Il calendario del 13 Giugno

Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Giorno per giorno"

Eventi

▪ 1373 - Inghilterra e Portogallo firmano un trattato di alleanza che non è mai stato spezzato

▪ 1665 - Nella Battaglia di Lowestoft, combattuta durante la seconda guerra anglo-olandese, la flotta olandese subisce la più pesante delle sconfitte di tutta la sua storia.

▪ 1774 - Il Rhode Island è la prima delle 13 colonie americane a mettere fuori legge l'importazione di schiavi

▪ 1792 - Il papa Pio VI pubblica la Lettera Enciclica Ubi lutetiam, sull'ampliamento e ridefinizione dell'indulto che amplia i poteri dei Vescovi per l'assoluzione dei chierici ribelli in Francia

▪ 1798 - Viene fondata la Mission San Luis Rey de Francia

▪ 1799 - Napoli viene riconquistata dalle truppe Sanfediste nell'ultima battaglia al Ponte della Maddalena nonostante l'ultima strenua resistenza del Forte di Vigliena

▪ 1863 - Durante la guerra di secessione americana si combatte la seconda battaglia di Winchester, dove l'esercito confederato guidato dal generale Richard S. Ewell sconfigge gli unionisti guidati dal generale Robert H. Milroy

▪ 1942 - Gli Stati Uniti aprono l'"Ufficio per l'informazione di guerra", un centro per la produzione di propaganda

▪ 1944 - Seconda guerra mondiale: la Germania lancia un attacco sull'Inghilterra con le bombe volanti V1

▪ 1948 - USA: i New York Yankees ritirano il numero 3 di Babe Ruth

▪ 1967 - Thurgood Marshall è il primo afroamericano membro della Corte Suprema degli Stati Uniti

▪ 1971 - Guerra del Vietnam: Il New York Times inizia a pubblicare i Pentagon Papers

▪ 1973 - Guerra del Vietnam: Henry Kissinger e Le Duc Tho firmano un accordo di pace

▪ 1982 - Fahd diventa Re dell'Arabia Saudita, dopo la morte del padre, Khalid

▪ 1983 - La Pioneer 10 diventa il primo oggetto costruito dall'uomo a lasciare il sistema solare

▪ 1995 - Il Presidente Jacques Chirac annuncia la ripresa dei test nucleari in Polinesia

Anniversari

▪ 1231 - Sant'Antonio di Padova, (in port. Santo António de Lisboa), nato Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo, (Lisbona, 15 agosto 1195 – Padova, 13 giugno 1231), è stato un francescano portoghese, canonizzato dalla Chiesa cattolica e, più recentemente, proclamato Dottore della Chiesa.
Da principio monaco agostiniano a Coimbra dal 1210, poi dal 1220 frate francescano. Viaggiò molto, vivendo prima in Portogallo quindi in Italia ed in Francia. Nel 1221 si recò al Capitolo Generale ad Assisi, dove vide di persona San Francesco d'Assisi. Dotato di grande umiltà ma anche di grande sapienza e cultura, per le sue valenti doti di predicatore, mostrate per la prima volta a Forlì nel 1222, fu incaricato dell'insegnamento della teologia e inviato per questo dallo stesso San Francesco a contrastare la diffusione dell'eresia catara in Francia. Fu poi trasferito a Bologna e quindi a Padova. Morì all'età di 36 anni. È notoriamente e popolarmente considerato un grande santo, anche perché di lui si narrano grandi prodigi miracolosi, sin dai primissimi tempi dalla sua morte e fino ai nostri giorni. Tali eventi prodigiosi furono di tale intensità e natura che facilitarono la sua rapida canonizzazione e la diffusione mondiale della sua devozione.

Il contesto storico
Gli anni in cui visse Antonio da Padova si collocano nel cuore del Medioevo. Tutta l'Europa era scossa da profondi cambiamenti: la nascita della società urbana e dei Comuni; l'aumento della produzione agricola e la conseguente maggior mobilità delle persone con la ripresa di ampi commerci. Artigiani e commercianti, notai e medici, mercanti e banchieri iniziavano a dar vita ad una nuova classe sociale: la borghesia, che andava ad aggiungersi ai cavalieri, al clero e ai nobili.
In questo quadro di grandi cambiamenti, la Chiesa visse mutamenti significativi:
▪ Il fiorire delle Cattedrali, monumento tipico della città che rinasceva: dopo l'XI secolo, la Cattedrale divenne (così come lo erano stati i monasteri nei secoli precedenti) il centro della vita religiosa.
▪ L'epoca delle Crociate, in tutto sette: le prima nel 1096, l'ultima nel 1270.
▪ L'epoca dei papi Innocenzo III e suo nipote Gregorio IX, difensori del potere papale e soprattutto papi che si inserirono nella grande riforma spirituale dei secoli XI-XII; entrambi avvertirono l'esigenza di rinnovare anche le istituzioni ecclesiastiche. Questo impeto di rinnovamento spirituale si espresse nella nascita di alcuni ordini religiosi sia contemplativi cistercensi sia più inseriti nella realtà sociale, come i cosiddetti Ordini mendicanti: francescani e domenicani.

Da Fernando ad Antonio
Dell'infanzia di Antonio di Padova si conoscono poche cose con certezza: il nome di battesimo Fernando, la città natale Lisbona e l'origine benestante e aristocratica. Già sulla data di nascita gli storici disputano, anche se la maggior parte concorda per il 15 agosto 1195; l'anno di nascita è calcolato sottraendo dalla data della morte, 13 giugno 1231, gli anni citati dal Liber miraculorum, scritto verso la metà del Quattordicesimo secolo.
La biografia più antica fu compilata da un frate anonimo nel 1232 sulla base di informazioni ricevute dal vescovo Soeiro II Viegas, vescovo di Lisbona dal 1210 al 1232. Quest'opera, nota come Vita prima o Assidua riporta le poche notizie a disposizione sui suoi primi anni.
«I fortunati genitori di Antonio possedevano, dirimpetto al fianco ovest di questo tempio, un'abitazione degna del loro stato, la cui soglia era situata proprio vicino all'ingresso della chiesa. Erano essi nel primo fiore della giovinezza allorché misero al mondo questo felice figlio; e al fonte battesimale gli posero nome Fernando. E fu ancora a questa chiesa, dedicata alla santa Madre di Dio, che lo affidarono affinché apprendesse le lettere sacre e, come guidati da un presagio, incaricarono i ministri di Cristo dell'educazione del futuro araldo di Cristo. » (Anonimo del XIII secolo, Vita prima o Assidua)
Antonio di Padova nacque dunque a Lisbona, primogenito in una nobile famiglia.
Sua madre si chiamava Maria Teresa Taveira e suo padre Martino Alfonso de' Buglioni, cavaliere del re e, secondo alcuni, discendente di Goffredo di Buglione. La residenza della nobile famiglia era nei pressi della cattedrale di Lisbona, dove egli fu infatti battezzato. Presso questo luogo egli ebbe la prima educazione spirituale dai canonici della cattedrale. Si ritiene, ma è incerto, che il padre lo abbia indirizzato al mestiere delle armi.
Nel 1210, all'età di quindici anni, egli decise di entrare a far parte dei Canonici Regolari Agostiniani dell'Abbazia di San Vincenzo di Lisbona. Più avanti negli anni, nei suoi Sermoni scriverà: «Chi si ascrive a un ordine religioso per farvi penitenza, è simile alle pie donne che, la mattina di Pasqua, si recarono al sepolcro di Cristo. Considerando la mole della pietra che ne chiudeva l'imboccatura, dicevano: chi ci rotolerà la pietra? Grande è la pietra, cioè l'asprezza della vita di convento: il difficile ingresso, le lunghe veglie, la frequenza dei digiuni, la parsimonia dei cibi, la rozzezza delle vesti, la disciplina dura, la povertà volontaria, l'obbedienza pronta… Chi ci rotolerà questa pietra dall'entrata del sepolcro? Un angelo sceso dal cielo, narra l'evangelista, ha fatto rotolare la pietra e vi si è seduto sopra. Ecco: l'angelo è la grazia dello Spirito Santo, che irrobustisce la fragilità, ogni asperità ammorbidisce, ogni amarezza rende dolce con il suo amore.» (Antonio di Padova, Sermoni)
Rimase nell'abbazia di San Vincenzo per circa due anni. Poi, preferendo un maggior raccoglimento, ostacolato dalle frequenti visite di amici e parenti, chiese ed ottenne il trasferimento presso il convento di Santa Croce a Coimbra, città allora capitale del Portogallo e distante circa 230 km da Lisbona. Non vi è notizia che riporta un suo pur breve passaggio o successivo ritorno nei luoghi nativi. Fernando giunse a Coimbra nel 1212, all'età di circa 17 anni. Il convento era molto grande ed aveva una settantina di monaci. Qui probabilmente fu ordinato sacerdote ed essendo versato nelle Sacre Scritture e nella predicazione, gli si prospettò una carriera all'interno dell'Ordine; ma due avvenimenti contribuirono a scrivere una storia diversa.

I difficili inizi
Al re Alfonso I succedette, sul trono del Portogallo, il figlio Sancho I ed alla morte di questi (1211) il nipote Alfonso II.
Alfonso I è descritto come un re devoto e rispettoso delle prerogative dei religiosi; i suoi successori, tuttavia, si dimostrarono insofferenti nei confronti delle autonomie del clero. Alfonso II nominò come priore del convento agostiniano di Santa Croce in Lisbona una persona che fosse a lui legato e fidato anche a scapito della sua modesta vita ascetica e spirituale e della sua scarsa attitudine a gestire il monastero. Costui dilapidò le ingenti risorse del convento in breve tempo, con uno stile di vita molto mondano e poco consono ad un convento. I frati si divisero in suoi sostenitori e contrari mentre le sue gesta si diffusero ampiamente giungendo fino a Roma dove il papa Onorio III promulgò nel 1220 una scomunica. Il priore forte dell'appoggio reale e per la distanza dalla Santa Sede, se ne poté disinteressare completamente. Fernando rimase nel convento per circa otto anni ed essendo questo dotato di una grande biblioteca, si impegnò nello studio teologico in modo assiduo, gettando le solide basi della sua vasta e notoria cultura.

Il primo incontro con il francescanesimo
Nel 1219 Francesco d'Assisi approntò una spedizione missionaria alla volta del Marocco, con l'intento di convertire i musulmani dell'Africa. I membri della spedizione comprendevano tre sacerdoti, Berardo, Pietro ed Ottone e due fratelli laici, Adiuto e Accursio; essi forse transitarono anche a Coimbra e forse fecero una forte impressione su Fernando.
Giunti in Africa, i cinque furono uccisi per decapitazione poco dopo il loro inizio dell'evangelizzazione. I loro corpi furono riportati a Coimbra pochi mesi dopo. Antonio riferì in seguito che il martirio di questi fratelli francescani, costituì per lui la spinta decisiva all'ingresso nell'ordine del santo d'Assisi, nel settembre 1220. Quindi la missione e la totale disponibilità fino alla morte, furono probabilmente le spinte interiori che lo portarono al francescanesimo. Egli volendo sottolineare maggiormente questo netto mutamento di vita, decise di cambiare il suo nome di battesimo: da Fernando in Antonio, in onore del monaco orientale a cui era dedicato il romitorio di Olivais di Coimbra dove vivevano i primi francescani portoghesi, e che Fernando aveva da poco tempo conosciuto.
Non appena ebbe superato le opposizioni dei confratelli agostiniani, ed aver ottenuto comunque il permesso dal priore, si unì al romitorio dei francescani e di lì a poco chiese a Giovanni Parenti suo nuovo superiore, il permesso di partire come missionario. Nell'autunno del 1220 s'imbarcò con un confratello, Filippino di Castiglia, alla volta del Marocco. Tuttavia, giunto in Africa, contrasse una non meglio specificata malattia tropicale e dopo alcuni mesi perdurando il male venne convinto da Filippino a tornare a Coimbra. I due frati si imbarcarono diretti verso la Spagna, ma la nave si imbatté in una tempesta e fu spinta naufragando sulle coste della Sicilia, dove approdò nei pressi della città di Messina. Soccorsi dai pescatori, i due vennero portati nel vicino convento francescano della città siciliana. Qui i due frati furono informati che a maggio, in occasione della Pentecoste, Francesco d'Assisi aveva radunato tutti i suoi frati per il Capitolo Generale. L'invito a parteciparvi era esteso a tutti e nella primavera del 1221 Antonio e i frati di Messina cominciarono a risalire l'Italia a piedi.

L'incontro con Francesco di Assisi
Il viaggio durò parecchie settimane. Per Antonio il Capitolo Generale si rivelò un'occasione fondamentale per conoscere direttamente Francesco d'Assisi, poiché aveva conosciuto il suo insegnamento solo attraverso le testimonianze indirette. Il capitolo, presieduto dal cardinale cistercense Rainiero Capocci, ebbe luogo nella valle attorno alla Porziuncola dove si raccolsero più di tremila frati; si costruirono delle capanne di stuoie e per tale motivo fu ricordato come il Capitolo delle Stuoie. Il frate Giordano da Giano descrisse l'avvenimento:
«Un Capitolo così, sia per la moltitudine dei religiosi come per la solennità delle cerimonie, io non vidi mai più nel nostro Ordine. E benché tanto fosse il numero dei frati, tuttavia con tale abbondanza la popolazione vi provvedeva, che dopo sette giorni i frati furono costretti a chiudere la porta e a non accettare più niente; anzi restarono altri due giorni per consumare le vivande già offerte e accettate.»
Il Capitolo durò per tutta l'Ottava di Pentecoste dal 30 maggio all'8 giugno 1221 e si analizzarono molti problemi: lo stato dell'Ordine, la richiesta di novanta missionari per la Germania, la discussione sulla nuova Regola.
Le richieste di modifica della Regola primitiva furono per Francesco un considerevole problema. Lassisti e Spiritualisti rischiavano di spaccare l'Ordine in due tronconi. L'Ordine s'era troppo ingrandito e ai giovani accorsi con entusiasmo mancava un'eguale adesione alla disciplina, mentre ai dotti risultavano strette le disposizioni sulla povertà assoluta. Con la mediazione del cardinale Capocci si giunse ad un compromesso che cercava di salvaguardare ad un tempo l'autorità morale di Francesco e l'integrità dell'Ordine. La nuova Regola verrà poi approvata da Papa Onorio III il 29 novembre 1223. L'Assidua riporta che:
«Concluso il Capitolo nel modo consueto, quando i ministri provinciali ebbero inviato i fratelli loro affidati alla propria destinazione, solo Antonio restò abbandonato nelle mani del ministro generale, non essendo stato chiesto da nessun provinciale in quanto, essendo sconosciuto, pareva un novellino buono a nulla. Finalmente, chiamato in disparte frate Graziano, che allora governava i frati della Romagna, Antonio prese a supplicarlo che, chiedendolo al ministro generale, lo conducesse con sé in Romagna e là l'impartisse i primi rudimenti della formazione spirituale. Nessun accenno fece ai suoi studi, nessun vanto per il ministero ecclesiastico esercitato, ma nascondendo la sua cultura e intelligenza per amor di Cristo, dichiarava di non voler conoscere, amare e abbracciare altri che Gesù crocifisso.»
Quando quasi tutti erano partiti per tornare ai loro luoghi di provenienza, Antonio fu notato da Frate Graziano, che apprezzando soprattutto l'umiltà e la profonda spiritualità di Antonio, decise di prenderlo con sé e lo assegnò all'eremo di Montepaolo, vicino all'odierna Castrocaro, dove già vivevano sei frati. Qui arrivò nel giugno 1221 con gli altri confratelli e vi rimase un anno dedicandosi ad una vita semplice, a lavori umili, alla preghiera e alla penitenza.
Nella seconda metà del 1222 la comunità francescana scese a valle per assistere alle ordinazioni sacerdotali nella cattedrale di Forlì. L'Assidua racconta che «venuta l'ora della conferenza spirituale il Vescovo ebbe bisogno di un buon predicatore che rivolgesse un discorso di esortazione e di augurio ai nuovi sacerdoti. Tutti i presenti però si schermirono dicendo che non era loro possibile né lecito improvvisare. Il superiore si spazientì e rivoltosi ad Antonio gli impose di mettere da parte ogni timidezza o modestia e di annunciare ai convenuti quanto gli venisse suggerito dallo Spirito. Questi dovette obbedire suo malgrado e "La sua lingua, mossa dallo Spirito Santo, prese a ragionare di molti argomenti con ponderatezza, in maniera chiara e concisa»
Della predica di Antonio giunse notizia ai superiori ad Assisi, che lo richiamarono alla predicazione.

Ortodossia e teologia: il martello degli eretici
Scendendo da Montepaolo, cominciò il suo nuovo incarico predicando nei villaggi e nelle città della Romagna allora funestata da continue guerriglie civili, che sembrano endemiche in tale regione. Diffusi erano gli scontri tra clan familiari e le vendette reciproche, e se non bastasse l'eresia catara trovava ampio seguito. Antonio senza sosta vagava esortando alla pace e alla mitezza. Trattava con particolare rigore quelli che chiamava "cani muti": i potenti e i notabili che avrebbero avuto l'incarico di guidare e proteggere le popolazioni, ma di cui si disinteressavano per inseguire il proprio tornaconto economico. Nei Sermoni scriverà:
«La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell'odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell'odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo»
Insieme alle istanze morali Antonio si dedicò alla predicazione contro i cristiani eterodossi, gli «eretici». A quel tempo i movimenti considerati ereticali più importanti erano i Catari (significa i puri), detti anche Albigesi, dal nome dalla città di Albi nella Francia meridionale, e i patarini diffusi in Lombardia.
Tutti i movimenti si caratterizzavano per un profondo desiderio di rinnovamento spirituale, per una visione del Cristo come creatura più divina che umana, per un'aperta ostilità nei confronti di tutto ciò che era materiale e terreno. In tal senso l'ostilità verso la Chiesa, che esse identificavano prevalentemente nel potere temporale del papa, era estremamente netta. Il Francescanesimo stesso si iscrisse in questa corrente di rinnovamento, collocandosi però fin dall'inizio dentro la Chiesa con l'intento di modificarla dall'interno.
Contro le eresie anticattoliche Antonio, dotato di vasta cultura teologica, si sentì naturalmente portato. Ebbe modo così di evidenziare come la riflessione teologica e antieretica era impossibile senza solide basi dottrinali. Per questo insistette per ottenere, tra l'altro, la fondazione nel 1223 del primo studentato teologico francescano a Bologna, presso il convento di Santa Maria della Pugliola. Francesco stesso, che pure aveva sperato che la preghiera e la dedizione potessero bastare, si trovò ad approvare l'iniziativa di Antonio:
«A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com'è prescritto nella regola.»
L'operato di Antonio contribuì, in questo senso, a cambiare il volto del Francescanesimo che in quegli anni si costruiva una regola e un'identità. Ricevette l'incarico di predicare nell'autunno del 1222 e il territorio affidatogli comprendeva, oltre alla Romagna, l'Emilia, la Marca Trevigiana, la Lombardia e la Liguria. Il territorio assegnatogli era molto vasto ma egli non si scoraggiò. Fonti tardive inseriscono qui la leggenda della predicazione ai pesci. Antonio si trovava probabilmente a Rimini dove era una forte comunità catara. Al disprezzo ricevuto per la sua predicazione egli si rivolse ai pesci che miracolosamente si affollarono verso di lui come per ascoltarlo. Alla fine del 1223 o all'inizio del 1224 Antonio si recò a Bologna già all'epoca città universitaria inferiore solo a Parigi. Qui San Francesco lo incaricò dello studio della teologia. Verso la fine del 1224 quando papa Onorio III chiese a Francesco di Assisi di inviare qualcuno dei suoi come missionario nella Francia meridionale per convertire i catari e gli albigesi, questi inviò Antonio. Questa sua intensa attività di predicatore antieretico, gli valse il famoso appellativo di "martello degli eretici (malleus hereticorum).

La predicazione francese contro gli eretici
In terra francese, Antonio giunse nel tardo autunno del 1224 e vi rimase un paio d'anni, fino alla morte di Francesco d'Assisi. La Provenza, la Linguadoca, la Guascogna sono le regioni dove maggiormente predicò. Non è conosciuto l'esatto itinerario seguito da Antonio in Francia. Sembra che inizialmente si recasse a Montpellier, città universitaria baluardo dell'ortodossia cattolica, dove la leggenda narra che Antonio ebbe il fenomeno della bilocazione poiché predicò contemporaneamente in due siti distanti della città. Successivamente andò ad Arles dove partecipò al capitolo provinciale della Provenza; qui narra la leggenda che mentre Antonio predicava ci fu l'apparizione di Francesco d'Assisi benedicente la folla; tale evento particolare creò un alone di soprannaturalità su Antonio. Poco tempo dopo a Tolosa affrontò direttamente gli albigesi con la profonda dialettica basata su argomenti chiari e semplici; è in questa città francese che si riporta la leggenda del mulo che nonostante il digiuno posto tra un mucchio di biada e l'eucarestia non esita ad inginocchiarsi di fronte a quest'ultima. A riguardo della sua oratoria e del suo approccio umano, un cronista dell'epoca, il francese Giovanni Rigauldt, dice che
«gli uomini di lettere ammiravano in lui l'acutezza dell'ingegno e la bella eloquenza (…) Calibrava il suo dire a seconda delle persone, così che l'errante abbandonava la strada sbagliata, il peccatore si sentiva pentito e mutato, il buono era stimolato a migliorare, nessuno, insomma, si allontanava malcontento»
Nel novembre del 1225 Antonio partecipò al Sinodo di Bourges, convocato dal primate d'Aquitania per valutare la situazione della Chiesa francese e per pacificare le regioni meridionali. All'arcivescovo Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, Antonio, invitato quel giorno a predicare, disse:
«Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in questa cattedrale... L'esempio della vita dev'essere l'arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna...».
Lo stesso Arcivescovo, riportano le cronache, chiese ad Antonio che lo confessasse per trovare la forza di mettere in pratica ciò che gli aveva ricordato. Il Provinciale della Provenza, Giovanni Bonelli da Firenze, lo nominò prima Guardiano del convento di Le Puy-en-Velay e poi Custode, cioè superiore, di un gruppo di conventi attorno a Limoges. Qui, vicino a Brive, Antonio trovò una grotta che gli ricordava gli anni passati nel romitorio di Montepaolo, e lì «amava ritirarsi, da solo, in una grande austerità di vita, applicandosi alla contemplazione e alla preghiera.»
L'esperienza francese si concluse nell'arco di un biennio: il 3 ottobre 1226, in una cella della Porziuncola morì a 44 anni Francesco d'Assisi. Frate Elia, vicario generale dell'Ordine, fissò per la Pentecoste dell'anno seguente il Capitolo Generale per la nomina del successore, estendendo l'invito anche ad Antonio, superiore dei conventi di Limoges.

Padova
Le fonti sono incerte sul periodo del viaggio di ritorno di Antonio in Italia dalla Francia; un'antica tradizione riporta che imbarcatosi per mare naufragò nuovamente in Sicilia, dove sono conservate numerose reliquie a lui attribuite. Raggiunse comunque Assisi il 30 maggio 1227, festa di Pentecoste e giorno d'apertura del Capitolo Generale, nel quale si doveva eleggere il successore di Francesco. Molti prevedevano l'elezione di frate Elia, vicario generale di Francesco e suo compagno di missione in Oriente. Le cronache riportano che frate Elia fosse geniale organizzatore ma di temperamento piuttosto focoso. I superiori dell'Ordine gli preferirono il più prudente frate Giovanni Parenti, ex magistrato, nativo di Civita Castellana e Provinciale della Spagna. Questi, che aveva accolto Antonio nell'Ordine francescano alcuni anni prima, lo nominò ministro provinciale per l'Italia settentrionale; in pratica, la seconda carica per importanza dopo la sua. Antonio aveva 32 anni. I successivi quattro, gli ultimi della sua vita, saranno i più importanti per la sua eredità spirituale. Nonostante l'incarico comportasse per Antonio la visita degli ormai numerosi conventi dell'Italia settentrionale; Milano, Venezia, Vicenza, Verona, Ferrara (dove avvenne il miracolo dell'infante che proclama l'innocenza della madre); ma anche Trento, Brescia, Cremona e Varese. Fra tutte queste città Antonio scelse però il convento di Padova come sua residenza fissa quando non era in viaggio. La città aveva circa quindicimila abitanti ed era un grande centro di commerci e industrie. Qui Antonio cercò di portare a termine senza riuscirci la sua più importante opera scritta "I Sermoni", un'opera dottrinaria di profonda teologia, che lo farà proclamare Dottore della Chiesa. La predicazione però non gli lasciò il tempo di finire quest'opera. Una folla notevole lo seguiva nelle sue prediche tanto che si riempivano le chiese e le piazze, e tanto che a Padova Antonio era divenuto estremamente famoso e ricercato. Tra predicazioni instancabili e lunghe ore dedicate al confessionale spesso Antonio compiva lunghi digiuni.

Lo stile
Le cronache e le agiografie riferite a quegli anni riportano come Antonio sapesse far convivere grande rigore e dolcezza d'animo. Riporta la Benignitas: «Resse con lode per più anni il servizio dei frati, e sebbene per eloquenza e dottrina si può dire superasse ogni uomo d'Italia, tuttavia nell'ufficio di prelato si mostrava cortese in modo mirabile e governava i suoi frati con clemenza e benignità.»
Giovanni Rigauld, suo biografo francese, dirà che nonostante la carica di Guardiano: «non sembrava affatto superiore, ma compagno dei frati; voleva essere considerato uno di loro, anzi inferiore a tutti. Quando era in viaggio, lasciava la precedenza al suo compagno… E pensando che Cristo lavò i piedi ai suoi discepoli, lavava anche lui i piedi ai frati e si adoperava a tenere puliti gli utensili della cucina» Antonio stesso nei sermoni scrisse:
«La vita del prelato deve splendere d'intima purezza, dev'essere pacifica con i sudditi, che il superiore ha da riconciliare con Dio e tra loro; modesta, cioè di costumi irreprensibili; colma di bontà verso i bisognosi. Invero, i beni di cui egli dispone, fatta eccezione del necessario, appartengono ai poveri, e se non li dona generosamente è un rapinatore, e come rapinatore sarà giudicato. Deve governare senza doppiezza, cioè senza parzialità, e caricare sé stesso della penitenza che toccherebbe agli altri… Inargèntino i prelati le loro parole con l'umiltà di Cristo, comandando con benignità e affabilità, con previdenza e comprensione. Ché non nel vento gagliardo, non nel sussulto del terremoto, non nell'incendio è il Signore, ma nel sussurro di una brezza soave ivi è il Signore.»
In un'altra predicazione scrisse:
«Assai più vi piaccia essere amati che temuti. L'amore rende dolci le cose aspre e leggere le cose pesanti; il timore, invece, rende insopportabili anche le cose più lievi.»
A differenza di quanto accadeva in altri contesti religiosi, la Regola francescana imponeva ai Ministri Provinciali di visitare i conventi e i religiosi affidati alle loro cure:
«I frati, che sono ministri e servi degli altri frati, vìsitino e ammonìscano i loro fratelli e li corrèggano con umiltà e carità (...) Benché sia permesso di provvedersi un buon corredo di cultura, pur si ricordi più di ogni altro di essere semplice nei costumi e nel contegno, favorendo così la virtù. Abbia in orrore il denaro, rovina principale della nostra professione e perfezione; sapendo di essere capo di un Ordine povero e di dover dare il buon esempio agli altri, non si permetta alcun abuso in fatto di denaro. Non sia appassionato raccoglitore di libri e non sia troppo intento allo studio e all'insegnamento, per non sottrarre all'ufficio ciò che dedica allo studio. Sia un uomo capace di consolare gli afflitti, perché è l'ultimo rifugio dei tribolati, onde evitare che, venendo a mancare i rimedi per guarire, gli infermi non cadano nella disperazione. Per piegare i protervi alla mansuetudine non si vergogni di umiliare e abbassare sé stesso rinunciando in parte al suo diritto per guadagnare l'anima.»
La provincia di Padova allora ricopriva un ampio territorio. Accompagnato dal giovane padovano Luca Belludi, cominciò dall'estremità orientale, da Trieste; di lì sconfinò in Istria e Dalmazia. Nuovi conventi vennero fondati a Pola, Muggia e Parenzo; rientrato in Friuli, passò per Udine, Cividale, Gorizia, Gemona. Da lì a Conegliano, Treviso, Venezia per poi tornare a Padova, prima di proseguire per i conventi dell'Emilia, della Lombardia e della Liguria.

Il rientro a Padova
Nella quaresima del 1228 Antonio rientrò a Padova dove coltivò legami e relazioni anche con gli esponenti di altri ordini. Divenne amico del superiore dei benedettini, l'abate Giordano Forzatè, e del conte Tiso di Camposampiero, facoltoso e generoso verso i francescani. Nel giardino dei conti Papafava e dei Carraresi la tradizione colloca la pietra sulla quale Antonio saliva per predicare. Tra le persone conosciute e più fidate Antonio fondò una sorta di confraternita, così com'era in uso nel medioevo. Dal nome della chiesa di Santa Maria della Colomba, dov'erano soliti ritrovarsi, presero il nome di "Colombini". Avevano per divisa un saio grigio e si dedicavano ad opere caritative. Antonio soggiornò a Padova per pochi mesi, ma decise, una volta scaduto il mandato di Ministro Provinciale nel 1230, di tornarvi definitivamente.
Nei Sermoni tracciò il profilo del superiore che deve «eccellere per purezza di vita», avere «larga cognizione delle Sacre Scritture», possedere doti di eloquenza, disciplina e fermezza.

Antonio di Padova e Gregorio IX. L'Arca del Testamento
Durante il suo mandato di Superiore dell'Italia settentrionale, Antonio lasciò la Provincia soltanto in due occasioni, nel 1228 e nel 1230: entrambe le volte – per diversi mesi – le mete furono Roma e Assisi.
A marzo 1228 il Ministro Generale, fra Giovanni Parenti, lo mandò a chiamare «per un'urgente necessità della sua famiglia religiosa»: si era nuovamente infiammata la disputa tra l'ala conservatrice e quella riformatrice dell'Ordine ed era necessario trovare un accordo che salvaguardasse tanto l'unità dell'ordine quanto l'integrità del messaggio di Francesco. Antonio fu scelto anche in virtù del suo passato: s'era battuto per aprire ai frati la via dello studio, ma aveva saputo mantenere viva la povertà francescana. Dava ampie garanzie d'imparzialità ad entrambi gli schieramenti contrapposti di un ordine che si era ingigantito in pochissimi anni e non poteva più trovare conforto nella guida di Francesco.
Vanno inoltre ricordate le difficoltà logistiche legate al governo di decine di migliaia di frati disseminati per tutta l'Europa in un tempo dove la maggior parte dei viaggi veniva intrapresa a piedi, su strade insicure e dove i mezzi di comunicazione erano pressoché inesistenti.
La vertenza gravava attorno a punti diversi: c'era chi spingeva ad un maggior impegno negli studi, privilegiando il frate sacerdote a discapito del frate laico; altri volevano mitigare la rigida povertà di Francesco con una regolamentazione più consona ad una comunità che da "girovaga" stava trasformandosi in "residenziale". La questione aveva ormai raggiunto posizioni radicali e apertamente polemiche trasformandosi in uno sgradevole: o con Francesco o contro Francesco.
L'Ordine decise che la disputa aveva travalicato la sua stessa autorità e che era giunto il momento di sottoporre la questione al Papa. Antonio venne incaricato in tutta fretta di prepararsi per andare a Roma e sottoporre al papa Gregorio IX i termini della questione.

Il primo viaggio a Roma
Le cronache non riportano i particolari di come Antonio portò a termine questo suo incarico, tuttavia pare che al papa Gregorio IX il giovane frate piacque molto e anziché congedarlo, lo trattenne con sé perché predicasse a lui e ai cardinali le meditazioni quaresimali.
Quelle prediche furono un tale successo che l'ottuagenario Pontefice, rompendo ogni protocollo, lo chiamò «arca del Testamento», «peritissimo esegeta», «esimio teologo». Quattro anni più tardi, canonizzandolo, ricorderà quei giorni di quaresima: «personalmente sperimentammo la santità e l'ammirevole vita di lui, quando ebbe a dimorare con grande lode presso di noi.» L'impressione fu molto forte anche tra i cardinali e i prelati della curia, i quali – scrive ancora l'Assidua – «l'ascoltarono con devozione ardentissima» e qualcuno di loro lo invitò a predicare al popolo.
Erano i giorni della Settimana Santa e a Roma confluivano pellegrini da ogni parte. Antonio, sebbene conoscesse alcune di quelle lingue, iniziò a predicare nella volgata del popolo di Roma. Da lì a pochi mesi Antonio ebbe modo di incontrarsi nuovamente con il Pontefice, che giunse in Assisi per canonizzare Francesco, dichiararlo santo e benedire la prima pietra della Basilica dove avrebbe riposato il suo corpo.

Il secondo viaggio a Roma
La basilica di cui Gregorio IX aveva benedetto la prima pietra venne completata in due anni. L'ordine scelse la Pentecoste per fissare il Capitolo Generale e per traslare il corpo di Francesco dalla chiesa di San Giorgio alla cripta del nuovo edificio.
La basilica venne inaugurata il 25 giugno. Ancora una volta i frati erano accorsi a migliaia da ogni parte d'Europa, e con loro sfilarono in processione autorità di ogni grado, prelati, vescovi e i tre Cardinali Legati inviati per l'occasione da papa Gregorio IX. La folla fu tale che travolse il servizio d'ordine e si temette per le spoglie di Francesco. Frate Elia, si vide costretto a sbarrare le porte e «mettere in salvo» il corpo sotto lastre di marmo. Lì rimase, nonostante le critiche di cui Elia fu fatto oggetto per la decisione, sino al 1818 quando papa Pio VII ne autorizzò la rimozione.
La folla non gradì affatto la piega che gli avvenimenti avevano preso e la situazione degenerò tristemente in una rissa collettiva, con grande scandalo e maggiori proteste, che misero in imbarazzo l'Ordine Francescano giungendo sino alle orecchie del Papa.
Se nel periodo di costruzione della Basilica la disputa interna all'Ordine si era sopita, con l'apertura del nuovo Capitolo essa però si riacutizzò. Il testamento di Francesco infatti ribadiva la necessità della povertà assoluta e una parte dei Francescani voleva inserirlo come parte integrante della Regola dell'Ordine. Nell'impossibilità di dirimere la questione si decise di nominare una commissione di sette frati per riportare a papa Gregorio IX la questione. Antonio, chiamato a farne parte dovette partire nuovamente per Roma. Gregorio IX prese la sua decisione da lì a pochi mesi, promulgando il 28 settembre la bolla Quia elongati.
Tornato ad Assisi, Antonio accusò diversi disturbi: chiese ed ottenne d'essere sollevato dall'incarico di ministro provinciale. Si ritirò a Padova, dove gli succedette come superiore provinciale il pisano fra Alberto.

Ritorno alle origini: la predicazione
Terminò la stesura del secondo volume dei Sermoni che gli era stato commissionato dal cardinale Rinaldo Conti che diverrà Alessandro IV. Privilegiò poi la predicazione e il confessionale; in questo senso la quaresima del 1231 fu il suo testamento spirituale.
Antonio predicò in favore dei poveri e delle vittime dell'usura:
«Razza maledetta, sono cresciuti forti e innumerevoli sulla terra, e hanno denti di leone. L'usuraio non rispetta né il Signore, né gli uomini; ha i denti sempre in moto, intento a rapinare, maciullare e inghiottire i beni dei poveri, degli orfani e delle vedove… E guarda che mani osano fare elemosina, mani grondanti del sangue dei poveri. Vi sono usurai che esercitano la loro professione di nascosto; altri apertamente, ma non in grande stile, onde sembrare misericordiosi; altri, infine, perfidi, disperati, lo sono apertissimamente e fanno il loro mestiere alla luce del sole»
Il linguaggio della sua predicazione, che in buona parte ci è stata tramandata, era semplice e diretto:
«La natura ci genera poveri, nudi si viene al mondo, nudi si muore. È stata la malizia che ha creato i ricchi, e chi brama diventare ricco inciampa nella trappola tesa dal demonio.»

Il testamento di Antonio: la quaresima del 1231
Durante la Quaresima dal 6 febbraio al 23 marzo 1231, la sua predicazione fu una novità per quei tempi; secondo l'Assidua gli venne assegnato un gruppo di guardie del corpo, che formassero un cordone di sicurezza tra lui e la folla.
Il 15 marzo 1231 fu modificata la legge sui debiti: «su istanza del venerabile fratello il beato Antonio, confessore dell'ordine dei frati minori» il podestà di Padova Stefano Badoer stabilì che il debitore insolvente senza colpa, una volta ceduti in contropartita i propri beni, non venisse più imprigionato né esiliato.

La fine
La Quaresima e la predicazione avevano fiaccato Antonio, che in diverse occasioni aveva dovuto farsi portare a braccia sul pulpito. Afflitto dall'idropisia e dall'asma tanto da non poter più camminare, acconsentì a ritirarsi per una convalescenza nel convento di Santa Maria Mater Domini. Il suo riposo, tuttavia, si dovette bruscamente interrompere. Spadroneggiava a quel tempo, tra Verona e Vicenza, Ezzelino III da Romano, emissario dell'imperatore Federico II contro i liberi Comuni. Riuscito a farsi eleggere Podestà di Verona, città guidata dai conti di Sambonifacio, aveva intrecciato con loro un doppio matrimonio: lui con Zilia, sorella del conte Rizzardo, e questi con sua sorella Cunizza. Una volta ottenuto il potere, passò sopra i legami di parentela e ruppe l'alleanza con i Sambonifacio, mandando in carcere il cognato. Alcuni cavalieri del conte Rizzardo ripararono a Padova e da lì cercarono di organizzarne la liberazione. Verso la fine di maggio Antonio partì alla volta di Verona, per ottenere da Ezzelino la grazia per il conte Rizzardo; non riuscì ad ottenere nulla. Ezzelino fu irremovibile, anzi risparmiò ad Antonio la sorte del conte Rizzardo soltanto per rispetto dell'abito che portava.
Nel mese di giugno del 1231, pochi giorni prima della morte, Sant'Antonio soggiornò a Camposampiero, invitato dal conte Tiso per un periodo di meditazione e riposo nel piccolo romitorio nei pressi del castello. La tradizione vuole che qui si ebbe la famosa predica del Noce e dove ebbe la visione del Bambino Gesù, nella celletta dove si ritirava per la preghiera ed il riposto. Il 13 giugno 1231 si sentì mancare e, compreso che non gli restava molto da vivere, chiese d'essere riportato a Padova dove desiderava morire. Fu riportato verso Padova su un carro agricolo trainato da buoi (i venti chilometri della strada romana oggi sono chiamati via "del Santo"). In vista delle mura la comitiva incontrò frate Vinotto che, viste le condizioni del moribondo, consigliò di fermarsi all'Arcella, nell'ospizio accanto al monastero delle Clarisse dove sarebbe stato al sicuro dalle "sante intemperanze" della folla quando si fosse sparsa la notizia della morte. I confratelli temevano che la folla si precipitasse sul carro per toccare il corpo del Santo.
Al convento i confratelli adagiarono Antonio per terra. Ricevuta l'estrema unzione, ascoltò i confratelli cantare l'inno mariano da lui prediletto,"O gloriosa Domina"; quindi, pronunciate, secondo quanto riferito dall'Assidua, le parole Video Dominum meum (Vedo il mio Signore), morì. Aveva 36 anni.

La disputa per la sepoltura
La notizia della morte di Antonio si diffuse rapidamente e quel che temeva padre Vinotto s'avverò. Le reliquie di un Santo erano viste come portatrici, oltre che di vantaggi spirituali e miracoli, di prosperità sicura in tempi di pellegrinaggi e di fede diffusa. Gli abitanti di Capodiponte, nella cui giurisdizione si trovava Arcella, arrivarono per primi: «Qui è morto e qui resta»; spalleggiati dalle clarisse: «Non lo abbiamo potuto vedere da vivo, che ci resti almeno da morto».
L'indomani giunsero all'Arcella i frati di Santa Maria Mater Domini per traslare la salma, ma furono affrontati, armi in pugno, dagli uomini più giovani di Capodiponte. Ogni forma di dialogo pacato risultò inutile, sicché i frati rientrarono a Padova dove si rivolsero al Vescovo. Questi, saputo che Antonio aveva espresso precisa volontà di morire in città, nel suo convento, diede loro ragione e incaricò il Podestà di sedare gli animi, anche con la forza, se necessario. L'uso della forza non si rese necessario e il 17 giugno, all'Arcella, si svolse la cerimonia funebre.

Il culto
La Chiesa nella persona del papa Gregorio IX, in considerazione della mole di miracoli attribuitagli, lo canonizzò dopo solo un anno dalla morte. Pio XII, che nel 1946 ha innalzato sant'Antonio tra i Dottori della Chiesa cattolica, gli ha conferito il titolo di Doctor Evangelicus, in quanto nei suoi scritti e nelle prediche che ci sono giunte era solito sostenere le sue affermazioni con citazioni del Vangelo.
Gli fu dedicata la grande Basilica di Padova; sia la basilica che Sant'Antonio vengono comunemente chiamati in città "Il Santo". La sua data di nascita ci è stata tramandata dalla tradizione, e la sua festa cade il 13 giugno, giorno della sua morte e della sua nascita in cielo; a Padova, in occasione della ricorrenza, si svolge un'imponente celebrazione con una grande e sentita processione.
Fin dal giorno dei funerali la tomba di Antonio divenne meta di pellegrinaggi che durarono per giorni. Devoti di ogni condizione sociale sfilavano davanti alla sua tomba toccando il sarcofago e chiedendo miracoli, grazie e guarigioni. A causa della folla le autorità decisero di disciplinare il flusso e tutta Padova – si legge nell'Assidua –«nei giorni prefissati veniva in processione a piedi nudi», anche di notte.
In quel periodo furono attribuiti alla sua intercessione molti miracoli e, «a furor di popolo», il vescovo e il podestà li sottoposero al giudizio del Papa.
Papa Gregorio IX, che conosceva Antonio, avendo assistito alle sue prediche, accolse gli ambasciatori padovani e nominò una commissione di periti, presieduta dal vescovo di Padova, per raccogliere le testimonianze e le prove documentarie utili al processo di canonizzazione.
Secondo l'Assidua la commissione fu sommersa a Padova «da una gran folla, accorsa per deporre con le prove della verità, di essere stata liberata da svariate sciagure grazie ai meriti gloriosi del beato Antonio». Il Vescovo ascoltò «le deposizioni confermate con giuramento», mise per iscritto i «miracoli» approvati e promosse le indagini necessarie. Completato l'esame diocesano, inviò al Papa una seconda delegazione. A Roma l'istruttoria fu assegnata al cardinale Giovanni d'Abbeville, che in pochi mesi esaurì il compito assegnatogli.
Fu Gregorio IX stesso che pose fine al processo quando tagliò ogni ritrosia rimasta fissando al 30 maggio, festa di Pentecoste, la cerimonia ufficiale di canonizzazione e che inviò per questo una Bolla ai fedeli e al podestà di Padova. Nella Cattedrale di Spoleto, Gregorio IX ascoltò la lettura dei cinquantatré miracoli approvati e, dopo il canto del Te Deum, proclamò solennemente e ufficialmente santo frate Antonio, fissandone la festa liturgica nel giorno anniversario della sua nascita in cielo, il 13 giugno. I fedeli poterono festeggiare Antonio come santo esattamente un anno dopo la sua morte.
Per l'afflusso di pellegrini che affluiva a Padova sulla tomba, si iniziò la costruzione di una chiesa più capiente che fu terminata nel 1240. Nel 1263 il Ministro Generale dei francescani, Bonaventura da Bagnoregio, fece traslare la salma di Antonio di Padova nella nuova basilica. Si narra che durante l'ispezione prima del trasporto dei resti mortali, sarebbe stata rinvenuta la lingua intatta e rosea come fosse viva. Ogni anno, ancora oggi, i frati Antoniani in Padova ricordano quel ritrovamento.
Ancora oggi sono milioni le persone che annualmente visitano la sua tomba nella Basilica di Padova, e la maggior parte di queste persone porta nell'animo una profonda venerazione per questo grande frate francescano.

La denominazione
Sebbene "il Santo" venga comunemente chiamato "Sant'Antonio da Padova", questa denominazione non indica la sua originaria provenienza poiché egli era nato e cresciuto nel Portogallo. Il suo nome viene affiancato alla città di Padova perché qui ha avuto luogo la sua attività più significativa. Tra l'altro è usanza che i frati prendano il nome di provenienza dal convento a cui appartengono, quindi in questo senso è corretto riferirsi a Sant'Antonio di Padova (nel senso di appartenenza) ma non da Padova. Soltanto in Portogallo egli è chiamato comunemente Santo António de Lisboa, ovvero "Sant'Antonio da Lisbona", sua città natale.

▪ 1965 - Martin Mordechai Buber (Vienna, 8 febbraio 1878 – Gerusalemme, 13 giugno 1965) è stato un filosofo, teologo e pedagogista austriaco naturalizzato israeliano.
Si deve a lui l'emersione alla cultura europea del movimento hassidim, ma soprattutto a lui si deve l'idea che la vita è fondamentalmente non soggettività, bensì intersoggettività, anzi per Buber soggetto e intersoggettività sono sincronicamente complementari e ne era talmente convinto che non esitò ad affermare: "In principio è la relazione".

La giovinezza
Buber nacque in una famiglia viennese di ebrei assimilati.
Trascorse l'infanzia, dopo il divorzio dei genitori, a Leopoli (allora Lemberg, nella Galizia asburgica, oggi L'vov, in Ukraina), presso suo nonno Salomon, uomo d'affari ma soprattutto famoso erudito nella tradizione e nella letteratura ebraiche.
Nella sua prima educazione ebbero grande parte le lingue: in casa si parlava yiddish e tedesco, imparò l'ebraico (lingua della religione) e il francese (lingua della borghesia colta europea dell'epoca), e anche l'inglese e l'italiano, già nell'infanzia, e il polacco durante gli studi superiori.
Nel 1892, anche a seguito di una crisi religiosa adolescenziale, fece ritorno all'ambiente laico della casa paterna. Durante questo periodo scoprì Kant, Kierkegaard e Nietzsche.
Nel 1896 intraprese a Vienna studi di filosofia, filologia e storia dell'arte, continuando poi a studiare a Lipsia e a Zurigo.

La maturità

Nel 1898 aderì al neonato movimento sionista e ne divenne un membro attivo ed impegnato, pur discostandosi rapidamente dalle posizioni del suo fondatore Theodor Herzl, dal quale lo divideva la convinzione che le ragioni del sionismo fossero piuttosto culturali e religiose, che nazionalistiche e politiche.
Nel 1899 incontrò Paula Winkler, giovane intellettuale cattolica che si sarebbe successivamente convertita all'ebraismo, che divenne sua moglie e la madre dei suoi due figli, nati nel 1900 e nel 1901, e collaborò anche al suo lavoro.
Nel 1902 partecipò alla pubblicazione del giornale sionista Die Welt, che divenne il principale mezzo di comunicazione del movimento.
Nel 1904 pubblicò la sua tesi, Beiträge zur Geschichte des Individuationsproblems (Contributi alla storia del problemi dell'individuazione). In quel periodo soggiornò a Firenze per due anni.
Negli stessi anni si era interessato alle filosofie mistiche rinascimentali (Böhme, Cusano, Paracelso), reincontrando in questo percorso il chassidismo della sua infanzia e dedicandosi attivamente alla raccolta e alla traduzione dei sui documenti.

Da questi studi nacque la pubblicazione delle Storie di Rabbi Nahman, raccolta di racconti sul Rabbi Nahman di Breslavia, grande figura del chassidismo di cui Buber cerca di rinnovare il messaggio e l'importanza (1906) e delle Storie del Baalshem (La leggenda del Baal Shem Tov), fondatore del Chassidismo (1908).
Tra il 1910 e il 1914 si dedicò in particolare a studi mitologici e all'edizione di testi mistici. Nel 1916 lasciò Berlino per Heppenheim.
Durante la prima guerra mondiale partecipò alla creazione della Commissione Nazionale Ebraica, finalizzata a migliorare le condizioni di vita degli ebrei dell'Europa orientale, e divenne redattore del mensile Der Jude, che cessò le pubblicazioni nel 1924.
Nel 1921 Buber incontra Franz Rosenzweig che diviene una delle sue grandi figure di riferimento, con il quale comincia a collaborare per il Freies Jüdisches Lehrhaus ed inizia, nel 1925 l'opera che lo accompagnerà per il resto della vita, cioè la traduzione della Bibbia ebraica in tedesco. Si tratta, più che di una traduzione, di una trasposizione, secondo un procedimento che Rosenzweig e Buber chiamarono Verdeutschung (germanizzazione), non esitando a reinventare le regole linguistiche e grammaticali tedesche, per aderire allo spirito del testo originale.
Nel 1923 egli scrisse il suo capolavoro, “Io-tu”. Nel 1927 si recò a Pavia, presso l'Almo Collegio Borromeo, per trovare il poeta russo ed amico Venceslao Ivanov. Durante il periodo che va dal 1924 al 1933 insegnò filosofia della religione ebraica all'Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte sul Meno.

L'avvento del nazismo e il "ritorno" in Israele
Egli dovrà lasciare questa cattedra con l'avvento al potere di Hitler. D'altronde il 4 ottobre 1933 le autorità naziste gli avevano proibito di tenere qualsivoglia conferenza pubblica. Martin Buber fonda allora l'organizzazione centrale dell'educazione ebraica per adulti. Come era prevedibile i nazisti non tardarono ad impedire il funzionamento pure di questa nuova struttura. Soltanto nel 1938 Martin Buber lasciò la Germania e si trasferisce a Gerusalemme, dove gli viene offerta una cattedra di antropologia e sociologia all'università ebraica.
In Israele Buber prende rapidamente parte al dibattito sui problemi del ritorno degli ebrei in Israele, in specie per la convivenza con la popolazione araba. Quale membro del partito Yi'houd, egli lavora per un'intesa fra ebrei ed arabi, facendosi sostenitore di uno Stato democratico binazionale. Egli non cessa tuttavia di lavorare sui propri scritti e sulla traduzione della Bibbia e sui racconti hassidim. Nel 1946 pubblica “Vie dell'Utopia”.

Gli ultimi anni
Al termine della Seconda guerra mondiale Martin Buber intraprende un giro di conferenze in Europa e negli Stati Uniti. Significativo al riguardo il ravvicinamento con gli intellettuali tedeschi. Nel 1951 riceve il premio Goethe dall'Università di Amburgo, nel 1958 (anno in cui muore la moglie Paula) il Premio Israele e, infine nel 1963, il premio Erasmus a Amsterdam.
Martin Buber si spegne, il 13 giugno 1965, nella propria abitazione di Talbiyeh, a Gerusalemme.

La sua filosofia - "Ogni vita vera è incontro"
L'essere umano, secondo Buber, è per essenza dialogo, e non si realizza senza comunicare con l'umanità, la creazione e il Creatore. L'uomo è anche, necessariamente, homo religiosus, perché l'amore dell'umanità conduce all'amore di Dio e viceversa. È quindi impensabile parlare agli uomini senza parlare a Dio, e questo avviene secondo un rapporto di reciprocità. La Presenza divina partecipa dunque a ogni incontro autentico tra gli esseri umani e abita in quelli che realizzano il vero dialogo.
Il dialogo riposa sulla reciprocità e sulla responsabilità, che esiste unicamente là dove vi è una vera risposta alla voce umana. Dialogare con l'altro significa affrontare la sua realtà e farsene carico nella vita vissuta. Il dialogo con Dio non avviene differentemente: la Sua "parola" è una presenza reale, alla quale occorre rispondere. Per Buber, la Bibbia testimonia questo dialogo tra il Creatore e le sue creature, e Dio ascolta l'uomo che addita coloro sui quali la collera divina deve abbattersi o supplica il suo Creatore di manifestare la Sua provvidenza.

Io e Tu (Ich und Du)
Nella sua opera più celebre, Martin Buber sottolinea la propensione duplice verso il mondo: la relazione Io-Tu e la relazione Io-esso.
Né l'Io, né il Tu vivono separatamente, ma essi esistono nel contesto Io-Tu, antecedente la sfera dell'Io e la sfera del Tu. Così, né l'Io né il esso esistono separatamente, ma esistono unicamente nel contesto Io-esso. La relazione Io-Tu è assoluta solo rispetto a Dio - il Tu eterno - e non può essere pienamente realizzato negli altri domini dell'esistenza, comprese le relazioni umane, dove sovente Io-Tu fa posto all'Io-esso (Io-Tu o Io-esso non dipendono dalla natura dell'oggetto, ma dal rapporto che il soggetto istituisce con l'oggetto). L'essere umano non può trasfigurarsi ed accedere a una dimensione di vita autentica senza entrare nella relazione Io-Tu, confermando così l'alterità dell'altro, che comporta un impegno totale: “La prima parola Io-Tu non può essere detta se non dall'essere tutto intero, invece la parola Io-esso non può mai essere detta con tutto l'essere”. Io e Tu sono due esseri sovrani, l'uno non cerca di condizionare l'altro né di utilizzarlo.
Secondo Buber l'uomo può vivere senza dialogo, ma chi non ha mai incontrato un Tu non è pienamente un essere umano. Tuttavia, chi si addentra nell'universo del dialogo assume un rischio considerevole dal momento che la relazione Io-Tu esige un'apertura totale dell'Io, esponendosi quindi anche al rischio del rifiuto e al rigetto totale.

La realtà soggettiva dell'Io-Tu si radica nel dialogo, mentre il rapporto strumentale Io-esso si realizza nel monologo, che trasforma il mondo e l'essere umano stesso in oggetto. Nel piano del monologo l'altro è reificato - è percepito e utilizzato - diversamente dal piano del dialogo, dove è incontrato, riconosciuto e nominato come essere singolare. Per qualificare il monologo Buber parla di Erfahrung (una esperienza “superficiale” degli attributi esteriori dell'altro) o di Erlebnis (una esperienza interiore insignificante) che si oppone a Beziehung - la relazione autentica che interviene tra due esseri umani.

Lo "stretto spartiacque"
Queste convinzioni si oppongono tanto all'individualismo, dove l'altro non è percepito che in rapporto a se stessi, quanto alla prospettiva collettivista, dove l'individuo è occultato a vantaggio della società.

Vi è chi ha utilizzato questa idea per spiegare il passo biblico della “dispersione delle lingue”: nessun individuo è nominato, perché la lingua unica conosce una voce unica. Babele vive intera sotto lo stivale di un dirigente che ha una sola idea: uguagliare Dio. Ma è Questi dunque a intervenire facendo nascere il sentimento dell'essere intero, non reificato.

Per Buber una persona non può vivere nel senso pieno della parola se non si trova nella sfera interumana: “Sullo stretto spartiacque dove l'Io e il Tu si incontrano, nella zona intermediaria”, che è una realtà esistenziale - un evento ontico che avviene realmente tra due esseri umani.

Il volto dell'Altro e il volto di Dio
Il pensiero in Buber con la sua concezione che afferma l'essenza della vita come relazione per cui non si dà una soggettività che non sia simultaneamente intersoggettività sembra muoversi verso una concezione unitaria dell'essere, tuttavia questa direzione del suo pensiero si ferma proprio là quando si tratta di affrontare le due realtà, quella umana e quella divina trattate sino ad oggi come appartenenti a due ordini differenti. Egli infatti nel ribadire come nell'unità dialogica, la "coppia Io-Tu", il volto dell'Altro rimanda sì al volto di Dio ma non è comunque il volto di Dio mantiene l'insanabile frattura tra la realtà mondana e la realtà divina come separazione insuperabile. In questa maniera ancora una volta nel ribadire l'ormai conquistata consustanzialità dell'umano con il divino ci si ferma di fronte alla prospettiva futura della identicità totale tra l'uomo e dio che dissolverebbe ogni schizofrenia tra mondo trascendente e mondo immanente. Questo ovviamente non si può imputare all'uomo Buber che in quanto filosofo si limita a registrare le conquiste della specie sul piano del pensiero ma va imputato all'evoluzione stessa della relazione, vale a dire che i tempi dell'evoluzione della relazione non erano ancora maturi per un simile passo. Le conseguenze di questa sua visione sul piano pratico sono state il suo impegno nella nuova entità statale di Israele verso un modello di socialismo altro da quello realizzato dal marxismo nella russia sovietica.

Le opere in italiano
▪ Sette discorsi sull'ebraismo, tr. Dante Lattes e Mosè Belinson, Firenze: Israel, 1923; Assisi-Roma: Carucci, 1976 (ed. con prefazione di Clara Levi Coen); n. ed. come Discorsi sull'ebraismo, Milano: Gribaudi, 1996
▪ La leggenda del Baal-Shem, tr. Dante Lattes e Mosè Beilinson, Firenze: Israel, 1925; Assisi-Roma: Carucci, 1978; Milano: Gribaudi, 1995 (ed. con presentazione di Enzo Bianchi)
▪ Il principio dialogico, tr. Paolo Facchi e Ursula Schnabel, Milano: Comunità, 1959; n. ed. Il principio dialogico e altri saggi, a cura di Andrea Poma, tr. Anna Maria Pastore, Cinisello Balsamo: San Paolo, 1993
▪ L'eclissi di Dio. Considerazioni sul rapporto tra religione e filosofia, tr. Ursula Schnabel, Milano: Comunità, 1961; Milano: Mondadori, 1990 (ed. con introduzione di Sergio Quinzio); Firenze: Passigli, 2001
▪ I racconti dei Chassidim, tr. Gabriella Bemporad, Milano: Longanesi 1962; Milano: Garzanti, 1979 (ed. con introduzione di Furio Jesi); Parma: Guanda, 1992
▪ Israele: un popolo e un paese, tr. Paolo Gonnelli, Milano: Garzanti, 1964; n.ed. come Sion. La storia di un'idea, con una nota introduttiva di Andrea Poma, Genova: Marietti 1987
▪ Gog e Magog, tr. Silvia Heimpel-Colorni, Milano: Bompiani, 1964; Vicenza: Neri Pozza, 1999
▪ Immagini del bene e del male, tr. Amerigo Guadagnin, Milano: Comunità 1965; n.ed. come L'uomo tra il bene e il male, tr. Roberto Tonetti, a cura di Cornelia Muth, Milano: Gribaudi, 2003
▪ Sentieri in utopia, tr. Amerigo Guadagnin, Milano: Comunità, 1967
▪ Il problema dell'uomo, tr. Fabio Sante Pignagnoli, Bologna: Pàtron 1972; Leumann: Ldc, 1983 (ed. con introduzione di Armido Rizzi)
▪ Mosè, tr. Piera Di Segni, introduzione di Pier Cesare Bori, Casale Monferrato: Marietti 1983
▪ Confessioni estatiche, tr. Cinzia Romani (con un saggio di), Milano: Adelphi, 1987
▪ La fede dei profeti, tr. Andrea Poma, Casale Monferrato: Marietti 1987; Genova: Marietti, 2000
▪ La regalità di Dio, tr. Michele Fiorillo, prefazione di Jan Alberto Soggin, Genova: Marietti, 1989
▪ Il cammino dell'uomo secondo l'insegnamento chassidico, tr. Gianfranco Bonola, prefazione di Enzo Bianchi, Magnano: Qiqajon, 1990
▪ La saggezza dell'uomo, a cura di Armido Rizzi, Leumann: Ldc, 1990
▪ L'io e il tu, tr. Anna Maria Pastore, Pavia: Irsef, 1991 (estratto da Il principio dialogico e altri saggi cit.)
▪ Incontro. Frammenti autobiografici, tr. Agnese Franceschini, introduzione di David Bidussa, Roma: Città nuova 1991
▪ Due tipi di fede: fede ebraica e fede cristiana, tr. Sergio Sorrentino, postfazione di David Flusser, Cinisello Balsamo: Paoline, 1995
▪ Le storie di Rabbi Nachman, tr. Maria Luisa Milazzo, Milano: Guanda, 1995; Milano: TEA, 1999
▪ Profezia e politica. Sette saggi, tr. Lucia Velardi, a cura di Francesco Morra, Roma: Città nuova, 1996
▪ Racconti chassidici. I dieci gradini della saggezza, Como: Red 1997
▪ Elia (con Elie Wiesel), tr. Teresa Franzosi e Daniel Vogelmann, presentazione di Paolo De Benedetti, Milano: Gribaudi, 1998
▪ Il cammino del giusto. Riflessioni s alcuni Salmi, tr. Teresa Franzosi, presentazione di Gianfranco Ravasi, Milano: Gribaudi, 1999
▪ Racconti di angeli e demoni, tr. Vincenzo Noja, presentazione di Paolo De Benedetti, Milano: Gribaudi, 2000
▪ La modernità della Parola: lettere scelte 1918-38, tr. (e introduzione di) Francesca Albertini, Firenze: Giuntina, 2000
▪ Le parole di un incontro, a cura di Stefan Liesenfeld, tr. Lucia Velardi, Roma: Città nuova, 2000
▪ Beato l'uomo che ha trovato la saggezza. Meditazioni per ogni giorno, a cura di Dietrich Steinwede, tr. Roberto Tonetti, Milano: Gribaudi, 2001
▪ Daniel. Cinque dialoghi estatici, tr. Francesca Albertini, Firenze: Giuntina, 2003
▪ Logos. Due discorsi sul linguaggio, tr. Donatella Di Cesare, Roma: Città nuova, 2003
▪ Parola e scrittura. Per una nuova versione tedesca, a cura di Nunzio Bombaci, Roma: Aracne, 2007
▪ Una terra e due popoli: sulla questione ebraico-araba, a cura di Paul Mendes-Flohr, tr. Irene Kajon e Paolo Piccolella, Firenze: Giuntina, 2007
▪ La passione credente dell'ebreo, a cura di Nunzio Bombaci, Brescia: Morcelliana, 2007
▪ Storie e leggende chassidiche, a cura di Andreina Lavagetto, cronologia di Massimiliano De Villa, Milano: Mondadori, 2009
* Le storie di Rabbi Nachman (tr. di Maria Luisa Milazzo rivista da Andreina Lavagetto)
* La leggenda del Baalschem (tr. Andreina Lavagetto)
* La mia via al chassidismo: ricordi (tr. Andreina Lavagetto)
* I racconti dei chassidim (tr. Gabriella Bemporad)
* Esposizione del chassidismo (tr. Elena Broseghini)
* Discorsi sull'educazione, a cura di Anna Aiuffi Pentini, Roma: Armando, 2009

▪ 1981 - Alfredo Rampi, detto Alfredino per la sua giovane età (Roma, 11 aprile 1975 – Vermicino, 13 giugno 1981), è stato il protagonista di un tragico fatto di cronaca dei primi anni ottanta: mercoledì 10 giugno 1981, alle 19, cadde in un pozzo artesiano largo 28 cm e profondo 80 metri in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino Frascati, situata lungo la via di Vermicino, che collega Roma sud a Frascati nord.
I soccorritori cercarono con grandi sforzi di salvarlo: si pensò che Alfredino fosse bloccato a 36 metri di profondità, ma la creazione di un tunnel parallelo non si rivelò risolutiva, in quanto il bambino sprofondò giù per altri 30 metri. Il dramma fu seguito tramite una diretta televisiva non stop lunga 18 ore a reti RAI unificate. L'Italia intera rimase in ansia a seguire l'evolversi della situazione: si stimò che più di 21 milioni di persone avessero seguito alla televisione la straziante vicenda.
Sul luogo si portò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un coraggioso volontario, Angelo Licheri, (di professione tipografo) si fece calare nel pozzo, perché piccolo di statura e molto magro. Riuscì ad avvicinarsi al bambino, tentò di allacciargli l'imbragatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l'imbragatura si aprì; tentò quindi di prenderlo per le braccia, ma purtroppo il bambino scivolò ancora più in profondità. In tutto, Licheri rimase a testa in giù 45 minuti.
Man mano che passavano le ore la voce del bambino, raggiunto da un microfono, giungeva sempre più flebile. Il bambino, probabilmente ferito dalle cadute, morì verso le ore 6:30 del 13 giugno dopo che un altro volontario, Donato Caruso, provò come Licheri ad imbragare il bambino e fu in quel momento che quest'ultimo si accorse che Alfredino era ormai spirato. Il corpo fu recuperato l'11 luglio, ben 28 giorni dopo la sua morte.
In seguito la madre, Franca Rampi, fondò il "Centro Rampi" che si occupa di Protezione Civile e minori.

▪ 2005 - Giuseppe Colombo (Albiate, 30 settembre 1923 – Venegono Inferiore, 13 giugno 2005) è stato un presbitero e teologo italiano.
Giuseppe Colombo (detto familiarmente don Pino) fu ordinato sacerdote dal card. Alfredo Ildefonso Schuster il 22 maggio 1948.
Conseguì la laurea in teologia nel 1955, con la tesi Natura e soprannaturale nella filosofia di Maurice Blondel (il soprannaturale nella teologia contemporanea).

Incarichi
Dal 1956 fu insegnante presso il Seminario Arcivescovile di Milano, nella sede di Venegono Inferiore, dove risiedette sino al termine della vita.
Come collaboratore di mons. Carlo Colombo lavorò alla costituzione della nuova Facoltà Teologica Interregionale (poi Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale), inaugurata ufficialmente il 7 marzo 1968 dal card. Giovanni Colombo. Dal 1972 al 1998 tenne il corso di Metodologia teologica. Dal 1971 al 1980 fu Vice-Preside; dal 1985 al 1993 Preside della Facoltà. Dal 1998 al 2003 insegnò Storia della teologia contemporanea.
Fu tra i fondatori della rivista Teologia (il cui primo numero uscì nel 1976), organo ufficiale della Facoltà Teologica.
Fu socio fondatore della Associazione Teologica Italiana, membro della Commissione Teologica Internazionale dal 1980 al 1997. Dal 1986 fu Presidente della Fondazione Ambrosiana Paolo VI.