Il calendario del 15 Luglio

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1099 - Prima Crociata: I soldati cristiani prendono la Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, dopo un difficile assedio

▪ 1207 - Giovanni d'Inghilterra espelle i monaci di Canterbury che avevano appoggiato l'Arcivescovo di Canterbury Stephen Langton

▪ 1381 - John Ball, veterano della Rivolta dei contadini, viene giustiziato alla presenza di Riccardo II d'Inghilterra

▪ 1410 - Battaglia di Grunwald (nota anche come: di Tannenberg o di Zalgiris), il potere dell'Ordine Teutonico viene infranto da una sconfitta contro polacchi e lituani

▪ 1472 - Il feudo chiamato Corte di Casale, capoluogo Canzo (CO), fu concesso da Galeazzo Maria Sforza ad Antonio e Damiano Negroni detti i Missaglia

▪ 1685 - In Inghilterra, il Duca di Monmouth viene giustiziato a Tower Hill, dopo essere stato sconfitto nella Battaglia di Sedgemore

▪ 1789 - Il Marchese de la Fayette, per acclamazione, viene nominato colonnello-generale della nuova Guardia Nazionale di Parigi

▪ 1799 - Nel villaggio egiziano di Rosetta, il Capitano francese Pierre-François Bouchard trova la Stele di Rosetta

▪ 1806 - Spedizione Pike: Nei pressi di St. Louis (Missouri), il tenente dell'esercito statunitense Zebulon Pike, inizia una spedizione che parte da Fort Belle Fountaine per esplorare il West

▪ 1808 - Napoleone Bonaparte firma per il regno di Napoli lo statuto di Baiona, redatto da Giuseppe Zurlo, in cui si nomina Gioacchino Murat re delle Due Sicilie.

▪ 1815 - Napoleone Bonaparte si arrende a bordo della HMS Bellerophon

▪ 1834 - Inquisizione Spagnola: istituita nel XV secolo, viene definitivamente soppressa per regio decreto emanato dalla Reggente di Spagna Maria Cristina di Borbone delle Due Sicilie

▪ 1862 - Guerra di secessione americana: I confederati spezzano il blocco navale di Vicksburg (Mississippi)

▪ 1870 - La Georgia diventa l'ultimo degli ex-stati confederati ad essere riammesso nell'Unione

▪ 1916 - A Seattle (Washington), William Boeing registra la Pacific Aero Products (successivamente rinominata in Boeing)

▪ 1918 - Prima guerra mondiale: Seconda battaglia della Marna - La battaglia inizia nei pressi del fiume Marna, con un attacco tedesco

▪ 1944 - Seconda guerra mondiale: gli americani prendono Saipan

▪ 1958 - In Libano, 5.000 marines sbarcano nella capitale Beirut, allo scopo di proteggere il governo filo-occidentale

▪ 1965 - Arrivano sulla Terra le prime foto di Marte dalla sonda Mariner IV

▪ 1975 - Progetto sperimentale Apollo Sojuz: le navette Apollo e Sojuz decollano per un rendez-vous USA-URSS nello spazio

▪ 1997 - A Miami (Florida), Andrew Cunanan uccide Gianni Versace fuori dalla sua casa

▪ 2002

  1. - Il cosiddetto "Talebano Americano", John Walker Lindh, si dichiara colpevole di aver fornito aiuto al nemico e per il possesso di esplosivo durante il compimento di un crimine. Lindh accetta di scontare 10 anni di prigione per ogni reato.
  2. - Ahmed Omar Saeed Sheikh e tre altri sospetti vengono dichiarati colpevoli dell'omicidio del reporter del Wall Street Journal, Daniel Pearl

▪ 2003 - La AOL Time Warner dismette la Netscape Communications Corporation, come conseguenza nasce Mozilla Foundation

▪ 2008 - Inizio della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) a Sydney

▪ 2009 - Precipita un aereo iraniano con a bordo 168 persone.

Anniversari

▪ 1274 - San Bonaventura da Bagnoregio al secolo Giovanni Fidanza (Bagnoregio, 1217/1221 circa – Lione, 15 luglio 1274) è stato un religioso, filosofo e teologo italiano.
Soprannominato Doctor Seraphicus, insegnò alla Sorbona di Parigi e fu amico di san Tommaso d'Aquino.
Vescovo e cardinale, dopo la morte venne canonizzato da Papa Sisto IV nel 1482 e proclamato Dottore della Chiesa da Papa Sisto V nel 1592. È considerato uno tra i più importanti biografi di san Francesco d'Assisi. Infatti alla sua biografia — la Legenda maior — si ispirò Giotto da Bondone per il ciclo delle storie sul Santo nella basilica di Assisi.
Per diciassette anni — dal 1257 — fu ministro generale dell'Ordine francescano, del quale è ritenuto uno dei padri: quasi un secondo fondatore. Sotto la sua guida furono pubblicate le Costituzioni narbonesi, su cui si basarono tutte le successive costituzioni dell'Ordine.
La visione filosofica di Bonaventura partiva dal presupposto che ogni conoscenza derivi dai sensi: l'anima conosce Dio e se stessa senza l'aiuto dei sensi esterni. Risolse il problema del rapporto tra ragione e fede in chiave platonico-agostiniana.
È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che celebra la sua memoria il 15 luglio (vedi Bonaventura). Era figlio di Giovanni Fidanza, medico, e di Maria di Ritello; portò inizialmente il nome del padre, Giovanni, che cambiò in Bonaventura al momento del suo ingresso nella famiglia francescana. Entrò nell'Ordine francescano nel convento di San Francesco vecchio, situato a metà strada tra Bagnoregio e Civita.
La data in cui Giovanni Fidanza venne alla luce non è certa. Viene collocata tra il 1217 e il 1221. Nacque a Civita di Bagnoregio, nei pressi di Viterbo. Nel 1235 si recò a Parigi a studiare forse nella facoltà delle Arti e successivamente, nel 1243, nella facoltà di teologia. Probabilmente in quello stesso anno entrò tra i Frati Minori (Minoriti). I suoi studi di teologia terminarono nel 1253, quando divenne magister (cioè "maestro") di teologia e ottiene la licentia docendi (la "licenza d'insegnare").
Nel 1250 il papa aveva autorizzato il cancelliere dell'Università a conferire tale licenza a religiosi degli ordini mendicanti, sebbene ciò contrastasse con il diritto di cooptare i nuovi maestri rivendicato dalla corporazione universitaria. E proprio nel 1253 scoppiò uno sciopero al quale tuttavia i membri degli ordini mendicanti non si associarono. La corporazione universitaria richiese loro un giuramento di obbedienza agli statuti, ma essi rifiutarono e pertanto vennero esclusi dall'insegnamento.
Questa esclusione colpì anche Bonaventura, che fu maestro reggente fra il 1253 e il 1257.
Nel 1254 i maestri secolari denunciarono a papa Innocenzo IV il libro del francescano Gerardo di Borgo San Donnino, Introduzione al Vangelo eterno. In questo testo fra' Gerardo, rifacendosi al pensiero di Gioacchino da Fiore, annunciava l'avvento di una «nuova età dello Spirito Santo» e di una «Chiesa cattolica puramente spirituale fondata sulla povertà», profezia che si doveva realizzare attorno al 1260. In conseguenza di questo il Papa — poco prima di morire — annullò i privilegi concessi agli ordini mendicanti. Il nuovo pontefice papa Alessandro IV condannò il libro di Gerardo con una bolla nel 1255, prendendo tuttavia posizione a favore degli ordini mendicanti e senza più porre limiti al numero delle cattedre che essi potevano ricoprire. I secolari rifiutarono queste decisioni, venendo così scomunicati, anche per il boicottaggio da loro operato ai danni dei corsi tenuti dai frati degli ordini mendicanti. Tutto questo nonostante che i primi avessero l'appoggio del clero e dei vescovi, mentre il re di Francia Luigi IX si trovava a sostenere le posizioni dei mendicanti.

Ministro generale e teologo
Nel 1257 Bonaventura venne riconosciuto magister. Nello stesso anno fu eletto Ministro generale dell'Ordine francescano, rinunciando così alla cattedra. A partire da questa data, preso dagli impegni del nuovo servizio, accantonò gli studi e compì vari viaggi per l'Europa.
Il suo obiettivo principale fu quello di conservare l'unità dei Frati Minori, prendendo posizione sia contro la corrente spirituale (influenzata dalle idee di Gioacchino da Fiore e incline ad accentuare la povertà del francescanesimo primitivo), sia contro le tendenze mondane insorte in seno all'Ordine. Favorevole a coinvolgere l'Ordine francescano nel ministero pastorale e nella struttura organizzativa della Chiesa, nel Capitolo generale di Narbona del 1260 contribuì a definire le regole che dovevano guidare la vita dei suoi membri: le Costituzioni, dette appunto Narbonensi. A lui, in questo Capitolo, venne affidato l'incarico di redigere una nuova biografia di san Francesco d'Assisi che, intitolata Legenda maior, diventerà la biografia ufficiale nell'Ordine. Infatti il Capitolo generale successivo, del 1263, approvò l'operà composta dal Ministro generale; mentre il Capitolo del 1266, riunito a Parigi, giunse a decretare la distruzione di tutte le biografie precedenti alla Legenda Maior, probabilmente per proporre all'Ordine una immagine univoca del proprio fondatore, in un momento in cui le diverse interpretazioni fomentavano contrapposizioni e conducevano verso la divisione.

Ultimi anni
Negli ultimi anni della sua vita Bonaventura intervenne nelle lotte contro l'aristotelismo e nella rinata polemica fra maestri secolari e mendicanti. A Parigi, tra il 1267 e il 1269, tenne una serie di conferenze sulla necessità di subordinare e finalizzare la filosofia alla teologia. Nel 1270 lasciò Parigi per farvi però ritorno nel 1273, quando tenne altre conferenze nelle quali attaccava quelli che erano a suo parere gli errori dell'aristotelismo.
Nel maggio del 1273, già vescovo di Albano, venne nominato cardinale; l'anno successivo partecipò al Concilio di Lione (in cui favorì un riavvicinamento fra la Chiesa latina e quella greca), nel corso del quale morì, forse a causa di un avvelenamento, stando almeno a quanto affermò in seguito il suo segretario, Pellegrino da Bologna.
Pierre de Tarentasie, futuro papa Innocenzo V, ne celebrò le esequie e Bonaventura venne inumato nella chiesa francescana di Lione. Nel 1434 la salma venne traslata in una nuova chiesa, dedicata a San Francesco d'Assisi; la tomba venne aperta e la sua testa venne trovata in perfetto stato di conservazione: questo fatto ne facilitò la canonizzazione, che avvenne ad opera del papa francescano Sisto IV il 14 aprile 1482, e la nomina a dottore della Chiesa, compiuta il 14 maggio 1588 da un altro francescano, papa Sisto V.

Le reliquie: il «santo braccio»
Il 14 marzo 1490, a seguito della ricognizione del corpo del santo a Lione, venne estratto il braccio destro. L'anno seguente venne trasferito a Bagnoregio. Oggi il «santo braccio», unica reliquia al mondo di san Bonaventura, si trova nella concattedrale di San Nicola.

L'itinerario della mente verso Dio
Bonaventura è considerato uno dei pensatori maggiori della tradizione francescana, che anche grazie a lui si avviò a diventare una vera e propria scuola di pensiero, sia dal punto di vista teologico che da quello filosofico. Difese e ripropose la tradizione patristica, in particolare il pensiero e l'impostazione di sant'Agostino. Egli combatté apertamente l'aristotelismo, anche se ne acquisì alcuni concetti, fondamentali per il suo pensiero. Inoltre valorizzò alcune tesi della filosofia arabo-ebraica, in particolare quelle di Avicenna e di Avicebron, ispirate al neoplatonismo. Nelle sue opere ricorre continuamente l'idea del primato della sapienza, come alternativa ad una razionalità filosofica isolata dalle altre facoltà dell'uomo. Egli sostiene, infatti, che:
«(...) la scienza filosofica è una via verso altre scienze. Chi si ferma resta immerso nelle tenebre.»

Secondo Bonaventura è il Cristo la via a tutte le scienze, sia per la filosofia che per la teologia.
Il progetto di Bonaventura è una riduzione (reductio artium) non nel senso di un depotenziamento delle arti liberali, bensì della loro unificazione sotto la luce della verità rivelata, la sola che possa orientarle verso l'obiettivo perfetto a cui tende imperfettamente ogni conoscenza, il vero in sè che è Dio.
La distinzione delle nove arti in tre categorie, naturali (fisica, matematica, meccanica), razionali (logica, retorica, grammatica) e morali (politica, monastica, economica) riflette la distinzione di res, signa ed actiones la cui verticalità non è altro che cammino iniziatico per gradi di perfezione verso l'unione mistica.
La parzialità delle arti è per Bonaventura non altro che il rifrangersi della luce con la quale Dio illumina il mondo: prima del peccato originale Adamo sapeva leggere indirettamente Dio nel Liber Naturae (nel creato), ma la caduta è stata anche perdita di questa capacità. Per aiutare l'uomo nel recupero della contemplazione della somma verità, Dio ha inviato all'uomo il Liber Scripturae, conoscenza supplementare che unifica ed orienta la conoscenza umana, che altrimenti smarrirebbe se stessa nell'autoreferenzialità.
Attraverso l'illuminazione della rivelazione, l'intelletto agente è capace di comprendere il riflesso divino delle verità terrene inviate dall'intelletto passivo, quali pallidi riflessi delle verità eterne che Dio perfettamente pensa mediante il Verbo.
Ciò rappresenta l'accesso al terzo libro, Liber Vitae, leggibile solo per sintesi collaborativa tra fede e ragione: la perfetta verità, assoluta ed eterna in Dio, non è un dato acquisito, ma una forza la cui dinamica si attua storicamente nella reggenza delle verità con le quali Dio mantiene l'ordine del creato. Lo svelamento di quest'ordine è la lettura del terzo libro che per segni di dignità sempre maggior avvicina l'uomo alla fonte di ogni verità.
La primitas divina La primalità di Dio è il sostegno a tutto l'impianto teologico di Bonaventura. Nella sua prima opera, il Breviloquium, egli definisce i caratteri della teologia affermando che, poiché il suo oggetto è Dio, essa ha il compito di dimostrare che la verità della sacra scrittura è da Dio, su Dio, secondo Dio ed ha come fine Dio. L'unita del suo oggetto determina come unitaria ed ordinata la teologia perché la sua struttura corrisponde ai caratteri del suo oggetto.
Nella sua opera più famosa, l'Itinerarium mentis in Deum ("L'itinerario della mente verso Dio"), Bonaventura spiega che il criterio di valore e la misura della verità si acquisiscono dalla fede, e non dalla ragione (come sostenevano gli averroisti). Da ciò fa conseguire che la filosofia serve a dare aiuto alla ricerca umana di Dio, e può farlo, come diceva sant'Agostino, solo riportando l'uomo alla propria dimensione interiore (cioè l'anima), e, attraverso questa, ricondurlo infine a Dio. Secondo Bonaventura, dunque, il «viaggio» spirituale verso Dio è frutto di una illuminazione divina, che proviene dalla «ragione suprema» di Dio stesso. Per giungere a Dio, quindi, l'uomo deve passare attraverso tre gradi, che, tuttavia, devono essere preceduti dall'intensa ed umile preghiera, poiché:
«(...) nessuno può giungere alla beatitudine se non trascende sé stesso, non con il corpo, ma con lo spirito. Ma non possiamo elevarci da noi se non attraverso una virtù superiore. Qualunque siano le disposizioni interiori, queste non hanno alcun potere senza l'aiuto della Grazia divina. Ma questa è concessa solo a coloro che la chiedono (...) con fervida preghiera. È la preghiera il principio e la sorgente della nostra elevazione. (...) Così pregando, siamo illuminati nel conoscere i gradi dell'ascesa a Dio.»

La "scala" dei 3 gradi dell'ascesa a Dio è simili alla "scala" dei 4 gradi dell'amore di Bernardo di Chiaravalle, anche se non uguale; tali gradi sono:
1) Il grado esteriore:
«(...) è necessario che prima consideriamo gli oggetti corporei, temporali e fuori di noi, nei quali è l'orma di Dio, e questo significa incamminarsi per la via di Dio.»
2) Il grado interiore:
«È necessario poi rientrare in noi stessi, perché la nostra mente è immagine di Dio, immortale, spirituale e dentro di noi, il che ci conduce nella verità di Dio.»
3) Il grado eterno:
«Infine, occorre elevarci a ciò che è eterno, spiritualissimo e sopra di noi, aprendoci al primo principio, e questo dona gioia nella conoscenza di Dio e omaggio alla Sua maestà.»

Inoltre, afferma Bonaventura, in corrispondenza a tali gradi l'anima ha anche tre diverse direzioni:
«(...) L'una si riferisce alle cose esteriori, e si chiama animalità o sensibilità; l'altra ha per oggetto lo spirito, rivolto in sé e a sé; la terza ha per oggetto la mente, che si eleva spiritualmente sopra di sé. Tre indirizzi che devono disporre l'uomo a elevarsi a Dio, perché l'ami con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l'anima (...).» (San Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum)

Dunque, per Bonaventura, l'unica conoscenza possibile è quella contemplativa, cioè la via dell'illuminazione, che porta a cogliere le essenze eterne, e ad alcuni permette persino di accostarsi a Dio misticamente. L'illuminazione guida anche l'azione umana, in quanto solo essa determina la sinderesi, cioè la disposizione pratica al bene.

L'ordine trinitario del mondo
San Bonventura elaborò una teologia trinitaria di derivazione agostiniana, in quanto volle evidenziare l'unità del Dio-Trino, come forza, che unisce le tre persone. Ma tale unità è conciliabile con la pluralità delle persone: unità e trinità sono sempre insieme. I dati presenti nella Scrittura presentano all'uomo la verità rivelata: in Dio vi sono tre persone. Due sono le fasi dell'auto-rivelazione di Dio: la prima nella creazione, la seconda in Cristo. Il mondo, per Bonaventura, è come un libro da cui traspare la Trinità che l'ha creato. Noi possiamo ritrovare la Trinità extra nos (cioè "fuori di noi"), intra nos ("in noi") e super nos ("sopra di noi"). Infatti, la Trinità si rivela in 3 modi:
  1. - come vestigia (o impronta) di Dio, che si manifesta in ogni essere, animato o inanimato che sia;
  2. - come immagine di Dio, che si trova solo nelle creature dotate d'intelletto, in cui risplendono memoria, intelligenza e volontà;
  3. - come similitudine di Dio, che è qualità propria delle creature giuste e sante, toccate dalla Grazia e animate da fede, speranza e carità; quindi, quest'ultima è ciò che ci rende "figli di Dio".

La Creazione dunque è ordinata secondo una scala gerarchica trinitaria e la natura non ha sua consistenza, ma si rivela come segno visibile del principio divino che l'ha creata; solo in questo, quindi, trova il suo significato. Bonaventura trae questo principio anche da un passo evangelico, in cui i discepoli di Gesù dissero:
««Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!» Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli.» Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre.»» (Lc, 19,38-40)
Le creature, dunque, sono impronte, immagini, similitudini di Dio, e persino le pietre "gridano" tale loro legame col divino.

▪ 1609 - Annibale Carracci (Bologna, 3 novembre 1560 – Roma, 15 luglio 1609) è stato un pittore italiano.

Bologna e l'Accademia degli Incamminati
Annibale Carracci nacque a Bologna e iniziò l'apprendistato nella sua famiglia. Nel 1582, Annibale, suo fratello Agostino e il cugino Ludovico aprirono una bottega di pittura, inizialmente chiamata Accademia dei Desiderosi e successivamente denominata Accademia degli Incamminati. Lo stile dei Carracci univa la lezione della scuola fiorentina, che basava tutta la pittura sulla linea e sul disegno, a quella della scuola veneziana, che puntava, invece, sul colore. Questo eclettismo sarà caratteristico di tutta la scuola bolognese.
È difficile distinguere i contributi individuali dei Carracci nei primi lavori, ad esempio gli affreschi di Palazzo Ghisilardi Fava a Bologna - raffiguranti scene della vita di Giasone - portano la firma Carracci, ad indicare il contributo collettivo. Nel 1585 Annibale realizza il Battesimo di Cristo, per la chiesa di San Gregorio a Bologna, nel quale inizia a risentire dell'opera del Correggio. Da questo momento nelle sue opere l'influsso del Correggio diviene predominante, arrivando a creare morbide modulazioni coloristiche e figure di una grazia elegante come nei due Compianti sul Cristo Morto, uno a Parma e l'altro distrutto, e nell'Assunzione del 1587, realizzata per la chiesa di San Rocco a Reggio Emilia, poi trasferita a Dresda.
Nel 1587-88, Annibale visita Parma e Venezia. Tra il 1589 e il 1592, i tre Carracci completano gli affreschi raffiguranti la Fondazione di Roma per Palazzo Magnani a Bologna. Nel 1592, Annibale dipinge un'Assunta per la cappella Bonasoni, in San Francesco. Nel 1593, il pittore realizza una pala d'altare, la Madonna col Bambino, san Giovannino e i santi Giovanni e Caterina, lavorando assieme a Lucio Massari. Dello stesso anno è la Resurrezione di Cristo. Durante il 1593-1594, i Carracci lavorano insieme agli affreschi di Palazzo Sampieri, sempre a Bologna.

Roma e gli affreschi di Palazzo Farnese
Gli affreschi monumentali di Bologna diedero grande notorietà ad Annibale, tanto che fu raccomandato dal Duca di Parma, Ranuccio I Farnese, al fratello, il cardinale Odoardo Farnese, che lo incaricò di decorare il piano nobile di Palazzo Farnese, a Roma. Tra il novembre e il dicembre del 1595, Annibale, accompagnato da Agostino, andò quindi a Roma per iniziare la decorazione del Camerino, con le storie di Ercole.
Contemporaneamente, il pittore iniziò a sviluppare centinaia di disegni preparatori per il lavoro principale, lasciando i suoi collaboratori ad affrescare i soffitti del salone maggiore con i temi laici dei quadri riportati, raffiguranti Gli amori degli Dei. Questi lavori ispireranno successivamente altri grandi artisti barocchi, quali Pietro da Cortona, Lanfranco, e successivamente ancora Andrea Pozzo e Giovan Battista Gaulli.
Lungo tutto il diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli affreschi di Palazzo Farnese furono considerati i capolavori assoluti della pittura ad affresco del tempo. La loro importanza non fu solo puramente artistica, ma anche procedurale: le centinaia di schizzi preparatori di Annibale divennero un passaggio fondamentale nella composizione di qualunque dipinto ambizioso.
Non è chiaro quanti altri lavori completò Annibale dopo gli affreschi di Palazzo Farnese, da alcuni carteggi si sa che nell'aprile del 1606 un umore pesantemente malinconico gli impediva di dipingere per il cardinale Farnese.
Nel 1609 Annibale morì e fu sepolto, come da sua volontà, nel Pantheon, a fianco della tomba di Raffaello.

Il contrasto con Caravaggio
Il critico Giovanni Bellori, nel XVII secolo, nella sua indagine intitolata Idea, prese il Carracci a termine di paragone dei pittori italiani, in quanto prosecutore del Rinascimento della grande tradizione di Raffaello e Michelangelo. Dall'altro lato, pur ammettendo l'abilità di Caravaggio come pittore, Bellori ne deplorava lo stile iper-realistico e il temperamento turbolento e violento. In egual modo egli vedeva con la medesima cupa costernazione lo stile dei caravaggisti.
Nel secolo scorso, invece, i critici si sono più spesso schierati a fianco del mito ribelle del Caravaggio, ignorando spesso la profonda influenza artistica del Carracci.

Paesaggi, scene di genere e disegni
Annibale Carracci fu decisamente eclettico quanto a tematiche affrontate: paesaggi, scene di genere e ritratti (che includono anche una serie di autoritratti). Fu uno dei primi artisti a dare risalto al paesaggio, ponendolo in primo piano rispetto al soggetto rappresentato; come nel suo capolavoro Paesaggio con la fuga in Egitto. Questo genere pittorico avrà poi un grande seguito in tutta Europa, con artisti come il Domenichino e Claude Lorrain.
Lo stile del Carracci presenta anche un lato meno formale, che risalta nelle sue caricature e nelle sue prime scene di genere, come il Mangiafagioli.

▪ 1904 - Anton Pavlovič Čechov - (Taganrog, 29 gennaio 1860 – Badenweiler, 15 luglio 1904) è stato uno scrittore, drammaturgo e medico russo.

Infanzia e adolescenza
Terzo di sei figli, Anton nacque in una famiglia di umili origini: il nonno, Egor Michailovič Čech, servo della gleba e amministratore di una raffineria di zucchero del conte Čertkov, era riuscito a riscattare se stesso e la propria famiglia nel 1841 grazie al versamento di una forte somma di denaro, 3500 rubli, al proprio padrone; il padre, Pavel Egorovič, religiosissimo e tirannico, impartì ai figli una dura disciplina: «Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi, quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il primo pensiero era: oggi sarò picchiato?».
La madre, Evgenija Jakovlevna Morozova, proveniva da una famiglia di commercianti, anch'essi già servi della gleba: donna gentile e affettuosa con i figli, veniva anch'essa maltrattata dal marito: «nostro padre faceva una scenata durante la cena per una minestra troppo salata, o dava dell'imbecille a nostra madre. Il dispotismo è tre volte criminale».[5] Anton amava questa donna mite e silenziosa: «Per me non esiste nulla di più caro di mia madre in questo mondo pieno di cattiveria».
Del resto, quella era l'unica educazione che Pavel Egorovič conoscesse e probabilmente la riteneva la migliore possibile: «Nostro nonno era stato picchiato dai signori, e l'ultimo dei funzionari poteva fare lo stesso. Nostro padre è stato picchiato da nostro nonno, noi da nostro padre. Che animo, che sangue abbiamo ereditato? [...] Il dispotismo e la menzogna hanno guastato a tal punto la nostra infanzia che non posso ripensarvi senza terrore e disgusto».
Nemmeno di Taganrog, la sua città natale, e dei suoi abitanti Anton ebbe mai un'opinione favorevole: «Si mangiava male, si beveva acqua inquinata [...] In tutta la città non conoscevo un solo uomo onesto» - scrisse nei suoi ricordi - «Sessantamila abitanti si preoccupano soltanto di mangiare, di bere, di riprodursi e non hanno alcun interesse nella vita [...] non ci sono né patrioti, né uomini d'affari, né poeti», e la città è «sporca, insignificante, pigra, ignorante e noiosa. Non vi è neppure un'insegna che sia priva di errori d'ortografia. Le vie sono deserte [...] la pigrizia è generale».
Questa città aveva goduto di tempi migliori prima che il porto affacciato sul mar d'Azov, fatto costruire da Pietro il Grande, si insabbiasse nella metà dell'Ottocento e gli scali dei trasporti fossero dirottati a Rostov: a Taganrog si era da tempo stabilita una numerosa colonia di emigrati greci, che si erano dedicati al commercio fino a controllare tutta l'esportazione dei prodotti agricoli.
Il padre era proprietario di una modesta drogheria dove si vendeva di tutto e si mesceva vino e vodka ad avventori che s'intrattenevano nel locale fino a notte inoltrata: nel 1867 mandò i figli Anton e Nikolaj a studiare proprio nella scuola greca, contando di introdurli un giorno, grazie alla conoscenza di quella lingua e di quegli agiati mercanti, nel facoltoso ambiente del commercio cittadino.
I risultati si rivelarono tuttavia disastrosi per i due ragazzi, che non riuscirono a inserirsi in questa scuola. Era composta di una sola aula nella quale venivano riuniti tutti gli allievi di diverso grado e un unico maestro insegnava tutte le materie in greco, lingua sconosciuta ai due Čechov: perciò l'anno dopo, il 23 agosto 1868, Anton entrò nel ginnasio russo di Taganrog.
La qualità del corpo insegnante era adeguato all'immagine di quel ginnasio, simile a una caserma: l'insegnante di storia usava abitualmente con gli studenti un linguaggio volgare, quello di latino era un confidente della polizia. Čechov si ricorderà di loro nel suo noto racconto L'uomo nell'astuccio: «Siete voi dei professori, dei pedagoghi? No, siete dei miserabili funzionari e il vostro tempio del sapere è un commissariato di polizia; del resto ne ha l'odore». Un'eccezione era rappresentata dall'insegnante di religione, che consigliò ad Anton, avendone notato l'ironia e la disposizione ai racconti umoristici, la lettura di classici della satira, come Molière e Swift, e il moderno Saltikov-Ščedrin: fu lui a dargli quel soprannome di Cechontè col quale Anton firmò i primi racconti.
Anche al ginnasio il profitto di Anton era modesto. Del resto, quello dello studio non era il suo impegno esclusivo: spesso doveva aiutare o sostituire il padre nella drogheria, tutte le domeniche e i giorni festivi doveva cantare nel coro della chiesa, il padre gli fece impartire lezioni di francese e poi, per più pratici scopi, lo costrinse a seguire un corso di taglio e cucito. I suoi svaghi consistevano nelle passeggiate in città, nelle corse nel parco, nella pesca alla lenza e, in estate, nella visita al nonno paterno, che veniva raggiunto con un lungo viaggio di due giorni su un lento carro attraverso la sterminata pianura russa fino al villaggio di Kniajaja, nel Donec. Certamente Čechov si avvarrà di queste esperienze quando scriverà La steppa, uno dei suoi racconti più noti.
Nel 1873, poi, ci fu la grande scoperta del teatro. Fu lo spettacolo de La belle Heléne di Offenbach a dargli la prima ma definitiva impressione che lo portò a interessarsi all'arte della recita e al gusto di una finzione che è anche realtà: seguirono Shakespeare e Gogol, Griboedov e il melodramma, la farsa e la commedia, e soprattutto il desiderio di imitare il lavoro degli attori. Con i fratelli e la sorella Marija formò una piccola compagnia che si esibiva in casa di fronte a parenti e amici e, quando non riproduceva le pièces di successo, Anton cominciò a improvvisare i primi canovacci. Seguì per qualche tempo la redazione manoscritta di un giornalino mensile, Il tartaglione, che egli faceva circolare anche tra i compagni di scuola e dove descriveva con umorismo fatti e scene della vita quotidiana della città.
Vennero in casa Čechov problemi familiari ed economici: nel 1875 Aleksandr e Nikolaj lasciarono la famiglia, stanchi delle prepotenze paterne, e se ne andarono a Mosca a studiare: Nikolaj pittura nella scuola di Belle Arti, e Aleksandr lettere all'Università. Gli affari della drogheria andarono sempre peggio e Pavel Egorovič non fu più in grado di pagare i fornitori; s'indebitò senza poter rimborsare i creditori finché, dichiarato il fallimento, il 3 aprile 1876 si rifugiò a Mosca come un clandestino. Allora si andava in prigione per debiti ed Evgenja Jakovlevna dovette vendere casa e mobilio per saldare i creditori e raggiungere il marito a Mosca con i figli Michail e Marija. Ivan fu accolto da una zia di Taganrog mentre Anton rimase nella vecchia casa, ora appartenente a un altro proprietario, al nipote del quale egli dava lezioni private in cambio del vitto e dell'alloggio.
Furono anni di miseria, passati nell'attesa di concludere gli studi e di poter raggiungere a Mosca la famiglia la quale, da parte sua, non se la passava meglio: in cinque in una stanza ammobiliata, vivevano del lavoro saltuario del padre e della confezione di scialli di lana della giovane Marija. A Taganrog, Anton passava molte ore nella modesta biblioteca pubblica, da poco inaugurata: ai moderni scrittori russi e alla filosofia di Schopenhauer, egli aggiungeva la lettura delle riviste umoristiche. Letture affastellate, e tuttavia necessarie alla formazione del futuro scrittore.
Un viaggio a Mosca, nella Pasqua del 1877, gli mise sotto gli occhi il decadimento e l'avvilimento della famiglia ma, giovane com'era, a colpirlo maggiormente fu la grandezza e la vivacità della città: «Mi sono recato recentemente al teatro di Tagonrog e l'ho paragonato a quello di Mosca. Che enorme differenza! Se riuscirò a terminare gli studi ginnasiali, correrò subito a Mosca. Amo talmente questa città!». Intanto, aveva già cominciato a scrivere sperando, ma invano, in una pubblicazione; una sua commedia fu giudicata promettente: si sentiva la stoffa dello scrittore - dissero - ma anche una completa mancanza di esperienza.
Vennero finalmente i giorni degli esami finali per il conseguimento del diploma ginnasiale: il componimento di russo era dedicato alla scottante attualità politica: «Non c'è calamità peggiore dell'anarchia». Anton se la cavò bene in tutte le materie e nel giugno del 1879 poteva mostrare con orgoglio il suo diploma: «Condotta: eccellente; precisione: benissimo; applicazione: benissimo; zelo nei lavori scritti: benissimo».
Si può immaginare con quanta impazienza il giovane Čechov trascorresse le ultime settimane a Tagonrog: finalmente, ottenuta una borsa di studio di 25 rubli per frequentare la Facoltà di Medicina, il 6 agosto 1879 saliva con due amici sul treno che l'avrebbe portato a Mosca, la sua ville lumière, la città delle promesse e del successo.

A Mosca
La sua famiglia viveva allora in uno scantinato di un palazzo in una via malfamata: tre pensionanti portavano un magro sollievo all'economia di quel gruppo di dieci persone che viveva dei trenta rubli mensili del padre operaio e della rara vendita di qualche quadro di Nikolaj, il pittore che, pur non privo di talento, annegava nell'alcool l'amarezza di una vita familiare degradata e la delusione della mancata realizzazione delle sue speranze d'artista. Il contributo della borsa di studio di Anton permise il trasferimento di tutta la famiglia in un vicino appartamento più decoroso, e di mandare a scuola i fratelli minori Ivan, Michail e Marija.
Impegnato nella frequenza universitaria, Anton non si unì mai ai circoli rivoluzionari studenteschi, molto attivi in quel periodo in cui i populisti credevano di poter rovesciare lo zarismo con una serie di attentati: in proposito Čechov mantenne sempre un assoluto riserbo. Seguendo i suoi personali interessi e avendo ben presente la necessità di guadagnare, il suo tempo era dedicato solo allo studio e alla scrittura di brevi racconti che inviava alle redazioni delle riviste umoristiche di Mosca: finalmente, dopo diversi rifiuti, il settimanale «La libellula» gli pubblicò nel marzo 1880 La lettera del possidente del Don Stepan Vladimirovič al dotto vicino dottor Fridrich, firmato semplicemente con un'anonima «V.». Una grande torta comparve sulla tavola dei Čechov a festeggiare il felice debutto letterario.
Fu l'inizio di una produzione crescente: la vena comica scorreva facilmente e nel giro di tre anni Čechov pubblicò più di cento racconti e un romanzo, L'inutile vittoria, comparso a puntate ne «La sveglia», scritto imitando lo stile di Mór Jókai, uno scrittore ungherese allora molto popolare anche in Russia. Continuò a firmare i suoi lavori con vari pseudonimi, spesso con quello di Antoša Cechonté, il soprannome datogli dal vecchio professore di ginnasio. Non scriveva soltanto racconti: ne «Lo spettatore» pubblicava anche recensioni teatrali. In una, scritta alla fine del 1881, si permise di criticare la famosa Sarah Bernhardt, che aveva visto recitare La signora dalle camelie e Adriana Lecouvreur al teatro Bol'šoi: «Vi sono momenti in cui, vedendola recitare, ne siamo commossi quasi fino alle lacrime. Le lacrime però non scendono, giacché tutto l'incantesimo è cancellato dall'artificio».
Quell'anno scrisse anche il suo primo dramma d'impegno, che egli riteneva importante, ma che gli fu rifiutato e allora egli, deluso, l'abbandonò. Dopo la morte il testo fu ritrovato nel 1920 tra le sue carte e dal 1923 fu rappresentato con vari titoli - in Italia con quello che si era poi ovunque imposto di Platonov - ed è un'opera confusa che tuttavia già contiene i temi dei maggiori drammi successivi: la vita di campagna, la noia, l'incapacità di vivere e di relazionarsi correttamente, l'egoismo.
Nell'ottobre del 1882 Čechov fu avvicinato dallo scrittore Nikolaj Lejkin, direttore di «Schegge» (Осколки), una famosa rivista umoristica di San Pietroburgo. L'accordo fu subito concluso: avrebbe ricevuto otto copechi per ogni riga dei suoi racconti, che dovevano essere brevi, vivaci, divertenti e non dare problemi con la censura. Čechov avrebbe tenuto nella rivista anche una regolare rubrica di cronaca, i Frammenti di vita moscovita, e il fratello Nikolaj li avrebbe illustrati. Fu così che su quell'importante rivista a diffusione nazionale il 20 novembre 1882 apparve il suo primo racconto, naturalmente firmato Čechontè.
Il compenso era eccellente, ma l'impegno di scrivere a scadenza racconti umoristici in un numero prefissato di righe era molto oneroso: «è arduo andare a caccia dell'umorismo. Vi sono giorni in cui si va alla ricerca delle facezie e se ne creano alcune di una banalità nauseante. Allora, volente o nolente, si passa nel campo della serietà». Fu così che ogni tanto gli fu permesso di scrivere racconti con un registro serio o malinconico.
Era ormai conosciuto e apprezzato, ma non era del tutto soddisfatto della sua professione. In quegli anni Čechov sosteneva di non considerarsi propriamente uno scrittore, ma piuttosto un giornalista, e solo provvisoriamente: «Sono giornalista perché ho scritto molto, ma non morirò giornalista. Se continuerò a scrivere, lo farò da lontano, nascosto in una nicchia [...] Mi immergerò nella medicina; è la mia unica possibilità di salvezza, benché non abbia ancora fiducia in me come medico».
Sta di fatto che nel 1884 raccolse in un volume le sue novelle migliori e le pubblicò a proprie spese con il titolo Fiabe di Melpomene (Skazki Mel'pomeny), che però, forse anche per il titolo ingannevole, non ebbero alcun successo. Čechov si consolò in giugno con il conseguimento della laurea in medicina: quell'estate esercitò la professione nell'ospedale di Čikino, presso Voskresensk, dove il fratello Ivan viveva e insegnava, poi a settembre tornò a esercitare nella casa di famiglia, dove ricavò il suo studio, pur continuando a mandare racconti a Pietroburgo. A dicembre, per la prima volta, ebbe degli sbocchi di sangue: era la tubercolosi, ma Čechov, per il momento, preferì pensare o far credere che si trattasse d'altro.
La povertà dell'adolescenza era ormai lontana e Anton, divenuto di fatto il capo della famiglia, poteva permettersi di mantenerla senza sopportare nessuna privazione personale: «Ho molti amici e di conseguenza molti clienti. Una metà li curo gratis, l'altra metà mi paga cinque o tre rubli a visita. Ovviamente non sono ancora riuscito ad accumulare un capitale e non l'accumulerò tanto presto, ma vivo in maniera piacevole e non mi manca nulla. Se camperò e starò bene, il futuro dei miei è assicurato». In effetti, poteva considerarsi un benestante: abitava in una casa ben ammobiliata, aveva due domestiche e la sera intratteneva gli amici al pianoforte. Nella primavera del 1885 si permise anche il lusso, impensabile fino a un paio d'anni prima, di affittare una villa interamente arredata a Babkino, nella campagna di Mosca, che si stendeva su un amplissimo parco all'inglese, e vi passò quattro mesi con tutta la famiglia. Tornati in città, in autunno un nuovo trasloco portò i Čechov ad abitare nel comodo appartamento di un tranquillo quartiere di Mosca.

La fama letteraria
Il 10 dicembre 1885 Čechov fu invitato da Lejkin a Pietroburgo, la capitale politica e culturale della Russia: fu ricevuto con gli onori che si riservano agli scrittori di grido e fu presentato ad Aleksej Suvorin, ricchissimo editore, fondatore e direttore del più importante quotidiano russo di quel tempo, «Novoe Vremja» (Новое время, Tempo nuovo), il quale gli propose di collaborare al suo giornale. Suvorin, scrittore di nessun rilievo, già liberale, si era convertito all'autocrazia divenendo il più convinto sostenitore del governo e uno degli uomini più odiati dall'intelligentija liberale e rivoluzionaria russa.
Per un giornalista sarebbe stata già una consacrazione collaborare al miglior giornale di tutta la Russia: la consacrazione letteraria, per quanto non pubblica, gli venne da una lettera inviatagli qualche mese dopo dal grande Dmitrij Grigorovič, scrittore ma soprattutto la massima autorità dell'epoca nel campo della critica letteraria: «Avete un talento vero, un vero talento che vi pone molto al di sopra degli scrittori della vostra generazione [...] se parlo del vostro talento, lo faccio per convinzione personale. Ho più di sessantacinque anni, ma continuo a provare un tale amore per la letteratura e ne sorveglio i progressi con tale ardore, mi rallegro talmente se scopro qualcosa di nuovo e di ispirato che, come vedete, non posso trattenermi e vi tendo entrambe le mani».
Gli dava anche un prezioso consiglio: «Smettete di scrivere troppo in fretta. Non conosco la vostra situazione economica. Se non fosse buona, meglio sarebbe per voi patire la fame, come avvenne a suo tempo nel nostro caso, e tenere in serbo le impressioni per un lavoro maturo, compiuto [...] Un'unica opera scritta in tali condizioni avrà un valore mille volte superiore a un centinaio di novelle, anche buone, sparpagliate su diversi giornali».
Naturalmente Čechov rispose subito: «la vostra lettera, mio buono e amatissimo nunzio di gioia, mi ha colpito come il fulmine. Ne ho quasi pianto [...] Nei cinque anni che ho trascorso vagabondando da un giornale all'altro sono stato contagiato dai giudizi sull'inconsistenza dei miei scritti e mi sono abituato a considerare il mio lavoro con disdegno [...] Questo è un primo motivo. Un secondo è che sono medico, immerso quasi completamente nella medicina. Non rammento un solo racconto su cui abbia lavorato più di un giorno [...]». Dopo aver letto la lettera di Grigorovič, Čechov rivelava di avere «bruscamente sentito l'assoluta necessità di uscire dal solco nel quale mi sono impantanato» e concludeva: «Ho soltanto ventisei anni. Forse riuscirò a concludere qualcosa di buono, anche se il tempo corre veloce».
In estate apparve la sua nuova raccolta, i Racconti variopinti che dai critici, non però da Grigorovič, ebbe un'accoglienza negativa, e fece un nuovo trasloco, questa volta affittando un'intera casa di due piani di via Sadovaja-Kudrinskaja, quasi nel centro di Mosca. Oltre ad accogliere comodamente i famigliari, vi teneva lo studio medico, lo scrittoio e nel salotto riceveva, come sempre, estimatori e amici, tra i quali erano gli scrittori Vladimir Korolenko, Fëdor Popudoglo, Aleksej Sergeenko e Marija Kiselëva con il marito, e il pittore Levitan, che s'innamorò, non ricambiato, di Marija Čechova.
Nel marzo del 1887 Suvorin decise di pubblicargli una nuova raccolta di novelle - intitolata Nel crepuscolo, che ebbe un buon successo di critica e di pubblico - e gli offrì un largo anticipo sui futuri racconti. Čechov ne approfittò subito per realizzare il desiderio al quale da tempo pensava: rivedere la città natale. Ambientato ormai a Mosca e anche a Pietroburgo, Taganrog fu una grave delusione: quella sporcizia e quell'aria di provincia desolata gli furono insopportabili. Si rifece nel viaggio di ritorno, passando per la steppa immensa e malinconica, assaporò nuove sensazioni assistendo per due giorni a Novočerkassk a una festa di cosacchi, o partecipando alla festa religiosa del vicino monastero del Monte Santo. Scrisse a Lejkin: «Ho accumulato una massa d'impressioni e di materiale, non rimpiango di aver perso un mese e mezzo per questo viaggio».
[…]
La morte
Il 15 febbraio 1904 lo scrittore lasciò Mosca per Jalta. Le disfatte subite dalla Russia nella guerra contro il Giappone si succedevano e Čechov, preso da patriottismo, seguiva le notizie con profonda amarezza. Il suo unico impegno, intervallato dalle frequenti crisi provocate della tisi, consisteva nella consulenza editoriale a favore della rivista «Il pensiero russo»; scrisse anche a Stanislavskij di un vago progetto di una nuova opera teatrale, ma la sua capacità creativa sembrava in quel periodo esaurita.
Deciso a rivedere la moglie, giunse a Mosca il 3 maggio, ma dovette mettersi subito a letto. La tubercolosi si estendeva, oltre i polmoni era colpita la regione addominale, il cuore era affaticato e i medici lo sostenevano con iniezioni di morfina. Gli fu consigliato di consultare uno specialista in Germania, il professor Karl Ewald, una celebrità dell'epoca.
Quando si sentì meglio, con l'autorizzazione dei suoi medici, il 3 giugno Čechov partì con la moglie per Berlino. Vi giunsero il 5 e scesero all'elegante albergo Savoy. Come spesso gli accadeva nei primi giorni di un viaggio, appariva allegro e interessato alla città. Il professore tedesco doveva però togliergli ogni ottimismo: dopo averlo visitato, gli disse senza mezzi termini che per lui non c'era alcuna speranza.
Tre giorni dopo, i Čechov lasciarono Berlino per Badenweiler, una stazione termale della Selva Nera, alloggiando nella confortevole Villa Friederike. Seguito da un medico, osservava una dieta a base di burro, di cacao e di farinata d'avena, prendeva molto sole e ammirava le montagne. La salute sembrò migliorare in breve tempo ma Čechov cominciò ad annoiarsi, e con la noia prese a inquietarsi.
Così si trasferirono semplicemente all'Hotel Sommer, nella stessa cittadina: dal balcone della stanza, Čechov passava il tempo osservando turisti e residenti passeggiare nella strada sottostante.
Alla fine di giugno a Badenweiler la temperatura e l'umidità salirono considerevolmente, aumentando le difficoltà di respirazione di Čechov: il 29 giugno ebbe un collasso, dal quale si riprese ma il giorno dopo ne seguì un altro. Si riprese ancora ma non riusciva ad abbandonare il letto, vegliato da Ol'ga. Il 1º luglio improvvisò per Ol'ga un racconto allegro, di quelli suoi di gioventù, poi si addormentò.
Si risvegliò di colpo verso mezzanotte: ansimando chiese un medico. Delirava, ma riprese lucidità quando Ol'ga gli applicò la borsa del ghiaccio sul petto: «Non si mette il ghiaccio su un cuore spento». Alle due venne il medico: «Ich sterbe» - gli disse piano Čechov - io muoio. Il dottore gli fece un'iniezione e volle procurarsi dell'ossigeno, ma lo scrittore lo fermò: «È inutile». Allora fu ordinato champagne. «È tanto che non bevo champagne»: bevve e si distese sul fianco. Poi fu silenzio. Erano le tre del mattino, una falena batteva le ali nere sul vetro della lampada accesa.
Il 9 luglio le spoglie di Čechov giungevano alla stazione Nikolaj di Mosca. Il vagone che le trasportava recava sul fianco un grosso cartello: Trasporto di ostriche». L'associazione suscitò indignazione, ma il giovane Čechov avrebbe certamente trasformato la volgarità di quell'involontario effetto in uno spunto per un suo racconto comico.
Si formò il corteo diretto al monastero Novodevičij, che s'ingrossò via via che si conobbe il nome del defunto. Alle porte del cimitero la folla era enorme. La bara di Čechov fu calata nella fossa scavata accanto alla tomba di suo padre. Il giorno dopo pochi intimi accompagnarono la madre, Marija e Ol'ga per il servizio religioso di fronte alla tomba colma di fiori.
La madre Evgenija morì nel 1919, Marija visse sempre a Jalta nel culto del fratello, nella villa trasformata in museo da lei diretto, morendovi novantenne nel 1957. Ol'ga Knipper proseguì la sua brillante carriera: fu insignita delle più prestigiose onorificenze sovietiche e si spense a 89 anni nel 1959.

L'artista
Le novelle - L'opera teatrale

Le commedie di Čechov rappresentano una pietra miliare della drammaturgia di tutti i tempi.
All'inizio del XX secolo, sui suoi testi teatrali il regista Kostantin Stanislavskij elaborò una nuova metodologia della recitazione, per adeguare l'arte drammatica alla espressione di stati d'animo complessi, delle sfumature emozionali di personaggi apparentemente quotidiani, ma portatori di istanze attribuibili ad ogni essere umano.
Anatolij Lunačarskij, nella commemorazione cecoviana in occasione del venticinquesimo anniversario dalla morte dello scrittore, disse che ben pochi tra gli scrittori del passato hanno saputo essere così chiaroveggenti e così infallibili nel guidare gli uomini attraverso il labirinto della vita di ieri. Lo stesso Čechov sembra rispondere con le parole di Ol'ga nelle Tre sorelle:
«...Le nostre sofferenze si trasformeranno in gioia per quelli che vivranno dopo di noi: la felicità e la pace scenderanno sulla terra e gli uomini ricorderanno con gratitudine e benedizione coloro che vivono adesso...»
Egli ritrasse, nel corso della sua produzione artistica, tutta la confusione spirituale della vita russa, la tragedia sconfinata della mediocrità, l'esistenza scialba e gretta, senza ideali e senza mete o al contrario con troppi ideali e troppe mete; la vita sciupata di uomini corrosi dalla consapevolezza dell'inutilità, schiavi dell'abitudine di vivere.
Carlo Grabher (traduttore delle opere di Čechov) afferma: I veri eroi cecoviani soffrono di non sapere e la loro volontà, sebbene si spezzi dinanzi all'azione e si ripieghi vinta, non rinuncia, almeno, a un'aspirazione iniziale; essi vorrebbero sapere, vorrebbero agire, vivere, e questo slancio impotente costituisce il vero principio dinamico del loro dramma. L'anima dei veri eroi cecoviani si trova in una situazione spirituale di una ambiguità delicatissima: essi non amano la loro vita, perché non sanno viverla.

▪ 1959 - Padre Agostino Gemelli, al secolo Edoardo Gemelli (Milano, 18 gennaio 1878 – Milano, 15 luglio 1959), è stato un religioso, medico, rettore e psicologo italiano. Appartenente all'ordine francescano ofm, è stato il fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dell'istituto secolare dei Missionari della Regalità di

«L'università deve essere focolaio di attività scientifica, vero laboratorio nel quale maestri e scolari collaborano ad indagare nuovi veri e a rivedere questioni già discusse. Così nello studente si educa lo spirito critico e, quel che più importa dato lo scopo speciale che la nostra università ha, lo spirito di ricerca.» (Agostino Gemelli)

Dalla nascita al 1918
Nasce da un'agiata famiglia milanese legata alla massoneria. Ottiene la laurea in Medicina presso l'Università di Pavia discutendo una tesi della quale è relatore il premio Nobel Camillo Golgi. Negli anni universitari è alunno del Collegio Ghislieri, occupando la stanza N°59 in "Sottomarino". In sintonia con questo ambiente consolida le sue idee positiviste e anticlericali, già assorbite nella famiglia. Portato sia allo studio che all'azione, si dedica alle lotte sociali nelle file socialiste.
Dopo la laurea svolge il servizio militare a Milano nell'ospedale di Sant'Ambrogio con Ludovico Necchi e con Padre Arcangelo Mazzotti che ebbero un grande influsso nella sua conversione al cattolicesimo a cui da tempo lo stavano conducendo la critica al positivismo e la delusione provocata in lui dall'esperienza socialista. Nel novembre 1903 entra nel convento francescano di Rezzato, presso Brescia, dove assume il nome di Agostino e viene ordinato sacerdote il 14 marzo 1908.
Nel 1909 fonda la "Rivista di filosofia neoscolastica" e nel 1914 la rivista di cultura "Vita e Pensiero" con le quali sostiene un ritorno a posizioni teocentriche e neotomiste. Negli anni dal 1909 al 1912 si batte attivamente a partire dalle sue conoscenze mediche, per sostenere scientificamente il carattere miracoloso di molte guarigioni verificatesi a Lourdes, in quella che egli stesso chiama la «lotta per Lourdes» svolta soprattutto contro i circoli medici legati alla massoneria. Famoso il suo intervento nel novembre del 1910 presso l'associazione sanitaria milanese, in cui affronta in un pubblico contraddittorio i colleghi medici scettici sul carattere sovrannaturale degli eventi di Lourdes, pubblicandone poi il resoconto stenografico delle relazioni nel libro La lotta contro Lourdes in cui espone le prove e i documenti che sosteneva attestassero l'inspiegabilità scientifica delle guarigioni.
Nello stesso periodo sviluppa ricerche scientifiche in molti laboratori italiani ed europei prima in istologia, poi in psicologia sperimentale. Determinanti per la sua formazione psicologica furono gli incontri con Friedrich Kiesow (a Torino) e Oswald Külpe (a Bonn e Monaco). Durante la prima guerra mondiale presta la sua opera al fronte come medico e sacerdote e fonda un laboratorio psicofisiologico presso il comando supremo dell'esercito, dove compie studi sulla psicologia dei soldati e in modo particolare degli aviatori. Al termine della guerra e tornato alla ricerca scientifica si occupa di vari campi della fonetica sperimentale e dei rapporti tra la biologia (soprattutto la neurologia) e la psicologia, e della psicologia sperimentale e applicata; in quest'ultimo campo sono da segnalare gli studi di antropologia criminale e di psicologia professionale.

La Regalità di Cristo e l'Università Cattolica
Nel 1919, assieme ad Armida Barelli, fonda il ramo femminile dell'istituto dei Missionari della Regalità di Cristo primo istituto a porre in essere una consacrazione laicale; l'istituto è volto al servizio di alcune opere, tra cui l'Azione Cattolica e la nascita dell'Università Cattolica di Milano, ateneo per il quale, nonostante le difficoltà incontrate a causa del modello vicino a quello degli atenei statali, ottiene il riconoscimento pontificio. L'Università Cattolica viene inaugurata il 7 dicembre 1921 ed inizia ad operare con due facoltà: Filosofia e Scienze sociali; essa ottiene il riconoscimento statale con il R.D. 2 ottobre 1924, n. 1661. Dell'Università Cattolica Gemelli è rettore fino alla morte, allargandosi alle facoltà di Giurisprudenza, Scienze Politiche, Lettere e Filosofia, Economia e Commercio, Magistero, nella sede di Milano, Agraria, nelle sede di Piacenza. Nell'Università Gemelli costituisce un moderno istituto di psicologia nel quale si sviluppano avanzate ricerche su percezione, linguaggio, personalità, applicazioni della psicologia all'orientamento professionale e alla selezione del personale.
Nel 1928 con Giorgio La Pira fonda il ramo maschile dei Missionari della Regalità di Cristo.
Nel 1937 viene nominato presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, carica che mantiene fino alla morte.
Nel 1944 pubblica La psicotecnica applicata alle industrie, contributo fondamentale alla moderna psicologia del lavoro: ambiente e lavoro, rapporto uomo-macchina, la fatica e la monotonia, motivazione ed incentivazione del personale, obiettivi e procedure di selezione, problemi psicologici legati alla disoccupazione, valorizzazione della soggettività delle risorse umane. Nel dopoguerra è nominato membro del consiglio superiore della Pubblica Istruzione e si dedica allo sviluppo dell'Università Cattolica, di cui è nominato rettore a vita nel 1953 con decreto del presidente della Repubblica. Cura la formazione di una nuova generazione di allievi , tra cui lo studente del Collegio Augustinianum Giuseppe Dossetti , attraverso lo studio della psicanalisi e della psicologia sociale statunitense. Inoltre estende la ricerca sperimentale di base ad una serie di applicazioni nuove rispetto a quelle precedentemente avviate nel campo della psicologia del lavoro, della psicologia dello sviluppo, della psicologia clinica.
L'attività saggistica di Gemelli abbraccia svariati campi come la teologia morale ed ascetica, la filosofia, oltre alla psicologia. A lui si deve l'apertura di campi di ricerca nella psicologia clinica e nell'applicazione della psicologia ai problemi sociali, all'orientamento professionale e scolastico, lo sviluppo della psicologia del lavoro, lo studio delle condizioni dei carcerati, la devianza giovanile, la psicopedagogia. Inoltre è attivo protagonista del dibattito culturale del '900, a cui porta tra l'altro la sua personale testimonianza di sacerdote e scienziato in cui si fondano fede e scienza. Come ultima opera, Gemelli porta a compimento il suo progetto della Facoltà di Medicina a Roma, lungamente meditato e che, secondo le sue parole, costituiva «il sogno della sua anima». La facoltà fu istituita ufficialmente nel 1958 e aperta nel 1961, dopo la sua morte, che col Policlinico universitario a lui intitolato e l'Università Cattolica rappresenta il suo lascito più tangibile.

Il rapporto tra Gemelli e il Fascismo
Numerose prese di posizione di padre Gemelli, dimostrano la sua piena adesione alle ideologie del fascismo. In quasi tutti i discorsi in occasione delle inaugurazioni dei nuovi anni accademici dell'Università Cattolica di Milano, dal 1929 al 1939, Agostino Gemelli profuse, nei suoi interventi, dissertazioni apologetiche con l'intento di celebrare ed esaltare il regime fascista.
Nel discorso di avvio del 1935, affermò:
«Nessuno può restare indifferente allo storico spettacolo offerto dall'Italia nostra: lo spettacolo di questa giovane Nazione che sola, affrontando le inique imposizioni sia delle nazioni che hanno dimenticato i titoli di amicizia conquistati nel comune sacrificio, sia quelle Nazioni che nella loro schiavitù politica ed economica non possono comprendere il valore della rinnovazione d'Italia, si erige a difendere in nome di una giustizia a cui debbono obbedire tutti i popoli, il diritto di dare pane e lavoro ai suoi figli. Il Fascismo affrontando non solo per sé, ma per tutti, una così tremenda responsabilità, ha assunto il compito di portare l'Italia su di una linea operosa di svolgimento della propria missione civilizzatrice nel mondo, rifacendosi alla più pura e più bella tradizione italiana scritta nelle opere, negli istituti, nei monumenti del nostro Paese » (Antonio Pellicani, Il Papa di tutti. La Chiesa cattolica, il fascismo e il razzismo 1929-1945, Sugar, Milano, 1964)
Nel 1937 affermò:
«Il nuovo volto dell'Italiano, volto di maschia bellezza, ognuno lo può vedere anche nello studente universitario, che non è più lo scapigliato goliardo d'un tempo, ma è il soldato di un'idea e il cittadino che serve con fedeltà una idea. Il motto: «Libro e Moschetto», con cui il Duce d'Italia ha formulato il programma della vita universitaria è oggi una realtà » ( Alberto Cova, Storia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Le fonti. (vol. I) Discorsi di inizio anno. Da Agostino Gemelli a Adriano Bausola (1921/22-1997/98), Vita e pensiero, 2008, p. 197)
Nel 1938 affermò:
«Nella lotta economica che impegna tutte le nazioni moderne, il Fascismo ha insegnato agli Italiani che la sola arma di difesa è l'Autarchia; ogni Italiano è oggi ingaggiato a procurare la indipendenza economica mediante la propria partecipazione alla vita autarchica della Nazione» (Alberto Cova, Storia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Le fonti. (vol. I) Discorsi di inizio anno. Da Agostino Gemelli a Adriano Bausola (1921/22-1997/98), Vita e pensiero, 2008, p. 225)

Sulla rivista Vita e pensiero Gemelli portò avanti l'apologia nei confronti del fascismo in diversi articoli:
«Nell'ora delle minacce, quando il bieco massonismo internazionale, la demagogia comunista, la forza prepotente di chi sgavazza nell'abbondanza e il fariseismo dei protestanti, congiuravano in un poco nobile e poco ideale connubio, alzando una pretesa spada di Damocle sul nostro capo, l'Italia ha saputo conservare una tranquillità così operosa e serena, un atteggiamento così concorde e virile, da dimostrare a quale altezza politica l'abbia saputa elevare in pochi anni il fascismo » (Vita e pensiero, novembre 1935)
Scrisse Agostino Gemelli nel 1938:
«[Se al fianco] dei bolscevichi si sono schierati i mercanti di armi di nazioni ricchissime, ed i politici dei vari fronti popolari che obbedendo agli ordini di Mosca, difendono sé stessi e la loro ideologia, ecco il fascismo italiano che con il suo duce, rompendola con le ipocrisie diplomatiche, richiama la vecchia Europa a considerare dove gli errori dei suoi diplomatici la condurranno»(Vita e pensiero, gennaio 1938)
Non a caso il più forte legame fra il regime fascista e la Chiesa cattolica fu costituito dall'Università cattolica di Milano: fatto particolarmente rilevante dal momento che in questa Università si formò una parte notevole dei dirigenti democristiani degli anni Quaranta.[1]
Nel Dopoguerra ebbe modo così di giustificare la sua condotta favorevole al Fascismo:
«Io dovetti non già lodare il fascismo, quanto riconoscere la bontà di alcuni provvedimenti e leggi [...] Questa linea di condotta fu controllata in ogni suo passo da Sua Santità Pio XI di venerata memoria e [i miei] discorsi furono tutti riveduti preventivamente da un Sacerdote censore ecclesiastico e furono tutti uditi e mai biasimati dall'arcivescovo di Milano. »(Lettera di padre Agostino Gemelli del 21 maggio del 1945 all'allora monsignor Montini, raccolta in Ezio Franceschini "Un anno difficile per il P. Gemelli e per la sua Università: il 1945" in "Aevum" 1981, a.LV, fasc. 3, pag. 417.)

L'accusa di antisemitismo
Nel 1938, appoggia le leggi razziali (viene considerato da diversi studiosi uno degli esponenti di spicco dell'"antiebraismo spiritualista" che caratterizzò il razzismo fascista, distinguendolo dall'antiebraismo biologico nazista).[2] Secondo F. Cuomo Gemelli sarebbe tra i 360 aderenti al manifesto degli scienziati razzisti del 25 luglio,[3] (precedentemente pubblicato sul Giornale d'Italia il 15 luglio), e comunicato dalla segreteria politica del Partito Nazionale Fascista dopo un incontro al vertice con i redattori della tesi).[4] Tuttavia questa adesione è messa in serio dubbio da Maurilio Lovatti.[5] La figura di Agostino Gemelli è periodicamente al centro di accuse di antisemitismo per il contenuto di alcuni suoi scritti contro l'ebraismo pubblicati durante il periodo fascista. Il più noto e contestato è il necrologio di Felice Momigliano, pubblicato in Vita e Pensiero, rivista dell'Università Cattolica, nell'agosto 1924. Pubblicato anonimo, Agostino Gemelli, allora Rettore dell'Università Cattolica e Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, ne rivendicò la paternità nel numero del dicembre 1924 della stessa rivista.
Nell'articolo era scritto:
«Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell'Università Mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con il Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l'opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l'acqua del Battesimo.»
Secondo lo storico Roberto Finzi, prese di posizione come queste dimostrano la continuità tra antigiudaismo cristiano e antisemitismo.[6]
La rivista Vita e pensiero giustificò sostanzialmente la politica antisemita del fascismo.[7] Che la posizione della rivista ricalcasse le medesime posizioni del fascismo è ampiamente dimostrato dalle pubbliche esternazioni del suo stesso fondatore: padre Agostino Gemelli. In occasione di una conferenza da lui tenuta il 9 gennaio 1939 all'Università di Bologna, Gemelli affermò:
« Tragica senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica patria; tragica situazione in cui vediamo una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria, mentre le conseguenze dell'orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo. »(dichiarazione di Agostino Gemelli dopo la promulgazione delle leggi razziali (Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, p. 325))

Il ricorso all'argomento razziale del sangue - oltre ai tradizionali motivi religiosi come il deicidio - costituisce un palese richiamo alla politica razziale del regime fascista sostenuta da Giorgio Almirante e Guido Landra, i quali, nella rivista La difesa della razza, avevano incoraggiato il razzismo biologico "della carne e del sangue", di chiara derivazione nazionalsocialista. Non potrà quindi meravigliare il fatto che il gerarca fascista Roberto Farinacci, si precipitò ad acclamare il discorso bolognese del Gemelli sul quotidiano Il regime fascista del 10 gennaio, proclamando «Non siamo soli», e che successivamente raccomandò addirittura a Mussolini la nomina di quest'«uomo veramente nostro» all'Accademia d'Italia.[8]
Anche sulla Rivista del Clero Italiano, fondata e diretta dallo stesso rettore francescano, comparvero articoli chiaramente antisemiti a firma di Gemelli, come quello che si trova compreso all'interno di un contesto che riguarda i rapporti fra eucarestia ed educazione giovanile:
« […] Non vogliamo che i signori socialisti ed i signori ebrei (il che spesso è una stessa cosa) avvelenino l'anima dei nostri figli, come hanno avvelenato un tempo la nostra. […] Il mezzo, l'unico mezzo, il mezzo certo, quello dinnanzi al quale i signori socialisti e i signori ebrei che infestano e ammorbano l'Italia dovranno piegare è proprio nostro Signore che essi bestemmiano; ovvero nostro Signore Eucaristico. Ricordate l'episodio di Santa Chiara che fuga i saraceni con il SS. Sacramento? Noi dobbiamo fare un poco così, come essa. Bisogna respingere questi avvelenatori della coscienza dei nostri figli. E il mezzo è il SS. Sacramento » ( Rivista del Clero Italiano, giugno 1922)

In difesa di Agostino Gemelli intervenne il sacerdote cattolico Francesco Olgiati con un memoriale redatto nel 1945. Stretto collaboratore di Gemelli, Olgiati condivideva pienamente le scelte ideologiche del rettore francescano, tanto da essere stato chiamato a condividere la direzione delle riviste fondate dal Gemelli: Vita e pensiero e Rivista del Clero Italiano. Olgiati affermò nel suo memoriale che il rettore francescano prestò soccorso ai perseguitati politici, fra i quali numerosi ebrei; secondo Olgiati «alcuni furono dal Rettore stesso aiutati a recarsi in Svizzera», mentre altri furono nascosti in Milano.
Tuttavia questa versione è stata smentita dalla storica Susan Zuccotti con una ricostruzione dei fatti maggiormente dettagliata. I profughi (una cinquantina di ebrei, un centinaio di prigionieri di guerra e varie centinaia di ex militari italiani), sono stati favoriti nella fuga, non dal Gemelli, ma da giovani laureati provenienti dall'Università Cattolica che fungevano da guide, assieme al padre cappuccino Carlo Varischi. Nominato da padre Gemelli assistente dell'Associazione Ludovico Necchi, Varischi fondò un'opera assistenziale finalizzata all'aiuto materiale della popolazione di Milano, adoperandosi anche a favore degli ebrei. Padre Varischi testimoniò di avere personalmente provveduto a procurare ai fuggiaschi documenti falsi e denaro, oltre a rifugi sicuri lungo il viaggio.[9]
Circostanze confermate anche da Ezio Franceschini in un articolo[10] nel quale si afferma, a proposito dei fuggiaschi, che «Parecchi di essi, un centinaio circa, raggiunsero la salvezza anche per merito ed opera di Padre Carlo da Milano[11] [oltre a Don Mario Zanin da padova e Armando Romani, ndr], l'Assistente Ecclesiastico dell'Associazione Ludovico Necchi che raccoglie i laureati della nostra Università, il cui ufficio è stato il primo centro di attività clandestina nel nostro Ateneo».[12] L'unico merito di padre Gemelli fu quello di aver avvisato padre Varischi di essere ricercato dalla polizia fascista, permettendogli di trovare rifugio sui monti.[13]
In occasione della promulgazione delle leggi razziali che prevedevano - tra gli altri provvedimenti - l'espulsione degli ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado,[14] Agostino Gemelli, rettore dell'Università Cattolica, sostenne una posizione conciliante e arrendevole. In seguito ad alcune notizie che accusavano l'Università Cattolica di aver iscritto studenti ebrei nel nuovo anno accademico, nonostante il divieto legislativo, Gemelli si affretta a precisare, in una lettera alla moglie del ministro della Cultura popolare Dino Alfieri:
«L'accusa che l'Università Cattolica accetti studenti ebrei deve essere una voce messa in giro da malevoli interessati. Noi non abbiamo alcun ebreo, né non battezzato, né battezzato. Io, come saprà, osservo lealmente e fedelmente tutte le leggi dello Stato, anche quelle che non mi sembrano giuste; come sarebbe il caso dei battezzati. »
(Emma Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini, Einaudi, Torino, 2007)

Gemelli contesta, dunque, il solo fatto che i provvedimenti razziali colpiscano anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo.
È documentato[15] che padre Gemelli si prodigò per aiutare concretamente anche dopo l'introduzione in Italia delle leggi razziali molti ebrei[senza fonte] che persero il lavoro e si vennero a trovare in gravi difficoltà. È il caso, insieme a molte altri[senza fonte], di Cesare Musatti e del già citato Carlo Foà. Tuttavia, lo storico Richard Bosworth individua tra i più altolocati informatori volontari del regime «con ogni probabilità padre Agostino Gemelli, […] che non si faceva scrupolo di ragguagliare le autorità in merito agli studenti politicamente deviati».[16]

L'accusa di delazione
Il 3 febbraio 1933 padre Agostino Gemelli segnalò per iscritto al prefetto di Milano la presenza, nell'Università Cattolica, di attivisti antifascisti accusati della diffusione di volantini con contenuti dissidenti nei confronti del regime: gli studenti Eugenio Giovanardi e Giuseppe Boretti. Le indagini furono affidate a un funzionario della PS, a cui Gemelli confidò i nomi degli studenti che furono arrestati nei locali dell'Università. I due imputati furono condannati a cinque anni di confino da scontarsi nell'isola di Ponza.[17]
Subito dopo la II guerra mondiale fu istituita una Commissione di epurazione presieduta dal filosofo Antonio Banfi che contestò con successo al Gemelli il fatto di aver denunciato, con atto delatorio, gli studenti dell'Università Cattolica, accusati di antifascismo. In seguito a queste accuse Gemelli fu costretto, nel corso del 1945, a lasciare il suo incarico autosospendendosi dalla mansione di Magnifico rettore. All'inizio del febbraio del 1946 fu istituita una seconda Commissione di epurazione dal governo militare alleato, presieduta da Ezio Franceschini, professore ordinario di Letteratura latina medievale nella stessa Università Cattolica di Milano (in seguito promosso a Preside della facoltà di lettere e poi a Rettore dell'Università Cattolica ), che prosciolse padre Gemelli, permettendogli di riassumere la responsabilità del rettorato.[18] La commissione scrisse, nella sua relazione al comando alleato: [19]:
«Quando fu chiamato da Pio XI a fondare e a presiedere la Pontificia Accademia delle Scienze, nella quale entrarono subito undici Premi Nobel e non vi fu distinzione di religione e di razza, padre Gemelli non esitò ad accogliere ebrei messi al bando dalla vita civile italiana, come S.E. Levi Civita, e S.E. Volterra. Alla loro morte padre Gemelli fu l'unico che ne tessé pubblicamente l'elogio come Presidente della Pontificia Accademia, alla presenza di Sua Santità Pio XII, e fra il silenzio unanime e codardo della stampa italiana asservita al regime. Essendo stata la famiglia del celebre Hertz ridotta alla miseria dai nazisti, in una adunanza della Pontificia Accademia padre Gemelli presentò a Sua Santità Pio XI il manoscritto di un lavoro postumo dell'illustre scienziato e ottenne dal Pontefice una somma rilevante per sovvenire alle necessità della famiglia. Di questo atto a favore di un ebreo egli diede relazione fra gli applausi di un pubblico dibattito ammirato nell'aula dell'Università Cattolica nel febbraio del 1939 […] Iniziatasi ufficialmente anche in Italia la persecuzione razziale padre Gemelli protesse, salvò, aiutò nella fuga o nella sistemazione all'estero, o clandestina, in patria molti ebrei, fra i quali si possono ricordare per il loro valore scientifico e per la loro fama il prof. Carlo Foà, il chirurgo prof. Mario Donati, il prof. G. Todesco, il prof. Rodolfo Allers, il prof. Gino Sacerdote, in collaborazione con il quale egli pubblicò anche un lavoro scientifico nel 1941 […], quando il solo nome di autori ebrei non si poteva citare neppure in libri scientifici, e il farlo poteva comportare gravi sanzioni[…] »

In seguito al proscioglimento, come spiega lo storico Mimmo Franzinelli, sono misteriosamente scomparsi importanti fascicoli della Commissione d'epurazione, intestati a padre Gemelli, sia dall'Accademia di Scienze e Lettere, sia dall'archivio storico dell'Università Cattolica. Nel materiale presentato nel testo di Franzinelli, figura copia del documento del Ministero dell'Interno indirizzato alla Segreteria particolare del Capo del Governo, nel quale si afferma:
«Con lettera 3 febbraio u.s. Il Rettore Magnifico dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, padre Agostino Gemelli informò l'ufficio politico della R. Prefettura di Milano che fra gli alunni della predetta Università circolavano dei foglietti di propaganda comunista. Lo stesso padre Gemelli informò successivamente il funzionario incaricato delle indagini che per qualche giorno era stato notato frequentare la sua Università e l'annessa biblioteca, per richiedervi volumi nelle teorie leniniste lo studente della R. Università Boretti Giuseppe di Francesco accompagnato dallo studente dell'Università cattolica Giovanardi Eugenio di Umberto [...].»(Mimmo Franzinelli, Delatori. Spie e confidenti anonimi: l'arma segreta del regime fascista, Mondadori, Milano, 2002, p.314)
Anche la scheda personale di Eugenio Giovanardi, inclusa nel repertorio degli Antifascisti nel casellario politico centrale, riporta: «Arrestato l'8 febbraio 1933 su denuncia del rettore dell'Università Cattolica, padre Agostino Gemelli».[20] Ma anche il sacerdote cattolico Francesco Olgiati, che intervenne a difesa del rettore, ammise in un memoriale redatto nel 1945 che Gemelli «sorvegliò ed individuò le spie».[21]
Inoltre Agostino Gemelli aveva favorito l'infiltrazione dei Guf (Gruppi universitari fascisti) nella sua Università al punto che nel 1930 gli studenti iscritti ai Guf ammontavano a 250 contro gli 80 studenti iscritti alla Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), molti dei quali erano anche iscritti all'organizzazione fascista. [22]

Recenti critiche al Gemelli scienziato
Negli ultimi tempi la figura di Agostino Gemelli è tornata alla ribalta, anche se per altri motivi di quelli che lo concernono specificamente, tra coloro che, per studio o per semplice curiosità, seguono le questioni riguardanti la parapsicologia e i fenomeni ad essa correlati. Questo accade in particolare a partire dal 1989, quando un teologo francese, padre François Brune pubblicò il testo "I morti ci parlano", un capitolo del quale è dedicato proprio alla collaborazione scientifica che sarebbe stata intrattenuta sul finire degli anni '40 dallo stesso Gemelli con padre Pellegrino Ernetti e ai fenomeni (riguardanti la possibile comunicazione con i defunti grazie a nuovi strumenti tecnologici, come il registratore) di cui sarebbero stati testimoni e di cui avrebbero informato lo stesso Vaticano nella persona del Papa stesso. È però da notare che lo stesso autore afferma in un'altra opera che padre Ernetti avrebbe coinvolto nei suoi studi sul cronovisore, oltre al Gemelli, anche altri undici eminenti scienziati tra i quali Enrico Fermi e Wernher von Braun, all'epoca tutti già morti e quindi impossibilitati a smentire l'improbabile coinvolgimento.

Esperimenti di vivisezione
Agostino Gemelli, intorno al 1908, vivisezionò diverse specie di animali, soprattutto gatti, nell'ambito delle sue singolari ricerche sull'ipofisi. In nome della ricerca scientifica riteneva non fosse crudele recidere le corde vocali e poi trapanare i crani dei gatti randagi catturati nei pressi del convento; esperimenti descritti dallo storico della medicina Giorgio Cosmacini nella sua monografia Gemelli, il Machiavelli di Dio (Rizzoli 1985, pp. 105-06), dove si racconta del controverso francescano che, a differenza del fondatore del suo Ordine - San Francesco d'Assisi - nutriva alquanto poca compassione nei confronti degli animali.

Opere
Fra le sue opere vanno ricordate:
▪ La psicologia dell'orientamento professionale (1945);
▪ Psicologia dell'età evolutiva, con A. Sidlauskaite (1946);
▪ La personalità del delinquente (1946);
▪ Introduzione alla psicologia, con Zunini (1947).
▪ La lotta contro Lourdes, Firenze (1911)

Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana
— Roma, 2 giugno 1953.[23]

Note
1. Richard Webster, La croce e i fasci. Cattolici e fascismo in Italia, Feltrinelli, Milano, 1964, p. 211
2. Recesione di Massimo Faggioli sulla rivista online Minimo Storico, del libro di Giorgio Israel e Pietro Nastasi, Scienza e razza nell'Italia fascista, Il Mulino, Bologna 1998
3. Gli ipocriti confini del criterio di razza, articolo de "Il Corriere della Sera", del 10 maggio 2003
4. Franco Cuomo, I Dieci. Chi erano gli scienziati italiani che firmarono il manifesto della razza, Baldini Castaldi Dalai editore, 2005.
5. La presunta adesione di padre Agostino Gemelli al Manifesto della razza: un falso storico? http://www.lovatti.eu/st/gemelli.htm
6. Roberto Finzi, L' antisemitismo. Dal pregiudizio contro gli ebrei ai campi di sterminio, Giunti, Firenze, 1997
7. Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, p. 324
8. Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, p. 325
9. Susan Zuccotti, Il Vaticano e l'Olocausto in Italia, Mondadori, Milano, 2001, pp. 281-283
10. Ezio Franceschini, L'Università Cattolica del sacro Cuore nella lotta per la liberazione, Vita e Pensiero, Milano, 1946, pp. 7-26.
11. Carlo Varischi, al secolo Domenico Varischi
12. Continua l'articolo di Franceschini: «Padre Carlo era già entrato, per motivi che dirò poi, in contatto diretto con cinque o sei posti di espatrio clandestino, aveva preso accordi con le rispettive guide (contrabbandieri e guardie di finanza); non gli fu perciò difficile di offrire valido contributo a questa opera sia direttamente, sia aiutando alcuni elementi che dalle autorità alleate di sede nella Svizzera avevano avuto il preciso incarico di provvedere all'invio colà di prigionieri di guerra (fra essi meritano di essere ricordati Don Mario Zanin da padova e Armando Romani, ai quali devono la salvezza parecchie centinaia di prigionieri)». Nel resto dell'articolo di Franceschini non è mai menzionato il nome di Agostino Gemelli, in relazione all'episodio in questione.
13. Susan Zuccotti, Il Vaticano e l'Olocausto in Italia, Mondadori, Milano, 2001, pp. 281-283
14. RDL 15 novembre 1938 - XVII, n. 1779: Art. 1. A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorsi anteriormente al presente decreto; né possono essere ammesse al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza. Agli uffici ed impieghi anzidetti sono equiparati quelli relativi agli istituti di educazione, pubblici e privati, per alunni italiani, e quelli per la vigilanza nelle scuole elementari. Art. 3. Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica. è tuttavia consentita l'iscrizione degli alunni di razza ebraica che professino la religione cattolica nelle scuole elementari e medie dipendenti dalle Autorità ecclesiastiche.
15. Maria Bocci, Agostino Gemelli Rettore francescano/chiesa-regime-democrazia. Morcelliana, 2003.
16. Richard Bosworth, L'Italia di Mussolini: 1915-1945, Mondadori, Milano, 2007
17. Franzinelli, Delatori. Spie e confidenti anonimi: l'arma segreta del regime fascista, Mondadori, Milano, 2002
18. M. Franzinelli, op. cit.
19. Claudio Aita, Chiesa e Società nella "Rivista del clero italiano" (1920-1940). Cap. 8°: I rapporti con i non cattolici. Tesi di Laurea, Università di Firenze, 2000.
20. M. Franzinelli, Delatori. Spie e confidenti anonimi: l'arma segreta del regime fascista, Mondadori, Milano, 2002, p.412
21. M. Franzinelli, Delatori. Spie e confidenti anonimi: l'arma segreta del regime fascista, Mondadori, Milano, 2002, p.124
22. Guido Zacheni, La croce e il fascio, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2006, p. 209
23. ^ Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana Prof. Padre Agostino Gemelli Rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

* 1982 - Antonio Ammaturo (Contrada, 11 luglio 1925 – Napoli, 15 luglio 1982) è stato un poliziotto italiano, assassinato dalle Brigate Rosse. Entra nella polizia nel 1951 dopo aver interrotto una carriera di avvocato a causa di mancanza di fondi.
Inizia a lavorare nella polizia nella città di Bolzano, ad Avellino arresta l'assassino di un carabiniere, a Potenza infligge un duro colpo al racket nascente della prostituzione. A Napoli gira diversi commissariati: Vomero, Fuorigrotta, Torre del Greco, Capri, Torre Annunziata.
A Giugliano infligge un duro colpo alla camorra arrestando il boss della camorra Maisto. L'arresto dà fastidio ad alcuni personaggi ed il dottor Ammaturo viene trasferito in Calabria.
Trasferito in Calabria continua imperterrito il suo lavoro. A Gioia Tauro arresta 6 latitanti in una sola notte. A Siderno sequestra un grosso carico di sigarette nascosto in un cimitero.
Il suo impegno e le sue doti vengono premiate. Nel solo anno 1973 viene promosso 3 volte raggiungendo il grado di primo dirigente della squadra mobile.
Ad Ottaviano arresta Roberto Cutolo, il figlio del boss della camorra Raffaele Cutolo e tramite la stampa attacca lo stesso Raffaele Cutolo.
Verrà ucciso dalle BR a Napoli sotto casa sua, in Piazza Nicola Amore, il 15 luglio 1982 insieme all'agente Pasquale Paola.
I mandanti veri dell'omicidio di Ammaturo non sono mai stati identificati con chiarezza. Dietro il suo omicidio si cela una storia di intrighi legati al rapimento ed al rilascio misterioso del politico Ciro Cirillo rapito dalle BR, una liberazione che vide la partecipazione di Raffaele Cutolo, dei servizi segreti, di personaggi politici.
La storia di Antonio Ammaturo è narrata in una puntata di Blu notte di Carlo Lucarelli

▪ 1997 - Gianni Versace (Reggio Calabria, 2 dicembre 1946 – Miami Beach, 15 luglio 1997) è stato uno stilista e imprenditore i
«Reggio è il regno dove è cominciata la favola della mia vita: la sartoria di mia madre, la boutique d'Alta Moda. Il luogo dove, da piccolo, cominciai ad apprezzare l'Iliade, l'Odissea, l'Eneide, dove ho cominciato a respirare l'arte della Magna Grecia.» (Gianni Versace, febbraio 1992)
Ritenuto uno dei più grandi nomi della moda italiana nel mondo, la sua direzione stilistica fu rivolta a collegare la moda elegante a quella sportiva, quella maschile alla femminile, dando vita ad uno stile ed un vestire italiano che ha dato successo all'italianità nel mondo. Ha fondato la Gianni Versace S.p.A., azienda oggi gestita dalla famiglia dello stilista.
I suoi abiti accostano più elementi, la seta alla pelle, il metallo alla gomma, e fanno uso di tessuti stampati, decori e ricami a rilievo. Mai utilizzò nostalgici revival, nelle rare volte il suo estro riusciva ad abbinare vecchi motivi per un abbigliamento nuovo, stravagante e comunque elaborato. Sempre attento ai suggerimenti provenienti dalla cultura giovanile, Versace si impose con la genialità che sempre lo ha distinto nel mondo della moda.