Il calendario del 22 Settembre

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1236 - Lituani e Semigalli sconfiggono i Livoniani dell'Ordine dei fratelli della spada nella Battaglia di Siauliai

▪ 1499 - Con il trattato di Basilea la Vecchia Confederazione, che ha dato origine alla Svizzera, diventa uno stato indipendente

▪ 1692 - Ultima impiccagione per stregoneria negli Stati Uniti

▪ 1776 - Nathan Hale viene impiccato come spia durante la Rivoluzione americana

▪ 1792 - Primo giorno (1° Vendemmiaio Anno I) del calendario rivoluzionario francese e Proclamazione della Repubblica

▪ 1862 - Viene pubblicata una versione preliminare del Proclama di emancipazione (degli schiavi)

▪ 1893 - Viene esposta la prima automobile di fabbricazione americana, costruita dai Fratelli Duryea

▪ 1949 - L'Unione Sovietica detona la sua prima bomba atomica

▪ 1960 - Il Mali ottiene l'indipendenza dalla Francia

▪ 1961 - Fondazione dei Corpi della Pace

▪ 1965 - La guerra tra India e Pakistan per il Kashmir finisce dopo il cessate il fuoco richiesto dalle Nazioni Unite

▪ 1975 - Sara Jane Moore cerca di assassinare il presidente statunitense Gerald Ford

▪ 1979 - Due satelliti Vela rilevano il flash di un'esplosione nucleare molto debole, avvenuta nei pressi dell'Isola Bouvet nell'Atlantico meridionale. L'ipotesi più accreditata è un test nucleare eseguito dal Sudafrica. L'accaduto è noto come incidente Vela

▪ 1980 - L'Iraq invade l'Iran

▪ 1981 - In Francia François Mitterrand inaugura ufficialmente il servizio TGV Parigi-Lione

▪ 1993 - Un Tu-154 della Transair Georgian Airlines viene abbattuto da un missile sopra Sukhumi, Georgia

▪ 1997 - Massacro di Bentalha in Algeria; oltre 200 abitanti uccisi.

▪ 2004 - Va in onda sulla ABC l'episodio pilota di Lost.

▪ 2006 - Ultimo volo dell'F-14 Tomcat.

Anniversari

▪ 1626 - Aodh Mac Aingil (Sabhall, 1571 – Roma, 22 settembre 1626) è stato un dotto teologo francescano ma anche poeta in lingua irlandese (gaelico).
Nacque nel 1571 a Sabhall (in inglese Saul) presso Dún Pádraig (in inglese Downpatrick) nell'Irlanda settentrionale e precisamente nella contea di Dún (Down); morì a Roma il 22 settembre 1626[1]. Il suo vero cognome era Mac Cathmhaoil (per gli anglofoni Mac Caghwell, alla latina Cavellus), ma è generalmente chiamato Aodh Mac Aingil, cioè Aodh figlio d'angelo (in latino Hugo Angelicus), per la sua religiosità e mitezza[2].
Per vari saggi o articoli che lo riguardano si possono vedere, oltre alle fonti generali indicate qui sotto nella bibliografia:
▪ Tomás Ó Cléirigh: Aodh Mac Aingil agus an Scoil Nua-Ghaedhilge i Lobhán (Aodh Mac Aingil e la scuola in gaelico moderno di Lovanio), An Gúm, Dublino 1936; fra l'altro, nelle pp.61–62 sono elencate tredici opere latine di Mac Aingil;
▪ Caoimhghin Ó Góilidhe: rivista Comhar di aprile e maggio 1949 (commenti sulla prosa di Aodh Mac Cathmhaoil);
▪ Anraí Mac Giolla Chomhaill: Bráithrín Bocht ó Dhún, Aodh Mac Aingil (Un povero fraticello da Dún, Aodh Mac Aingil), 1985;
▪ James C. Napier, Aodh Mac Aingil Downpatrick's Most Illustrious Son, Lecale Miscellany n°17, 1999, pp.12–20;
▪ Patrick Conlon O.F.M., The Little Brother from Down, Aodh MacAingil as a Good Franciscan, Seanchas Ard Mhacha vol.19 n°2, 2003, pp.63–70.
Fece i suoi studi nell'isola di Man allora gaelica, acquisendo fama di alto sapere, tanto che uno dei massimi signori d'Irlanda, Aodh Ó Néill (per gli anglofoni Hugh O'Neill)[3] lo chiamò come precettore dei propri figli Anraí[4] ed Aodh (Henry e Hugh). Nel 1599, poi, Anraí fu mandato nella spagnola Salamanca per fare gli studi universitari in paese cattolico, e Mac Aingil andò con lui (ma è possibile che ci fosse anche l'intento di stabilire contatti con la corona spagnola per auspicati appoggi agli irlandesi). A Salamanca Mac Aingil – entrato nell'Ordine francescano intorno al 1603 – divenne dottore in teologia e insegnò brevemente finché, nel 1606, fu mandato a Lovanio.
A Lovanio collaborò con Flaithrí Ó Maoilchonaire (Florence Conry)[5] alla creazione del Collegio francescano Sant'Antonio come centro culturale e religioso per il cattolicesimo irlandese perseguitato in patria[6]. Mac Aingil fu il primo professore di filosofia e teologia in quel Collegio, nel quale ebbe anche diversi incarichi di organizzazione e amministrazione; e nel 1616 ne divenne Guardiano. Alcuni suoi allievi di Lovanio divennero a loro volta celebri, come Seán Mac Colgan (John Colgan) che fu un famoso agiografo[7].
Nonostante gli onerosi impegni di Lovanio, ai quali si aggiunse la produzione di ben tredici importanti libri filosofico-teologici in latino che diedero a Mac Aingil una larga fama, egli riuscì a viaggiare per gran parte dell'Europa visitando le varie province dell'ordine, sempre con vita ascetica e francescanamente a piedi.
Nel 1623 fu chiamato a Roma. Nel viaggio, insieme a Pádraig Pléimeann (Patrick Fleming)[8], passò per Parigi, dove incontrò Aodh Mac an Bhaird (Hugh Ward)[9], e il rettore del Collegio irlandese di Parigi, Thomas Messingham; quest'ultimo riuscì a coinvolgere Pléimeann e Mac an Bhaird in una grande opera di raccolta di libri per studiare le vite di santi irlandesi, iniziativa che doveva poi sfociare, con sviluppi più ampi e generali, in una grandiosa opera storica gaelica, gli Annali dei Quattro Maestri, compiuta a cura di frati minori francescani.[10].
A Roma Mac Aingil appoggiò Lucás Uaidín (Luke Wadding)[11] per la creazione del Collegio Sant'Isidoro nel 1625[12].
Nominato arcivescovo di Ard Macha (Armagh), dunque Primate d'Irlanda, Mac Aingil ricevette la consacrazione episcopale a Roma nel giugno 1626; ma mentre si accingeva a recarsi nella sua sede arcivescovile morì nel settembre di quell'anno, e fu sepolto a Roma nella chiesa di S.Isidoro. Il presidente dell'Università di Lovanio, Nicolaus Vernulaeus, pronunciò un'orazione commemorativa, poi stampata a Colonia nel 1657.

Le opere in prosa
La fama europea di Mac Aingil gli derivò dagli scritti teologico-filosofici in latino. Egli si occupò di rilanciare il pensiero del filosofo francescano Duns Scoto, il Doctor subtilis morto nel 1308. Mac Aingil ne produsse un ampio commento nel 1620, poi nel 1623 un'apologia in replica a domenicani e giansenisti; e anche in altri lavori operò per la diffusione dello scotismo soprattutto tra i francescani[13].
Ma accanto a queste grandi opere latine si ricorda un'operetta gaelica. Uno degli scopi del Collegio francescano di Lovanio era quello di fornire ai cattolici irlandesi opere di devozione nella loro lingua; e la stamperia francescana di quella città pubblicò nel 1618 un libro di Mac Aingil, Sgáthán Shacramuinte na hAithridhe (Lo specchio del sacramento della penitenza)[14]. Questo libro, benché ricco di dottrina e di strumenti retorici tipici dell'epoca della Controriforma, era scritto in un gaelico chiaro e attraente, con esempi di tono familiare, e riscosse in Irlanda un'ampia popolarità[15].

Le poesie
Il dotto e austero Mac Aingil è anche l'autore di alcune tenere poesie gaeliche di argomento religioso. Una riedizione moderna ne è stata fatta a Dublino nel 1952.
Per avere un'idea dell'umiltà e dolcezza di questo francescano si possono riportare, in traduzione, alcune strofe dalla sua poesia natalizia più nota[16]:
"Benvenuto o santo bambino, - benché povero nella greppia - gioioso e ricco tu sei - e glorioso nella tua rocca stanotte. – [...] Maria, madre e vergine, - aprimi la porta della stalla - ch'io possa adorare il gran re del creato: - non si conviene a noi più che al bue? – Qui servirò Iddio - vegliando presto e tardi, - e scaccerò dal debole signore - i cani dei garzoni di montagna. – Anche l'asino e il bue - non li lascerò presso il mio re; - prenderò io il loro posto da lui, - sarò l'asino e il bue del Figlio del Dio Vivo. – Porterò acqua di buon mattino, - spazzerò il misero impiantito del Figlio di Dio; - farò un fuoco nel mio animo freddo, - trascurerò per fervore il mio corpo malvagio. – A lui laverò i miseri panni, - e se mi dài, o Vergine, il permesso - questo mio cencio mi toglierò - per coprire il tuo figlio. – Gli farò da cuoco per il cibo - e sarò portinaio del Dio del creato; - poiché i tre hanno molto bisogno - andrò questuando per loro. – Non chiederò argento ed oro - ma al mio re un bacio al giorno; - io darò il cuore mio - e lui lo accetterà per compenso dei tre. [...]."

Note
1. ^ Caerwyn Williams (1985: 239) parla del 12 settembre.
2. ^ Per gli italiani, questo appellativo ricorda il caso del quattrocentesco pittore domenicano Fra Giovanni da Fiesole, da tutti chiamato Angelico o Beato Angelico.
3. ^ Per le tumultuose vicende di questo grande nobile che alternava rivolte e adattamenti verso la corona britannica, si veda Welch, voce O' Neill, Hugh.
4. ^ Molti anni dopo, Mac Aingil scriverà una poesia in gaelico per questo suo ex-allievo premorto, meditando sulla vanità delle cose umane alla vista del teschio riesumato (Welch).
5. ^ Si veda Welch, voce Ó Maoilchonaire, Flaithrí
6. ^ Si veda Welch, voce Louvain University. Sulla difficile vita degli esuli irlandesi tra i fiamminghi a Lovanio, soprattutto dopo che nel 1607 i maggiori capi gaelici abbandonarono l'Irlanda per cercare (invano) l'aiuto spagnolo contro l'occupazione inglese, è stato scritto recentemente in gaelico un romanzo storico che ruota attorno alla figura del mite professore francescano Aodh Mac Aingil (Seilbh na Coróine, di Alec Bán Mac Conaill, pseudonimo di Séamus de Napier, ed.Coiscéim, 2008).
7. ^ Si veda Welch, voce Colgan, John; cfr. anche Caerwyn Williams (1985: 226, 241-242).
8. ^ Futuro rettore del convento francescano di Praga; si veda Caerwyn Williams (1985: 241-242)
9. ^ Professore di teologia a Lovanio dal 1616 (si veda Welch, voci Louvain University e Mac an Bhaird, family)
10. ^ Su questo incontro di Parigi e sui suoi sviluppi si veda Caerwyn Williams (1985: 239-240). Sugli Annali dei Quattro Maestri si vedano: Caerwyn Wiliams (1985: 240 e s.) e Welch, voce Annals of the Four Masters
11. ^ Si veda Welch, voce Wadding, Luke.
12. ^ Caerwyn Williams (1985: 239).
13. ^ Il suo confratello Lucás Uaidín (Luke Wadding) curerà a Roma, a partire al 1639, un'edizione completa delle opere di Duns Scoto o a lui attribuite, in dodici volumi. Tra le filosofie medievali lo scotismo dei francescani è considerato la principale alternativa al tomismo diffuso principalmente dai domenicani.
14. ^ Un brano dell'introduzione accompagnato da traduzione inglese è riportato in The Field Day Anthology of Irish Writing, Field Day Publications, Derry, ristampa 1992, p.321, e vi si leggono fra l'altro queste parole di Mac Aingil: "Ogni altra nazione cattolica ha avuto libretti come questo. ancor più necessari per la nazione nostra che è senza maestri, senza prelati e senza predicatori, salvo pochi che stanno nascosti per timore di morte o prigione come gli apostoli dopo la morte di Gesù".
15. ^ L'opera è stata poi ripubblicata in tempi moderni, nel 1952.
16. '^ La traduzione italiana è in prosa e non può rendere l'armonia delle quartine dell'originale, in cui lo schema delle rime è il seguente: tra la fine del primo verso e il mezzo del secondo; tra la fine del terzo verso e il mezzo del quarto; tra la fine del secondo verso e la fine del quarto. Per una più ampia traduzione inglese in versi si veda Ó Tuama (1990: 79-82). Le caratteristiche di questa ode natalizia irlandese sono state analizzate da Thomas Mac Donagh per raffrontarle con la diversa impostazione dellOde on the Morning of Christ's Nativity di John Milton (v. Declan Kiberd, Irish classics, Granta Books, Londra, edizione 2001, pag.622).

▪ 1769 - Antonio Genovesi (Castiglione del Genovesi, 1º novembre 1713 – Napoli, 22 settembre 1769) è stato uno scrittore, filosofo ed economista italiano.
Figlio di Salvatore Genovese, calzolaio, e di Adriana Alfinito di San Mango, nacque a Castiglione nel 1713.
Il padre lo indirizzò in tenera età verso gli studi. A quattordici anni fu affidato agli insegnamenti di Niccolò Genovese, un congiunto, giovane medico tornato da Napoli, il quale lo istruì in filosofia peripatetica per due anni e in quella cartesiana per un anno. A diciotto anni, nel corso degli studi teologici, Genovesi si innamorò di una ragazza di Castiglione, Angela Dragone. Questo amore non trovava l'approvazione del severissimo genitore il quale condusse immediatamente il figlio a Buccino, dove abitavano alcuni parenti, presso il convento dei Padri Agostiniani dove seguì gli insegnamenti teologici e filosofici del prete Giovanni Abbamonte e appassionandosi al latino e al greco.
Ricevette l'ordinazione a diacono dopo aver superato l'esame di teologia dogmatica alla presenza dell'arcivescovo di Salerno Fabrizio di Capua il 22 dicembre 1736, presso la Cattedrale di Salerno. A ventiquattro anni fu nominato maestro di retorica presso il seminario di Salerno dove incontrò il vice rettore, Antonio Doti, dal quale ricevette insegnamenti di lingua francese e lezioni di perfezionamento nel latino e nell'italiano.
Nel 1738, a venticinque anni, venne ordinato sacerdote e, dopo pochi mesi, si trasferì a Napoli. A Napoli fu in stretto contatto con Giambattista Vico e nell'Università di Napoli, nel 1741, ottenne la cattedra di metafisica, cui fu successivamente aggiunta quella di etica.
Conoscitore delle letterature classiche e cultore di scienze metafisiche e teologia.
Nell'età matura, però, cominciò a disdegnare la vecchia cultura teorica sostituendola, gradualmente, con lo studio delle discipline pratiche. Seguace delle idee del Vico e più ancora di quelle di Locke limitatamente alla filosofia, Genovesi dovette servirsi dell'intervento del vescovo di Taranto, Galiani, e dello stesso pontefice Benedetto XIV per conservare l'abito talare.
Morì a Napoli il 22 settembre 1769. La salma fu sepolta nella Chiesa del convento di Sant'Eramo Nuovo (o Sant'Eusebio) a cura del suo amico Raimondo di Sangro, Principe di San Severo.

Panorama culturale
Si diffondevano in quel tempo i primi accenni di rivolta allo spirito e al costume della Controriforma: gli spunti di polemica antigesuitica e anticlericale, la ripresa della lotta in difesa dell'autonomia dello Stato laico contro ogni interferenza della Chiesa, i primi elementi di una teoria delle monarchie illuminate e del regime paternalistico, nonché, sul piano letterario, l'avvento di una poetica e di una critica più aperte e coraggiose. In pratica, fu l'inizio della vera rivoluzione culturale che si attuò nella seconda metà del Settecento sotto il segno dell'Illuminismo caratterizzata dalla necessità di trasformare integralmente i cardini della vecchia civiltà in tutte le sue manifestazioni.

La svolta
Antonio Genovesi recepì l'influenza del nuovo panorama culturale italiano, con la voglia di cercare con studi ed esperimenti il concetto della pubblica felicità, consistente nel far uscire l'uomo dallo stato di "oscurità" (Illuminismo, che in Francia era già in atto: Les Lumières). Egli prese coscienza della decadenza culturale, materiale e spirituale dopo il periodo d'oro del Napoletano e, quindi, si rese conto della necessità di intervenire per riportare le arti, il commercio e l'agricoltura a nuovi splendori. Per tale motivo, abbandonò l'etica e la filosofia e si dedicò allo studio dell'economia affermando tra le altre cose, che essa doveva servire ai governi per alimentare la ricchezza e la potenza delle nazioni. Dal 1754 fu docente di economia politica, occupando una cattedra istituita appositamente per lui presso l'Ateneo napoletano da Bartolomeo Intieri.
Tenne sempre le sue lezioni in lingua italiana grazie alla sua passione per il civile: viene ricordato per essere stato il primo docente a non esprimersi in latino durante i suoi corsi e per essere stato tra i primi a scrivere trattati di metafisica e di logica in italiano. Così anche e soprattutto diffondere lo studio dell'Economia e delle scienze nel popolo è un mezzo di incivilimento (in questo atteggiamento Genovesi è ancora una volta in piena continuità con gli umanisti civili).

▪ 1770 - Ignazio da Santhià, al secolo Lorenzo Maurizio Belvisotti (Santhià, 5 giugno 1686 – Torino, 22 settembre 1770), è stato un monaco italiano. È stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 2002: la sua memoria ricorre il 22 settembre.
Lorenzo Maurizio – così il suo nome di battesimo – nasce il 5 giugno 1686 a Santhià (Vercelli), quarto tra i sei figli dell’agiata famiglia di Pier Paolo Belvisotti e Maria Elisabetta Balocco.
Rimasto orfano del padre a sette anni, la madre provvede alla sua formazione affidandolo al pio e dotto sacerdote don Bartolomeo Quallio, suo parente. Sentendosi chiamato alla vita ecclesiastica, dopo le scuole primarie nella città natale, nel 1706 Lorenzo Maurizio passa a Vercelli per gli studi filosofici e teologici.
Ordinato sacerdote nell’autunno del 1710, resta nel capoluogo come cappellano-istruttore della nobile famiglia Avogadro. In questi primi anni di sacerdozio non rinuncia ad associarsi all’apostolato dei Gesuiti, particolarmente nella predicazione delle missioni al popolo. Conoscerà così il suo futuro direttore spirituale, il padre gesuita Cacciamala. 

La natia Santhià, desiderando avere il suo concittadino, lo elegge canonico rettore dell’insigne collegiata di Santhià. A loro volta gli Avogadro lo eleggono parroco della parrocchia di Casanova Elvo di cui godevano il giuspatronato. Tuttavia il quasi trentenne don Belvisotti non va in cerca di gloria: ha maturato ben altre mete.
Rinunciato alle due nomine e ai benefici loro connessi, il 24 maggio 1716 entra nel convento-noviziato dei Cappuccini di Chieri (Torino) e assume il nome di fr. Ignazio da Santhià con l’intenzione di partire in futuro per le missioni estere. La sua fermezza nel tendere alla perfezione, l’osservanza piena, premurosa, spontanea e gioiosa della vita cappuccina, gli attirano l’ammirazione anche dei più anziani religiosi del noviziato.
Dopo gli anni della formazione cappuccina (trascorsi a Saluzzo, a Chieri e a Torino, sul Monte dei Cappuccini), nel Capitolo Provinciale del 31 agosto 1731 viene nominato maestro di noviziato nel convento di Mondovì (Cuneo). In tredici anni di magistero e testimonianza, Ignazio offre alla Provincia monastica del Piemonte ben 121 nuovi frati, alcuni dei quali moriranno in fama di santità. In seguito ad un atto eroico (essendosi addossato la grave oftalmia e le sofferenze del suo ex-novizio Bernardino Ignazio dalla Vezza, impedito di continuare nell’attività missionaria in Congo), nel 1744 deve rinunciare all’incarico e ritirarsi per cure nel convento-infermeria di Torino-Monte. 

L’obbedienza ai superiori (alla quale mai si sottrasse), lo inducono a seguire, come cappellano-capo, l’esercito del re di Sardegna Carlo Emanuele III, in guerra contro le armate franco-spagnole (1745-1746), per assistere i militari feriti o contagiati negli ospedali di Asti, Alessandria e Vinovo. 

Finita la guerra, il convento del Monte dei Cappuccini di Torino lo accoglie nuovamente per l’ultimo lungo periodo della sua vita (1747-1770). Con una generosità senza misura e con umile e intensa carica spirituale, Ignazio divide la sua attività pastorale tra il convento e la città di Torino: predica settimanalmente agli altri confratelli, attende al ministero della riconciliazione e, nonostante la non più giovane età e le gravi malattie, scende l’erta collina su cui sorge il convento per percorrere le vie della città e incontrare di casa in casa poveri e ammalati, che attendono il conforto della sua parola e della sua ormai celebre benedizione. Intanto si vanno moltiplicando i prodigi e il popolo lo ribattezza “il Santo del Monte”; contemporaneamente su di lui si accentra anche la venerazione dei più distinti personaggi del Piemonte: dai regnanti all’arcivescovo di Torino, Giovanni Battista Roero, al primo vescovo di corte, il cardinale Vittorio Delle Lanze; dal gran cancelliere Carlo Luigi Caisotti di Santa Vittoria, al sindaco della città. 

Ignazio da Santhià trascorre gli ultimi due anni nell’infermeria del suo convento, continuando a benedire, a confessare, a consigliare quanti a lui ricorressero. La sua vita appare ormai assorbita e trasformata in quel Crocifisso che egli non sa allontanare dal suo sguardo. 

Il 22 settembre 1770, festa di s. Maurizio, patrono suo e della provincia cappuccina del Piemonte, fr. Ignazio muore serenamente nella sua cella, all’età di 84 anni. 

La fama della sua santità e i numerosi prodigi attribuiti alla sua intercessione inducono ad avviarne immediatamente il processo di canonizzazione. Dopo la causa ordinaria, nel 1782 viene introdotto il processo apostolico che, a motivo delle vicissitudini della Rivoluzione Francese e delle ricorrenti soppressioni che colpiscono gli Ordini religiosi nell’Ottocento, subisce continui rallentamenti e interruzioni. E se fin dal 19 marzo 1827 Leone XII ne riconosce l’eroicità delle virtù di fr. Ignazio da Santhià, solo il 17 aprile 1966 (dopo oltre un secolo di quasi totale silenzio e dopo la valutazione positiva di due miracoli ottenuti per sua intercessione negli anni precedenti) Paolo VI può procedere alla sua solenne beatificazione. 

Giovanni Paolo II ne ha proclamato la santità il 19 maggio 2002, domenica di Pentecoste. Le reliquie di Ignazio da Santhià sono venerate nella chiesa del Monte dei Cappuccini in Torino.
Autore: Padre Mario Durando

▪ 1774 - Papa Clemente XIV, al secolo Gian Vincenzo Antonio (e in religione Lorenzo) Ganganelli (Santarcangelo di Romagna, 31 ottobre 1705 – Roma, 22 settembre 1774), è stato il 249° vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica (1769-1774).

«Ogni giorno deve avere il suo compito.»

Era figlio di un medico nato a Borgo Pace, nell'ex Ducato di Urbino, ma il padre lo lasciò orfano quando era ancora in giovane età. Compì gli studi a Rimini e Urbino, dove a diciott'anni entrò a far parte dell'ordine dei francescani conventuali. Divenne insegnante di filosofia e teologia. Il suo operato in qualità di reggente del collegio di San Bonaventura gli procurò la stima di Papa Benedetto XIV, che lo nominò consigliere dell'Inquisizione. In seguito Papa Clemente XIII gli concesse la porpora cardinalizia, ma il suo dissenso nei confronti della linea politica del papa lo fece cadere in disgrazia e gli fece perdere ogni influenza a corte.
Il conclave del 1769 che seguì alla morte di Clemente XIII, iniziato il 15 febbraio, fu il più contrastato in almeno due secoli di storia. La questione di fondo era l’Ordine dei Gesuiti, il cui destino sembrava in bilico. Le potenze cattoliche erano compatte nell’esigere che non venisse eletto un amico della Compagnia di Gesù. I principi della famiglia dei Borboni pretendevano addirittura che i candidati si impegnassero in maniera vincolante a sopprimerne l’Ordine. Dopo ben tre mesi e 179 votazioni, il 19 maggio 1769, la scelta cadde su Ganganelli, non tanto perché nemico dichiarato dei Gesuiti, quanto perché era il meno inviso alle varie fazioni contrapposte. L'accusa di simonia che gli fu rivolta era sicuramente stata diffusa dai Gesuiti, che nutrivano nei suoi confronti una grande avversione, sebbene non esistesse alcuna prova che Ganganelli avesse realmente intenzione di sopprimere l'ordine. Egli infatti si era rifiutato di impegnarsi per iscritto sulla questione.
Papa Clemente XIV pubblicò le Lettere Encicliche Decet Quam Maxime, che contenevano informazioni sulla corruzione dei chierici, alcune sue disposizioni per rimediarvi ed altre riguardanti l'amministrazione delle parrocchie.
Il regno di Clemente si trovò subito a dover fronteggiare una situazione molto difficile: in Portogallo molti auspicavano l'avvento del patriarcato; la Francia manteneva un rigido controllo della sede di Avignone mentre il Regno di Napoli faceva la stessa cosa con quelle di Pontecorvo e Benevento; la Spagna mostrava un atteggiamento ostile, Parma di aperta sfida, Venezia era apertamente aggressiva; la Polonia prendeva in considerazione la possibilità di imporre limitazioni ai diritti tradizionalmente accordati al nunzio apostolico.
Per evitare che i contrasti si acuissero Clemente si rese subito conto dell'assoluta necessità di assumere un atteggiamento più conciliante verso queste potenze. Per prima cosa decise di sospendere la pubblicazione della bolla In Coena Domini, in cui si metteva in discussione la legittimità delle autorità civili su quelle religiose; ristabilì poi le relazioni diplomatiche con il Portogallo concedendo la porpora cardinalizia al fratello del primo ministro Pombal (anche se questi premorì alla creazione; il pontefice allora designò alla porpora cardinalizia un sacerdote indicato dal primo ministro stesso, in segno d'amicizia e di considerazione); abolì la commissione di vigilanza a suo tempo istituita contro Parma.
Ma le grandi potenze erano più che mai decise a distruggere la Compagnia di Gesù, e sapevano che il Papa le doveva assecondare, volente o nolente, in questa loro determinazione. Invano Clemente cercò l'appoggio di altre potenze all'estero. Persino Maria Teresa, una sua “grande elettrice”, soppresse l'ordine in Austria.
Invano Clemente temporeggiò, facendo anche parziali concessioni. Alla fine dovette suo malgrado convincersi che, per il bene della Chiesa, era necessario compiere questo sacrificio, e così, il 21 luglio 1773 promulgò l'editto Dominus ac Redemptor con cui veniva decretato lo scioglimento della Compagnia di Gesù. La soppressione dell’ordine fu festeggiata dalle classi dominanti come una vittoria della ragione. In realtà fu una vittoria dell'Illuminismo e dell'Assolutismo sul papato. I gesuiti accettarono la decisione del pontefice senza opposizione alcuna. Su pressione delle corti borboniche, il generale dell'Ordine, Lorenzo Ricci, fu arrestato e tenuto prigioniero in Castel Sant'Angelo fino alla sua morte (1775).
Le grandi potenze dimostrarono immediatamente la loro soddisfazione, facendo sostanziali concessioni: Benevento, Pontecorvo e Avignone furono restituite alla Santa Sede. Austria e Germania incamerarono tutti i beni della Compagnia.
In Prussia e Russia, invece, l’ordine non fu sciolto, anzi ne venne proibita la soppressione per non rendere precario il sistema scolastico cattolico.
Nel corso dell'anno successivo allo scioglimento dell'ordine si verificò un repentino peggioramento della salute del Papa che lo condusse in poco tempo alla morte, avvenuta il 22 dicembre 1774. Ma che il decesso fosse dovuto solo all'età e a cause naturali lo confermarono sia il medico personale che il confessore, che dissiparono le voci di una morte per avvelenamento.
Venne sepolto in San Pietro, ma nel 1802 i suoi resti mortali furono traslati nella chiesa francescana di Santi Apostoli, dove il Canova gli eresse un monumento funebre. È interessante notare come nessun papa successivo abbia scelto il nome di Clemente.
La soppressione della Compagnia di Gesù ha profondamente caratterizzato il pontificato di Clemente XIV, tanto da mettere in secondo piano i suoi meritori tentativi di ridurre il carico fiscale dei sudditi e di riformare la pubblica amministrazione dello Stato Pontificio, nonché il suo atteggiamento favorevole allo sviluppo delle arti liberali e alla diffusione della cultura, di cui il museo Pio-Clementino rimane a perenne testimonianza. L'ultimo suo atto ufficiale fu la promulgazione dell'Anno Santo per il 1775 che sarà celebrato da Pio VI.

Aneddoti su Clemente XIV
▪ Si dice che al momento dell'elezione Gian Vincenzo Antonio avrebbe voluto prendere nome Sisto VI, in onore dell'ultimo Papa francescano (1585-1590), ma i cardinali lo dissuasero perché sapevano che tale nome avrebbe fatto ridere il mondo intero. Dalla morte di papa Peretti, "Sisto VI" è una sorta di nome tabù.
▪ Si dice che la sua elezione fu appoggiata dalle grandi potenze per la sua promessa a sopprimere l'ordine gesuita, che effettivamente egli sancì pochi mesi dopo la sua elezione.
▪ Si dice anche che l'arrivo al pontificato fu predetto a Ganganelli dal suo maestro spirituale, padre Antonio Lucci da Agnone.

▪ 1960 - Melanie Klein (Vienna, 30 marzo 1882 – Londra, 22 settembre 1960) è stata una psicoanalista austriaca-britannica, nota per i suoi lavori pioneristici nel campo della psicoanalisi infantile e per i contributi allo sviluppo della teoria delle relazioni oggettuali; è ritenuta tra le personalità più decisive e influenti del movimento psicoanalitico.
Melanie Klein nacque con il nome di Melanie Reizes a Vienna il 30 marzo 1882, ultima di quattro figli. I genitori erano stati allevati come ebrei ortodossi, ma non erano praticanti. L'ambiente familiare era culturalmente vivace: il padre aveva intrapreso gli studi di medicina, la madre e il fratello maggiore erano appassionati di letteratura e di musica. La vita giovanile di Melanie fu turbata da due lutti: sua sorella Sidonie morì a soli 9 anni, e suo fratello Emanuel a 25 anni, quando Melanie ne aveva 20. Melanie intraprese gli studi di medicina ma si ritirò pochi anni dopo. Si sposò poco più che ventenne con Arthur Klein, un chimico industriale, dal quale ebbe due figli maschi (Hans ed Eric) ed una femmina (Melitta).
Nel 1910 seguì il marito a Budapest e lì venne in contatto con la teoria freudiana. Iniziò l’analisi con, cosi come Imre Hermann, Sándor Ferenczi, fratello di un collega del marito, il quale la incoraggiò ad applicare all’infanzia la tecnica analitica, fino ad allora rivolta esclusivamente a pazienti adulti. Nel 1919 lesse il suo primo lavoro, Lo sviluppo di un bambino (pubblicato successivamente in International Journal of Psycho-Analysis), davanti ai membri della Società Psicoanalitica di Budapest fondata da Ferenczi nel 1913, della quale lei stessa era divenuta socia.
Al congresso dell’Aja del 1920 conobbe Karl Abraham, fondatore del celebre Politecnico psicoanalitico di Berlino e pioniere dell’applicazione della psicoanalisi alle psicosi. Nel 1922 Melanie divorziò da Arthur e si trasferì con i figli a Berlino. Nel 1924 Melanie intraprese l’analisi con Abraham, che però morì pochi mesi dopo. Il pensiero dello psichiatra tedesco si rivelerà determinante nell’impostazione della teoria kleiniana.
In quegli stessi anni, Anna Freud, la minore delle figlie di Sigmund, era diventata membro prima della prestigiosa Società psicoanalitica di Vienna e poi del Comitato di coordinamento, un organismo fondato da Jones per preservare l’ortodossia della psicoanalisi. Sia la Freud che la Klein si erano dedicate alla psicoanalisi infantile e retrodateranno l’applicabilità della psicoanalisi, ma mentre la prima riteneva che non si potesse operare il transfert perché le relazioni con i genitori per il bambino sono storia attuale, per la Klein la tecnica del gioco era in grado di sostituire le libere associazioni e di svelare il mondo fantasmatico infantile. Le due metodologie di analisi e le teorie sottostanti erano palesemente conflittuali. Tale conflitto determinerà una frattura nell’ambito della giovane disciplina psicoanalitica e porrà le basi per la nascita della Psicologia dell'Io e della Psicologia del Sé. La Società Psicoanalitica tedesca era nettamente schierata con Anna Freud, ma le idee della Klein trovarono accoglienza presso la Società Psicoanalitica Inglese, presieduta in quegli anni da Ernst Jones. Nel 1926, su invito dello stesso Jones, Melanie si trasferì a Londra. Qui sviluppò e consolidò il suo sistema psicodinamico, pubblicando, tra l’altro, Invidia e gratitudine, uno dei suoi testi più innovativi. Morì nel 1960 all’età di 78 anni. Il suo pensiero influì in modo determinante sugli sviluppi della teoria psicodinamica, in particolare sulla scuola delle relazioni oggettuali i cui rappresentanti più illustri, oltre alla stessa Melanie Klein, sono Ronald Fairbairn, Michael Balint e Donald Winnicott. Il pensiero della Klein verrà sviluppato dopo la sua morte dando vita alla scuola kleiniana: Herbert Rosenfeld, Donald Meltzer, Roger Money-Kyrle, Wilfred Bion, Ignacio Matte Blanco, Horacio Etchegoyen, Hanna Segal e Franco Fornari.

La teoria
Il nucleo centrale della teoria kleiniana è la relazione: i contenuti sui quali viene investita la pulsione (oggetti parziali e totali), il conflitto energetico che ne regola il dinamismo (pulsioni di vita e di morte, invidia e gratitudine), le tappe evolutive lungo le quali si forma (la posizione schizoparanoide e la posizione depressiva) e le sue patologie (le psicosi e le nevrosi). In particolare, nel pensiero della Klein la relazione con la madre riveste un ruolo centrale e determinante per lo sviluppo psichico del bambino e, quindi, dell’adulto. Nel passaggio da un’organizzazione patologica della psiche ad un pensiero ambivalente (che, cioè, vive in modo maturo la coesistenza di qualità opposte nell’oggetto) si dimostrano fondamentali i concetti kleiniani di riparazione e invidia.

Melanie Klein e Sigmund Freud
Pur non abbandonando l'impianto teorico di base, che poneva l'accento sul primato della pulsione, Melanie Klein introdusse, forte anche della propria esperienza diretta con i bambini, alcuni concetti che si distanziarono dalla teoria psicoanalitica classica in materia di sviluppo psichico.
Una prima distinzione riguarda la metapsicologia: mentre per Freud le istanze psichiche esposte nella seconda topica (Es – Io – Super Io) hanno un valore metaforico, nella teoria kleiniana assumono un valore concreto. La formazione stessa delle istanze psichiche è differente: mentre per Freud l’Io si "forma" in un secondo momento, nella Klein l'Io esiste già dalla nascita, anche se in modo poco integrato. Proprio la presenza di questo Io primitivo rende possibile la relazione oggettuale. Nel descrivere l’Es, la Klein si pone in continuità con l’ultima formulazione del concetto di libido da parte di Freud descrivendolo caratterizzato dalle pulsioni di vita e di morte e da energie libidiche ed aggressive. Anche il complesso di Edipo e la conseguente formazione del Super-Io come istanza morale e giudicante sono anticipati rispetto alla teoria freudiana: per Freud l'Edipo avviene intorno ai 4-5 anni e permette l’interiorizzazione del Super Io paterno (istanza morale), mentre la Klein pone la nascita dell’Edipo tra i 6 e i 12 mesi, come frutto della posizione depressiva (ammissione del "terzo" nella relazione duale).
Un secondo punto di distacco dalla teoria freudiana classica consiste nel fatto che in Freud tutto l’impianto dinamico poggia sul meccanismo della rimozione, mentre nella Klein è fondamentale la triade scissione – introiezione – proiezione. Il bambino, infatti, fin dalla nascita vive la drammatica conflittualità tra pulsione di morte e pulsione di vita. L’angoscia provocata dalla pulsione di morte viene separata dalla pulsione di vita (scissione) e proiettata sull’oggetto (proiezione), mentre la pulsione di vita invece viene riferita a sé (introiezione). Questa dinamica sta alla base dell’Io buono e dell’Io cattivo e porta a quella che la Klein chiama "posizione schizoparanoide".
Una terza differenza va posta sul piano evolutivo: la Klein considerò troppo statico il termine fase che Freud aveva utilizzato per definire le tappe dello sviluppo psicosessuale (orale, anale e fallica). Inoltre, avendo costruito un sistema teorico nel quale sono centrali le relazioni con il mondo fantasmatico durante il primo anno di vita, la Klein preferì adottare il termine posizioni proprio per enfatizzare la qualità relazionale dello sviluppo della psiche.

La relazione oggettuale
Secondo la Klein, il mondo interno del bambino è abitato dalle pulsioni di vita e di morte e popolato di oggetti: rappresentazioni interne sulle quali avviene l’investimento pulsionale. Tali rappresentazioni sono fantasmatiche, cioè preesistenti e indipendenti dalla percezione del mondo esterno, e servono ad orientare le pulsioni istintuali. L’oggetto parziale. Nei primi giorni di vita il bambino vive in simbiosi con la madre e non distingue il proprio corpo dal suo. Le relazioni oggettuali a questo livello sono esclusivamente intrapsichiche. Il bambino percepisce il seno materno come parziale a sé, cioè come prolungamento di se stesso, e come "parziale" rispetto alla madre, un oggetto cioè dotato di caratteristiche proprie ed onnipotenti. L’oggetto totale. Nel passaggio dalla fase schizoparanoide a quella depressiva gli oggetti da parziali diventeranno totali, cioè separati e indipendenti dalla percezione che il bambino ha di sé. La relazione oggettuale, quindi, è l’interazione tra le pulsioni e gli oggetti parziali e totali. Avviene principalmente a livello fantasmatico e anche nella vita adulta la relazione con gli oggetti totali verrà sempre condizionata dalla modalità con la quale si è vissuta la relazione con gli oggetti parziali.

Le posizioni
Nella teoria psicoanalitica classica, le fasi dello sviluppo psicosessuale consistono in uno spostamento dell’investimento libidico dall’una all’altra zona erogena (la bocca, gli sfinteri e i genitali). Tale spostamento avviene in modo endogeno, secondo un determinismo fisiologico innato. Per la Klein, invece, l’Io si trova coinvolto fin dalla nascita in un drammatico conflitto tra la pulsione di vita e la pulsione di morte. Poiché la natura dell’Io è fondamentalmente relazionale, la mente adotta una posizione nei confronti degli oggetti interni che la abitano (che, come abbiamo detto, sono preesistenti e indipendenti dalla percezione esterna), investendoli dei portati della posizione di vita, della posizione di morte o di entrambe.

Posizione schizoparanoide
In questa fase di sviluppo da 0 a 4-5 mesi, le relazioni oggettuali si fondano sui meccanismi di difesa della scissione e della identificazione proiettiva. Come abbiamo visto relativamente agli oggetti parziali, il seno viene interpretato come riassuntivo di tutte le esperienze gratificanti: alimentazione, calore, sensazioni tattili, sazietà, benessere. Il neonato però vive l’angoscia della pulsione di morte, le malattie, la fame, il differimento della gratificazione. Poiché però nei primi mesi il mondo interiore del bambino è un tutto, il seno diventa contemporaneamente sia buono che cattivo, per cui non essendo in grado di integrare le due qualità dell'oggetto, il seno buono ed il seno cattivo vengono separati l’uno dall’altro come se si trattasse di due oggetti distinti (scissione). Il neonato, però, vive la relazione con l’oggetto come se l’interazione avvenisse dentro di sé (fantasia inconscia), per cui si identifica con il seno buono e il seno cattivo percependo sé stesso come Sé buono e Sé cattivo ("identificazione"). Il soggetto, in altri termini, vive una situazione tipica della schizofrenia in cui l’identità è diffusa e vive il sé e le relazioni come solo buone o solo cattive, senza la capacità di integrarne gli aspetti. Terrorizzato dalla pulsione di morte, il bambino teme che il seno cattivo perseguiti il Sé buono e allo stesso tempo teme che il proprio Sé cattivo possa aggredire e danneggiare il seno buono. Questa situazione fa nascere la angoscia di persecuzione di tipo paranoide, più arcaica e radicale della angoscia di castrazione di Freud e comune tanto al maschio che alla femmina.

Posizione depressiva
In questa fase dello sviluppo da 5 a 12 mesi sono centrali i concetti di integrazione, elaborazione del lutto e riparazione. Il seno onnipotentemente buono e cattivo non viene più scisso in due oggetti separati, come accadeva nella posizione schizoparanoide, ma viene sperimentato come oggetto totale, nel quale sono integrati, cioè, sia gli elementi gratificanti che quelli frustranti (integrazione). Si passa così da un mondo oggettuale totalmente fantasmatico ad una conciliazione delle percezioni interiori con gli attributi reali dell’oggetto. Il pensiero da onnipotente diventa ambivalente. Tale posizione coincide con il periodo dello svezzamento. Il bambino si scopre dipendente dalla madre per la soddisfazione dei propri bisogni, ma allo stesso tempo sperimenta l’impotenza perché non può trattenerla sempre con sé. Sviluppa così un atteggiamento depressivo. Tale depressione, come già aveva scritto Freud, è la stessa che caratterizzerà il lutto: il bambino interpreta lo svezzamento come perdita del seno buono, dal quale deve necessariamente separare la propria identità, se vuole sopravvivere, allo stesso modo in cui chi perde una persona cara deve disinvestire i legami libidici per reinvestirli in altri o in altro. La Klein colloca in questa fase la nascita del simbolo inteso come sostituto dell’oggetto sul quale il bambino può scaricare le pulsioni libidiche ed aggressive senza temere di danneggiare il seno buono. In questa fase, quindi, il bambino inizia a percepire non solo che il seno è altro da sé ma anche che è presente un terzo, ovvero il padre. Nella teoria kleiniana il ruolo del padre è fortemente relativizzato. Il Super Io, infatti, nasce da questo riconoscimento della dualità e dell’indipendenza della madre da sé e non dall’antagonismo con il padre. Anche la formazione stessa di questa istanza si configura come il portato della riparazione. Il bambino, che durante la fase schizoparanoide ha aggredito e tentato di distruggere il seno cattivo, riconosce ora che il seno buono coincide con quello cattivo, per cui viene sopraffatto dal senso di colpa che lo spinge a riparare l’oggetto che prima ha sciupato e danneggiato. Interiorizzando le norme che regolano la distruttività interiore il bambino si assicura che l’oggetto amato non verrà più sciupato. Nasce così il Super Io.

Invidia e psicopatologia
La Klein sviluppò i concetti di invidia e gelosia negli ultimi anni della sua vita (Invidia e gratitudine, 1957), e in essi è possibile leggere una sintesi originale del suo pensiero. Tali concetti le costarono non poche critiche nell'ambiente psicoanalitico. Innanzitutto va distinta l’invidia dalla gelosia: la gelosia si fonda sull’amore (pulsione di vita) che vorrebbe l’oggetto gratificante tutto per sé e, conseguentemente, desidererà la distruzione di tutto ciò che si frappone a questo possesso. L’invidia, invece, è un portato della pulsione di morte: non potendo possedere le caratteristiche ambite dell’oggetto, il bambino ne desidera la distruzione. L’invidia, afferma la Klein, è un’energia distruttiva la cui quantità è biologicamente determinata. Nella fase schizoparanoide il seno è ritenuto onnipotentemente buono (gratificazione) ma anche onnipotentemente malvagio (frustrazione). Quando l’oggetto nutre e sostiene i bisogni del bambino, il bambino prova gratitudine, quando invece si nega scatena il sentimento dell’invidia. L’armonizzazione dei due sentimenti è alla base di un Io integrato e stabile. Bisogna ancora una volta sottolineare che, per la Klein, la relazione oggettuale, sana o patologica che sia, avviene a livello fantasmatico, cioè indipendentemente dalle qualità reali della relazione con la figura materna. Se è vero che un ambiente di deprivazione affettiva predispone alla patologia, non è detto però che la patologia nasca da una reale madre incurante o malvagia. Donald Winnicott riprenderà questi concetti kleiniani sviluppando la teoria di reale deprivazione o ambivalenza da parte della madre come fattore determinante la patologia psichica.
Dal conflitto tra la pulsione di vita e la pulsione di morte, dunque, dipende la sanità psichica o l’insorgenza della psicosi nel soggetto. Se prevalgono le esperienze di amore (gratitudine) il bambino svilupperà un Sé integrato ed equilibrato. Se invece le angosce persecutorie e l’invidia non vengono controbilanciate da esperienze positive, il bambino svilupperà una psicopatologia. Più precisamente, se fallisce il passaggio dall’oggetto parziale all’oggetto totale, il bambino vivrà in un mondo di oggetti scissi, terrorizzato dall’oggetto persecutorio, non sarà capace di mentalizzare e svilupperà quindi una psicosi. Se invece fallisce l’elaborazione del lutto e la riparazione durante la posizione depressiva il bambino potrà sviluppare o una nevrosi o, se adotta la difesa maniacale e riattiva le dinamiche della posizione schizoparanoide, una psicosi.

L'eredità kleiniana
Le innovazioni apportate al pensiero psicoanalitico dalla Klein scatenarono in breve tempo una disputa fra scuole di pensiero, rappresentata da due opposte fazioni: da un lato c'era Anna Freud che, oltre a "difendere" l'eredità paterna, contestava l'idea di una "analizzabilità" in senso adulto dei bambini molto piccoli; dall'altra parte c'era la Klein che, avendo "anticipato" le principali fasi e competenze dello sviluppo infantile, sosteneva una piena analizzabilità dei bambini e proseguiva per una visione nettamente relazionale della psicoanalisi. Seppur troppo enfatizzato dagli storici, questo dibattito portò ad una scissione netta nella scuola psicoanalitica. A seguire direttamente la Klein furono molti giovani studenti, ai quali era richiesto di scegliere come "supervisore" uno di orientamento kleiniano o freudiano. Indirettamente (grazie all'incontestabile forza delle sue teorie), il pensiero kleiniano influenzò molti altri autori, definiti dalla Storia della Psicologia come "Scuola di Mezzo" (Fairbairn, Winnicott, Balint), nel senso che non si schierarono né da una parte, né dall'altra nella propria formazione, anche se è evidente l'eredità lasciata dalla Klein nella loro impostazione teorica, soprattutto metapsicologica.

Non c'è pulsione senza oggetto
Il grande merito di Melanie Klein sta senza dubbio nell'accento posto sulla natura relazionale della pulsione: Freud aveva sviluppato l'idea di una pulsione prettamente "autoerotica", nella misura in cui l'individuo si "serviva" dell'ambiente per ricevere piacere o gratificazione. Per la Klein la pulsione senza oggetto non esiste, neppure il narcisismo ne è esente, dal momento che si tratta di una relazione con oggetti interiorizzati. Gli affetti primari dell'amore, dell'odio, dell'angoscia, sono perciò relazionali ab initio (Klein, 1952), poiché è la relazione, la presenza reale o fantasmatica di un oggetto, l'obiettivo principale della pulsione (anziché l'appagamento di per sé). Questa concettualizzazione fu preziosa per i futuri sviluppi della psicoanalisi, che si "spostò" rapidamente da una concezione pulsionale ad una totalmente relazionale, a volte "dimenticando" completamente la pulsione così come era intesa anche dalla stessa Klein. L'eredità kleiniana è così osservabile nelle teorie di Fairbairn, Winnicott e altri, nonché nelle teorie sistemiche, in quelle dell'attaccamento di John Bowlby e in altri approcci più o meno psicoanalitici che apparentemente scavalcarono l'intero impianto teorico di questa autrice.

Il mondo interno
Spostando l'attenzione dalla pulsione come autoerotismo alla relazione oggettuale, Melanie Klein propose un originale modello di "mente", ben più complesso di quello freudiano, anche se sostanzialmente sovrapponibile. Relazionandosi con oggetti esterni, la mente si popola di oggetti (parziali o totali) di tutti i tipi, intesi come simboli dell'oggetto e delle sue qualità affettive. La mente, dunque, diventa un contenitore di oggetti simbolizzati che danno origine a pulsioni e sentimenti via via più complessi, e che spiegano l'origine del pensiero. Quest'ultimo aspetto è stato ampiamente e genialmente sviluppato da un allievo della Klein, Wilfred Bion, a tutt'oggi considerato uno dei più originali teorici della mente.

* 1979 - Otto Robert Frisch (Vienna, 1º ottobre 1904 – Cambridge, 22 settembre 1979) è stato un fisico austriaco naturalizzato britannico. Insieme con Rudolf Peierls, nel 1940, progettò il primo dispositivo teorico per l'eplosione di una bomba atomica.
Dopo essersi laureato in fisica all'Università di Vienna nel 1926, condusse le sue ricerche presso le università di Berlino ed Amburgo. Con l'avvento di Hitler e l'affermarsi delle politiche antisemite, l'ebreo Frisch decise di trasferirsi a Londra ove, nel Birkbeck College, insieme con il fisico Patrick Blackett, lavorò nella tecnologia della camera a nebbia (conosciuta anche come camera di Wilson) e nella radioattività artificiale. Successivamente, per cinque anni, presso l'Istituto di fisica teorica di Copenhagen, diretto dal celebre Niels Bohr, ebbe modo di approfondire le sue conoscenze in fisica nucleare e, in particolare, nella fisica dei neutroni.
Nel febbraio del 1939 pubblicò , insieme con la zia Lise Meitner, anche lei allontanatasi dalla Germania per motivi razziali, un articolo sulla rivista Nature, dal titolo "Disintegration of Uranium by Neutrons: a New Type of Nuclear Reaction" (Nature, 143, pp. 239-240), nel quale interpretarono correttamente i risultati degli esperimenti dei chimici Otto Hahn e Fritz Strassmann, condotti presso i laboratori del Kaiser Wilhelm Institut für Chemie di Berlino.
Hann e Strassmann dopo aver bombardato con neutroni l'uranio, l'elemento più pesante conosciuto sino ad allora, avevano osservato la presenza di bario, elemento relativamente leggero. Hann aveva comunicato per lettera i risultati alla Meitner, chiedendo alla sua vecchia collaboratrice una spiegazione plausibile per tale fenomeno. La Meitner, a sua volta, aveva discusso la questione con il nipote.
I due trovarono la spiegazione a quanto era avvenuto: il nucleo dell'uranio, bombardato dai neutroni, si era rotto e diviso in due nuclei di massa atomica simile e chiamarono questa rottura con il termine di fissione. Avevano poi calcolato che la fissione liberava una quantità di energia molto elevata, superiore a qualunque reazione precedentemente conosciuta. [1]
Il mondo della fisica adottò subito il termine fissione, proposto dai due autori, Meitner e Frisch, e il loro articolo fu la base sulla quale Bohr elaborò una teoria più estesa.[2]
Nel 1943, dopo aver acquisito la cittadinanza britannica, si trasferì negli Stati Uniti, insieme ad altri scienziati britannici (British Mission), per lavorare nel progetto Manhattan per la costruzione della prima bomba atomica. Al termine del conflitto mondiale, nel 1946, tornò in Inghilterra ove assunse, per un breve periodo, l'incarico di capo della direzione di fisica nucleare dell'Atomic Energy Research Establishment di Harwell nell'Oxfordshire e poi, dal 1947 al 1972, la cattedra di fisica all'Università di Cambridge.
Dopo il suo ritiro, scrisse un libro di memorie, pubblicato nell'anno della sua scomparsa. [3]

Note
1.^ Hans A. Bethe, Kurt Gottfried e Roald Z. Sagdeev, Davvero Bohr rivelò segreti nucleari?, da Le Scienze, n. 323, luglio 1995, pp. 23-24.
2.^ Ruth Lewin Sime, Lise Meitner e la scoperta della fissione nucleare, da Le Scienze, n. 356, aprile 1998, p. 75.
3.^ Otto Frisch, What little I remember, New York, Cambridge University Press, 1979. ISBN 0-521-22297-4

▪ 1994 - Maria Carta (Siligo, 24 giugno 1934 – Roma, 22 settembre 1994) è stata una cantante, cantautrice e attrice italiana. Ha inoltre scritto un libro di poesie (Canto Rituale nel 1975).

«Il suo bel viso, la fierezza e insieme la grazia del suo portamento, più che un simbolo, sono una personificazione di quella Sardegna intangibile e indomita che ho sempre amato. Quando la sua voce calda e potente si alza e riempie lo spazio, si aprono infiniti orizzonti che scendono nella storia. Dopo aver conosciuto Maria Carta, ancora una volta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono state donne» (Giuseppe Dessì, presentazione dell'Album Delirio 1974)

Carriera
In 25 anni di carriera ha ripercorso i molteplici aspetti della musica tradizionale sarda principalmente de su cantu a chiterra, del repertorio popolare dei gosos e delle ninne nanne e tradizionale religioso dei canti gregoriani, ecc., spesso aggiornandoli con arrangiamenti moderni e personali.
È riuscita a portare con successo la musica folk sarda in manifestazioni popolari a livello nazionale (come Canzonissima nel 1974) e internazionale (soprattutto in Francia e negli Stati Uniti).
Interprete estremamente sensibile e dotata di notevole presenza scenica, non ha mancato di affascinare registi come Francis Ford Coppola e Franco Zeffirelli, che l'hanno chiamata a recitare nei loro film (vedi Filmografia).
Legatissima alla sua terra, la Sardegna, Maria Carta era però innamorata anche di Roma, città in cui ha vissuto per molti anni. Nella capitale ha ricoperto il ruolo di Consigliere comunale dal 1976 al 1981 tra le file del Partito Comunista Italiano.
Negli ultimi anni della sua vita Maria Carta è stata molto legata all'Università di Bologna dove ha svolto un ciclo di lezioni e dove ha seguito studenti che preparavano tesi di laurea aventi per oggetto tematiche a lei consuete, fornendo loro preziose indicazioni derivanti dalla sua esperienza personale, umana e di studio.
Maria Carta ha tenuto il suo ultimo concerto a Tolosa (Francia) il 30 giugno 1993; malata da tempo di un tumore, è morta nella sua casa di Roma a 60 anni, il 22 settembre 1994.

Premi e onorificenze
▪ 1985 ha vinto la Targa Tenco per la musica dialettale.
▪ 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga l'ha nominata “Commendatore della Repubblica”.

Clicca qui per ascoltare una Ave Maria catalana di Alghero.