Il calendario del 24 Settembre

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 622 - Maometto completa la sua Egira dalla Mecca a Medina

▪ 1493 - Seconda spedizione di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo

▪ 1664 - I Paesi Bassi cedono Nuova Amsterdam all'Inghilterra

▪ 1789 - Vengono istituiti la Corte Suprema degli Stati Uniti e il Procuratore Generale degli Stati Uniti

▪ 1841 - Il Sultano del Brunei cede Sarawak al Regno Unito

▪ 1852 - Viene mostrato in pubblico il primo dirigibile

▪ 1869 - Venerdì nero. Il prezzo dell'oro precipita quando Jay Gould e James Fisk tramano per controllare il mercato

▪ 1889 - Cinque vescovi vetero-cattolici firmano la Dichiarazione di Utrecht, dando così origine all'Unione di Utrecht delle Chiese vetero-cattoliche

▪ 1890 - La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni rinuncia ufficialmente alla poligamia

▪ 1912 - Enciclica XVI Singulari Quadam di papa Pio X

▪ 1948 - Viene fondata la Honda Motor Company

▪ 1957 - Il presidente statunitense Dwight Eisenhower invia la Guardia nazionale a Little Rock (Arkansas) per far applicare la desegregazione

▪ 1961 - Viene organizzata la prima marcia Perugia-Assisi

▪ 1962 - La Corte d'appello degli Stati Uniti ordina all'Università del Mississippi di ammettere James Meredith

▪ 1973 - La Guinea-Bissau dichiara l'indipendenza dal Portogallo

▪ 1991 - Viene pubblicato l'album dei Nirvana Nevermind e Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers

▪ 1994 - Viene fondata la Cathay Pacific

▪ 2002 - Spagna: ultimo attentato mortale addebitato all'ETA

▪ 2008 - Taro Aso, 68 anni, è il primo cristiano ad essere eletto primo ministro in Giappone

Anniversari

▪ 1541 - Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541) è stato un alchimista, astrologo e medico svizzero. È una delle figure più rappresentative del Rinascimento. Si laureò all'Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui si laureò Copernico.

«Tutto è veleno, nulla esiste che non sia veleno. Solo la dose fa, dato che il veleno non fa nulla.» (Paracelso, Responsio ad quasdam accusationes & calumnias suorum aemulorum et obtrectatorum. Defensio III. Descriptionis & designationis nouorum Receptorum.)

Fino al 1500 la composizione e i mutamenti della materia erano spiegati sulla base della dottrina dei quattro elementi di Aristotele: acqua, aria, terra e fuoco. Paracelso, per la prima volta, aggiunse ad essa una teoria che contemplava la presenza nella formazione e nei cambiamenti della materia, di tre principi: sale, zolfo e mercurio. Egli inoltre rifiutò l'insegnamento tradizionale della medicina, dando vita ad una nuova disciplina, la iatrochimica, basata sulla cura delle malattie attraverso l'uso di sostanze minerali.

Il periodo di San Gallo
A San Gallo, cittadina dell'est della Svizzera, visse un secondo breve periodo positivo della sua vita. Qui, nel 1531, gli vennero affidate le cure del borgomastro del paese Christian Studer per ventisette settimane. Tuttavia, Paracelso non era tenuto in gran considerazione dai medici teorici di allora. Durante questi anni, infatti, la sua figura si contrappone a quella di Joachim Vadiano, medico e luminare più in vista a San Gallo, del quale è anche sindaco, umanista che però prediligeva la teoria alla pratica e al contatto diretto con il malato. Le fonti fanno sembrare che Paracelso fosse spesso consultato per problemi allo stomaco e all'intestino, probabilmente perché la sua fama era maggiore in questo campo che nella chirurgia.
Durante il soggiorno a San Gallo si verificò un evento a partire dal quale si può intuire l'inclinazione profetica della personalità di Paracelso: come questi scrive nella sua opera Paramirum, il 28 ottobre del 1531 avvistò un gigantesco arcobaleno. Egli notò che questo indica la stessa direzione da cui, due mesi prima, era venuta la cometa di Halley. Secondo Paracelso, l'arcobaleno, da lui chiamato arco della pace, avrebbe portato un messaggio salvifico dopo la discordia annunciata dalla cometa.
Dopo aver passato i restanti anni della sua vita a vagare di città in città, morì a Salisburgo il 24 settembre 1541. È sepolto nella chiesa di S. Sebastiano. Le scene più commoventi presso la sua tomba si sono verificate nel 1831, quando, durante le terribili settimane del colera indiano, gli abitanti delle Alpi Salisburghesi si recarono in pellegrinaggio a Salisburgo, per implorare non il Santo patrono, ma il medico Paracelso, di risparmiarli dall'epidemia.

L'ideologia
Secondo questo singolare personaggio, i migliori insegnamenti per un medico non provenivano affatto dai veneratissimi medici del passato, come Ippocrate, Galeno o Avicenna, bensì dall'esperienza, quella stessa che lui aveva raccolto nei suoi numerosi viaggi e che voleva trasmettere ai suoi alunni. Alla retrocessione agli antichi egli voleva contrapporre il progresso, uno slancio verso uno studio più approfondito della natura, in cui lui era convinto ci fosse la cura per ogni sorta di malattia (riprende la concezione ippocratica della "vis medicatrix naturae"). In particolare, come egli spiega nei dieci libri degli Archidoxa, nella natura ci sono delle forze guaritrici chiamate Arcana che vengono portate alla luce dall'arte alchemica. I quattro arcana principali sono la prima materia, il lapis philosophorum, il mercurium vitae e la tintura.

Le teorie innovative
Nella visione paracelsiana tutti i corpi, organici e inorganici, l'uomo compreso, sono costituiti da tre elementi basilari: il sale, lo zolfo e il mercurio. Lo stato di salute è quello in cui queste tre sostanze formano una perfetta unità e non sono riconoscibili singolarmente, mentre nella malattia si separano. Il medico si getta quindi alle spalle la teoria degli umori da tutti condivisa. Nella prima metà del XVI secolo sostenne infatti:
«come infatti attraverso uno specchio ci si può osservare con cura punto per punto, lo stesso modo il medico deve conoscere l'uomo con precisione, ricavando la propria scienza dallo specchio dei quattro elementi e rappresentandosi il microcosmo nella sua interezza [...] l'uomo è dunque un'immagine in uno specchio, un riflesso dei quattro elementi e la scomparsa dei quattro elementi comporta la scomparsa dell'uomo. Ora, il riflesso di ciò che è esterno si fissa nello specchio e permette l'esistenza dell'immagine interiore: la filosofia quindi non è che scienza e sapere totale circa le cose che conferiscono allo specchio la sua luce. Come in uno specchio nessuno può conoscere la propria natura e penetrare ciò che egli è (poiché egli è nello specchio nient'altro che una morta immagine), così l'uomo non è nulla in sé stesso e non contiene in sé nient'altro che ciò che gli deriva dalla conoscenza esteriore e di cui egli è l'immagine nello specchio.»
Inoltre alla teoria dei contrari egli opponeva la teoria dei simili, già presente presso i primitivi e gli egiziani, secondo la quale una malattia può essere curata con la stessa sostanza da cui è stata causata.

L'etica del medico
Da un punto di vista più intimo, Paracelso dava molta importanza, non meno di Ippocrate, all'integrità personale del medico, al suo agire secondo coscienza. Inoltre, vedeva nel celibato un mezzo che permetteva al medico di dedicarsi totalmente alla cura dei pazienti, anche in caso di malattie contagiose e quindi per lui pericolose. Pare, infatti, che egli fosse casto. Secondo Paracelso le malattie, come la salute, provenivano da Dio, dunque il medico non era altro che colui che faceva avvenire quella guarigione che altrimenti sarebbe venuta direttamente da Dio, se il paziente avesse avuto abbastanza fede.

La donna
Interessante è l'ideologia, anch'essa originale, costruita da Paracelso intorno alla donna. Innanzitutto, egli riconosce che anche alcune figure femminili, nella sua vita, hanno contribuito a formare il suo sapere di medico. Distingue nettamente l'anatomia e lo spirito della donna rispetto a quelli dell'uomo. Per lui la donna è matrix (matrice), termine con cui non si intendono solo gli organi riproduttivi, ma la totalità di essa. Quello della donna è un piccolo mondo a parte in cui però è racchiuso il grande mistero della vita, che la mette a stretto contatto con il grande mondo della natura. Mentre, secondo la tradizione, a partire da Ippocrate, la donna è solo il recipiente che raccoglie il seme, per Paracelso la capacità immaginativa della donna incinta è decisiva per la formazione spirituale del figlio. Si hanno sue descrizioni dell'anatomia femminile, anche se molto meno dettagliate rispetto a quelle di Vesalio, in quanto basate principalmente sull'osservazione esterna.

Contributi medici
Quella di Paracelso è una medicina che pone al centro l'uomo vivo. Egli dava molta importanza ad un'attenta osservazione del paziente ed era molto capace nell'immedesimarsi nei suoi disturbi. L'anatomia di Paracelso, infatti, non si basa sulla dissezione come quella di Vesalio, bensì sull'esteriorità, sulla capacità del medico di ricollegare i segni sul corpo all'agente interno causa della malattia. Si può dire dunque che pone le basi della semeiotica. Nei suoi scritti, nel descrivere le parti anatomiche, inserisce contemporaneamente le sue interpretazioni di esse, non distingue ciò che vede da ciò che pensa. Nel Volumen Paramirum elenca i cinque possibili principi delle malattie: l' ens astrale, l' ens venale, l' ens naturale, l' ens spirituale e l' ens dei. Un buon medico, per capire la causa della malattia, deve basarsi su tutti e cinque gli enti. Per quanto riguarda la chirurgia, il fondamento è conservativo e non aggressivo: bisogna solo stimolare la natura ed essa provvederà da sé. Tuttavia, l'uso di anestesie molto blande faceva sì che egli non praticasse vivisezioni e che le sue operazioni fossero dolorose. Si dedicò particolarmente a studi sulla sifilide; secondo la sua teoria la malattia era generata da due fattori connessi: l'influsso astrale, di per sé innocuo, e l'atto impuro, che sorge dalla libido. La sua importanza in campo farmacologico è dovuta al fatto di essere stato il primo a raccomandare l'uso di sostanze minerali e di prodotti chimici per la cura delle malattie dell'uomo diversamente da quanto esposto nelle precedenti dottrine dove ci si limitava all'uso di piante ed estratti vegetali.

Difficoltà di interpretazione
Leggere Paracelso presenta una serie di problematiche non facilmente risolvibili. "Egli era medico, astrologo, mago e alchimista e al contempo nemico della medicina, dell'astrologia, della magia e dell'alchimia tradizionali[2]". Tutto ciò che scrisse è influenzato da queste discipline e nello stesso tempo è utilizzato polemicamente contro di esse. In Paracelso, la visione scientifica delle cose si mescola sempre con una più spiritualistica e astrologica. "Il profano che si avvicina a Paracelso non può che rimanere stordito dal miscuglio di scienza e superstizione, filosofia e banalità, genio e follia". Quando tratta di medicina, tratta anche di magia, di alchimia, di astrologia. "Non c'è medicina senza alchimia, non c'è medicina senza astrologia, non c'è medicina senza magia". Egli afferma: "Sulla Terra c'è ogni tipo di medicina ma non coloro che sanno applicarla". Non a caso egli stesso, nel Paragranum, afferma che i quattro pilastri della medicina sono la filosofia, l'astronomia, l'alchimia e le virtù. Inoltre il suo Corpus scriptorum è davvero immenso, e pare che egli dettasse le sue pagine a scrittori occasionali. In particolare, la maggior parte delle opere fu dettata al suo pupillo prediletto, Johannes Oporinus, il quale si occupò di pubblicarle dopo la morte dell'autore. Egli è stato definito il Lutero della medicina per il suo spirito di ribellione. In un periodo in cui uscire dai sentieri battuti, in qualsiasi campo, era un'eresia da condannare, Paracelso si gettò in una concezione del tutto indipendente della scienza medica e non esitò a scagliarsi contro le concezioni tradizionali ereditate dal passato e ancora fermamente condivise.

* 1572 - Túpac Amaru (Vilcabamba (Perù), circa 1530 – Cuzco, 24 settembre 1572) è stato un sovrano inca.
Fu l'ultimo sovrano dell’effimero regno di Vilcabamba (Perù) creato dal padre, Manco II, nei recessi più selvaggi delle Ande, nel tentativo di restaurare l’Impero inca dopo la conquista spagnola e la perdita della capitale del Cuzco.
Alla morte di Manco II, dopo la breve parentesi del regno di Sayri Túpac, i dignitari del piccolo stato avevano preferito eleggere come sovrano il fratello di Tupac Titu Cusi Yupanqui, ancorché illegittimo, ritenendo che offrisse più valide garanzie per la conduzione di una politica difensiva verso gli Spagnoli.
Il giovane Túpac Amaru, era stato destinato al culto e incaricato di vegliare sui riti e sulle reliquie degli inca, mentre il fratello maggiore dispiegava tutta la sua abilità per contenere le mire e le pretese degli iberici che, dal Cuzco, non tralasciavano occasione per far cessare l’ultima testimonianza di indipendenza incaica.
La fine di Titu Cusi Yupanqui aveva, però, determinato anche la cessazione di ogni possibilità di accordo con i nuovi padroni del Perù e le tragiche vicende che ne avevano accompagnato la morte, culminate con la morte di padre Ortiz (che non fu propriamente un martirio poiché quest'ultimo è per definizione dovuto a un sacrificio per difendere la fede, mentre il prete era stato ucciso perché sospettato dell'avvelenamento di Titu Cusi), avevano suggellato il distacco definitivo tra le due culture.
I fautori del ripristino delle antiche concezioni religiose del Tahuantinsuyo avevano avuto la meglio sui pochi compatrioti cristiani, appena convertiti e avevano preteso la ripresa di una politica aggressiva contro gli invasori.
In questo contesto l’erede di Titu Cusi, il giovane Quispe Titu, venne scartato dalla successione e in suo luogo venne eletto Amaru Túpac, fatto uscire, per l’occasione, dal tempio in cui aveva fino ad allora officiato il culto dei suoi avi.

Fine dell'indipendenza
Malgrado questi propositi, gli inca di Vilcabamba temevano però gli Spagnoli e fecero quanto in loro potere per tenere nascosta la morte di Titu Cusi Yupanqui e, ancor più, l’uccisione del prete cristiano. Il viceré Francisco de Toledo premeva, però, per continuare i rapporti intercorsi, che erano stati regolati da un trattato, e inoltrò una ambasceria per ingiungere il rispetto degli accordi presi.
Si incaricò della bisogna Atalano de Anaya, un cittadino del Cuzco che aveva sempre avuto buoni rapporti con gli indios. Egli giunse al ponte di Chuquichaca che delimitava il territorio di Vilcabamba e chiese di essere accompagnato dall’Inca che credeva fosse ancora Tutu Cusi. Dapprima gli venne ingiunto di attendere tre giorni, con la scusa di attendere istruzioni, poi, inopinatamente venne ucciso e gettato in un burrone.
Era quanto attendeva il viceré che aveva sempre premuto per distruggere l’ultimo baluardo degli Inca. La barbara uccisione di un ambasciatore gli rendeva finalmente le mani libere e Toledo si dette subito ad organizzare una spedizione. Per prima cosa fece occupare il fondamentale ponte, poi inviò quanti più uomini poté alla conquista del ridotto inca.
Si trattava di una truppa imponente, composta da almeno duecentocinquanta spagnoli e più di duemila indigeni ausiliari. Per maggior sicurezza altri settanta spagnoli mossero da Abancay, lungo la riva sinistra dell’Apurímac e cinquanta da Huamanga con lo scopo di tagliare ogni via di fuga ai ribelli.
Di fronte a questo imponente spiegamento di forze gli sparuti indigeni fecero quanto poterono, ma dovettero soccombere. La loro sconfitta non fu senza onore, perché impegnarono il nemico in furiosi corpo a corpo e contesero ogni palmo di terra all’invasore, ma non poterono evitare la caduta progressiva delle loro piazzaforti. Coyao-Chaca, Vitcos, Guaina Pucará, Machu Pucará e, infine, Vilcabamba furono teatro di scontri violenti, ma ovunque gli spagnoli trionfarono.
Túpac Amaru, però, restava imprendibile.
Il sovrano si era gettato nelle profondità della giungla e sperava di nascondervisi indefinitamente, come già aveva fatto suo padre Manco, per poi riprendere le ostilità.

Cattura dell'Inca
Questa volta, però, gli spagnoli erano decisi a non mollare la preda e un corpo di spedizione si gettò all’inseguimento. Erano quaranta uomini, comandati da Martín García de Loyola che non si arrestarono neppure di fronte alle terribili insidie della foresta amazzonica. Seguendo delle flebili tracce, si aprirono una strada per oltre quaranta leghe (200 km) per apprendere, in un villaggio, che l’Inca era appena fuggito verso un’altra contrada.
Seguì un altro inseguimento di altre cinquanta leghe (250 km), un po’ tra sentieri appena tracciati, un po’ lungo i fiumi, su delle zattere improvvisate ed infine gli spagnoli giunsero a tiro della preda. Amaru Yupanqui era rimasto pressoché solo con la propria moglie, incinta, che stava per partorire.
Il sovrano aveva una canoa ed avrebbe potuto attraversare il fiume sulle cui rive era stato avvistato e, così facendo, avrebbe potuto far perdere le sue tracce agli inseguitori privi di imbarcazioni ed impossibilitati ad attraversare l’imponente corso d’acqua.
In più, un forte contingente di fedeli dell’Inca stava sopraggiungendo al soccorso. La consorte di Túpac Amaru era, però, terrorizzata dall’acqua e si rifiutò di imbarcarsi e l’Inca, piuttosto che abbandonarla, si arrese.

Conversione e morte
Condotto al Cuzco, Túpac Yupanqui fu per prima cosa richiesto di abbracciare la religione cristiana. La sua conversione avrebbe rappresentato un grande successo per gli Spagnoli e i più eminenti religiosi vennero incaricati del suo indottrinamento.
Si disputarono il compito i mercedari Melchor Férnandez e Gabriel Alvárez de la Carrera , ma anche il gesuita Alonso de Barzana e il celebre studioso di storia incaica, Cristóbal de Molina. Lo sforzo combinato di tanti teologi ebbe successo e l’Inca accettò di abbracciare la fede cristiana, facendosi battezzare con il nome di Pedro.
Restava però da definire la sua sorte come quella dei suoi capitani che languivano in prigione. Il destino di questi ultimi fu presto deciso e vennero condannati a morte per impiccagione essendo i responsabili diretti della morte di alcuni spagnoli.
Sulla responsabilità di Túpac Amaru vi erano invece seri dubbi perché le uccisioni erano avvenute durante il regno del suo predecessore e anche quella dell’ambasciatore Atalano de Alaya era frutto dell’iniziativa di alcuni suoi sottoposti.
Il viceré era però intenzionato a chiudere una volta per tutte la partita con le ribellioni degli Inca e pretendeva una condanna esemplare. Il giudice preposto al processo, Loarte, era un suo fedelissimo e, conformandosi ai suoi voleri, emise prontamente una sentenza di comodo condannando l’Inca a morte per decapitazione.
La drastica sentenza produsse delle serie ripercussioni tra i cittadini del Cuzco che la ritenevano ingiusta ed oppressiva. Molti furono coloro che insorsero domandando che Túpac Amaru fosse inviato in Spagna a disposizione del Re. Gli ecclesiastici, in particolare, furono unanimi nel sollecitare una misura di clemenza.
I gesuiti furono i primi a impetrare la grazia con a capo frà luis Lopez e Alonso de Barzana, ma a loro si unirono altri eminenti prelati. Il provinciale dell’Ordine della Misericordia, Gonzalo de Mendoza, Francisco Corrol, priore di Sant’Agostino, Gabriel de Oviedo, priore di San Domenico, Francisco Velez e Gerónimo de Villa Carrello, rispettivamente guardiano e provinciale di San Francesco, Gonzalo Ballassero, vicario generale dell’Ordine della Misericordia e padre Luis López rettore della Compagnia di Gesù tentarono tutti, inutilmente, di far recedere l’implacabile viceré dai suoi propositi.
Per ultimo, giunse a pregare in ginocchio il viceré il suo stesso consigliere ecclesiastico, frà Agústin de la Coruña, il più rispettato religioso del momento, da tutti ritenuto in odore di santità, ma anche il suo intervento fu inutile.
Il 24 settembre del 1572 Túpac Amaru salì sul patibolo. Calmo e solenne si rivolse alla folla in lingua quechua e spiegò a tutti di essere diventato un cristiano convinto e di avere scoperto che quella era la vera religione che tutti avrebbero dovuto professare. Un attimo dopo la sua testa venne recisa con un colpo d’ascia. Il boia apparteneva alla etnia cañari, la tribù più ostile alla stirpe degli Inca.
Túpac Amaru venne seppellito nella cappella maggiore della cattedrale del Cuzco. La sua testa, per ordine di Toledo venne lasciata infissa su di un palo, ma in capo a due giorni dovette essere tolta e seppellita assieme al corpo, in quanto era oggetto di una continua adorazione da parte dei suoi fedeli.

Discendenza
Dalla consorte Quispe Sisa Túpac Amaru ebbe in figlio, Martín, morto giovanissimo e due figlie, Magdalena Mama Guaco e Juana Pinco Guaco.
La discendenza di Magdalena si estinse dopo due generazioni. Quella invece di Juana era destinata ad entrare nella storia del Perù. La figlia di Túpac Amaru andò in sposa ad un “curaca” di nome Blas Condorcanqui e da questo matrimonio sarebbe nato un figlio di nome Sebastián Condorcanqui. Il figlio di Sebastián, Miguel, avrebbe avuto, a sua volta un figlio di nome José Gabriel.
Quest’ultimo, assumendo il nome del suo avo, avrebbe dato vita intorno al 1780 alla famosa ribellione nota come la rivolta di Túpac Amaru II che, dopo aver insanguinato le contrade peruviane, sarebbe finita tragicamente con l’esecuzione del suo promotore, nella stessa piazza in cui era stata stroncata la vita dell'ultimo sovrano degli Inca.

▪ 1892 - Francesco di Borbone-Due Sicilie, Conte di Trapani, (nome completo Francesco di Paola Luigi Emanuele, principe di Borbone delle Due Sicilie) (Napoli, 13 agosto 1827 – Parigi, 24 settembre 1892), fu un membro della casa di Borbone-Due Sicilie.

Famiglia d'origine
Nato a Napoli, Francesco era il figlio minore di Francesco I delle Due Sicilie (1777-1830) e della sua seconda moglie l'infanta Maria Isabella di Borbone-Spagna (1789-1848), figlia del re Carlo IV di Spagna e di sua moglie la regina Maria Luisa di Parma. Francesco era fratellasto di Carolina, Duchessa di Berry e fratello di Luisa Carlotta, Duchessa di Cadice, Maria Cristina, Regina di Spagna, Ferdinando II delle Due Sicilie, Carlo Ferdinando, Principe di Capua, Leopoldo, Conte di Siracusa, Antonio, Conte di Lecce, Infanta Maria Amalia di Spagna e Portogallo, Maria Carolina, Contessa di Montemolin, Teresa Cristina, Imperatrice del Brasile.

Esilio
Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie nel 1861 durante la Spedizione dei Mille, la famiglia reale andò in esilio. In principio, Francesco e la sua famiglia andarono a Roma, dove erano sotto la protezione di Papa Pio IX. Quando anche lo Stato Pontificio fu invaso da Vittorio Emanuele II d'Italia, Francesco e la sua famiglia fuggirono nella vicina Francia. Francesco morì nel 1892 a Parigi all'età di 65 anni.

Matrimonio
Francesco sposò sua nipote l'Arciduchessa Maria Isabella d'Austria, Principessa di Toscana, la nipote (1834-1901), figlia del granduca Leopoldo II di Toscana (1797-1870) e della sua seconda moglie la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814-1898), sorella dello stesso Francesco, il 10 aprile del 1850.

* 1897 - Luigi Tosti (Napoli, 13 febbraio 1811 – Montecassino, 24 settembre 1897) è stato un abate, patriota e storico italiano. Monaco benedettino e abate di Monte Cassino, studioso di cose ecclesiastiche ed esponente del Neoguelfismo, ha avuto un ruolo di primo piano non soltanto nell'ambito della storiografia cattolico-liberale del XIX secolo, come peraltro attestato da Benedetto Croce[1], ma anche per il coinvolgimento attivo nei moti del 1848, sostenendo le idee di Vincenzo Gioberti e contribuendo a rilanciarle con il volume sulla Storia della Lega lombarda, dedicato a Pio IX, che si configurava come una sorta di inno al patriottismo per i cattolici[2]. Ebbe anche rilievo il suo vano tentativo per favorire la Conciliazione fra Stato e Chiesa nel 1887[3].
«Tosti si era foggiata la propria figura, da artista, e, sentendo battere
il suo cuore d'italiano e facendo scorrere lo sguardo sulla sua nera veste di benedettino,
provava il sentimento della realtà di quella figura, e operava e parlava in accordo con essa, non per calcolo politico o oratorio, ma sinceramente, per darle forma nei fatti»
(B. Croce, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, I, Laterza, Bari 1921, p. 146.)

Prime fasi
Nato da famiglia nobile, fin da giovanissimo fu mandato all'Abbazia cassinese, dove aveva uno zio monaco. Completati gli studi a Roma, ricevette l'ordinazione sacerdotale nel 1833. Tornato a Cassino, divenne lettore e insegnante di teologia all'Abbazia[4].
Fin dai primi anni della permanenza cassinate, Tosti si dedicò allo studio e alle ricerche erudite, dimostrando una non comune simpatia, almeno per un esponente della gerarchia cattolica, anche per gli storici tedeschi, convinto che i fatti, «al tocco del razionalismo germanico», incominciassero a «palpitare della vita»[5]. Non è un caso, del resto, che Croce, inserendo il padre benedettino nella scuola storiografica cattolica-liberale, comprendente tra gli altri Manzoni, Carlo Troya, Gioberti, Cesare Balbo e Tommaseo, tenesse a precisare che la «tendenziosità» riscontrata nei lavori di questo filone pubblicistico apparteneva alla «forma più alta», in quanto i suoi maggiori esponenti (secondo il filosofo «fermissimi cattolici, tutti non meno fermi patrioti e liberali») applicavano quotidianamente tutto quanto avevano essi stessi delineato nelle loro opere, anche come insegnamento per il futuro[6].
I primi studi degni di rilievo dell'abate Tosti si ebbero con i tre volumi della Storia della Badia di Monte Cassino, editi tra il 1842 e il 1843, e con la monografia di Bonifacio VIII del 1846. Ma, anche dato il clima in cui insisteva, e per gli strascichi che da essa derivarono, la pubblicazione più complessa e, per certi versi, più importante del benedettino era rappresentata dalla Storia della Lega lombarda[7]. Infatti, uscita in pieno Risorgimento, questa pubblicazione se, da un lato, ottenne l'avallo del Pontefice, destò, dall'altro lato, molte perplessità nella gerarchia ecclesiastica, per via del parallelo tra lo stesso Pio IX e Papa Alessandro III[8].

Il patriottismo
La Storia leghista s'inseriva nel quadro dell'attività illuminata dei benedettini di Montecassino. A tal riguardo Ernest Renan, che aveva viaggiato in Italia tra il 1849 e il 1850, affermò che, nel declino morale e sociale caratterizzante il Regno di Napoli, la predetta Abbazia emergeva, al contrario, come la culla di un nuovo ed originale movimento intellettuale, sospinto proprio da Tosti, che pure non era riuscito a incontrare[9]. In quest'opera il padre benedettino, secondo il filosofo francese, spiegava che il fatto che l'Italia fosse cattolica avrebbe dovuto significare anche che i cattolici, mostrando amore per la patria, dovevano volere per essa libertà e democrazia, e quindi essere patriottici[10]. Dello stesso avviso Benedetto Croce che, esaminando la medesima Storia, che era aperta dalla celebrazione delle città italiana, affermava che il Tosti del 1848 «sentiva risorto nel suo petto l'animo di un ardente seguace di papa Gregorio VII o di Alessandro III, rinnovato insieme e temprato agli ideali della nazionalità italiani e della civiltà del secolo decimonono»[11]. Del resto, basta leggere l'emblematica dedica a Pio IX di questa Storia per comprendere appieno lo spirito e la carica ideale che animavano il Tosti patriota risorgimentale: «Con questo volume nella mani affacciatevi, Padre Beatissimo, dalla mistica rocca della Chiesa: contemplate l'avvenire, interrogate il passato, palpate i nostri petti, e addimandate al palpito de' nostri cuori se siamo figli di quei Lombardi, che, ammogliato il Romano Pontefice alla libertà della patria, seppero con immacolato sangue difenderlo»[12].

Dopo il 1848
Questi concetti, come rilevava Renan, si sarebbero fatti più vivi nell'opuscolo Il veggente del secolo XIX[13], che uscì per i tipi della Abbazia di Montecassino nel 1860[14]. Nel frattempo, però, la vita del padre benedettino era cambiata. Infatti, essendosi nel 1848 adoperato per ottenere dal pontefice la rinuncia al potere temporale e per evitare che la città eterna fosse preda dei francesi, era stato costretto a salvarsi dalle ritorsioni borboniche, riparandosi prima a Roma e poi in Toscana, per far ritorno a Cassino soltanto nel 1850[15]. Da allora Tosti era tornato ai suoi studi, scrivendo, nell'ordine, fra le altre, le storie di Pietro Abelardo nel 1851, del Concilio di Costanza nel 1853, dello Scisma greco nel 1856 e della contessa Matilde nel 1859, così come i lavori sugli importanti prolegomeni alla Storia universale della Chiesa nel 1861, nonché, in coincidenza con l'Unità, il polemico S. Benedetto al parlamento nazionale[16].
Se nel 1870-71, durante la Guerra franco-prussiana, era annoverato, come attesta Federico Chabod, fra gli intellettuali che cercarono di spronare il Governo verso un armamento italiano[17], il ruolo del padre benedettino emerse con maggior spinta alla fine degli anni Ottanta del XIX secolo. Padre Tosti si adoperò, infatti, per formalizzare la distensione nei rapporti fra lo Stato italiano e il Papato, anche attraverso un opuscolo di 23 pagine, dall'inequivocabile titolo de La conciliazione, uscito nel 1887[18]. Il suo contenuto, da quel che emerge dai carteggi con Gabrio Casati, era in nuce già dagli anni dell'unificazione nazionale[19]. Sta di fatto che l'opuscolo e l'opera di intermediazione di Tosti fra Crispi e Leone XIII, approvati inizialmente da quest'ultimo, furono subito sconfessati[20].
Va infine ricordata l'opera di Tosti quale sovrintendente generale per i monumenti sacri d'Italia, che, dopo essersi per battuto per l'apertura del Museo campano, e averlo inaugurato[21], fu capace di riunire il 30 dicembre 1879, e per la prima volta, i membri di diversi consessi del napoletano, fra i quali anche Bartolommeo Capasso, al fine di discutere dello stato dei monumenti, farne un elenco e verificare quali di essi dovevano essere sottoposti a restauro[22].
Tutte le opere del padre benedettino furono ristampate, in 19 volumi, tra il 1886 e il 1899[23].

Note
1. ^ Cfr. B. Croce, Storia della storiografia italiana nel secolo decimono, vol. I, Laterza, Bari 1921, pp. 145-150.
2. ^ Si vedano, in tal senso, oltre a Ibidem, anche i saggi di J.E. Renan, Dom Luigi Tosti ou le parti guelfe dans l'Italie contemporaine inserito negli Essais de morale et de critique, Lévy Frères éditeurs, Paris 1859, pp. 205-241 e di S. Trinchese, Su alcuni abati di Montecassino tra Risorgimento e Unità, in S. Casmirri (a cura di), Lo Stato in periferia. Élites, istituzioni e poteri locali nel Lazio meridionale tra Ottocento e Novecento, Università degli Studi di Cassino, Cassino 2003, pp. 225-241.
3. ^ Cfr., fra gli altri, A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia. Dall'unificazione a Giovanni XXIII, Einaudi, Torino 1965, p. 74; G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. VI, Feltrinelli, Milano 1956, p. 325; G. De Rosa, Il Movimento Cattolico in Italia dalla restaurazione all'età giolittiana, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 112-113.
4. ^ Oltre ai datati testi di Alfonso Capecelatro e Francesco D'Ovidio citati in bibliografia, cfr. A. Forni, Lo storico delle tempeste. Pensiero e azione in Luigi Tosti, Istituto storico per il Medioevo, Roma 1997.
5. ^ L. Tosti, Opere postume. Prose e poesie, Tip. dell'Abbazia di Monteccasino, Ivi 1899, pp. 123-135.
6. ^ B. Croce, Storia della storiografia, cit., p. 126.
7. ^ Cfr. L. Tosti, Storia della Lega lombarda, Tip. dell'Abbazia di Montecassino, Ivi 1848.
8. ^ Cfr. S. Trinchese, op. cit., p. 231.
9. ^ J.E. Renan, op. cit., p. 209.
10. ^ Ivi, p. 213.
11. ^ B. Croce, Storia della storiografia, cit., p. 146.
12. ^ L. Tosti, Storia della Lega, cit., p. 4.
13. ^ Cfr. J.E. Renan, op. cit., p. 209.
14. ^ Cfr. L. Tosti, Il veggente del secolo XIX, Tip. dell'Abbazia di Montecassino, Ivi 1860.
15. ^ Cfr. «Enciclopedia Biografica Universale Treccani», vol. XIX, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 2007, p. 233, ad vocem.
16. ^ Cfr. L. Tosti, S. Benedetto al parlamento nazionale, Stab. Tip. Gioja, Napoli 1861.
17. ^ Cfr. F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, vol. II, Laterza, Bari 1965, p. 577.
18. ^ Cfr. L. Tosti, La conciliazione, Tip. Pasqualucci, Roma 1887.
19. ^ Cfr. F. Quintavalle (a cura di), La conciliazione fra l'Italia ed il papato nelle lettere del p. Luigi Tosti e del sen. Gabrio Casati, Cogliati, Milano 1907.
20. ^ Cfr. F. D'Ovidio, Scritti linguistici, a cura di P. Bianchi, Guida editori, Napoli 1982, p. 165. A questo proposito B. Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari 1929 (IV ed.), p. 187, scriveva che «il sogno visse lo spazio di un mattino: sfiorì tra il maggio e il giugno, alacri a impedire la conciliazione da una parte i gesuiti e dall'altra la massoneria […] il Tosti fu rinnegato dal Papa, che prima lo aveva spinto all'opera».
21. ^ Cfr. L. Tosti, Per la inaugurazione del Museo Campano nel giorno 31 maggio 1874, Stab. Tip. De Angelis, Napoli 1874.
22. ^ Cfr. N. Barrella, Bartolommeo Capasso e la tutela dei monumenti, in G. Vitolo (a cura di), Bartolommeo Capasso. Storia, filologia, erudizione nella Napoli dell'Ottocento, Guida editore, Napoli 2005, p. 256.
23. ^ Cfr. Opere complete di d. Luigi Tosti, 19 voll., a cura di L. Pasqualucci, Tip. della Camera dei Deputati, Roma 1886-1899.

▪ 1938 - Simeone Ivanović Antonov, più noto come Silvano del Monte Athos o Silvano Athonita (Shovskoe, 1866 – Monte Athos, 24 settembre 1938), è stato un mistico e santo russo.

«Colui che non ama i suoi nemici non può conoscere il Signore né la dolcezza del Santo Spirito » (Citazione di San Silvano del Monte Athos)

Nato a Shovskoe nell'Oblast' di Tambov nella Russia europea, nel 1892 dopo aver svolto servizio militare nell'Esercito Imperiale lasciò la Russia per recarsi al Monte Athos nell'odierna Grecia, presso il monastero della comunità ortodossa russa di Panteleimon, dove nel 1896 ricevette i voti monastici e il nome di Silouan (il nome russo per il biblico Silvanus) in italiano Silvano. Nel 1911 ricevette il titolo di schimonaco, titolo riservato agli asceti più esperti. Lavorò nel latifondo del monastero nei pressi di Salonicco chiamato Kalamareia e poi al mulino del suo Monastero. Poi si ritirò nella skita del vecchio Rossikon, dove si ritiravano molti asceti e Starec. Dopo un anno e mezzo di vita ascetica, venne richiamato al Monastero, per assumervi l’incarico di economo alle costruzioni. Morì il 24 settembre 1938. Fu canonizzato il 26 novembre del 1987 dal Patriarca di Costantinopoli Dimitrios I. È l'ultimo asceta canonizzato del Monte Athos.
Ebbe la grazia della preghiera continua ed ebbe la visione del Cristo oltre a soffrire molto da parte di demoni. Ma l'esperienza mistica che più lo marcò, avvenne attorno all'anno 1906, quando in preda a grande sconforto per non riuscire a estirpare i suoi sentimenti di orgoglio, così si rivolse a Dio: Signore, tu vedi che cerco di pregarti con spirito puro, ma il demonio me lo impedisce. Ricevette allora nel suo cuore questa risposta: Gli orgogliosi devono sempre soffrire da parte dei demoni. Silvano rispose: Allora, Signore, dimmi cosa devo fare perché la mia anima diventi pura. Di nuovo ricevette la risposta: Tieni il tuo spirito in inferno e non disperare mai. Nonostante non avesse ricevuto una istruzione superiore, assunse grande fama presso i pellegrini che lo cercavano per i suoi utili consigli, tra essi anche altri prelati, vescovi e cattedratici. Il monaco cattolico Thomas Merton lo definì il più autentico monaco del ventesimo secolo.

▪ 1952 - Paul Éluard, pseudonimo di Eugène Émile Paul Grindel (Saint-Denis, 17 agosto 1895 – Boulogne Sur-mer, 24 settembre 1952), è stato un poeta francese, tra i maggiori esponenti del movimento surrealista.

«[...] ci sono parole che fanno vivere, una di queste è la parola compagni.»

Paul Grindel (adotterà il nome d'arte Éluard nel 1916 riprendendolo dalla nonna materna) nasce da Clément-Eugene Grindel, un contabile di ideologia socialista e da Jeanne-Marie Cousin una sarta per signora.
Frequenta le scuole a Saint-Denis, Aulnay-sous-Bois e nel 1908 a Parigi dove nel frattempo la famiglia si è trasferita.
Prosegue gli studi a Parigi fino al 1912, quando a causa di un attacco di emottisi deve entrare nel sanatorio di Clavades a Davos in Svizzera dove rimarrà per quattordici mesi.
A Clavades incontra una giovane russa, che egli chiamerà Gala e che diventerà in seguito sua moglie, scrive versi ispirandosi al vitalismo di Whitman e alla musicalità di Verlaine che pubblica insieme ad alcune composizioni sparse su riviste oltre a due poemetti:Premiers Poèmes e Dialogues des inutiles.
Nel febbraio del 1914 Paul viene dimesso dal sanatorio e quando ad agosto scoppia la guerra, è arruolato con destinazione ai servizi ausiliari. Diventa su sua richiesta fante in prima linea e nel febbraio del 1917 sposa Gala. Ammalatosi nuovamente nel maggio dello stesso anno, viene definitivamente assegnato ai servizi ausiliari
Nel maggio del 1918 nasce la figlia Cécile e nel maggio dell'anno seguente viene smobilitato.
Risale al 1916 la raccolta di versi Le devoir che ripubblica ampliata nel 1918 con il titolo La devoir et l'inquiétude e i Poèmes pour la paix.
Nel 1919 partecipa alla vita del movimento dadaista e stringe rapporti di amicizia con i rappresentanti della contestazione artistica francese quali Paulhan, Aragon, Breton, Soupault e Tzara.
Collabora intanto a diverse riviste d'avanguardia e dirige egli stesso la significativa rivista "Provèrbe".
Nel 1920 pubblica Les animaux et leurs hommes, les hommes et leurs animaux, nel 1921 Les nécessités de la vie et les conséquences des réves, nel 1922 Répétitions e Les malheurs des immortels.
Nel 1923 si contrappone, al dadaismo che si sta disgregando, il surrealismo ed Éluard passa, insieme ad Aragon, Péret e a Breton al nuovo movimento.
L'animatore del surrealismo è André Breton e a lui Éluard dedica, nel 1924, Mourir de ne pas mourir.
Nello stesso anno, colto da una crisi interiore, Paul abbandona improvvisamente Parigi e per sette mesi non dà notizie di sé, tanto da essere considerato morto. In realtà egli compie un lungo viaggio per mare da Marsiglia al Pacifico per fuggire alle contraddizioni che lo tormentavano. Ritorna a Parigi nell'ottobre del 1924 e presto riprende la sua attività nell'avanguardia. Continua a scrivere versi e nel 1925 pubblica 152 proverbes mis au goût du jour, in collaborazione con Péret e Au défaut du silence, con illustrazioni di Max Ernst; nel 1926 esce Capitale de la douleur e Les dessous d'une vie ou la pyramide humaine. Sempre nel 1926 aderisce al Partito comunista e con la pubblicazione di Capitale de la douleur viene riconosciuto come il "più poetico rappresentante della scuola surrealista".da quel momento vive in modo appassionato la vita del gruppo con mostre, incontri, proteste, libri, riviste, riunioni surrealiste.
Nella seconda metà del 1928 Paul ha una ricaduta del suo male ed è ricoverato per diversi mesi in un sanatorio dei Grigioni ma appena è dimesso continua, a fianco alla sua militanza surrealista, l'opera di poeta pubblicando, nel 1929 Défense de savoir con un frontespizio di Giorgio De Chirico e L'amour la poésie.
In questo periodo la sua vita con Gala attraversa un momento di profonda crisi e nel dicembre del 1929 incontra Maria Benz figlia di saltimbanchi, detta "Nusch" che diventa la sua nuova compagna e che lo seguirà fino alla morte improvvisa avvenuta nel 1946.
Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 vedono Éluard impegnato contro la repressione della società mentre si fa sempre più vicina la violenza della dittatura fascista che porta all'avvento di Hitler in Germania e alla vittoria di Franco in Spagna.
Il poeta è sempre presente nell'offrire contributi non solamente poetici ma umani e politici. In questo periodo egli si allontana dal partito anche se non partecipa integralmente alle critiche che i surrealisti, ormai su una linea trotzkista, muovono all'Unione Sovietica e non sottoscrive il manifesto di protesta surrealista per il primo processo di epurazione politica di Mosca nel 1936 e non aderisce alla Federazione internazionale dell'arte rivoluzionaria fondata da Breton.
Pubblica in questi anni molti libri tra i quali A toute épreuve nel 1930, Le vie immédiate nel 1932, La rose pubblique nel 1934, Facile nel 1935, Les yeux fertiles nel 1936, Les mains libres nel 1937, Cours naturel nel 1938.
Nel settembre del 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Éluard viene richiamato come tenente per prestare servizio nell'intendenza ma nel giugno del 1940, data che segna il crollo della Francia davanti a Hitler, egli viene smobilitato e può rientrare a Parigi.
Nel 1942 chiede nuovamente l'iscrizione al partito comunista francese (P.C.F.) e fa parte del movimento clandestino, contrassegnando il suo contributo alla resistenza con edizioni di libri di versi e di giornali alla macchia e trasmissioni radiofoniche clandestine. È del '42 la sua famosa poesia Liberté.
Nel febbraio del 1944 Éluard rientra a Parigi ancora occupata dai tedeschi e il 25 agosto dello stesso anno avviene la liberazione.
Risalgono a questi anni Chanson complète e Mèdieuses nel 1939, Le livre ouvert. I e II (1940 e 1941), Poèsiìe et vérité nel 1942, Au rendez-vous allemaid (1942-1945), Le lit table nel 1944.
Dopo la liberazione e alla fine del conflitto, Éluard si impegna con il comunismo e compie numerosi viaggi nei paesi dell'Europa orientale, appoggia in Grecia la lotta per la liberazione e in Italia prende parte attivamente, nel 1946, alla campagna per l'avvento della Repubblica.
Il 28 novembre, Éluard, che si trova in Svizzera, riceve la notizia della morte improvvisa di Nusch e ne rimane profondamente scosso. Solamente alla fine dell'anno ricomincia a riprendersi e si butta più che mai nell'impegno politico e nella poesia.
Nel 1949, in occasione della sua permanenza in Messico, dove partecipa al "Convegno internazionale per la pace" incontra Dominique Lemor che sposa nel 1951. Ma nei primi giorni del settembre 1952, Éluard ha un improvviso attacco di angina pectoris e il 18 novembre dello stesso anno, in seguito ad un nuovo attacco, muore. Viene sepolto nel cimitero parigino di Père Lachaise.
Sono di questi ultimi anni molte opere tra le quali, Poésie ininterrompue del 1946 (la seconda parte viene pubblicata postuma, nel 1953), Le dur désir de durer sempre nel 1946, Poèmes politique nel 1948, Une leçon de morale nel 1949, Tout dire e Le Phénix nel 1951.