Il calendario del 14 Agosto

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1385 - I castigliani vengono sconfitti dai portoghesi nella Battaglia di Aljubarrota

▪ 1415 - I portoghesi guidati dal principe Enrico il Navigatore conquistano la città di Ceuta

▪ 1480 - I Turchi conquistano le sponde del Salento con la battaglia di Otranto

▪ 1598 - Gli irlandesi comandati da Hugh O'Neill, conte di Tyrone, distruggono le forze inglesi nella Battaglia di Yellow Ford

▪ 1842 - Finisce la seconda guerra Seminole, gli indiani Seminole vengono scacciati dalla Florida all'Oklahoma

▪ 1848 - Viene organizzato il Territorio dell'Oregon, tramite un atto del Congresso degli Stati Uniti

▪ 1880 - Viene completata la costruzione del Duomo di Colonia

▪ 1896 - Nello Yukon viene scoperto l'oro

▪ 1900 - Pechino viene occupata da una forza congiunta Europeo-Giapponese-Statunitense, nella campagna per porre fine alla Ribellione dei Boxer in Cina

▪ 1912 - I Marines degli Stati Uniti invadono il Nicaragua

▪ 1933 - Dei boscaioli provocano un incendio nel Coast Range dell'Oregon. Verrà estinto il 5 settembre, dopo che avrà distrutto 970 km² di superficie

▪ 1935 - Negli USA viene passato l'Atto sulla previdenza sociale

▪ 1941 - Seconda guerra mondiale - Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt firmano lo "statuto atlantico di guerra", dichiarando gli intenti per il dopoguerra

▪ 1945 - Fine della seconda guerra mondiale - L'Impero giapponese si arrende a seguito dell'invasione sovietica della Manciuria e della devastazione di Hiroshima e Nagasaki, provocata dalle bombe atomiche statunitensi

▪ 1947 - Pakistan e India ottengono l'indipendenza dal Regno Unito a mezzanotte. Il Pakistan commemora l'evento il 14 agosto, l'India il 15

▪ 1967 - Nel Regno Unito entra in vigore una legge che costringe alla chiusura di molte stazioni radio "offshore". La legge innescherà una campagna per la legalizzazione delle radio commerciali che permetterà agli ascoltatori di scegliere stazioni radio in inglese diverse dalla BBC, e porterà anche al rilassamento e al rinnovamento delle trasmissioni della radio di stato

▪ 1969 - Truppe britanniche vengono schierate in Irlanda del Nord

▪ 1971 - Il Bahrain dichiara l'indipendenza dal Regno Unito

▪ 1980 - Lech Wałęsa guida gli scioperi nei cantieri navali di Danzica in Polonia

▪ 2005

  1. - Il governo israeliano dispone l'evacuazione della popolazione israeliana dalla striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie ivi costruite
  2. - Incidente aereo nei cieli della Grecia del Volo Helios Airways 522.


• 2006 - Terminano le ostilità tra Israele e Libano. La tregua voluta dalla Comunità internazionale pone fine a un mese di guerra iniziato con il rapimento da parte dei miliziani Hezbollah di due soldati israeliani e con la violenta reazione di Israele

Anniversari

▪ 1833 - Il marchese Luigi Cagnola (Milano, 9 giugno 1762 – Inverigo, 14 agosto 1833) è stato un architetto italiano.
Ammesso a quattordici anni al Collegio Clementino di Roma, completò gli studi universitari all'Università di Pavia. Inizialmente avviato alla professione legale, ottenne un posto nella amministrazione austriaca a Milano. Spinto dalla passione per l'architettura, presentò una proposta per la progettazione della nuova Porta Orientale di Milano.
La proposta venne scartata, anche in ragione degli eccessivi costi che avrebbe comportato. ma da quel momento Cagnola si dedicò interamente all'architettura. Dopo la morte del padre, trascorse due anni a Verona e Venezia dedicandosi allo studio delle architetture delle due città.
Nel 1806 gli venne affidata la costruzione di un arco di trionfo 'effimero', ovvero non permanente, eretto sul sito di Porta Orientale in occasione delle nozze del viceré del Regno d'Italia Eugenio di Beauharnais con la principessa Amalia di Baviera. L'arco era in legno, ma di tale bellezza da convincere le autorità a costruirne uno in marmo. Il risultato fu l'Arco della Pace, secondo per dimensioni solo alla Arco di Trionfo di Parigi.
Nel 1815, sempre a Milano, inaugurò l'arco di Porta Ticinese, allora 'Porta Marengo': l'iscrizione originaria dedicata a Napoleone viene sostituita con una dedicata alla pace, riportata dalle armate di Francesco II, Imperatore d'Austria.
Fra le altre opere eseguite da lui si ricordano la Chiesa Parrocchiale di Vaprio d'Adda, il campanile di Urgnano, la ricostruzione della chiesa parrocchiale di Ghisalba, la chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Concorezzo, la cappella di Santa Marcellina a Milano, lo scalone della Villa la Rotonda a Inverigo (ove Cagnola intervenne nel contesto del progetto del Pollack).
Cagnola morì il 14 agosto 1833, cinque anni prima del completamento dell'Arco della Pace.

• 1841 - Johann Friedrich Herbart (Oldenburg, 4 maggio 1776 – Gottinga, 14 agosto 1841) è stato un filosofo tedesco.
È il maggior filosofo anti-idealista della Germania dell'idealismo. Con Herbart la linea di continuità dei grandi sistemi speculativi appare spezzata, tanto da suscitare già presso i contemporanei l'impressione di poter finalmente respirare "un'altra aria".
Herbart si era cimentato fin dagli esordi con l'idealismo di Fichte, per smascherare il carattere contraddittorio del concetto di "Io" che, ponendo se stesso, diviene nuovamente oggetto dell'Io e porta così all'infinito la scomposizione in serie, senza mai raggiungere uno degli estremi della serie stessa. Per Herbart, l'io fichtiano possiede i tipici connotati di tutti i problemi speculativi, che sono appunto destinati a mettere capo a contraddizioni insolubili. E questo non significa che le contraddizioni possano essere superate per mezzo di un artificio del pensiero qual è costituito dalla dialettica categoriale di Hegel, nei cui confronti Herbart non è meno aspro di quanto lo sia con Fichte.
Senza dubbio la contraddizione costituisce il terreno sul quale si innesta la riflessione filosofica in quanto "elaborazione di concetti"; ma il punto dal quale occorre partire è l'analisi dell'esperienza data, muovendo dalla quale si potrà mostrare - in polemica con l'accusa hegeliana a Kant di aver avuto troppa "tenerezza per le cose del mondo" - come "le contraddizioni non possono essere nelle cose, ma soltanto nella nostra insufficiente comprensione di queste". Il continuo richiamo a Kant non significa un ritorno alla filosofia critica.
Anche se nel libro "Metafisica Generale" del 1828 Herbart dichiara di essere un "kantiano", lo dice con evidente tono polemico per contestare gli sviluppi idealistici della filosofia romantica. In realtà la rivendicazione dell'autorità dell'esperienza e i meriti riconosciuti a Kant per aver impostato il problema delle 'condizioni di possibilità dell'esperienza' mostrando che la cosa in sé non è conoscibile si coniugano con una decisa messa in questione della teoria della conoscenza kantiana, rivolta a colpirla nel punto "debole" costituita dalle forme a priori dell'intuizione e dall'apparato dei concetti puri dell'intelletto.
Herbart, come sfondo delle sue teorie, muove a Kant due critiche. La prima è l'assunzione di 'mitologiche' facoltà dell'anima (la sensibilità, l'intelletto, l'immaginazione, la ragione): a questa concezione kantiana, che fa un passo indietro rispetto a Locke e a Leibniz, occorre invece contrapporre sia l'unità e la semplicità dell'anima sul piano metafisico. In secondo luogo, Herbart ritiene che su un punto cruciale la posizione di Kant vada sostanzialmente corretta: si tratta, cioè, di superare la soggettività delle forme dell'esperienza che Kant fondava nella facoltà conoscitiva e di mettere per contro in luce il carattere dato anche delle forme dell'esperienza. Per Herbart il dato è sempre costituito da ciò che viene percepito e dalla sua forma. Anche ammesso che spazio, tempo, categorie, idee siano le condizioni dell'esperienza che si radicano nell'animo, restano pur sempre da spiegare la determinatezza e la specificità delle singole cose che si manifestano nell'esperienza: perché, ad esempio, percepiamo qui una figura rotonda e là una figura quadrata? E non è dunque legittimo pensare che certe condizioni siano in realtà incluse nel dato?
Proprio perché rifiuta l'idea di un'attività spontanea del soggetto che unifica il molteplice, Herbart non vede alcuna giustificazione di qualcosa come una sintesi a priori: la certezza della conoscenza dipende piuttosto dal suo contenuto, da ciò che accade e si dà.
Già la teoria kantiana dello spazio e del tempo come forme a priori della sensibilità costituisce pertanto "una dottrina assai falsa", che ne disconosce la natura di forme seriali prodotte sulla base del decorso delle rappresentazioni. Non meno reciso è il giudizio di Herbart sulla teoria kantiana delle categorie, a suo avviso costruita su un illegittimo "salto" dalle forme del giudizio della "vuota logica" ai "concetti metafisici" della conoscenza. Per Herbart, più in particolare, la classificazione kantiana delle categorie richiede di essere disposta in maniera diversa se vuole avanzare qualche pretesa di effettiva connessione; e da questo punto di vista Herbart è persuaso che il gusto architettonico kantiano sia gravido di molti errori, come ad esempio di subordinare la categoria della realtà alla qualità, dal momento che realtà e qualità vanno se mai "collegate" per mostrare nella loro connessione che cosa una cosa sia e che essa sia.
Soggetto a critiche è anche il concetto di Io puro kantiano che palesa tutte le contraddizioni di ogni principio assoluto ed è a fondamento dell'artificiosa sistemazione "nelle scatole quadrangolari delle cosiddette categorie". Per Herbart, al contrario, si deve partire dalla determinazione della categoria come indicazione del "conformarsi dell'esperienza ad una regola in base alle leggi del meccanismo psicologico": detto altrimenti, le categorie designano la forma che l'esperienza possiede e pertanto non sono forme del pensiero, bensì oggetti del pensiero. E poiché l'analisi dei concetti metafisici che sono alla base dell'esperienza parte dal concetto generalissimo di cosa e delle proprietà della cosa ne svolge le contraddizioni, illumina i rapporti tra i 'reali' in sé inconoscibili e ai quali rinviano le loro manifestazioni fenomeniche, si ottiene una sistemazione quadripartita delle categorie - ma in realtà lontana da ogni tentazione simmetrica e non esauribile in un elenco fissato una volta per tutte - che è al "servizio" della categoria di cosa.
In questa prospettiva Herbart si dichiara molto più vicino ad Aristotele che a Kant e sottolinea come la domanda relativa al sorgere delle categorie debba trovare risposta da parte dell'indagine psicologica sulla "forma seriale" della rappresentazione spaziale, di cui tutte le altre forme (categorie comprese) sono solo "analogie".
Herbart inoltre pone l'analisi dei dati dell'esperienza al servizio di una struttura metafisica dell'esperienza, fondata sull'assunzione di enti reali che possiamo cogliere solo nella oro 'traduzione' nel linguaggio delle manifestazioni fenomeniche. Ma il carattere controverso di una simile impostazione metafisica, l'influenza di Herbart sulla discussione filosofica tedesca si farà sentire a lungo: da un lato sarà uno dei grandi ispiratori della psicologia scientifica che si svilupperà nella seconda metà dell'Ottocento e che si servirà largamente del lessico psicologico herbartiano; dall'altro lato la visione genetico-psicologica dell'apparato categoriale costituirà la struttura portante delle indagini sulla "psicologia dei popoli".

▪ 1859 - Maria Elisabetta Renzi (Saludecio, 19 novembre 1786 – 14 agosto 1859) è stata una religiosa italiana, fondatrice, nel 1839, della Congregazione delle Maestre Pie dell'Addolorata; è stata proclamata beata nel 1989 da Giovanni Paolo II.
Maria Elisabetta Renzi, nata da una famiglia abbiente, fu educata dalle monache Clarisse per poi fondare, nel 1839, la Congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata a Coriano nei pressi di Rimini.
Morì il 14 agosto 1859; beatificata da Giovanni Paolo II nel 1989, ricorre la sua memoria nel giorno della morte.

▪ 1941
- Massimiliano Maria Kolbe (Zdunska-Wola, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, 14 agosto 1941) è stato un sacerdote polacco. Frate francescano conventuale, si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame nel campo di concentramento di Auschwitz.
Beatificato nel 1971, nel 1982 è stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II.
Ecco la presentazione della sua vita tratta dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book
Oggi siamo di fronte a un volto luminoso, davanti al quale tutti, anche i non credenti, si inchinano volentieri e di cui tutti parlano con venerazione: S. Massimiliano Kolbe.
Il fatto che egli abbia offerto la sua vita ad Auschwitz, riscattando con la sua carità e il suo martirio la dignità dell'uomo oppresso, basta ad attirargli tutte le simpatie.
Ma noi vogliamo piuttosto imparare a comprendere quel suo gesto così decisivo sullo sfondo di tutta la sua esistenza: la sua vocazione, gli ideali coltivati, l'infaticabile operosità, la "ostinata" missionarietà, perfino ciò che a qualcuno potrebbe sembrare "eccessivamente integrista", e che esprime invece la integralità della sua fede. Per non correre il rischio di staccare artificialmente la sua morte dalla sua vita.
P. Massimiliano Kolbe fu figlio del suo tempo e della sua terra: nacque nel 1894 in un paesino polacco, da genitori che gestivano un piccolo laboratorio di tessitura. Morì a 47 anni, nel 1941 ad Auschwitz. Entrò nel seminario dei francescani conventuali nel 1907, a tredici anni; novizio a 16 anni (1910).
Dal 1912 al 1919 studia filosofia e teologia a Roma. Laurea in filosofia nel 1915 e laurea in teologia nel 1919. Si interessa di fisica e di matematica e giunge fino a progettare nuovi tipi di aerei ed altre apparecchiature.
A Roma assiste a una processione di anticlericali-massoni che vanno a celebrare Giordano Bruno inalberando uno stendardo nero su cui Lucifero schiaccia S. Michele Arcangelo. In piazza S. Pietro vengono distribuiti volantini in cui si dice che "Satana deve regnare in Vaticano e il Papa dovrà fargli da servo".
Il giovane Massimiliano ha una concezione cavalleresca della vita, al modo degli antichi cavalieri medioevali: ma la sua dama è la Madonna.
Si convince che è iniziata "l'Era dell'immacolata" quella in cui Maria dovrà, come dice la Genesi, schiacciare la testa del serpente
Scrive:
"Bisogna seminare questa verità nel cuore di tutti gli uomini che vivono e vivranno fino alla fine dei tempi e curarne l'incremento ed i frutti di santificazione; bisogna introdurre l'Immacolata nei cuori de gli uomini affinché Ella innalzi in essi il trono del Figlio suo e li trascini alla conoscenza di Lui e li infiammi d'amore verso il Sacratissimo Cuore di Gesù".
Da parte sua ha una devozione totale e gentile: chiama la Madonna con i nomi più teneri e familiari, come solo i polacchi sanno fare, profondamente convinto che i cristiani devono diventare "cavalieri dell'Immacolata", e fonda una associazione. È la "Milizia dell'immacolata" di cui abbiamo gli statuti autografi. Le prime parole che riguardano il fine dell'associazione sono queste:
"Cercare la conversione dei peccatori, degli eretici, degli scismatici, dei giudei ecc. e soprattutto dei massoni (parola sottolineata due volte); e soprattutto la santificazione di tutti sotto il Patrocinio e con la mediazione della Beata Maria Vergine".
Accennavo all'accusa di integrismo che oggi P. Kolbe si tirerebbe addosso da parte di molti cristiani benpensanti e schifiltosi. Infatti la Milizia dell'immacolata non ha affatto un programma spiritualistico, non descrive tanto una "opzione religiosa" ma una scelta globale.
Eccola:
"Con l'aiuto di Dio dobbiamo fare in modo che i fedeli Cavalieri dell'immacolata si trovino dappertutto, ma specialmente nei posti più importanti come:
a) l'educazione della gioventù (professori di istituti scientifici, maestri, società sportive);
b) la direzione dell'opinione delle masse (riviste, quotidiani, la loro direzione e diffusione, biblioteche pubbliche, biblioteche circolanti, conferenze, proiezioni cinematografiche);
c) le belle arti: scultura, pittura, musica, teatro.
I militi dell'immacolata divengano in ogni campo i primi pionieri e guide nelle scienze (scienze naturali, storia, letteratura, medicina, diritto, scienze esatte ecc.).
Sotto il nostro influsso e sotto la protezione dell'Immacolata sorgano, si sviluppino i complessi industriali, commerciali, le banche.
In una parola la Milizia impregni tutto e in uno spirito sano guarisca, rafforzi e sviluppi ogni cosa alla maggior gloria di Dio, per mezzo dell'immacolata e per il bene della comunità".

La realizzazione di questo progetto? Semplicemente incredibile per le possibilità di un uomo.
Nel 1927 inizia a costruire dal nulla un'intera città a circa 40 km da Varsavia. Lui ne parla come di una futura seconda Varsavia. Chiama la città "Niepokalanow": città dell'immacolata.
In pochi anni ecco descritta la prima realizzazione:
"Una vasta area libera per la costruzione di una grande basilica dell'immacolata,..
Un complesso-editoria (che comprendeva): la redazione, la biblioteca, la tipoteca, il laboratorio dei linotipisti, la zincografia con i gabinetti fotografici, le tipografie..., ed ancora i vari reparti della legatoria, dei depositi e delle spedizioni.
L'ala sinistra... comprendeva, in fabbricati distinti, la cappella, l'abitazione dei religiosi, il postulandato, il noviziato, la direzione generale, l'infermeria e, alquanto distanziata, la grande centrale elettrica. E poi, sparsi un po' dovunque, le officine dei fabbri e dei meccanici, i laboratori per i falegnami, per i calzolai, per i sarti, nonché le grandi rimesse per i muratori e il corpo dei pompieri.
Ma non è ancora finito: c'erano il parco macchine, la piccola stazione ferroviaria con il binario di raccordo con quella pubblica e statale; previsto anche l'aeroporto con quattro velivoli e un progetto di stazione radio trasmittente.
Dovunque grossi tronchi d'albero, depositi di legname, tubi e materiale edilizio di vario genere".

La capacità di Massimiliano Kolbe di trascinare gli altri dietro questo suo ideale cavalleresco è data da queste cifre: dopo una decina di anni o poco più a Niepokalanow vivono 762 religiosi: 13 sacerdoti, 18 chierici, 527 religiosi conversi, 122 giovani aspiranti sacerdoti, 82 giovani aspiranti religiosi conversi.
Quando Massimiliano Kolbe, tornando sacerdote da Roma, aveva rimesso piede in Polonia la Provincia francescana contava poco più di un centinaio di religiosi. I religiosi di Niepokalanow devono essere poverissimi ma avere a disposizione quanto di meglio c'è sul mercato: dall'aereo alle rotative ultimo modello.
I frati di Massimiliano sono capaci di tutto: dall'organizzare il corpo dei pompieri a prendere il brevetto di pilota, a studiare per diventare direttore d'orchestra in modo da poter curare personalmente la registrazione di dischi, a imparare i sistemi di regia cinematografica.
P. Massimiliano Kolbe che fonda, e dirige per i primi anni, questa enorme comunità, e ne resta sempre l'animatore, è descritto così:
"Era tenace, ostinato, implacabile... Era un calcolatore nato: calcolava e raffrontava senza posa, valutava, fissava, combinava bilanci e preventivi. Se ne intendeva di tutto: di motori, di biciclette, di linotype, di radio; conosceva quello che costava poco e quello che costava molto; sapeva dove, come e quando era opportuno comperare… Non c'era sistema di comunicazione troppo veloce per lui, il veicolo del missionario, diceva spesso, dovrebbe essere l'aereo ultimissimo modello".
La vita dell'intera comunità, invece, da P. Massimiliano Kolbe è descritta e spiegata con queste parole:
"La nostra comunità ha un tono di vita un pochino eroico, quale è e deve essere Niepokalanow se veramente vuole conseguire lo scopo che si prefigge, vale a dire non solo di difendere la fede, di contribuire alla salvezza delle anime, ma con ardito attacco, non badando affatto a se stessi, conquistare all'immacolata un anima dopo l'altra, un avamposto dopo l'altro, inalberare il suo vessillo sulle case editoriali dei quotidiani, sulla stampa periodica e non periodica, sulle agenzie di stampa, sulle antenne radiofoniche, sugli istituti artistici e letterari, sui teatri, sulle sale cinematografiche, sui parlamenti, sui senati, in una parola dappertutto sulla terra; inoltre vigilare affinché nessuno mai riesca a rimuovere quei vessilli.
Allora cadrà ogni forma di socialismo, di comunismo, di eresie, gli ateismi, la massoneria e tutte le altre simili stupidaggini che provengono dal peccato... Così io mi immagino Niepokalanow"
.
In questa nuova "città" sì stampano otto riviste per parecchie centinaia di migliaia di copie. (La maggiore tra esse, "Il cavaliere dell'Immacolata", tocca in quegli anni il milione di copie. P. Massimiliano prevede traduzioni in italiano, inglese, francese, spagnolo e latino).
Lui vi abiterà pochissimi anni. Già nel 1930 è in Giappone dove
fonda dal nulla una città analoga e la chiama "Il giardino dell'immacolata".
Un autore che è critico verso l'opera di Kolbe scrive:
"Mirava né più ne meno che a conquistare il mondo. Per questo andò a convertire i 'pagani' in Giappone; per questo ampliava incessantemente le sue editrici, fondava monasteri, sognava piani per estendere a tutto il mondo la Cavalleria dell'immacolata.
Tutte queste opere, concepite su scala gigantesca, le creò quasi dal nulla. Senza un soldo in tasca, questuando incessantemente col proverbiale saio rappezzato. Era un fenomeno di energia e di talento organizzativo. Intraprendeva ogni iniziativa letteralmente con le proprie mani. Mescolava la calce e portava i mattoni nel cantiere, lavorava alla cassa di composizione in tipografia. A Nagasaki intraprese l'edizione della versione locale de 'Il Cavaliere dell’Immacolata' senza sapere una parola di giapponese..."
.
E durante l'edificazione della filiale giapponese "dormiva in una soffitta coprendosi col cappotto".
La sua Milizia dell'Immacolata, nel 1939, contava 800.000 iscritti.
"Noi, diceva P. Kolbe, abbracceremo il mondo intero" e aveva piani che riguardavano l'india e il mondo arabo.
Nel 1932, quando costruiva Niepokalanow decise che fosse piccolo un solo ambiente: il cimitero, perché diceva: "prevedo che le ossa dei miei frati saranno disperse in tutto il mondo".
Qual era dunque il suo ideale? Eccolo:
"Bisogna inondare la terra con un diluvio di stampa cristiana e mariana, in ogni lingua, in ogni luogo, per affogare nei gorghi della verità ogni manifestazione di errore che ha trovato nella stampa la più potente alleata; fasciare il mondo di carta scritta con parole dì vita per ridare al mondo la gioia di vivere".
La teologia di P. Kolbe era radicale e senza mezzi termini. Ecco come la sintetizza un suo biografo:
"Si ostinò a credere, a dire, a scrivere che la verità è una sola, quindi un solo Dio, un solo Salvatore, una sola Chiesa; gli uomini, tutti gli uomini, di conseguenza, sono chiamati ad aderire ad un solo Dio, ad un solo Salvatore, ad una sola Chiesa.
A quell'ideale consacrò e immolò la sua vita di missionario della penna, come amava definirsi"
.
Questo fu l'uomo su cui si abbatté la furia nazista. Sapeva ciò che gli aspettava. Aveva tanti amici che lo avvertivano di tutto. La Gestapo gli fece sapere addirittura che avrebbe gradito una sua opzione per la cittadinanza germanica se si fosse iscritto nella lista degli oriundi tedeschi, dato il suo cognome e le sue origini (nonostante che il cognome della madre fosse evidentissimamente polacco).
Fu arrestato una prima volta assieme ad alcuni suoi frati.. Li confortava con queste parole: "coraggio, andiamo in missione". in un primo tempo là Città dell'Immacolata fu adibita a ospedale con un ufficio della Croce Rossa. Pian piano si riempiva di rifugiati e di scampati, accolse 2000 espulsi dalla Polonia e alcune centinaia di ebrei. I tedeschi cominciarono a considerarla come un campo di concentramento.
Liberato una prima volta, P. Kolbe riorganizzò la città per la sopravvivenza di tutti i rifugiati organizzando infermeria farmacia, ospedale, cucine, panetteria, orto e altri laboratori. il 17 febbraio 1941 viene arrestato per la seconda volta. Dice: "Vado a servire l'immacolata in un altro campo di lavoro".
Il nuovo campo di lavoro è quello di Auschwitz. Tutta l'energia di questo uomo fisicamente fragilissimo (malato di tisi, con un solo polmone) è ora messa a confronto con la sofferenza più atroce. Una sofferenza che lo colpisce sistematicamente, come gli altri e più degli altri, perché appartiene al gruppo dei preti, quello che per odio e maltrattamenti è accomunato agli ebrei.
Diventa il n. 16670. Comincia tirando carri di ghiaia e di sassi per la costruzione di un muro del crematorio: un carro che doveva essere tirato sempre correndo. Ogni dieci metri una guardia con un bastone garantisce la persistenza del ritmo. Poi a tagliare e trasportare tronchi d'albero. A lui, perché prete, toccava un peso due o tre volte superiore a quello dei suoi compagni. Lo vedono sanguinare e barcollare. Non vuole che gli altri si espongano per lui. "Non vi esponete a ricevere colpi per me. L'immacolata mi aiuterà, farò da solo".
Quando lo vogliono portare all'ospedale del campo, se ne ha la forza, indica sempre qualcun altro che, a suo parere, ha più bisogno di lui: "io posso aspettare. Piuttosto quello lì...".
Quando lo mettono a trasportare cadaveri, spesso orrendamente mutilati, e ad accatastarli per l'incenerimento, lo sentono mormorare pian piano: "Santa Maria prega per noi" e poi: "Et Verbum caro factum est" (Il Verbo si è fatto carne).
Nelle baracche qualcuno la notte striscia verso di lui in preda all'orrore e si sente dire lentamente, pacatamente, come un balsamo: "l'odio non è forza creativa; solo l'amore è forza creativa".
Oppure parla, dell'immacolata: "Ella è la vera consolatrice degli afflitti. Ascolta tutti, ascolta tutti!". Gli ammalati lo chiamano: "il nostro piccolo padre".
Poi venne quel giorno in cui un detenuto del blocco 14 riuscì a Fuggire. Padre Kolbe era stato assegnato a quel blocco solo da pochi giorni. Per tre ore tutti i blocchi vennero tenuti sull'attenti. Alle 9, per la misera cena, le file vengono rotte. Il blocco 14 dovette stare immobile mentre il loro cibo veniva versato in un canale.
Il giorno dopo, il blocco rimase tutto il giorno allineato immobile, sulla piazza: guardati, percossi, digiuni, sotto il sole di luglio: distrutti dalla fame, dal caldo, dall'immobilità, dall'attesa terribile. Chi cadeva veniva gettato in un mucchio ai bordi del campo. Quando gli altri blocchi tornarono dal lavoro si procedette alla decimazione: per un prigioniero fuggito dieci condannati a morte nel bunker della fame. Un condannato al pensiero della moglie e dei figli grida. A un tratto il miracolo. P. Massimiliano esce dalla fila, si offre in cambio di quell'uomo che nemmeno conosce. Lo scambio viene accettato. Il miracolo per intercessione di P. Kolbe, Dio lo compie in quell'istante.
Dobbiamo veramente ricostruire ciò che avvenne. Non molti poterono udire. Ma tutti ricordano un particolare... Kolbe uscì dalla fila e si diresse diritto, "a passo svelto" verso il Lagerfuehrer Fritsch, allibito che un prigioniero osasse tanto.
Per il Lagerfuehrer Fritsch i prigionieri erano solo dei numeri.
P. Kolbe lo costrinse a ricordare che erano uomini, che avevano una identità. "Che cosa vuole questo sporco polacco?". "Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano (aveva 47 anni). Voglio prendere il suo posto perché lui ha moglie e figli".
La cosa più incredibile, il primo miracolo di Kolbe e attraverso Kolbe fu il fatto che il sacrificio venisse accettato.
Lo scambio, con la sua affermazione di scelta e di libertà e di solidarietà, era tutto ciò contro cui il campo di concentramento era costruito.
Il campo di concentramento doveva essere la dimostrazione che "l'etica della fratellanza umana" era solo vigliaccheria. Che la vera etica era la razza, e le razze inferiori non erano "umane". Il principio umanitario secondo l'ideologia nazista era una menzogna giudeo-cristiana. Nel campo dì concentramento si dimostrava che l'umano è ciò che di più esterno c'è nell'uomo, una maschera che può essere levata a volontà.
"I campi di concentramento costituivano un frammento del dibattito filosofico definitivo" (Szczepanski).
Che Fritsch accogliesse il sacrificio di Kolbe e soprattutto accogliesse lo scambio (avrebbe dovuto almeno decidere la morte di ambedue) e quindi il valore e l'efficacia del dono, fu qualcosa di incredibile. Era infatti un gesto che dava valore umano al morire, che rendeva il morire non più soggezione alla forza ma offerta volontaria. Per Fritsch o fu un lampo di novità o fu la totale cecità di chi non credeva più che quella gente avesse alcun significato storico. Di fatto non c'era nessuna speranza umana che quel gesto oltrepassasse i confini del campo di concentramento.
Né P. Kolbe poteva umanamente pensare a una qualsiasi eco storica del suo gesto. Ma P. Kolbe riuscì a dimostrare fisicamente che quel campo era un Calvario. E non mi riferisco a una immagine simbolica. Mi riferisco a una Messa.
Da quel giorno, da quella accettazione, il campo possedette un luogo sacro. Nel blocco della morte i condannati vennero gettati nudi, al buio, in attesa di morire per fame. Non venne dato loro più nulla, nemmeno una goccia d'acqua. La lunga agonia era scandita dalle preghiere e dagli inni sacri che P. Kolhe recitava ad alta voce. E dalle celle vicine gli altri condannati gli rispondevano.
"L'eco di quel pregare penetrava attraverso i muri, di giorno in giorno sempre più debole, trasformandosi in sussurro, spegnendosi insieme al respiro umano. Il campo tendeva l'orecchio a quelle preghiere. Ogni giorno la notizia che pregavano ancora faceva il giro delle baracche. L'intorpidito tessuto della solidarietà umana ricominciava a pulsare di vita. La morte che lentamente veniva consumata nei sotterranei del tredicesimo blocco non era la morte di vermi schiacciati nel fango. Era un dramma e rito. Era sacrificio di purificazione" (Szczepanski).
La fama di ciò che avveniva si sparse anche negli altri campi di concentramento. Ogni mattina il bunker della fame veniva ispezionato.
Quando le celle si aprivano quegli infelici piangevano e chiedevano del pane; chi si avvicinava veniva colpito e ributtato violentemente sul cemento.
P. Kolbe non chiedeva nulla non si lamentava, restava in fondo seduto, appoggiato alla parete. Gli stessi soldati lo guardavano con rispetto. Poi i condannati cominciarono a morire; dopo due settimane erano vivi solamente in quattro con P. Kolbe. Per costringerli a morire, il 14 agosto, venne fatta loro una iniezione di acido fenico al braccio sinistro. Era la vigilia di una delle feste mariane che Massimiliano amava di più: l'Assunta, a cui cantava sempre volentieri quella lauda popolare che dice: "Andrò a vederla, un dì!".
"Quando aprii la porta di ferro, è il suo carceriere che racconta, non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. Ancora appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai".
Giovanni Paolo Il, predicando ad Auschwitz, ha detto:
"In questo luogo che fu costruito per la negazione della fede, della fede in Dio e della fede nell'uomo, e per calpestare radicalmente non soltanto l'amore ma tutti i segni della dignità umana, dell'umanità, quell'uomo (il P. Kolbe) ha riportato la vittoria mediante l'amore e la fede".
P. Kolbe ha dimostrato, in forza della sua fede, che l'uomo può creare abissi di dolore ma non può evitare che essi siano inabitati dal Crocifisso e dal mistero del Suo amore sofferente, che si riattualizza, che autonomamente e con forza inarrestabile decide di farsi "presene". Fu soprattutto per questa decisione di Cristo che Fritsch, contro se stesso, dovette "accettare" lo scambio.
Due sono gli insegnamenti che ci restano contemplando il volto di P. Kolbe: uno torna dal suo martirio alla sua vita, l'altro va dalla sua vita al suo martirio.
Nel primo insegnamento P. Kolbe ci dice che rispondere alla disumanità con l'offerta e il sacrificio di sé non è la risposta di chi non sa fare altro, di chi si rassegna e cede all'oppressore, di chi attende tutto dall'al-di-là e perciò può subire.
P. Kolbe ha dato la vita, accettando di morire, dopo che aveva spese tutte le sue energie per la costruzione di un mondo diverso, di un mondo nuovo, di un centuplo quaggiù. Il martirio non fu una fuga devota. Fu la pienezza della sua energia vitale.
Nel secondo insegnamento P. Kolbe ci dice che la stoffa di cui sono fatti i martiri non è quella di chi nella sua vita si è divertito col pluralismo e con l'irenismo ad ogni costo, anche se li chiama "dialogo" ed "ecumenismo".
Esiste certamente un modo giusto di considerare questi valori (che è il modo della carità, non della perdita di identità), ma tante volte essi sono soltanto usati per preservarsi, per non dovere "dare la vita".
P. Kolbe definiva la fede con una nettezza impressionante, e con altrettanta decisione la propagandava e la voleva incarnare in tutti gli spazi della vita culturale e sociale; e seppe avere tanta carità da essere il primo "martire della carità". Proprio con questo titolo, mai utilizzato prima, è stato canonizzato da Giovanni Paolo lI
Ma chi, in nome di una pretesa carità cristiana, annacqua la fede e la rende culturalmente inincidente e irrilevante nella storia è sicuro d'avere proprio quella carità che abilita a dare la vita?
Questa è la domanda seria che discrimina tutti gli atteggiamenti dei cristiani e li giudica. La fede e la carità esigono, ambedue, forza e decisione, e crescono assieme con lo stesso coraggio.

- Paul Sabatier (Carcassonne, 5 novembre 1854 – Tolosa, 14 agosto 1941) è stato un chimico francese, Premio Nobel nel 1912 insieme a Victor Grignard.
Il Premio Nobel gli venne conferito con la seguente motivazione:
"Per il suo metodo di idrogenazione dei composti organici in presenza di metalli finemente suddivisi per mezzo del quale negli ultimi anni si è fortemente fatto avanzare il progresso della chimica organica" .

▪ 1956 - Eugen Berthold Friedrich Brecht detto Bertolt (Augusta, 10 febbraio 1898 – Berlino, 14 agosto 1956) è considerato il più influente drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco del XX secolo.

▪ 1961 - Marcel Jousse (Beaumont-sur-Sarthe, 28 luglio 1886 – Fresnay-sur-Sarthe, 14 agosto 1961) è stato un gesuita e antropologo francese, creatore di una nuova scienza, l'Antropologia del Gesto, che studia il ruolo del gesto e del ritmo nel processo della conoscenza, della memoria e dell'espressione umana.
«La Storia della mia opera è quella della mia Vita. La Storia della mia Vita è quella della mia opera.» (Marcel Jousse)
Il futuro professore è nato in un ambiente di contadini analfabeti. Fu uno studente brillante. A 12 anni iniziava gli studi di latino e greco e poi di ebraico e di aramaico. A quindici anni già scriveva versi in latino e greco ed era il primo della classe. Dopo il baccalaureato intraprende gli studi di matematica avanzata per diventare astronomo. Ma poi lascia le scienze esatte per dedicarsi alle scienze umane. Viene ordinato prete diocesano nel 1912 e, nel 1913 entra a far parte della Compagnia di Gesù. Allievo di Marcel Mauss, Pierre Janet, Georges Dumas e di Jean-Pierre Rousselot (creatore della fonetica sperimentale), ha affiancato i più grandi pensatori del suo tempo che hanno riconosciuto in lui un ricercatore eccezionalmente dotato.

Pensiero
Per comprendere la sua opera è utile ripercorrere le diverse fasi di avvicinamento che, intrecciate alla sua esperienza biografica, lo hanno portato gradualmente alla sintesi del suo pensiero che ha dato vita alla Antropologia del Gesto e della Memoria.
Una prima esperienza fondamentale è quella dell'infanzia in cui apprende le cantilene dondolanti della madre, dotata di una memoria straordinaria. Quelle esperienze di ritmo bilanciato lo forgieranno per tutta la vita.
Una seconda esperienza fondamentale è quella, intorno ai cinque, sei anni, della partecipazione alle veglie paesane del villaggio natale. Le melodie salmodiate con la straordinaria esattezza della tradizione e la spaventosa quantità di contenuti memorizzati da quei contadini illetterati schiude a Jousse un orizzonte del sapere totalmente nuovo ai suoi occhi e che non ha nulla a che fare col sapere libresco. Quello dell'uomo vivo e concreto che apprende dal contatto reale con le cose.
Un'altra esperienza formativa dell'infanzia è quella dei giochi e della capacità dei bambini di giocare a "tutto", cioè di saper rigiocare, quindi rieseguire mimeticamente con tutto il proprio corpo la realtà circostante, diventando così capaci di assimilarla e farla propria.
I primi studi costituiscono per Jousse un'esperienza di segno opposto alle precedenti. L'alfabetismo si caratterizza per i suoi aspetti di deprivazione sensoriale (silenzio, immobilità) opposti alla sovrastimolazione sensoriale (rumore, movimento) che caratterizzava quelle strategia istintiva di apprendimento che è il gioco. In questo contesto emerge un altro dettaglio: il suggerimento. Questo piccolo soffio che suggerisce la parola iniziale al compagno di scuola che non ricorda un verso o una proposizione, fa scoprire a Jousse che l'unità di misura del linguaggio non è la parola, ma il gesto proposizionale. Una volta suggerito l'inizio si giunge in modo automatico fino alla fine e che unito al balancement (dondolamento) costituisce un procedimento antropologico tipico che Jousse ritroverà in vari ambienti etnici, tra cui quello semitico, come legge mnemotecnica di concatenamento delle frasi.
Ma un'esperienza decisiva fu, per Jousse, la vista della mummia egiziana al museo. Intorno al corpo rinsecchito della sacerdotessa egizia c'erano tanti piccoli disegni immobili come mummificati anch'essi. Quasi che quei caratteri fossero stati vivi allo stesso modo di quella sacerdotessa che un tempo era stata viva, quali giochi di uomini che facevano gesti come quelli dei bambini e che ora erano lì immobili. Questo portò, con l'avanzare degli studi classici, a scoprire il gesto orale-globale sotteso ai caratteri del linguaggio algebrico utilizzato nelle nostre culture di stile scritto e libresco. Scoprendo che il Linguaggio è anzitutto Mimaggio. Concetto che sfocerà poi nella distinzione degli stadi dell'espressione in Stile corporeo-manuale, Stile orale, Stile scritto e nella enucleazione delle principali leggi antropologiche del Bilateralismo, del Mimismo e del Formulismo che costituiscono i nuclei essenziali attorno ai quali si sviluppa l'Antropologia del Gesto e della Memoria.

Opere
La sua ricerca è stata elaborata a partire dallo studio degli ambienti a tradizione orale (da lui qualificati ambienti di Stile orale), ricerca che ha condotto a partire tanto dalla propria personale esperienza d'infanzia vissuta nell'ambiente rurale della Sarthe, quanto attraverso lo studio storico e geografico di diversi ambienti di stile orale, quali alcune tribù di indiani d'America, alcune popolazioni africane e malgasce, i popoli semitici (con particolare rilievo per l'ambiente palestinese-galileo dell'epoca di Gesù), le culture antiche egiziane, greche e cinesi.
Ha pubblicato i primi risultati delle sue ricerche in un importante saggio intitolato Le Style oral rythmique et mnémotechnique chez les Verbo-moteurs (Lo Stile orale ritmico e mnemotecnico presso i Verbo-motori).
Questo saggio è particolare già nella sua forma compositiva perché, come illustrato dallo stesso autore, esso segue, nello stesso modo di essere scritto, quell'approccio dell' intussuscepzione mimismologica che descrive nel contenuto. L'autore, infatti, approfondendo lo studio della tematica, ha letto più di 5000 testi di cui ne ha trattenuti 500 di autori anche con posizioni opposte al suo pensiero. Il saggio è composto, essenzialmente, di citazioni di frasi tratte da questi 500 testi: le frasi che meglio esprimevano il suo pensiero, che messe tutte insieme formano un contenuto nuovo ed originale, proprio all'autore; secondo un procedimento tipico delle culture di stile orale, appunto.
Privilegiando l'espressione orale, Marcel Jousse non ha pubblicato, in tutto, che una quindicina di saggi scientifici, preferendo dedicarsi all'attività di insegnamento con la quale poteva praticare ciò che andava scoprendo e teorizzando sull'antropologia del gesto. Questa attività di insegnamento la svolse nelle vesti di:
▪ conferenziere presso l'anfiteatro Turgot della Sorbona di Parigi (1931-1957),
▪ professore della cattedra di antropologia linguistica della Scuola d'antropologia di Parigi (1932-1951),
▪ conferenziere nell'ambito dei corsi sulle origini del cristianesimo del professor Maurice Goguel alla Scuola pratica di studi avanzati (École pratique des hautes études) (1933-1945),
▪ direttore del Laboratorio di ritmo-pedagogia presso maestre infantili (1933-1939) nel quadro dell'Istituto di ritmopedagogia da lui stesso fondato.
Ad oggi le migliaia di corsi dispensati nelle Scuole citate sono stati stenografati e dattiloscritti a cura di Gabrielle Baron, sua collaboratrice. Sono a disposizione dei ricercatori presso la biblioteca del Laboratorio di Antropologia sociale del Collège de France, alla biblioteca dell'Institut catholique de Paris e presso la sede dell'Associazione Marcel Jousse, sono anche disponibili su due CD-Rom che ci si può procurare presso l'associazione Marcel Jousse.
Al termine della sua vita, ha iniziato ad elaborare la sintesi del suo pensiero in un'opera intitolata l' Antropologia del gesto che Gabrielle Baron ha pubblicato come opera postuma. Ella ha anche raccolto in due volumi La Manducazione della Parola e Il Parlante, la Parola e il Soffio i vari saggi scientifici pubblicati da vivo. In questa sintesi finale, Marcel Jousse ritorna sulle grandi leggi del gesto e della memoria: Bilateralismo, Mimismo e Formulismo.
Le sue ricerche l'hanno condotto ad interessarsi in modo particolare alla trasmissione orale della Bibbia e più specificamente alla formazione orale dei Vangeli, alla loro trasmissione orale ed alla loro traduzione e messa per iscritto. L'originalità di Marcel Jousse consiste nel non essere rimasto sul piano teorico, riguardo a questi temi, ma di averli resi accessibili a persone di stile scritto, come noi, proponendo la pratica di recitazioni ritmo-pedagogiche del Vangelo. Molte correnti attuali di trasmissione orale della Bibbia e di esegesi della Parola a partire dallo Stile Orale globale sono tributarie delle sue ricerche:
▪ Gli studi delle collane evangeliche condotti da Pierre Perrier
▪ L'Associazione canadese del recitativo biblico ACRB la cui fondatrice Louise Bisson ha studiato presso la Fondazione Marcel Jousse.
▪ La Fraternità Saint Marc
▪ Parole vivante de Pierre Scheffer
▪ L'associazione Parole et geste
▪ L'associazione EEChO che si interessa delle fonti giudeo-cristiane.
▪ Gli studi sui Vangeli nel calendario di Denis Grenier e Bernard Frinking
Ma attraverso la sua antropologia del gesto, Marcel Jousse ha cercato di rinnovare la pedagogia, tanto profana quanto sacra, facendone una mimopedagogia.
E' quest'approccio che persegue attualmente l'Istituto Europeo di Mimopedagogia, alla scuola di Marcel Jousse, diretto da Yves Beaupérin.
Più ampiamente ancora, Marcel Jousse mirava a stabilire un legame tra discipline spesso indipendenti: antropologia, etnologia, linguistica, psicologia, psichiatria, pedagogia, catechesi, liturgia, esegesi... La sua opera resta di grande attualità e di una sorprendente fecondità. Per farla conoscere esiste l'associazione Marcel Jousse.

▪ 1980 - Diego Fabbri (Forlì, 2 luglio 1911 – Riccione, 14 agosto 1980) è stato un drammaturgo italiano.
Frequenta l'oratorio di don Giuseppe Prati, che gli trasmette la passione per il teatro. Scrive le sue prime composizioni, tra il 1931 e il 1935, per il teatro della parrocchia di San Luigi di Forlì.
Il suo primo lavoro, I fiori del dolore (1931) è dedicato espressamente: «A don Pippo, che per primo mi insegnò come fecondare di dolore le aiuole dei fiori».
Nel 1936 si laurea in Economia e commercio all'Università di Bologna.
Nel 1939 si trasferì a Roma, dove proseguì la sua carriera artistica.
Nella capitale gli impegni furono molti:
▪ Nel 1945 è cofondatore, insieme a Ugo Betti, Sem Benelli, Massimo Bontempelli ed altri autori teatrali, del Sindacato Nazionale Autori Drammatici (SNAD), con l'intento di salvaguardare il lavoro dei drammaturghi e degli scrittori teatrali.
▪ Segretario del Centro cinematografico cattolico, di cui tenne anche la presidenza fino al 1950;
▪ Svolge la professione di giornalista: dal 1948 fu condirettore della Fiera letteraria (allora diretta dal poeta Vincenzo Cardarelli), quindi direttore fino al 1967. Diresse inoltre Il dramma (dal 1977);
▪ Collabora alla sceneggiatura di oltre 40 film, alcuni di grandi registi come Vittorio De Sica, Pietro Germi, Alessandro Blasetti, Roberto Rossellini, Luigi Zampa e Michelangelo Antonioni.
▪ Per la radio e la televisione curò l'adattamento di drammi e romanzi, dando vita a fortunati sceneggiati, diretti da registi famosi, come Sandro Bolchi.
Ma la sua vera vocazione era per il teatro. Nel corso della sua carriera scrive quasi cinquanta drammi, rappresentati, tra l'altro, in alcuni teatri come il Quirino, l'Eliseo ed il Teatro delle Arti.
Nel 1946 scrisse Inquisizione, che nel 1950 venne rappresentato con successo a Milano e che l'autore portò alla ribalta anche a Parigi, dove si trasferì nel 1952 per un breve periodo di tempo. Cattolico praticante, espresse grande rammarico quando Processo a Gesù, considerato il suo capolavoro, venne denunciato al Sant'Uffizio per «offesa alla religione e istigazione all'odio sociale».
Non era la prima volta che una sua opera era additata come "antisociale": già nel 1940 il Ministero della Cultura popolare fascista aveva vietato il suo dramma Paludi, definito «precoce pessimismo».
Nel 1955 al Piccolo Teatro di Milano rappresentò Processo a Gesù, considerato uno dei suoi capolavori, per la regia di Orazio Costa, che in seguito dirigerà la messa in scena di altri suoi lavori. Nel 1959 sceneggiò, insieme a Indro Montanelli, Roberto Rossellini e Sergio Amidei il lungometraggio Il generale Della Rovere, per il quale ottenne la nomination all'Oscar alla migliore sceneggiatura originale nel 1962.
Nel 1960 assunse la gestione e la direzione artistica del Teatro della Cometa di Roma, dove allestì parte dei suoi drammi. Nel 1970 venne eletto presidente dell'Ente Teatrale Italiano.
Nel 1977 l'Accademia dei Lincei gli conferì il Premio Feltrinelli per il teatro. Morì a Riccione il 14 agosto 1980.
A Diego Fabbri è intitolato il teatro comunale di Forlì.

Poetica
Nel 1965 pubblicò un articolo [1] in cui enunciò la sua concezione di arte, che era agli antipodi della concezione marxista di "arte politica" e criticava il processo, già in atto, per il quale gli intellettuali erano diventati degli strumenti in mano alle forze politiche:
«Con una massiccia operazione di politica culturale, è stato imposto il teatro marxista di Brecht, ai danni di quello, di tanto più grande, di Pirandello, ostracizzato sbrigativamente come "individualismo borghese". (…) Un piano di persuasione attraverso Brecht e il brechtismo si è svolto incontrastato in Italia attraverso una serie ininterrotta di spettacoli reclamizzati in modo imponente, artisticamente ineccepibili, scenicamente suggestivi e intimidatori, grazie all'aiuto concreto e, almeno dopo qualche tempo, consapevole dello Stato che pur marxista non era e, almeno a parole, non voleva essere. (…) Le voci spiritualmente più importanti, personali e ascoltate dal pubblico erano state gradualmente messe in silenzio o relegate ai margini della vita teatrale ufficiale.»
Fabbri non aveva difficoltà a riconoscere all'arte una valenza sociale, ma non le attribuiva anche una dimensione politica. Fabbri si ricollegava alla tradizione europea dell'interiorità, risalente a Platone, per cui l'uomo è irriducibile al politico:
«L'arte è per sua natura sociale. Si scrive, si dipinge, si scolpisce per gli altri, pur esprimendo l'essenza più profonda di sé. Però, proprio perché sento l'arte come un fatto sociale, auspico che l'artista sia "apolitico" nel senso di sentirsi svincolato dai singoli partiti, di sentirsi invece posto al servizio dell'uomo, che è, sì, anche un animale politico, ma non soltanto politico. Direi che l'eccellenza dell'uomo risiede proprio in ciò che di meno politico è in lui, cioè in quel tanto di assoluto, in quella fiammella di eterno che si sente dentro. Credo che l'artista debba operare per svegliare e dilatare questa scintilla di assoluto che è in tutti, e che ci fa veramente uomini »(Il Tempo, 18 aprile 1959.)

▪ 1988 - Enzo Anselmo Ferrari (Modena, 18 febbraio 1898 – Maranello, 14 agosto 1988) fu un pilota automobilistico e imprenditore italiano, fondatore della Casa automobilistica che porta il suo nome, la cui sezione sportiva, la Scuderia Ferrari, conquistò, lui vivente, 9 campionati del mondo piloti di Formula 1 e 15 totali.
Ferrari gestiva lo sviluppo delle vetture Alfa, e costruì un team di oltre 40 piloti, tra cui Alberto Ascari, Giuseppe Campari e Tazio Nuvolari. Ferrari stesso continuò a correre fino alla nascita, nel 1932, del figlio Alfredo, detto Dino, che morì nel 1956 di distrofia muscolare. In seguito ebbe un altro figlio, Piero, nato nel 1944 da Lina Lardi.[2] Ha trascorso una vita riservata e raramente concedeva interviste.

La nascita della Ferrari
La crisi economica nel 1933 portò l'Alfa Romeo a ritirarsi fino al 1937; poco dopo Ferrari si ritirò e creò l'Auto Avio Costruzioni (AAC) con sede a Modena. A causa della guerra, per paura dei bombardamenti, nel 1943 Enzo Ferrari trasferì l'AAC nel suo nuovo stabilimento di Maranello. Dopo la guerra Ferrari creò la "La Scuderia Ferrari", la sezione sportiva della Casa automobilistica Ferrari, che era esistente fin dal 1930 ma che fu costituita in ragione sociale dal 1947, e che è attualmente la più nota squadra del mondo automobilistico sportivo.
La prima gara disputata fu il Gran Premio di Monaco nel 1947 (non esisteva ancora la Formula 1 che nacque nel 1950). La prima vittoria in F1 fu il Gran Premio di Gran Bretagna del 1951 con Froilan Gonzales, sbaragliando lo squadrone Alfa Romeo. Fu la vittoria che segnò il declino dell'Alfa Romeo nel mondo della F1 e, contemporaneamente, l'ascesa sportiva della Ferrari, causando al Drake[3] un conflitto di sentimenti, verso la vecchia casa milanese alla quale doveva ogni sua fama e conoscenza in campo automobilistico.
«Quando nel 1951 Gonzales su Ferrari, per la prima volta nella storia dei nostri confronti diretti, si lasciò alle spalle la "159" e l'intera squadra dell'Alfa, io piansi di gioia, ma mescolai alle lacrime di entusiasmo anche lacrime di dolore, perché quel giorno pensai: "Io ho ucciso mia madre".» (Enzo Ferrari, Ferrari 80, Off. Grafiche Arbe, 1981)
Il primo titolo mondiale di F1 giunse nel 1952 con Alberto Ascari (l'Alfa Romeo si era ritirata alla fine del 1951 per concentrare i propri sforzi sulla produzione di auto stradali). La "Scuderia Ferrari" è attiva nel campionato del mondo di Formula 1 fin dalla sua istituzione, e ne ha vinto 15 volte il titolo piloti e 16 volte quello costruttori.
La conversione di Ferrari pilota e direttore di scuderia sportiva in industriale dell'automobile fu stimolata dall'amicizia-competizione con Adolfo Orsi, proprietario della Maserati, e soprattutto con Vittorio Stanguellini, il modenese che alla fine degli anni quaranta dominava i circuiti del mondo con le auto Fiat abilmente modificate. Testimonianze modenesi attestano che Ferrari si sarebbe avvalso dell'esperienza delle officine di Stanguellini usufruendo anche di tecnici dell'amico-avversario.
Ferrari fu insignito di molti titoli, ma quello di cui più si vantava era quello di "ingegnere meccanico", datogli ad honorem nel 1960 dall'Università di Bologna. Inoltre, nel 1988 gli fu conferita anche la laurea honoris causa in "Fisica" dall'Università di Modena e Reggio Emilia.
Nel giugno del 1988 Papa Giovanni Paolo II si recò in visita agli stabilimenti di Maranello per incontrarlo. Ferrari però era già troppo malato, i due così ebbero solo una conversazione telefonica, con grande dispiacere di Ferrari che desiderava quell'incontro da tempo.[5] Enzo Ferrari morì il 14 agosto 1988. La notizia della sua morte, seguendo le sue volontà, fu divulgata solo ad esequie avvenute. Il funerale si svolse in forma strettamente privata, senza corteo e alla presenza dei soli amici e parenti più intimi.
Poco meno di un mese dopo, al Gran Premio d'Italia di Formula 1 a Monza, Gerhard Berger e Michele Alboreto con le due Ferrari si piazzarono al primo e secondo posto. La vittoria fu dedicata alla memoria del Drake.

La casa automobilistica
«Spesso mi chiedono quale sia stata la vittoria più importante di un’autovettura della mia fabbrica e io rispondo sempre così: la vittoria più importante sarà la prossima.» (Enzo Ferrari)
Nel frattempo la Ferrari vendeva vetture sportive per finanziare la partecipazione alla Formula 1 e a eventi come la Mille Miglia e la 24 Ore di Le Mans (che la Scuderia vinse 9 volte, di cui sei di seguito dal 1960 al 1965).
Negli anni sessanta l'azienda fu trasformata in società per azioni. Nel 1969, a fronte di difficoltà finanziarie, Ferrari fu costretto a cedere una quota della sua impresa alla FIAT (dopo aver rifiutato l'offerta Ford) che, inizialmente presente come socio paritario, ne assunse in seguito il controllo (attualmente la Fiat detiene il 90% della Ferrari, il restante 10% è in mano a Piero Ferrari).

* 1989 - Mons. Lucien Bernard Lacoste (Navailles-Angos, 25 febbraio 1905 – Chiang Mai, 14 agosto 1989) è stato un missionario francese.
Nel 1923 entra nella Congregazione dei Preti del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram e prosegue i suoi studi filosofici e teologici a Nazaret e a Betlemme, dove viene ordinato sacerdote il 13 luglio 1930.
In quello stesso anno è designato per la Missione che la Congregazione ha in Cina, nella provincia dello Yunnan. Dopo aver studiato la lingua cinese, è mandato ad evangelizzare il popolo degli Shan al confine con la Birmania.
Il 29 maggio 1949 è consacrato vescovo a Kunming e nominato alla sede di Dali.
Espulso dalla Cina nel 1952, nel 1954 raggiunge la Thailandia, ove il vicario apostolico di Bangkok gli affida l'evangelizzazione della regione nord del paese, con capoluogo Chiang Mai.
Il 17 novembre 1959 la Santa Sede crea la Prefettura apostolica di Chiang Mai, distaccandola dal Vicariato apostolico di Bangkok e mons. Lacoste è nominato amministratore apostolico. Il 18 dicembre 1965 la prefettura apostolica è elevata a Diocesi di Chiang Mai ed affidata a mons. Lacoste.
Per raggiunti limiti di età, nel settembre del 1975 mons. Lacoste dà le sue dimissioni e si ritira, conducendo d'ora in avanti la vita come semplice missionario.

▪ 1994 - Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994) è stato uno scrittore bulgaro naturalizzato britannico, premio Nobel per la letteratura nel 1981. Scrittore in lingua tedesca, è considerato l'ultima grande figura della cultura mitteleuropea.

L'infanzia
Elias Canetti nacque a Rusčuk (odierna Ruse, Bulgaria), primo dei tre figli di Jacques Canetti, commerciante, e di Mathilde Arditti, proveniente da una ricca famiglia ebrea sefardita di Livorno. La lingua della sua infanzia fu il ladino o giudeospagnolo parlato in famiglia, ma il piccolo Elias fece presto esperienza con la lingua tedesca usata in privato dai genitori (che la consideravano la lingua del teatro e dei loro anni di studio a Vienna).
Dopo avere appreso il bulgaro, si trovò ad avere a che fare con l'inglese quando il padre decise di trasferirsi per lavoro a Manchester nel 1911. La decisione fu accolta con entusiasmo da Mathilde Arditti, donna colta e liberale, che poté sottrarre Elias all'influenza del nonno paterno che lo aveva iscritto alla scuola talmudica. Nel 1912, con la morte improvvisa del padre Jacques, cominciarono le peregrinazioni della famiglia, che si spostò prima a Vienna e poi a Zurigo, dove Canetti trascorse, tra il 1916 e il 1921, gli anni più felici.
In questo periodo, e nonostante la presenza dei fratelli più piccoli, il rapporto di Canetti con la madre (che dal 1913 soffriva di periodiche crisi depressive) diventò sempre più stretto, conflittuale e segnato dalla dipendenza reciproca.

Germania e Austria
La tappa seguente fu Francoforte, dove ebbe modo di assistere alle manifestazioni popolari a seguito dell'assassinio del ministro Walther Rathenau, prima esperienza di massa che gli lasciò un'impressione indelebile. Nel 1924 Canetti fece ritorno con il fratello Georges a Vienna, dove si laureò in chimica e rimase quasi ininterrottamente fino al 1938. Canetti si integrò velocemente nell' élite culturale viennese, studiando con avidità le opere di Otto Weininger, Sigmund Freud (che gli suscitò diffidenza sin dall'inizio) e Arthur Schnitzler, e assistendo alle conferenze di Karl Kraus, polemista e moralista. In uno di questi incontri culturali conobbe la scrittrice sefardita Venetiana (Veza) Taubner-Calderòn, che sposò poi nel 1934, nonostante l'avversione della madre.
Sotto l'influenza del ricordo delle manifestazioni viste a Francoforte, nel 1925 cominciò a prendere forma il progetto di un libro sulla massa. Nel 1928 andò a lavorare a Berlino come traduttore di libri americani (soprattutto Upton Sinclair) e qui conobbe Bertolt Brecht, Isaak Babel e George Grosz. Due anni più tardi conseguì il dottorato in chimica, professione che però non praticò mai e verso la quale non mostrò comunque alcun interesse. Tra il 1930 e il 1931 incominciò a lavorare al lungo romanzo Die Blendung (letteralmente L'accecamento, tradotto in italiano come Autodafé), pubblicato nel 1935, e, tornato a Vienna, continuò le frequentazioni dell'ambiente letterario: Robert Musil, Fritz Wotruba, Alban Berg, Anna e Alma Mahler.
Nel 1932 uscì il suo primo lavoro teatrale, Nozze. Due anni dopo fu la volta di La commedia della vanità. Nel 1937 Canetti si recò a Parigi per la morte della madre, evento che lo segnò profondamente e che chiude simbolicamente l'ultimo volume dell'autobiografia.

Londra
Nel 1938, a seguito dell'annessione dell'Austria alla Germania nazista, Canetti emigrò prima a Parigi e poi a Londra. Nei vent'anni successivi, si dedicò esclusivamente all'imponente progetto sulla psicologia della massa, il cui primo e unico volume, Massa e potere, fu pubblicato nel 1960. Nel 1952 prese la cittadinanza britannica: due anni dopo, al seguito di una troupe cinematografica, trascorse un periodo in Marocco, da cui trasse il volume Le voci di Marrakesh.
La prima del suo dramma Vite a scadenza si tenne a Oxford (1956). La moglie Veza morì suicida nel 1963. Nel 1971 sposò la museologa Hera Buschor, dalla quale ebbe l'anno seguente una figlia, Johanna. Nel 1975 le Università di Manchester e di Monaco gli conferirono due lauree honoris causa. Nel 1981 ricevette il premio Nobel per la letteratura, "per opere contraddistinte dalla visione ampia, dalla ricchezza di idee e dalla potenza artistica". Dopo la morte di Hera (1988), Elias Canetti tornò a Zurigo, dove si spense nel 1994, e nel cui cimitero fu sepolto accanto a James Joyce.

Opere
I viaggi, le relazioni e le numerose lingue praticate, costituiscono il corposo patrimonio culturale di Canetti. La sua opera, oltre ad essere incentrata sulla metamorfosi, è essa stessa una metamorfosi continua: un solo romanzo, un solo libro di "antropologia", pochi testi teatrali, alcuni saggi, alcuni aforismi, un diario di viaggio e un'autobiografia, ma si tratta quasi sempre di capolavori.

Auto da fé
È il primo libro di Elias Canetti e il suo unico romanzo. Die Blendung (letteralmente "L'accecamento", tradotto in italiano come Auto da fé, titolo voluto dallo stesso Canetti) venne pubblicato nel 1935. Fu successivamente bandito dai nazisti e, nonostante l'apprezzamento di Thomas Mann e di Hermann Broch, non ricevette eccessiva attenzione fino a quando non venne ripubblicato negli anni sessanta.
Il romanzo ha struttura tripartita: la prima parte, "Testa senza mondo", si svolge quasi esclusivamente nell'appartamento del quarantenne sinologo di fama mondiale Peter Kien, dove lo studioso vive in una condizione di maniacale isolamento e apparente sicurezza, circondato dalle migliaia di volumi della sua biblioteca privata. La paura del contatto umano e sociale non gli impedisce di cadere vittima dell'ignorante donna di servizio, Therese Krummholtz, che arriva a sposare, e del violento portiere, Benedikt Pfaff, che lo spogliano progressivamente di ogni avere. Nella seconda parte, "Mondo senza testa", Kien si ritrova a vagare per la Vienna più oscura, in compagnia del malvivente nano Fischerle, scacchista e millantatore, in una ridda quasi infernale di caratteri grotteschi, che si conclude con l'assassinio di Fischerle.
La terza parte, "Il mondo nella testa", vede il ristabilirsi dell'ordine iniziale, con l'arrivo da Parigi del fratello psichiatra di Kien e il reinserimento di Peter nel "suo" mondo, fino all'apocalittico e profetico finale, in cui il sinologo si lascia bruciare insieme a tutti i suoi libri. Il substrato autobiografico del romanzo è evidente, a partire dalla figura del fratello George Kien (Georges Canetti era effettivamente psichiatra a Parigi). D'altra parte, soprattutto nell'epilogo con il rogo dei libri, la narrazione assume un valore esemplare, di rappresentazione della catastrofe di un mondo, con l'avvento della Germania nazista e il disfacimento del razionalismo occidentale.
Romanzo di notevole forza narrativa, per certi elementi grotteschi e demoniaci può essere avvicinato alle opere maggiori della letteratura russa del XIX secolo, in particolare ai lavori di Nikolaj Gogol ma soprattutto di Fëdor Dostoevskij, nei confronti del quale lo stesso Canetti ha dichiarato il suo debito.

Massa e potere
Nel saggio Massa e potere (1960), analizza a tutto tondo la sociologia delle masse. Fu un'opera di difficile gestazione, Canetti impiegò quarant’anni a scriverla e la definì come "l’opera di una vita". Nella sostanza Massa e potere è un'opera antropologica e sociologica nel senso che Canetti, attraverso lo studio degli elementi primi costitutivi della Massa, arriva a mettere a nudo, ad insegnarci i principi che stanno alla base del potere. Nel monumentale saggio Canetti fece confluire materiale da diverse discipline (antropologia, sociologia, mitologia, etologia, storia delle religioni), evitando programmaticamente nomi come Marx o Freud (menzionato solo una volta in una nota).
L'argomentazione dimostra come quello a formare una massa sia un istinto connaturato nell'uomo tanto quanto quello della sopravvivenza. La prima parte analizza la dinamica dei diversi tipi di massa e della "muta". La seconda parte si concentra sulla questione del come e del perché le masse obbediscono ai capi. Hitler viene presentato come il capo paranoico, affascinato dalle dimensioni della massa che egli stesso comanda. La persecuzione degli ebrei viene poi messa in relazione con l'enorme inflazione del primo dopoguerra.

L'autobiografia
Scrive anche una autobiografia, divisa in più volumi (La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi), che viene pubblicata fra il 1977 e il 1985. È proprio quest'opera, una delle più intense della letteratura contemporanea, che fa di lui uno degli scrittori più importanti del Novecento.
La lingua salvata Insieme a Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi costituisce una sorta di 'Bildungsroman' per eccellenza dell'autore ebreo bulgaro. La vicenda, chiaramente autobiografica, si articola in quattro parti fondamentali, ognuna delle quali riferita ad un diverso luogo e periodo di tempo. La prima parte (ambientata nella città natale dell'autore, Rustshuck in Bulgaria) fa riferimento agli avvenimenti dell'esistenza di Elias Canetti relativi alla prima infanzia. L'autore delinea un mondo sospeso tra modernità e progresso, assimilabili rispettivamente in maniera ideale alla componente paterna (costituita da una famiglia arricchitasi di recente) da un lato, e da quella materna dall'altro (costiuita da una delle Famiglie più prestigiose della cittadina).
Un ulteriore elemento di rottura è portato proprio dai suoi genitori, che, con le loro aspirazioni alla cultura (in opposizione alla tradizionale pratica familiare del commercio, tema che verrà più volte ripreso da Canetti nelle sue opere) e attraverso un continuo volgersi all'Occidente (rappresentato da Vienna, che comincia ad assumere sin dalle prime pagine del libro i tratti di topos per eccellenza per Canetti) aprono una frattura nella mentalità locale, quasi stagnante in un lungo Medioevo retaggio della passata dominazione ottomana. Le aspirazioni represse dei genitori diventano uno dei temi chiave dell'opera, quasi una molla in tensione pronta a saltare, che si rivelerà nel corso dell'opera distruttiva in ambito familiare.
Elias Canetti descrive i rituali e la vita di un "bel tempo antico", in un mondo che ancora non aveva scoperto le devastazioni delle guerre mondiali. Le giornate del piccolo Elias nella cittadina danubiana si susseguono senza affanni o preoccupazioni di sorta, occasionalmente scandite dalle festività religiose e da pochi altri eventi di rilievo. Troviamo così una trattazione che, per così dire, rifugge dal resoconto storiografico, trovando una dimensione intimistica e personale, capace di dare rilievo a quei piccoli traguardi quotidiani che contrassegnano la vita di un bambino: scopriamo l'amore del piccolo Elias per la lettura, comunicatogli dalla madre, lo stupore verso il mondo dgli adulti, con le sue regole incomprensibili e impenetrabili, ma più di tutto l'affetto per i genitori e i fratelli minori.

Bibliografia italiana
▪ Autori vari, Dedicato a Elias Canetti, in: 'Nuovi argomenti', numero 40-42, n.s. (luglio-dicembre 1974), pp. 245-409
▪ Salvatore Costantino (a cura di), Ragionamenti su Elias Canetti. Un colloquio palermitano (scritti di Manfred Durzak, Roberto Esposito, Giulio Schiavoni, Franz Schuh, Hans Georg Zapotoczky e Salvatore Costantino), Franco Angeli, Milano 1998
▪ M. E. D'Agostini (a cura di), Canetti, numero monografico di 'Annali dell'Istituto di Lingue e Letterature germaniche', Università di Parma, Bulzoni editore, Roma 1985
▪ Matteo Galli, Invito alla lettura di Canetti, Mursia, Milano 1986
▪ Giovanni Scimonello, Per Canetti, Tullio Pironti, Napoli 1987

▪ 2004 - Czesław Miłosz (Szetejnie, Lituania, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004) è stato un poeta e saggista polacco.
Figlio di Aleksander Milosz, ingegnere civile e di Weronica, nata Kuna, frequenta le scuole superiori e l'università a Vilnius, in Lituania. Cofondatore del gruppo letterario "Zagary", fa il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavora per la radio polacca e continua il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggeranno la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Russia. Passa la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa underground.
Dopo la guerra, diventa addetto culturale all'ambasciata polacca a Washington e successivamente a Parigi, nel 1951. Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un'élite politica ed intellettuale formatasi a Mosca, non esita a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiede asilo politico in Francia, per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley California, dove insegna letteratura polacca, continua la propria opera poetica dedicandosi parallelamente all'attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca in ambito anglo-americano e successivamente europeo.
Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura con la motivazione:
«A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell'uomo in un mondo di duri conflitti.»(Motivazione del premio Nobel per la letteratura )
Nello stesso anno, gli operai di Solidarnosc trascrivono brani di una sua poesia ai piedi di un monumento dedicato ai lavoratori uccisi dalla polizia di partito durante gli scioperi di contestazione. Nel 1993 ha ricevuto il Premio Grinzane Cavour.

Opere
In ambito saggistico, Czeslaw Milosz contribuisce al dibattito sulla possibilità di intraprendere il lavoro culturale in quanto azione politica e sociale, allineandosi alle tematiche dell'ambiente intellettuale francese dei primi anni cinquanta e fornendone, tuttavia, una chiave di lettura distinta e originale. Ne La mente prigioniera (1953), testo che unisce la riflessione saggistica a tecniche romanzesche, Milosz affronta il complesso rapporto tra letteratura e società nell'ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evoca e analizza tanto l'adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra. In aperto contrasto con la lettura ideologizzata dell'intellettuale dissidente diffusasi nell'ambiente europeo filo-comunista, Milosz ritrae la condizione divisa dell'individuo all'interno di un regime totalitario, attribuendone la libertà di pensiero e parola ad una pratica eretica (il ketman) basata sulla dissimulazione, sulla perfetta comprensione e conversione dei meccanismi censorii in cui vive. Fonte di aspre polemiche fin dall'uscita, il saggio-romanzo offre una prospettiva critica inedita sulla libertà umana, ed una chiave di lettura preziosa al registro antifrastico che domina la produzione del poeta, come mostra il mondo evocato nel noto componimento Fanciullo d'Europa.