Il calendario del 17 Gennaio

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

• 38 a.C. - Ottaviano sposa Livia Drusilla, tre giorni dopo che Livia ha dato alla luce il secondo figlio di Tiberio Claudio Nerone, Druso maggiore.

• 1562 - La Francia riconosce gli Ugonotti con l'Editto di St. Germain.

• 1648 - Il Parlamento Lungo inglese rompe i negoziati con Re Carlo I dando il via alla seconda fase della guerra civile inglese.

• 1773 - James Cook, a bordo della HMS Resolution, è il primo europeo ad oltrepassare il circolo polare antartico.

• 1819 - Simón Bolívar proclama la Repubblica di Colombia.

• 1852 - Il Regno Unito riconosce l'indipendenza delle colonie boere del Transvaal.

• 1885 - Una forza britannica sconfigge un grosso esercito Derviscio nella Battaglia di Abu Klea in Sudan.

• 1893 - I coltivatori di zucchero americani, guidati dal Comitato Cittadino di Pubblica Sicurezza, rovesciano il governo della regina Liliuokalani del Regno delle Hawaii.

• 1899 - Gli Stati Uniti prendono il possesso dell'Isola di Wake nell'oceano Pacifico.

• 1912 - Robert Falcon Scott raggiunge il Polo Sud, un mese dopo Roald Amundsen.

• 1917 - Gli Stati Uniti pagano alla Danimarca 25 milioni di dollari per le Isole Vergini.

• 1929 - Braccio di Ferro, un personaggio dei fumetti creato da Elzie Crisler Segar, appare per la prima volta con una striscia su un quotidiano.

• 1945

  1. - L'Armata Rossa libera la quasi completamente distrutta Varsavia.
  2. - I nazisti cominciano ad "evacuare" il campo di concentramento di Auschwitz.
  3. - Il diplomatico svedese Raoul Wallenberg scompare in Ungheria, mentre è sotto la custodia dei sovietici.

• 1946 - Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite tiene la sua prima sessione.

• 1948 - Viene firmato un armistizio tra le forze nazionaliste indonesiane e l'esercito olandese.

• 1966
  1. - Simon and Garfunkel pubblicano il loro secondo album, Sounds of Silence.
  2. - Un bombardiere B-52 si scontra con un aereo da rifornimento KC-135 sui cieli della Spagna, sganciando tre bombe all'idrogeno da 70-kilotoni nei pressi della cittadina di Palomares e un'altra in mare. Nessuna di queste è esplosa.

• 1973 - Ferdinand Marcos diventa presidente a vita delle Filippine.

• 1985
  1. - Crollo del palasport di San Siro a Milano a causa di una forte nevicata.
  2. - La British Telecom annuncia il ritiro delle celebri cabine rosse del telefono britanniche.

• 1991 - Guerra del Golfo: L'Iraq lancia 8 missili Scud su Israele, nel tentativo di provocarne la reazione.

• 1995 - Un terremoto di magnitudo 7,3, chiamato Grande terremoto di Hansin, ha luogo nei pressi di Kobe, in Giappone, causando gravi danni alle costruzioni e facendo oltre 6.400 vittime.

• 1996 - La Repubblica Ceca chiede di entrare a far parte dell'Unione europea.

• 1998 - Paula Jones accusa il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton di molestie sessuali.

• 2002 - Il monte Nyiragongo, nella Repubblica Democratica del Congo, erutta, causando 400.000 sfollati.

• 2005 - Italia: Ritrovato sul Colle Oppio, a Roma, un antico mosaico del 100 d.C.

Anniversari

* 357 - Sant' Antonio abate, detto anche sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta (Qumans, 251 circa – deserto della Tebaide, 17 gennaio 357), fu un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.
A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio. La sua vita è stata tramandata dal suo discepolo Atanasio di Alessandria. È ricordato nel Calendario dei santi della Chiesa cattolica e da quello luterano il 17 gennaio, ma la Chiesa copta lo festeggia il 31 gennaio che corrisponde, nel loro calendario, al 22 del mese di Tobi.
La vita di Antonio abate è nota soprattutto attraverso la Vita Antonii pubblicata nel 357, opera agiografica attribuita ad Atanasio, vescovo di Alessandria, che conobbe Antonio e fu da lui coadiuvato nella lotta contro l'Arianesimo.
L'opera, tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente che in Occidente e diede un contributo importante all'affermazione degli ideali della vita monastica. Grande rilievo assume, nella Vita Antonii la descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio.
Un significativo riferimento alla vita di Antonio si trova nella Vita Sanctii Pauli primi eremitae scritta da Sofronio Eusebio Girolamo verso il 375.
Vi si narra l'incontro, nel deserto della Tebaide, di Antonio con il più anziano Paolo di Tebe. Il resoconto dei rapporti tra i due santi (con l'episodio del corvo che porta loro un pane affinché si sfamino, sino alla sepoltura dl vecchissimo Paolo ad opera di Antonio) vennero poi ripresi anche nei resoconti medievali della vita dei santi, in primo luogo nella celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.

Antonio nacque a Coma in Egitto (l'odierna Qumans) intorno al 251, figlio di agiati agricoltori cristiani. Rimasto orfano prima dei vent'anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto di dover seguire l'esortazione evangelica "Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri" (Mt 19,21). Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella ad una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.
Si racconta che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l'intreccio di una corda. Da questo dedusse che, oltre alla preghiera, ci si doveva dedicare a un'attività concreta. Così ispirato condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivamo per procurarsi il cibo e per fare carità. In questi primi anni fu molto tormentato da tentazioni fortissime, dubbi lo assalivano sulla validità di questa vita solitaria. Consultando altri eremiti venne esortato a perseverare. Lo consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella rocca nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portagli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise.
In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all’anno.
In questo luogo egli proseguì la sua ricerca di totale purificazione, pur essendo aspramente tormentato, secondo la leggenda, dal demonio.
Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti operando, secondo tradizione, "guarigioni" e "liberazioni dal demonio".
Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l'altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivevano in grotte e anfratti, ma sempre sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale.
Antonio contribuì all'espansione dell'anacoretismo in contrapposizione al cenobitismo.
Anche Ilarione visitò nel 307 Antonio, per avere consigli su come fondare una comunità monastica a Gaza, in Palestina, dove venne costruito il primo monastero della cristianità.
Nel 311, durante la persecuzione dell'Imperatore Massimino Daia, Antonio tornò ad Alessandria per sostenere e confortare i cristiani perseguitati.
Non fu oggetto di persecuzioni personali. In quella occasione il suo amico Atanasio scrisse una lettera all'imperatore Costantino I per intercedere nei suoi confronti. Tornata la pace, pur restando sempre in contatto con Atanasio e sostenendolo nella lotta contro l'Arianesimo, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, ultracentenario, il 17 gennaio 357. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

* 395 - Flavio Teodosio, conosciuto anche come Teodosio I (Coca (Spagna), 11 gennaio 347 – Milano, 17 gennaio 395), è stato un imperatore romano dal 379 fino alla sua morte.
Fu l'ultimo imperatore a regnare su di un impero unificato e fece del cristianesimo la religione ufficiale dello Stato; per questo fu chiamato Teodosio il Grande dagli scrittori cristiani.

Ambrogio e Teodosio
Nel giugno del 390 la popolazione di Tessalonica (l'odierna Salonicco) si ribellò e impiccò il magister militum dell'Illirico e governatore della città Buterico, reo di aver arrestato un famoso auriga e di non aver permesso i giochi annuali.
Teodosio ordinò una rappresaglia; venne organizzata una gara di bighe nel grande circo della città a pochi giorni dai fatti, e, chiusi gli accessi, vennero trucidate circa 7000 persone.
Giunta la notizia a Milano, Ambrogio, vescovo cattolico di Milano, scrisse a Teodosio una lettera sdegnata e lo costrinse a mesi di penitenza e ad una richiesta pubblica di perdono che venne infine concessa nel Natale del 390. Secondo molti storici l'inasprimento della politica religiosa di Teodosio nei confronti del paganesimo fu in gran parte dovuta all'influenza di Ambrogio.

Provvedimenti contro il culto pagano
Dopo l'episodio della ribellione di Tessalonica e della strage fatta perpetrare contro i cittadini ribelli da Teodosio e la successiva penitenza che gli fu imposta da Ambrogio, la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente: tra il 391 e il 392 furono emanati una serie di decreti (noti come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto, compresa l'adorazione delle statue; furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si riconvertissero nuovamente al paganesimo e nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di (lesa) maestà, punibile con la condanna a morte.
I templi pagani furono oggetto di sistematica distruzione violenta da parte di fanatici cristiani e monaci appoggiati dai vescovi locali (in molti casi con l'appoggio dell'esercito e delle locali autorità imperiali) che si ritennero autorizzati dalle nuove leggi: si veda, per esempio, la distruzione del tempio di Giove ad Apamea, a cui collaborò il prefetto del pretorio per l'oriente, Materno Cinegio.
L'inasprimento della legislazione con i "decreti teodosiani" provocò delle resistenze presso i pagani. Ad Alessandria d'Egitto il vescovo Teofilo ottenne il permesso imperiale di trasformare in chiesa un tempio di Dioniso, provocando una ribellione dei pagani, che si asserragliarono nel Serapeo e compiendo violenze contro i cristiani. Quando la rivolta fu domata per rappresaglia il tempio fu distrutto (391).
Teodosio durante il suo regno fece coniare monete in cui era raffigurato nell'atto di portare un labaro. Nel 393, interpretando i Giochi olimpici come una festa pagana, ne decise la chiusura, ponendo fine ad una tradizione millenaria.

• 1650 - Marianna De Leyva, in religione suor Maria Virginia, meglio nota come la Monaca di Monza o la Signora (Milano, dicembre 1575 – Milano, 17 gennaio 1650), è stata una religiosa italiana.
Fu la protagonista di un celebre scandalo che sconvolse Monza all'inizio del XVII secolo. La sua fama attuale si deve soprattutto al romanzo I promessi sposi, nel quale Alessandro Manzoni inserì la sua vicenda sotto le mentite spoglie di suor Gertrude.
I de Leyva erano i feudatari di Monza: Marianna apparteneva dunque alle più potenti famiglie della città.
Nel 1591, a sedici anni, si fece suora, probabilmente spinta o costretta dal padre, a causa del maggiorascato che, a suo svantaggio, destinava l'intera eredità della famiglia al fratello maggiore. Assunse il nome di suor Virginia ed entrò nel convento monzese di Santa Margherita, oggi non più esistente; al suo posto sorge la chiesa di San Maurizio antistante la piazzetta di Santa Margherita sulla cui area sorgeva la casa dell'Osio.
Dopo alcuni anni, ella intrecciò una relazione con il nobile monzese Gian Paolo Osio, la cui abitazione confinava con il monastero.
Dalla relazione nacque una figlia; la sua esistenza venne ufficialmente tenuta nascosta.
La situazione precipitò nel 1606, quando una giovane conversa, Caterina Cassini da Meda, minacciò di rendere pubblica la relazione: Gian Paolo Osio la uccise e la seppellì presso il convento, quindi tentò di eliminare altre due suore, Ottavia e Benedetta, che erano state loro complici, per assicurarsi che non parlassero: affogò l'una nel Lambro e gettò l'altra in un pozzo poco distante.
Quest'ultima però sopravvisse e denunciò tutto alle autorità, e lo scandalo esplose. Suor Virginia, arrestata il 15 novembre 1607 a Monza, fu trasferita a Milano e condannata alla reclusione a vita in una cella murata nel malfamato ritiro di Santa Valeria a Milano.
Gian Paolo Osio invece, condannato a morte in contumacia e ricercato, si rifugiò a Milano presso i nobili Taverna suoi amici, ma essi lo tradirono e lo uccisero a bastonate nei sotterranei del loro palazzo in corso Monforte più che per incassare la taglia, che era stata offerta per la sua cattura, per opportunità politica.
La sua testa mozzata fu poi gettata ai piedi del governatore spagnolo Fuentes.
Nel 1622, dopo quasi quattordici anni trascorsi in una celletta di un metro e ottanta per tre, murata la porta e la finestra "in modo che non vedesse se non tanto spiracolo bastante a pena per dire l’Ofitio", suor Virginia fu esaminata dal cardinale Federigo Borromeo e trovata redenta: le fu quindi concesso il perdono, ma lei volle rimanere nello stesso malfamato ritiro di Santa Valeria di Milano dove espiò così duramente la sua pena e dove visse per altri ventotto anni fino alla morte avvenuta il 17 gennaio 1650.

La vera relazione tra Gian Paolo Osio e la Monaca di Monza
Il Convento di Santa Margherita, dove risedeva Suor Virginia, confinava con la casa di Gian Paolo Osio. Si è certi del fatto che l'Osio prese la cattiva abitudine di osservare, dalla sua tenuta, le educande che passeggiavano e giocavano nel cortile del Convento. Un giorno ne adocchiò una e cominciò ad amoreggiare con lei. L'educanda in questione si chiamava Isabella, figlia di Giovanni Maria e di Isabella degli Hortensi, ricca famiglia di Monza.
Ma la sfortuna volle che questo fatto venisse scoperto da Suor Virginia (La signora di Monza), la quale riprese aspramente l'educanda e non solo: fece letteralmente una scenata all'Osio. Ma la faccenda non si limitò solo ad una strapazzata: la Superiora del Convento raccontò ai genitori di Isabella il fatto e questi la portarono via dal Convento.
Qualche tempo dopo l'Osio iniziò a presentarsi assiduamente alla Messa; con sfrontata spavalderia lo stesso vuole quindi osare l'inosabile con una monaca di alto lignaggio. Ma la Signora più di una volta declinò i suoi approcci.
In un giorno imprecisato della primavera del 1598 l'Osio e Suor Virginia iniziarono a scambiarsi delle lettere; è da precisare che lo scambio di queste lettere avveniva grazie alle due più care collaboratrici e confidenti di Suor Virginia, Suor Ottavia e Suor Benedetta Homati.
Queste manovre inconcludenti durarono alcuni mesi fino a quando i due s'incontrarono fuori dal parlatorio, ma nulla avvenne in quanto era presente Suor Ottavia. I due s'incontrarono una seconda volta, sempre con la presenza delle due confidenti di Suor Virginia, e nel parlatorio avvenne l'impensabile.
«Stando a ragionare tutti noi fra l'una porta e l'altra, ragionammo di varie cose e finalmente stando io allentata sopra il basello di detta porta esso Osio mi violentò gettandomi a terra...Subito io presi a riavermi e levata su corsi via e lo piantai lì. Né Suor Ottavia né Suor Benedetta non mi diedero alcun aiuto, non so perché...» (La Monaca di Monza)
I due ripresero a frequentarsi solo dopo che l'Osio le inviò numerosissime lettere che attestavano il suo pentimento.
Suor Ottavia, nel suo costituto del 4 Dicembre 1607, rivela che i due amanti spesso s'incontravano nel convento e esattamente nella camera della Signora; sempre secondo Suor Ottavia i due amanti facevano quel che facevano anche in presenza di Suor Ottavia e Suor Benedetta,in quanto le tre suore avevano la camera in comune.
La tresca intanto continua assumendo carattere quasi consuetudinario con scambi di regali reciproci fra i due amanti.
Una notte dei primi mesi del 1602 la Signora dà alla luce, assistita dalle sue confidenti, "un putto morto"; questo fatto viene confermato dalla deposizione di Suor Ottavia, la quale afferma inoltre che il figlio morto venne portato via dall'Osio. Secondo il Ripamonti due altre monache favorivano l'intrigo, le quali "soggiacquero con l'Osio".
Ciò che fece durare la loro relazione a lungo fu il forte potere persuasivo della Monaca e dei molti privilegi dei quali abusava; però questo potere fu spezzato da un avvenimento che cambiò per sempre il loro futuro.
Suor Caterina era una suora di povere origini, diventata suora solamente per motivi economici; la detta Caterina scoprì la storia tra i tre e non mancò di mostrare il suo disappunto. Ormai era diventata un elemento scomodo in quanto continuava a ricattare i quattro; così una sera Gian Paolo Osio la uccise con tre colpi sulla testa con un piede di legno e poi con l'aiuto di Suor Virginia, Suor Benedetta e Suor Ottavia la nascose nel pollaio del Monastero e fece un buco nella muraglia per dare ad intendere che fosse scappata; e successivamente rimosse il corpo.
La relazione tra Gian Paolo Osio, Suor Virginia, Suor Benedetta e Suor Ottavia durò dieci anni e durante questi anni furono commessi molteplici omicidi nei confronti di coloro che avanzarono ipotesi sulla loro relazione o che ne scoprissero realmente l'autenticità; ragion per cui Suor Virginia e Suor Benedetta, eccetto Suor Ottavia in quanto morta per mano dell'Osio, vennero murate vive in separate celle. L'Osio venne condannato dal Senato alla confisca dei beni e alla pena di morte.

• 1751 - Tomaso Giovanni Albinoni (Venezia, 8 giugno 1671 – Venezia, 17 gennaio 1751) è stato un compositore e violinista italiano appartenente alla stagione del barocco veneziano.

• 1911 - Sir Francis Galton (Sparkbrook - Birmingham, 16 febbraio 1822 – Haslemere, 17 gennaio 1911) è stato un esploratore e antropologo britannico e patrocinatore dell'eugenetica, termine da lui creato. Oltre a tale parola, ha lasciato alla scienza anche termini come anticiclone - in quanto si interessava anche di meteorologia - e regressione e correlazione. Contribuì all'affermazione di diverse discipline sperimentali, tra cui la psicometria
In quanto nipote di Erasmus Darwin era cugino di Charles Darwin. Malgrado la notevole parentela non portò a termine né gli studi in medicina, né ottenne il diploma di matematica a Cambridge.
Personaggio polivalente ed intellettualmente prolifico, Galton ha scritto più di 340 fra articoli e libri nel corso della sua vita. Fortemente interessato al miglioramento della razza ed alla selezione di una élite intellettuale, è stato il fondatore di una nuova disciplina da lui denominata eugenetica. La sua teoria è anche detta darwinismo sociale. La teoria evolutiva portava con sé un ottimismo razionale, quello che la selezione naturale avrebbe migliorato le specie viventi; il darwinismo sociale rilevava che l'evoluzione umana non seguiva queste regole, e sosteneva che la selezione doveva applicarsi all'uomo poiché anch'esso appartiene al regno animale e perché la selezione naturale avrebbe garantito la migliore qualità degli individui e il migliore futuro della specie umana.

* 1961 - Patrice Émery Lumumba (Onalua, 2 luglio 1925 – Katanga, 17 gennaio 1961) è stato un politico della Repubblica Democratica del Congo.
Fu il primo premier della neonata Repubblica Democratica del Congo, tra il giugno e il settembre 1960.

• 1975 - Ranuccio Bianchi Bandinelli (Siena, 19 febbraio 1900 – Roma, 17 gennaio 1975) è stato un archeologo, storico dell'arte e politico italiano.

Fu un importante rinnovatore degli studi di archeologia, in particolare per la storia dell'arte antica in Italia, in contatto con la cultura europea del suo tempo.
In un primo tempo la sua posizione rispetto al fascismo fu di negazione passiva. Costretto, per conservare l'incarico di professore universitario, a giurare fedeltà al regime, nel 1938 fu incaricato dal Ministero di svolgere la funzione di guida in occasione della visita a Roma di Adolf Hitler.
Accettò in seguito di tenere conferenze in Germania e di svolgere un'analoga funzione per la visita a Roma di Hermann Göring. L'anno successivo rifiutò inoltre la direzione della prestigiosa Scuola archeologica italiana di Atene, dalla quale era stato appena rimosso il direttore ebreo Alessandro Della Seta. Ancora, nel 1942 rifiutò un incarico del Ministero per l'insegnamento a Berlino di "Storia della civiltà italiana".
Il progressivo distacco dalle concezioni crociane che si era determinato in quegli anni nei suoi lavori archeologici, si manifestò anche in una più decisa opposizione al fascismo, con una partecipazione al movimento clandestino liberal-socialista (da cui si sviluppò successivamente il Partito d'Azione).
Dopo l'8 settembre del 1943 aderì, insieme ad altri docenti e studenti dell'Università, al Comitato toscano di liberazione nazionale e si dimise dall'Università. Nel 1944 fu arrestato per un breve periodo, insieme ad altri professori antifascisti, come rappresaglia per l'uccisione del filosofo Giovanni Gentile. Nello stesso anno si iscrisse al Partito Comunista Italiano, allora diretto da Palmiro Togliatti.
Nella discussione sui mandanti dell'omicidio Gentile, era stato fatto il nome anche di Bianchi Bandinelli, sulla base di una testimonianza resa nel 1981 dallo scrittore Romano Bilenchi allo storico Sergio Bertelli, secondo la quale la decisione sarebbe stata presa in una riunione ristretta a cui avrebbe partecipato anche l'archeologo. Bianchi Bandinelli tuttavia si sarebbe iscritto al partito solo alcuni mesi dopo l'omicidio di Gentile e si era ritenuto improbabile la partecipazione di un elemento esterno ad una decisione così delicata.
La questione è stata riaperta da un'intervista rilasciata da Teresa Mattei, partigiana e deputata all'Assemblea Costituente, secondo la quale la decisione sarebbe stata presa da Bruno Sanguinetti, poi suo marito, con l'approvazione di Bianchi Bandinelli.
Dopo la liberazione fondò, senza però seguirla da vicino, la rivista Società che, pur appartenendo all'area marxista, inizialmente favorì il dialogo tra intellettuali delle diverse tendenze. Nel 1946 gli venne offerta la candidatura per le elezioni a sindaco di Firenze, e due anni dopo quella per il Senato, ma rifiutò in entrambi i casi. Nel 1948 uscì la sua autobiografia intitolata Diario di un borghese in cui esponeva il personale percorso che lo aveva portato dall'idealismo crociano all'adesione al comunismo e il disagio che comportavano, a fronte delle sue convinzioni, le sue origini aristocratiche. Il passaggio al marxismo veniva accostato alla trasformazione del mondo pagano in mondo cristiano nella storia antica.
Attuò comunque concretamente i suoi ideali: negli anni 1950 creò tra i mezzadri che coltivavano i terreni familiari una cooperativa autogestita, alla quale cedette le sue proprietà terriere.
In seguito alla repressione sovietica in Ungheria del 1956 - aderendo all'invito di Palmiro Togliatti, secondo cui quegli eventi non potevano smentire l'inevitabilità del processo storico di affermazione del comunismo - non si dimise dal partito come invece fecero molti altri intellettuali.
Negli anni 1960 si trovò in polemica con Rossana Rossanda e con Cesare Luporini sul tentativo di superamento dello storicismo gramsciano, che era stato il nucleo della cultura di ispirazione marxista in Italia di cui egli stesso era stato un fautore.
Contemporaneamente espresse i primi dubbi sull'evoluzione del comunismo sovietico. Riprendendo il paragone tra comunismo e cristianesimo, scrisse:
«come la chiesa cattolica ha costruito una sua potenza piuttosto che una società veramente cristiana nel senso evangelico, anche l'Unione Sovietica ha costruito una sua potenza piuttosto che una società veramente socialista in senso comunista».
Anche in seguito all'invasione della Cecoslovacchia nel 1968 lasciò la direzione del Centro Thomas Mann e dell'Istituto Gramsci. Tuttavia nel Comitato Centrale del PCI votò per l'esclusione dal partito del gruppo de Il Manifesto.
Pubblicò ancora nel 1974 una raccolta di scritti sulla situazione dei beni culturali (AA., BB.AA. e BC. L'Italia storica e artistica allo sbaraglio) e si interessò alla formazione del nuovo Ministero dei beni culturali.

* 1991 - Giacomo Manzù pseudonimo di Giacomo Manzoni (Bergamo, 22 dicembre 1908 – Roma, 17 gennaio 1991) è stato uno scultore italiano.
Undicesimo figlio del calzolaio e sagrestano Angelo Manzoni e della moglie Maria Pesenti, impara presto a lavorare ed intagliare il legno. S'avvicina all'arte durante il servizio militare, svolto a Verona (1927/'28), dove studia le porte di San Zeno e i calchi dell'Accademia di Belle Arti Gian Bettino Cignaroli.
Nel 1929, dopo un breve soggiorno a Parigi, Manzù va a vivere a Milano, dove l'architetto Giovanni Muzio gli commissiona la decorazione della cappella dell'Università Cattolica, che verrà eseguita tra il 1931 ed il 1932. Sempre nel '32 partecipa ad una mostra collettiva presso la galleria il Milione.
Nel 1933, espone alla Triennale di Milano una serie di busti che gli valgono numerosi apprezzamenti e l'anno successivo tiene la sua prima mostra importante con il pittore Aligi Sassu, con cui condivide lo studio, alla galleria "Cometa" di Roma.
Nel 1939 inizia a produrre una serie di bassorilievi in bronzo, le Deposizioni e le Crocifissioni, in cui il tema sacro della morte di Gesù Cristo viene usato per simbolizzare prima la brutalità del regime fascista e poi gli orrori della guerra. L'esposizione delle opere, tenutasi a Milano nel 1942, verrà severamente criticata dalle autorità politiche ed ecclesiastiche.
Nel frattempo, nel 1940, Manzù ottiene la cattedra di scultura dell'Accademia di Belle Arti di Brera che lascerà per dissensi con le autorità accademiche sul programma di studi per spostarsi a insegnare scultura dell'Accademia Albertina di Torino. Lascerà quindi la città con l'imperversare della guerra rifugiandosi a Clusone. Il suo nudo Francesca Blanc vince il premio della Quadriennale di Roma del 1943.
Nel dopoguerra torna ad insegnare all'Accademia di Brera, fino al 1954, e quindi a Salisburgo fino al 1960. È in quella città che conosce Inge Schabel, che diventerà la sua compagna di vita e con cui avrà due figli. Lei e la sorella Sonja diventano le modelle di tutti i suoi ritratti ed è in quel periodo che inizia a lavorare alla realizzazione della Porta della Morte per la Basilica di San Pietro in Vaticano (compiuta nel 1964). In particolare la porta vaticana, che impegna l’artista dal 1947 al 1964, diviene l’epicentro di una poetica che nel dialogare con la tradizione ne rifiuta gli aspetti più strettamente accademici.
Realizza inoltre la Porta dell'Amore per il Duomo di Salisburgo (1955-1958).
Nel 1964 Manzù va a vivere in una villa nei pressi di Ardea (Roma), nella località di Campo del Fico, che oggi in suo onore è stata ribattezzata Colle Manzù.
Realizza la Porta della Pace e della Guerra per la chiesa di Saint Laurens a Rotterdam (1965-1968) e, dopo circa dieci anni di bassorilievi, torna all'opera a figura intera realizzando in bronzo figure femminili che vanno dai ritratti della moglie a temi più o meno scopertamente erotici come l'Artista con la modella (rilievo), gli Amanti e lo Strip-tease.
Nei tardi anni '60 si dedica quindi alla professione dello scenografo, allestendo costumi e scene per alcune tra le opere più importanti di Igor Stravinskij, Goffredo Petrassi, Claude Debussy, Richard Wagner e Giuseppe Verdi.
Nel 1968 Curtis Bill Pepper scrive su di lui il libro An Artist And the Pope - il Papa menzionato nel titolo è Papa Giovanni XXIII, suo conterraneo ed amico personale - il libro viene tradotto in italiano, tedesco, spagnolo e francese.
La fama dello scultore giunge intanto in Giappone, dove nel 1973 si è tenuta una mostra personale presso il Museo di Arte Moderna di Tokyo. È suo il Monumento al partigiano sito a Bergamo, inaugurato nel 1977. Sempre a Bergamo numerose sue opere sono raccolte alla Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea.
In occasione del suo settantesimo compleanno, nel 1979, si tenne presso l'Accademia delle Arti del Disegno di Firenze una sua mostra personale. Nello stesso anno Manzù dona l'intera sua collezione (la "Raccolta amici di Manzù" fondata nel 1969 ad Ardea) allo stato italiano.
Nel 1987-88 un'altra importante mostra presenta l'opera di Manzù in Gran Bretagna e vale all'artista il titolo di membro onorario della London Royal Academy of Arts. L'anno successivo il comune di Milano gli dedica una mostra monografica e gli conferisce la cittadinanza onoraria.
Nel 1989, a New York, viene inaugurata di fronte alla sede dell'ONU l'ultima sua grande realizzazione, una scultura in bronzo alta 6 metri. Nel 2007 un gruppo di 6 sculture viene esposto, "en plein air", ad Orta S.Giulio, in provincia di Novara.
Nel 2008, nella soffitta della chiesa di Sant'Alessandro in Colonna a Bergamo, dove il padre era sagrestano, sono stati trovati alcuni graffiti attribuiti a Giacomo Manzù da giovane.
In occasione del centenario della nascita dello scultore sono state allestite, a Bergamo presso la Galleria d'arte moderna e contemporanea, la mostra Giacomo Manzù. 1938 - 1965 Gli anni della ricerca e, a Clusone presso il Museo Arte Tempo, la mostra: Giacomo Manzù. Gli anni di Clusone.

• 2001 - Geno Pampaloni (Roma, 25 novembre 1918 – Firenze, 17 gennaio 2001) è stato un giornalista e scrittore italiano.
Di genitori toscani (il padre, Agenore, da cui il suo nome “Geno”, era un grossista di olii che esercitava la sua attività a Grosseto) visse a Grosseto dal 1924 al 1939, diplomandosi al liceo classico.
Successivamente studiò Lettere a Firenze (con Momigliano) e a Pisa dove si laureò nel 1943 con una tesi su Gabriele D’Annunzio. Partecipò alla guerra come ufficiale dell’esercito nel corpo di occupazione italiano in Corsica; dopo l’armistizio fece parte del corpo italiano di liberazione (aprile-novembre 1944), partecipando alla campagna di liberazione dall’Abruzzo fino alla linea Gotica.
Nell’inverno 1944-45 lavorò a Roma al Ministero per l’Italia occupata. Finita la guerra, riprese l’attività giornalistica, che era iniziata a Grosseto presso “Il Telegrafo”. Nell’estate del 1945 si trasferì a Milano dove lavorò come redattore per “Italia Libera”, quotidiano del Partito d’Azione. Chiuso il giornale per lo scioglimento del Partito, Pampaloni insegnò per due anni in una scuola di avviamento professionale a Borgosesia (Vercelli). In questo periodo (autunno 1946-48) iniziò anche la sua attività di critico letterario, collaborando al “Ponte” e a “Belfagor”.
Nel novembre 1948 venne chiamato da Adriano Olivetti a dirigere la Biblioteca di fabbrica a Ivrea (Torino). Ben presto divenne uno dei suoi più stretti collaboratori, diresse il Centro culturale Olivetti e i Servizi culturali; ricoprì il ruolo di segretario generale del Movimento Comunità, collaborando alla rivista “Comunità”. Nel periodo 1957-58 fu direttore del settimanale “La via del Piemonte”. Su questo periodo della sua vita curiosi aneddoti circolano su Pampaloni:
“Eminenza ligia” di Adriano Olivetti (secondo il modo di dire coniato da Egidio Bonfante); la sua figura a capo dell’Ufficio di Presidenza era così carismatica che “Olivetti S.p.a.” diventa “Se Pampaloni Acconsente”. Nel 1953 iniziò a dirigere l’Enciclopedia AZ Panorama insieme con Giovanni Enriques ed Edoardo Macorini. Dal 1955 al 1957 proseguì la sua attività di critico letterario all’”Espresso”.
Nel ’58, in seguito alle elezioni politiche, fu licenziato dalla Olivetti, visto che anche lo stesso presidente ne era stato allontanato. Venne a Roma (dal 1959 al 1962), dove diresse un ente di edilizia popolare e servizio sociale.
Dimessosi, tornò all’attività letteraria, collaborando sull’”Epoca” e diventando consulente della RAI per i programmi culturali (come “Conversazioni con i poeti” del secondo canale).
Nel 1962 è a Firenze a dirigere la casa editrice Vallecchi, dove curò autori come Landolfi, Silone, Ortese, Fiore, Balducci.
Nel 1967 iniziò a collaborare con il “Corriere della Sera”, in cui si intensificava la sua attività di critico (autore di saggi e prefazioni di Alvaro, Brancati, Cecchi, Noventa, Pavese, Svevo, Vittorini).
Dopo dieci anni di intenso lavoro, Pampaloni lasciò la Vallecchi per dirigere l’ Edipem, casa editrice, rientrante nel gruppo De Agostini, da lui stesso fondata. Anche dopo il pensionamento, nel 1982, continuò sempre a collaborarvi. Per la De Agostini, nel 1988, curò e commentò un’edizione dei Promessi Sposi per le scuole medie.
Dal 1974 al 1993 fu critico letterario del “Giornale” del suo amico Indro Montanelli, che avrebbe seguito anche alla “Voce”. Durante questo periodo collaborò anche con altri quotidiani e riviste, come il “Tempo” e “Millelibri”.
Nel 1985 fu, per alcuni mesi, direttore del Gabinetto Vieusseux. Durante gli anni novanta collaborò alla “Stampa” e alla “Nazione”. Il 19 febbraio 1999 gli fu dedicata una giornata di festeggiamenti in occasione degli ottant’anni a Palazzo Vecchio a Firenze. Il 17 gennaio 2001 morì all’ospedale di Ponte a Niccheri.