglio dello stesso anno
▪ 2004 - Il New York Times pubblica una ammissione di errore giornalistico, riconoscendo la parzialità dei suoi reportage e la mancanza di scetticismo verso le fonti, per quanto riguarda le rivelazioni sulle arma di distruzione di massa, che hanno aiutato a promuovere la Guerra in Iraq del 2003
Anniversari
* 604 - Agostino di Canterbury (in Latino Augustinus Cantiacorum) (Roma, 13 novembre 534 – Canterbury, 26 maggio 604) [1] è stato un monaco britannico e primo arcivescovo di Canterbury. Venerato come santo da cattolici e anglicani, è conosciuto anche come l'Apostolo d'Inghilterra.
Fu infatti inviato presso il re (Bretwalda) Ethelbert del Kent, in Inghilterra, da papa Gregorio I nel 597. Fu accompagnato da san Lorenzo, secondo arcivescovo di Canterbury.
Dopo l'invasione dei Sassoni (V-VI secolo), in Britannia si era diffuso il paganesimo e l'idolatria, in precedenza soppiantati dal cristianesimo. La situazione vide un'inversione di tendenza quando il re del Kent Etelberto, sposò Berta, figlia del cristiano Cariberto, re di Parigi. Ella, portando con sé il cappellano Liudhard, eresse una chiesa a Canterbury (forse ne restaurò una già esistente), dedicandola a san Martino di Tours, patrono della sua famiglia (i Merovingi). Etelberto era pagano, ma si dimostrò molto tollerante e permise alla moglie di adorare il proprio Dio. Berta poté così organizzare una piccola comunità con tanto di sacerdoti.
Etelberto, interessato al nuovo culto, chiese a papa Gregorio I di inviare dei missionari. Gregorio affidò il compito a un gruppo di 40 monaci benedettini del monastero romano di Sant'Andrea sul Celio, di cui Agostino era priore. Partito nel 597, Agostino raggiunse la Provenza ma, spaventato dai racconti che facevano i Sassoni un popolo crudele e intollerante, tornò a Roma, rinunciando all'incarico. Il pontefice riuscì però a rincuorarlo e alla fine Agostino raggiunse l'isola di Thanet, accolto dal re in persona. Egli lo accompagnò a Canterbury e qui il monaco fu messo a capo della comunità. In breve tempo, lo stesso sovrano e migliaia di sudditi (secondo la tradizione, circa 10.000) chiesero il battesimo. Agostino rimaneva nel frattempo in contatto con il papa, elencando i successi conseguiti e chiedendo consigli.
Nel 601 Mellito, Giusto e altri portarono, assieme alle risposte del papa, dei libri, alcune reliquie ma soprattutto il pallium simbolo del potere arcivescovile. Da questo momento Agostino divenne primate d'Inghilterra. Gregorio I indicò al nuovo arcivescovo di ordinare quanto prima dodici nuovi vescovi ausiliari e di inviare un vescovo a York. Nel 604 Agostino consacrò Mellito vescovo di Londra e Giusto vescovo di Rochester.
Seguendo le disposizioni del papa in materia di luoghi di culto, Agostino riconsacrò e ricostruì una vecchia chiesa a Canterbury che divenne cattedrale e fondò un monastero. La Scuola reale di Canterbury attribuisce ad Agostino la propria fondazione, il che ne farebbe la scuola più antica del mondo, anche se le prime fonti documentarie risalgono al XVI secolo[2].
Agostino cercò, ma invano, di riunire le comunità evangelizzate dai monaci irlandesi alle nuove, direttamente dipendenti da Roma, ma solo dopo il sinodo di Whitby del 664 la Chiesa celtica rinuncerà alle sue tradizioni. L'opera risultò in effetti molto difficoltosa e vide numerosi insuccessi. L'attività del santo fu tuttavia importante perché alla base dell'evangelizzazione della Gran Bretagna.
Morì il 26 maggio del 604 e fu sepolto a Canterbury, nella chiesa dell'abbazia dedicata ai santi Pietro e Paolo (oggi abbazia di Sant'Agostino). Viene festeggiato il 27 maggio.
▪ 1595 - Filippo Neri nasce a Firenze il 21 luglio 1515, e riceve il battesimo nel "bel san Giovanni" dei Fiorentini il giorno seguente, festa di S. Maria Maddalena.
La famiglia dei Neri, che aveva conosciuto in passato una certa importanza, risentiva allora delle mutate condizioni politiche e viveva in modesto stato economico. Il padre, ser Francesco, era notaio, ma l'esercizio della sua professione era ristretto ad una piccola cerchia di clienti; la madre, Lucrezia da Mosciano, proveniva da una modesta famiglia del contado, e moriva poco dopo aver dato alla luce il quarto figlio.
La famiglia si trovò affidata alle cure della nuova sposa di ser Francesco, Alessandra di Michele Lenzi, che instaurò con tutti un affettuoso rapporto, soprattutto con Filippo, il secondogenito, dotato di un bellissimo carattere, pio e gentile, vivace e lieto, il "Pippo buono" che suscitava affetto ed ammirazione tra tutti i conoscenti.
Dal padre, probabilmente, Filippo ricevette la prima istruzione, che lasciò in lui soprattutto il gusto dei libri e della lettura, una passione che lo accompagnò per tutta la vita, testimoniata dall'inventario della sua biblioteca privata, lasciata in morte alla Congregazione romana, e costituita di un notevole numero di volumi. La formazione religiosa del ragazzo ebbe nel convento dei Domenicani di San Marco un centro forte e fecondo. Si respirava, in quell'ambiente, il clima spirituale del movimento savonaroliano, e per fra’ Girolamo Savonarola Filippo nutrì devozione lungo tutto l'arco della vita, pur nella evidente distanza dai metodi e dalle scelte del focoso predicatore apocalittico.
Intorno ai diciotto anni, su consiglio del padre, desideroso di offrire a quel figlio delle possibilità che egli non poteva garantire, Filippo si recò da un parente, avviato commerciante e senza prole, a San Germano, l'attuale Cassino. Ma l'esperienza della mercatura durò pochissimo tempo: erano altre le aspirazioni del cuore, e non riuscirono a trattenerlo l'affetto della nuova famiglia e le prospettive di un'agiata situazione economica.
Lo troviamo infatti a Roma, a partire dal 1534.
Vi si recò, probabilmente, senza un progetto preciso. Roma, la città santa delle memorie cristiane, la terra benedetta dal sangue dei martiri, ma anche allettatrice di tanti uomini desiderio di carriera e di successo, attrasse il suo desiderio di intensa vita spirituale: Filippo vi giunse come pellegrino, e con l'animo del pellegrino penitente, del "monaco della città" per usare un'espressione oggi di moda, visse gli anni della sua giovinezza, austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito a coltivare lo spirito.
La casa del fiorentino Galeotto Caccia, capo della Dogana, gli offrì una modesta ospitalità - una piccola camera ed un ridottissimo vitto - ricambiata da Filippo con l'incarico di precettore dei figli del Caccia. Lo studio lo attira - frequenta le lezioni di filosofia e di teologia dagli Agostiniani ed alla Sapienza - ma ben maggiore è l'attrazione della vita contemplativa che impedisce talora a Filippo persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni.
La vita contemplativa che egli attua è vissuta nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai recinti di un chiostro, i modi ed i luoghi della sua preghiera: Filippo predilesse le chiese solitarie, i luoghi sacri delle catacombe, memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica, il sagrato delle chiese durante le notti silenziose. Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, alimentato anche da fenomeni straordinari, come quello della Pentecoste del 1544, quando Filippo, nelle catacombe si san Sebastiano, durante una notte di intensa preghiera, ricevette in forma sensibile il dono dello Spirito Santo che gli dilatò il cuore infiammandolo di un fuoco che arderà nel petto del santo fino al termine dei suoi giorni.
Questa intensissima vita contemplativa si sposava nel giovane Filippo ad un altrettanto intensa, quanto discreta nelle forme e libera nei metodi, attività di apostolato nei confronti di coloro che egli incontrava nelle piazze e per le vie di Roma, nel servizio della carità presso gli Ospedali degli incurabili, nella partecipazione alla vita di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini, di cui Filippo, se non il fondatore, fu sicuramente il principale artefice insieme al suo confessore P. Persiano Rosa.
A questo degnissimo sacerdote, che viveva a san Girolamo della Carità, e con il quale Filippo aveva profonde sintonie di temperamento lieto e di impostazione spirituale, il giovane, che ormai si avviava all'età adulta, aveva affidato la cura della sua anima. Ed è sotto la direzione spirituale di P. Persiano che maturò lentamente la chiamata alla vita sacerdotale. Filippo se ne sentiva indegno, ma sapeva il valore dell'obbedienza fiduciosa ad un padre spirituale che gli dava tanti esempi di santità. A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, dopo aver ricevuto gli ordini minori, il suddiaconato ed il diaconato, nella chiesa parrocchiale di S. Tommaso in Parione, il vicegerente di Roma, Mons. Sebastiano Lunel, lo ordinava sacerdote.
Messer Filippo Neri continuò da sacerdote l'intensa vita apostolica che già lo aveva caratterizzato da laico. Andò ad abitare nella Casa di san Girolamo, sede della Confraternita della Carità, che ospitava a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali attendevano alla annessa chiesa. Qui il suo principale ministero divenne l'esercizio del confessionale, ed è proprio con i suoi penitenti che Filippo iniziò, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituiscono l'anima ed il metodo dell'Oratorio. Ben presto quella cameretta non bastò al numero crescente di amici spirituali, e Filippo ottenne da "quelli della Carità" di poterli radunare in un locale, situato sopra una nave della chiesa, prima destinato a conservare il grano che i confratelli distribuivano ai poveri.
Tra i discepoli del santo, alcuni - ricordiamo tra tutti Cesare Baronio e Francesco Maria Tarugi, i futuri cardinali - maturarono la vocazione sacerdotale, innamorati del metodo e dell'azione pastorale di P. Filippo.
Nacque così, senza un progetto preordinato, la "Congregazione dell'Oratorio": la comunità dei preti che nell'Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato. Insieme ad altri discepoli di Filippo, nel frattempo divenuti sacerdoti, questi andarono ad abitare a San Giovanni dei Fiorentini, di cui P. Filippo aveva dovuto accettare la Rettoria per le pressioni dei suoi connazionali sostenuti dal Papa. E qui iniziò tra i discepoli di Filippo quella semplice vita famigliare, retta da poche regole essenziali, che fu la culla della futura Congregazione.
Nel 1575 Papa Gregorio XIII affidò a Filippo ed ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di S. Maria in Vallicella, a due passi da S. Girolamo e da S. Giovanni dei Fiorentini, erigendo al tempo stesso con la Bolla "Copiosus in misericordia Deus" la "Congregatio presbyterorm saecularium de Oratorio nuncupanda". Filippo, che continuò a vivere nell'amata cameretta di San Girolamo fino al 1583, e che si trasferì, solo per obbedienza al Papa, nella nuova residenza dei suoi preti, si diede con tutto l'impegno a ricostruire in dimensioni grandiose ed in bellezza la piccola chiesa della Vallicella.
Qui trascorse gli ultimi dodici anni della sua vita, nell'esercizio del suo prediletto apostolato di sempre: l'incontro paterno e dolcissimo, ma al tempo stesso forte ed impegnativo, con ogni categoria di persone, nell'intento di condurre a Dio ogni anima non attraverso difficili sentieri, ma nella semplicità evangelica, nella fiduciosa certezza dell'infallibile amore divino, nella letizia dello spirito che sgorga dall'unione con Dio. Si spense nelle prime ore del 26 maggio 1595, all'età di ottant'anni, amato dai suoi e da tutta Roma di un amore carico di stima e di affezione.
La sua vita è chiaramente suddivisa in due periodi di pressoché identica durata: trentasei anni di vita laicale, quarantaquattro di vita sacerdotale. Ma Filippo Neri, fiorentino di nascita - e quanto amava ricordarlo! - e romano di adozione - tanto egli aveva adottato Roma, quanto Roma aveva adottato lui! - fu sempre quel prodigio di carità apostolica vissuta in una mirabile unione con Dio, che la Grazia divina operò in un uomo originalissimo ed affascinante.
"Apostolo di Roma" lo definirono immediatamente i Pontefici ed il popolo Romano, attribuendogli il titolo riservato a Pietro e Paolo, titolo che Roma non diede a nessun altro dei pur grandissimi santi che, contemporaneamente a Filippo, aveva vissuto ed operato tra le mura della Città Eterna. Il cuore di Padre Filippo, ardente del fuoco dello Spirito, cessava di battere in terra in quella bella notte estiva, ma lasciava in eredità alla sua Congregazione ed alla Chiesa intera il dono di una vita a cui la Chiesa non cessa di guardare con gioioso stupore. Ne è forte testimonianza anche il Magistero del Santo Padre Giovanni Paolo II che in varie occasioni ha lumeggiato la figura di san Filippo Neri e lo ha citato, unico dei santi che compaiano esplicitamente con il loro nome, nella Bolla di indizione del Grande Giubileo del 2000. Fonte:: www.oratoriosanfilippo.org
▪ 1973 - Karl Löwith (Karl Loewith) (Monaco di Baviera, 9 gennaio 1897 – Heidelberg, 26 maggio 1973) è stato un filosofo tedesco, di origini ebraiche, allievo di Martin Heidegger.
Nato in una famiglia di origine ebraica, si laureò in filosofia e si diede all'insegnamento ma fu costretto a lasciare la Germania nel 1933 durante il periodo nazista, a causa delle persecuzioni antisemite; si rifugiò in Italia, poi in Giappone fino al 1941 e infine negli Stati Uniti; tornò in patria nel 1952 per insegnare filosofia all'università di Heidelberg, città in cui morì.
La filosofia della storia
Le sue due opere più famose furono Da Hegel a Nietzsche e Significato e fine della storia; secondo le tesi esposte nel secondo libro i problemi connessi ad ogni visione della storia teleologicamente orientata coinvolgono una sfera d'indagine più ampia rispetto a quella di cui la cultura tradizione si era occupata precedentemente. Inoltre la critica rivolta da Löwith contro l’idea di ricondurre il procedere storico ad un’unità sistematica che ne spieghi il senso ultimo, svolge un ruolo decisivo nell’elaborazione della sua riflessione sulla storia, che si può sintetizzare così: nonostante il logorio di ogni prospettiva fondata sull'indagine filosofica abbia apportato elementi di crisi nell'ambito della conoscenza storia, non è tuttavia da escludere aprioristicamente una "filosofia della storia" (materia di cui, insieme ad Immanuel Kant, viene considerato il fondatore), cioè un'interpretazione delle più importanti gesta umane in chiave filosofica.
L'analisi dell'opera di Nietzsche
Altro testo fondametale del filosofo è Nietzsche e l'eterno ritorno (Nietzsche Philosophie der ewigen Wiederkehr des Gleichen) pubblicato per la prima volta nel 1935 e ripubblicato ampliato nel 1955.
Il testo è affiancabile alle monografie di Karl Jaspers (Nietzsche. Introduzione alla comprensione del suo filosofare) e di Martin Heidegger (Nietzsche). Il testo pone al centro della filosofia di Nietzsche proprio l'eterno ritorno dell'uguale come è presentato dal filosofo in La gaia scienza e in Così parlò Zarathustra. In III,2,b,4 del testo Löwith giunge ad affermare l'impossibilità di conciliare l'eterno ritorno nei suoi due significati fondamentali: cosmologico e antropologico. La teoria contenuta in questo testo sarà di fondamentale importanza per le analisi future (Maurizio Ferraris, Nietzsche e la filosofia del Novecento; Mazzino Montinari, Che cosa ha detto Nietzsche; per citare due testi distanti per scopo e per vedute).
Per approfondire sulla sua filosofia. Clicca qui.
▪ 1976 - Martin Heidegger (Meßkirch, 26 settembre 1889 – Friburgo in Brisgovia, 26 maggio 1976) è stato un filosofo tedesco.
Il pensiero di Heidegger, pur nella sua complessità, è incentrato sulla ripresa dell'ontologia e sulla sottolineatura della radicale trascendenza dell'essere (inteso più come concetto-limite che come realtà) rispetto all'ente. In questo senso Heidegger ritiene che l'intera metafisica tradizionale debba essere criticata e superata grazie alla riscoperta dell'essere come irriducibile differenza che si cela, negandosi, in ogni singolo oggetto o persona, pur rivelandosi nella temporalità della storia.
L'uomo, acquisendo coscienza della propria finitezza di fronte alla possibilità della morte, può superare l'angoscia che ne deriva solo recuperando il nesso fondamentale che lo lega all'essere. Heidegger definisce la "Cura" questo compito dell'uomo che, in quanto esserci, cioè in quanto progetto calato nell'esistenza, deve custodire e rivelare l'essere. Nella storia contemporanea, tuttavia, l'umanità vive un pericolo fondamentale: il senso dell'essere viene smarrito a causa sia della manipolazione dell'ente operata dalla tecnica, sia della scarsa attenzione che l'uomo di oggi pone al linguaggio. La questione della tecnica ed il grande valore assegnato da Heidegger alla poesia sono perciò due tematiche fondamentali in cui si sviluppa la riflessione ontologica di questo importante pensatore tedesco.
Essere e tempo
Todtnauberg, nella Foresta Nera, il luogo dove fu scritto Essere e tempo testo fondamentale della filosofia contemporanea.
Con la pubblicazione di Essere e tempo (1927), Heidegger diede avvio al proprio distacco dalla fenomenologia. L'opera venne interpretata all'epoca come esistenzialista, interpretazione che tuttavia Heidegger respinse a più riprese; sono comunque presenti, in quest'opera, profonde implicazioni con le tematiche esistenzialistiche affermatesi in quegli stessi anni anche in Francia sulla scia di pensatori come Kierkegaard, Nietzsche, Dilthey, Bergson, Scheler e altri (si ricordi in particolare l'opera capitale di Sartre, Essere e nulla, di poco successiva).
Sono altresì presenti considerazioni sull'"esperienza del tempo" vissuta dalle originarie comunità cristiane e sul significato del momento escatologico della parusia.
L'opera è concepita da Heidegger come una analitica della condizione dell'esserci umano, con funzione preparatoria rispetto alla considerazione del senso dell'essere e della sua relazione con la temporalità.
Secondo Heidegger l'esserci (Dasein) dell'uomo, inteso come riferimento costante di questi all'essere, esperisce l'esistenza innanzitutto e perlopiù in una condizione di deiezione(Geworfenheit), ovvero si trova gettato nell'inautenticità.
Di questa condizione di inautenticità, propria della quotidianità composta di istanti privi di valore, l'esserci umano può tuttavia riprendersi, acquisendo la consapevolezza della finitezza della vita, che si mostra all'uomo nella sua unità come essere-per-la-morte (Sein Zum Tode).
È a partire da questa decisione anticipatrice, che la temporalità ritrova il suo senso nella dimensione dell'attimo (in questo senso Heidegger sembra rifarsi al valore dell'attimo nella concezione dell'eterno ritorno proposta da Nietzsche); a partire da questo attimo fondamentale l'esistenza dell'uomo subisce una svolta di senso, che si realizza effettivamente nella modalità che Heidegger definisce della Cura, come aver-cura di sé stesso comprendendo la relazione profonda che lega in modo indissolubile l'esistenza umana alla temporalità.
Questa stessa relazione si mostra quindi come il "senso dell'essere", obiettivo della ricerca heideggeriana; essa tuttavia conosce a questo punto il suo arresto (secondo lo schema dell'opera, mancano infatti la terza sezione della prima parte e l'intera seconda parte, denominata "Tempo ed essere"). Heidegger spiegherà nella Lettera sull'umanismo l'incompiutezza della sua opera con l'insufficienza, da lui avvertita, di un linguaggio filosofico che non fosse inestricabilmente compromesso con la metafisica, di cui egli si proponeva il superamento concettuale.
L'evoluzione dell'ontologia
Dal senso dell'essere alla differenza ontologica
Il tema dell'ontologia, affrontato in modo non risolutivo nell'opera capitale del 1927, resta in ogni caso la questione centrale della filosofia di Heidegger anche nei decenni successivi. Quest'opera fu vista inoltre come un trattato molto innovativo e importante in campo teologico, tanto che accese un ampio dibattito presso vari teologi come Bultmann e Kuhlmann.
Rispetto alla fase del pensiero rappresentata da Essere e tempo, nel corso degli anni Trenta del Novecento venne maturando un cosiddetto "secondo Heidegger", frutto d'una "svolta" (Kehre) che si espresse soprattutto negli scritti pubblicati a partire dal decennio successivo. Tale svolta, pur ricollegandosi a spunti già ben presenti nel periodo precedente, si configurò come un passaggio dall'analitica esistenziale, concepita come fase preparatoria dell'ontologia vera e propria, alla riflessione esplicitamente ontologica.
Di questa nuova fase fu testimonianza un saggio del 1946 dedicato ad un frammento di Anassimandro, in cui il pensatore presocratico affronta in modo criptico il tema della generazione e distruzione di ogni ente. Il filosofo tedesco, partendo da una traduzione letterale di quel frammento, ne fornisce, alla fine, un’interpretazione radicalmente nuova, in cui, forzando la lettera del testo greco, individua nelle parole di Anassimandro la gratuità dell'iniziale ed inaugurale pervenire dell'essere al linguaggio nella sua purezza pre-metafisica.
Il suo metodo di indagine dopo la svolta si basò sempre più spesso sulla rilettura di testi poetici o filosofici ed in particolar modo di frammenti di pensatori greci arcaici, nel tentativo di approntare un linguaggio capace di riferirsi all'essere senza cadere nelle formule tipiche della metafisica elaborata a partire da Platone, formule che comportavano inevitabilmente la riduzione dell'essere a Ente, sia pure supremo, ovvero la soppressione della differenza ontologica.
Kant, con lo schematismo trascendentale, fornisce un equivalente spazio-temporale per ognuna delle dodici categorie di Aristotele, che da leggi della mente, divengono leggi dell'ente. Si noti leggi dell'ente, non solo dell'essere, quindi collocate nello spazio e nel tempo, dove gli enti sono. A questo punto, Heidegger conclude che lo strumento del pensiero filosofico sono le 12 categorie di Aristotele, e che un essere concepito in filosofia è un essere categoriale, e per la teoria di Kant, è anche un essere spazio-temporale, non trascendente, ma ente anch'esso.
Con Hegel infine si è avuto, secondo Heidegger, il culmine di quel modo di pensare che di fatto ha estromesso l'ontologia dalla filosofia, sancendo il primato definitivo della metafisica e del "sistema". Di fronte all'occultamento dell'Essere operato dalla dialettica hegeliana non rimane che tentare un superamento di quest'ultima e del suo presunto «sapere assoluto», consapevole però degli esiti irreversibili cui è approdato il pensiero occidentale.
La fine dell'ontologia porta cioè a ripensare il ruolo della filosofia, che per Heidegger volge al termine. Il nuovo ruolo si rapporta ad una verità il cui disvelamento non è progressivo e crescente, nel quale la memoria e il recupero dell'oblio sono centrali per il ritorno al Vero Essere.
Essere come verità e storia dell'essere
Si tratta, in definitiva, di far parlare quella stessa prospettiva ontologica che accomunava noi e gli antichi pensatori, entrambi coinvolti in un unico destino. Sulla storia della filosofia prevale la filosofia della storia, una visione filosofica della storia per la quale l'essere si disvela e ritorna a "nascondersi" nelle varie epoche: questa convinzione spinge Heidegger a ricercarne il dispiegamento nel linguaggio frammentario e oscuro dei testi antichi. Secondo il consueto procedimento di Heidegger, l’essenza dell’essere può essere chiarificata attraverso un’indagine linguistica, il che vuol dire anche etimologica.
È in questo senso che la ricerca sul senso dell'essere si fa, a partire da questo momento, indagine sulla verità dell'essere, cioè sull'essere inteso come a-létheia. Questo termine è composto da "alfa privativa" che indica appunto la negazione, e dalla radice della parola léthe (oblio), presente anche nel verbo lantháno significante "nascondere". In quanto alétheia, quindi, l’essere si ri-vela (termine che contiene in sé una contraddizione interna: manifestarsi, celandosi) come un uscir fuori dall’oblio e dall’essere nascosto; e tuttavia il termine primo di questa dialettica resta pur sempre l'oblio, il ritrarsi dell'essere a ogni sua rappresentazione nell'ente (in questo aspetto si avvertono echi della teologia negativa), e la storia dell'essere è innanzitutto concepita da Heidegger come storia del suo nascondimento nel linguaggio e nel pensiero.
Alla verità dell'essere, dunque, appartiene originariamente, etimologicamente la sua non-verità: a partire da questo aspetto quindi è possibile anche comprendere meglio il senso dell'inautenticità della condizione umana - centrale già in Essere e tempo - che non è una connotazione morale, ma la modalità in cui innanzitutto e per lo più l'uomo esperisce il suo riferimento all'essere.
Anche l’analisi della temporalità dell’essere si fonda su un’indagine linguistica. Trattasi, in questo caso, della parola epoché, in greco "sospensione", che Heidegger collega all’accezione di "epoca storica". L’epoca è la forma propria della temporalizzazione, ed ogni epoca indica una particolare modalità di sospensione dell’essere, il quale, in quanto alétheia, se per un verso si disvela, per l’altro rimane sempre in qualche misura in sé stesso, appunto, in sospensione. È caratteristica in questo senso l'interpretazione che Heidegger dà della storia della filosofia occidentale come storia della metafisica; la metafisica, in tale interpretazione, non è considerata come un errore filosofico, ma piuttosto come una modalità attraverso cui l'essere si è dato al pensiero: nelle varie epoche, l'essere è stato pensato in varie forme, ma sempre più riducendo e perdendo di vista la differenza ontologica.
La metafisica è dunque appunto quella forma di pensiero che ha perso di vista la verità dell'essere, ovvero l'Apertura entro cui l'essere si dà, illuminazione, che è però anche possibilità del suo stesso sottrarsi. La metafisica oblia l'essere, ma oblia anche il nulla, ovvero concepisce l'essere a partire dalla presenza come unica dimensione della temporalità; ma con Nietzsche, avverte Heidegger, la storia della metafisica giunge al suo compimento, perché egli per primo pone in evidenza il nesso fondamentale che lega l'essere al nulla. Il nichilismo non è quindi una degenerazione del pensiero, ma un evento dell'essere: esso ci permette di intravedere la possibilità di un superamento della metafisica, ovvero della condizione in cui dell'essere non ne è più nulla, purché la filosofia ponga in questione il suo stesso fondamento, ovvero la dimensione della presenza attraverso cui essa finora si è pensata ed identificata.
A partire da questa riflessione si sviluppa perciò, nella filosofia di Heidegger, una nuova considerazione del tempo e dell'essere: l'esser-presente, che consente all'ente di manifestarsi nella dimensione della presenza, è in realtà la quarta dimensione del tempo, l'unità a partire dalla quale si determinano tutte le altre tre dimensioni. Questa concezione, piuttosto complessa, della temporalità spinge Heidegger a concepire il darsi e sottrarsi dell'essere, proprio di questa quadridimensionalità del tempo, come Es gibt (letteralmente: "esso dà"): dell'essere non si può dire che è (perché questo significherebbe considerarlo solo nella dimensione della presenza), ma solo che "si dà". Ed il soggetto di questo darsi (o ritrarsi) dell'essere è identificato da Heidegger come Ereignis, lett.: l'evento.
L'essere come evento
Si afferma qui un ulteriore cambiamento di prospettiva nell'ontologia heideggeriana; la riflessione sulla verità dell'essere ha mostrato come all'essere stesso appartenga, in modo inscindibile, il suo darsi ma anche il suo ritrarsi nella temporalità. Essere e tempo sono quindi uniti da una comune origine, che è individuata da Heidegger nell'Ereignis, ovvero l'evento.
«Ciò che determina ambedue, tempo ed essere, in ciò che è loro proprio, cioè nella loro co-appartenenza, noi lo chiamiamo Das Ereignis (l'evento).» (Tempo ed essere - Martin Heidegger)
Il concetto cui Heidegger fa qui riferimento, ovvero l'Ereignis, non va inteso però come puro accadimento. Bisogna piuttosto tener presente, nell'interpretare questo come altri concetti heideggeriani, che il pensatore tedesco intende ricercare nel linguaggio stesso il dettato che l'essere stesso ha consegnato all'uomo, sotto forma di Logos; una sorta di sapere nascosto, che la filosofia ha il compito di riportare alla luce, nel momento stesso in cui si propone di superare l'oblio dell'essere proprio della metafisica.
L'Ereignis è in questo senso l'accadimento del proprio (Eigen=proprio): esso riconduce l'uomo in ciò che gli è proprio (appropriazione, ovvero Er-eignen), ma si preserva, sottraendosi (Ent-eignen=dis-propriazione, ovvero mantenersi di essere e tempo nel riserbo del nascondimento). La concezione heideggeriana del tempo può essere in questo senso avvicinata a quella espressa dai mistici tedeschi, in particolare per ciò che riguarda la considerazione di Dio propria della teologia negativa e della Parusia cristiana, ovvero del "farsi" di Dio nella storia.
Nel saggio Sul problema dell'essere, Heidegger giungerà a scrivere la parola Sein, cioè essere, con una barratura incrociata, che vuole essere appunto l'espressione di una considerazione non più metafisica dell'essere, che ora viene pensato come evento, che si apre, secondo Heidegger, in quattro direzioni: l'evento è qui pensato come Quadratura (Geviert). Il moto di appropriazione e dispropriazione interno all'Ereignis è qui ripensato come il gioco con cui i Quattro (Terra e Cielo, Divini e Mortali) si mantengono nella reciproca appartenenza, pur conservando la propria libertà.
La formulazione di questo pensiero, con cui Heidegger conduce la sua ontologia alla massima ambiguità e oscurità, è in realtà il tentativo del pensatore tedesco di utilizzare un linguaggio poetico e non metafisico, dunque apparentemente poco rigoroso, per sottrarre il pensiero dell'essere alle capziosità proprie della logica tradizionale. Il pensiero, per riportarsi sulla via dell'essere, dovrà quindi mettersi in cammino verso il linguaggio, lì dove l'essere si rivela come ciò che trascende ogni parola e tuttavia ne è il fondamento. In questo senso Heidegger può affermare che la "filosofia è alla fine" e che essa deve farsi "pensiero poetante" e "poesia pensante"; esso infatti deve ricercare l'essere non nella semplice-presenza degli enti reali, e neppure nell'esistenza dell'uomo, ma rammemorando l'antica sapienza riposta nel linguaggio, che sfugge alle fredde categorie della logica.
La questione del linguaggio
Insieme alla questione della tecnica, la questione del linguaggio costituisce una delle tematiche fondamentali del pensiero di Heidegger nella fase che va dalla Lettera sull'umanismo, in avanti. In realtà, nella riflessione heideggeriana, le varie tematiche sono sempre interconnesse fra di loro, pur mancando qualsivoglia sistematizzazione tradizionale. Il problema del linguaggio non è, quindi, oggetto di una considerazione meramente linguistica; piuttosto, per Heidegger, il "linguaggio è la casa dell'essere", ed è solo rammemorando l'antica sapienza che nel linguaggio è riposta, che l'uomo può rimettersi in ascolto dell'appello che l'essere, dalle origini del tempo, ha rivolto all'uomo.
La riflessione di Heidegger sul linguaggio attraversa perciò vari passaggi, ma essenzialmente si muove in due direzioni principali:
▪ ricerca di un linguaggio filosoficamente adeguato, ovvero quel linguaggio emendato dalle concrezioni proprie della metafisica tradizionale, e che sia quindi in grado di effettuarne il superamento corrispondendo così all'essere come Evento (Ereignis), evitando perciò l'errore di ridurre questo evento a mera presenza dell'essere a sé stesso ("riduzione ontica");
▪ ricerca di quel linguaggio originario, in cui è l'essere stesso a parlare, attraverso la lingua, ma mantenendosi al di là e al di fuori di ogni ricaduta metafisica, di ogni sostanzializzazione e presentificazione che ne neghi la radicale trascendenza.
Per quanto riguarda il primo punto, il problema comporta la messa in discussione radicale, fino a un'apparente arbitrarietà, del linguaggio tradizionale della filosofia, in particolare della fenomenologia, utilizzato anche in "Essere e Tempo" e nelle prime opere. La filosofia di Heidegger si fa così, come egli stesso esplicita, "pensiero poetante": ovvero un pensiero che ripensa il linguaggio a partire dalle sue fondamenta etimologiche, in un certo modo creando al contempo lingua e concetti, come in un'operazione poetica. Laddove però la filosofia diviene pensiero poetante, essa scopre la sua vicinanza originaria con la poesia, laddove questa poesia è pensante: ed è per questo che nella poesia che Heidegger ritiene essere pensante, cioè capace di una profonda meditazione sul sapere riposto nel linguaggio, è possibile, secondo lui, rintracciare quel linguaggio originario, in cui è nascosta (e perciò ri-velata) la parola fondamentale dell'essere, quel fondo (in tedesco Grund) trascendente su cui tutto si regge, e che tuttavia sfugge continuamente nell'abisso (Ab-grund, mancanza di fondamento) del nichilismo.
Non è possibile qui analizzare l'interrogazione serrata che Heidegger effettua nei confronti della poesia; essa si svolge però, in vari saggi, che riguardano in particolare la poesia di Friedrich Hölderlin, di Rilke, di Georg Trakl, di Stefan George, René Char, ed altri ancora. Il vero alter-ego poetico di Heidegger, in realtà, fu, negli ultimi anni, Paul Celan, il poeta ebreo sopravvissuto all'Olocausto; l'incontro fra i due, sopra ricordato e avvenuto nel 1967, fu per entrambi un momento molto significativo.
Va tuttavia ricordato, fra tutti i saggi in cui Heidegger si occupò della questione del linguaggio, il fondamentale "In cammino verso il linguaggio" ed il saggio "Perché i poeti", in cui Heidegger giunge a esplicitare il nesso profondo che lega l'essere con il Sacro, e con la traccia degli Dei fuggiti: solo i poeti, in quanto capaci di mettere più a rischio di tutti il proprio linguaggio, fino quasi a smarrirlo, sono in grado, in questa condizione di povertà interiore, di ritrovare il senso del Sacro, e quindi l'intimo rapporto che unisce l'essere all'uomo.
La questione della tecnica
La riflessione sulla tecnica come caratteristica dominante del modo d'essere della società contemporanea attraversa tutto il pensiero di Heidegger; già nell'analisi, presente in essere e tempo, del "prendersi-cura" degli utilizzabili, ovvero delle cose in quanto semplici strumenti a disposizione dell'uomo, è implicita la considerazione per cui l'uomo contemporaneo tende a ridurre gli oggetti a meri mezzi oggetto della sua manipolazione. Questa riflessione trova tuttavia una sua maggiore problematicità nella seconda fase del pensiero di Heidegger, dove si moltiplicano, in svariate opere, le affermazioni di preoccupazione riguardanti l'evoluzione della tecnica moderna, la quale, secondo Heidegger, è portatrice di radicali ambiguità.
In particolare in tal senso è fondamentale la conferenza "La questione della tecnica", del 1953, in cui il pensatore tedesco pone la domanda circa l'essenza della tecnica moderna, rintracciando questa essenza non tanto nella strumentalità del fare e del manipolare, ma nel fatto che essa è divenuta il modo prevalente del disvelamento (aletheia): in altri termini l'uomo di oggi esperisce la verità dell'essere sotto forma di tecnica, e questa tecnica si impone all'uomo come "pro-vocazione". Essa, cioè, richiama a sé ogni elemento della natura, ogni energia, persino ogni uomo (come è possibile osservare nella mobilitazione totale tipica della guerra), dirigendo tutto al fine di immagazzinare, modificare e nuovamente impiegare ogni cosa, che viene così concepita esclusivamente a partire dalla sua impiegabilità concreta. Heidegger usa a questo proposito il termine Gestell (lett. "scaffale"): l'essenza della tecnica moderna è cioè l'imposizione che spinge l'uomo a provocare la natura fino a renderla completamente sottomessa ai suoi fini e dunque impiegabile.
Di fronte a questa imposizione, che è essa stessa un appello dell'essere, un modo di darsi della sua verità, l'uomo tuttavia può recuperare la sua libertà soltanto divenendo consapevole che questo carattere della tecnica è parte del destino dell'essere; esso non può essere dunque contrastato, ma una sorta di "amor fati", di assunzione di responsabilità nei confronti di questo destino, può consentirci di salvaguardare e custodire la possibilità di una salvezza, che nel mondo della tecnica è messa in grave pericolo. Come aveva scritto Friedrich Hölderlin, è proprio nel pericolo che si annida ciò che salva; e Heidegger in questo senso, a partire dal senso originario della parola techne, riscopre la sua affinità con la poiesis: entrambe, nell'antica Grecia, stavano a indicare la produzione del vero e del bello.
A quel tempo, opere d'arte e opere "tecniche", erano, in un certo senso, lo stesso, e l'estetica non era diventata ancora una branca del tutto separata del modo di conoscere umano. È proprio questa, quindi, la via di salvezza che Heidegger propone all'uomo moderno: essa passa per un ambito che è strettamente affine alla tecnica stessa, e tuttavia ne è distinto nel fondamento, ovvero l'ambito dell'arte, di fronte al quale il pensatore ha il compito di meditare e domandare senza sosta. «L'essenza più profonda della tecnica non è nulla di tecnico.» (M. Heidegger, La questione della tecnica)
Estetica
Pur essendo presenti in diverse opere, in particolare della seconda fase del pensiero di Heidegger, considerazioni di carattere estetico (e si rimanda a quanto detto sopra, in particolare, per le riflessioni svolte sulla poesia), il principale saggio in cui il pensatore tedesco si occupa dell'arte è "L'origine dell'opera d'arte", presente in "Sentieri interrotti". Per Heidegger l'ambito dell'arte non corrisponde semplicemente al bello come oggetto di disinteressata contemplazione; l'arte è anzi oggetto di una interrogazione che risale indietro fino alla sua origine, meditando intorno alla corrispondenza e alla comune radice di arte e tecnica, che solo nell'epoca contemporanea, in virtù del destino dell'essere, sono divenuti due ambiti completamente opposti.
L'arte è per Heidegger essenzialmente opera, ovvero apertura e svelamento: nell'arte è posta in opera la verità dell'ente, in un che di reale - una cosa, il manufatto in cui consiste l'opera artistica - che però sfugge alla semplice usabilità, propria di tutte le cose considerate come strumenti del fare. L'esser-opera dell'opera, la sua natura artistica, si riflette piuttosto, per Heidegger, nella sua capacità di disporre un Mondo (ovvero un tessuto irriducibile di rimandi di senso), mantenendone aperta l'esposizione, senza contrarne il significato in un messaggio chiuso e definitivo.
L'opera è tuttavia anche materialità, oltre che esprimersi come veicolo di forme: questa materialità Heidegger la individua nella capacità dell'opera di "porre qui" la Terra, ovvero di manifestare nell'aperto del Mondo ciò che sempre si sottrae e custodisce il senso ritirandosi in sé stesso (la Terra, appunto, ovvero l'elemento più direttamente materiale, presente nell'opera). In questo senso nell'opera d'arte si attua una lotta, una contesa, che è anche frutto di reciproca appartenenza, fra Mondo e Terra, che l'artista sa riunire nella semplicità e nell'intimità della loro relazione, in cui si storicizza la verità. L'arte è quindi, per Heidegger, in primo luogo il determinarsi della verità nell'opera, il frutto di questa lotta; ma anche, allo stesso tempo, la salvaguardia della verità, configurata in quest'opera e che subisce il continuo divenire, che è proprio del movimento della verità (pensata come aletheia).
«Che l'arte sia l'origine dell'opera significa che essa fa sorgere nella loro essenza quelli che sono ad essa coessenziali:i facenti ed i salvaguardanti.» (M. Heidegger, L'origine dell'opera d'arte)
Influenze
La filosofia di Heidegger ha avuto un'enorme influenza sul pensiero di tutto il XX secolo; basti pensare ai suoi numerosi allievi, quali Karl Löwith, Hannah Arendt, Hans Georg Gadamer, Hans Jonas, nonché a numerosi filosofi francesi, a partire da Emmanuel Levinas, Paul Ricoeur e Derrida, o italiani, quali ad esempio Massimo Cacciari, Emanuele Severino e Gianni Vattimo. Importante è stata non solo la ricezione e l'interpretazione che ne è stata fatta da numerosi filosofi ma anche gli sviluppi che il suo pensiero ha avuto in altri campi, ad esempio nella psicologia - basti pensare alla psicologia esistenziale di Ludwig Binswanger - e nel campo letterario, dove la prosa particolarissima e criptica di Heidegger è giunta ad influenzare notevolmente la poesia (si pensi al rapporto peculiare fra Heidegger e Celan, o a certi aspetti dell'ermetismo e del surrealismo).
Va in questa sede sottolineato che in molti casi il pensiero di Heidegger, per la sua ambiguità e complessità, si è prestato ad interpretazioni e sviluppi del tutto arbitrari; sono per esempio numerose le strumentalizzazioni di parte delle riflessioni heideggeriane, in particolare critiche sullo sviluppo della tecnica moderna, nell'ambito del cosiddetto pensiero New Age, o a interpretazioni particolarmente originali e parziali, quali quelle che conducono alla formulazione del cosiddetto pensiero debole.
La ricezione critica
Inizialmente la critica si è occupata di Heidegger, negli anni '30, esclusivamente a causa del clamore suscitato da Essere e tempo, in relazione al clima esistenzialistico montante, in quegli anni, in particolare nel dibattito filosofico francese. Questo tipo di lettura domina (anche in Italia, con Nicola Abbagnano, Pietro Chiodi, Luigi Pareyson) fino al 1947, anno della pubblicazione della Lettera sull'umanismo, rivolta appunto al filosofo francese Jean Beaufret; nel 1949, dunque, Jean Wahl reimposta il dibattito sul pensiero heideggeriano, distinguendo fra gli aspetti più propriamente esistenzialistici (il tema dell'angoscia, della cura) e quelli ontologici (essere-nel-mondo, etc.). Su queste basi si innesta la riflessione di Emmanuel Levinas, il quale ribadisce la centralità del tema della differenza ontologica e dell'essere come totalità aperta; altro importante critico di Heidegger, sulla scia di Levinas, sarà Derrida, il quale rileverà gli aspetti umanistici e logocentrici presenti nella filosofia del tedesco, e a suo avviso causa di inevitabili ricadute metafisiche dello stesso.
In Germania, inizialmente, Heidegger viene recepito in relazione al neokantismo e alla fenomenologia, da cui egli invece si era distanziato; solo successivamente, con Hans Georg Gadamer e Otto Pöggeler, la centralità degli aspetti ermeneutici, colti nel nesso fra essere e linguaggio, viene ad essere affermata, in direzione di una interpretazione per così dire "teologica" o spiritualistica dell'evoluzione del pensiero di Heidegger. Anche in Italia questo tipo di interpretazione si è diffusa, negli ultimi decenni; esponenti di questa corrente interpretativa, fra i numerosi studiosi di Heidegger, sono fra gli altri Gianni Vattimo, Eugenio Mazzarella, Marco Guzzi.
Ma è soprattutto Gadamer che ha evidenziato l'ispirazione mistico-religiosa che fa da sfondo al pensiero di Heidegger, dovuta in particolare all'influenza esercitata su di lui da San Paolo e dal giovane Lutero. La sua stessa avversione verso l'oggettivismo e la metafisica nasceva dall'idea che questa sia stata inquinata dal concetto greco dell'Essere, e quindi resa incapace di pensare il concetto cristiano dell’Eschaton. Anche Löwith, Koyré e Adorno hanno segnalato più volte la nota religiosa ed escatologica che risuona spesso nelle pagine di Heidegger.
Va tuttavia sottolineato che la ricezione della filosofia di Heidegger in Italia è stata influenzata notevolmente, oltre che dall'interpretazione spiccatamente esistenzialistica di Abbagnano, dal giudizio fortemente negativo espresso da Benedetto Croce nei confronti del filosofo tedesco. Croce in particolare rilevò nel pensiero di Heidegger (si trattava in questo senso delle prime opere del pensatore, prima della svolta post-bellica) l'assenza, a suo dire, di considerazione per la storia, l'etica, la concreta vita dello spirito, accusandolo di prostituire la filosofia al servizio della politica nazista, con particolare riferimento al discorso tenuto da Heidegger in occasione del suo rettorato.
▪ 1991 - Armando Saitta (Sant'Angelo di Brolo, 15 marzo 1919 – Roma, 26 maggio 1991) è stato uno storico italiano.
Sebbene intellettuale di sinistra di ispirazione marxista, oltre che militante nelle file della Resistenza antifascista, Armando Saitta non prese mai la tessera del P.C.I., e non esitò ad esternare il suo disappunto nei confronti del Partito in occasione della rivoluzione ungherese del 1956 (a tale episodio devesi ricondurre l'accesa querelle rivolta a François Furet, insigne storico francese, accomunato al Saitta dai medesimi studi storici e dagli ideali politici).
La sua voce critica, ispirata da una fierezza intellettuale vocata all'insegnamento e alla formazione morale e culturale dei giovani, ebbe la sua più alta quanto severa espressione a seguito della contestazione studentesca del 1968 allorché, in schietta polemica con lo stesso Partito Comunista, manifestava tutto il suo rammarico nel "vedere l'impianto antico, gentiliano, d'un intero sistema scolastico preposto alla formazione dell'onestà intellettuale, del rigore metodologico, e della classe dirigente, distrutto con consapevole disegno politico per spostare dalle aule alle segreterie di partiti e sindacati e ai gabinetti ministeriali la formazione non di intellettuali ma di yes-man” (in AA.VV., Scritti in ricordo di Armando Saitta, Franco Angeli, 2002).
Tale pensiero, che più che un j'accuse esprime l'amarezza di un autorevole protagonista che assiste inerme ad una improvvida quanto artata renovatio politica, non è passato inosservato negli ambienti dotti di sinistra, a tal punto che il medievista Franco Cardini, nel ricordare il Maestro appena dopo la scomparsa, non esitò a definirlo come un "marxiano con moderazione... dimenticato dalla sinistra".
L'illustre storico ha ricoperto l'incarico di Direttore dell'Istituto di Storia medievale, moderna e contemporanea e di Paleografia e diplomatica dell'Università di Pisa (ora Dipartimento di Medievistica), nonché di Presidente del prestigioso Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea di Roma, a cui ha donato la ricca biblioteca privata. Il 2 agosto 1978 è stato nominato Socio Corrispondente dell'Accademia Nazionale dei Lincei per la Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, e il 28 settembre 1987 ne è divenuto Socio Nazionale.
Il prof. Saitta lascia ai posteri una ricchissima produzione scientifica, rappresentata da monografie e da articoli e recensioni su periodici e riviste specializzate (è stato inoltre curatore di alcune importanti opere di Federico Chabod).
Al magistero di Armando Saitta si è formata un'intera generazione di studiosi, tra i quali si ricordano gli storici Adriano Prosperi, Roberto de Mattei, Paolo Simoncelli, Marco Minerbi, Carlo Ginzburg.