Il calendario del 20 Luglio

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1304 - Edoardo I d'Inghilterra cattura l'ultima roccaforte ribelle delle Guerre d'indipendenza scozzese, il Castello di Stirling

▪ 1810 - La Colombia dichiara l'indipendenza dalla Spagna

▪ 1833 - Una folla contraria ai Mormoni distrugge la pressa per il Libro dei comandamenti.

▪ 1864 - Guerra di secessione americana: Battaglia di Peachtree Creek - Nei pressi di Atlanta (Georgia), le forze confederate guidate dal generale John Bell Hood attaccano senza successo le truppe unioniste del generale William T. Sherman

▪ 1866 - Terza guerra di indipendenza italiana: la flotta guidata dall'ammiraglio austriaco Wilhelm von Tegetthoff affonda il Re d'Italia e il Palestro nella battaglia di Lissa.

▪ 1871 - La Columbia Britannica si unisce alla confederazione del Canada

▪ 1881 - Guerre indiane: il capo Sioux, Toro Seduto porta gli ultimi fuggitivi del suo popolo alla resa alle truppe statunitensi, a Fort Buford nel Montana

▪ 1917 - La Dichiarazione di Corfù, che creerà il Regno di Jugoslavia dopo la fine della prima guerra mondiale, viene firmata dal comitato jugoslavo e dal Regno di Serbia

▪ 1944 - Adolf Hitler sopravvive al Complotto del 20 luglio, un tentativo di assassinio guidato da Claus von Stauffenberg

▪ 1948 - Guerra Fredda: il Presidente statunitense Harry Truman istituisce il primo arruolamento di leva in tempo di pace degli Stati Uniti d'America, in un periodo di crescente tensione con l'Unione Sovietica

▪ 1951 - Re Abdullah I di Giordania viene assassinato mentre partecipa alle preghiere del venerdì a Gerusalemme

▪ 1960 - Lo Sri Lanka (all'epoca Ceylon) elegge Sirimavo Bandaranaike come Primo Ministro, è la prima donna al mondo ad essere a capo di un governo

▪ 1961 - Programma Mercury: La Liberty Bell 7 viene ripescata dall'Oceano Atlantico

▪ 1964 - Guerra del Vietnam - le forze Viet Cong attaccano Cai Be, la capitale della Provincia di Dinh Tuong, uccidendo 11 soldati sudvietnamiti e 40 civili (30 dei quali sono bambini)

▪ 1969

  1. - Programma Apollo: l'Apollo 11 si posa sulla Luna e, poche ore dopo, Neil A. Armstrong ed Edwin "Buzz" Aldrin diventano i primi esseri umani a camminare sulla sua superficie.
  2. - Finisce la Guerra del calcio tra El Salvador e Honduras

▪ 1974 - Guerra del luglio 1974: Le forze turche invadono Cipro

▪ 1976 - Programma Viking: La sonda Viking 1 atterra su Marte

▪ 1982 - L'IRA fa esplodere due bombe nel centro di Londra, uccidendo 8 soldati, ferendo 47 persone e causando la morte di 7 cavalli

▪ 1985 - Il luogo in cui affondò il galeone spagnolo Nuestra Señora de Atocha (nel *1622), viene trovato a 60 chilometri dalla costa di Key West (Florida), da cercatori di tesori che recupereranno 400 milioni di dollari in monete ed argento

▪ 1992
  1. - Václav Havel si dimette da presidente della Cecoslovacchia
  2. - Guerra di Bosnia: distruzione dell'Oslobođenje

▪ 2001 - Genova: Durante scontri in piazza in occasione del G8 viene ucciso Carlo Giuliani, con un colpo di pistola sparato da un carabiniere

▪ 2002 - Italia: un treno partito da Palermo e diretto a Venezia deraglia a Rometta Marea, frazione di Rometta (Messina), causando la morte di otto persone

▪ 2008 - Conclusione della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) a Sydney

Anniversari

▪ 1866 - Emilio Faà di Bruno (Alessandria, 7 marzo 1820 – al largo dell'Isola di Lissa, 20 luglio 1866) è stato un militare italiano. Ufficiale della Regia Marina durante la terza guerra di indipendenza, morì nella Battaglia di Lissa.
Figlio di Luigi, marchese di Bruno, e di Carolina Sappa de' Milanesi era fratello maggiore di Francesco Faà di Bruno, sacerdote e scienziato.
Frequentò la Scuola Militare di Marina di Genova. Nominato Guardiamarina nel 1840, si imbarco sulla fregata De Geneys e partecipò a una crociera addestrativa di due anni nelle Americhe.
Negli anni 1848-1849, a bordo dapprima della corvetta Malfatano, partecipò al bombardamento costiero dell'allora austriaca Caorle. Nominato Tenente di Vascello, trascorse l'ultimo periodo della Campagna Navale in Adriatico a bordo della fregata San Michele.
Nel 1861 prese parte agli assedi di Gaeta e di Messina, ottenendo una Menzione Onorevole. In seguito a quelle stesse operazioni, ricevette la promozione a Capitano di Fregata.
Divenuto comandante della corvetta San Giovanni, gli fu affidato nel 1863 il compito di visitare i consolati italiani nelle Americhe. Al ritorno da quella missione fu nominato Capitano di Vascello di 2° classe. Nel 1864 fu inviato a Filadelfia ad ispezionare i lavori di costruzione della fregata Re d'Italia. Successivamente fu il primo italiano a entrare nella Baia di Baffin.
Nel 1865, ottenuto il comando della corazzata Castelfidardo, fu inviato a Tunisi in missione politico-diplomatica, a sostegno degli emigrati italiani.
Nel 1866 fu promosso a Capitano di Vascello di 1° classe e assunse il comando della corazzata Re d'Italia, al comando della quale prese parte alla battaglia di Lissa.
Ma nel corso della battaglia, il Re d'Italia, a bordo del quale si trovava inizialmente anche l'ammiraglio Persano, affondò, speronato dalla corazzata austriaca Ferdinand Max, e Faà di Bruno perì con la sua nave.
In seguito a questo eroico gesto gli fu attribuita la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

▪ 1903 - Papa Leone XIII, nato Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci (Carpineto Romano, 2 marzo 1810 – Roma, 20 luglio 1903), è stato il 256° vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica (dal 1878 alla morte).
Leone XIII è ricordato nella storia dei papi dell'epoca moderna come pontefice che ritenne che fra i compiti della Chiesa rientrasse anche l'attività pastorale in campo socio-politico. Se con lui non si ebbe la promulgazione di ulteriori dogmi dopo quello dell'infallibilità papale solennemente proclamato dal Concilio Vaticano I, egli viene tuttavia ricordato quale primo papa delle encicliche. Egli ne scrisse infatti 86, con lo scopo di superare l'isolamento nel quale lo Stato Pontificio si era ritrovato dopo la perdita del potere temporale con l'unità d'Italia.
La sua più famosa enciclica fu la Rerum Novarum con la quale si realizzò una svolta nella Chiesa cattolica, ormai pronta ad affrontare le sfide della modernità come guida spirituale internazionale. In questo senso correttamente gli fu attribuito il nome di "Papa dei lavoratori" e di "Papa sociale", infatti scrisse la prima enciclica esplicitamente sociale nella storia della Chiesa cattolica e formulò quindi i fondamenti della dottrina sociale della Chiesa.
Nelle sue opere a favore della chiesa venne aiutato dal fratello Giuseppe, elevato al grado di Cardinale dallo stesso Leone XIII nel 1879.
Leone XIII è noto anche per essere il primo Papa, dopo mille anni di Storia, a non esercitare il potere temporale.
Vincenzo Gioacchino Pecci nacque il 2 marzo 1810 a Carpineto Romano da Ludovico Pecci e Anna Prosperi Buzzi.
La famiglia apparteneva alla piccola nobiltà rurale. Il padre era commissario di guerra e colonnello. Già in gioventù Vincenzo Gioacchino Pecci si segnalò quale ragazzo dotato con una particolare predilezione per lo studio della lingua latina. Egli fu allievo del collegio dei gesuiti di Viterbo e, dal 1824 al 1832, studiò teologia presso il Collegium Romanum. La formazione per il servizio diplomatico e amministrativo pontificio presso l'Accademia dei Nobili a Roma occupò Vincenzo Gioacchino Pecci dal 1832 al 1837, anno in cui egli fu ordinato sacerdote. Già nel 1838 fu inviato quale delegato papale a Benevento, città appartenente allo Stato pontificio. In seguito, con la stessa funzione fu mandato a Perugia. Nel 1843 Gregorio XVI lo nominò vescovo titolare; la cerimonia si svolse in San Lorenzo in Panisperna.
Dopo essere stato inviato nel 1843 quale nunzio in Belgio – esperienza giovanile che gli lasciò una particolare predilezione per il mondo francofono, la cui stampa egli leggeva regolarmente, tanto che, anche una volta divenuto papa, non ritenne lesivo della propria dignità il rilasciare interviste alla stampa, precisamente nel febbraio 1892 al Le petit Journal e nel marzo 1899, al giornale parigino Le Figarò -, fu nominato arcivescovo di Perugia.
Nella città umbra Pecci restò dal 1846 al 1877, ossia per più di trent'anni, si dice perché fosse considerato un ribelle dal potente Cardinal Segretario di Stato Giacomo Antonelli. In questi anni, nonostante i difficili rapporti col nuovo stato italiano, realizzò nel territorio diocesano oltre cinquanta chiese (dette chiese Leonine) ed altri edifici. Fu fatto cardinale nel concistoro del 19 dicembre 1853 e successivamente camerlengo del collegio cardinalizio, dopo la morte del cardinal segretario di Stato Antonelli. Il 20 febbraio 1878 fu eletto papa come successore di papa Pio IX dopo un conclave di soli due giorni, il primo dopo la fine del potere temporale dei papi.

Il pontificato
L'incoronazione di Leone XIII ebbe luogo nella Cappella Sistina il 3 marzo 1878. La sua salute cagionevole lasciava presagire un pontificato di transizione. Esso si sarebbe, invece, rivelato addirittura il terzo per durata all'epoca[1] (considerando anche san Pietro) e, solo recentemente, è stato superato da quello di papa Giovanni Paolo II.[2]
La scelta del nome "Leone" (in omaggio a papa Leone XII che ammirò molto in gioventù) costituì un primo segno che il nuovo Papa intendeva perseguire un mutamento nell'impostazione del papato rispetto al proprio predecessore.

Attività diplomatica
Il pontificato di Leone XIII s'inserì in un'epoca di progressiva laicizzazione della società. Tale circostanza comportò una serie di tensioni fra il Vaticano e vari governi. Papa Leone XIII seppe fare opera di mediazione tra le istanze legate alla modernità e la posizione intransigente presa dal suo predecessore papa Pio IX. In Italia egli proseguì tuttavia la ferma opposizione al Regno d'Italia, mantenendo il Non expedit e impedendo dunque la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e, in generale, alla vita politica dello Stato.
In Germania, invece, con una serie di concessioni a Bismarck Leone XIII seppe - opponendosi anche al Partito cattolico tedesco, la Zentrumspartei – porre termine al Kulturkampf. Pure in Francia – suscitando anche lì il malcontento dei settori cattolici più conservatori– invitò i cattolici al rappacificamento con la Terza Repubblica, malgrado quest'ultima, governata da maggioranze viepiù radicali e anticlericali, avviasse un programma di progressiva secolarizzazione delle istituzioni, a iniziare dal settore scolastico. Tale evoluzione sfociò, nel 1905 dopo la morte di Leone XIII, nella separazione fra Stato e Chiesa.
Maggior successo ebbe la politica del Pontefice nelle controversie aperte con la Svizzera e con i Paesi dell'America latina. Vi furono i primi contatti con gli USA e con la Russia e pure le relazioni con il Regno Unito e la Spagna migliorarono. La statura internazionale del Papa – pur non raggiungendo il livello di coinvolgimento politico e di influenza a cui Leone XIII mirava - si accrebbe anche grazie alla mediazione che egli svolse sia nel conflitto delle Isole Caroline sia per la guerra di Cuba del 1898.

Attività pastorale
Nella sua enciclica Immortale Dei del 1885 affrontò il problema del ruolo dei cattolici negli stati moderni, negando il conflitto tra scienza e religione nell'Aeterni Patris del 1879. La sua enciclica Rerum Novarum, pubblicata nel 1891, è considerata il testo fondativo della moderna dottrina sociale cristiana. La Rerum Novarum affronta il problema dei diritti e dei doveri del capitale e del lavoro, cercando di mediare tra le posizioni di orientamento socialista e rivoluzionario e quelle proprie del liberismo economico di impronta capitalista, inaugurando una riflessione sui problemi del lavoro nel mondo moderno successivamente ripresa e approfondita nel 1931 dalla Quadragesimo Anno di papa Pio XI, nella Mater et Magistra di papa Giovanni XXIII del 1961 e più di recente (1991) dalla Centesimus Annus di papa Giovanni Paolo II.
Fu particolarmente attivo dal punto di vista dell'insegnamento, fondando istituti di filosofia ed università cattoliche in diverse città (Lovanio, Washington), ed aprì agli studiosi parte degli archivi segreti del Vaticano. Importante anche l'incentivo ad alcune cause di beatificazione e canonizzazione; ad esempio fu lui a canonizzare Chiara da Montefalco oppure che il 19 dicembre 1878 ordinò di riaprie il processo di beatificazione di Camilla da Varano, ossia la beata Battista.

Gli ultimi anni di pontificato
Anche quando era sulla novantina il Pontefice continuava ancora assiduamente lo studio della lingua latina, nella quale fu pensatore profondo e poeta elegante, come dimostra il sapore di classicismo e il non comune pregio letterario delle sue encicliche.
Il suo metodo di vita era molto semplice: dormiva pochissimo, parco di cibi ed amante delle passeggiate in giardino. Non fumava[3].
Oltre alle passeggiate, nel mite autunno romano si dilettava uccellando al rocolo fatto piantare appositamente nei giardini del Vaticano, ma, quando riusciva a prendere gli uccelli che cadevano nelle reti, li accarezzava e quindi li rimetteva in libertà. Altrettanto faceva con le tortore che gli venivano offerte come simbolo nelle funzioni di beatificazione e di canonizzazione.
Il suo regime nutritivo era modestissimo: qualche tazzina di brodo ristretto, molti tuorli d'uovo con un po' di marsala, un'ala di pollo al mattino, appena un mezzo petto alla sera. In tutto il giorno due dita di vino di Bordeaux, del più vecchio e del più generoso fornitogli dai conventi locali. Fu grande amante del vino Mariani, del quale vantava i prodigiosi effetti.
La sua memoria era molto sviluppata: non solo ricordava tutti i più piccoli incidenti della sua vita giovanile e dell'adolescenza, ma anche le letture fatta sia di recente che nel più lontano passato. Fu un dantista appassionato ed un lettore assiduo di giornali. Sua grande letizia era dialogare con persone più anziane di lui, dai quali si informava con vivo interesse delle abitudini di vita.
La sua tarda età lo costringeva a servirsi, nel passeggio, di un bastone, sul quale appoggiava il corpo sul lato destro; ma quando scorgeva da lontano una persona estranea alla famiglia pontificia faceva ogni sforzo per camminare senza l'aiuto del bastone, facendolo passare con disinvoltura da una mano all'altra.
Fu il primo pontefice ad essere ripreso da una cinepresa. In quell'occasione il Papa si apprestò a dare la sua prima benedizione mediatica[4].
Nelle insonnie della sua tarda età a volte formava nella mente un distico latino. Egli allora scendeva dal letto[5], si accostava al tavolo, senza rumore per non svegliare il suo fidato cameriere Pio Centra che dormiva in anticamera, ed al fioco lume della lampada da notte scriveva i versi che aveva pensato. E talvolta indugiava ad aggiungerne altri che gli sgorgavano dalla lucida mente.
Aveva una vista eccezionale, e né per leggere né per scrivere usava gli occhiali.
Lo coglievano talvolta de raffreddori che poi, al divenire di dominio pubblico, erano scambiati per reali malattie. Non voleva saperne di stufe e caloriferi, voleva soltanto il braciere ciociaro in mezzo alla camera. Solo negli ultimi tempi, grazie al dottor Lapponi, si lasciò persuadere ad adottare un adeguato sistema di riscaldamento.

La morte
Dopo una lunghissima agonia, Leone XIII muore il 20 luglio 1903 alle ore 16. La Domenica del Corriere del 26 luglio del 1903 scrive:
«La storia ricorderà a lungo la lotta che il pontefice sostenne con la morte, quantunque tutti prevedessero che in causa della tarda, eccezionale età egli non potesse giacere a lungo malato. Dal 5 luglio i fedeli s'attendevano ogni mattina l'annuncio del decesso. I romani accorrevano in piazza San Pietro per osservare la finestra della camera da letto e trarre oroscopi dalla durata del tempo che rimaneva aperta per il cambio d'aria, ma ognuno apprendeva tosto con lieto stupore che l'illustre infermo aveva ricevuto i suoi cardinali, s'era occupato delle faccende relative al governo della chiesa, era passato dal letto su la poltrona e persino aveva all'indomani dell'estrema unzione corretto le bozze della sua ultima poesia in latino. Con l'ostinazione dei fanciulli e dei vecchi vigorosi, Leone XIII si è spesso ribellato alle ingiunzioni dei suoi medici, a dir la verità senza immediato suo danno.»
Pochi mesi prima di morire, l'ultranovantenne pontefice incide su di un disco alcune preghiere e l'apostolica benedizione: grazie all'invenzione del fonografo, la parola del papa può arrivare ai cattolici di ogni parte del mondo.
Il suo pontificato durò 25 anni, anche se, al momento della sua elezione, a molti appariva vecchio, stanco, malaticcio; gli tremava la mano per un salasso mal fatto. Il papa si era confidato: «Dovrete far presto un nuovo conclave». Invece, si arrivò a dire che tra i suoi collaboratori circolasse una battuta: «Credevamo di eleggere un Santo Padre, abbiamo eletto un Padre Eterno».
Leone XIII fu sepolto nella Basilica di San Giovanni in Laterano.
Il conclave successivo alla sua morte fu più breve di quanto comunemente previsto: iniziò la sera del 31 luglio 1903 e terminò il 4 agosto. Fra i 62 cardinali convenuti, le tendenze erano due: continuare la politica del Pontefice scomparso (con colui che era stato accanto al Papa come segretario di Stato, Mariano Rampolla del Tindaro), o cambiare rotta. Ed a sorpresa (anche per influenze esterne) venne eletto il cardinale Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia, che prenderà il nome di Pio X.

Encicliche
Papa Leone XIII scrisse moltissime encicliche nel suo lungo pontificato. Il sito ufficiale del Vaticano ne censisce ben 86.
Alcune tra le principali encicliche:
▪ Inscrutabili Dei Consilio (1878).
▪ Quod Apostolici Muneris (1878). È la prima enciclica di un papa di carattere sociale.
▪ Aeterni Patris (1879). Con questa enciclica Leone XIII vuole rilanciare la filosofia tomista, reputata la più adeguata per la riforma di una società in via di secolarizzazione, e la più congeniale al messaggio cristiano.
Arcanum Divinae Sapientiae (1880). È la prima enciclica di un papa dedicata al tema della famiglia e del matrimonio cristiano. In difesa della famiglia, insidiata da rinascenti errori, il pontefice esalta il valore del matrimonio, elevato da Gesù alla dignità di sacramento. Ricordata l'origine del matrimonio e le successive aberranti degenerazioni della poligamia, Leone XIII riafferma gli scopi e la disciplina delle nozze cristiane; condanna il matrimonio civile e il divorzio; riafferma l'esclusivo potere legislativo e giudiziario della Chiesa in materia di vincolo nuziale.
▪ Diuturnum (1881). La Chiesa non fa preferenza di regime politico, purché esso rispetti il diritto di Dio. Attraverso un modo di elezione non si dà la potestà (che viene solo da Dio), ma si stabilisce soltanto chi debba essere a detenerla.
▪ Supremi Apostolatus Officio (1883).
▪ Immortale Dei (1885). Leone XIII si chiede: se tra i liberali alcuni dicono che l’uomo è in dipendenza da Dio a livello personale, perché questo non deve essere valido anche per un’intera società? Certo il problema è anche in quale religione riconoscersi: ed è chiarissimo, afferma il papa, che la vera religione è quella cattolica, in posizione chiaramente antiliberale.
Quest’argomento è così sintetizzabile: la sovranità di Dio si estende dal singolo all’intera società. La religione ha a che fare col bene comune. Una società bene organizzata deve tendere al bene comune, ed in questo bene comune rientra la pratica della religione con il compimento dei doveri verso Dio. Uno Stato non può non favorire anche la religione. In questo caso prevale un’accezione platonica del bene comune, mentre oggi il bene comune viene portato a livello sociale-economico.
1. Libertas (enciclica) (1888). La separazione fra Chiesa e Stato è inaccettabile perché irragionevole, in quanto l’individuo singolo è in sé religioso, e non si vede perché non debba esserlo un’intera società. Leone XIII contrasta alcuni di quelli che oggi sono definiti diritti umani in nome dei "diritti di Dio": l’uomo è libero di avere il diritto di non credere, ma – secondo Leone XIII – c’è anche un diritto di Dio ad essere adorato. E questo diritto è prevalente su quello di qualsiasi uomo. È questo il cuore di tutta l’impostazione di Leone XIII.
Con la sensibilità odierna non si può parlare di un diritto di Dio, se non in senso molto analogico: i diritti umani vengono riconosciuti e tutelati dalla legge perché possono essere violati e messi in difficoltà, ma nel caso di Dio non si può dire assolutamente questo. Leone XIII risente ancora di una impostazione differente, in cui la società è in relazione a Dio. L’idea gelasiana di Leone XIII tenta di oltrepassare – senza riuscirci – l’ormai avvenuta divisione totale fra Stato e Chiesa. Ormai bisognerà accettare quel che è accaduto, cercando di assicurare la libertà reciproca delle due parti.
Nella Libertas, la separazione fra Chiesa e Stato viene considerata inacettabile perché l’intera società dev’essere considerata religiosa come il singolo uomo (estensione dei diritti di Dio alla società) e, inoltre, perché la religione dev’essere considerata come un bene comune della società.
Leone XIII comincia a distinguere sulla libertà di coscienza. Il concetto positivo è "fare tutto quel che piace". Quello negativo sta nel non subire impedimenti per scegliere la propria religione dentro uno Stato laico: questa libertà si può tollerare in base alla distinzione fra tesi e ipotesi. Non è conforme a verità e giustizia dare a tutti la libertà religiosa, ma viene tollerata tale situazione per via dei tempi gravi che si percorrono, ed in ragione della salvaguardia del bene comune.
▪ Rerum Novarum (1891), la prima e una delle più importanti encicliche sociali: inizia a definire la dottrina sociale della Chiesa cattolica per la modernità.
▪ Annum Sacrum (1899), con la consacrazione al Sacro Cuore.

▪ 1923 - Francisco (Pancho) Villa, pseudonimo di Doroteo Arango Arámbula (Durango, 5 giugno 1878 – Parral, 20 luglio 1923), è stato un rivoluzionario e guerrigliero messicano, eroe popolare della rivoluzione messicana del 1910 - 1911.
Condottiero del popolo che appoggiava Francisco Madero nella rivolta dei cosiddetti peones contro il regime dittatoriale di Porfirio Diaz disse di sé in una autobiografia e nelle interviste a Jack London e al reporter John Reed (testimone della Rivoluzione d'ottobre): "La mia vita è stata una tragedia".
Poderose biografie (e decine di film) hanno messo in luce numerosi aspetti della sua personalità, descrivendolo in maniera pressoché unanime come un individuo idealista, umano al di lá della sua dimensione eroica e sinceramente interessato al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più deboli. Morirà assassinato nel 1923 a Parral, Stato di Chihuahua (Messico settentrionale).
Francisco Pancho Villa era nato vicino a Durango, nel ranch la Coyoitoda di San Juan del Rìo di proprietà di Lopez Negrete, da una coppia di mezzadri, Augustin Arango e Micaela Arámbula.
La sua leggenda iniziò a fiorire nel 1894, quando era ancora sedicenne: subito dopo la morte del padre si era trasferito nell'hacienda di Gogojito e una sera, tornando a casa sorprese la madre in una accesa discussione con il proprietario del ranch che aveva tentato di molestare la sorella maggiore del giovane Francisco. Questi reagì sparando al ranchero, ferendolo leggermente. Questo avvenimento segnò per Francisco l'inizio di un lungo periodo di latitanza.
Simpatizzando con i peones con i quali aveva in comune un odio profondo verso i ricchi possidenti terrieri, da quel momento la sua esistenza fu caratterizzata da scorrerie ai danni di allevatori, cui sottraeva capi di bestiame, e di rapine a ricchi minatori.
Braccato sui monti della Sierra (dove diventerà Francisco Pancho Villa) fu più volte catturato riuscendo sempre a farsi rilasciare grazie all'interessamento di influenti amicizie; di lì a poco si sarebbe arruolato - con mansioni di ufficiale - nelle truppe degli eserciti irregolari di Francisco Indalecio Madero e Alvaro Obregon: forse, per lui, era una ideale continuazione della lotta di sempre contro gli odiati possidenti. Nel 1910, con una nuova identità e una coscienza immacolata era quindi pronto a scendere dalle montagne per partecipare attivamente a quella che sarebbe stata chiamata la rivoluzione messicana.

Identità nuova e nuovi ideali
Venuto in contatto con Abraham Gonzales, fido di Madero, Villa decise così di unirsi alla causa della rivoluzione messicana. Nello Stato di Chihuahua, proprio al confine con il Texas ed il Nuovo Messico, Villa e i suoi Dorados (truppe a cavallo a lui fedeli) agivano divisi in piccoli gruppi con azioni di sorpresa; la strategia seguita era quella degli indiani Apache e Comanche contro cui si erano battuti i coloni messicani di una generazione prima.
Negli anni successivi, con Madero al governo, Pancho Villa servì nell'esercito sotto il generale Victoriano Huerta che lo condannò a morte per insubordinazione; non gli restò che espatriare negli Stati Uniti, salvo tornare dopo il rovesciamento di Madero e il suo conseguente assassinio in un'imboscata da parte di Huerta nel 1913. Villa fiancheggiò poi, nella guerra civile del 1913-1914 tesa ad abbattere il nuovo despota Huerta, il leader del movimento progressista Venustiano Carranza, dal quale si distaccò tuttavia quando questi divenne presidente, ritenendolo troppo moderato.
Ad ogni buon conto, Villa riuscì ad assicurarsi il controllo dello Stato di Chihuahua dove - con l'aiuto di Emiliano Zapata - fomentò la rivolta contadina non esitando a oltrepassare, in risposta al sostegno fornito dal governo statunitense al presidente Carranza, la frontiera americana. Per oltre un anno venne invano inseguito oltre il confine dalle truppe inviate dal presidente Woodrow Wilson.

I primi aerei contro Villa
Il 9 marzo 1916 Villa condusse millecinquecento guerriglieri messicani in un attacco contro la città di Columbus, nel Nuovo Messico, dove era presente una guarnigione di seicento soldati americani. L'abitato fu messo a ferro e fuoco ed anche un albergo venne fatto esplodere; la conseguenza fu la morte di diciassette persone. Il presidente Wilson rispose a questo gesto dimostrativo con una spedizione punitiva: pose una taglia di 5.000 dollari sulla testa di Villa e inviò settemila soldati guidati dal generale John "Blackjack" Pershing e dal suo braccio destro, George Patton, personalità che si sarebbero entrambe distinte nel I conflitto mondiale, sui monti sopra Chihuahua per dargli la caccia.
In quella occasione le truppe statunitensi impiegarono i mezzi più moderni per quell'epoca, come camion, motocarri, motociclette e carri armati; fu impiegato persino un dirigibile pilotato personalmente dal generale Pershing. Senza contare l'impiego - per la prima volta - di aerei da combattimento (otto, riportano le cronache dell'epoca). Tutto fu vano: il tentativo di catturare Villa e i suoi uomini si protrasse, appunto senza esito, fino alla fine di gennaio dell'anno successivo.
Le imprese da rivoluzionario di Pancho Villa termineranno nel 1920: con l'assassinio di Carranza e l'ascesa alla presidenza di Alvaro Obregon. Pancho depose le armi ritirandosi nella "hacienda" di Canutillo a lui assegnata dove si dedicò ad una vita da proprietario terriero. Tre anni più tardi morirà assassinato (come coloro per cui aveva combattuto, Madero, Zapata, Carranza e Obregon) nella cittadina di Parral, proprio dove si sentiva più al sicuro, nel natio Stato di Chihuahua.

Il mito Villa sullo schermo
Di Pancho Villa il cinema si è occupato moltissimo sin dai tempi del muto. In alcuni casi, le pellicole ancora prive di sonoro documentavano, quasi con taglio documentaristico, le gesta del celebre guerrigliero impiegando lo stesso Villa nei panni di se stesso; il primo Villa dello schermo fu interpretato da Raoul Walsh (quando ancora quello che sarebbe diventato un grande regista non aveva abbandonato la carriera di attore con cui aveva debuttato).
Poi, nel corso del Novecento - dai primi film di David Griffith e Harry Aitken - sono stati molti gli attori che si sono alternati nel ruolo (in alcuni casi anche più volte), fino alle interpretazioni di star come Telly Savalas, Hector Elizondo, Yul Brynner e Antonio Banderas, ultimo Pancho Villa dello schermo. Tuttavia l'interpretazione più incisiva rimane quella di Wallace Beery, nel film di Jack Conway "Viva Villa!". Beery vinse, per la sua straordinaria caratterizzazione, la Medaglia d'oro alla 2ª Mostra del cinema di Venezia.

▪ 1937 - Il marchese Guglielmo Marconi (Bologna, 25 aprile 1874 – Roma, 20 luglio 1937) è stato un fisico e inventore italiano. È conosciuto per aver sviluppato per primo un efficace sistema di comunicazione con telegrafia senza fili via onde radio che ottenne una notevole diffusione: evoluzioni di tale sistema portarono allo sviluppo dei moderni metodi di telecomunicazione come la televisione, la radio, e in generale tutti i sistemi che utilizzano le comunicazioni senza fili.
Anche altri scienziati ed inventori hanno contribuito all'invenzione della telegrafia senza fili o hanno effettuato esperimenti simili negli stessi anni, come ad esempio Heinrich Hertz nel 1886,[1] Nikola Tesla nel 1893,[2] Carl Ferdinand Braun, Thomas Edison, Aleksandr Popov[3][4] ed altri, ma gli esperimenti di Marconi portarono alle prime applicazioni commerciali su vasta scala della telegrafia senza fili.

Primi anni
Guglielmo Marconi nacque a Bologna il 25 aprile 1874. Suo padre Giuseppe Marconi, un proprietario terriero che viveva nelle campagne di Pontecchio, era al secondo matrimonio. Vedovo con un figlio, aveva conosciuto una giovane irlandese, Annie Jameson, nipote del fondatore della storica distilleria Jameson & Sons in visita in Italia per studiare bel canto, sposandola il 16 aprile 1864 a Boulogne-sur-Mer. Un anno dopo il matrimonio nacque Alfonso e, nove anni più tardi, Guglielmo.
L'avere avuto una madre irlandese permette di comprendere meglio le molte attività di Guglielmo che si svolsero in Gran Bretagna ed Irlanda. Avrebbe potuto optare per la cittadinanza britannica in qualsiasi momento, in quanto figlio di entrambi i genitori con tale cittadinanza.[5] Quando il piccolo Guglielmo aveva tre anni, il 4 maggio 1877, Giuseppe Marconi aveva infatti deciso di assumere a sua volta la cittadinanza inglese (non la riacquisterà più).

Gli esperimenti
Marconi, appena ventenne, cominciò i primi esperimenti lavorando come autodidatta e avendo come aiutante il maggiordomo Mignani. Nell'estate del 1894 costruì un segnalatore di temporali costituito da una pila, un coherer (ossia un tubetto con limatura di nickel e argento posta fra due tappi d'argento) e un campanello elettrico, capace di emettere uno squillo in caso di fulmine.
In seguito riuscì, premendo un tasto telegrafico posto su un bancone, a far squillare un campanello posto dall'altro lato della stanza.[6] Una notte di dicembre, Guglielmo sveglia la madre, la invita nel suo rifugio segreto e le mostra l'esperimento che ha realizzato. Il giorno dopo anche il padre assiste all'esperimento. Quando si convince che il campanello suona senza collegamento con fili, mette mano al portafoglio e regala al figlio i soldi necessari per l'acquisto di nuovi materiali.[senza fonte] Il giovane Marconi prosegue nei suoi esperimenti anche all'aperto. In campagna aumenta la potenza delle emissioni e la distanza che separa il trasmettitore dal ricevitore, capace di ricevere i segnali dell'alfabeto Morse.
L'8 dicembre 1895, dopo vari tentativi, l'apparecchio che aveva costruito si dimostrò valido nel comunicare e ricevere segnali a distanza, ma anche nel superare gli ostacoli naturali (in questo caso, la collina dietro Villa Griffone). Il colpo di fucile che Mignani sparò in aria per confermare la riuscita dell'esperimento (l'apparecchio vibrò e cantò come un grillo per tre volte) viene considerato l'atto di battesimo della radio in Italia; altri sperimentatori avevano infatti ottenuto simili risultati in precedenza, come Nikola Tesla, che trasmise a 50 km di distanza all'inizio dello stesso anno in un collegamento a West Point,[7] mentre il russo Aleksandr Popov aveva realizzato un ricevitore di onde radio nel maggio dello stesso anno[4][8].

Il brevetto
Prevedendo l'occorrenza di grandi capitali per proseguire negli esperimenti, Marconi si rivolse al ministero delle Poste e Telegrafi, al tempo guidato dall'on. Pietro Lacava, illustrando l'invenzione del telegrafo senza fili e chiedendo finanziamenti. La lettera non ottenne risposta e venne liquidata dal ministro con la scritta «alla Longara», intendendo il manicomio posto in via della Lungara a Roma.[9]
Il 12 febbraio del 1896 si recò con la madre in Inghilterra presentando a Londra, il 5 marzo dello stesso anno, la prima richiesta provvisoria di brevetto, col numero 5028 e col titolo "Miglioramenti nella telegrafia e relativi apparati". Da sottolineare che tale richiesta avvenne con 21 giorni di anticipo rispetto alla data della prima trasmissione radio realizzata dal russo Popov.[10]
Il 19 marzo, Marconi ricevette dall'Ufficio Brevetti conferma dell'accettazione della prima domanda. Il 2 giugno dello stesso anno depositò all'Ufficio Brevetti di Londra una domanda definitiva per un sistema di telegrafia senza fili, n. 12039, dal titolo "Perfezionamenti nella trasmissione degli impulsi e dei segnali elettrici e negli apparecchi relativi". Nel farlo, Marconi rinunciò a tre mesi di priorità sull'invenzione.
Durante gli anni vi sono state comunque molte dispute, sia teoriche nell'ambito dei fisici, sia in campo legale, per stabilire chi debba essere effettivamente considerato il primo inventore della radio, e ancora oggi la questione è controversa.

Il successo
Marconi, intanto, effettua dimostrazioni pubbliche alla presenza di politici ed industriali: colloca ad esempio un trasmettitore sul tetto dello stabile della direzione delle Poste e un ricevitore in una casa su una banchina del Tamigi, a quattro chilometri di distanza. Per l'Ammiragliato stabilisce un contatto attraverso il canale di Bristol, largo 14 chilometri. Collabora con il Daily Express in occasione delle regate di Kingstown. I giornalisti seguono le regate al largo, a bordo di un rimorchiatore, poi passano le notizie a Marconi che le trasmette ad una stazione a terra da dove vengono telefonate rapidamente al giornale.
Nel luglio 1897 Marconi fondò a Londra la Wireless Telegraph Trading Signal Company (successivamente rinominata Marconi Wireless Telegraph Company), che aprì il primo ufficio in Hall Street a Chelmsford, in Inghilterra, nel 1898 e impiegava circa 50 persone.
Egli effettuò la prima trasmissione senza fili sul mare da Ballycastle (Irlanda del nord) all'isola di Rathlin nel 1898. Stabilì un ponte radio tra la residenza estiva della regina Vittoria e lo yacht reale sul quale c'era il principe di Galles, il futuro Edoardo VII convalescente per una brutta ferita al ginocchio. Nel dicembre dello stesso anno, da un battello attrezzato con radio parte una richiesta di soccorso: è il primo caso di richiesta di salvataggio. Il 29 maggio i segnali attraversano il canale della Manica superando la distanza di 51 chilometri.
Marconi concentra successivamente le sue ricerche verso l'Atlantico, convinto che le onde possano varcare l'oceano seguendo la curvatura della Terra. Il 6 novembre 1901 a Poldhu, in Cornovaglia, installa un grande trasmettitore la cui antenna di 130 metri è sollevata da un aquilone costituito da 60 fili tesi a tela di ragno tra due piloni alti 49 metri e distanti fra di loro 61. Poi s'imbarca per St. John's di Terranova con gli assistenti Kemp e Paget. I due luoghi, separati dall'oceano Atlantico, distano fra di loro oltre 3.000 chilometri. Il 12 dicembre 1901 ci fu la comunicazione che costituì il primo segnale radio transoceanico. Il messaggio ricevuto era composto da tre punti, la lettera S del codice Morse. Per raggiungere Terranova avrebbe dovuto rimbalzare due volte sulla ionosfera. Una contestazione recente è stata presentata dal dottor Jack Belrose basandosi sia su considerazioni teoriche che su tentativi di ripetizione dell'esperimento; egli crede che Marconi udì solamente disturbi atmosferici scambiati per un segnale.[11]
Marconi installò un analogo trasmettitore a scintilla nel Centro Radio di Coltano, presso Pisa, nel 1903, che venne utilizzato fino alla seconda guerra mondiale prima per comunicare con le colonie d'Africa, quindi con le navi in navigazione, ed in seguito ampliata e potenziata tanto da diventare una delle più potenti stazioni radio d'Europa.
Nel 1904 effettuò esperimenti sul colle Cappuccini di Ancona.[12]
Il 16 marzo 1905 sposò Beatrice O'Brien, figlia di Edward Dunnough (O'Brien), quattordicesimo barone di Inchiquin. Ebbero tre figlie, Lucia, che sopravvisse solo tre settimane, Degna e Gioia, e un figlio, Giulio. Divorziarono nel 1924.
Marconi completò gli esperimenti per ottenere comunicazioni transoceaniche attendibili fino al 1907 e fondò la Compagnia Marconi (eng. Marconi corporation), che nell’ottobre del 1907 inaugurò il primo regolare servizio pubblico di radiotelegrafia attraverso l'Oceano Atlantico, dando la possibilità alle navi transatlantiche di lanciare l'SOS senza fili
L'utilità del radio soccorso in mare si dimostrò il 23 gennaio del 1909, con il primo eclatante soccorso navale che portò al salvataggio degli oltre 1700 passeggeri del transatlantico americano "Republic", che stava per affondare dopo essere stato speronato dal piroscafo italiano "Florida". L’operatore radiotelegrafico Binns, che lavorava per la compagnia Marconi, continuò a lanciare per 14 ore ripetuti l'SOS, finché uno di essi fu ricevuto dal'operatore del piroscafo "Baltic", il cui comandante ordinò di cambiare rotta e diede il via all'operazione di salvataggio. All'indomani nel porto di New York, salvi tutti i passeggeri, Binns fu festeggiato come un eroe e la gratitudine coinvolse la figura del marconista, accelerando la popolarità di Marconi.
Nello stesso anno, il 10 dicembre 1909, a Stoccolma Guglielmo Marconi ricevette il premio Nobel per la fisica, condiviso con il fisico tedesco Carl Ferdinand Braun. La motivazione della Reale Accademia delle Scienze di Svezia recitò: “...a riconoscimento del contributo dato allo sviluppo della telegrafia senza fili”.
Nell'autunno 1911 Marconi visitò le colonie italiane in Africa per sperimentare i collegamenti a lunga distanza con la stazione di Coltano; in particolare fu a Tripoli da poco occupata dalle truppe italiane dove effettuò in collaborazione con Luigi Sacco, comandante della locale stazione radio, alcuni esperimenti di collegamento radio con Coltano, che diedero impulso all'allestimento da parte dell'arma del Genio del primo servizio di radiotelegrafia militare su larga scala.
Quando, nel 1912, il Titanic affondò dopo aver lanciato il segnale SOS via radio, Marconi si trovava negli Stati Uniti e accorse al porto di New York per ricevere i 705 superstiti. Intervistato dalla stampa disse «Vale la pena di aver vissuto per aver dato a questa gente la possibilità di essere salvata». Prima di tornare in Italia, venne organizzata una cerimonia ufficiale in cui i superstiti sfilarono nelle strade di New York incolonnati, recando in omaggio a Guglielmo Marconi una targa d'oro, realizzata dallo scultore Paolo Troubetzkoy, quale segno di riconoscenza. L'inventore conferì un premio al marconista del Titanic Harold Bride che rimase al proprio posto a lanciare messaggi di soccorso, anche quando l'acqua aveva raggiunto il ponte superiore.[13]
Dal foglio matricolare custodito presso il distretto militare di Bologna, risulta inoltre, che il giovane Marconi scelse di fare il soldato nell'esercito per un anno; lo espletò invece nella Regia Marina, pur essendo nato in una città dell'entroterra (fu inserito nel corpo Reali Equipaggi in qualità di operaio).
Svolse il servizio militare all'ambasciata di Londra dal 1º novembre 1900. Trasferito poi in Italia fu congedato il 1º novembre 1901, ma per età fu trasferito nell'esercito il 31 dicembre 1906. Venne nominato senatore a vita del Regno d'Italia il 30 dicembre 1914. In data 19 giugno 1915 Marconi si arruola come volontario nell'esercito con il grado di Tenente di Complemento del Genio, indi promosso capitano il 27 luglio 1916 e, benché ufficiale dell'esercito, prestava servizio nell'Istituto Radiotelegrafico della Marina; in seguito a regolare domanda, datata Livorno 14 agosto 1916 presentata al Ministro della Marina, fu nominato Capitano di Corvetta con R.D. del 31 agosto 1916, congedato con tale grado il 1º novembre 1919, e promosso Capitano di Fregata in congedo con R.D. 28 marzo 1920, e poi Capitano di Vascello con R.D. 7 luglio 1931. Ambedue tali promozioni rientravano nelle norme di avanzamento degli ufficiali di complemento in congedo.
Nel 1920 lo stabilimento di Marconi di Chelmsford fu sede della prima trasmissione audio annunciata pubblicamente del Regno Unito; una delle annunciatrici fu Nellie Melba. Nel 1922 il primo servizio regolare di trasmissioni di intrattenimento cominciò dal Marconi Research Centre a Writtle, vicino Chelmsford.
Fu nominato presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel 1927 e della Regia Accademia d'Italia (l'attuale Accademia Nazionale dei Lincei) il 19 settembre 1930, diventando automaticamente membro del Gran Consiglio del Fascismo, pur partecipando ad una sola seduta.
La figura di Marconi fu utilizzata dalla propaganda del regime fascista come esempio di patriottismo e genialità italica. Benito Mussolini, in un discorso al Senato del 9 dicembre 1937, affermò: "Nessuna meraviglia che Marconi abbracciasse, sin dalla vigilia, la dottrina delle Camicie Nere, orgogliose di averlo nei loro ranghi".[14]. Lo stesso Marconi non nascose le sue simpatie per il regime, affermando: "Rivendico l'onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l'utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d'Italia".[15]
Il 15 giugno 1927 sposò Maria Cristina Bezzi-Scali. La loro figlia fu chiamata Maria Elettra Elena Anna. Anche il panfilo che ospitò molte ricerche in varie parti del mondo si chiamava Elettra. Gli esperimenti effettuati nel golfo del Tigullio avevano come postazione a terra una torre, posta sulla penisola di Sestri Levante, che successivamente prese il nome di "Torre Marconi", mentre nelle carte ufficiali della Marina italiana il golfo del Tigullio assunse il nome di "Golfo Marconi". Lo affianca in questi anni l'assistente Adelmo Landini.
Il 17 giugno 1929 Vittorio Emanuele III conferisce a Marconi il titolo ereditario di marchese.
Dal Centro di Coltano partì il segnale, nel 1931, che accese le luci al Cristo Redentore di Rio de Janeiro, in una dimostrazione sull'efficienza della radio in comunicazioni transoceaniche.
Dal 1933 alla morte fu presidente dell'Istituto Treccani. Nel 1934 fu nominato primo presidente del CIRM che era nato su iniziativa sua e del suo medico, il dottor Guido Guida.
Sempre nel 1933 mostrò nelle vicinanze di Castel Gandolfo ad alcuni alti ufficiali un apparato radio che permetteva di rilevare oggetti metallici nelle vicinanze, di fatto un primo abbozzo del radar che Marconi aveva preconizzato già nel 1922. Negli anni seguenti continuò queste ricerche, in parallelo a quelle di Ugo Tiberio.
Il primo servizio di televisione regolare al mondo fu inaugurato a Londra dalla BBC il 2 novembre 1936; dopo una breve sperimentazione dei due sistemi (quello a scansione meccanica dello scozzese John Logie Baird e quello elettronico della Marconi-EMI Television), la BBC adottò definitivamente il sistema elettronico Marconi-EMI dal 1º febbraio 1937. La stessa BBC nel 1935, dopo l'invasione italiana dell'Etiopia, aveva bandito Marconi per questioni politiche dalle trasmissioni.
Gli furono conferite 16 lauree honoris causa (di cui due in legge), 25 onorificenze di alto rango, 12 cittadinanze onorarie. [16]. Con Regio Decreto del 18 luglio 1936 Marconi fu promosso contrammiraglio nella riserva per meriti eccezionali.
Dal 1990 fino all'introduzione dell'euro nel 2001, Guglielmo Marconi è stato raffigurato sulla banconota da 2.000 lire italiane.

La morte
A Roma, la mattina del 19 luglio 1937, Guglielmo Marconi accompagnò alla stazione la moglie, diretta a Viareggio per festeggiare il settimo compleanno della figlia Elettra. Dopo essere ritornato nella sua casa di via Condotti ebbe una crisi cardiaca. Dopo che il suo medico personale, il dottor Cesare Frugoni, gli comunicò la gravità delle sue condizioni, Marconi fece chiamare un sacerdote, ricevette l'estrema unzione e morì alle 3:45 del mattino del 20 luglio.[17] In segno di lutto, quello stesso giorno le stazioni radio di tutto il mondo interruppero contemporaneamente le trasmissioni per due minuti.
Le sue spoglie sono custodite a Sasso Marconi presso la casa paterna di villa Griffone, dove hanno sede anche un museo e una fondazione a lui dedicati.

Riconoscimenti
Con la legge n. 276 del 28 marzo 1938, Vittorio Emanuele III di Savoia decretò che "il giorno 25 aprile, anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, è dichiarato, a tutti gli effetti, giorno di solennità civile". Alcuni anni prima, il Regio Decreto n. 1386 del 20 giugno 1935 aveva mutato la denominazione del paese di Praduro e Sasso in Sasso Bolognese. Successivamente, il Regio Decreto n. 293 del 7 marzo 1938, a ricordo della terra dove "ebbero luogo i primi esperimenti della prodigiosa invenzione che donò immensi benefici all'umanità intera, e rese immortale il nome di Guglielmo Marconi", mutò la denominazione del comune in Sasso Marconi e quella della frazione di Pontecchio in Pontecchio Marconi.
A Marconi è anche intitolato l'aeroporto di Bologna e l'asteroide 1332 Marconia. Nel 2009 è stato inaugurato un museo in sua memoria ad Ancona.[12]
NOTA: La legge nr. 276 del 28/3/1938: "Il giorno 25 aprile è anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, è dichiarato, a tutti gli effetti, giorno di solennità civile" è stata abrogata con il Decreto-legge 22 dicembre 2008, n. 200 "Misure urgenti in materia di semplificazione normativa" pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 298 del 22 dicembre 2008 - Suppl. Ordinario n. 282/L

Le contestazioni di Nikola Tesla
Risulta con certezza che Tesla in un qualche momento della sua vita aprì il proprio laboratorio più volte a Marconi, fornendogli delle notizie utili, che sono state poi sviluppate e attuate dallo scienziato italiano.[18]
La rivendicazione dell'invenzione della radio di Marconi fu sempre contestata da Nikola Tesla. Nel 1943 una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti riconosce a Nikola Tesla la paternità del brevetto della radio.[19] La sentenza della Corte Suprema Statunitense tuttavia non è universalmente riconosciuta.
Molto tempo prima, nel 1911, l'High Court britannica nella persona di Mr. Justice Parker deliberò su un analogo procedimento[20] la validità dei brevetti di Marconi e negli anni prima del '43 molte altre sentenze sono state pronunciate con andamenti altalenanti per le parti in causa. Sulla causa della Corte Suprema Statunitense vi sono critiche dovute anche al fatto che all'epoca la società Marconi aveva una causa legale in atto con l'esercito Statunitense e la sentenza della Corte Suprema rese nulle le richieste della società Marconi sulle presunte violazioni intellettuali dell'esercito. In realtà ciò non è vero del tutto visto che il governo Usa pagò la somma di circa 43.000 dollari di allora, oltre agli interessi, alla società di Marconi per un brevetto di Oliver Lodge che suddetta società aveva comprato da quest'ultimo[21].
I sostenitori di Marconi deliberarono che Marconi non era a conoscenza del lavoro di Nikola Tesla negli Stati Uniti. Comunque i lavori "Sulla luce ed altri fenomeni di altra frequenza" (Philadelphia/St. Louis; Franklin Institute in 1893) e "Esperimenti con correnti alternate ad alto potenziale e frequenza" (London; 1892) furono diffusi in tutto il mondo e quindi è possibile che in realtà Marconi conoscesse i lavori.[22]

Cronologia e proprietà dei brevetti secondo la giurisdizione statunitense
Tesla nel marzo 1900 brevettò (consegnato nel 1897[23]) un sistema di trasmissione di energia elettrica che poteva essere anche usato per trasmissione di segnali radio.[24][25] Nel 1898 brevettò un radiocomando multicanale che permetteva su breve distanza di comandare vascelli, il sistema base di controllo era formato da quattro circuiti sintonizzati alla stessa frequenza.

Note
▪ 1. [1]
▪ 2. [2] due anni prima di Marconi
▪ 3. 1894-95
▪ 4. a b [3]
▪ 5. [4]
▪ 6. Guglielmo Marconi, padre della radio
▪ 7. [5]
▪ 8. [6]
▪ 9. Luigi Solari, Guglielmo Marconi e la Marina Militare Italiana, Rivista Marittima, febbraio 1948
▪ 10. Controversia Popov-Marconi
▪ 11. http://www.ieee.ca/millennium/radio/radio_differences.html
▪ 12. a b «Elettra Marconi inaugura il museo dedicato al padre Guglielmo», Il Resto del Carlino, 7 maggio 2009. URL consultato in data 7 maggio 2009.
▪ 13. Luigi Solari, Marconi la radio in pace e in guerra, Mondadori, Milano, 1949
▪ 14. radiomarconi.com
▪ 15. Franco Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista: studio e documenti, 1922-1945, Marsilio Editore, 1976, p. 44
▪ 16. Onorificenze tributate a Marconi
▪ 17. Quotidiano la Stampa del 21 luglio 1937, pag. 1
▪ 18. baccelli1.interfree.it - tesla.pdf
▪ 19. MARCONI WIRELESS T. CO. OF AMERICA v. U.S., 320 U.S. 1 (1943) La sentenza riguarda una disputa tra la società Marconi e l'esercito USA riguardo l'utilizzo di quattro brevetti. La sentenza americana si basa anche sulle applicazioni pratiche preesistenti prior arts di Tesla che sono datate dal 1891 al 1893 prima di tutti gli altri sperimentatori
▪ 20. La disputa era tra Marconi e Stone e risale al 1911 prima della sentenza della Corte Suprema USA. Il caso è discusso ampiamente nella sentenza e riguarda due diversi componenti usati da entrambi i contendenti per regolare la sintonia nei quattro circuiti base della radio. Stone ottenne lo stesso risultato inserendo una capacità variabile, quindi per questo motivo la Corte USA nel 1943 affermò che entrambi i brevetti erano validi e quindi la causa era da rivedere.
▪ 21. [7] i primi cinque versi della sentenza
▪ 22. nel suo brevetto 676,332 [8] a pag 2 riga 69 compare il termine "Tesla Coil", bobina di Tesla. Nonostante ciò Marconi non citò l'inventore nel suo discorso al Nobel
▪ 23. pdf
▪ 24. U.S. Patent 645,576, March 20, 1900 - System Of Transmission Of Electrical Energy primo esempio brevettato di quattro circuiti sintonizzati alla stessa frequenza due utilizzati come trasmittente e due come ricevente
25. en:Invention of radio#note-23

▪ 1945 - Paul Valéry (Sète, 30 ottobre 1871 – Parigi, 20 luglio 1945) è stato uno scrittore francese, autore di poemi e saggi.
Figlio di padre d'origine corsa e di madre genovese, Paul Valéry frequentò le scuole primarie a Sète (in quel periodo scritto Cette), presso i Domenicani, proseguendo poi al liceo di Montpellier. Nel 1889 cominciò gli studi di diritto, pubblicando, nello stesso anno, i suoi primi versi nella Revue maritime de Marseille. Queste sue prime opere sono ascrivibili al movimento simbolista.

La crisi di Genova
Nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1892, a Genova cadde in ciò che avrebbe poi descritto come una grave crisi esistenziale. Al mattino era deciso a ripudiare gli idoli della letteratura, dell'amore e dell'imprecisione per consacrare l'essenza della sua vita a ciò che indicò come la via dello spirito: ce lo testimoniano i suoi cahiers, diari nei quali si costringe ad annotare ogni mattino tutte le sue riflessioni. Dopo di cui, aggiunge come battuta di spirito, avendo consacrato queste ore alla via dello spirito, mi sento in diritto di essere sciocco per il resto del giorno. Aveva quindi escluso completamente la poesia dalla sua vita? No, anche se, a suo dire, ogni poema che non avesse la precisione esatta della prosa non ha nessun valore, oppure, come aveva affermato Malherbe, la tiene alla stessa distanza del suo predecessore che aveva detto molto più seriamente che un buon poeta non è più utile al suo paese di quanto non sia un buon giocatore di bocce. Ad ogni modo, Valéry indicò ripetutamente questa notte come la sua vera nascita, l'inizio della sua vita mentale. Nel 1894, si trasferì a Parigi, dove trascorse il resto della sua vita, e dove cominciò a lavorare come redattore al ministero della guerra. Rimase lontano dalla scrittura poetica per consacrarsi alla conoscenza di sé e del mondo. Segretario personale di Edouard Lebey, amministratore della Havas, la prima agenzia di stampa, si affannava ogni mattino all'alba alla redazione dei suoi Cahiers, diari intellettuali e psicologici, che vedranno la pubblicazione, non interamente, solo dopo la sua morte. Nel 1900 sposò Jeannine Gobillard, con cui ebbe tre figli.

La jeune Parque
Nel 1917, sotto l'influenza principalmente di André Gide, ritornò alla poesia, con La Jeune Parque, pubblicato presso la Gallimard, a cui seguirono un altro grande poema, Le Cimetière marin (1920) e una raccolta, Charmes (1922). Sotto l'influsso di Stéphane Mallarmé, privilegiò sempre nella sua poetica il formale dominio a scapito del senso e dell'ispirazione. Dopo la prima guerra mondiale, divenne una sorta di "poeta ufficiale" immensamente celebre che, nella sua mancanza di interesse verso le cariche e gli onori, si diverte a vedere gli ossequi di cui è circondato. Nel 1924, venne eletto presidente del Pen Club francese, poi membro dell'Académie française l'anno seguente. Seguirono anni di cariche sempre più importanti, al consiglio dei musei, al centro universitario di Nizza, la presidenza della commissione di sintesi per la cooperazione culturale per l'esposizione universale del 1936; nel 1937, addirittura, una cattedra (quella di poetico al Collège de France) venne creata appositamente per lui. Infine, nel 1939 divenne presidente onorario della SACEM, l'omologo francese della SIAE. Ma durante tutto questo tempo, la sua vera professione continuava nell'ombra: la profondità delle riflessioni che diede alle stampe in opere consistenti (Introduction à la méthode de Léonard de Vinci, La soirée avec monsieur Teste), i suoi studi sul divenire della civiltà (Regards sur le monde actuel) e la sua viva curiosità intellettuale lo resero un interlocutore ideale per Raymond Poincaré, Louis de Broglie, Henri Bergson e, addirittura, Albert Einstein.

L'occupazione nazista
Sotto l'occupazione, essendosi rifiutato di collaborare, Valéry perse il suo posto d'amministratore a Nizza. Morì il 20 luglio 1945, poche settimane dopo la fine del secondo conflitto. Il presidente francese Charles de Gaulle richiese per lui funerali di stato, dopo i quali venne sepolto a Sète, al cimitero del mare che aveva già celebrato nel suo famoso poema. Dopo la sua morte, furono pubblicati alcuni estratti dei suoi diari, i Cahiers, ai quali consegnava quotidianamente l'evolversi della sua coscienza e le sue relazioni con il tempo, i sogni, il linguaggio.

I "Cahiers"
I Quaderni di Valéry (261 quaderni manoscritti, 26.600 pp.), vero e proprio "laboratoire intime de l'esprit" schiudono a numerose riflessioni, filosofiche, estetiche, religiose ed antropologiche. Essi testimoniano la perenne ricerca che animò la sua riflessione intorno ad ambiti diversi, tesa, in un primo momento, a cercare un "système" di operazioni mentali esteriorizzabili, che a loro volta costituissero la compiuta messa in forma del "travail de l'esprit"; vi si scoprono le sue inquietudini sull'eternità della civilizzazione (Le nostre civilizzazioni sanno adesso d'essere mortali), sul futuro dei diritti dello spirito, sul ruolo della letteratura nella formazione, e la retroazione del progresso sull'uomo; la critica ai concetti "vaghi e impuri" di cui si serve la filosofia (quali, ad esempio, spirito, metafisica, interiorità), quindi la conseguente azione di "repulisti" della situazione verbale, oltre che un'insospettata componente affettivo-spirituale che aspira a liberarsi da un "divino" istituzionalizzato per recuperarlo in maniera pura, scevra di ogni contaminazione fiduciaria. La serie Variété, invece, si compone di scritti di tutt'altro tono: quelli che gli sono stati richiesti e che, senza alcun dubbio e per sua stessa confessione, non avrebbe mai scritto. Non sono meno testimoni di altri della profondità di analisi spesso abbagliante (si legga in particolar modo Notre destin et le lettres, in Regards sur le monde actuel). La sua corrispondenza, segnatamente quella con André Gide, ma anche quella con Gustave Fourment, André Fontainas e Pierre Louÿs è stata ormai pubblicata interamente, mentre la totalità dei Cahiers è consultabile nella biblioteca del Centre Pompidou di Parigi; inoltre, i principali manoscritti inediti sono conservati per la maggior parte presso il Dipartimento dei Manoscritti Occidentali e Orientali della Bibliothèque Nationale di Parigi (site Richelieu). Questo materiale è tuttora in corso di pubblicazione, specialmente ad opera dell'Equipe des Etudes Paul Valéry (ITEM-CNRS).

▪ 1973 - Bruce Jun Fan Lee (cinese tradizionale 李小龍, in pinyin Lǐ Xiǎolóng; San Francisco, 27 novembre 1940 – Hong Kong, 20 luglio 1973) è stato un attore e artista marziale statunitense.
Nato a San Francisco e cresciuto ad Hong Kong, Lee è l'attore più ricordato per la presentazione delle arti marziali cinesi al mondo non cinese. I suoi film, prodotti ad Hong Kong e ad Hollywood, elevarono ad un nuovo livello di popolarità e gradimento le pellicole di arti marziali, facendo aumentare per la prima volta ed improvvisamente anche l'interesse per questo tipo di discipline in Occidente. La direzione ed il tono delle sue opere influenzarono profondamente i film di arti marziali di Hong Kong, che fino ad allora mostravano più un senso teatrale che realistico delle scene.
Lee divenne un'icona soprattutto per i cinesi, come ritratto dell'orgoglio nazionale e per alcuni tratti nazionalistici presenti nei suoi film. Alcuni videro Lee come un modello per acquisire un corpo forte ed efficiente ed un altissimo livello di benessere fisico, sviluppando allo stesso tempo destrezza nel combattimento corpo a corpo. Nonostante il contenuto violento dei suoi film, Bruce in realtà era una persona pacifica e fermamente contraria all'uso delle arti marziali come metodo di offesa e supremazia.
Nell'occasione di quello che sarebbe stato il suo 65° compleanno (novembre 2005), una statua commemorativa è stata posata sull'Avenue of the Stars a Kowloon, in sua memoria. Nonché memoria di colui che è stato votato "Star of the Century" dagli addetti ai lavori del mondo del cinema di Hong Kong. Nel 1993 è stato anche onorato con una stella sulla Hollywood Walk of Fame a Los Angeles.

▪ 1993 - Gabriele Cagliari (Guastalla, 14 giugno 1926 – Milano, 20 luglio 1993) è stato un dirigente d'azienda italiano, operante soprattutto nell’industria chimica. Fu presidente dell'ENI dal 1989 al 1993.
Originario di Guastalla, si laureò al Politecnico di Milano in ingegneria industriale. Appena laureato entrò alla Montecatini, da dove poi passò all’Anic, dove partecipò alla realizzazione dei grandi impianti petrolchimici. Lavorò poi alla Liquigas ed alla Eurotecnica, una piccola società di impiantistica della quale Cagliari fu uno dei fondatori.
Nel 1981 ritornò all’Anic, ricoprendo questa volta il ruolo di direttore generale e poi di amministratore delegato, impegnandosi per il risanamento del comparto chimico dell’ENI. Nel 1983 fu nominato membro della giunta esecutiva dell’ente petrolifero, su designazione del PSI, al quale era considerato vicino politicamente.
Nel novembre del 1989, sempre su indicazione del PSI, fu nominato presidente dell’ENI. Negli anni del suo mandato, Cagliari si trovò a dover trattare con il governo e con la Montedison le complesse trattative sulla gestione della joint-venture chimica Enimont.
Nel febbraio del 1993 Cagliari fu interrogato dalla Procura di Roma, proprio per il suo ruolo nella valutazione di Enimont fatta dall’ENI al momento dell’acquisto. Il 9 marzo 1993 fu arrestato su richiesta della procura di Milano, accusato di avere autorizzato il pagamento di tangenti per fare aggiudicare una commessa alla Nuovo Pignone, società del gruppo ENI ; successivamente, gli furono contestati ulteriori reati compiuti durante la sua permanenza ai vertici dell’ENI.[2][3].
Il 20 luglio 1993 Gabriele Cagliari fu ritrovato morto nelle docce del carcere di San Vittore, dove aveva trascorso quattro mesi di carcerazione preventiva, durante i quali era stato ripetutamente interrogato sugli sviluppi del caso Enimont. Cagliari si uccise soffocandosi con un sacchetto di plastica; il suo suicidio, probabilmente preannunciato da una lettera scritta ai familiari pochi giorni prima, scatenò un acceso dibattito sull’utilizzo dello strumento della custodia cautelare da parte della magistratura.

▪ 2006 - Charles Bettelheim (Parigi, 20 novembre 1913 – Parigi, 20 luglio 2006) è stato un economista e storico francese.
Fu il fondatore del "Centro per lo Studio dei Modi dell'Industrializzazione" (in francese, "Centre pour l'Étude des Modes d'Industrialisation", o CEMI) alla Sorbona, e consigliere economico di governi di numerosi paesi in via di sviluppo (nel periodo della decolonizzazione). Fu una personalità molto influente della Nuova Sinistra francese e venne considerato "uno dei marxisti più in vista nel mondo capitalista" (Le Monde, 4 aprile 1972), non solo in Francia ma anche in Spagna, Italia, America Latina e India.
Suo padre, Henri Bettelheim, era un austriaco viennese di origine ebraica, rappresentante di una banca svizzera a Parigi, mentre sua madre era di origine francese. La famiglia lasciò la Francia dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914, per trasferirsi prima in Svizzera e poi Egitto. Nel 1922, Charles Bettelheim tornò a Parigi con sua madre mentre suo padre, rimasto in Egitto, si suicidò.
Dopo la presa del potere di Hitler nel 1933, Bettelheim ruppe i legami con la sua famiglia e aderì prima ai "Giovani Comunisti" (Jeunesses communistes) e in seguito al Partito Comunista Francese. In aggiunta ai suoi studi di filosofia, sociologia, legge e psicologia, imparò anche il russo. Nel luglio del 1936 arrivò a Mosca con un visto turistico. Grazie alla padronanza della lingua ottenne un permesso di soggiorno per cinque mesi, durante i quali lavorò prima come guida turistica, più tardi con l'edizione francese del "Giornale di Mosca" e infine al Mosfilm, studio cinematografico di Mosca, dove fu direttore di doppiaggio. Le sue esperienze durante il soggiorno moscovita, nella fase delle Grandi Purghe contro gli oppositori di Stalin, lo spinsero a mantenere una distanza critica dall'Unione Sovietica, senza abbandonare le sue convinzioni comuniste. Fu tuttavia espulso dal Partito Comunista per le sue critiche "calunniose". Nel 1937 sposò una giovane militante comunista, Lucette Beauvallet. Durante l'occupazione nazista della Francia, cooperò con i trotskisti francesi.
La sua scelta di dedicarsi all'economia non fu facile, dato che all'epoca era considerata una scienza minore; comunque avendo acquisito numerose conoscenze sull'Unione Sovietica e sulla pianificazione economica, Bettelheim poté colmare le sue lacune. Dopo la Seconda guerra mondiale divenne un funzionario del Ministero del Lavoro in Francia. Nel 1948 entrò nella "Sesta Sezione" (Scienze Economiche e Sociali) della "École Pratique des Hautes Études" (EPHE), sezione che nel 1975 divenne un istituto autonomo, la "École des Hautes Études en Sciences Sociales" (EHESS), e che diresse fino al 1983.
Negli anni cinquanta, Bettelheim iniziò a lavorare come consigliere economico per i governi dei paesi del Terzo Mondo, quali quelli di Nasser in Egitto, di Nehru in India e di Ben Bella in Algeria, per i quali fu anche un portavoce. Nel 1958 creò una base istitutionale per le sue ricerche fondando il CEMI (vedi sopra). Nel 1963 Che Guevara lo invitò a Cuba, dove participò a un "grande dibattito" sull'economia socialista.
Dal 1966 crebbe particolarmente l'interesse di Bettelheim per la Cina. Aiutò l'"Union des jeunesses Communistes (marxiste-leniniste)" ("Unione dei Giovani Comunisti (Marxisti-Leninisti)") - organizzazione maoista francese - fornendole una piattaforma teorica, senza entrarvi a farne parte direttamente. In qualità di presidente dell'"Associazione Amicizia Franco-Cinese" ("Association des amitiés franco-chinoises"), visitò numerose volte la Repubblica Popolare Cinese, con lo scopo di studiare i nuovi metodi di sviluppo industriale creati dalla Rivoluzione Culturale. Dopo la morte di Mao Tse-Tung (1976), Bettelheim divenne molto critico nei confronti dei nuovi leader che gli successero (Hua Guofeng e Deng Xiaoping), poiché questi iniziarono ad abbandonare i principi maoisti rimpiazzandoli con una politica di modernizzazione che egli considerava reazionaria e autoritaria.
Dagli anni ottanta in poi, Bettelheim fu sempre meno al centro dell'attenzione, a seguito sia dei profondi mutamenti politici nel Terzo Mondo che del declino (poi fallimento) del socialismo reale in Europa, che rendeva obsoleto ogni dibattito sui paradigmi dello sviluppo nei paesi del sud del mondo, nella prospettiva di un'economia pianificata e indipendente dal mercato mondiale - alla quale aveva contribuito molto Bettelheim stesso.
Bettelheim visse a Parigi fino alla morte, ma non pubblicò nulla nei suoi ultimi anni (iniziò a scrivere un libro di memorie, rimasto incompiuto). Il suo principale allievo e compagno di lungo corso Bernard Chavance è tra i maggiori esponenti della cosiddetta Regulation theory. Tra coloro che furono influenzati dalle sue teorie vi è l'economista marxista italiano Gianfranco La Grassa.

Pensiero
Nonostante le sue esperienze negative a Mosca, Bettelheim mantenne un giudizio favorevole verso il socialismo sovietico fino agli anni sessanta, guardando soprattutto agli obiettivi economici raggiunti dall'Unione Sovietica, che egli apprezzava sebbene da un punto di vista indipendente. Nel 1956 appoggiò la "destalinizzazione" inaugurata da Nikita Khrusciov al XX Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, così come le riforme concepite dall'economista sovietico Evsei Liberman, che si basavano su una decentralizzazione delle decisioni prese nell'ambito della direzione della pianificazione.

Dal dibattito cubano alla critica dell'economicismo
Nel dibattito cubano del'63, Bettelheim si oppose alle idee "volontariste" di Che Guevara, che voleva abolire il libero mercato e la produzione di merci attraverso un'industrializzazione molto rapida e centralizzata, che avrebbe determinato la nascita dell'"uomo nuovo" della società socialista. Bettelheim prese posizione contro questo piano - che anche Fidel Castro aveva sottoscritto: sia Guevara che Castro preferivano la monocultura dello zucchero come base dell'economia cubana, piuttosto che una più stretta analogia all'economia dell'URSS. Per Cuba, Bettelheim suggerì un'economia diversificata, basata sull'agricoltura, accompagnata da industrializzazione prudente, ampia pianficazione centrale e forme miste di proprietà con elementi di mercato - una strategia pragmatica e simile a quelle della NEP portate avanti in Russia da Lenin nel 1922. In contrapposizione a Guevara, Bettelheim affermava (in linea con gli ultimi scritti di Stalin) che la "legge del valore" rappresentava obiettivi e istanze sociali che non potevano affermarsi tramite scelte ostinate, ma solo grazie a un processo di trasformazione sociale a lungo termine.
Da quel momento in poi furono evidenti le profonde differenze del pensiero politico di Bettelheim rispetto alla tradizione marxista, che considava il socialismo il risultato "lo sviluppo della massima centralizzazione di tutte le forze della produzione industriale". Per Bettelheim, il socialismo era un modello alternativo di sviluppo, un processo di trasformazione di istanze sociali. Ispirato dalla Rivoluzione Culturale cinese e dal pensiero di Mao Tse-Tung - e congiuntamente a un altro pensatore marxista quale il filosofo Louis Althusser - Bettelheim contrastava l'economicismo e il "primato dei mezzi di produzione" del marxismo tradizionale: contro l'idea che la trasformazione socialista dei rapporti sociali fosse un effetto necessario dello sviluppo delle forze produttive (liberando quei rapporti da esse, secondo l'ortodossia marxista, dato che la proprietà privata le domina nella società borghese), affermando la necessità di trasformare politicamente e attivamente le relazioni sociali. Nel suo libro Calcolo economico e forme di proprietà (Calcul économique et formes de proprieté), Bettelheim riformulò i problemi della transizione al socialismo, criticando il presupposto che le nazionalizzazioni e la proprietà statale dei mezzi di produzione siano già "socialisti" - poiché non è la forma legale di proprietà, ma la vera socializzazione della rete produttiva che caratterizza quella stessa transizione; il problema cruciale nella pianificazione socialista è la sostituzione della forma del "valore" con lo sviluppo di un metodo di misurazione che tenga conto dell'utilità sociale della produzione.

L'esperienza cinese e l'analisi dell'URSS
In Cina, Bettelheim sentì di essere testimone di un grande processo di trasformazione. Più precisamente, notò che la Rivoluzione Culturale - che coinvolgeva la sovrastruttura politica, ideologica e culturale - aveva cambiato l'organizzazione industriale accompagnandola a un coinvolgimento generale dei lavoratori in tutte le decisioni, superando la divisione tra lavoro manuale e intellettuale. In questi anni, la Cina fu il punto di riferimento per una "scuola radicale di economia" neo-marxista rappresentata, oltre che da Bettelheim, da Paul Sweezy, Andre Gunder Frank, Samir Amin e altri che, contrastando le teorie della "modernizzazione", sosteneva che alla periferia del sistema capitalista globale, in paesi "sottosviluppati", lo sviluppo è possibile solo nelle condizioni in cui essi si liberino dei loro iniqui e asimmetrici legami con il mercato mondiale, dominato dai paesi imperialisti, per intraprendere un percorso differente ed autonomo. Questa teoria lasciava dunque un possibilità di demolire le fondamenta politiche del capitalismo per praticare un modello alternativo di sviluppo della produzione, che non avesse come scopo né l'accumulazione e il profitto, né il conseguimento di un benessere solo astratto, ma fosse piuttosto orientato - grazie a una giusta proporzione tra agricoltura e industria - verso un'economia che tenesse conto dei bisogni quotidiani degli individui.
Nel segno di questo approccio "maoista", Bettelheim cominciò la sua voluminosa opera sulla storia dell'Unione Sovietica: Le lotte di classe in URSS (1974-1982) (Les luttes de classes en URSS (1974-1982)), nella quale vengono esaminate le ragioni delle distorsioni del socialismo sovietico, il quale per Bettelheim non è altro che un "capitalismo di stato". Bettelheim rilevò inoltre che dopo la Rivoluzione d'Ottobre i bolscevichi non erano riusciti a stabilizzare a lungo l'alleanza tra lavoratori e contadini poveri che in precedenza fu concepita e messa in atto da Lenin. Durante gli anni venti a essa si era sostituta invece un'alleanza fra lavoratori d'elite e intellettuali tecnologici contro i contadini, che portò alla collettivizzazione forzata dell'agricoltura nel 1928. L'ideologia "economicistica" (il "primato delle forze produttive"), nata con la socialdemocrazia e supportata dagli interessi dell'"aristocrazia operaia" e degli intellettuali progressisti, fu riadottata nei provvedimenti del Partito Bolscevico, agendo come legittimazione delle nuove elites tecnocratiche che stabilirono le stesse gerarchie, divisioni del lavoro e differenze sociali del capitalismo. Il miraggio "legale", secondo il quale la proprietà dello stato è definita "socialista", cela quindi una situazione di sfruttamento.
In conclusione, Bettelheim mise in dubbio il carattere socialista della Rivoluzione di Ottobre, interpretandolo come la conquista del potere da parte di un settore radicale dell'intellighenzia russa, che "confiscò" una rivoluzione popolare.
Infine, in relazione alla tesi dello "sviluppo" nel Terzo Mondo, possibile solo grazie a una rottura politica con l'imperialismo e con il mercato globale, la posizione di Bettelheim fu nettamente critica verso il ruolo internazionale dell'URSS, di cui considerava le politiche economiche solo un'altra variante dei modelli di accumulazione capitalistici.

Il declino del blocco comunista
Quando nel 1978 in Cina, con la leadership di Deng Xiaoping, si mise fine alla strategia maoista di sviluppo autarchico per motivi di priorità politiche, con lo scopo di riaffermare il primato dell'economia e aprirsi al mercato mondiale, i paradigmi teorici dello sviluppo autonomo persero la forza delle loro convinzioni. Contemporaneamente, il marxismo vide ridurre progressivamente la sua influenza, specialmente in Francia, dove un'ondata di anticomunismo finì per screditare non solo l'ortodossia "veterocomunista", ma anche i marxisti critici come Bettelheim, che scegliendo di non rinunciare alle sue idee fu condannato a uscire di scena. Nel 1982 egli pubblicò anche i due volumi della terza parte di Le lotte di classe in URSS, dedicato ai "dominati" e ai "dominanti" dello stalinismo. Attualmente, l'India è il solo paese dove Bettelheim è ancora oggetto di discussione.

Eredità
Sebbene il suo nome e il suo lavoro siano stati dimenticati, Charles Bettelheim ha comunque lasciato tracce. Il suo marxismo eterodosso contribuì a mettere in dubbio il "progressismo" e il "produttivismo", idee da sempre molto diffuse a sinistra, per costruire un pensiero "alternativo", che non solo diede origine all'idea di "emancipazione sociale dalla crescita industriale" come fine in se stesso, ma aspirava a inserire lo sviluppo produttivo in un contesto di coscienza sociale (in pratica, l'idea già elaborata da Karl Marx di mettere fine allo sfruttamento nel processo produttivo tramite una "conscia sottomissione" alla produzione per bisogni sociali). Bettelheim fu infine anche intermediario tra Socialismo ed Ecologia e, nel campo delle teorie economiche, le sue analisi - che distinguevano forme differenti di capitalismo - influenzarono la cosiddetta "Regulation school".