Il calendario del 14 Giugno

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 370 - San Basilio Magno viene ordinato vescovo di Cesarea in Cappadocia

▪ 877 - Carlo il Calvo promulga il Capitolare di Quierzy che introduce l'ereditarietà delle cariche feudali

▪ 1381 - Re Riccardo II d'Inghilterra incontra il capo della Rivolta dei contadini

▪ 1645 - Guerra civile inglese: Battaglia di Naseby

▪ 1751 - Papa Benedetto XIV pubblica la Lettera Enciclica A quo primum, sui divieti agli ebrei in terra di Polonia

▪ 1761 - Papa Clemente XIII pubblica la Lettera Enciclica In Dominico agro, sulla necessità dell'insegnamento della dottrina cristiana, sull'uso del catechismo e sulla preparazione dei preposti a tale insegnamento

▪ 1775 - Viene fondato l'Esercito degli Stati Uniti

▪ 1777 - La Stars and Stripes viene adottata dal Congresso come Bandiera degli Stati Uniti

▪ 1789 - Gli ammutinati della HMS Bounty raggiungono Timor

▪ 1800 - Marengo: Le truppe di Napoleone sconfiggono gli austriaci al comando del generale Melas

▪ 1807 - La Grand Armée di Napoleone sconfigge i russi nella battaglia di Friedland

▪ 1822 - Charles Babbage propone la macchina differenziale

▪ 1834 - Isaac Fischer, Jr. brevetta la carta vetrata

▪ 1841 - Il primo Parlamento del Canada si riunisce a Kingston

▪ 1872 - In Canada vengono legalizzati i sindacati

▪ 1881 - John McTammany, Jr. brevetta l'autopiano

▪ 1900 - La Repubblica delle Hawaii diventa un Territorio degli Stati Uniti d'America

▪ 1919 - John Alcock e Arthur Brown partono da St. John's (Terranova) per il primo volo transatlantico senza scalo

▪ 1923 - Warren G. Harding diventa il primo Presidente degli Stati Uniti ad usare la radio

▪ 1940

  1. - Seconda guerra mondiale: i tedeschi entrano a Parigi.
  2. - I tedeschi aprono Auschwitz

▪ 1941 - Deportazioni di massa ordinate dalle autorità dell'Unione Sovietica si svolgono in Estonia, Lettonia e Lituania

▪ 1949 - Si forma lo stato del Vietnam

▪ 1951 - L'UNIVAC I viene dedicato all' Ufficio del Censo degli Stati Uniti

▪ 1952 - Iniziano i lavori di costruzione del primo sottomarino nucleare, USS Nautilus

▪ 1982 - Fine della guerra tra Regno Unito ed Argentina sulle Isole Falkland/Malvinas (la Guerra delle Falkland)

▪ 1985
  1. - Lussemburgo: vengono firmati degli Accordi di Schengen.
  2. - Il volo TWA 847 viene dirottato dagli Hezbollah

▪ 1987 - Italia: si svolgono le elezioni politiche

▪ 1994 - Padova: Clamorosa evasione dal carcere di Felice Maniero, capo della Mafia del Brenta

Anniversari

▪ 1095 - Agapij di Pečerska (Kiev, XI secolo – Pečerska Lavra, 14 giugno 1095) è stato un monaco e medico ucraino. La sua agiografia è contenuta nei Pateriki del Monastero delle Grotte di Kiev, redatti tra l'XI e il XIII secolo. È venerato come santo dalla Chiesa ortodossa russa che ne celebra la memoria il 14 giugno.
Tra i primi discepoli che seguirono sant'Antonio di Pečerska contribuì alla fondazione del Monastero delle Grotte. Di professione medico era solito curare, attraverso le proprietà curative delle erbe e la preghiera, i suoi confratelli e i cittadini di Kiev che chiedevano il suo aiuto, alcuni dei quali lasciarono dopo la guarigione lasciti che contribuirono al sostentamento della comunità religiosa.
La sua agiografia nei Pateriki si sofferma in modo particolare sull'episodio che lo vide contrapporsi ad un medico armeno, la cui bravura per il sentire comune era tale da permettergli di sapere non solo il tipo di malattia sofferta dai pazienti ma persino il giorno esatto in cui il malato sarebbe morto. Dopo che Agapij ebbe guarito un suo assistito che aveva già dato per morente, dapprima fallì nel tentativo di avvelenare il monaco quindi, quando questo cadde malato, scommise con lo stesso che sarebbe morto entro tre giorni. Nel caso in cui avesse fallito nella sua prognosi promise di convertirsi al cristianesimo ortodosso. Particolare significativo dell'agiografia del santo è la rabbia e la veemenza con cui Agapij si scagliò contro il suo interlocutore una volta saputo che non era battezzato: "Dunque osi anche mettere piede nella mia cella e, peccatore, allungare le tue mani verso di me? Allontanati da qui figura infedele e impura" furono infatti le parole che gli rivolse nell'occasione. Agapij morì solo tre settimane più tardi e il medico armeno, rispettando la parola data, si convertì e prese i voti monastici nel monastero.
La Vita del santo racconta inoltre di come, tramite il decotto di alcune erbe, Agapij fu in grado di guarire da una malattia gravissima Vladimir II di Kiev, allora Duca di Černigov, il quale non riuscì tuttavia a ringraziarlo per l'opera prestatagli poiché, ogniqualvolta si recava al Monastero, il monaco si nascondeva dal suo cospetto.

▪ 1837 - Giacomo Leopardi, al battesimo conte Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837), fu un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano.
È ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché una delle principali del Romanticismo letterario; la profondità della sua riflessione sull'esistenza e sulla condizione umana - di ispirazione sensista e materialista - ne fa anche un filosofo di notevole spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.
Il dibattito sull'opera leopardiana a partire dal Novecento, specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e cinquanta, ha portato gli esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Schopenhauer e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell'esistenzialismo.
Uno dei crateri del pianeta Mercurio è stato chiamato Leopardi in suo onore.

L'infanzia
Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, in provincia di Macerata, nelle Marche (allora appartenenti allo Stato pontificio), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di otto figli. Il padre, il conte Monaldo, figlio del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, uomo amante degli studi e d'idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era una donna energica, legata alle convenzioni sociali e ad un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo, che non ricevette tutto l'affetto di cui aveva bisogno.
In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito, la marchesa prese in mano un patrimonio familiare dissestato, riuscendo a rimetterlo in sesto grazie ad una rigida economia domestica.
I sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari dei genitori resero infelice il giovane Giacomo che, costretto a vivere in un piccolo borgo di provincia e in uno stato tra i più retrogradi d'Italia, rimase escluso dalle correnti di pensiero che circolavano nel resto del paese e in Europa.
Fino al termine dell'infanzia Giacomo crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.

La formazione giovanile
Ricevette la prima educazione come da tradizione familiare, da due precettori ecclesiastici, il gesuita don Giuseppe Torres fino al 1808 e l'abate don Sebastiano Sanchini fino al 1812, che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo leopardiano a Recanati è conservato infatti il frontespizio di un trattatello sulla chimica, composto insieme al fratello Carlo.
I momenti significativi delle sue attività di studio, che si svolgono all'interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati e accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione della Congregazione dei nobili.
Il ruolo avuto dai precettori non impedì comunque al giovane Leopardi di intraprendere un suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre 16000 volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e probabilmente da quella di Giuseppe Antonio Vogel, esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese e giunto a Recanati tra il 1806 e il 1809 come membro onorario della cattedrale della cittadina. Nel 1809 il giovane Giacomo compone il sonetto intitolato La morte di Ettore che, come lui stesso scrive nell'Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall'anno 1809 in poi, è da considerarsi la sua prima composizione poetica. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati "puerili".

La produzione dei "puerili"
Il corpus delle opere così dette "puerili" dimostrano che il giovane Leopardi sapeva scrivere in latino fin dall'età di nove-dieci anni e sapeva padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel settecento, come i metri barbari di Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al precettore ed ai fratelli.
Nel 1810 iniziò lo studio della filosofia, e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche, che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria dell'elettricità, eccetera).
Tra queste è nota la Dissertazione sopra l'anima delle bestie. Nel 1812, con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse davanti a esaminatori di vari ordini religiosi e al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per l'erudizione e uno spiccato gusto arcadico.

La formazione personale
Cessata la formazione nel 1812 dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui, Leopardi si immerse totalmente in uno studio "matto e disperatissimo", della durata di sette anni, che assorbì tutte le sue energie e che recò gravi danni alla sua salute.
Senza l'aiuto di maestri apprese il greco e l'ebraico e, seppure in modo più sommario, altre lingue e compose poi opere di grande impegno ed erudizione. Risalgono a questi anni la Storia dell'astronomia del 1813, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi del 1815, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, dei versi e le tre tragedie La virtù indiana, Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta).
Iniziò anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco dimostrando sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Sono questi anche gli anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco corredate di discorsi introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi epigrammatici tradotti dal greco del 1814 e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre dalla Tipografia Frattini di Recanati nel 1816, la Batracomiomachia nel 1815 e pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 30 novembre 1816, gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell'Odissea, la Traduzione del libro secondo dell'Eneide e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 1º giugno 1817.

La conversione letteraria: dall'erudizione al bello
Tra il 1815 e il 1816 si avverte in Leopardi un forte cambiamento frutto di una profonda crisi spirituale che lo porterà ad abbandonare l'erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge pertanto ai classici, non più come ad arido materiale adatto a considerazioni filologiche ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come l'Alfieri, il Parini, il Foscolo e il Monti che servirono a maturare la sua sensibilità romantica.
Ben presto egli legge il Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël. In questo modo il Leopardi inizia a liberarsi dall'educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese e a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze, L'Appressamento della morte e l'Inno a Nettuno.

La conversione filosofica: dal bello al vero
«E fango è il mondo »(A se stesso, Giacomo Leopardi)


Dopo il primo passo verso il distacco dall'ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico ma neoclassico, si annuncia nel 1817 quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale, che il poeta definì l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici.

La teoria del piacere
La "teoria del piacere" è una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggiore parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio 1820.
La "teoria del piacere" sostiene che l'uomo nella sua vita tende sempre a ricercare un piacere infinito, come soddisfazione di un desiderio illimitato. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa dell'uomo, che può concepire le cose che non sono reali. Poiché grazie alla facoltà immaginativa l'uomo può figurarsi piaceri inesistenti, e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione, non bisogna stupirsi che la speranza sia il bene maggiore e che la felicità umana corrisponda all'immaginazione stessa. La natura fornisce tale facoltà all'uomo come strumento per giungere non alla verità, ma ad un'illusoria felicità.
Anche l'occupazione (che può essere considerata la soddisfazione continua degli svariati bisogni che la natura ha fornito agli uomini) è una condizione che porta felicità nella vita dell'uomo. Ad essa si oppone il tedio, la noia, che è il male più grande che possa affliggere l'umanità (vedi la canzone Ad Angelo Mai ed altri testi). La felicità, dunque, è più facilmente trovata dai fanciulli che riescono sempre ad immaginare e perdersi dietro ogni "bagattella", ovvero riescono a distrarsi con ogni sciocchezza.
Secondo Leopardi, l'umanità poteva essere più vicina alla felicità nel mondo antico, quando la conoscenza scarsa lasciava libero corso all'immaginazione; nel mondo moderno, invece, la conquista del vero ha portato l'immaginazione ad indebolirsi, fino a sparire del tutto negli adulti.

I mutamenti profondi del 1817
Il 1817 fu per il Leopardi, che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito in tutta la sua intensità il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria e insofferente dell'angusto confine in cui fino a quel momento era stato costretto a vivere, sentì l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall'ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo determinante.

La corrispondenza con Pietro Giordani
In quell'anno egli scrisse al classicista e purista Pietro Giordani che aveva letto la traduzione del Leopardi del II libro dell'Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbe inizio così una fitta corrispondenza e un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, datata 30 aprile 1817, il giovane Leopardi sfogherà il suo malessere, non con atteggiamento remissivo ma polemico e aggressivo:
«Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s'io m'arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo [...] Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia»
Egli vuole uscire da quel "centro dell'inciviltà e dell'ignoranza europea" perché sa che al di fuori c'è quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo.
Nell'estate 1817 fissa le prime osservazioni all'interno di un diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà per la prima volta della cugina. Pietro Giordani riconosce l'abilità di scrittura di Leopardi e lo incita a dedicarsi alla scrittura, inoltre lo presenta all'ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classici e romantici. Leopardi difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l'unica persona che riesce a comprenderlo.

Il primo amore
Nel luglio del 1817 il Leopardi iniziò a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il sonetto "Letta la vita scritta da esso" che toccava i temi della gloria e della fama. Alla fine del 1817 un altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro, nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il "Diario del primo amore" e l'"Elegia I" che verrà in seguito inclusa nei "Canti" con il titolo "Il primo amore".

Verso una posizione romantica
Fra il 1816 e il 1818 la posizione di Leopardi verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche e aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone e nei due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana" scritta nel 1816 in risposta a quella di Madama la baronessa di Staël e il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron. Aveva intanto scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All'Italia e Sopra il monumento di Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani.

La prima fase dell'ideologia leopardiana
Nel 1819 una malattia agli occhi, che lo privò persino del conforto dello studio, lo gettò in una profonda prostrazione che acuì la sua insofferenza per la vita recanatese. Tra il luglio e l'agosto progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il Lombardo-Veneto, da un amico di famiglia, il conte Saverio Broglio d'Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì. Fu appunto nei mesi che seguirono che il Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e riflettendo sulla vanità delle speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La sera del dì di festa e Alla luna.

Il soggiorno a Roma e il ritorno a Recanati
Nell'autunno del 1822 ottenne dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all'aprile dell'anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A Leopardi Roma apparve squallida e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era figurata fantasticando sulle "sudate carte" dei classici. Rimase invece entusiasta della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall'innata infelicità. Nell'ambiente culturale romano Leopardi visse isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra cui i filologi Christian Bunsen e Barthold Niebuhr; quest'ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera dell'amministrazione pontificia, ma Leopardi rifiutò. Nell'aprile del 1823 Leopardi ritornò a Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello sperato. Tornato a Recanati, Leopardi si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale e tra il gennaio e il novembre del 1824 compose buona parte delle Operette morali.

Lontano da Recanati: Milano, Bologna, Firenze, Pisa
Nel 1825 il poeta, invitato dall'editore Antonio Fortunato Stella si recò a Milano con l'incarico di dirigere l'edizione completa delle opere di Cicerone e altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano però egli non rimase a lungo perché il clima gli era dannoso alla salute e l'ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al Monti, gli recava noia.
Decise così di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Recanati nell'inverno del 1827, sino al giugno di quello stesso anno mantenendosi con l'assegno mensile dello Stella e dando lezioni private. Nell'ambiente bolognese il Leopardi conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato al quale dedicò un'epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli che lesse il 28 marzo 1826 nell'Accademia dei Felsinei. Nell'autunno iniziò a compilare, per ordine di Stella, una "Crestomazia", antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento che venne pubblicata nel 1827 alla quale fece seguito, l'anno successivo, una "Crestomazia" poetica. A Bologna conobbe anche la contessa Teresa Carniani Malvezzi, della quale si innamorò senza essere corrisposto. Uscivano intanto presso Stella le sue Operette morali.
Nel giugno dello stesso anno si trasferì a Firenze dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Viesseux tra i quali Gino Capponi, Giovanni Battista Niccolini, Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo ed anche il Manzoni che si trovava a Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi.
Nel novembre del 1827 si recò a Pisa dove rimase fino alla metà del 1828. A Pisa, grazie all'inverno mite, la sua salute migliorò e il Leopardi tornò alla poesia, che taceva dal 1823, e compose la canzonetta in strofe metastasiane Il Risorgimento e il canto A Silvia inaugurando il periodo creativo detto dei Canti "pisano-recanatesi", chiamati anche "grandi idilli", in cui il poeta sperimenta la cosiddetta canzone libera o canzone leopardiana.

Il ritorno a Recanati
Purtroppo il periodo di benessere era finito e il poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e dall'aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere il contratto con Stella e durante l'estate del '28 si recò a Firenze nella speranza di trovare un modo per poter vivere in modo indipendente. Ma le sue condizioni di salute non glielo permisero ed egli fu costretto a ritornare a Recanati dove rimase fino al 1830. In questi due anni il Leopardi si dedicò alla poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra cui Le ricordanze, Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, Il passero solitario, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Queste poesie, a lungo denominate dai critici "Grandi idilli", sono ora conosciute, insieme ad A Silvia come "Canti pisano-recanatesi".

A Firenze dal 1830 al 1833
Intanto, nell'aprile del 1830, il Colletta, al quale il poeta scriveva della sua vita infelice, gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli "amici di Toscana", l'opportunità di tornare a Firenze, dove il 27 dicembre 1831 fu eletto socio dell'Accademia della Crusca.
Nello stesso 1831 a Firenze curò un'edizione dei "Canti", partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse un'affettuosa amicizia col giovane esule napoletano Antonio Ranieri. Risale a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti, conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di Aspasia", una raccolta di poesie scritte tra il 1830 e il 1835 che contiene: "Il pensiero dominante", "Amore e morte", "A se stesso", "Consalvo" e "Aspasia". Nell'autunno del 1831 si recò a Roma con Ranieri per ritornare a Firenze nel 1832 e nel corso di questo anno scrisse i due ultimi dialoghi delle "Operette", Il "Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere" e il "Dialogo di Tristano e di un amico".

A Napoli: la morte
Nel settembre del 1833, dopo aver ottenuto un modesto assegno dalla famiglia, partì per Napoli con l'amico Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse giovare alla sua salute. Durante gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei "Pensieri" che raccolse probabilmente tra il 1831 e il 1835 e riprese i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto. A quest'ultima opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di vita. Nel 1836, quando a Napoli scoppiò l'epidemia di colera, il Leopardi si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paolina, nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, dove rimase dall'estate di quell'anno al febbraio del 1837.
In questo luogo egli compose gli ultimi Canti La ginestra o il fiore del deserto (nel quale si coglie l'invocazione ad una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Nel febbraio del 1837 ritornò a Napoli con il Ranieri, ma le sue condizioni si aggravarono e il 14 giugno di quell'anno morì.
La morte del poeta è stata analizzata da studiosi di medicina già a partire dall'inizio del XX secolo. Molte sono state le ipotesi, dalla più accreditata, pericardite acuta, a quelle più fantasiose, cibo avariato. Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire il referto ufficiale, diffuso dall'amico, patriota e scrittore partenopeo, Antonio Ranieri: idropisia. Leopardi era morto all'età di 39 anni, in un periodo in cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Studi recenti hanno avanzato l'ipotesi che il poeta, amante di dolci, sia morto per una indigestione di confetti di Sulmona, regalati dalla sorella di Ranieri. Causa della morte non sarebbe stata quindi né un'idropisia, né il colera sostenuto da molti studiosi. Un'altra ipotesi parla di congestione intestinale, causata da una tazza di brodo caldo di pollo e una limonata fredda.
Grazie ad Antonio Ranieri, che fece interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spoglie non furono gettate in una fossa comune – come le severe norme igieniche richiedevano a causa del colera che colpiva ancora la città – ma inumate nell'atrio della chiesa di San Vitale, sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta. Nel 1939 la sua tomba, spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio) nel quartiere Mergellina, fu dichiarata monumento nazionale.

* 1794 - Emmanuel Marie Michel Philippe Fréteau de Saint Just (Vaux-le-Pénil, 1745 – Vaux-le-Pénil, 14 giugno 1794) è stato un politico francese.
Signore di Vaux-le-Pénil e di Saint-Liesne, fu eletto dal suo ordine, il 20 marzo 1789, deputato della nobiltà di baliato di Melun e Moret-sur-Loing agli Stati generali del 1789.
Era già un personaggio noto: consigliere al Parlamento di Parigi, sostenne la necessità di resistere agli Editti di Loménie de Brienne; per questo, fu imprigionato a Doullens nel 1788. Con tale fama di illuminista monarchico, la nobiltà liberale della regione di Melun, ostile alla Corte, fece convergere su di lui i suoi voti nella primavera del 1789.
A Versailles, si unì alla fazione dei nobili contrari all’assolutismo e favorevoli all’unione dei tre ordini in un’unica Assemblea nazionale. Prese più volte la parola, tanto che il caustico Mirabeau lo soprannominò «la comare Fréteau». Eletto due volte presidente dell’Assemblea, fu tra i promotori di coloro che intendevano dare al Re il titolo costituzionale di «Re dei Francesi».
La svolta radicale impressa alla Rivoluzione dopo il 10 agosto 1792 lo trovò in disaccordo e si ritirò nelle sue terre di Vaux-le-Pénil, acquistate dal nonno Héracle fin dal 1728, sul quale il padre fece costruire un castello tuttora esistente. Continuò tuttavia a partecipare alla vita comunale: caduto in sospetto di attività controrivoluzionarie durante il Terrore, fu arrestato il 4 maggio 1794 e ghigliottinato il successivo 14 giugno.

▪ 1907 - Giuseppe Pellizza (Volpedo, 28 luglio 1868 – 14 giugno 1907) è stato un pittore italiano, dapprima divisionista, poi esponente della corrente sociale, autore del celeberrimo Il Quarto Stato, vera allegoria del mondo del lavoro subordinato e delle sue battaglie politico-sindacali.

Formazione
Pellizza da Volpedo era figlio di contadini, frequentò la scuola tecnica di Castelnuovo Scrivia dove apprese i primi rudimenti del disegno. Grazie alle conoscenze ottenute con la commercializzazione dei loro prodotti, i Pellizza entrarono in contatto con i fratelli Grubicy che ne promossero l'iscrizione all'Accademia di Belle Arti di Brera dove fu allievo di Francesco Hayez e di Giuseppe Bertini. Contemporaneamente ricevette lezione private dal pittore Giuseppe Puricelli e successivamente divenne allievo di Pio Sanquirico. Espose per la prima volta a Brera nel 1885. Terminati gli studi milanesi, Pellizza decise di proseguire il tirocinio formativo, recandosi a Roma, dapprima all'Accademia di San Luca poi alla scuola libera di nudo all'Accademia di Francia a Villa Medici. Deluso da Roma, abbandonò la città prima del previsto per recarsi a Firenze, dove frequentò l'Accademia di Belle Arti con Giovanni Fattori come maestro.
Alla fine dell'anno accademico ritorna a Volpedo, allo scopo di dedicarsi alla pittura dal vero attraverso lo studio della natura. Non ritenendosi soddisfatto della preparazione raggiunta, si recò a Bergamo, dove all'Accademia Carrara seguì i corsi privati di Cesare Tallone. Nel 1889 visitò Parigi in occasione dell'Esposizione universale. Frequentò poi l'Accademia Ligustica a Genova. Al termine di quest’ultimo tirocinio, ritornò al paese natale, dove sposò una contadina del luogo, Teresa Bidone, nel 1892. Da quello stesso anno, cominciò ad aggiungere "da Volpedo" alla propria firma.

La maturità artistica
Il pittore in questi anni abbandona progressivamente la pittura ad impasto per adottare il divisionismo. Si confrontò così con altri pittori che usavano questa tecnica, soprattutto con Giovanni Segantini, Angelo Morbelli, Vittore Grubicy de Dragon, Plinio Nomellini, Emilio Longoni e, in parte, anche con Gaetano Previati. Nel 1891 espose alla Triennale di Milano, facendosi conoscere al grande pubblico. Continuò a esporre in giro per l'Italia (Esposizione Italo-Colombiana di Genova 1892, di nuovo Milano 1894). Tornò a Firenze nel 1893, vi frequentò l'Istituto di Studi Superiori, visitò poi Roma e Napoli. Nel 1900 espose a Parigi Lo specchio della vita. Nel 1901, portò a termine Il Quarto Stato, a cui aveva dedicato dieci anni di studi e fatica. L'opera, esposta l'anno successivo alla Quadriennale di Torino, non ottenne il riconoscimento sperato, anzi scatenò polemiche e sconcerto presso molti dei suoi amici. Deluso, finì per abbandonare i rapporti con molti letterati e artisti dell'epoca, con i quali già da tempo intratteneva fitti rapporti epistolari. Morto nel frattempo Segantini, nel 1904 Pellizza intraprese un viaggio in Engandina, luogo segantiano, al fine di riflettere maggiormente sulle motivazioni e sull'ispirazione del pittore da lui considerato suo maestro. Nel 1906, grazie alla sempre maggiore circolazione delle sue opere in esposizioni nazionali e internazionali, fu chiamato a Roma, dove riuscì a vendere un'opera perfino allo Stato: ‘’Il sole’’, destinato alla Galleria di Arte Moderna. Sembrava l'inizio di un nuovo periodo favorevole, in cui finalmente l'ambiente artistico e letterario riconosceva i temi delle sue opere. Ma l'improvvisa morte della moglie, nel 1907, gettò l'artista in una profonda crisi depressiva. Il 14 giugno dello stesso anno, non ancora quarantenne, si suicidò impiccandosi nel suo studio di Volpedo.

Le principali opere
▪ Il quarto stato (Galleria d'arte moderna di Milano)
▪ Fiumana (Accademia di Brera di Milano)
▪ Ambasciatori della fame (Civica Galleria d'Arte Moderna di Milano)
▪ Il sole (Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma)
▪ L'amore nella vita (Collezione privata a Lonedo)
▪ Il sorgere del sole (Collezione privata a Torino)
▪ Panni al sole (Collezione privata a Milano)
▪ Passeggiata amorosa (Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno)
▪ Prato fiorito (Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma)
▪ Statua a Villa Borghese (Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Venezia)
▪ Lo specchio della vita (E ciò che l'una fa e l'altre fanno) (Museo civico di Torino)
▪ L'annegato (Pinacoteca Civica di Alessandria)
▪ Idillio primaverile (Collezione privata)
▪ Il Morticino (Museo d'Orsay di Parigi)
▪ Sul Fienile (Collezione Privata)

▪ 1920 - Maximilian Carl Emil Weber (Erfurt, 21 aprile 1864 – Monaco di Baviera, 14 giugno 1920) è stato un economista, sociologo, filosofo e storico tedesco.
È considerato uno dei padri fondatori dello studio moderno della sociologia e della pubblica amministrazione. Cominciò la sua carriera accademica all'Università Humboldt di Berlino; successivamente lavorò all'Università Albert Ludwigs di Friburgo, all'Università di Heidelberg, all'Università di Vienna e all'Università di Monaco. Personaggio influente nella politica tedesca del suo tempo, fu consigliere dei negoziatori tedeschi durante il Trattato di Versailles (1919) e della commissione incaricata di redigere la Costituzione di Weimar.
Larga parte del suo lavoro di pensatore e studioso riguardò la razionalizzazione nell'ambito della sociologia della religione e della sociologia politica, ma i suoi studi diedero un contributo importante anche nel campo dell'economia. La sua opera più famosa è il saggio L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, con il quale iniziò le sue riflessioni sulla sociologia della religione. Weber sosteneva che la religione era una delle ragioni non esclusive per cui le culture dell'occidente e dell'oriente si sono sviluppate in maniera diversa, e sottolineava l'importanza di alcune particolari caratteristiche del Protestantesimo ascetico che portarono alla nascita del capitalismo, della burocrazia e dello stato razionale e legale nei paesi occidentali. In un'altra sua importante opera, La politica come vocazione, Weber definì lo Stato come "un'entità che reclama il monopolio sull'uso legittimo della forza fisica", una definizione divenuta centrale nello studio delle moderne scienze politiche in occidente. Ai suoi contributi più noti si fa spesso riferimento come "Tesi di Weber".
Il padre, Max Weber senior, fu un funzionario pubblico e uomo politico liberale; la madre, Helene Fallenstein, una calvinista moderata. Max fu il primo di sette figli, fra cui si ricorda anche il fratello Alfred, di quattro anni più giovane, anch'egli sociologo ma soprattutto economista. La famiglia stimolò intellettualmente i giovani Weber fin dalla più tenera età.
Nel 1882 Max Weber si immatricolò alla facoltà di giurisprudenza dell'università di Heidelberg, in cui aveva studiato pure suo padre, frequentando anche corsi di economia politica, storia del Medioevo e teologia. Nel 1884 tornò nella casa paterna e si trasferì all'Università di Berlino, dove ottenne nel 1889 il dottorato in giurisprudenza e nel 1891 la libera docenza, entrambi con scritti di storia del diritto e dell'economia.
Dopo aver compiuto studi giuridici, economici e storici in varie università, si distinse precocemente in alcune ricerche economico-sociali svolte con la Verein für Sozialpolitik, l'associazione fondata nel 1873 dagli economisti associati alla Scuola storica tedesca cui Weber aveva aderito già nel 1888. Nel 1893 sposò Marianne Schnitger, più tardi femminista e sociologa, oltre che curatrice postuma delle opere del marito.
Fu nominato professore di economia nelle università di Friburgo dal 1894 e di Heidelberg dal 1896. Tra il 1897, anno della morte del padre, e il 1901 soffrì di una acuta forma di depressione, tanto che dalla fine del 1898 alla fine del 1902 non poté svolgere regolare attività né didattica né scientifica (fra le cure, oltre a un soggiorno in sanatorio, si ricorda un viaggio in Italia).
Guarito, nell'autunno 1903 rinunciò al posto di professore e accettò l'incarico di direttore associato del neonato Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik (Archivio di Scienze Sociali e Politica Sociale), con Edgar Jaffé e Werner Sombart come colleghi: su questa rivista pubblicò in due parti nel 1904 e 1905 l'articolo fondamentale L'etica protestante e lo spirito del capitalismo. Nello stesso anno visitò gli Stati Uniti. Grazie a un'ingente rendita privata derivata da un'eredità nel 1907, riuscì comunque a dedicarsi liberamente a tempo pieno ai suoi studi, che spaziarono dall'economia al diritto, dalla filosofia alla storia comparata ed alla sociologia, senza essere costretto a ritornare alla docenza. La sua ricerca scientifica affrontò problemi teorico-metodologici cruciali e svolse complesse indagini storico-sociologiche sulle origini della civiltà occidentale e sul suo posto nella storia universale.
Durante la prima guerra mondiale prestò servizio come direttore degli ospedali militari di Heidelberg e al termine del conflitto tornò all'insegnamento con una cattedra di economia prima a Vienna e nel 1919 a Monaco di Baviera, dove guidò il primo istituto universitario di sociologia in Germania. Nel 1918 fu tra i delegati dalla Germania a Versailles per la firma del trattato di pace e fu consulente dei redattori della Costituzione della Repubblica di Weimar. Morì nel 1920, colpito dalla grande epidemia postbellica dell'influenza spagnola. In Italia il suo nome cominciò a diventare noto con la traduzione di "Parlamento e governo" ad opera di Benedetto Croce.

Studi e ricerche sociologiche e politiche
Benché in vita fosse considerato uno storico e un economista, Max Weber è considerato uno dei fondatori della sociologia moderna, assieme a Karl Marx ed Émile Durkheim. Mentre Durkheim, seguendo Comte, apparteneva alla tradizione positivista, Weber, come Sombart, avviò la tradizione ermeneutica nelle scienze sociali, una rivoluzione antipositivistica, in quanto sottolineava la differenza tra scienze naturali e scienze sociali, attribuendola al ruolo delle azioni sociali umane.
Molte delle sue opere furono raccolte, revisionate e pubblicate dopo la sua morte. Interpretazioni fondamentali furono prodotte da grandi sociologi come Talcott Parsons e C. Wright Mills.
Buona parte della ricerca di Weber si concentrò sullo sviluppo del capitalismo moderno. Subì l'influenza di Karl Marx, ma ne criticò molti aspetti: respinse, ad esempio, la concezione materialistica della storia e attribuì una minore importanza al conflitto di classe. Secondo Weber, infatti, le idee ed i valori influiscono sulla società allo stesso modo delle condizioni economiche. Egli cerca di indagare su quali basi il potere politico esercitato all'interno di uno stato riesca a legittimarsi creando forme di consenso.
La problematica della natura e dell'origine del capitalismo era largamente dibattuto nella cultura tedesca degli ultimi anni dell'Ottocento, soprattutto a partire da Marx. Erano stati da poco pubblicati da Engels il secondo e il terzo libro de Il Capitale di Marx, e le teorie marxiste cominciavano ad essere accettate da economisti e storici, sia che le si volesse confutare, sia che le si volessero avvalorare. Weber giungeva all'analisi del capitalismo moderno dall'analisi del capitalismo antico, che era stato oggetto dei suoi studi di economia politica.
Weber riconosceva il carattere del capitalismo moderno nel razionalismo economico, concepito come l'aspetto economico di un più generale processo di razionalizzazione, che comportava l'organizzazione razionale dell'impresa, la tendenza razionale al profitto sulla base del calcolo del capitale, la redazione di bilanci preventivi e consuntivi, la separazione tra impresa e amministrazione domestica, l'impiego del lavoro libero, l'esistenza di un libero mercato. Ma accanto a questi elementi, egli indicava un aspetto che, dal punto di vista marxista, si direbbe sovrastrutturale: lo "spirito del capitalismo", ovvero una specifica mentalità economica che, secondo Weber, affonda le sue radici nel terreno della religione.
Il problema di Weber è quello di spiegare "il particolare carattere del capitalismo occidentale e, in seno a questo, di quello moderno, e le sue origini". Non era nuova l'osservazione, anzi la constatazione, del più avanzato grado di sviluppo economico e civile in generale della società in cui si erano diffuse le confessioni riformate. Weber ne trae spunto per impostare la sua nuova tesi del rapporto tra la mentalità capitalistica e l'etica protestante, in particolare del calvinismo. Il credente di queste confessioni - convinto che la sua salvezza o la sua dannazione siano decretate da Dio e dall'eternità e non dipendono dalle sue opere - cerca una conferma della grazia divina, e la trova nel successo economico. Il compimento del proprio volere nel mondo è voluto da Dio ad accrescimento della sua gloria nella sua rinascita è un segno della "grazia". Si caricano, quindi, di significato religioso l'operosità, lo zelo, la coscienza rigorosa e severa, che si traducono nella concezione della professione come vocazione e in una condotta di vita metodica.
Weber prende in esame i protestanti e il loro grande successo economico a partire dal Cinquecento. Il termine chiave per capire questo fenomeno è il termine tedesco Beruf, che significa tanto "vocazione" quanto "lavoro", termine che non ha un corrispettivo nella lingua italiana, caratterizzata dal retaggio cattolico nella cui etica non viene considerato per il raggiungimento della grazia il ruolo, o il semplice "mestiere" che Dio ha assegnato ad ogni individuo nella società. Per i protestanti la salvezza è decretata da Dio (giustificazione per fede) e non la si ottiene in virtù delle proprie opere; un indizio per capire se si sarà o meno salvati è il successo professionale che si ha nel corso della vita, come se dal successo nel lavoro si potesse avvertire il proprio essere graditi a Dio. Sicché quella che il protestante compie è un'autentica "ascesi intramondana", per cui egli è strumento di Dio nel mondo: chi lavora con dedizione per tutta la propria vita e riscuote grande successo può ritenersi salvo. Da ciò nasce secondo Weber il capitalismo moderno, non già da particolari condizioni materiali, storiche ed economiche (come sosteneva Marx).
La teoria weberiana dell'origine dello spirito capitalistico rovescia le teorie marxiste del rapporto tra struttura economica e sovrastruttura; del resto, Weber aveva già polemizzato con la concezione materialista della storia negli scritti metodologici. Bisogna però sottolineare che l'opera di Weber non si propone neppure di sostenere un qualsivoglia primato di fattori spirituali su quelli materiali. Dalla sua ricerca egli trae la conclusione che vi è uno stretto rapporto tra lo sviluppo del capitalismo moderno e l'etica economica del protestantesimo. Alla stessa conclusione giungeva per via negativa, mostrando negli studi sull'etica economica delle religioni universali (confucianesimo, taoismo, induismo) raccolti poi nella postuma "Sociologia della religione", come in nessun'altra civiltà che non fosse l'Occidente moderno si sia verificata una correlazione come quella che si è stabilita tra etica protestante e mentalità capitalistica.
Importante il suo intervento nel campo della sociologia urbana. Nelle sue analisi, la questione che la vita sociale nelle metropoli industriali sia largamente dominata dal pensiero razionale viene tematizzata in modo più completo. Per Weber la città è essenzialmente uno spazio economico: in quanto luogo dominante del consumo, della produzione e del commercio; in quanto è in città che si concentrano le funzioni di controllo del sistema economico.
Dalle trattazioni di Weber emerge anche un concetto generale di cui si servì per lo sviluppo delle sue teorie: è quello di concetto ideale o idealtipo, modello d'interpretazione dei fenomeni scaturito dall'analisi di realtà concrete. Spesso è un termine estratto dal suo contesto culturale e/o storico che, applicato a realtà diverse, permette di individuarne tratti comuni apparentemente dissimili. Ne sono un esempio termini ricorrenti nello studio delle religioni come sacrificio, Mana o Dema. I concetti idealtipici sono utili per spiegare i condizionamenti della realtà.

L'etica protestante e lo spirito del capitalismo
Weber è interessato allo studio della politica intesa come studio dell'agire umano, gli interessa sapere che cosa spinge l'individuo a interessarsi della politica. La politica è scontro, non è morale: chi si vuole occupare di politica deve mettere in preventivo che essa è competizione, è sconfiggere l'avversario. La potenza in politica è responsabilità di compiere le scelte più opportune. La politica si compie attraverso il potere che necessita di essere legittimato. Esistono tre forme di legittimazione del potere, le prime due classiche, la terza introdotta dallo stesso Weber: l'autorità della legalità (i doveri sono normativizzati, riconosciamo che esistono delle leggi e vi obbediamo), l'autorità tradizionale (esiste una dinastia e i sudditi per tradizione sono abituati ad obbedirvi, è una legittimazione che viene dal passato), l'autorità del carisma (peculiarità individuale di natura straordinaria, che appartiene solo ad alcuni).
Weber auspica che la politica non sia il punto di arrivo per individui opportunisti ma che sia data in mano a persone consapevoli e preparate, a persone che hanno una certa professionalità. Weber distingue tra politici d'occasione e politici di professione: i primi siamo noi quando mettiamo la scheda nell'urna; i secondi possono vivere per la politica (non hanno necessità di trarre rendite da essa, la praticano con passione e impegno), o vivere di politica (sfruttano la politica per costituire a proprio favore delle rendite, tale sfruttamento non va visto comunque in chiave esclusivamente negativa). I funzionari, che vivono di politica, spesso svolgono egregiamente il proprio lavoro.
La politica non è morale ma include anche un orientamento etico, ci sono due etiche che muovono l'agire politico: l'etica dell'intenzione (o della convinzione) e l'etica della responsabilità.
Il politico che segue l'etica dell'intenzione agisce seguendo delle norme di valore in maniera pedissequa; ad esempio il politico cristiano indirizzato a quest'etica seguirà norme cristiane anche quando si dimostreranno inadatte al contesto del tempo: se il mondo va diversamente da come lui crede se ne lava le mani, continua a seguire i suoi valori, non è questo un modo adatto di ragionare. Il vero politico deve al contrario seguire (almeno in maniera preponderante) l'etica della responsabilità: ogni fatto che avviene nella società produce delle conseguenze, alle quali il politico si deve adattare; se ciò che sta accadendo si discosta dai suoi dogmi esso deve, in qualche modo, mediare. Chi agisce in questo modo fa politica in maniera realista; sa che la politica è anche fatta di azioni non morali (la politica non è moralità), sa che "bisogna sporcarsi le mani" e che la politica "non è nata ad Assisi". Machiavelli ci ha insegnato non che "il fine giustifica i mezzi", bensì che di fine in politica ne esiste solo uno, e dunque chi vuole perseguirlo non può avere remore nello sporcarsi l'anima. Le due etiche possono stare in commistione, ma di fronte a un problema il politico deve propendere preferibilmente per l'etica della responsabilità, al fine di trovare comunque una soluzione.

Parlamento e governo e Sociologia del potere
In Parlamento e governo Weber difende a spada tratta il parlamento; la polemica è contro Bismarck, reo di aver trasformato il parlamento in un luogo esclusivamente burocratico. Il parlamento deve essere, invece, un luogo fondamentale della democrazia. Il parlamento è il luogo deputato a fare emergere le élite: gli uomini migliori si faranno in parlamento. Chi governa fa parte di una minoranza ristrettissima, composta da pochi elementi, che deve però emergere dal parlamento. La centralità del parlamento deve essere assoluta: qui si deve svolgere la lotta (pacifica), qui deve venir fuori il leader (il parlamento non è affatto antitetico al carisma). Il parlamento è utile perché, una volta selezionato il leader carismatico, pone comunque i limiti della legalità costituzionale, funzione di controllo del parlamento. La figura del leader carismatico si può ricondurre benissimo alla democrazia; potrebbe esserci una certa degenerazione verso il plebiscitarismo, ma se il parlamento funziona bene continuerà a svolgere il proprio ruolo di filtro tra massa e governo. Il leader carismatico è colui che riesce a realizzare una sorta di sintesi fra le diverse voci che gli provengono dalla collettività, rappresentandole in parlamento.
Analizzando Sociologia del potere si possono trarre svariati tratti caratterizzanti la forma di legittimazione carismatica. Il popolo è portato affettivamente a sottomettersi al carisma del signore, il quale è dotato di virtù soprannaturali (eroismo, etc.) che non sono mai esistite. La sottomissione avviene in maniera emozionale e non razionale. Appena perde le sue qualità, il popolo non obbedisce più all'eroe carismatico che va a perdere di colpo il suo potere; se le masse non percepiscono più come tale il suo potere questo "duce" cade immediatamente. Occuperanno quindi gli alti posti della burocrazia coloro che sono stati sempre vicino al loro leader; viene così meno sia il concetto razionale di competenza (tipico della legittimazione legale), sia il concetto di privilegiamento del ceto (tipico della legittimazione tradizionale). Non c'è razionalità nella scansione burocratica di uno Stato carismatico: i compiti vengono tolti e affidati di volta in volta sulla base della volontà del capo. Siamo noi dominati che scegliamo il nostro dominante; Weber è in tal senso "profetico": Mussolini e Hitler sono andati al potere attraverso elezioni regolari. Rispetto ai leader carismatici è fondamentale il ruolo del parlamento che svolge funzione di controllo e di filtro.
Tre punti importanti che traspaiono dalla lettura di Parlamento e governo del 1918 sono:
▪ Frequenti critiche a Bismarck (che esautorava il ruolo del parlamento). Chi deve andare a governare la cosa pubblica deve vincere una lotta, che è considerata positivamente da Weber;
▪ Il presidente della repubblica o il monarca devono affidare il compito di governare a colui che è uscito vincitore dalla lotta parlamentare. Continuo ritorno nel testo dell'elemento della lotta politica che è bene che si svolga in parlamento (sarà così contrasto di idee, non violenza): "per il politico moderno la vera palestra è il parlamento";
▪ È fondamentale che i leader si formino in parlamento: in esso si instaurerà un dibattito fra i leader, che sono le uniche figure (fra tutti parlamentari) che contano veramente. Questo non è un fatto negativo: l'importante è che il leader sia tale in quanto lo merita, e può dimostrare di meritare l'appartenenza al suo status solo attraverso l'attività parlamentare.
Andando a leggere La politica come professione e come vocazione è possibile enucleare alcune caratteristiche concernenti la politica professionale. La politica come professione non è una cosa aperta a tutti, è per natura riservata a delle élite: per fare politica "ci vuole un fisico bestiale". La politica è una professione, non solo perché si riceve uno stipendio, ma perché si crede di avere delle capacità, delle competenze da mettere in campo. La politica è anche vocazione, dedizione appassionata ad una causa.
Tornando, invece, alla (più apparente che sostanziale) dicotomia etica dell'intenzione-etica della responsabilità, va notato che l'agire secondo responsabilità implica spesso il raggiungimento di un buon fine previo l'utilizzo di un cattivo mezzo. Il politico deve sapere che facendo politica si sporcherà l'anima. Se mi voglio occupare professionalmente di politica non andrò in paradiso; non andrò in paradiso perché, se così fosse, vorrebbe dire che mi affiderei esclusivamente all'etica dell'intenzione, rischiando così di non giungere a nulla di concreto.

* 1927 - Jerome Klapka Jerome (Walsall, 2 maggio 1859 – Northampton, 14 giugno 1927) è stato uno scrittore, giornalista e umorista britannico.

«Mi piace il lavoro, mi affascina. Potrei stare per ore seduto ad osservarlo...» (Jerome Klapka Jerome)

Il suo nome è soprattutto associato alla sua opera più famosa, il romanzo umoristico Tre uomini in barca. È ritenuto tra i maggiori scrittori umoristici inglesi. Lontano dai modi della farsa, del facile gioco di parole, dell'allusione oscena, il suo umorismo scaturiva anche dall'osservazione dalle situazioni più comuni e quotidiane.

La giovinezza
Jerome fu il quarto figlio di Jerome Clapp (che in seguito modificò in Jerome Clapp Jerome), un venditore di ferramenta e predicatore laico che si occupava a tempo perso di architettura, e Marguerite Jones. Ebbe due sorelle, Paulina e Blandina, e un fratello, Milton, che morì nei primi anni di vita. Jerome si registrò,così come il nome modificato del padre, come Jerome Clapp Jerome, e Klapka sembra essere una variazione successiva (dopo l'esilio del generale ungherese György Klapka).
A causa di cattivi investimenti nell'industria estrattiva locale, la famiglia soffrì l'indigenza, e venivano spesso visitati dai creditori, un'esperienza che Jerome descrive dettagliatamente nella sua autobiografia La mia vita ai miei tempi.
Il giovane Jerome era desideroso di entrare in politica o diventare un uomo di lettere, ma la morte di entrambi i genitori nel 1872, quando egli aveva 13 anni, lo forzò ad interrompere i suoi studi e a cercare lavoro come sostentamento. Fu impiegato nelle London and North Western Railway, inizialmente raccogliendo il carbone che si trovava lungo le ferrovie, e lavorò qui per quattro anni.

Carriera teatrale e primi lavori letterari
Nel 1877, ispirato dall'amore che la sua sorella più grande Blandina aveva per il teatro, Jerome decise di provare la strada di attore, sotto il nome d'arte di Harold Crichton. Egli si unì ad una compagnia di repertorio che provava a recitare con un budget da miseria, e molto spesso gli attori stessi dovevano far conto delle loro risorse per comprarsi costumi e trovarobe. Jerome rifletté successivamente in chiave comica su questo periodo nel suo Sul palco - e sotto, dove mette in risalto che ai tempi era senza quattrini. Dopo tre anni su strada e senza alcun evidente successo, a 21 anni Jerome decise di averne avuto abbastanza della sua vita da palco, e cercò altri lavori. Tentò la carriera giornalistica, scrivendo saggi, satire e storielle, ma molte gli furono mandate indietro. Negli anni immediatamente successivi fu professore di scuole, imballatore, e portaborse di avvocati. Finalmente, nel 1885, ebbe un po' di successo con il già citato Sul palco - e sotto, un libro umoristico la cui pubblicazione gli aprì le porte per altre sceneggiature e saggi. Seguì nel 1886, Pensieri oziosi di un ozioso, una collezione di saggi umoristici. Il 21 giugno del 1888, Jerome sposò Georgina Elizabeth Henrietta Stanley Marris (chiamata anche Ettie), nove giorni dopo il divorzio di lei dal suo primo marito. Ella aveva anche una figlia dal suo precedente matrimonio, che era durato 5 anni, nota come Elsie (il suo vero nome era Georgina). Fecero la luna di miele costeggiando le zone lungo il Tamigi su una barchetta, cosa che ebbe una notevole influenza sul suo successivo, e più importante lavoro, Tre uomini in barca (per tacere del cane).

Tre uomini in barca (per tacere del cane) e fine carriera
Jerome progettò la stesura di Tre uomini in barca (per tacere del cane) non appena la coppia ritornò dalla luna di miele.
Nel racconto sua moglie fu rimpiazzata dai suoi amici di lunga data George Wingrave (George) and Carl Hentschel (Harris). Ciò gli permise di creare situazioni comiche (e non-sentimentali) che nel frattempo si intrecciavano colla storia della regione del Tamigi. Il libro, pubblicato nel 1889, ebbe un successo immediato ed è rimasto in stampa sino ad oggi. La sua popolarità fu tale che il numero di barche registrate col nome Tamigi superò il cinquanta per cento nell'anno seguente alla pubblicazione, e contribuì significativamente a fare del Tamigi un'attrazione turistica. Nei venti anni successivi, il libro vendette più di un milione di copie in tutto il mondo. Fu adattato per film, show per la TV e la radio, per il teatro ed anche per il musical. Il suo stile letterario influenzò molti umoristi e satirici in Inghilterra e altrove. La sua permanenza è da attribuire probabilmente allo stile e alla scelta di un luogo fisso, che assicurava la prevalenza della struttura primaria, anche quando il resto cambiava.
Con la sicurezza finanziaria procuratagli dalle vendite del libro, Jerome fu in grado di dedicare tutto il suo tempo alla scrittura. Scrisse diverse sceneggiature, saggi e novelle, ma non riuscì a replicare il successo di Tre Uomini in Barca. Nel 1892 fu scelto da Robert Barr per la redazione di The Idler (Il fannullone), sotto la guida di Rudyard Kipling. Il magazine era un mensile satirico illustrato rivolto ai gentiluomini. Nel 1893 fondò il To-Day, ma si ritirò da entrambe le pubblicazioni per difficoltà finanziarie e per una causa di diffamazione.
Nel 1898, un piccolo soggiorno in Germania ispirò Tre uomini a zonzo, il prosieguo di Tre uomini in barca (per tacere del cane). Nonostante la reintroduzione degli stessi personaggi nella struttura di un giro in terra straniera in bicicletta, il libro non ebbe la forza vitale né il coinvolgimento storico del precedente, ed ebbe solo uno scarso successo. Nel 1902 pubblicò la storia Paul Klever, che fu largamente riconosciuta come autobiografica. Nel 1908 la sceneggiatura Il passaggio nel retro del terzo piano introdusse un Jerome più cupo e religioso. Ebbe uno notevole successo commerciale ma fu stroncato dalla critica - Max Beerbohm lo descrisse come "disgustosamente stupido" come scritto da "uno scrittore di decima categoria".

La Prima guerra mondiale e i suoi ultimi anni
Jerome si offrì volontario per servire la patria allo scoppio della guerra, ma, avendo 56 anni, fu rifiutato dall'esercito britannico. Voglioso d'esser utile in qualche mansione, si arruolò come guidatore d'ambulanza nell'esercito francese. L'esperienza di guerra raggelò il suo spirito, così come la morte della sua figliastra Elsie nel 1921.
Nel 1926 Jerome pubblicò la sua autobiografia, La mia vita ai miei tempi. Poco dopo, il Borough di Walsall gli conferì il titolo di Uomo Libero del Borough. Durante questi ultimi anni, Jerome passò gran parte del tempo nella sua fattoria a Ewelme vicino Wallingford.
Nel giugno 1927, in un giro autobilistico da Devon a Londra, via Chetleman e Northampton, Jerome ebbe un ictus e una emorragia cerebrale. Rimase nel General Hospital di Northampton per due settimane prima di morire il 14 giugno. Fu cremato a Golders Green e le sue ceneri furono deposte nella chiesa di Santa Maria ad Ewelme, nell'Oxfordshire. Elsie, Ettie e sua sorella Blandina furono sepolte al suo fianco. Nella casa natale di Walsall c'è ora un museo dedicato alla sua vita e alle sue opere.

▪ 1946 - Federigo Enriques (Livorno, 5 gennaio 1871 – Roma, 14 giugno 1946) è stato un matematico, storico della scienza e filosofo italiano.
Nato in una famiglia laica di origine ebraica e di lontana ascendenza portoghese, nel 1882 si trasferì a Pisa. Dopo gli studi liceali, compie gli studi universitari presso la Scuola Normale Superiore e si laureò in matematica nel 1891. Federigo frequentò in seguito un anno di perfezionamento a Pisa ed uno a Roma, dove ebbe modo di incontrare e collaborare col matematico Guido Castelnuovo, che poi divenne marito di sua sorella. Iniziò inoltre a collaborare con i matematici Luigi Cremona e Corrado Segre e con il fisico Ugo Amaldi. Fu socio dell'Accademia dei Lincei.
Nel 1894 si trasferì a Bologna, dove insegnò presso l'ateneo della città geometria descrittiva e geometria proiettiva (di cui fu titolare di cattedra a partire dal 1896).
Nel 1922 fu invitato presso l'Università di Roma, per occupare la cattedra di matematiche superiori e di geometria superiore. Quando furono promulgate le leggi razziali, nel 1938, Enriques si trovò costretto ad abbandonare l'insegnamento e qualsiasi altra occupazione legata all'attività culturale. Durante l'occupazione tedesca fu dapprima nascosto in casa dell'allievo Attilio Frajese e poi fu nascosto a San Giovanni in Laterano. Tornò ad insegnare all'Università nel 1944 per altri due anni e morì a Roma il 14 giugno 1946.
Tra i fondatori della scuola italiana di geometria algebrica, Enriques allargò gli orizzonti del dibattito scientifico occupandosi di filosofia, storia e didattica della matematica. Nel 1906 fondò la Società filosofica italiana (di cui fu presidente della fino al 1913), nel 1907 fondò la rivista internazionale Scientia e nel 1921 fu nominato direttore del Periodico di matematiche (diretto fino alla morte), organo della Mathesis (che presiedette dal 1922 al 1934). Diresse, tra l'altro, la sezione di matematica dell'Enciclopedia Italiana.

* 1968 - Salvatore Quasimodo (Modica, 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968) è stato un poeta italiano, la cui poetica muove dall'ermetismo, vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1959.

I primi anni
Salvatore Quasimodo nacque a Modica( Ragusa) figlio di Gaetano Quasimodo e Clotilde Ragusa.
La permanenza a Modica della famiglia Quasimodo dura solo 12 mesi. Il padre Gaetano, infatti, vi giunge alla fine del 1900. Il 20 agosto 1901 nasce il Poeta. Ma come egli stesso narra,in una intervista televisiva, solo dopo qualche giorno dalla nascita, in seguito all' inondazione di Modica, parte da Roccalumera nonno Vincenzo, che conduce al sicuro nella casa familiare roccalumerese la madre Clotilde, il Poeta e gli altri fratelli più grandicelli. Il padre Gaetano dopo due mesi dalla nascita di Salvatore, ossia nell'ottobre 1901 è trasferito ad un'altra stazione. La famiglia pertanto non tornerà più in quella cittadina. Salvatore già da bambino fu costretto a spostarsi frequentemente con la propria famiglia al seguito del Padre nelle varie stazioni ferroviarie siciliane ove egli era inviato a prestare servizio. Questi, infatti, iniziò a lavorare in ferrovia all'età di 7 anni, venendo impegnato alla costruzione del binario ferroviario Messina-Catania. Attivati i transiti dei treni, il padre fu mantenuto in servizio come ferroviere. La casa familiare dei Quasimodo,( costruita da nonno Vincenzo, anche lui ferroviere ) era a Roccalumera, in Provincia di Messina, paese al quale sia Salvatore che tutta la Famiglia sono rimasti intrinsecamente legati. Il padre diventato “ capostazione principale “, veniva mandato a reggere stazioni di capoluoghi di Provincia come: Messina, subito dopo il terre-maremoto del 1908 in una Stazione letteralmente distrutta dall'evento tellurico (Salvatore avrà sette anni e trasfonderà la tragedia del terremoto in meravigliosi versi in "Al padre"), Agrigento, Palermo e Siracusa, dove la sorella Rosina conobbe Elio Vittorini, anch'egli figlio di ferroviere, con il quale si sposò. Il padre andò in pensione nel 1927, e dopo una breve permanenza a Firenze, durante la quale perse la moglie, si ritirò definitivamente nella sua casa di Roccalumera, dove visse con due sorelle che non si erano sposate. Salvatore, seguendo il padre, di stazione in stazione, frequentò le prime classi a Gela e poi negli altri luoghi. Subito dopo il catastrofico Terremoto di Messina del 1908 andò a vivere a Messina, dove il padre era stato chiamato per riorganizzare la locale stazione. Prima dimora della famiglia in quei tempi furono i vagoni ferroviari. Un'esperienza di dolore tragica e precoce che avrebbe lasciato un segno profondo nell'animo del poeta. Si trasferì in seguito in una abitazione sita in Via Crocerossa, dove trascorse gli anni delle scuole tecniche, frequentate presso l’Istituto “Jaci “ dove conseguì il diploma di geometra. Trascorreva le estati ed il tempo libero a Roccalumera, insieme ai fratelli (luogo che lo ispirerà per tante poesie come ad esempio “ Vicino a una torre saracena, per il fratello morto “)

Gli studi
A Messina frequentò l'Istituto tecnico matematico-fisico "Jaci" che dava la possibilità di accedere alla Facoltà di Ingegneria e nel 1919 conseguì il diploma. Durante la permanenza in questa città conobbe il noto giurista Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira, futuro sindaco di Firenze, con i quali strinse una duratura amicizia.
Nel 1917 fondò il "Nuovo giornale letterario", un mensile che ebbe breve vita e sul quale pubblicò le sue prime poesie. Nel 1919 si trasferì a Roma dove pensava di terminare gli studi di Ingegneria ma, subentrate precarie condizioni economiche, dovette abbandonarli per impiegarsi come disegnatore tecnico presso un'impresa edile e in seguito presso un grande magazzino.
Nel frattempo collaborò ad alcuni periodici e iniziò lo studio del greco e del latino con la guida di monsignore Rampolla del Tindaro dedicandosi ai classici destinati a divenire per lui fonte di schietta ispirazione.

A Firenze
Nel 1929, in seguito all'invito di Elio Vittorini, che aveva sposato sua sorella e viveva a Firenze, decise di trasferirsi in quella città. Qui conobbe diversi letterati appartenenti all'ambiente letterario fiorentino tra i quali Alessandro Bonsanti e Eugenio Montale e con l'ambiente della rivista letteraria Solaria.

A Reggio Calabria
Nel 1930, assunto come "geometra straordinario" dal Ministero dei Lavori Pubblici, venne assegnato al Genio Civile di Reggio Calabria. Qui strinse amicizia con i fratelli Enzo Misefari e Bruno Misefari, entrambi esponenti (il primo è comunista, il secondo è anarchico) del movimento antifascista di Reggio Calabria, che lo invogliarono a ritornare a scrivere.
Così maturò e affinò il suo gusto ermetico, cominciando a dare consistenza alla raccolta Acque e terre che pubblicò quello stesso anno per le edizioni di Solaria.
Nel periodo di Reggio Calabria nacque la mirabile Vento a Tindari, dedicata alla storica località presso Patti.

A Imperia e a Genova
Nel 1931 venne trasferito presso il Genio Civile di Imperia e in seguito presso quello di Genova.
In questa città conobbe Camillo Sbarbaro e le personalità di spicco che gravitavano intorno alla rivista Circoli, con la quale il poeta iniziò una proficua collaborazione pubblicando, nel 1932, per le edizioni della stessa, la sua seconda raccolta Oboe sommerso nella quale sono raccolte tutte le poesie scritte tra il 1930 e il 1932 e dove comincia a delinearsi con maggior chiarezza la sua adesione all'ermetismo.

A Milano
Ottenuto il trasferimento a Milano nel 1934, venne destinato da un capoufficio, che non sopportava i poeti, alla sede di Sondrio, da dove prendeva ogni giorno il treno per il capoluogo lombardo. Qui si dedicò a una varia attività pubblicistica entrando in contatto con un ricco ambiente culturale.
Nel 1938 lasciò il Genio Civile per dedicarsi alla letteratura ed alla poesia, iniziò a lavorare per Cesare Zavattini in una impresa di editoria e soprattutto si dedicò alla collaborazione con Letteratura, la rivista ufficiale dell'Ermetismo.
Nel 1938 pubblicò a Milano, con un'introduzione del critico Oreste Macrì, una raccolta antologica intitolata Poesie e nel 1939, mentre collaborava a Il Tempo, iniziò la traduzione dei Lirici greci, opera che verrà pubblicata nel 1940 a Milano con una prefazione di Luciano Anceschi e che susciterà grande consenso.
Nel 1941 venne nominato, per chiara fama, professore di Letteratura italiana presso il Conservatorio di musica "Giuseppe Verdi" di Milano, incarico che mantenne fino alla fine del 1968.
Nel 1942 uscirà nella collezione Lo specchio della Mondadori, a Milano, l'opera Ed è subito sera, che inglobava anche le Nuove poesie scritte tra il 1936 e il 1942.
Pur professando chiare idee antifasciste, non partecipò attivamente alla Resistenza; in quegli anni si diede alla traduzione del Vangelo secondo Giovanni, di alcuni Canti di Catullo e di episodi dell'Odissea che verranno pubblicati solamente dopo la Liberazione.
Nel 1945 si iscrisse al Partito comunista e l'anno seguente pubblicò la nuova raccolta dal titolo Con il piede straniero sopra il cuore — ristampata nel 1947 con il nuovo titolo Giorno dopo giorno —, testimonianza dell'impegno morale dell'autore che continuerà, in modo sempre più profondo, nelle successive raccolte come La vita non è sogno, Il falso e il vero verde e La terra impareggiabile, che si pongono, con il loro tono epico, come esempio di limpida poesia civile.
Durante questi anni il poeta continuò a dedicarsi con appassionato fervore all’opera di traduttore sia di autori classici che moderni e svolse una continua e fervida attività giornalistica, per periodici e quotidiani, dando il suo contributo soprattutto con articoli di critica teatrale.
Nel 1950 il poeta ottenne il Premio San Babila, nel 1953 il premio Etna-Taormina, nel 1958 il premio Viareggio e nel 1959 gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura che gli fece raggiungere una definitiva fama e gli fece ottenere le lauree honoris causa dalla Università di Messina nel 1960 e da quella di Oxford nel 1967.
Il poeta trascorse gli ultimi anni di vita compiendo numerosi viaggi in Europa e in America per tenere conferenze e letture pubbliche delle sue liriche che nel frattempo erano state tradotte in diverse lingue.
Nel giugno del 1968, mentre il poeta si trovava ad Amalfi, venne colpito da un ictus che lo condurrà alla morte dopo pochi giorni all'ospedale di Napoli. Il suo corpo sarà trasportato a Milano e seppellito nel Cimitero Monumentale.

Il poeta e lo scrittore
«Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo.»(Salvatore Quasimodo, da Uomo del mio tempo)


La prima raccolta di Quasimodo, Acque e terre (1930), è incentrata sul tema della sua terra natale, la Sicilia, che l'autore lasciò già nel 1919: l’isola diviene l’emblema di una felicità perduta cui si contrappone l’asprezza della condizione presente, dell’esilio in cui il poeta è costretto a vivere (così in una delle liriche più celebri del libro, Vento a Tindari). Dalla rievocazione del tempo passato emerge spesso un’angoscia esistenziale che, nella forzata lontananza, si fa sentire in tutta la sua pena. Questa condizione di dolore insopprimibile assume particolare rilievo quando il ricordo è legato ad una figura femminile, come nella poesia Antico inverno. Se in questa prima raccolta Quasimodo appare legato a modelli abbastanza riconoscibili (soprattutto D’Annunzio, del quale viene ripresa la tendenza all’identificazione con la natura), in Oboe sommerso (1932) ed Erato e Apollion (1936) il poeta raggiunge la piena maturità espressiva.
La ricerca della pace interiore è affidata ad un rapporto col divino che è, e resterà successivamente, tormentato anche se animato da un anelito sincero, mentre la Sicilia si configura come terra del mito, terra depositaria della cultura greca: non a caso Quasimodo pubblicherà, nel 1940, una notissima traduzione dei Lirici greci. In particolare, nel libro del ’36 vengono celebrati Apollo - il dio del sole ma anche il dio cui sono legate le Muse, e quindi la stessa creazione poetica che è resa dolorosa dalla distanza fisica dell’isola - ed Ulisse, l’esule per eccellenza. È in queste raccolte che si può cogliere appieno la suggestione dell’ermetismo, di un linguaggio che ricorre spesso all’analogia e tende ad abolire i nessi logici tra le parole: importante è in questo senso l’uso frequente dell’articolo indeterminativo e degli spazi bianchi che, all’interno della lirica, sembrano rimandare continuamente a una serie di significati nascosti che non possono trovare una piena espressione.
Nelle Nuove poesie (pubblicate insieme alle raccolte precedenti nel volume Ed è subito sera del 1942 e scritte a partire dal 1936) il ritmo diventa più disteso grazie anche all’uso più frequente dell’endecasillabo: il ricordo della Sicilia è ancora vivissimo ma si avverte nel poeta un’inquietudine nuova, la voglia di uscire dalla sua solitudine e confrontarsi con i luoghi e le persone della sua vita attuale. In alcune liriche compare infatti il paesaggio lombardo, esemplificato dalla «dolce collina d’Ardenno» che porta all’orecchio del poeta «un fremere di passi umani» (La dolce collina). Questa volontà di dialogo si fa evidente nelle raccolte successive, segnate da un forte impegno civile e politico sollecitato dalla tragedia della guerra; la poesia rarefatta degli anni giovanili lascia il posto un linguaggio più comprensibile, dai ritmi più ampi e distesi. Così avviene in Giorno dopo giorno (1947) dove le vicende belliche costituiscono il tema dominante. La voce del poeta, annichilita di fronte alla barbarie («anche le nostre cetre erano appese», afferma in Alle fronde dei salici), non può che contemplare la miseria della città bombardata, o soffermarsi sul dolore dei soldati impegnati al fronte, mentre affiorano alla memoria delicate figure femminili, struggenti simboli di un’armonia ormai perduta (S’ode ancora il mare). L’unica speranza di riscatto è allora costituita dalla pietà umana (Forse il cuore). In La vita non è sogno (1949) il Sud è cantato come luogo di ingiustizia e di sofferenza dove il sangue continua a macchiare le strade (Lamento per il Sud); il rapporto con Dio si configura come un dialogo serrato sul tema del dolore e della solitudine umana. Il poeta sente l’esigenza di confrontarsi con i propri affetti, con la madre che ha lasciato quand’era ancora un ragazzo e che continua a vivere la sua vita semplice ed ignara dell’angoscia del figlio ormai adulto, o col ricordo della prima moglie Bice Donetti. Nella raccolta Il falso e vero verde (1956) dove lo stesso titolo è indicativo di un’estrema incertezza esistenziale, un’intera sezione è dedicata alla Sicilia, ma nel volume trova posto anche una sofferta meditazione sui campi di concentramento che esprime «un no alla morte, morta ad Auschwitz» (Auschwitz).
La terra impareggiabile (1958) mostra un linguaggio più vicino alla cronaca, legato alla rappresentazione della Milano simbolo di quella «civiltà dell’atomo» che porta ad una condizione di devastante solitudine e conferma nel poeta la voglia di dialogare con gli altri uomini, fratelli di dolore. L’isola natìa è luogo mitizzato, «terra impareggiabile» appunto, ma è anche memoria di eventi tragici come il terremoto di Messina del 1908 (Al padre).
L’ultima raccolta di Quasimodo, Dare e avere, risale al 1966 e costituisce una sorta di bilancio della propria esperienza poetica ed umana: accanto ad impressioni di viaggio e riflessioni esistenziali molti testi affrontano, in modo più o meno esplicito, il tema della morte, con accenti di notevole intensità lirica.

▪ 1970 - Roman Witold Ingarden (Cracovia, 5 febbraio 1893 – Cracovia, 14 giugno 1970) è stato un filosofo polacco, attivo nel campo della fenomenologia, ontologia ed estetica.
Inizialmente studiò matematica e filosofia sotto Kazimierz Twardowski a Lwów, e nel 1912 si trasferì a Gottinga per studiare filosofia con Edmund Husserl. Husserl considerò Ingarden come uno dei suoi migliori allievi e Ingarden lo seguì a Friburgo dove presentò la sua tesi di dottorato nel 1918 con Husserl come relatore. Rimasero in stratto contatto fino alla morte di Husserl nel 1938.
Dopo aver conseguito il dottorato, Ingarden tornò in Polonia per la maggior parte della sua carriera academica. Inizialmente insegnò matematica, psicologia e filosofia nell'istruzione superiore, mentre lavorava sulla sua Habilitationschrift, intitolata Essentiale Frage. Ottenne una posizione all'università Jan Kazimierz a Lwow e nel 1933 divenne professore ordinario. Durante questo periodo scrisse la sua opera più conosciuta, L'opera d'arte letteraria.
La carriera di Ingarden fu interrotta dalla seconda guerra mondiale (1941 - 1944), durante la quale l'universtià di Lwów fu chiusa. In questo periodo insegnò matematica e filosofia in segreto ai bambini in età scolastica ad un orfanotrofio. Allo stesso tempo, e nonostante la sua casa fosse stata bombardata, continuò a lavorare alla sua opera La controversia sull'esistenza del mondo.
Alla fine della guerra, nel 1945 Ingarden si trasferì all' Università Jagellonica a Cracovia, dove gli era stata offerta una cattedra. Nel 1949, però, gli fu proibito d'insegnare a causa di ciò che venne visto come il suo "idealismo" (ironicamente, una posizione contro cui Ingarden aveva argomentato per tutta la vita) e per essere un "nemico del materialismo". Il bando finì nel 1957 e Ingarden fu riammesso alla Jagiellonian.
Tra i suoi studenti più conosciuti si annovera il filosofo di Solidarność Józef Tischner.
Roman Ingarden morì improvvisamente per un'emorragia cerebrale il 14 giugno 1970.
Opere
Ingarden fu un fenomenologo realista e non accettò l'idealismo trascendentale di Edmund Husserl. Mentre era un fenomenologo, i suoi interessi principali si concentravano sull'ontologia.

▪ 1986 - Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) è stato uno scrittore e poeta argentino.
È ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo ed è stato ispirato tra gli altri da Macedonio Fernández, Rafael Cansinos Assens, la letteratura inglese (Walt Whitman, Chesterton, Shaw), Franz Kafka, Emanuel Swedenborg e dal Taoismo. Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta "l'incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto".
Oggi l'aggettivo «borgesiano» definisce una concezione della vita come storia (fiction), come menzogna, come opera contraffatta spacciata per veritiera (come nelle sue famose recensioni di libri immaginari).
Borges ha lasciato la sua grande eredità in tutti i campi della cultura moderna, persino in quella pop, e molti sono gli scrittori che si sono ispirati alle sue opere.
Tra questi ci sono scrittori come Julio Cortázar, Italo Calvino, Osvaldo Soriano, Umberto Eco, Leonardo Sciascia, John Barth, Philip K. Dick, Gene Wolfe, Paul Auster ecc.
Inoltre Borges ha influenzato anche autori di fumetti come Alan Moore e Grant Morrison (che lo cita indirettamente in un episodio della Doom Patrol), cantautori come Francesco Guccini, Roberto Vecchioni e Elvis Costello e artisti come Luigi Serafini, autore del Codex Seraphinianus.
Umberto Eco, nel romanzo Il nome della rosa dà il nome di Jorge da Burgos a uno dei protagonisti, bibliotecario, chiarendo poi (nelle "postille") che il nome va riferito esplicitamente a Borges.
Nonostante fosse il favorito d'obbligo di ogni edizione del Premio Nobel dagli anni cinquanta in poi, l'Accademia di Stoccolma non lo premiò mai, preferendogli a volte autori meno conosciuti e popolari. Secondo insistenti voci la ragione andava cercata nelle idee politiche del grande scrittore che, senza mai essere un attivista (si iscrisse soltanto nel 1960 e con intento dichiaratamente "donchisciottesco"), nutriva simpatie conservatrici. Non gli perdonarono le idee tradizionali, filoccidentali, e l'atteggiamento cosmopolita, refrattario al folclore (ma non alla madrepatria) e alle forzature moderniste. In particolare una cena al tavolo di Pinochet. Avvisato della vittoria quasi sicura se avesse rinunciato a quel viaggio in Cile per un giro di conferenze e per ritirare una delle sue 23 lauree honoris causa, rispose che allora era un'ottima idea partire. Notoria invece la sua antipatia viscerale per Peron e il suo movimento, cui si devono anche l'incarcerazione della madre e della sorella. Diverse tappe della sua carriera pubblica sono segnate dal conflitto col peronismo. Alcune di queste:
▪ la sua nomina a Direttore della Biblioteca Nazionale avviene proprio dopo la caduta di Peron (1955)
▪ il rifiuto da parte del quotidiano La Nación di pubblicare una sua poesia (Il Pugnale) di chiaro intento tirannicida.
▪ la sua presidenza dal 1950 al 1953 della Società degli Scrittori Argentini, di cui la dittatura impose la chiusura; Borges stesso ricorda gli ultimi seminari che poté tenere, di fronte a poliziotti che annotavano i passi salienti delle sue esposizioni.
▪ esplicite dichiarazioni di Borges, che sembrano smentire del tutto il suo appoggio al dittatore.

Temi ricorrenti
▪ I libri (e la biblioteca)
▪ L'infinito spaziale e temporale
▪ Il labirinto
▪ Gli specchi
▪ Il doppio
▪ Le tigri
▪ La rosa
▪ Il sogno
▪ Gli scacchi
▪ Il viaggio
▪ I miti nordici
▪ I duelli dei malavitosi
▪ I temi della colpa, del perdono e del peccato
▪ Il paradiso perduto
▪ Dio e le Sacre Scritture
▪ La forma della spada

Temi internazionali
▪ Argentina: è il biografo di Evaristo Carriego; lettore di Leopoldo Lugones, Almafuerte, e altri; vi ambienta: Storia del tango, Il nostro povero individualismo, Horse Cart Inscriptions, Celebrazione del Mostro, Il Sud, The Mountebank
▪ Uruguay: vi ambienta "Avelino Arredondo"
▪ Italia: Borges ha una speciale affinità con la Divina Commedia di Dante Alighieri, soggetto dei Nove Saggi Danteschi e con Venezia.
Alla Divina Commedia è pure liberamente ispirato L'Aleph (l’amore di Dante per Beatrice = l’amore di Borges per Beatriz; un'Opera che contenga tutto, l'Aleph = Divina Commedia). Altra lettura prediletta era Ariosto, il cui italiano ha imparato viaggiando in autobus verso la biblioteca come per Dante. Il suo particolare amore per Dante è stato definito dalla critica "dantismo immanente", poiché i riferimenti ai concetti danteschi legati alla tradizione cristiana presenti nell’opera borgesiana si traducono in una immanenza che non si risolve necessariamente in una perdita di sacralità (cfr. Lore Terracini e Roberto Paoli; il volume di Riccardo Ricceri è dedicato a Dante e allo specifico tema del dantismo immanente presente nell'opera dello scrittore argentino).
▪ Spagna: Borges fa frequenti riferimenti al Don Chisciotte della Mancia e allo scrittore del XVII secolo Francisco de Quevedo y Villegas
▪ Francia: è influenzato da Leon Bloy e da Marcel Schwob, erudito scrittore di fine ottocento, autore di Vite immaginarie, fonte d’ispirazione per Storia universale dell'infamia; è un grande estimatore e scrive saggi su Guillaume Apollinaire
▪ Germania: ha una speciale affinità con Heinrich Heine, è influenzato da Franz Kafka e Kurd Lasswitz; lettore di Fritz Mauthner, Arthur Schopenhauer; scritti sulla Germania: Deutsches Requiem, Letteratura tedesca nell'età di Bach
▪ Regno Unito: studia intensamente la letteratura inglese e anglosassone; è influenzato da Samuel Butler, G.K. Chesterton, Thomas de Quincey, David Hume, Rudyard Kipling, George Bernard Shaw, Herbert Spencer, Robert Louis Stevenson, Thomas Carlyle, George Herbert Wells Lord Gibbon, il grande storico del XVIII secolo di cui legge e rilegge Declino e caduta dell'Impero Romano
▪ India: è lo scenario per i racconti: L'uomo sulla soglia e L'accostamento ad Almotasim
▪ Irlanda: è influenzato da Giovanni Scoto Eriugena e Jonathan Swift; traduce Oscar Wilde in spagnolo; scrive pagine critiche su James Joyce; è lo scenario di Tema del traditore e dell'eroe, legge e commenta gli scritti del filosofo idealista George Berkeley, che era anche un vescovo irlandese.
▪ Stati Uniti: traduttore di William Faulkner in spagnolo; ha una speciale affinità con il filosofo Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman, è influenzato da Edgar Allan Poe e scrive saggi su di lui, su Nathaniel Hawthorne e Ralph Waldo Emerson; vi ambienta Lo spaventoso redentore Lazarus Morell"racconto ispirato da Mark Twain; scrive molte pagine di critica riguardo a diversi film, come Quarto potere ("An Overwhelming Film"); scrive anche una parodia/omaggio dei racconti di Howard Phillips Lovecraft, intitolata There are more things - una citazione dall'Amleto di Shakespeare.
▪ Giappone: vi ambienta il racconto L'incivile maestro di cerimonie Kotsuké no Suké
▪ Cina: vi ambienta i racconti Un pirata: la vedova Ching e (in parte) Il giardino dei sentieri che si biforcano.
▪ Norvegia e paesi nordici: vi ambienta i racconti Lo specchio e la maschera e Undr, entrambi della raccolta Il libro di sabbia; altri personaggi, come la donna protagonista di Ulrica, il giovane studioso de La corruzione e il vecchio re de Il disco sono nordici, a testimonianza del suo grande amore per la letteratura e il mito di quei paesi.

Temi religiosi
▪ Cristianesimo: influenzato da Leon Bloy; "Storia dell'Eternità" "Tre versioni di Giuda", "I teologi", "Il Vangelo di Marco", "Un teologo nella morte". L'influenza maggiore gli venne dalla Bibbia (i Vangeli, Giovanni, Paolo, Giobbe, Qohelet e anche gli apocrifi), che la nonna protestante conosceva a memoria e gli leggeva spesso.
▪ Buddhismo: "Tema del mendicante e del re", lettura sul Buddhismo in Sette notti
▪ Islam: "L'accostamento ad Almotasim", "La ricerca di Averroè", "Hakim di Merv, il tintore mascherato" (ma solo l'ambientazione è islamica, in quanto il credo di Hakim è schiettamente gnostico), "La camera delle statue"; è stato fortemente influenzato da Le mille e una notte del quale ha anche realizzato diverse traduzioni.
▪ Ebraismo: "La morte e la bussola", "Il Golem", "Una difesa della Cabala", letture sulla Cabala e su Shmuel Agnon
▪ Lo Gnosticismo: alcuni dei suoi primi scritti a imitazione di Emanuel Swedenborg; "Una vendicazione del falso Basilide", che soprattutto manifesta l'interesse per le correnti gnostiche ereticheggianti del Cristianesimo primitivo (Carpocrate, Basilide, i Nicolaiti, gli Anulari), presenti in molti testi già citati
▪ Religioni immaginarie: gli eretici di Uqbar in "Tlön, Uqbar, Orbis Tertius"

Bibliografia
▪ Storia universale dell'infamia (Historia Universal de la Infamia 1935), Adelphi (ISBN 88-459-1332-5)
▪ Finzioni (Ficciones 1944), Einaudi (ISBN 88-06-17367-7)
▪ L'Aleph (El Aleph 1949), Adelphi (ISBN 88-459-1420-8)
▪ Brume, dei, eroi (Antiguas Literaturas Germánicas 1951) (in collaborazione con Delia Ingenieros)
▪ L'altro, lo stesso (El otro, el mismo 1964), Adelphi (ISBN 88-459-1742-8)
▪ Il Manuale di zoologia fantastica (El libro de los seres imaginarios 1967) (in collaborazione con Margarita Guerrero), Einaudi (ISBN 88-06-11452-2)
▪ Il manoscritto di Brodie (El informe de Brodie 1970), Adelphi (ISBN 88-459-1449-6)
▪ Il libro di sabbia (El libro de arena 1975), Adelphi (ISBN 88-459-1841-6)
▪ Il libro dei sogni (Libro de sueños 1976)
▪ I congiurati (Los conjurados 1985) Mondadori (ISBN 88-04-42038-3)
▪ Venticinque agosto 1983 e altri racconti inediti, Mondadori (ISBN 88-04-33731-1)

Poesia
▪ Fervore di Buenos Aires (Fervor de Buenos Aires 1923)
▪ Luna di fronte (Luna de enfrente 1925)
▪ Quaderno San Martín (Cuaderno de San Martín 1929)
▪ L'artefice (El hacedor 1960), Adelphi (ISBN 88-459-1507-7)
▪ Elogio dell'Ombra (Elogio de la sombra 1969) Einaudi (ISBN 88-06-14868-0)
▪ L'oro delle tigri (El oro de los tigres 1972), Adelphi (ISBN 88-459-1932-3)
▪ La rosa profonda (La rosa profunda 1975)
▪ La moneta di ferro (La moneda de hierro 1976)

Saggistica
▪ Inquisizioni (Inquisiciones 1925), Adelphi (ISBN 88-459-1628-6)
▪ Evaristo Carriego (1930), Einaudi (ISBN 88-06-15192-4)
▪ Discussioni (Discusión 1932)
▪ Storia dell'eternità (Historia Universal de la Eternidad 1936), Adelphi (ISBN 88-459-1333-3)
▪ Altre inquisizioni (Otras inquisiciones 1952), Adelphi (ISBN 88-459-1538-7)
▪ Testi prigionieri (Textos cautivos 1986) (testi apparsi nella rivista El Hogar tra il 1936 e il 1939), Adelphi (ISBN 88-459-1386-4)
▪ Cos'è il buddismo (Qué es el budismo? 1976), Newton (ISBN 88-8289-904-7)
▪ Nove saggi danteschi (Nueve ensayos dantescos 1982), Adelphi (ISBN 88-459-1653-7)
▪ L'invenzione della poesia. Le lezioni americane, Mondadori (ISBN 88-04-52803-6)
▪ Prologhi. Con un prologo ai prologhi (Prólogos con un prólogo de prólogos 1975) Adelphi (ISBN 88-459-2025-9)

Con Adolfo Bioy Casares
▪ Sei problemi per don Isidro Parodi (Seis problemas para don Isidro Parodi 1942 Trad. it., Roma, Studio Tesi, 1990)
▪ Due fantasie memorabili (Dos fantasías memorables 1946)
▪ Un modello per la morte (Un modelo para la muerte 1946. Trad. it. Un modello per la morte, Pordenone, Studio Tesi, 1991)
▪ Cronache di Bustos Domecq (Crónicas de Bustos Domecq 1967. Trad. it. , Torino, Einaudi, 1975)
▪ Il libro del cielo e dell'inferno (Libro del cielo y del infierno , 1960)
▪ Nuovi racconti di Bustos Domecq (Nuevos cuentos de Bustos Domecq , 1977)
* Dos fantasías memorables e Un modelo para la muerte furono inizialmente pubblicati a proprie spese in un'edizione privata di 300 copie. I primi lavori a stampa commercializzati furono pubblicati nel 1970.

▪ 1996 - Gesualdo Bufalino (Comiso, 15 novembre 1920 – Comiso, 14 giugno 1996) è stato uno scrittore italiano.
Per gran parte della vita insegnante liceale, si è rivelato tardivamente, nel 1981, all'età di 61 anni con il romanzo Diceria dell'untore, grazie all'incoraggiamento di Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio: l'opera vinse lo stesso anno il prestigioso Premio Campiello.
Egli si rese famoso per il suo stile ricercato, ricco e in alcuni casi "anticheggiante", nonché per la sua grande abilità linguistica e la vasta cultura. Grande amico di Leonardo Sciascia, visse la maggior parte della sua vita a Comiso, mantenendo un'esistenza ritirata e discreta.

La cultura di Bufalino
Bufalino era un uomo di immensa cultura, lo dimostra la grande collezione di libri ora presso la Fondazione Bufalino[8]. Ricordava a memoria citazioni e passi di libri e poesie, inoltre era un cinefilo e un amante della musica, specie il jazz. Il suo rapporto con la realtà era perlopiù legato ai ricordi, alla memoria, elemento che si ritrova spesso nelle sue opere; ma anche il gioco linguistico con le parole e persino con i lettori, con cui instaurava una grande complicità all'interno dei suoi romanzi. Il ricordo metteva in luce anche il suo rapporto con la morte e la malattia, esperienza vissuta con profonda commozione. Ma il suo guardare al passato in realtà nasconde una visione moderna della letteratura, una rinnovata passione per la parola è una rinvenzione della struttura tradizionale del romanzo.
Grande amico di Leonardo Sciascia, ma anche di Salvatore Fiume, Piero Guccione, Claudio Abbado, Elisabetta Sgarbi.
Tra i suoi autori preferiti e di formazione erano Marcel Proust, Charles Baudelaire e Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Le passioni di Bufalino
Gesualdo Bufalino si cimentò con impegno più che dilettantistico in un’infinità di campi extra letterari come ad esempio gli scacchi, gioco in cui sembra fosse un vero maestro, riuscendo a coltivare per tutta la sua esistenza alcune grandi passioni culturali.

Il Cinema
Fra i tanti interessi culturali di Bufalino, certamente il cinema fu uno di quelli che caratterizzò maggiormente la sua formazione. Conobbe questa diversa lettura della realtà in pieno periodo fascista.
«Il cinema americano e francese degli anni Trenta fu il grimaldello che ci consentì di evadere dalle nostre battaglie di universitari fascisti »

Per Gesualdo Bufalino, il cinema era il luogo in cui si manifestavano emozioni forti, che difficilmente sarebbe riuscito a dimenticare. Attraverso le sue affermazioni, è possibile capire che vedeva nel cinema non solo un grande mezzo di comunicazione, ma anche un grande universo immaginario, una fonte inesauribile di sollecitazioni.
« […] sono nato insieme al cinema, ho seguito il suo mutarsi, mutandomi frattanto anch’io. Per me, spesso, non solo i personaggi dei film, ma anche gli attori che li incarnano, sono persone conosciute che non ci sono più o che sono invecchiate come me. Donne belle se ne vedono ancora, ma chi ha oggi gli occhi di Bette Davis? Le cose amate in giovinezza restano le più belle. Non c’è niente da fare»

All’inizio della sua passione per il mezzo cinematografico risale la creazione di uno strumento di memoria: un piccolo quaderno, curato tra il 1934 e il 1955, in cui l’autore annotava tutti i film che andava a vedere nel piccolo cinema del suo paese oppure in qualche sala a Catania, quando inizia a frequentare l’università. Vi annotava tutti i film visionati, ordinandoli per anno e per mese, segnalando il titolo, la casa di produzione e infine il regista. Poi a seguire aggiungeva il genere, la sigla della città in cui ha visto il film e infine il voto per ognuno di essi. Il giovane Bufalino era “obbligato” a vedere quello che giungeva a Comiso, cioè i film che arrivavano in questo piccolo paese di provincia, che per lo più erano prodotti del cinema americano per esempio Una notte al libano di Sam Wood, Il pugnale cinese di Michael Curtiz, il dottor Jeckill di Mamoulian, ecc.

Non era, invece, un appassionato di film italiani anche se andava a vederne qualcuno per apprezzare la bellezza di qualche attrice di quei tempi, come Alida Valli.
Negli anni ’60 divenne un assiduo frequentatore di un Circolo del Cinema di Ragusa. Quelli erano tempi di fermento conoscitivo e lui voleva soprattutto riscoprire la visione di film muti o del primo sonoro. Le proiezioni erano seguite spesso da dibattiti ricordati positivamente dallo scrittore:
«Erano un segno di civile inquietudine culturale»

Nel suo primo romanzo ha fatto ricorso a un neologismo, l’aggettivo cineclubica, a proposito della nave di Nosferatu di Murnau, e questo a dimostrare una costante passione per il cineclub e il cinema più lontano, in bianco e nero. Per quanto riguarda il cinema più recente registi che hanno suscitato l’interesse di Bufalino sono stati ad esempio Rohmer e Greenaway, ma anche più giovani come Almodovar o il Tarantino di Pulp Fiction. Ma il vero grande amore di Bufalino è stato il cinema muto e la Hollywood degli anni trenta. Il cinema che ha avuto un’influenza specifica sulla sua cultura e sul suo lavoro letterario è stato quello americano e, soprattutto, quello francese.
La sua passione era con il tempo cresciuta sempre più, tanto che aveva anche deciso di realizzare un film; ne aveva parlato con l’amico Leonardo Sciascia, al quale era piaciuta l’idea perché anche lui era un appassionato cinefilo. Bufalino aveva pensato di intitolarlo Fatto successo e ambientarne la vicenda all’interno dell’isola. Il progetto non fu mai realizzato, ma è interessante rilevare come Bufalino e Sciascia considerassero il cinema anche un mezzo per ripercorrere e riscoprire la Sicilia.
Lo scrittore Bufalino non sarebbe stato tale senza le suggestioni cinematografiche che si riscontrano nella sua narrativa, ricca di citazioni e richiami a film a lui cari; riferimenti che si possono trovare raccolti ne L’enfant du paradis, dove sono riportati tutti gli scritti di Bufalino sul cinema come Quel “sogno” d’un film, Quei ragazzi del loggione, tanti anni fa, La Sicilia e il cinema: nozze d’amore, Divagando su Sciascia, il cinema, la Sicilia, Per un incontro inventato, Marlene, cinquant’anni dopo.
Parole dell'autore sul cinema:
«Poi c’è una grande crisi di fantasia, interviene l’astuzia, l’ingegno, il culto dello spettacolo inutile. Ma in verità, dopo Chaplin, Murnau, Pudovkin, Dreyer, Lang, Stroheim eccetera, il vero grande cinema è perso, è morto»

La Musica
È noto l’amore di Bufalino per la lirica e la musica classica; un amore quello di chi tuttavia si definiva un "incompetente a metà", documentato dalle “citazioni” rintracciabili in alcune sue opere letterarie. Il genere musicale prediletto da Bufalino fu il jazz: una vera e propria passione coltivata accanto a quella per il melodramma. Fin dagli esordi il jazz ha fatto seguaci anche all’interno della comunità dei letterati. L’autore comisano era particolarmente affezionato ai vecchi “78 giri” tant’è che nel suo ultimo romanzo rimprovera, con amarezza, l’evoluzione delle tecniche di incisione:
«[...] furioso di dover cambiare nel giro di pochi decenni i miei rulli di pianola coi 78 giri, questi coi microsolchi, questi coi compatti, questi coi supercompatti (le Nove di Beethoven in pochi centimetri, ma vadano all’inferno!)...»

Lo scrittore, considerava il jazz una “curiosità” e a tale termine egli attribuiva il significato di interesse culturale fuori dall’ambito letterario, come lo era la musica classica o il cinema. È poi significativo che nell’evoluzione della sua curva artistica abbia tramutato tale “curiosità” in materiale letterario operando costanti riferimenti alla storia del jazz, alle sue origini e ai suoi protagonisti. Si possono così cogliere le correlazioni tra l’universo poetico dello scrittore e le atmosfere sonore che le sue pagine suggeriscono. Un conoscitore attento, che nei suoi libri faceva riferimento a Coleman Hawkins e Jack Teagarden, in Bluff di Parole, Bix Beiderbecke e Jelly Roll Morton, figura storica e carismatica del jazz di New Orleans, in Tommaso e il fotografo cieco,
«Ricordi, Tommaso, il Jelly Roll Morton che t’ho fatto ascoltare domenica? Dead Man Blues, il blues dell’uomo morto…»

ma anche Duke Ellington e Sidney Bechet in Argo il cieco[28]; e infine l’amato Charlie Parker, che ha aperto nuovi percorsi alla musica jazz, e che Bufalino richiama più volte nei suoi testi:
« [...] ma io volli ascoltare tre volte un Parker, Relaxin’ at Camarillo...»

Oltre quelli già citati, i grandi artisti prediletti da Bufalino furono Cootie Williams, il geniale solista Louis Armstrong, e Billie Holiday. I suoi dischi preferiti vanno da Careless love a Blue Moon, da Relaxin’ at Camarillo a Singing the blues. Egli riteneva la sua condizione di fruitore come quella di un “incompetente a metà”:

«L’incompetenza totale offre a chi ne gode il vantaggio di potersi porre di fronte a un gesto d’arte senza pregiudizi o sospetti, come un innocente all’estero, docile solo al flusso primario delle emozioni. Condizione più dura è quella in cui presumo di trovarmi io di fronte al jazz contemporaneo: di incompetente a metà, avendo in gioventù amato fino a farmene passione le vicende novecentesche di quella musica nuova ma essendo divenuto più tiepido dopo la morte di Charlie Parker e l’avvento dei più sofisticati suoni, ostici a chi aveva soprattutto idolatrato Bix o Coleman Hawkins»

Nel suo ultimo romanzo, a proposito della musica Bufalino scrive:
« Ma io, se musica ha da essere, voglio che sia un massaggio serafico sulle cicatrici dell’anima»

La Traduzione
Gesualdo Bufalino fu uno stimato traduttore di letteratura francese (e non solo) divenendo così un interprete finissimo di tale cultura, interessandosi a scrittori distanti e diversi per le modalità di scrittura. Una passione coltivata fin dall’adolescenza quella di Bufalino per la letteratura straniera, che lo ha portato a farsi traduttore e interprete di numerosi autori stranieri e che lo ha fatto conoscere negli ambienti letterari ancor prima dei suoi romanzi.
Dopo la prefazione ad un libro di fotografie, furono infatti le traduzioni a essere pubblicate dalla casa editrice Sellerio, ancor prima di Diceria dell’untore che valse allo scrittore comisano il Premio Campiello. Una passione alimentata nei difficili anni in cui dovette lottare contro la tisi e approfondita in quelli dedicati all’insegnamento nelle scuole superiori.
La traduzione è stata per Bufalino un lavoro da autodidatta, iniziato quando lo scrittore aveva ancora sedici anni, con l’interesse per Baudelaire. E proprio su Baudelaire Bufalino condusse un originalissimo esperimento: quello della retroversione dall’italiano in francese de I fiori del male. Il giovane Bufalino non aveva a disposizione il testo francese, ma solo una traduzione italiana in prosa dalla quale cercò di ricostruire l’originale. In età matura non si è occupato solamente di quest’opera, che ha pubblicato per Mondadori, ma anche di altri autori francesi; infatti seppe scovare nella produzione di scrittori come Giraudoux, Madame de La Fayette, Hugo, Renan e Toulet, opere minori che volse in italiano per Sellerio.
Da altre lingue in rilievo la versione degli Adelphoe, l’ultima delle sei commedie di Terenzio, approntata da Bufalino nel 1983 per l’Istituto Nazionale del Dramma Antico e messa in scena, quell’estate, al teatro greco di Segesta, con grande gioia del traduttore che poté assistere al debutto in compagnia di alcuni amici. Non meno importante, anche se meno nota, l’esperienza che Bufalino fece come traduttore delle Greguerías di Ramón Gómez de la Serna. Di questa traduzione ha parlato l’ispanista Anita Fabiani che ha evidenziato la capacità bufaliniana di rendere il testo spagnolo tramite interventi della propria sensibilità di scrittore volta a volta delicatissimi ovvero massicci, con una spiccata preferenza per scelte lessicali più poetiche.
Per lui il testo tradotto doveva produrre nel lettore la stessa suggestione dell’originale. E a proposito del ruolo del traduttore lo stesso Bufalino dice: «Il suo compito, a mio parere, è più umile e umano che non si pensi: il suo è un servizio, un’assistenza prestata da un vedente a uso dei non vedenti; qualcosa di simile a chi aiuta un cieco ad attraversare la strada. Dove per cecità si intende la barriera d’una lingua straniera. […] il traduttore è come uno scassinatore di casseforti. Guai se gli tremano le mani. […] Freddezza e passione, dunque, ci vogliono entrambe. Il traduttore deve essere insieme un mistico e un ingegnere. Quindi, tradurre è più di un esercizio: è un gesto di ascesi e di amore»


Direttamente dalle carte dello scrittore si possono trarre elementi più oggettivi e verificabili a proposito di tale questione, in particolare dal carteggio giovanile con Angelo Romanò. In due lettere della fine del ’44, che i due si scambiano quando Bufalino era ricoverato all’ospedale di Scandiano a causa dell’insorgere della tisi, a un certo punto si tocca il problema della traduzione:
«Io, adesso, sto lottando in uno sterile esercizio a rendere I fiori del male in versi italiani. E mi piacerebbe sentire da te come pensi e se pensi si debba perseguire un’equivalenza metrica (in tutti i casi ben elastica) per quegli alessandrini così compatti e definitivi (raro l’enjambement, e la censura è la classica). Voglio dirti infine: un verso come: “O vase de tristesse, o grande taciturne” non si può a parer mio che ricalcarlo: O vaso di tristezza, o grande taciturna. E questo, per la natura del verso Baudel., accade tanto spesso che io ho creduto finora d’affidarmi ai versi di quattordici sillabe. Ma è solo un esercizio. Dimmi comunque cosa pensi di ciò.»

Alcuni passaggi della risposta di Romanò:
«Quanto a Baudelaire, io qui non potrei che darti qualche accenno: ma intanto mi pare che l’equivalenza metrica non debba sfociare a risultati troppo probabili. […] Penso che si possa ricreare l’atmosfera piuttosto affidandosi ad un dialogo di cadenze sottilmente interne, magari abolendo le rime che in una traduzione ricalcata invece diventerebbero pressoché necessarie.[…]»

Questa passione è verificabile anche nei vari richiami che l'autore fa nella sua narrativa. In alcuni passi de Il Malpensante, secondo Bufalino «Il traduttore è l’unico autentico lettore d’un testo. Non dico i critici, che non hanno voglia né tempo di cimentarsi in un corpo a corpo altrettanto carnale, ma nemmeno l’autore ne sa, su ciò che ha scritto, più di quanto un traduttore innamorato indovini[…]»

In un altro aforisma, Bufalino chiarisce:
«Poiché d’un testo il critico è solamente il corteggiatore volante, l’autore il padre e marito, mentre il traduttore è l’amante»

La "Città Teatro"
Non indifferente la passione e l’amore che Bufalino nutriva per la sua Comiso, che ebbe a definire Città Teatro: poiché in qualsiasi angolo è possibile assistere ad uno spettacolo; il paese assume il significato di luogo di intimità collettiva: mercato, arengo, chiesa, teatro, camposanto…. L’autore descrive il suo paese in ogni minuzia, dalla posizione geografica all’architettura dei palazzi, dalle vicende cittadine alle caratteristiche della popolazione che lo abita.

«Giace, Comiso, ai piedi degli Iblei, nel punto dove il monte s’addolcisce e dirada i suoi carrubi per far posto ai fertili seminati della pianura.»

Comiso è uno dei dodici comuni della provincia ragusana, sorto con ogni probabilità nei pressi dell’antica Casmene, colonia siracusana fondata su un precedente insediamento siculo. Gradevole è la sua posizione: situata ai piedi dei monti Iblei, si estende fino alla fertile pianura della valle dell’Ippari, a pochi chilometri dal Mediterraneo. La cittadina durante il periodo medievale fece parte della prestigiosa contea di Modica e passò sotto diversi signori fino a che nel 1423 fu comprata dai Naselli che la possedettero sino alla fine della feudalità in Sicilia (sec. XVIII). Nacquero così importanti edifici civili e religiosi e, tra Cinquecento e Seicento, i principali monumenti della città. Un disastro doveva però cancellare tale splendore: il devastante sisma del 1693, che azzerò quasi completamente l’aspetto medievale di Comiso (e del Val di Noto) e impegnò le maestranze locali in un’opera di ricostruzione della città in forme barocche.
Bufalino ha saputo catturare, fotografare con le parole, immagini visive ed emotive del suo paese natale restituendocele intensificate o affascinanti. È stato infatti esploratore instancabile e attento di ogni angolo di quel pezzetto di terra da cui ha tratto tanta ispirazione. Comiso può così vantare un repertorio di belle pagine letterarie che la vedono protagonista, ad opera di chi c’è nato, vissuto e ne ha saputo capire le peculiarità. L’autore ha dedicato molti scritti alla sua città, soprattutto alle vicende del passato, non tralasciando però di soffermarsi anche su quelle attuali spesso fonte per lui di rammarico e di dolore. Una giovanile poesia bufaliniana è dedicata all’Ippari:
«Al fiume
Ippari vecchio, bianchissimo greto, a te ho consegnato la mia infanzia, l’empia novella t’ho raccontato. Come serpi nelle tue crepe stanno tutti i miei giorni ad aspettarmi, sotterrata nelle acque tue c’è la pietra del mio cuore.
Ippari vecchio fiume di vento, voglio un’estate venirti a trovare.
Quanta rena di tempo è volata fra le tue sponde di luce veloce, quante tacquero trecce scellerate ai davanzali che non scorgo più. Ah moscacieca d’occhi e di scialli, ah vaso di basilico scuro, bocca murata dell’amor mio! Ippari vecchio, fiume ferito, fammi sentire la tua voce ancora.
Per strade rosse me ne sono andato, per strade nere ritornerò; col guizzo estremo d’aria fra le labbra da lontano il tuo nome griderò. Arrivare potessi alla tua foce di crete pigre, di canne dolenti, dove ti cerca sterminato il mare.
Ippari vecchio, zingaro fiume,
dove tu muori voglio anch’io morire.»


Cuore pulsante della Comiso attuale, come alle origini della sua fondazione, è la Piazza Fonte Diana, con al centro la fontana dedicata alla dea. La sorgente alimentava un tempo il complesso termale romano adiacente, del quale sono venuti alla luce i resti di un fantasioso mosaico pavimentale raffigurante Nettuno fra Nereidi e delfini.
« […] è un paese antico, cresciuto attorno a un’antica sorgiva che ha preso nome da Diana, non senza qualche ragione, dal momento che nelle adiacenze sono affiorati ruderi di terme e mosaici con figure di numi e di dee.»

La piazza è interamente delimitata da edifici quasi tutti risalenti al periodo tra fine Ottocento e inizio Novecento; tra essi è il palazzo comunale di stile neoclassico. Bufalino amava rimarcare la piccola circonferenza della piazza, facendo sosta nei vari bar, empori, edicole, banche, saloni da barba, associazioni e circoli.
« Saprei, d’ogni negozio o spaccio o edicola, raccontare le vicende nel corso di tre, forse quattro generazioni. Giornalai, tabaccai, caffettieri, barbieri, droghieri… Quanti ne ho visti affacciarsi sulla soglia a guardare l’orologio sul frontone del municipio; che eserciti di familiari fantasmi sono passati via via sulle medesime mattonelle dove oggi il mio piede ricalca, per una usura ulteriore, l’orma antica della sua scarpa bambina….»

Molto cara allo scrittore è stata anche Piazza delle Erbe, dove sorge il complesso che una volta formava l’antico mercato ittico. Negli ultimi anni della sua vita questo posto costituì una delle abituali mete giornaliere di Bufalino, il quale, dopo la solita visita in piazza Fonte Diana, amava « […] passeggiare all’antica nella corte ariosa del vecchio Mercato del pesce, ora adibito a più spirituali mansioni, che con la sua fontanella e le loggette d’intorno, fuori da ogni traffico cittadino, rinnova il raccoglimento d’una Villa dei Misteri o d’un minuscolo chiostro….»
Il ricordo bufaliniano è sollecitato anche da aspetti negativi della Comiso moderna, come quella specie di “invasione” subita dal suo paese nei primi anni Ottanta, di cui lo scrittore fu ancora una volta testimone. Nell’estate del 1981, durante un acutizzarsi della guerra fredda, accordi della NATO stabilirono l’installazione di un certo numero di testate nucleari a Comiso. Per l’impianto della base missilistica venne scelto il vecchio aeroporto militare “Vincenzo Magliocco”, costruito durante il regime fascista a una manciata di chilometri dal centro abitato. Quarant’anni dopo la seconda guerra mondiale, tornato ad essere teatro di morte, l’aeroporto “Magliocco” ospita congegni di distruzione terribili; anche in questo frangente Bufalino ha delle cose da dire:
«Nessuno ci pensava più, nessuno poteva immaginare che di tanti luoghi d’un tempo, desueti o distrutti, questo solo, il più sinistro, dovesse risuscitare, riverniciato a nuovo, ospizio di altri e tanto più stupidi e perfetti congegni per ammazzare, chiamati (chissà cosa vuol dire) Cruise….»

Con motivazioni totalmente differenti, Bufalino e il suo paese per una strana coincidenza divennero pertanto improvvisamente celebri nello stesso anno. L’autore venne ripetutamente interpellato sull’argomento dei missili e soprattutto sui tanti movimenti pacifisti che in quegli anni dilagavano per le piazze e le strade comisane, protestando contro la guerra nucleare e “l’invasione americana”.
« […] non mi pongo il problema in maniera più drammatica di come può porselo un abitante dell’Italia centrale o dell’Europa. Ritengo che una guerra atomica non distruggerebbe solo Comiso e la sua “memoria”, ma l’intera civiltà. Allora mi sembra meschino, o puerile, preoccuparmi della mia sorte privata o di quella del mio paese.»

Ciò che lo scrittore provava, dunque, non era tanto il terrore che Comiso potesse essere l’obiettivo prioritario di una guerra atomica, quanto, coerentemente con la sua totale sfiducia verso chi detiene il potere politico,
« […] lo spavento esistenziale di un uomo che si trova governato da uomini che non stima e che invece ritengono di essere interpreti degli interessi autentici della gente. Il reale interesse è solo la pace.»

Per intravedere una soluzione l’autore consiglia ironicamente di nominare due poeti a capo delle due superpotenze. Nel 1987 le due superpotenze raggiungono l’accordo sulla riduzione delle armi nucleari, che precede lo smantellamento dei missili della base comisana avvenuto nel 1991, facendo tirare un sospiro di sollievo a Bufalino e al suo paese.
Ma la Comiso narrata da Bufalino è soprattutto quella del tempo che fu, che è rimasta incastonata nel suo cuore e di cui possiamo verificare il commosso ricordo principalmente nel dialogo col “mondo di ieri” di Museo d’ombre. Pur considerando il breve “periodo nucleare” e le ormai tante evoluzioni, il paese bufaliniano è rimasto comunque una cittadina dalle dimensioni ancora umane. Proprio questo motivo ha portato l’autore alla scelta decisiva di restare nella sua "reggia-prigione"; egli non si è mai stancato col pensiero di rivisitarla in ogni aspetto, traendone infinite suggestioni per le sue pagine. Faceva volentieri a meno di viaggiare preferendo i viaggi mentali da attuare attraverso le parole dei suoi autori più amati. Tra i tanti modi di viaggiare “il modo supremo”, per Bufalino,
« […] è quello di restarsene seduti, fantasticando, nel proprio studio. Caro ad Ariosto che preferiva sfogliare in poltrona l’atlante di Tolomeo piuttosto che affidarsi alle fragili tavole d’un battello; caro a Leopardi (“Ahi ahi, ma conosciuto il mondo – non cresce anzi si scema…”) e al fratello suo Baudelaire (“Ahi, come il mondo è grande al lume delle lampade – Com’è piccolo invece agli occhi del ricordo!”)»

Per Comiso, un paese di sangue dolce, di rumori fantastici, di lune, di serenate, Bufalino si aggirava tranquillo, con confidenza, soprattutto nei luoghi a lui più cari, quelli della sua giovinezza. Negli ultimi anni della sua vita tendeva ad avere un costante apparato di abitudini e riti quotidiani da osservare scrupolosamente; infatti le sue giornate prevedevano, dopo un paio d’ore dedicate alla lettura e alla scrittura, la passeggiata mattutina per le vie del centro storico fino alla biblioteca comunale, dove sostava anche solo per respirare l’odore familiare dei libri e per il piacere di sfogliarli. Da quella comunale passava poi alla “sua” biblioteca nei saloni del vecchio mercato del pesce, sotto i cui portici conversava con gli amici. Il suo pomeriggio scorreva tranquillo tra letture, disbrigo della posta, musica, prima di prendere il cammino verso la solita Piazza Fonte Diana. Da qui raggiungeva il vicino Circolo di Cultura Casmeneo e Diana, dove trascorreva due ore piacevoli in compagnia degli amici tra partite di bridge, scala quaranta o con gli scacchi e dove osservava con insaziabile curiosità le piccole “scenette teatrali” che i soci del circolo erano naturalmente portati a recitare. A casa sprofondava nuovamente tra libri, videocassette, dischi, tenendo costantemente a portata di mano un foglio su cui appuntare un’idea, una frase o una semplice parola. Pur nella sua “reclusione” cittadina, le innumerevoli finestre aperte su molteplici mondi gli consentivano infatti di scavalcare « […] quelli che all’apparenza erano i suoi confini naturali, quella siepe leopardiana che, sembra bloccare lo sguardo, ma che in realtà fa dialogare il pensiero con i problemi eterni: l’amore, la vita, la morte, il senso dell’esistenza.»
Comiso, allora, buco nero, reggia-prigione, bunker, santuario, tana, ventre protettivo, polmone d’acciaio (tutte definizioni che Bufalino diede del suo paese), diventa l’ostacolo necessario per superare il confine dell’orizzonte.
«Ho scritto molto sulla Sicilia, […], se una regola m’era possibile trarre, era di non promuovermi giudice o pedagogo, chirurgo o clinico della mia gente ma di sommessamente capirla.»

Il docufilm su Bufalino
Il cantante e regista Franco Battiato ha realizzato un docufilm sullo scrittore utilizzando materiale ed interviste inedite. Franco Battiato a tal proposito ha dichiarato: «Vorrei riuscire a far vedere la sua grazia. Riuscire a raccontare l'uomo più che lo scrittore, grandissimo, che tutti già conoscono. Ho realizzato questo docufilm con affetto.»

* 2005 - Carlo Maria Giulini (Barletta, 9 maggio 1914 – Brescia, 14 giugno 2005) è stato un direttore d'orchestra italiano.
Studiò viola e direzione d'orchestra presso il Conservatorio Santa Cecilia a Roma, e fu poi violista di fila nell'orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia negli anni '30, periodo in cui la stessa si esibiva nella sala dell'Augusteo di Roma. In quell'ambito ebbe l'occasione di suonare sotto la direzione dei più grandi musicisti e direttori dell'epoca, tra cui Richard Strauss, Bruno Walter e Wilhelm Furtwängler.
Lavorò come direttore di orchestre radiofoniche dal 1946 al 1951, per poi passare al Teatro alla Scala di Milano, prima come assistente di Victor De Sabata, quindi, nel 1953, come direttore stabile. Lasciata la Scala nel 1955, si trasferì a lavorare fuori dall'Italia, debuttando negli Stati Uniti con la Chicago Symphony Orchestra. Presto abbandonò le produzioni operistiche per dedicarsi esclusivamente alla direzione del repertorio sinfonico.
Nel 1960 fu in tournée in Giappone. Dal 1973 al 1976 diresse la Wiener Symphoniker di Vienna. Nel 1978 sostituì Zubin Mehta alla Los Angeles Philharmonic Orchestra, dove rimase fino al 1984. Diresse anche la Philharmonia Orchestra di Londra.
Nel 1989 vinse il Grammy Award. Partecipò alle celebrazioni mozartiane del 1991 in Vaticano. Problemi di salute lo obbligarono ad abbandonare la direzione d'orchestra nel 1998. Ha continuato ad insegnare fino a poco tempo prima della morte. Nella primavera del 2005 è stato ricoverato presso la clinica Domus salutis di Brescia dove si è spento nel giugno del medesimo anno. È sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Bolzano.
Affrontò principalmente il repertorio ottocentesco, con rare ma significative puntate nella produzione della prima metà del Novecento, preferendo gli autori di maggior rigore formale e di massima intensità espressiva, quali Beethoven (la sua interpretazione della quinta sinfonia è stata scelta da una giuria di critici europei), Schubert, Brahms, Ravel.
Il suo rigoroso stile interpretativo, asciutto, austero e pensoso, con una preferenza per la dilatazione dei tempi interpretativi, si coniuga con una grande potenza espressiva.

▪ 2007 - Kurt Josef Waldheim (Sankt Andrä-Wördern, 21 dicembre 1918 – Vienna, 14 giugno 2007) è stato un politico e diplomatico austriaco. Militante nelle file del Partito Popolare Austriaco, è stato presidente federale dell'Austria dall'8 giugno 1986 al 1992. È stato Segretario Generale delle Nazioni Unite dal 1972 al 1981.
Dopo il diploma, prestò servizio nell’Esercito federale (Bundesheer) prima di entrare all’Accademia consolare (Konsularakademie) e di intraprendere gli studi di Giurisprudenza a Vienna. Durante la Seconda guerra mondiale combatté nella Wehrmacht in Francia, sul fronte orientale e nei Balcani; accusato dopo la guerra di crimini nazisti, non fu mai condannato. Diplomatico a Parigi, all’ONU e a Ottawa, fu Ministro degli Esteri col cancelliere Josef Klaus (1968-1970). Ambasciatore d'Austria alle Nazioni Unite dal 1970, divenne segretario generale dell'ONU per due mandati consecutivi (1971-1981). È ricordato anche per aver inciso il messaggio di saluto sul Voyager Golden Record, il disco per grammofono lanciato nello spazio nel 1977 sulle sonde Voyager e destinato a far conoscere suoni e immagini della terra ad altre forme di vita intelligente.

▪ 2009 - Ivan Della Mea, all'anagrafe Luigi (Lucca, 16 ottobre 1940 – Milano, 14 giugno 2009), è stato un cantautore, scrittore e giornalista italiano.
È nato a Lucca il 16 ottobre 1940 ma si è trasferito in giovanissima età a Milano, divenendo un cantante e un autore milanese anche per la scelta linguistica.
Sue sono tra le più belle ballate contemporanee in dialetto milanese, come El me gatt (poi ripresa, tradotta in dialetto napoletano, da Daniele Sepe), Ringhiera (dedicata in parte alla Strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974), Mio dio Teresa tu sei bella, La ballata dell'Ardizzone. Protagonista della Nuova canzone politica italiana dagli anni sessanta e (sua tra le tante è O cara moglie, pubblicata su 45 giri nel 1966), ha avuto per compagni di strada Fausto Amodei, Michele Straniero, Sandra Mantovani, Giovanna Daffini, Rudi Assuntino, Gualtiero Bertelli, Alfredo Bandelli, Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, Sandra e Mimmo Boninelli, Alessio Lega e gruppi come il Nuovo canzoniere milanese, il Canzoniere Pisano, il Nuovo Canzoniere Bresciano, gli E'Zezi di Pomigliano d'Arco, gli Apuamater, il Gruppo Padano di Piadena, I giorni Cantati, il Canzoniere Veneto, Peppino Marotto e i cantori di Orgosolo, Pino Masi e tanti altri.
Nel 1956 si iscrive al Partito Comunista Italiano. Prima di occuparsi di musica svolge vari lavori, operaio in una fabbrica elettromeccanica, barista, scaricatore, fattorino con bicicletta di una drogheria milanese, fattorino senza bicicletta al Calendario del Popolo di Giulio Trevisani, rivista mensile nella quale diventerà prima correttore di bozze poi redattore, redattore al giornale Stasera, revisore di collane periodiche della Mondadori (Gialli, Urania, Segretissimo) per le quali ha scritto alcuni racconti. Comincia a scrivere canzoni nel 1957; nel 1962 l'incontro con Gianni Bosio segna un momento importante nella sua vita di militante e di cantante.
All'1:30 del 14 giugno 2009 è morto inaspettatamente all'Ospedale San Paolo di Milano (dove era stato ricoverato d'urgenza per un malore avvenuto in seguito ad un lungo periodo di cattiva salute). Nei mesi successivi è stato ricordato con concerti-omaggio in varie città italiane.

Attività musicale
Insieme a Bosio, Ivan Della Mea è uno dei fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano, con cui farà un'intensa attività di spettacoli, dischi, ma anche di ricerca. Le sue prime incisioni fanno parte del disco Canti e inni socialisti, prodotto nel 1962 per il 70° anniversario della fondazione del Partito Socialista Italiano, mentre per la neonata etichetta musicale I dischi del sole pubblica il suo primo LP, Ballate della piccola e della grande violenza.
La sua produzione discografica si articola in alcuni di 45 giri come "O cara moglie" e in diversi 17 cm 33 giri come Ballate della grande e della piccola violenza del 1962 e, a seguire,La mia vita ormai e Ho letto sul giornale. Il primo LP Io so che un giorno del 1966; a seguire Il rosso è diventato giallo del 1969, Se qualcuno ti fa morto 1972, La balorda 1972 (successivamente ripresentata da Felice Andreasi ed alcuni anni dopo da Monica Vitti) con la celebre Ballata per Ciriaco Saldutto, dedicata allo studente torinese vissuto in borgo San Donato e morto suicida dopo essere stato bocciato; Ringhera dedicata alla strage in Piazza della Loggia a Brescia 1974; Fiaba grande del 1975, La piccola ragione di allegria del 1978, Sudadio-Giudabestia I e II del 1979- 1980; Karlett 1984; Ho male all'orologio CD per "il manifesto" 1997 e La Cantagranda - forse walzer 2000. Le sue tappe artistiche non sono solo rappresentate solo dai dischi a suo nome, ma anche e soprattutto dalla sua presenza attiva agli spettacoli organizzati dal Nuovo Canzoniere Italiano: in particolare egli partecipa nel 1963 ad uno spettacolo di canzoni padane con Fausto Amodei, Giovanna Daffini, Sandra Mantovani, Michele Luciano Straniero e Rudi Assuntino; nel 1964 a L’altra Italia e a Pietà l'è morta (la resistenza nelle canzoni); dal 24 aprile al 2 giugno 1965 prende parte alle trentacinque repliche di Bella ciao, nel 1966 a Ci ragiono e canto; nel 1967 partecipa con Giovanna Marini all’Encuentro Internacional de la Cancion comprometida sul canto di protesta tenutosi a Cuba. Il 2 dicembre 1967 lascia il Nuovo Canzoniere Italiano (per dissenso politico-culturale con Gianni Bosio. Nel 1969 scrive insieme a Franco Solinas il soggetto dello Spaghetti-western Tepepa con protagonista Tomas Milian e la partecipazione di Orson Welles. Nel giugno 1971 dopo un chiarimento con Bosio rientra nel Nuovo Canzoniere Italiano.
Dall'aprile 1985 all'aprile 1997 è presidente del Circolo Arci Corvetto di Milano; e il 20 maggio 1996 succede allo scomparso Franco Coggiola nella direzione dell'Istituto Ernesto De Martino, con sede a Sesto Fiorentino.
Nel 1997 realizza per il manifesto il CD Ho male all'orologio; nel 2000, sempre per "il manifesto" incide il CD La cantagranda (forse walzer), nel quale spicca un ostico e suggestivo brano come Il capitano. Le ultime canzoni di Ivan Della Mea si fanno notare anche per il composito e spesso insolito e del tutto particolare impasto linguistico nel quale il milanese continua a recitare una parte privilegiata (come nel pezzo Sciàmbola, eseguito da Claudio Cormio).

Attività letteraria e giornalistica
Suoi i seguenti libri: "Fiaba d'orso, di bagatto di un giorno centenario" [romanzo, Bertani Ed.-Circolo del Pestival, collana I Senzastoria, 1984]; "Il sasso dentro" [Interno Giallo editore, 1990]; "L'Ambrosiana" [poesie, Pacini editore, collana I vagabondi, 1992]; "Se nasco un'altra volta ci rinuncio" [primo Premio Forte dei Marmi 'per il libro più divertente dell'anno'; Interno Giallo editore, 1992]; "Un amore di luna" [racconti, Granata press, 1994]; "Sveglia sul buio" [romanzo, Granata press 1995]; "La cantagranda [poesie, Bandecchi&Vivaldi-Il Grandevetro editori, 1998]; "Prima di dire" [poesie, Jaca Book-il Grandevetro editori, 2004]; "Accadde a Tuscamelot" [Jaca Book-il Grandevetro 2006].
Giornalista pubblicista intestatario di rubriche fisse su l'Unità e su Liberazione, collaboratore di questi due giornali ha scritto soprattutto per "il manifesto".
Ivan Della Mea era fratello minore del giornalista e attivista politico Luciano Della Mea (1924-2003).
È stato direttore responsabile della rivista di immagini, politica e cultura Il Grandevetro.

El me gatt

Io so che un giorno