Il calendario del 2 Maggio

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1670 - Re Carlo II d'Inghilterra concede uno statuto permanente alla Compagnia della Baia di Hudson, per aprire il commercio di pellicce nel Nord America.

▪ 1808 - Guerra peninsulare: la popolazione di Madrid si rivolta contro l'occupazione francese

▪ 1815 - Guerra austro-napoletana: inizia la battaglia di Tolentino.

▪ 1868 - Papa Pio IX, con il breve pontificio "Dum filii Belial", approva lo statuto della Società della gioventù cattolica italiana, quella che poi diventerà l'Azione Cattolica Italiana

▪ 1869 - Parigi: inaugurazione del teatro Folies-Bergère

▪ 1885

  1. - I guerrieri Cree e Assiniboine vincono la Battaglia di Cut Knife, loro più grande vittoria sulle forze canadesi nel corso della Ribellione del Nord-Ovest
  2. - Lo Stato Libero del Congo viene fondato da re Leopoldo II del Belgio
  3. -1889 - Menelik II, Imperatore d'Etiopia, firma un trattato d'amicizia con l'Italia, che dà all'Etiopia il controllo dell'Eritrea

▪ 1900 - Oscar II di Svezia dichiara il supporto al Regno Unito nella Guerra Boera

▪ 1918 - La General Motors acquisisce la Chevrolet Motor Company del Delaware

▪ 1933
  1. - Gleichschaltung: Adolf Hitler vieta i sindacati
  2. - Viene riportato il primo avvistamento moderno del mostro di Loch Ness

▪ 1940 - Vengono ufficialmente annullati i Giochi Olimpici di Helsinki

▪ 1945
  1. - Seconda guerra mondiale: Caduta di Berlino - l'Unione Sovietica annuncia la cattura di Berlino e i soldati sovietici issano la bandiera rossa sul Reichstag. Le forze tedesche si arrendono in Italia.
  2. - Gli americani entrano in Cortina d'Ampezzo
  3. - Lutz Graf Schwerin von Krosigk è il nuovo cancelliere (capo del governo) tedesco

▪ 1952 - Il de Havilland DH.106 Comet è il primo jet commerciale a compiere un volo di linea.

▪ 1953 - Hussein viene incoronato re di Giordania

▪ 1955 - Tennessee Williams vince il Premio Pulitzer per La gatta sul tetto che scotta

▪ 1964 - Guerra del Vietnam: un'esplosione affonda la USS Card mentre è ancorata a Saigon. Le forze Viet Cong sono sospettate di aver collocato una bomba sulla nave

▪ 1969 - Il transatlantico britannico Queen Elizabeth 2 parte per il suo viaggio inaugurale verso New York

▪ 1982 - Guerra delle Falklands: il sottomarino nucleare britannico HMS Conqueror affonda l'incrociatore argentino General Belgrano

▪ 1986 - Inaugurazione dell'Esposizione Universale del 1986 a Vancouver, in Canada

▪ 1997 - Regno Unito: Il leader del partito laburista britannico Tony Blair diventa primo ministro del Regno Unito, dopo 18 anni di governo conservatore. A 43 anni, è il più giovane primo ministro degli ultimi 185 anni.

▪ 1998 - A Bruxelles viene fondata la Banca Centrale Europea che ha lo scopo di definire le politiche monetarie dell'Unione Europea

▪ 1999 - Mireya Moscoso diventa la prima donna ad essere eletta Presidente di Panama

▪ 2000 - Bill Clinton annuncia che un accesso ai servizi GPS equivalente a quello dell'esercito statunitense sarà disponibile per tutti i cittadini

▪ 2006 - Scoppia lo scandalo del calcio italiano, definito dalla stampa Calciopoli, che vede coinvolte principalmente la Juventus e il suo direttore sportivo Luciano Moggi, il Milan, la Fiorentina e la Lazio.

▪ 2008 - Il ciclone Nargis provoca in Birmania circa 130.000 vittime e milioni di senzatetto.

Anniversari

▪ 1519 - Leonardo di ser Piero da Vinci (Vinci, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519) è stato un artista, scienziato e pittore italiano. Uomo d'ingegno e talento universale del Rinascimento italiano, incarnò in pieno lo spirito universalista della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell'arte e della conoscenza. Fu pittore, scultore, architetto, ingegnere, anatomista, letterato, musicista e inventore, ed è considerato uno dei più grandi geni dell'umanità.

La fortuna critica del pittore
La fortuna critica del pittore è stata immediata e non ha mai subito oscuramenti. Già per il Vasari «volle la natura tanto favorirlo, che dovunque è rivolse il pensiero, il cervello e l'animo, mostrò tanta divinità nelle cose sue che nel dare la perfezione di prontezza, divinità, bontade, vaghezza e grazia nessun altro mai gli fu pari», e per il Lomazzo «Leonardo nel dar il lume mostra che habbi temuto sempre di non darlo troppo chiaro, per riservarlo a miglior loco et ha cercato di far molto intenso lo scuro, per ritrovar li suoi estremi. Onde con tal arte ha conseguito nelle facce e corpi, che ha fatto veramente miracoli, tutto quello che può far la natura. Et in questa parte è stato superiore a tutti, tal che in una parola possiam dire che 'l lume di Leonardo sia divino».
Per Goethe, «Leonardo si rivela grande soprattutto come pittore. Regolarmente e perfettamente formato, appariva, nei confronti della comune umanità, un esemplare ideale di essa. Come la chiarezza e la perspicacia dell'occhio si riferiscono più propriamente all'intelletto, così la chiarezza e l'intelligenza erano proprie dell'artista. Non si abbandonò mai all'ultimo impulso del proprio originario impareggiabile talento e, frenando ogni slancio spontaneo e casuale, volle che ogni proprio tratto fosse meditato e rimeditato».
Per il pittore Delacroix, Leonardo «giunge senza errori, senza debolezze, senza esagerazioni, e quasi d'un balzo, a quel naturalismo giudizioso e sapiente, lontano del pari dall'imitazione servile e da un ideale vuoto e chimerico. Cosa strana! Il più metodico degli uomini, colui che fra i maestri del suo tempo si è maggiormente occupato dei metodi di esecuzione, che li ha insegnati con tanta precisione che le opere dei suoi migliori allievi sono sempre confuse con le sue, quest'uomo, la cui maniera è così tipica, non ha retorica. Sempre attento alla natura, consultandola senza tregua, non imita mai sé stesso; il più dotto dei maestri è anche il più ingenuo, e nessuno dei suoi emuli, Michelangelo e Raffaello, merita quanto lui tale elogio».
Scrive Hippolyte Taine che «non c'è forse al mondo un esempio di genio così universale, inventivo, incapace di contentarsi, avido d'infinito e naturalmente raffinato, proteso in avanti, al di là del suo secolo e di quelli successivi. Le sue figure esprimono una sensibilità e uno spirito incredibili; traboccano d'idee e di sensazioni inespresse. Vicino ad esse, i personaggi di Michelangelo non sono che atleti eroici; le vergini di Raffaello non sono che placide fanciulle, la cui anima addormentata non ha vissuto. Le sue, sentono e pensano con ogni tratto del viso e della fisionomia; ci vuole un certo tempo per stabilire un dialogo con loro: non che il sentimento che esse esprimono sia troppo poco definito; al contrario, esso scaturisce dall'intero aspetto, ma è troppo sottile, troppo complicato, troppo al fuori e al di là del comune, impenetrabile e inesplicabile. L'immobilità e il silenzio di esse lasciano indovinare due o tre pensieri sovrapposti, e altri ancora, celati dietro quello più lontano; s'intravede confusamente questo mondo intimo e segreto, come una delicata vegetazione sconosciuta sotto la profondità di un'acqua trasparente».
Per il Wölfflin, «è il primo artista che abbia studiato sistematicamente le proporzioni nel corpo degli uomini e degli animali e si sia reso conto dei rapporti meccanici, nell'andare, nel salire, nel sollevare pesi e nel portare oggetti; ma anche quello che ha scoperto le più lontane caratteristiche fisionomiche, meditando coordinatamente sopra l'espressione dei moti dell'animo. Il pittore è per lui il chiaro occhio del mondo, che domina tutte le cose visibili».
Per Octave Sirén Leonardo «fu fiorentino fino al midollo, benché più sagace, più duttile, più intelligente dei suoi predecessori. più tardi s'interessò ai problemi pittorici via via che andava approfondendo quelli scientifici; dal che deriva la presenza, nella sua arte, di tendenze nuove e di tratti sconosciuti ai suoi contemporanei. Il passaggio dai dettagli precisi, dai contorni netti, alle gradazioni del chiaroscuro, alla corposità dello sfumato, riassume una tendenza generale nella pittura del Rinascimento; ma ciò che attorno a Leonardo non si attuò prima di due o tre generazioni, in lui divenne maturo nello spazio di venti o trent'anni».
Per Emilio Cecchi «da lui ebbe origine una pittura d'intensità insuperata, dove il rude chiaroscuro e luminismo di Masaccio è genialmente dedotto in una quantità di espressione plastica che, se ancora una volta dobbiamo richiamarci al ricordo della Grecia, non si può confrontare che alla grazia misteriosa e sublime della scultura prassitelica»
Per André Chastel, premessa la precarietà e l'ambiguità della stessa vita umana, il «senso di una posizione ambigua dell'uomo tra l'orribile e lo squisito, fra il certo e l'illusorio, si è accentuato in Leonardo con gli anni: c'è nella sua opera pittorica uno sviluppo parallelo del chiaroscuro. Il principio di esso era anzitutto l'interesse del contrasto che valorizza i termini opposti [...] egli si è dunque compiaciuto di far scivolare insensibilmente le dolci luci nelle ombre deliziose, risolvendo in questo modo il conflitto fra disegno e modellato [...] Dichiarando che, come Giotto e Masaccio, si deve essere unicamente figli della natura egli intende affermare che tutti i problemi della pittura, a tutti i gradi, devono essere ripensati integralmente. Lo sfumato risolve le difficoltà del disegno e ottiene l'unità delle forme entro lo spazio avvolgendole nell'atmosfera».
Per l'Argan, infine, in Leonardo «tutto è immanenza. L'esperienza della realtà deve essere diretta, non pregiudicata da alcuna certezza a priori: non l'autorità del dogma e delle scritture, non la logica dei sistemi filosofici, non la perfezione degli antichi. Ma la realtà è immensa, possiamo coglierla solo nei fenomeni particolari [...] e il fenomeno vale quando, nel particolare, manifesta la totalità del reale». Se nell'arte di Michelangelo predomina il sentimento morale, per cui dalla natura occorre riscattare la nostra esistenza spirituale con la quale siamo legati a Dio, in Leonardo predomina il sentimento della natura, «quello per cui sentiamo il ritmo della nostra vita pulsare all'unisono con quello del cosmo».

La pittura e la scienza
Una raccolta di manoscritti di Leonardo, redazione estremamente abbreviata di quella messa insieme dall'allievo ed erede Francesco Melzi, apparve per la prima volta a Parigi nel 1651, con incisioni tratte da disegni di Nicolas Poussin, grazie al precedente impegno di Cassiano dal Pozzo, insieme con la traduzione francese; un'altra edizione italiana del Trattato della Pittura apparve a Napoli nel 1733.
Copie di scritti di Leonardo sulla pittura circolavano già nel Cinquecento: il Vasari riferisce di un anonimo pittore milanese che gli mostrò «alcuni scritti di Lionardo, pur di caratteri scritti con la mancina a rovescio, che trattano della pittura e de' modi del disegno e del colorire»; Benvenuto Cellini possedeva scritti di Leonardo sulla prospettiva. Leonardo studiò anche per primo in Europa la possibilità di proiettare immagini dal vero su un foglio dove potevano essere facilmente ricopiate, con la cosiddetta camera oscura leonardiana.
La pittura, per Leonardo, è scienza, rappresentando «al senso con più verità e certezza le opere di natura», mentre «le lettere rappresentano con più verità le parole al senso». Ma, aggiunge Leonardo riprendendo un concetto aristotelico, è «più mirabile quella scienza che rappresenta le opere di natura, che quella che rappresenta [...] le opere degli uomini, com'è la poesia, e simili, che passano per la umana lingua».
Fra le scienze la pittura «è la prima; questa non s'insegna a chi natura nol concede, come fan le matematiche, delle quali tanto ne piglia il discepolo, quanto il maestro gliene legge. Questa non si copia, come si fa le lettere [...] questa non s'impronta, come si fa la scultura [...] questa non fa infiniti figliuoli come fa i libri stampati; questa sola si resta nobile, questa sola onora il suo autore, e resta preziosa e unica, e non partorisce mai figliuoli uguali a sé».
Gli scrittori a torto non hanno considerato la pittura nel novero delle arti liberali, dal momento che essa non solo «alle opere di natura, ma ad infinite attende, che natura mai creò». E non è colpa della pittura se i pittori non hanno saputo mostrare la sua dignità di scienza, poiché essi non fanno professione di scienza e «perché la lor vita non basta ad intender quella».
«Il primo principio della scienza della pittura è il punto, il secondo è la linea, il terzo è la superficie, il quarto è il corpo [...] il secondo principio della pittura è l'ombra»; e si estende alla prospettiva, che tratta della diminuzione dei corpi, dei colori e della «perdita della cognizione de' corpi in varie distanze». Dal disegno, che tratta della figurazione dei corpi, deriva la scienza «che si estende in ombra e lume, o vuoi dire chiaro e scuro; la qual scienza è di gran discorso».
La pittura è superiore alla scultura, non solo perché lo scultore opera «con esercizio meccanicissimo, accompagnato spesse volte da gran sudore composto di polvere e convertito in fango, con la faccia impastata, e tutto infarinato di polvere di marmo che pare un fornaio, e coperto di minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso; e l'abitazione imbrattata e piena di scaglie e di polvere di pietre», mentre il pittore «con grande agio siede dinanzi alla sua opera ben vestito e muove il lievissimo pennello co' vaghi colori, ed ornato di vestimenti come a lui piace; ed è l'abitazione sua piena di vaghe pitture, e pulita, ed accompagnata spesse volte di musiche, o lettori di varie e belle opere, le quali senza strepito di martelli od altro rumore misto, sono con gran piacere udite»; lo è soprattutto perché il pittore «ha dieci vari discorsi, co' quali esso conduce al fine le sue opere, cioè luce, tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete», mentre lo scultore deve solo considerare «corpo, figura, sito, moto e quiete; nelle tenebre o luce non s'impaccia, perché la natura da sé le genera nelle sue sculture; del colore nulla».
E la pittura supera anche la poesia, perché mostra fatti, non parole; la pittura «non parla, ma per sé si dimostra e termina ne' fatti; e la poesia finisce in parole, con le quali come briosa sé stessa lauda».

Lo scienziato
«So bene che, per non essere io letterato, che alcuno prosuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll'allegare io essere omo sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch'io potrei, sì come Mario rispose contro a' patrizi romani, io sì rispondere, dicendo: ”Quelli che dall'altrui fatiche se medesimi fanno ornati, le mie a me medesimo non vogliono concedere”. Or non sanno questi che le mie cose son più da esser tratte dalla sperienza, che d'altrui parola, la quale fu maestra di chi bene scrisse, e così per maestra la piglio e quella in tutti i casi allegherò » (Codice Atlantico a 119 v)
"Omo sanza lettere" sta per uomo che non conosce il latino: ma non gli occorre la conoscenza del latino perché «Io ho tanti vocaboli nella mia lingua materna, ch'i' m'ho piuttosto da doler del bene intendere le cose, che del mancamento delle parole, colle quali bene esprimere il concetto della mente mia»; e se il volgare ha piena capacità di esprimere ogni concetto, il problema resta quello della verità di ciò che si argomenta.
Una prima verità si trae dall'esperienza diretta della natura, dall'osservazione dei fenomeni: «molto maggiore e più degna cosa a leggere» non è allegare l'autorità di autori di libri ma allegare l'esperienza, che è la maestra di quegli autori. Coloro che argomentano citando l'autorità di altri scrittori vanno gonfi «e pomposi, vestiti e ornati, non delle loro, ma delle altrui fatiche; e le mie a me medesimo non concedano; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati».
Se poi costoro lo criticano sostenendo che «le mie prove esser contro all'alturità d'alquanti omini di gran riverenza appresso a' loro inesperti iudizi», è perché non considerano che «le mie cose esser nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera».
«Io credo che invece che definire che cosa sia l'anima, che è una cosa che non si può vedere, molto meglio è studiare quelle cose che si possono conoscere con l'esperienza, poiché solo l'esperienza non falla. E laddove non si può applicare una delle scienze matematiche, non si può avere la certezza.»
Se l'esperienza fa conoscere la realtà delle cose, non dà però ancora la necessità razionale dei fenomeni, la legge che è nascosta nelle manifestazioni delle cose: «la natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei infusamene vive» e «nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione e non ti bisogna sperienza», nel senso che una volta che si sia compresa la legge che regola quel fenomeno, non occorre più ripeterne l'osservazione; l'intima verità del fenomeno è raggiunta.
Le leggi che regolano la natura si esprimono mediante la matematica: «Nissuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, s'essa non passa per le matematiche dimostrazioni», restando fermo il principio per il quale «se tu dirai che le scienze, che principiano e finiscano nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si niega, per molte ragioni; e prima, che in tali discorsi mentali non accade sperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza».
Il rifiuto della metafisica non poteva essere espresso in modo più netto. Anche la sua concezione dell'anima consegue dall'approccio naturalistico delle sue ricerche:
«nelle sue [della natura] invenzioni nulla manca e nulla è superfluo; e non va con contrapesi, quando essa fa li membri atti al moto nelli corpi delli animali, ma vi mette dentro l'anima d'esso corpo contenitore, cioè l'anima della madre, che prima compone nella matrice la figura dell'uomo e al tempo debito desta l'anima che di quel debbe essere abitatore, la qual prima restava addormentata e in tutela dell'anima della madre, la qual nutrisce e vivifica per la vena umbilicale» e con prudente ironia aggiunge che «il resto della difinizione dell'anima lascio ne le menti de' frati, padri de' popoli, li quali per ispirazione sanno tutti i segreti. Lascio star le lettere incoronate [le Sacre Scritture] perché son somma verità».
Ma ribadisce:
«E se noi dubitiamo della certezza di ciascuna cosa che passa per i sensi, quanto maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli ad essi sensi, come dell'essenza di Dio e dell'anima e simili, per le quali sempre si disputa e contende. E veramente accade che sempre dove manca la ragione suppliscono le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe».
Riconosce validità allo studio dell'alchimia, «partoritrice delle cose semplici e naturali», considerata non già un'arte magica ma «ministratrice de' semplici prodotti della natura, il quale uffizio fatto esser non può da essa natura, perché in lei non è strumenti organici, colli quali essa possa operare quel che adopera l'omo mediante le mani», ossia scienza dalla quale l'uomo, partendo dagli elementi semplici della natura, ne ricava dei composti, come un moderno chimico; l'alchimista non può però creare alcun elemento semplice, come testimoniano gli antichi alchimisti, che mai «s'abbatero a creare la minima cosa che crear si possa da essa natura» e sarebbero stati meritevoli dei massimi elogi se «non fussino stati inventori di cose nocive, come veneni e altre simili ruine di vita e di mente».
E invece aspramente censore della magia, la «negromanzia, stendardo ovver bandiera volante mossa dal vento, guidatrice della stolta moltitudine». I negromanti «hanno empiuti i libri, affermando che l'incanti e spiriti adoperino e sanza lingua parlino, e sanza strumenti organici, sanza i quali parlar non si pò, parlino e portino gravissimi pesi, faccino tempestare e piovere, e che li omini si convertano in gatte, lupi e bestie, benché in bestia prima entran quelli che tal cosa affermano».
Leonardo è conosciuto soprattutto per i suoi dipinti, per i suoi studi sul volo, ma molto meno per cento altre cose in cui è stato invece un vero precursore, come per esempio nel campo della geologia.
È stato tra i primi, infatti, a capire che cos'erano i fossili, e perché si trovavano fossili marini in cima alle montagne. Contrariamente a quanto si riteneva fino a quel tempo, cioè che si trattasse della prova del diluvio universale, l'evento biblico che avrebbe sommerso tutta la terra, monti compresi, Leonardo immaginò la circolazione delle masse d'acqua sulla terra, alla stregua della circolazione sanguigna, con un lento ma continuo ricambio, arrivando quindi alla conclusione che i luoghi in cui affioravano i fossili, un tempo dovevano essere stati dei fondali marini. Anche se con ragionamenti molto originali, la conclusione di Leonardo era sorprendentemente esatta.
Il contributo di Leonardo a quasi tutte le discipline scientifiche, fu decisivo: anche in astronomia ebbe intuizioni fondamentali, come sul calore del Sole, sullo scintillio delle stelle, sulla Terra, sulla Luna, sulla centralità del Sole, che ancora per tanti anni avrebbe suscitato contrasti ed opposizioni. Ma nei suoi scritti si trovano anche esempi che mostrano la sua capacità di rendere in modo folgorante certi concetti difficili; a quel tempo si era ben lontani dall'aver capito le leggi di gravitazione, ma Leonardo già paragonava i pianeti a calamite che si attraggono vicendevolmente, spiegando così molto bene il concetto di attrazione gravitazionale. In un altro suo scritto, sempre su questo argomento, fece ricorso ad un'immagine veramente suggestiva; dice Leonardo: immaginiamo di fare un buco nella terra, un buco che l'attraversi da parte a parte passando per il centro, una specie di "pozzo senza fine"; se si lancia un sasso in questo pozzo, il sasso oltrepasserebbe il centro della terra, continuando per la sua strada risalendo dall'altra parte, poi tornerebbe indietro e dopo aver superato nuovamente il centro, risalirebbe da questa parte. Questo avanti e indietro durerebbe per molti anni, prima che il sasso si fermi definitivamente al centro della Terra. Se questo spazio fosse vuoto, cioè totalmente privo d'aria, si tratterebbe, in teoria, di un possibile, apparente, modello di moto perpetuo, la cui possibilità, del resto, Leonardo nega, scrivendo che «nessuna cosa insensibile si moverà per sé, onde, movendosi, fia mossa da disequale peso; e cessato il desiderio del primo motore, subito cesserà il secondo».
Anche nella botanica, Leonardo compì importanti osservazioni: per primo, si accorse che le foglie non sono disposte in modo casuale sui rami, ma secondo leggi matematiche, formulate poi solo tre secoli più tardi; è una crescita infatti, quella delle foglie, che evita la sovrapposizione per usufruire della maggiore quantità di luce. Scoprì che gli anelli concentrici nei tronchi indicano l'età della pianta, osservazione confermata da Marcello Malpighi più di un secolo dopo.
Osservò anche l'eccentricità nel diametro dei tronchi, dovuta al maggior accrescimento della parte in ombra. Soprattutto scoprì per primo il fenomeno della risalita dell'acqua dalle radici ai tronchi per capillarità, anticipando il concetto di linfa ascendente e discendente. A tutto questo si aggiunse un esperimento che anticipava di molti secoli le colture idropiniche: avendo studiato idraulica, Leonardo sapeva che per far salire l'acqua bisognava compiere un lavoro, quindi anche nelle piante in cui l'acqua risale attraverso le radici doveva compiersi una sorta di lavoro. Per comprendere il fenomeno, quindi, tolse la terra mettendo la pianta direttamente in acqua, osservando che la pianta riusciva a crescere, anche se più lentamente.
Si può trarre un conclusivo giudizio sulla posizione che spetti a Leonardo nella storia della scienza citando Sebastiano Timpanaro:
«Leonardo da Vinci attinge dai Greci, dagli Arabi, da Giordano Nemorario, da Biagio da Parma, da Alberto di Sassonia, da Buridano, dai dottori di Oxford, dal precursore ignoto del Duhem, ma attinge idee più o meno discutibili. È sua e nuova la curiosità per ogni fenomeno naturale e la capacità di vedere a occhio nudo ciò che a stento si vede con l'aiuto degli strumenti. Per questo suo spirito di osservazione potente ed esclusivo, egli si differenzia dai predecessori e da Galileo. I suoi scritti sono essenzialmente non ordinati e tentando di tradurli in trattati della più pura scienza moderna, si snaturano. Leonardo (bisogna dirlo ad alta voce) non è un super-Galileo: è un grande curioso della natura, non uno scienziato-filosofo. Può darsi che qualche volta vada anche più oltre di Galileo, ma ci va con un altro spirito. Dove Galileo scriverebbe un trattato, Leonardo scrive cento aforismi o cento notazioni dal vero; mentre Galileo è tanto coerente da diventare in qualche momento conseguenziario. Leonardo guarda e nota senza preoccuparsi troppo delle teorie. Molte volte registra il fatto senza nemmeno tentare di spiegarlo».

L'inventore
Il 25 novembre 1796 i manoscritti di Leonardo sottratti alla Biblioteca Ambrosiana giungevano a Parigi e dalla loro analisi il fisico italiano Giovanni Battista Venturi, allora in Francia, traeva un Essai sur les ouvrages physico-mathématiques de Leonard de Vinci, escludendo da questo gli studi vinciani sul volo, giudicandoli probabilmente solo una bizzarria chimerica.
Nel 1486 Leonardo aveva espresso la sua fede nella possibilità del volo umano: «potrai conoscere l'uomo colle sue congegnate e grandi alie, facendo forza contro alla resistente aria, vincendo, poterla soggiogare e levarsi sopra di lei». Dal 14 marzo al 15 aprile 1505 scrive parte di quello che doveva essere un organico Trattato delli Uccelli, dal quale avrebbe voluto estrarre il segreto del volo, estendendo nel 1508 i suoi studi all'anatomia degli uccelli e alla resistenza dell'aria e, verso il 1515, vi aggiunge lo studio della caduta dei gravi e i moti dell'aria.
Chiama moto strumentale il volo umano realizzato con l'uso di una macchina: individua nel paracadute il mezzo più semplice di volo: «Se un uomo ha un padiglione di pannolino intasato, che sia di 12 braccia per faccia e alto 12, potrà gittarsi d'ogni grande altezza sanza danno di sé». Dall'analogia col peso e l'apertura alare degli uccelli, cerca di stabilire l'apertura alare che la macchina dovrebbe avere e quale forza dovrebbe essere impiegata per muoverla e sostenerla.
La fede di Leonardo nel volo umano sembra essere rimasta immutata per tutta la sua vita, malgrado gli insuccessi e l'obiettiva difficoltà dell'impresa: «Piglierà il primo volo il grande uccello sopra del dosso del suo magno Cecero (il monte Ceceri, presso Firenze), empiendo l'universo di stupore, empiendo di sua fama tutte le scritture e gloria eterna al loco dove nacque». Un esperimento in tale senso si svolse veramente e fece da cavia il suo amico Tommaso Masini.
I suoi appunti contengono numerose invenzioni in campo militare: gli scorpioni, una macchina «la quale po' trarre sassi, dardi, sagitte» che può anche distruggere la macchine nemiche; i cortaldi, cannoncini da usare contro le navi; le serpentine, adatte contro le «galee sottili, per poter offendere il nimico di lontano. Vole gittare 4 libre di piombo»; le zepate, zattere per incendiare le navi nemiche ormeggiate in porto, e progetta navi con spuntoni che rompano le carene nemiche e bombe incendiarie composte di carbone, salnitro, zolfo, pece, incenso e canfora, un fuoco che «è di tanto desiderio di brusare, che seguita il legname sin sotto l'acqua».
Un altro progetto avrebbe compreso il palombaro - vi è chi ha pensato addirittura al sottomarino - a proposito del quale scrive però di non volerlo divulgare «per le male nature delli omini, li quali userebbono li assassinementi ne' fondi mari col rompere i navili in fondo e sommergerli insieme colli omini che vi son dentro».
Pensa all'attuale bicicletta, all'elicottero, un modello del quale è stato realizzato nel parco del castello di Clos-Lucé, a un apparecchio a ruote dentate che è stato interpretato come il primo calcolatore meccanico, a un'automobile spinta da un meccanismo a molla e a un telaio automatico, ricostruito dal Museo nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, che tesse 2 centimetri di tela al minuto.
Negli anni trascorsi in Vaticano progettò un uso industriale dell'energia solare, mediante l'utilizzo di specchi concavi per riscaldare l'acqua.

Gli studi d'anatomia
Gli scritti di anatomia precedenti l'opera leonardesca, come quelli di Mondino de' Luzzi o di Guy de Chauliac, riproponevano la tradizione di Galeno ed erano pertanto privi di ogni verifica sperimentale.
L'insaziabile desiderio di conoscere, di capire tutto ciò che vedeva, portava Leonardo ad esplorare, spesso per primo, ogni cosa. Anche il corpo umano. Questa macchina perfetta, ben più complicata delle sue macchine fatte di ingranaggi, lo affascinava; voleva capire cosa c'è dentro, come funziona e cosa succede quando si ferma definitivamente con la morte. Per questo, prima a Milano, alla fine del Quattrocento, e poi a Firenze, agli inizi del Cinquecento, si recava negli obitori, e usando forbici e bisturi sezionava cadaveri; almeno 30, secondo quanto riportano i suoi contemporanei.
Nei suoi disegni mostra anche gli strumenti allora usati dai chirurghi, seghe e divaricatori. L'anatomia era ancora ai primordi, le idee sul corpo umano erano molto confuse. Egli può, a buon diritto, essere considerato il fondatore di tale scienza, unitamente almeno con il belga Andrea Vesalio (1514-1564), la cui opera De humani corporis fabrica doveva apparire nel 1543.
È noto l'appunto su una di queste sue esperienze fiorentine: «questo vecchio, di poche ore innanzi la sua morte, mi disse lui passare i cento anni, e che non si sentiva alcun mancamento ne la persona, altro che debolezza; e così standosi a sedere sopra uno letto nello Spedale di Santa Maria Nova di Firenze, sanza altro movimento o seguito d'alcuno accidente, passò di questa vita. E io ne feci notomia, per vedere la causa di sì dolce morte».
Leonardo studiò anatomia in tre distinti periodi: a Milano, tra il 1480 e il 1490, se ne occupò, interessandosi in particolare dei muscoli e delle ossa, in funzione della propria attività artistica; successivamente a Firenze, tra il 1502 e il 1507, si applicò in particolare della meccanica del corpo, e infine, dal 1508 al 1513, a Milano e a Roma, s'interessò allo studio degli organi interni e della circolazione del sangue.
Leonardo fu il primo a rappresentare l'interno del corpo umano con una serie di disegni; si trattava anche di un modo del tutto nuovo per "guardare dentro" il corpo, rompendo tra l'altro, antichi tabù. Sono centinaia i disegni conservati oggi al castello di Windsor e di proprietà della regina d'Inghilterra, che visualizzano quello che prima era soltanto descritto a parole e in modo poco chiaro. Scrisse Leonardo: «Con quali lettere descriverai questo core, che tu non empia un libro, e quanto più lungamente scriverai alla minuta, tanto più confonderai la mente dello uditore, e sempre avrai bisogno di sponitori o di ritornare alla sperienzia, la quale in voi è brevissima e dà notizie di poche cose rispetto al tutto del subbietto di che desideri integrar notizia».
Leonardo inventò l'illustrazione anatomica. Non solo, inventò anche un modo di illustrare che ancora oggi viene usato dai moderni disegnatori, la cosiddetta "immagine esplosa": un esempio si ha guardando come Leonardo rappresentava una testa sezionata, disegnando il cranio e il cervello in sequenza in modo da mostrare come entrano l'uno dentro l'altro. Studiò le ossa, i muscoli, le arterie, le vene, i capillari; riuscì a capire le alterazioni senili e persino ad intuire l'arteriosclerosi. Gli sfuggì invece il ruolo del cuore, studiato a Roma fino al 1513: «Tutte le vene e arterie nascano dal core, e la ragione è che la maggiore grossezza che si trovi in esse vene e arterie è nella congiunzione che esse hanno col core, e quanto più se removano dal core, più si assottigliano e si dividano in più minute ramificazioni» e questa convinzione gli deriva dall'analogia con le piante, le quali hanno le radici nella loro parte inferiore ingrossata: «è manifesto che tutta la pianta ha origine da tale grossezza, e per conseguenza le vene hanno origine dal core, dov'è la lor maggior grossezza»
Allo stesso modo i suoi studi di botanica lo sviarono, facendogli ritenere che la circolazione sanguigna funzionasse come la linfa delle piante, con una linfa ascendente e una discendente. Del cuore aveva bensì individuato la natura di muscolo: «il core è un muscolo principale di forza, ed è potentissimo sopra li altri muscoli» ma anche come equivalente di una stufa per dare calore al corpo: «Il caldo si genera per il moto del core; e questo si manifesta perché, quando il cor più veloce si move, il caldo più multiplica, come c'insegna il polso de' febbricitanti, mosso dal battimento del core»
Tra i suoi disegni anatomici, i più spettacolari ed impressionanti rimangono comunque quelli che mostrano un feto prima della nascita: erano immagini del tutto nuove per l'epoca e, certamente, sconvolgenti.
Leonardo studiò anche i meccanismi dell'occhio per capire come funziona la visione tridimensionale, dovuta alla sovrapposizione di due immagini leggermente sfalsate. Fece bollire un occhio di bue in una chiara d'uovo, in modo da poterlo sezionare e vedere ciò che si trova all'interno. Scoprì così la retina e il nervo ottico, e riportò queste osservazioni nei suoi disegni.

Le opere idrauliche
Nel Seicento, Francesco Arconati, figlio del conte Galeazzo, trasse dagli scritti vinciani da questi donati alla Biblioteca Ambrosiana, un trattato che intitolò Del moto e misura dell'acqua, che tuttavia verrà pubblicato solo nel 1826.
Sappiamo che Leonardo si dedicò a studi idraulici a partire dalla sua permanenza a Milano, già ricca di navigli, e in Lombardia, solcata da un'ampia rete di canali.
Non si conoscono opere realizzate su suoi progetti; alcuni di questi, particolarmente grandiosi, sono attestati dai suoi scritti: un canale che unisca Firenze con il mare, ottenuto regolando il corso dell'Arno; il prosciugamento delle Paludi Pontine, nel Lazio, che si sarebbe dovuto realizzare deviando il corso del fiume Ufente; la canalizzazione della regione francese della Sologne, con la deviazione del fiume Cher, presso Tours; collaborò con la Repubblica di Venezia per la sistemazione dell'assetto del fiume Brenta, per evitarne le inondazioni e renderlo navigabile.
Leonardo progettò anche macchine per lo sfruttamento dell'energia idraulica, per il prosciugamento e per l'innalzamento delle acque. Secondo il suo costume, egli studia la natura dell'acqua: «infra i quattro elementi il secondo men grieve e di seconda volubilità. Questa non ha mai requie insino che si congiunge al suo marittimo elemento dove, non essendo molestata dai venti, si stabilisce e riposa con la sua superfizie equidistante al centro del mondo», la sua origine, il movimento, certe caratteristiche, come la schiuma: «l'acqua che da alto cade nell'altra acqua, rinchiude dentro a sé certa quantità d'aria, la quale mediante il colpo si sommerge con essa e con veloce moto resurge in alto, pervenendo a la lasciata superfizie vestita di sottile umidità in corpo sperico, partendosi circularmente dalla prima percussione».
Osserva gli effetti ottici sulla superficie dell'acqua e trova che «il simulacro del sole si dimostrerrà più lucido nell'onde minute che nelle onde grandi» e che «il razzo del sole, passato per li sonagli [le bolle] della superfizie dell'acqua, manda al fondo d'essa acqua un simulacro d'esso sonaglio che ha forma di croce. Non ho ancora investigato la causa, ma stimo che per cagion d'altri piccoli sonagli che sien congiunti intorno a esso sonaglio maggiore».
Si occupa dei fossili che si trovano sui monti e ironizza con coloro che credono nel Diluvio universale: «Della stoltizia e semplicità di quelli che vogliono che tali animali fussin in tal lochi distanti dai mari portati dal diluvio. Come altra setta d'ignoranti affermano la natura o i celi averli in tali lochi creati per infrussi celesti [...] e se tu dirai che li nichi [ le conchiglie ] che per li confini d'Italia, lontano da li mari, in tanta altezza si vegghino alli nostri tempi, sia stato per causa del diluvio che lì li lasciò, io ti rispondo che credendo che tal diluvio superassi il più alto monte di 7 cubiti - come scrisse chi 'l misurò! - tali nichi, che sempre stanno vicini a' liti del mare, doveano stare sopra tali montagne, e non sì poco sopra la radice de' monti».
È convinto che con il tempo la terra finirà con l'essere completamente sommersa dall'acqua: «Perpetui son li bassi lochi del fondo del mare, e il contrario son le cime de' monti; séguita che la terra si farà sperica e tutta coperta dall'acque, e sarà inhabitabile».

L'ingegneria civile e l'architettura di Leonardo
Scrive il Vasari che Leonardo «nell'architettura ancora fe' molti disegni così di piante come d'altri edifizii e fu il primo ancora che, giovanetto, discorresse sopra il fiume Arno per metterlo in canale da Pisa a Fiorenza», testimonianza che, a parte che nell'occasione del progetto di deviazione dell'Arno, avvenuto nel 1503, Leonardo non era affatto "giovanetto", mostra che gli interessi di Leonardo o le richieste a lui rivolte riguardavano soprattutto progetti di idraulica o di ingegneria militare. In compenso, nella nota lettera indirizzata a Ludovico il Moro nel 1492, Leonardo vanta le sue competenze di natura militare ma aggiunge che in tempo di pace crede di «satisfare benissimo a paragone de omni altro in architectura, in composizione di edifici pubblici e privati, et in conducer acqua de uno loco ad un altro».
A Milano avrà in effetti solo il titolo di "ingegnarius" mentre, nel suo secondo soggiorno fiorentino, potrà fregiarsi del titolo di architetto e pittore.
È certo che per l'approfondimento delle nozioni ingegneristiche si giovasse della conoscenza personale del senese Francesco di Giorgio Martini e dei suoi scritti: possiede e postilla una copia del suo Trattato di architettura militare e civile; progetta fortificazioni con bastioni spessi e irti di angoli che possano opporsi alle artiglierie nemiche.
Sono noti suoi disegni tanto per la cupola del Duomo di Milano come per edifici signorili, per i quali pensa a giardini pensili e a innovative soluzioni interne, quali scale doppie e quadruple e nell'interno delle case «col molino farò generare vento d'ogni tempo della state; farò elevare l'acqua surgitiva e fresca, la quale passerà pel mezzo delle tavole divise [...] e altra acqua correrà pel giardino, adacquando li pomeranci e cedri ai lor bisogni [...] farassi, mediante il molino, molti condotti d'acque per casa, e fonti in diversi lochi, e alcuno transito dove, chi vi passerà, per tutte le parti di sotto salterà l'acque allo insù».
Ma si occupa anche della moderna ideazione di "una polita stalla", per giungere a immaginare una città ideale, strutturata su più livelli stradali, ove al livello inferiore scorressero i carri, e in quello superiore avessero agio i pedoni.
Nel 1502 Leonardo da Vinci produsse il disegno di un ponte a campata unica di 300 metri, come parte di un progetto di ingegneria civile per il Sultano ottomano Bayazed II. Era previsto che un pilone del ponte sarebbe stato collocato su uno degli ingressi alla bocca del Bosforo, il Corno d'Oro, ma non fu mai costruito. Il governo turco, nei primi anni del XXI secolo ha deciso la costruzione di un ponte che segua il progetto leonardesco.

La personalità di Leonardo
I contemporanei riferivano di una presunta omosessualità di Leonardo, a partire dalla denuncia anonima del 1476 (per altro conclusasi con assoluzione), dalla mancanza di relazioni con donne e dal rapporto con i suoi allievi Melzi e Caprotti, molto più giovani di lui e avvenenti.
Dalla nota dello stesso Leonardo, «ne la mia prima ricordazione della mia infanzia è mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venissi a me e mi aprissi la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra», derivò l'interpretazione di Sigmund Freud, nel suo libro Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, pubblicato nel 1910, come fantasia di un atto sessuale orale, mentre il nibbio rappresenterebbe androginicamente la madre; dalla curiosità sessuale infantile dell'artista deriverebbe la sua curiosità artistica e scientifica mai soddisfatta e conclusa.
Se l'omosessualità di Leonardo resta probabile per quanto non certa, la sua irreligiosità e scetticismo sono indubbi, legati alle osservazioni del Vasari, per il quale «tanti furono i suoi capricci, che filosofando de le cose naturali, attese a intendere la proprietà delle erbe, continuando et osservando il moto del cielo, il corso della luna e gli andamenti del sole. Per il che fece ne l'animo un concetto sì eretico, che è non si accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più lo esser filosofo che cristiano».
L'Aretino, secondo il suo costume di inventare anche fatti che rendessero edificante la vita dei biografati per i quali provava stima e simpatia, scrive che «vedendosi vicino alla morte, disputando de le cose cattoliche, ritornando nella via buona, si ridusse a la fede cristiana con molti pianti. Laonde confesso e contrito, se bene è non poteva reggersi in piedi, volse devotamente pigliare il Santissimo Sacramento fuor de 'l letto», morendo poi nelle braccia del re Francesco I.
Molte sue note mostrano disprezzo verso gli uomini di Chiesa: sui preti che dicono messa: «Molti fien quelli che, per esercitare la loro arte, si vestiran ricchissimamente, e questo parrà esser fatto secondo l'uso de' grembiuli»; sulle chiese: «Assai saranno che lasceranno li esercizi e le fatiche e povertà di vita e di roba, e andranno abitare nelle ricchezze e trionfanti edifizi, mostrando questo esser il mezzo di farsi amico a Dio»; sul vendere il Paradiso: «Infinita moltitudine venderanno pubblica e pacificamente cose di grandissimo prezzo, senza licenza del padrone di quelle, e che mai non furon loro, né in lor potestà, e a questo non provvederà la giustizia umana» o anche «Le invisibili monete [ le promesse di vita eterna ] faran trionfare molti spenditori di quelle»; o sui conventi: «Quelli che saranno morti [ i santi ], dopo mille anni, fien quelli che daranno le spese a molti vivi [ i frati ]»; o ironizza sui riti: «Quelli che con vestimente bianche andranno con arrogante movimento minacciando con metallo e foco [ il turibolo con l'incenso ] chi non faceva lor detrimento alcuno» e sulla devozione delle immagini: «Parleranno li omini alli omini che non sentiranno; aran gli occhi aperti e non vedranno; parleranno a quelli e non fie lor risposto; chiederan grazie a chi arà orecchi e non ode; faran lume a chi è orbo».
Il Vasari riferisce della sua generosità, della sua grandezza d'animo e del suo orgoglio: «andando al banco per la provvisione ch'ogni mese da Pier Soderini soleva pigliare, il cassiere gli volse dare certi cartocci di quattrini, ed egli non li volse pigliare, rispondendogli: "Io non sono dipintore da quattrini"»; della piacevolezza della sua conversazione e del suo amore per gli animali: «spesso passando dai luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandogli di gabbia, e pagatogli a chi li vendeva il prezzo che n'era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendogli la perduta libertà». E questa sua compassione e tenerezza nei confronti degli animali si lega la notizia, riferita da Andrea Corsali, sul fatto che Leonardo fosse vegetariano.
Ma dai suoi scritti traspare l'immagine di un uomo molto meno socievole di quello che l'agiografia vasariana voglia imporre: «se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un solo compagno, sarai mezzo tuo, e tanto meno quanto sarà maggiore la indiscrezione della sua pratica. E se sarai con più, cadrai di più in simile inconveniente», e altrove scrive ancora che «salvatico è quel che si salva», e in tante parti dei suoi manoscritti appare la sfiducia e il pessimismo nei confronti dell'"umana spezie".
Considerato, per la vastità dei suoi interessi, la massima e irripetibile manifestazione del Rinascimento, Leonardo, non legato a nessuna città, Stato o principe, è il primo esempio del cosmopolitismo degli intellettuali italiani, unico in Europa, espressione di una frattura fra cultura e popolo destinata a prolungarsi fino ai nostri giorni.

Leonardo scrittore
La prosa di Leonardo viene giudicata tra le migliori del Rinascimento italiano; aliena da ogni retorica, artificio e sonorità, è tutta aderente alle cose: rifacendosi al linguaggio parlato, ha colore, robustezza, concisione, in modo da dare energia e spigliatezza all'espressione.
Per Francesco Flora, Leonardo si dimostrò inventore anche nella scrittura, tanto da apparire molto più moderno rispetto tanto ai suoi predecessori che ai suoi contemporanei: «Non diremo più il Boccaccio padre della prosa italiana [...] nel suo insieme la prosa di Boccaccio tende alla sintassi lirica [...] prosa fu quella del Convivio di Dante e d'alcune cronache e trattati; ma la prosa grande, la prima prosa grande d'Italia, è da trovare negli scritti di Leonardo: la prosa più alta del primo Rinascimento, sebbene in tutto aliena dal modello umanistico e liberamente esemplata sul comune discorso».

Dipinti
Non vi è certezza sulla attribuzione di tutti i dipinti di Leonardo. Su una quindicina di esse l'attribuzione è pressoché universale, altre sono semplicemente state realizzate a più mani (specie le prime opere di Leonardo nel periodo in cui lavorava "a bottega" dal Verrocchio). Di altre, fino ad ora attribuite ad altri artisti, recentemente gli studiosi propendono per attribuirle al maestro.

* 1706 - Georg Joseph Kamel (Brno, 21 aprile 1661 – Manila, 2 maggio 1706) è stato un gesuita, missionario e botanico ceco, nato nel Sacro Romano Impero.
Nato in Moravia, (ora nella Repubblica Ceca), è noto anche con il nome di Camellus. Carlo Linneo gli dedicò il genere Camellia.
Scrisse Herbarium aliarumque stirpium in insula Luzone Philippinarum (Le erbe e piante medicinali dell'isola di Luzon nelle Filippine), parti della quale furono pubblicate nel 1704 come appendice dell'opera Historia plantarum; species hactenus editas insuper multas noviter inventas & descriptas complectens del botanico britannico John Ray; altre parti nelle Philosophical Transactions of the Royal Society of London.
Fu dapprima inviato alle Isole Marianne nel 1683, e poi trasferito alle Filippine nel 1688, dove aprì la prima farmacia, a Manila, fornendo medicinali gratis ai meno abbienti.
L'UNESCO, nel 2006, ha nominato il suo 300mo della morte tra gli anniversari importanti nel mondo.

▪ 1857 - Alfred Louis Charles de Musset (Parigi, 11 dicembre 1810 – Parigi, 2 maggio 1857) è stato un poeta e scrittore francese.
Raffinato autore di versi e drammaturgo per il teatro, scrisse un solo romanzo a sfondo autobiografico: è considerato uno dei grandi esponenti del romanticismo francese che si avviava al decadentismo.
La sua travolgente - e tormentata - storia d'amore con la scrittrice George Sand, donna libera ed indipendente, è stata raccontata nel film del 1999 scritto e diretto da Diane Kurys, I figli del secolo (Les Enfants du Siècle), interpretato da Juliette Binoche nella parte di Sand e da Benoît Magimel in quella dello scrittore.

▪ 1945
- Martin Bormann (Wegeleben, 17 giugno 1900 – Berlino, 2 maggio 1945[1]) è stato un politico tedesco. Capo della cancelleria del NSDAP (Parteikanzlei) e segretario personale di Adolf Hitler, fu tra i membri più importanti nella gerarchia della Germania nazista.

Infanzia e gioventù
Martin Bormann nacque a Wegeleben in Germania, il 17 giugno 1900. Il padre Theodor Bormann, prussiano, fu prima sergente maggiore di un reggimento di artiglieria e successivamente impiegato delle poste. Rimasto vedovo, con due figli, si risposò con Antoine, che gli diede tre figli di cui il primo fu Martin. Nel 1904 Theodor morì e Antoine, in difficoltà economiche, si affrettò a risposarsi con Albert Vollborn, direttore di un'agenzia bancaria.
Bormann, durante la scuola superiore, si interessò di musica e del gioco degli scacchi; partecipò a vari circoli nei quali ebbe occasione di parlare della situazione ebraica mondiale e del sionismo. Lasciò presto gli studi per lavorare in una fattoria nel Mecklenburg. Durante il termine della Prima Guerra Mondiale venne arruolato come cannoniere in una sezione di artiglieria, ma non conobbe mai l'esperienza della battaglia. Nel 1922 si unì ai Freikorps. Nel marzo 1924 venne condannato ad un anno di prigione perché complice di Rudolf Höss nel brutale omicidio del suo stesso insegnante di scuola elementare, Walther Kadow, militante comunista e sospettato di aver consegnato alle autorità francesi il nazista Albert Leo Schlageter. Scontò undici mesi di reclusione e, squattrinato e senza lavoro, si unì nuovamente ai Freikorps.

Ascesa nel partito nazista
Si iscrisse al NSDAP il 17 febbraio 1927: tessera numero 60508. Il partito gli offrì l'incarico di amministratore del fondo previdenziale delle Sturmabteilung (SA). Dal1928 al 1930 fu membro del Comando Supremo delle SA. Nell'ottobre 1933 divenne Reichsleiter e in novembre membro del Reichstag. Da luglio 1933 al 1941Bormann fu segretario personale di Rudolf Hess.
Fu lui a dirigere la costruzione del famoso Kehlsteinhaus, noto come "nido dell'aquila", la fortezza progettata da Albert Speer e costruita sul picco da cui prese il nome, il Kehlstein, che sovrasta la località montuosa dell'Obersalzberg. Dimostrò di essere un uomo ligio al dovere anche a costo di essere crudele: distrusse strade e case, sfrattandone gli inquilini. Lo chalet, donato ad Hitler per il suo cinquantesimo compleanno, nonostante fosse stato disegnato secondo alcune sue direttive, non gli piacque avendo subito molti cambiamenti durante la costruzione. Il Führer, infatti, continuò a preferire la sua più piccola e modesta villetta poco distante, ilBerghof.
Bormann sostenne la repressione di tutti i gruppi organizzati di opposizione, in particolar modo delle Chiese; e di ogni influenza religiosa dal partito. Nel luglio 1938 proibì che nel partito fossero ammessi preti, il 6 giugno 1938 gli scienziati di fede cristiana, successivamente gli studenti di teologia. Lottò contro qualsiasi genere di insegnamento religioso nelle scuole. Nel 1941 emanò una circolare indirizzata ai gauleiter, ossia ai funzionari locali del partito nazionalsocialista, nella quale, senza ambiguità di sorta, sancì l'assoluta inconciliabilità tra il Nazionalsocialismo e il Cristianesimo (vi si legge, tra l'altro, che "nazionalsocialismo e cristianesimo sono incompatibili" e che i contenuti del cristianesimo "nei loro punti essenziali, sono di derivazione giudaica. Anche per questo motivo noi non abbiamo nessun bisogno del cristianesimo").
La circolare fu inclusa negli atti di accusa contro Bormann al processo di Norimberga, e venne classificata come documento 075-D. Questo è uno dei documenti che mettono in discussione la controversa tesi espressa da Richard Steigmann-Gall nel libro "il Santo Reich", secondo il quale il nazismo sarebbe un'ideologia "cristiana".
Bormann colse l'occasione di subentrare ad Hess, quando nel 1941 questi volò in Inghilterra nel tentativo di proporre una pace separata con il governo inglese. Divenne capo della Parteikanzlei e gli fu affidato il compito di amministrare il Fondo Adolf Hitler dell'industria tedesca . Il 12 aprile 1943 venne nominato ufficialmente segretario personale di Hitler. Ottenne poteri superiori a quelli del suo predecessore: controllo di tutte le leggi e le direttive emanate dal Gabinetto del Führer, e direzione del Consiglio dei ministri per la Difesa del Reich.
Il 16 luglio 1941 Bormann partecipò alla conferenza presso il Quartier Generale del Führer insieme a Göring, Rosenberg, Keitel e Lammers. Si stabilirono piani per l'annessione di territori russi e di altri Paesi dell'Est.
Partecipò a una seconda riunione l'8 maggio 1942 con Hitler, Rosenberg e Lammers sulla soppressione della libertà religiosa. Sostenne politiche sulla condizione dei prigionieri di guerra particolarmente dure e sanguinarie.
Firmò il decreto del 9 ottobre 1942 che stabiliva l'eliminazione permanente di tutti gli ebrei nel territori della Germania; quello del 1º luglio 1943 che dava controllo assoluto sugli ebrei ad Eichmann e un ultimo, del 30 settembre 1944, dove la giurisdizione di tutti i prigionieri di guerra veniva affidata ad Himmler e alle SS.
Nonostante la sua figura poco appariscente rispetto a quella di altri gerarchi, Bormann, vera "anima nera" del nazismo, fu un uomo dal grande potere, soprattutto nel periodo della Seconda Guerra Mondiale. Come testimonia Albert Speer nelle sue memorie, la sua influenza su Hitler fu totale e divenne il filtro fra il Führer e il mondo esterno, l'interprete delle sue volontà.
La sua influenza negativa su Hitler, portò spesso a scelte errate ed illogiche ai fini del decorso della guerra, tanto che in molti credettero erroneamente che egli fosse persino una spia di Stalin, rifugiatosi poi con i russi. Per quanto inverosimile fosse questa versione della sua scomparsa, ne esce tuttavia un quadro che evidenzia come molti generali tedeschi erano propensi a considerare Bormann, come il migliore alleato di Stalin, alla luce delle scelte in battaglia che egli faceva fare a Hitler.
Nell'inutile tentativo di arginare il potere negativo di Bormann presso il Führer, Speer, Göring e Goebbels cercarono di coalizzarsi per metterlo in difficoltà di fronte a Hitler. Il tentativo non andò a buon fine, in parte a causa di una certa conflittualità che esisteva tra Goebbels e Göring, quest'ultimo sempre più distante dalla realtà, a causa dell'assunzione di morfina.
Bormann, negli ultimi giorni della dittatura nazista, firmò il testamento politico di Hitler e fu testimone delle nozze del Führer con Eva Braun.

La famiglia Bormann
Bormann sposò nel 1929 Gerda, figlia di Walter Buch, giudice del tribunale del partito nazista. I suoi testimoni di nozze furono Hess e Hitler. Quest'ultimo fu anche il padrino del primo figlio della coppia. Martin e Gerda Bormann, morta di cancro nel 1946 nell'Alto Adige, ebbero dieci figli.

La morte
Bormann fu giudicato colpevole al processo di Norimberga e condannato a morte in contumacia. Nulla di certo si sapeva di lui da quando aveva abbandonato il Führerbunker insieme al dottore delle SS Ludwig Stumpfegger e al capo della gioventù hitleriana, Artur Axmann. L'ultimo uomo ad averlo visto era stato Erich Kempka, autista di Hitler, durante la notte fra il 1° e il 2 maggio 1945. Kempka sostenne di aver visto Bormann essere mortalmente colpito dall'esplosione di un serbatoio, nel tentativo di attraversare le linee nemiche russe.
Versioni differenti furono narrate da altri testimoni. Alcuni dissero di averlo visto fuggire nella zona sud di Berlino, passando prima per un sistema di gallerie sotterranee e poi spostandosi al fianco di alcuni carri armati tedeschi catturati dalle forze angloamericane. Altri sostennero che avesse legami con i servizi segreti americani, che avesse pronta un'appetibile ricompensa per la sua salvezza: uranio e scienziati tedeschi.
Si racconta di come nei primi di maggio del 1945 si fosse imbarcato ad Amburgo sull'U-Boot 234, e, arrivato in Spagna, scappò verso il Sud America. Nel marzo 1966 durante un'intervista televisiva il figlio di Adolf Eichmann, Klaus, convinto che Bormann si trovasse in Sud America, gli lanciò un'aspra invettiva.
Nell'ottobre 1972 in un cantiere a Berlino alcuni operai, durante uno scavo, trovarono due scheletri. I teschi furono consegnati al reparto di medicina legale della polizia di Berlino. I denti di uno dei due teschi vennero confrontati con la scheda odontoiatrica di Bormann, conservata nell'archivio militare: i risultati della comparazione diedero esito positivo al cento per cento. Però le ossa erano ricoperte di una terra rossiccia che non era berlinese. Da qui nacque l'ipotesi che il cadavere di Bormann, morto in Sud America, fosse stato portato di nascosto a Berlino e appositamente fatto trovare per depistare le indagini su tutti gli altri nazisti fuggiti prima della fine della guerra dalla Germania tramite l'organizzazione ODESSA. Ad ogni modo le ossa vennero cremate e le ceneri disperse nel mare, in acque internazionali. Nel 1973, tuttavia, lo scrittore Ladislas Farago dichiarava di aver visitato Bormann in un ospedale boliviano e di aver discusso con lui per alcune ore. Farago segnalò numerosi particolari utili al rintracciamento e all'identificazione di Bormann, che però scomparve prima di poter effettuare una ricerca approfondita.
Nell'agosto 1993 fonti del governo paraguayano sostennero che Bormann sarebbe morto ad Asunción e sepolto in una fossa comune. I dubbi vengono sciolti nel maggio 1998 quando le analisi del DNA di uno dei due scheletri ritrovati nel 1972 stabiliscono che si tratta del gerarca nazista.

- Walther Hewel (Colonia, 2 gennaio 1904 – Berlino, 2 maggio 1945) è stato un diplomatico tedesco, che operò prima e durante la seconda guerra mondiale, nonché uno dei pochi amici personali di Adolf Hitler.
Hewel nacque nel 1904 da Anton ed Elsa a Colonia, dove il padre gestiva una fabbrica di cacao. Il padre morì nel 1913 e l'azienda passò nelle mani della moglie Elsa.
Nonostante all'epoca fosse ancora un ragazzo, Hewel fu uno dei primi membri del nazista e si ritiene che sia stato una delle prime 300 persone ad unirsi al gruppo.
Si diplomò nel 1923 e frequentò la Technische Universität di Monaco di Baviera. Nello stesso anno prese parte al fallito putsch di Monaco da parte del partito nazista. Dopo l'arresto di Hitler per tradimento, Hewel finì insieme a lui nel carcere di Landsberg facendogli praticamente da valletto.
Dopo il putsch Hewel lavorò per diversi anni come piantatore e venditore di caffè per conto di una società britannica con sede nelle Indie Orientali Olandesi (attuale Indonesia). In Indonesia Hewel organizzò la sezione locale del partito nazista arruolando espatriati tedeschi che vivevano lì. Entro il 1937 il partito Nazista in Indonesia poté contare su sezioni a Giacarta, Bandung, Semarang, Surabaya, Medan, Padang e Makassar.

Il suo lavoro nella Germania nazista
Negli anni trenta Hewel tornò in Germania, dove gli venne assegnato un ruolo in campo diplomatico e inviato in Spagna. Il giornalista James P. O'Donnell osserva che, in quel periodo, Hewel "fu quasi certamente un agente dell'Abwehr dell'Ammiraglio Canaris".
Nel 1938 Hitler richiamò Hewel in patria, dove rinsaldò la sua vecchia amicizia con il dittatore. Prestò servizio come diplomatico per il ministero degli esteri e, il 15 marzo 1939, effettuò la trascrizione del colloquio tra Hitler e il presidente ceco Emil Hácha.

Il suo ruolo nel corso della seconda guerra mondiale
Tecnicamente Hewel fu un ambasciatore e avrebbe dovuto badare ai rapporti tra von Ribbentrop e Hitler. In realtà trascorse la maggior parte della guerra senza alcun incarico ufficiale e una volta si autodefinì "un ambasciatore senza alcuna destinazione". I sopravvisuti tra i più vicini ad Hitler hanno sostenuto che Hewel avesse ottenuto tale posizione grazie alla sua antica militanza nel partito nazista e al fatto di essere amico di Hitler. Nelle sue memorie Traudl Junge, segretaria personale di Hitler, ha descritto Hewel come una specie di maggiordomo di Hitler. Sempre secondo la Junge, Hewel aveva l'incarico di coordinare i domestici, mantenere buoni i rapporti tra i militari e i civili dello staff di Hitler e tenere d'occhio i rapporti tra uomini e donne all'interno della cerchia.
Quasi tutti i racconti lo descrivono come un uomo simpatico e gentile, anche se non molto intelligente. Di solito si occupava delle faccende e delle situazioni che Hitler non voleva gestire, come ad esempio informare la Junge della morte del marito in Normandia.
Altri membri della cerchia delle persone più vicine ad Hitler hanno raccontato che, a differenza di molti altri leader nazisti, Hewel riusciva a restare sveglio e attento durante i lunghissimi monologhi del dittatore su argomenti come l'antisemitismo. Ad esempio Heinz Guderian, parlando di lui, osserva che era " un buon conversatore e un buon ascoltatore".
Nel 1944 sposò a Berchtesgaden Elizabeth Blanda.

La morte
Hewel rimase al fianco di Hitler fino al 30 aprile 1945, giorno in cui il dittatore si tolse la vita. Si dice che abbia tentato fino all'ultimo di sostenere e rasserenare Hitler. Apparentemente fu l'ultima persona ad avere una lunga conversazione personale con lui.
Dopo il suicidio di Hitler Hewel fuggì dal Führerbunker insieme ad un gruppo guidato da Wilhelm Mohnke, ma apparve molto provato da un forte stress psicologico. Nelle sue memorie Traudl Junge afferma che, dopo la morte di Hitler, Hewel sembrava estremamente confuso e incapace di prendere le decisioni anche più semplici.
Poco prima dell'armistizio del 2 maggio 1945 Hewel rese nota la sua intenzione di suicidarsi. Nonostante gli sforzi del dottor Ernst-Günther Schenck, che tentò di dissuaderlo dall'idea, Hewel si uccise nello stesso modo di Hitler, ingerendo una capsula di cianuro e sparandosi contemporaneamente alla testa.
Secondo Schenck Hitler aveva effettivamente incoraggiato Hewel a suicidarsi, avvertendolo che se fosse stato catturato dall'Armata rossa sarebbe stato torturato. Inoltre Hitler gli aveva consegnato la capsula di cianuro e una pistola Walther 7.65, facendogli giurare che si sarebbe ucciso piuttosto di lasciarsi prendere dai russi.

Il ritratto di Walther Hewel nel cinema
Walther Hewel è stato impersonato dai seguenti attori in produzioni cinematografiche
▪ John Savident nel film inglese del 1973 Gli ultimi 10 giorni di Hitler.
▪ Gerald Alexander Held nel film tedesco del 2004 La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler.

* 1970 - Aleksandr Fëdorovič Kerenskij (Simbirsk, 22 aprile 1881 – New York, 2 maggio 1970) è stato un politico russo, di idee socialiste, primo ministro della Russia dopo la caduta dell'ultimo zar e immediatamente prima che i bolscevichi andassero al potere.
Figlio di un professore, Kerenskij si laureò in giurisprudenza all'università di Pietrogrado (ora San Pietroburgo) nel 1904: tra i suoi colleghi ci fu anche Vladimir Lenin, che sarebbe diventato un suo rivale politico qualche anno dopo.
Kerenskij manifestò fin dal principio il proprio orientamento politico, con le sue frequenti difese dei moti rivoluzionari contro lo Zar. Fu eletto alla Quarta Duma nel 1912 come membro del Trudoviki. Rimase in politica durante la prima guerra mondiale e dal 1917 entrò a far parte del Comitato Provvisorio della Duma come socialista rivoluzionario (diede il suo apporto alla formazione del governo il 7 luglio).
A dispetto delle difficoltà riuscì a ricoprire la carica di vice-rettore del Soviet di Pietrogrado. Quando il governo Provvisorio fu formato, inizialmente fu nominato ministro della giustizia, ma in maggio divenne ministro della guerra e primo ministro nel luglio del 1917.
A seguito del fallito colpo di stato del generale Lavr Kornilov in agosto e della dimissione dei ministri, si nominò comandante in capo e proclamò la Repubblica Russa. Quando i bolscevichi presero il potere nell'ottobre del 1917 fuggì a Pskov e in seguito compì un tentativo di rovesciare il nuovo governo comunista: le truppe, sotto il suo comando, catturarono Tsarskoe Selo il 28 ottobre ma furono sconfitte il giorno successivo a Pulkovo.
Dopo tale sconfitta lasciò il suo paese per la Francia e nel 1940, dopo che la Germania nazista conquistò Parigi, si trasferì negli Stati Uniti, dove visse fino alla sua morte salvo un breve soggiorno a Brisbane, in Australia, dove lavorò nel 1941 insieme alla moglie Lydia Tritton.
Quando Adolf Hitler invase l'Unione Sovietica, Kerenskij offrì il suo aiuto militare a Stalin che tuttavia preferì non accettare. Dopo che la Seconda guerra mondiale terminò Kerenskij fondò, insieme ad un gruppo di amici, un movimento politico-militare chiamato "Unione per la liberazione della Russia" che tuttavia fu costretto a sciogliere poco dopo in quanto riuscì ad attirare pochissimi militanti.
Di ritorno negli USA lavorò in molte università statunitensi, in particolare alla Stanford University, dove insegnò la storia russa. Scrisse anche molte opere, tra cui Russia and History's Turning Point (1965).
Kerenskij morì serenamente nella sua abitazione nel 1970: la Chiesa ortodossa statunitense rifiutò di accogliere le sue ceneri nei propri cimiteri, ritenendolo il politico maggiormente responsabile della vittoria dei bolscevichi; anche la Chiesa ortodossa serba non diede ospitalità alla sua tomba e pertanto Kerenskij fu seppellito a Londra.

▪ 1979 - Giulio Natta (Porto Maurizio, 26 febbraio 1903 – Bergamo, 2 maggio 1979) è stato un chimico e accademico italiano.
Diplomatosi ad appena 16 anni al Liceo-Ginnasio Cristoforo Colombo di Genova, si laureò in ingegneria chimica al Politecnico di Milano nel 1924, a soli 21 anni di età. Nel 1925 Natta accettò una borsa di studio a Friburgo presso il laboratorio del prof. Seemann, entrando in contatto con il gruppo di lavoro di Hermann Staudinger che si occupava di macromolecole. Natta intuì l’importanza e le potenzialità delle macromolecole e tornato a Milano iniziò uno studio sulla struttura cristallina di polimeri.
In questo periodo fu professore incaricato di chimica analitica al Politecnico (1925-1932) e, nel contempo, tenne anche un corso di chimica fisica presso l'Università di Milano (1929-1933). Nel 1933 vinse la cattedra di chimica generale e divenne direttore dell'istituto di chimica generale all'Università di Pavia, dove rimase fino al 1935, quando venne chiamato a ricoprire la cattedra di chimica fisica dell’Università La Sapienza di Roma. Nel 1937 ricoprì la cattedra di chimica industriale al Politecnico di Torino.
Fu chiamato a dirigere l'Istituto di chimica industriale del Politecnico di Milano per sostituire Mario Giacomo Levi (costretto dalle leggi razziali a lasciare l’insegnamento). Al Politecnico rimase fino al 1973 come professore ordinario di Chimica industriale e direttore dell'omonimo istituto, dedicandosi alla ricerca sui polimeri a struttura cristallina.
Durante gli anni della guerra ha soggiornato, come sfollato milanese, alla Cascina Marzorata di Vittuone.
È stato insignito del premio Nobel per la chimica nel 1963, per la messa a punto di catalizzatori stereospecifici per la polimerizzazione stereochimica selettiva delle alfa-olefine, in particolare per la realizzazione del polipropilene isotattico.
Alcuni di tali polimeri vennero commercializzati dalla Montecatini e da aziende dello stesso gruppo con il nome di Moplen (articoli in plastica) e Meraklon (fibra tessile). A lui sono intitolate le seguenti scuole:
▪ l'Istituto Tecnico per le Attività Sociali di Milano, città dove ha operato;
▪ l'Istituto Tecnico Industriale di Stato per la chimica di Bergamo, città dove è morto nel 1979;
▪ l'Istituto Tecnico Industriale Statale di Rivoli, scuola di recente istituzione.
▪ Dipartimento di chimica presso il Politecnico di Milano.
▪ l'Istituto Tecnico Industriale Statale di Padova
Nel 2007 è stata assegnata alla sua memoria la cittadinanza onoraria di Cucciago, paese dove Natta aveva trascorso periodi di vacanza e sposato nel 1936 la moglie Rosita Beati.
Il 20 ottobre 2008 è stata a lui dedicata l'aula del laboratorio di chimica del Liceo-Ginnasio Cristoforo Colombo di Genova, dove Natta si diplomò.

▪ 1989 - Giuseppe Siri (Genova, 20 maggio 1906 – Genova, 2 maggio 1989) è stato uno dei cardinali più importanti della storia della chiesa cattolica del XX secolo. Arcivescovo di Genova per oltre quarant'anni, fu considerato come uno dei prelati più conservatori.

▪ 1997
- Sir John Carew Eccles (Melbourne, 27 gennaio 1903 – Tenero-Contra, 2 maggio 1997) è stato un neurofisiologo australiano.
È stato autore di scoperte fondamentali sulla fisiologia di neuroni (cellule nervose) ed in particolare sul meccanismo biochimico dell'impulso nervoso.
Tale meccanismo è di natura elettrica, o meglio elettrochimica, in quanto i neuroni sono in grado di generare chimicamente una corrente elettrica e di trasmetterla lungo le loro fibre (gli assoni) ad altri neuroni. Ciò avviene perché fra l'interno e l'esterno dei neuroni esiste una differenza di potenziale elettrico provocata da una diversa distribuzione di ioni di sodio, potassio e cloro (atomi di sodio, potassio e cloro dotati di carica elettrica).
Al chiarimento di questo meccanismo ionico, da cui derivano l'eccitazione e l'inibizione che sono alla base della fisiologia del sistema nervoso, contribuirono anche gli inglesi Alan Lloyd Hodkin e Andrew Fielding Huxley i quali condivisero con Eccles il premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia del 1963.
Eccles compì i suoi studi in Inghilterra, a Oxford. Tornato in patria, insegnò a Sydney, poi a Wellington (Nuova Zelanda) e infine negli Stati Uniti, prima a Chicago e successivamente a Buffalo.

- Paulo Freire (Recife, 19 settembre 1921 – São Paulo, 2 maggio 1997) è stato un pedagogista brasiliano e un importante teorico dell'educazione.
Nato a Recife, da una famiglia della classe media, Freire conobbe la povertà e la fame durante la Grande Depressione del 1929, un'esperienza che sarà determinante per le sue teorie per i poveri e lo aiuterà a costruire la sua particolare visione educativa.
Freire entrò nell'Università di Recife nel 1943, iscrivendosi alla facoltà di Legge, ma studiando nello stesso tempo filosofia e psicologia del linguaggio. Pur avendo proseguito gli studi fino al suo ingresso nell'ordine degli avvocati, egli non ha mai esercitato davvero la professione; invece iniziò a lavorare come docente in una scuola secondaria, insegnando portoghese. Nel 1944, sposa Elza Maia Costa de Oliveira, sua collega di insegnamento: la coppia avrebbe lavorato insieme per il resto della vita di lei, allevando nello stesso tempo cinque figli.
Nel 1946, Freire viene nominato direttore del Dipartimento di Educazione e Cultura del Servizio Sociale nello Stato del Pernambuco (di cui Recife è la capitale). Durante questo periodo lavorativo, impegnandosi soprattutto in mezzo ai poveri analfabeti, Freire iniziò ad abbracciare una forma non ortodossa di ciò che sarà considerata teologia della liberazione (nel suo caso, un incrocio di marxismo e Cristianesimo). Comunque, è particolarmente importante notare che, nel Brasile di quel periodo, l'istruzione era richiesta per poter votare alle elezioni presidenziali.
Nel 1961 fu nominato direttore del Dipartimento per l'Espansione Culturale dell'Università di Recife, e nel 1962 ebbe la prima opportunità di un'applicazione diffusa delle sue teorie, quando 300 lavoratori di canna da zucchero impararono a leggere e a scrivere in 45 giorni. In risposta a questo esperimento, il governo brasiliano approvò la creazione di migliaia di circoli culturali nel paese.
Nel 1964, un colpo di stato militare pose fine a questo sforzo, che si concluse con l'arresto e l'imprigionamento di Freire come traditore per settanta giorni. Dopo un breve esilio in Bolivia, Freire lavorò in Cile per cinque anni per il Movimento Cristiano Democratico di Riforma Agraria. Nel 1967, Freire pubblicò il suo primo libro, L'educazione come pratica di libertà.
Il libro fu accolto bene, e gli fu offerto un posto come visiting professor all'Università Harvard nel 1969. L'anno prima, aveva scritto il suo libro più famoso, La pedagogia degli oppressi, che era stato pubblicato anche in spagnolo ed inglese nel 1970. Non fu pubblicato in Brasile fino al 1974 (a causa dell'ostilità politica tra le dittature militari successive al golpe e il "socialista cristiano" Freire) quando il generale Ernesto Geisel prese il controllo del Brasile e iniziò il suo processo di liberalizzazione culturale.
Dopo un anno a Cambridge, Freire si trasferisce a Ginevra, in Svizzera, per lavorare come consigliere educativo speciale per il Consiglio Ecumenico delle Chiese. In questo periodo, Freire esercitò la funzione di consigliere nella riforma educativa dei formatori nelle colonie portoghesi in Africa, in particolare in Guinea Bissau e Mozambico.
Nel 1979, poté finalmente fare ritorno in Brasile, e rientrarvi stabilmente nel 1980. Freire si unì al Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori, PT), nella città di São Paulo, e fece da supervisore per il suo progetto di alfabetizzazione degli adulti dal 1980 al 1986. Quando il PT vinse le elezioni comunali del 1986, Freire fu nominato Segretario dell'Educazione per São Paulo.
Nel 1986, sua moglie Elza morì; Freire sposò allora Maria Araújo Freire, e continuò con lei il suo lavoro pedagogico alternativo.
Nel 1991, fu fondato a São Paulo l'Instituto Paulo Freire, per estendere ed elaborare le sue teorie sull'educazione popolare. L'istituto accoglie gli archivi personali dello stesso Freire.
Paulo Freire morì il 2 maggio del 1997, a causa di un attacco cardiaco.

Alcuni riconoscimenti
▪ Premio Re Baldovino per lo Sviluppo Internazionale;
▪ Premio Educatori Cristiani di Rilievo (con sua moglie Elza);
▪ Premio UNESCO per l'educazione alla pace (1986).

Il pensiero
Paulo Freire ha contribuito ad una filosofia dell'educazione, provienente non solo dal più classico approccio riferito a Platone, ma anche dai pensatori moderni marxisti e anticolonialisti. Di fatto, in diversi modi la sua "pedagogia degli oppressi" può essere meglio letta come un'estensione o una risposta a I dannati della Terra di Frantz Fanon, che pose una forte enfasi sulla necessità di fornire i popoli nativi con un'educazione che è, al tempo stesso, nuova e moderna, piuttosto che tradizionale, e anticoloniale (cioè, che non sia semplicemente un'estensione della cultura del colonizzatore).
Freire è meglio conosciuto per il suo attacco a quello che chiama il concetto "bancario" dell'educazione, in cui lo studente era visto come un conto vuoto che dev'essere riempito dal docente. Certo, questo non è propriamente una nuova concezione rousseauiana del bambino come un apprenditore attivo, che fu già un passo oltre la tabula rasa (che è, fondamentalmente, lo stesso del concetto "bancario"), e pensatori come John Dewey e Alfred North Whitehead sono stati fortemente critici sulla trasmissione di meri "fatti" come fine dell'educazione. Il lavoro di Freire è uno dei fondamenti della pedagogia critica.
Ben più provocatoria, tuttavia, è la dura avversione di Freire sulla dicotomia docente-studente. Questa divisione è ammessa in Rousseau e forzata in Dewey, ma Freire arriva ad insistere che verrà completamente abolita. Diventa difficile immaginare questo in termini assoluti (vi deve essere un certa legge della relazione docente-studente nella relazione genitore-figlio), ma ciò che Freire suggerisce è una profonda reciprocità che va inserita nella nostra idea di docente e studente. Freire cerca di pensarli in termini di docente-studente e studente-docente, cioè un insegnante che impara e uno studente che insegna, come ruoli basilari della partecipazione della classe. Questo concetto verrà ripreso anche nel suo ultimo scritto pubblicato in Italia, "Pedagogia dell'autonomia", dedicato alla tematica della formazione docente. In esso Freire afferma con forza che "non c'è insegnamento senza apprendimento", evocando il suggestivo concetto di "do-discenza" (docenza/discenza). Ciò in piena coerenza con il suo stile linguistico, tendente in molti casi a presentare due termini contradditori per cercarne una conciliazione.
Questo è uno dei tentativi per implementare qualcosa di simile alla democrazia come un metodo educativo, e non meramente un obiettivo dell'educazione democratica. Come Dewey, per cui la democrazia era un pietra di paragone, non integrò pienamente pratiche democratiche nei suoi metodi. (Comunque questo era, in parte, in funzione dell'atteggiamento di Dewey riguardo l'individualità). Tuttavia, al suo inizio, il rigido modo di fare questo genere di classe è stato più volte criticato sulla base che esso può mascherare più che superare l'autorità dell'insegnante.

Testi principali tradotti in italiano:
▪ La pedagogia degli oppressi, Mondadori, Milano (1971; nuova edizione: EGA, Torino 2002);
▪ L'educazione come pratica di libertà, Mondadori, Milano (1973);
▪ Pedagogia dell'autonomia. Saperi necessari per la pratica educativa, EGA, Torino (2004);
▪ Pedagogia della speranza. Un nuovo approccio alla Pedagia degli oppressi', EGA, Torino (2008);

Su Paulo Freire:
▪ Edson Passetti, "Conversazioni con Paulo Freire. Il viandante dell'ovvio", Eleuthèra, Milano (1996).
▪ AAVV, "Paulo Freire: pratica di un'utopia", Ed.Berti, Piacenza (2003)
Paolo Vittoria, "Narrando Paulo Freire", Carlo Delfino Editore, Sassari (2008)

▪ 1998 - Guglielmo Zucconi (Bologna, 19 dicembre 1919 – Milano, 2 maggio 1998) è stato un giornalista, scrittore, politico, autore televisivo e conduttore televisivo italiano.
Nato a Bologna, si trasferì in tenera età, con la famiglia, a Modena, e in seguito a Milano. È il padre del giornalista Vittorio e dello storico dell'architettura Guido. A Modena gli è stata dedicata una via.
Nel 2005 il comune di Modena ha istituito il Premio Internazionale Guglielmo Zucconi, che a cadenza biennale viene assegnato ad un giovane giornalista operante in paesi in via di sviluppo.

Stampa
Intraprese la carriera giornalistica nel capoluogo emiliano, alla Gazzetta dell'Emilia e poi collaborò con il Resto del Carlino di Bologna, dove divenne, alla caduta del fascismo direttore della sede modenese.
Diresse vari giornali: Il Corriere dei piccoli (dal 1961 al 1963), Amica, nel 1963, La Domenica del Corriere (dal 1964 al 1973), Tempo illustrato (dal 1974 al 1976), La discussione (dal 1977 al 1980) Il Giorno (dal 1980 al 1984).

Televisione
Nei primi anni della Tv italiana fu tra gli autori prolifici e firmò, con altri, trasmissioni di successo:
▪ Il fantasma del Castello (1954 - Rai), con Umberto Simonetta
▪ Mare, monti e fantasia (1954 - Rai), con Maurizio Jurgens, D'Alba, Pisu, Puntoni, Dino Verde, Giulio Scarnicci, Renzo Tarabusi, Umberto Simonetta e Spiller
▪ Fortunatissimo (1954 e 1955 - Rai), con Dino Falconi, Umberto Simonetta e Bernardino Zapponi, condotto da Adriana Serra, Mike Bongiorno e Maria Teresa Ruta
▪ Sabato bar (1958 - Rai), con Umberto Simonetta
▪ Controcanale (1960 e 1961 - Rai), con Italo Terzoli e Bernardino Zapponi, condotto da Corrado
▪ Alta fedeltà (1962 - Rai), con Leo Chiosso, condotto da Gorni Kramer e Lauretta Masiero
Tra il 1984 ed il 1990 tornò ad occuparsi di televisione, dirigendo diversi programmi di approfondimento sulle reti Fininvest. Tra questi: Monitor.

Politica
Caporedattore de Il Popolo, organo ufficiale della Democrazia Cristiana, fu eletto durante la VII Legislatura deputato, dal 1976 al 1979. Nel giugno 1984 fu candidato alle elezioni europee, ma non fu eletto.