Il calendario del 12 Luglio

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1184 - Papa Lucio III consacra solennemente il Duomo di Modena (fondato nel 1099) insigne capolavoro dell'Arte Romanica, casa del Patrono della città il Vescovo San Geminiano

▪ 1191 - Riccardo I conquista la città di S. Giovanni d'Acri durante la Terza Crociata

▪ 1215 - Federico II viene nuovamente incoronato imperatore del Sacro Romano Impero ad Aquisgrana dopo la sconfitta di Ottone IV

▪ 1293 - Con la Pace di Fucecchio vengono ridisegnati i confini delle repubbliche toscane

▪ 1490 - I turchi conquistano l'isola greca di Eubea (allora Negroponte), strappandola alla Repubblica di Venezia

▪ 1555 - Papa Paolo IV istituisce il primo ghetto ebraico a Roma dopo la pubblicazione della Bolla Cum nimis absurdum.

▪ 1690 - L'esercito di Guglielmo di Orange vince la Battaglia del Boyne, come calcolato dal Calendario Gregoriano

▪ 1759 - I cannoni britannici iniziano a sparare sui francesi a Quebec, da Lévis (Quebec)

▪ 1790 - Viene redatta in Francia la Costituzione civile del clero

▪ 1812 - Gli Stati Uniti invadono il Canada a Windsor (Ontario)

▪ 1862 - Il Congresso statunitense istituisce la Medaglia d'Onore

▪ 1903 - Viene aperta al pubblico per la prima volta Villa Borghese

▪ 1920 - Vilnius viene riconosciuta come capitale della Lituania

▪ 1921 - Si conclude a Mosca il terzo congresso dell'Internazionale Comunista

▪ 1928 - Re Vittorio Emanuele III inaugura il Monumento alla Vittoria di Bolzano

▪ 1935 - Viene firmato l'armistizio tra Paraguay e Bolivia che mette fine alla Guerra del Chaco

▪ 1944 - al poligono di tiro di Cibeno (Carpi), 67 internati politici del Campo di concentramento di Fossoli (MO) furono fucilati dalle SS

▪ 1950 - Con la firma del cessate il fuoco, termina dopo 7 anni la guerra d'Indocina

▪ 1956 - Viene posata la prima pietra del Grattacielo Pirelli

▪ 1962 - Esordio ufficiale dei Rolling Stones, avvenuto al Marquee Club di Londra

▪ 1963 - Grazie al decreto legge n. 930, il Marsala è il primo vino italiano a ricevere il riconoscimento DOC

▪ 1967 - Quattro giorni di rivolte razziali iniziano a Newark (New Jersey) costeranno 27 vittime

▪ 1975 - São Tomé e Príncipe dichiara l'indipendenza dal Portogallo

▪ 1980 - Si conclude il primo viaggio apostolico di papa Giovanni Paolo II in America Latina

▪ 1984 - Un aereo delle forze aeree statunitensi precipita dei pressi di Lentini in Sicilia

▪ 1986 - Viene registrato allo stadio di Wembley il doppio CD live dei Queen Live at Wembley '86

▪ 1988 - Viene lanciato Phobos 2, ultima missione sovietica esplorativa di Marte prima dello scioglimento dell'URSS

▪ 1991 - Viene fondato in Italia il partito dell'Amore

▪ 1993 - Un terremoto di magnitudine 7,8 della scala Richter al largo della costa di Hokkaidō, in Giappone crea un devastante tsunami, che uccide 202 persone sull'isola di Okushiri

▪ 1994

  1. - Con un referendum l'Austria conferma l'adesione all'UE.
  2. - In seguito ai risultati delle elezioni politiche, si dimette l'intero consiglio di amministrazione della RAI

▪ 2000 - Viene fondato a Firenze il Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale Nuovo MSI

▪ 2001 - Yohannes Haile-Selassie e Giday WoldeGabriel dell'Università di California Berkeley annunciano, dalle pagine della rivista Nature, di aver trovato i resti fossili di Ardipithecus kadabba, i cui resti sono fra i più antichi ritrovati: sono datati quasi 6 milioni di anni fa

▪ 2002 - Diritti dei gay: La corte superiore dell'Ontario ordina all'Ontario di riconoscere i matrimoni omosessuali

▪ 2005 - Alberto II di Monaco presta giuramento e diventa il nuovo principe di Monaco.

▪ 2006 - Hezbollah, con l'"Operazione Giusta Ricompensa" dà inizio alla seconda guerra israelo-libanese.

Anniversari

▪ 1073 - San Giovanni Gualberto Visdomini (Tavarnelle Val di Pesa, 995 – Abbazia di San Michele Arcangelo a Passignano, 12 luglio 1073) è stato un monaco italiano, fondatore dei Vallombrosani.
Giovanni, figlio di Gualberto, nacque probabilmente a Firenze o secondo altre fonti nel castello oggi Villa di Poggio Petroio, in Val di Pesa, intorno all'anno mille dalla nobile famiglia dei Visdomini. Suo fratello Ugo venne assassinato e secondo i costumi del tempo Giovanni fu chiamato a vendicarne la morte con l'uccisione del rivale. La vendetta si doveva consumare fuori porta San Miniato a Firenze, ma secondo la leggenda agiografica, il suo avversario si inginocchiò e messo le braccia in forma di croce invocò pietà. Giovanni gettò la spada e concesse il perdono.
A quel punto Giovanni, secondo la tradizione, andò nel Monastero di San Miniato in preghiera e il crocifisso lì presente avrebbe fatto segno, con il capo, di approvazione. Dopodiché Giovanni si ritirò all'interno del monastero benedettino annesso. Una volta diventato monaco il suo impegno si diresse a difendere la Chiesa dalla simonia e dal nicolaismo. Suoi primi avversari furono il suo stesso abate, Oberto, e il vescovo di Firenze, Pietro Mezzabarba, entrambi simoniaci. Non essendo incline ai compromessi e non riuscendo ad allontanarli dalla città preferì ritirarsi in solitudine. Nel 1036 dopo varie peregrinazioni insieme ad alcuni monaci giunse a Vallombrosa, conosciuta allora come Acquabella.
Nonostante la solitudine però il suo ideale monastico rimaneva quello cenobitico, com'è presentato dalla Regola benedettina. Ma a Vallombrosa la Regola fu applicata in una forma inedita. I monaci, con la preghiera, si preparavano all'intervento diretto con gli affari di Firenze. Qui il loro antagonista era sempre il vescovo Pietro Mezzabarba. La vittoria dei monaci avvenne sia grazie all'appoggio del partito della riforma sia grazie alla leggenda dell'ordalia (giudizio di Dio) di Badia a Settimo. Qui il monaco Pietro avrebbe attraversato indenne il fuoco dimostrando il favore divino e per questo fu detto "Igneo". Dopo l'approvazione papale, i vallombrosani conobbero un periodo di grande crescita.
Giovanni Gualberto morì nella Badia di Passignano, un monastero che aveva accettato la sua Regola, e dove si conservano le sue reliquie dentro un magnifico sarcofago scolpito da Benedetto da Rovezzano. Fu canonizzato nel 1193 da papa Celestino III; nel 1951 papa Pio XII lo dichiarò patrono dei Forestali d'Italia e nel 1957 patrono dei Forestali del Brasile.

▪ 1536 - Erasmo da Rotterdam, nome latinizzato di Geert Geertsz (Rotterdam, 27 o 28 ottobre 1466 – Basilea, 12 luglio 1536), è stato un teologo, umanista e filosofo olandese.
Firmò i suoi scritti con lo pseudonimo di Desiderius Erasmus. La sua opera più conosciuta è l'Elogio della follia.
È il maggiore esponente del movimento dell'Umanesimo cristiano.

L'infanzia
Le informazioni sulla famiglia e sulla sua giovinezza si deducono solo da vaghi indizi nei suoi scritti: Erasmo nacque probabilmente a Rotterdam, anche se scoperte recenti suggeriscono che fosse nato in realtà a Gouda, sempre in Olanda. Malgrado sia spesso associato con Rotterdam, Erasmo visse in questa città soltanto la primissima infanzia e non vi tornò mai più.
L'anno di nascita non risulta da documenti certi e potrebbe anche essere il 1466 (alcune fonti indicano il 1469). Figlio illegittimo di un prete, tale Roger Gerard. Poco è noto della madre, oltre al fatto che si chiamasse Margherita e che fosse la figlia di un medico.
Malgrado fosse figlio illegittimo, i genitori di Erasmo lo accudirono fino alla loro morte precoce, causata dalla peste nel 1483, e gli permisero di ricevere la migliore educazione possibile per un giovane dell’epoca in una serie di scuole monastiche o semimonastiche. Erasmo frequentò infatti le severe scuole monastiche di Deventer e 's Hertogenbosch.

La giovinezza
Nel 1487, durante la sua giovinezza, mentre era nel convento di Emmaus nei pressi di Gouda, Erasmo si legò intensamente a Servatius Rogerus, di poco più giovane. Il legame sentito da Erasmo era molto intenso e egli arrivò a definirlo "metà della mia anima".
Nel 1492 fu ordinato prete e prese i voti monastici nell'ordine agostiniano a Steyn. Tuttavia Erasmo non fu mai attivo come sacerdote, anzi con il passare del tempo il monachesimo sarebbe stato uno degli obiettivi principali della sua critica alla Chiesa.
La sua permanenza a Steyn, quindi, fu breve e subito dopo l’ordinazione ebbe l’opportunità di lasciare il monastero, perché gli fu offerto - in virtù delle sue ottime conoscenze della lingua latina e della sua reputazione come uomo di lettere - il posto di segretario del vescovo di Cambrai, Henry of Bergen.
Nel 1495, con il consenso del vescovo e da questi stipendiato, si recò a studiare presso l’Università di Parigi allora la sede principale dell’insegnamento scolastico insegnato, però, già sotto l’influenza della rinascita della cultura classica proveniente dall’Italia rinascimentale.
In seguito i centri principali del suo operare sarebbero stati la stessa Parigi, Lovanio, l’Inghilterra e la città svizzera di Basilea, ma egli non si legò mai a nessuno di questi luoghi. Trovando la vita religiosa poco congeniale al suo carattere, chiese ed ottenne di essere dispensato dagli uffici sacri.

La maturità
A partire dal 1499, effettuò viaggi in Francia, in Inghilterra ed in Italia entrando in contatto con i più importanti centri culturali, tenendovi lezioni e conferenze, e studiando gli antichi manoscritti. Tenne inoltre una fitta corrispondenza con alcuni dei personaggi più importanti del suo tempo.
Il periodo trascorso in Inghilterra gli permise di stringere amicizia con alcune delle personalità più rilevanti dell’epoca di Enrico VIII: John Colet, Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Thomas Linacre e William Grocyn. Egli insegnò greco all’Università di Cambridge e avrebbe avuto la possibilità di passare il resto dei suoi giorni insegnando. Erasmo preferiva tuttavia la vita dello studioso indipendente e evitò sempre consapevolmente ogni legame formale che potesse limitare la sua libertà intellettuale e la sua libertà di espressione.
Durante tutta la sua vita a Erasmo furono offerti incarichi prestigiosi e redditizi nel mondo accademico ma egli li rifiutò sempre, preferendo l’incertezza e quanto gli offriva – sempre a sufficienza - l’attività letteraria indipendente. Erasmo fu, ciononostante, centro del movimento letterario della sua epoca. Egli era in corrispondenza con più di cinquecento persone di rilievo del mondo letterario e politico. I suoi pareri – anche se non sempre seguiti – erano molto ricercati.
Dal 1506 al 1509 Erasmo fu in Italia. Dopo un primo periodo trascorso a Torino, dove si laureò presso la locale Università, si trasferì a Venezia (presso l’editore Aldo Manuzio), dove non ebbe particolari relazioni con il mondo accademico locale.
A Lovanio Erasmo divenne il bersaglio delle critiche di coloro che erano ostili ai principi del progresso religioso e letterario, al quale egli stava dedicando la propria vita. Erasmo cercò dunque rifugio a Basilea, dove, sotto la protezione degli svizzeri, egli poteva, circondato da amici devoti, esprimersi liberamente anche grazie alla collaborazione con l’editore Froben. Qui lo raggiungevano i molti ammiratori da tutta Europa.
La produzione letteraria di Erasmo iniziò piuttosto tardivamente, soltanto quando ritenne di maneggiare con sufficiente sicurezza il latino, e si espresse sui temi di maggior rilievo all’epoca sia in campo letterario che religioso.
La sua polemica contro alcuni aspetti della vita della Chiesa cattolica non nacque da dubbi sulla dottrina tradizionale né da ostilità verso l’organizzazione in sé della Chiesa, ma, piuttosto, da un'esigenza di purificare la dottrina stessa e di salvaguardare le istituzioni del Cristianesimo dai pericoli che le minacciavano, quali la corruzione, l'interesse di pontefici guerrieri come papa Giulio II all'ampliamento dello Stato della Chiesa, la vendita delle indulgenze, il culto smodato delle reliquie.
Come studioso cercò di liberare i metodi della scolastica dalla rigidità e dal formalismo della tradizione medievale. Egli si riteneva un predicatore della virtù, e questa convinzione lo guidò per tutta la vita mentre cercava di rigenerare l’Europa mediante una critica profonda e coraggiosa alla Chiesa cattolica. Tale convinzione rappresenta il filo conduttore di un’esistenza che, altrimenti, potrebbe sembrare piena di contraddizioni.
Tuttavia con il passare degli anni le posizioni estremiste presero il sopravvento su quelle moderate ed Erasmo si trovò sempre più in contrasto sia con le chiese riformate che con quelle cattoliche perché entrambe erano fortemente opposte alla sua visione moderata.

Erasmo e la riforma luterana
La Riforma di Martin Lutero – che tradizione vuole prenda avvio il 31 ottobre 1517 con l’affissione sulla porta della chiesa di Wittenberg, com'era uso a quel tempo, di 95 tesi in latino riguardanti il valore e l'efficacia delle indulgenze – mise a dura prova il carattere di Erasmo. Fino ad allora il mondo aveva riso della sua satira, ma pochi avevano interferito con le sue attività.
Le tensioni erano giunte a un punto tale che pochi avrebbero potuto sottrarsi al nascente dibattito, non certo Erasmo che era proprio al culmine della propria fama letteraria. Il doversi per forza schierare e la partigianeria erano contrarie sia al suo carattere sia ai suoi costumi. Nelle sue critiche rivolte alle "follie" clericali e agli eccessi della Chiesa egli aveva sempre tenuto a precisare di non volere attaccare la Chiesa come istituzione e di non essere mosso da inimicizia nei confronti del clero.
Erasmo condivideva, in effetti, molti aspetti delle critiche di Lutero alla Chiesa cattolica, ad esempio nei confronti delle indulgenze e dei formalismi esteriori del clero, come pure sulla necessità di un ritorno allo spirito originario del cristianesimo. Sarà invece il punto centrale della dottrina luterana (quello che negava l'esistenza del libero arbitrio) a tenere divisi i due personaggi. Erasmo aveva il massimo rispetto per Martin Lutero e, a sua volta, il riformatore manifestò sempre ammirazione per la superiore cultura di Erasmo. Lutero sperava di potere collaborare con Erasmo in un’opera che gli sembrava la continuazione della propria.
Erasmo, invece, declinò l’invito ad impegnarsi, affermando che se avesse seguito tale invito, avrebbe messo in pericolo la propria posizione di guida di un movimento puramente intellettuale, che riteneva essere lo scopo della propria vita. Soltanto da una posizione neutrale – riteneva Erasmo – si poteva influenzare la riforma della religione. Erasmo rifiutò dunque di cambiare confessione, ritenendo che vi fossero possibilità di una riforma anche nell’ambito delle strutture esistenti della Chiesa cattolica.
A Lutero tale scelta parve un mero rifiuto ad assumersi le proprie responsabilità motivato da mancanza di fermezza o, peggio, da codardia.
Fu allora che Erasmo – contrariamente alla sua natura – prese posizione per due volte su questioni dottrinalmente controverse.

- La prima volta fu sul tema cruciale del libero arbitrio. Nel 1524 con il suo scritto De libero arbitrio diatribe sive collatio egli satireggiò la dottrina luterana del "servo" arbitrio. In ogni caso nella sua opera egli non prende una posizione definitiva, ma ciò agli occhi dei luterani rappresentava già una colpa. In risposta Lutero nel 1525 scrisse il De Servo Arbitrio, nel quale attaccava direttamente Erasmo tanto da affermare che quest’ultimo non sarebbe stato neppure un cristiano.
Mentre la Riforma trionfava, iniziarono però anche quei disordini sociali che Erasmo temeva e che Lutero riteneva inevitabili: la guerra dei contadini, l’iconoclastia, il radicalismo che sfociò nei movimenti anabattisti in Germania e Olanda. Erasmo era felice di essersene tenuto lontano, anche se, in ambienti cattolici, lo si accusava di essere stato il fomentatore di tali discordie.
A dimostrazione della sua lontananza dalla Riforma, quando nel 1529 Basilea adottò le dottrine riformate, Erasmo si trasferì nella vicina città imperiale di Friburgo in Brisgovia, rimasta cattolica. A Friburgo egli continuò la sua instancabile attività letteraria terminando l’opera più importante dei suoi ultimi anni: l’Ecclesiaste, parafrasi dell’omonimo libro biblico (detto pure Qoelet, o il "Predicatore"), nel quale egli sostiene che la predicazione è l’unico dovere veramente importante della fede cattolica.

- La seconda grande questione alla quale Erasmo prese parte fu quella della dottrina dei sacramenti e, in particolare, del valore dell’eucaristia. Nel 1530 Erasmo pubblicò una nuova edizione del testo ortodosso risalente all'XI secolo di Algerius contro l’eretico Berengario di Tours. Ad esso aggiunse una dedica, nella quale confermava la propria fede nella dottrina cattolica della presenza reale di Cristo nell’ostia consacrata. In tal modo egli smentì gli antisacramentali guidati da Giovanni Ecolampadio di Basilea, i quali citavano Erasmo a sostegno delle loro tesi scismatiche.

Gli ultimi anni e la morte
Inviso ormai ad ambo gli schieramenti – il 19 gennaio 1543 i suoi libri sarebbero stati bruciati a Milano insieme a quelli di Lutero – Erasmo morì la notte fra l’11 e il 12 luglio 1536 a Basilea dove era tornato per controllare la pubblicazione dell’Ecclesiaste. Fu sepolto nella cattedrale ormai dedicata al culto riformato, sebbene egli fosse sempre rimasto cattolico.

La dottrina
Sebbene Erasmo fosse rimasto per tutta la vita cattolico, criticò con magistrale e caustica ironia gli eccessi presenti nella Chiesa cattolica del suo tempo, per proporre invece una philosophia Christi che si incardinasse su una religiosità interiore, sostanziata da una pratica costante della carità. Utilizzando i lavori filologici di Lorenzo Valla preparò una nuova versione greca e latina del Nuovo Testamento apprezzata tra l'altro da Lutero, nei confronti del quale tuttavia Erasmo fu protagonista di una celebre polemica sulla questione del libero arbitrio.

Il pensiero umanistico e riformatore di Erasmo
Al centro dello spirito innovatore con cui Erasmo intendeva riformare la Chiesa vi erano da un lato i valori del mondo classico, dall'altro la riscoperta del cristianesimo delle origini. Egli cercò sempre una sintesi tra queste due visioni della vita, sintesi che del resto era già al centro dei propositi dei filosofi rinascimentali e neoplatonici, come ad esempio Niccolò Cusano, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Nel tentativo di conciliare l’humanitas classica con la pietas cristiana, egli partiva comunque da posizioni meno dottrinali e più attinenti l'aspetto della condotta pratica.
In ossequio all'ideale dell’humanitas, cioè della greca "filantropia" (l'amore per l'umanità), Erasmo credeva nel rispetto della dignità dell'uomo, il cui riconoscimento passa per la concordia e la pace, da realizzare con l'uso sapiente della ragione. Richiamandosi a Seneca, Cicerone e Agostino, condannava le varie forme di violenza e di prevaricazione dei potenti sui deboli, deprecando le torture e la pena di morte.
Riguardo invece il sentimento della pietas, che per Erasmo costituisce il nucleo centrale del cristianesimo, era convinto dell'importanza di una fede radicata nell'interiorità dell'animo. Le pratiche esteriori della vita religiosa secondo Erasmo non hanno valore se non sono ricondotte alle virtù essenziali del cristiano, cioè l'umiltà, il perdono, la compassione e la pazienza. Predicò una tolleranza religiosa che facesse a meno di cacce all'eretico e di aspre contese critiche e dottrinali.
Per riformare e purificare la vita della fede, Erasmo elaborò quindi un progetto generale di riforma religiosa fondata su un'educazione culturale, volta a porre rimedio ai maggiori pericoli da lui paventati, che erano principalmente:
▪ il decadimento morale del clero e l'ostentata ricchezza dei vescovi;
▪ l'esplosione di interessi nazionalistici e particolaristici tali da poter frantumare l'unità dei cristiani;
▪ una teologia scolastica che gli sembrava impaludata in questioni inutili e distanti dalla prassi cristiana.
Erasmo si impegnò soprattutto per diffondere il sapere dei classici, tramite l’eloquentia (ovvero l'arte di persuadere), e per depurare la Bibbia dalle incrostazioni medievali rendendola accessibile a tutti, tramite un lavoro di critica filologica.

La polemica con Lutero
Il proposito riformatore di Erasmo, che pure aveva incontrato l'atteggiamento favorevole di varie personalità eminenti come l'imperatore Carlo V, il papa Leone X, i re Francesco I ed Enrico VIII, era destinato però a naufragare completamente. Le lotte e le contese religiose seguite alla riforma luterana vanificarono quei progetti di concordia e tolleranza religiosa che gli stavano tanto a cuore. Sebbene avesse fatto di tutto per evitarlo, lo scontro con Lutero era stato alla fine inevitabile, in particolare sul tema del libero arbitrio, non tanto da un punto di vista dottrinale, quanto sul piano del risvolto pratico che la predicazione luterana comportava. La negazione della libertà umana era per Erasmo incompatibile con la mentalità umanista e rinascimentale che esaltava la capacità dell'individuo di essere libero artefice del proprio destino, e gli sembrava svilisse la dignità stessa dell'uomo. Se, come affermava Lutero, l'essere umano non ha la facoltà di accettare o rifiutare liberamente la grazia divina che gli viene offerta, a che scopo nelle Scritture sono presenti ammonimenti e biasimi, minacce di castighi ed elogi dell'obbedienza? Se inoltre, come predicava Lutero, l'uomo non ha bisogno di chiese e organi intermediari tra sé e Dio, ma è in grado da solo di accedere ai contenuti della Bibbia essendo l'unico sacerdote di se stesso, come si concilia questa supposta autonomia con la sua assoluta incapacità di scelta in ambito morale?
Questi furono alcuni dei punti toccati da Erasmo nella polemica da lui intrapresa, mirante a ribadire che il libero arbitrio è stato viziato ma non distrutto completamente dal peccato originale, e che senza un minimo di libertà da parte dell'uomo la giustizia e la misericordia divina diventano prive di significato.

Le opere
Erasmo dedicò la maggior parte dei suoi studi all'ambito religioso. Tutte le sue opere, pubblicate in latino, furono rapidamente tradotte nelle lingue moderne.

Elogio della follia
L'opera più importante fu l'Elogio della Follia (1509), una satira della teologia scolastica, dell'immoralità del clero e della curia, oltre che un'esaltazione della follia del vero cristiano dedicante la sua vita alla fede. La fede religiosa vi viene vista più come una pratica di carità che come una dottrina razionale, essendo il Cristianesimo fondato sulla pazzia della croce, una "pazzia" intesa chiaramente in senso provocatorio.
L’Elogio della follia è quindi un'apologia della fede cristiana che contro e oltre le necessità della ragione accetta un articolo di fede indimostrabile, un uomo che è Dio, che muore e da solo resuscita se stesso dai morti, in conflitto con la ragione, considerata la principale categoria di un certo modo di porsi della grecità classica, in particolare di quella facente capo ad Aristotele. L'avversione per l'aristotelismo era peraltro una caratteristica comune alla gran parte dei pensatori rinascimentali di allora, ma Erasmo avvertiva come la formazione classica dei teologi e letterati fosse ancora lontana dalla sensibilità richiesta dalle Scritture evangeliche.
È interessante sapere anche che Elogio della follia è un titolo con cui Erasmo onora il suo caro amico Tommaso Moro, che sarebbe morto nel 1535 decapitato per ordine di Enrico VIII in quanto mantenutosi fedele alla fede cattolica. In greco, infatti, per "pazzia" si usa la parola Μωρία (morìa), che ha indiscutibilmente lo stesso suono del cognome del caro amico.

Il lavoro sul testo del Nuovo Testamento
Durante il proprio soggiorno inglese Erasmo iniziò l’esame sistematico dei manoscritti del Nuovo Testamento – anche quelli scoperti di recente o che, in quel periodo, giungevano dalla Grecia dopo la fine dell'Impero bizantino – al fine di prepararne una nuova edizione e una traduzione latina.
Le traduzioni dei testi sacri (spesso a senso, senza la maturità filologica degli umanisti italiani guidati da Lorenzo Valla) forgiarono la sua vasta cultura umanistica e lo indussero a contrapporre la cultura teologica vista come forgiatrice di letterati alla fede religiosa che definiva "creatrice di soldati di Cristo", riprendendo il tema classico del miles christianus.
L’edizione del Nuovo Testamento sarebbe stata poi pubblicata da Froben a Basilea nel 1516. Essa costituirà la base per la maggior parte degli studi scientifici sulla Bibbia nel periodo della Riforma, e sarà utilizzata dallo stesso Lutero per la sua traduzione tedesca della Bibbia. Erasmo pubblicò pure un’edizione critica del testo greco nel 1516, Novum Instrumentum omne, diligenter ab Erasmo Rot. Recognitum et Emendatum con traduzione latina e annotazioni.
La terza edizione servirà ai traduttori della versione inglese della Bibbia detta "di Re Giacomo". Il testo divenne in seguito noto come Textus Receptus. Erasmo avrebbe pubblicato in seguito altre tre versioni nel 1522, 1527 e 1535, dedicando l'opera a papa Leone X, quale patrono della cultura. Erasmo considerava il proprio lavoro come un servizio alla cristianità.
Alcuni hanno sollevato critiche in quanto all'accuratezza del Textus Receptus. Uno dei motivi è che Erasmo aveva potuto consultare solo un pugno di manoscritti greci e di tarda origine. Inoltre asseriscono che Erasmo fece il suo lavoro in fretta. Egli stesso ammise che la sua edizione era stata “fatta in fretta anziché redatta”. Malgrado questi aspetti sfavorevoli delle edizioni di Erasmo, che si applicarono quasi con ugual forza al Textus Receptus, questo testo rimase la norma per più di duecento anni. Fra i primi a produrre testi basandosi su maggiore rigore ci furono gli eruditi tedeschi Johann Jakob Griesbach e Lachmann.

Gli altri scritti
Tra le altre opere Adagia (1500), Manuale del soldato cristiano (1503), Institutio principis christiani (1504), Colloquia familiaria (1522). Questi lavori che riportavano i testi alle fonti originarie lo fecero considerare come il padre della Riforma protestante. Egli comunque, pur condividendo la necessità di un rinnovamento in ambito ecclesiastico, rimase sempre cattolico, e si oppose anzi duramente al protestantesimo di Martin Lutero. Un'altra opera va annoverata tra gli scritti del grande umanista: il dialogo satirico Iulius exclusus e coelis, composto durante il periodo successivo alla morte del papa-soldato Giulio II e in particolare tra la fine del 1513 - inizi del '14 (gli anni del soggiorno di Erasmo a Cambridge). L'opera è un vivace scambio di battute tra San Pietro e un arrogante Papa Giulio che pretende di entrare in Paradiso con uno stuolo di rozzi combattenti morti "in nome della fede" durante le campagne belliche promosse dal defunto pontefice. Dell'opera, pubblicata anonima, Erasmo ha sempre negato la paternità, per motivi probabilmente legati alla sua immagine di fronte al neo pontefice Leone X, che sembrava dare adito a quella riforma all'interno della Chiesa da sempre caldeggiata dall'umanista. La critica è comunque da tempo concorde che sia uscita dalla colta penna di Erasmo, il nome che subito era stato suggerito anche dai contemporanei.
Le sue critiche agli errori delle autorità ecclesiastiche e alla superstizione lo esposero all'accusa di essere luterano anche da ambienti cattolici, ma Erasmo rifiutò sempre quest'accusa. Per far fronte agli attacchi che gli venivano mossi, illustrò la sua posizione teologica con l'opera De libero arbitrio (1524), che conteneva una brillante critica a Martin Lutero (che a sua volta gli rispose con il De servo arbitrio).
L’ultima opera di Erasmo fu la Preparazione alla morte, nella quale assicura che una vita onesta è la condicio sine qua non per raggiungere una morte felice.

Erasmo e la Controriforma
Erasmo godette di ampio prestigio nella prima metà del XVI secolo e gli venne anche offerto dal papa il cappello cardinalizio, che rifiutò. Dopo la sua morte, nel periodo successivo al Concilio di Trento, nella fase della Controriforma, la sua libertà intellettuale venne guardata con sospetto e le sue opere vennero incluse nell'Indice dei libri proibiti, ma la sua battaglia contro l'ignoranza e la superstizione era motivata esclusivamente dalle sue convinzioni umanistiche e non da critiche alla fede. Come testimonia il suo rifarsi ad alcuni movimenti innovatori quali la Devotio moderna, infatti, egli intendeva professare una riforma spirituale e dei costumi, e non una riforma teologica.

▪ 1798 - Francesco Antonio Marcucci (Force, 27 novembre 1717 – Ascoli Piceno, 12 luglio 1798) è stato un sacerdote, vescovo cattolico e vicegerente italiano.
Grande comunicatore, venne pervaso dagli ideali razionalisti ed illuministici della sua epoca, impegnandosi nella lotta all'ignoranza del popolo, anche in campo religioso.
Si impegnò particolarmente nella diffusione del culto mariano, ed è stato recentemente definito il "San Francesco di Sales" del nostro tempo, per l'impegno nella predicazione e nel proporre l'ideale di santità.
Nel 1962 si è aperta la causa per la sua beatificazione.

I primi anni (1717 - 1740)
Nato a Force, in provincia di Ascoli Piceno da una nobile famiglia ascolana, si consacrò poco prima di compiere diciotto anni, compiendo voto di castità; a ventitré anni venne ordinato sacerdote.

Le Pie Operaie dell'Immacolata Concezione (1744)
L'8 dicembre 1744 fondò ad Ascoli Piceno la Congregazione delle Pie Operaie dell'Immacolata Concezione. Lo scopo di tale ordine era quello di proporre una presenza reale dell'Immacolata non soltanto nella Chiesa, ma anche fra le comunità femminili, promuovendo il progresso della dignità della donna di ogni ceto ed età; la Congregazione si occupava dell'istruzione e dell'educazione della donna senza alcuna discriminazione sociale.
Nello stesso periodo, intraprese alcune missioni di predicazione non soltanto nel Piceno, ma anche in Abruzzo, sulle orme del discepolo francescano San Leonardo da Porto Maurizio.

Vescovo e Vicegerente (1770 - 1773)
Il 15 agosto 1770, a Roma, venne consacrato vescovo della diocesi di Montalto Marche. Tre anni dopo, il 19 gennaio del 1773 giunse anche la nomina a vicegerente di Roma.
Il suo governo pastorale venne ricordato fra i più virtuosi dell'epoca, soprattutto per l'impegno di promozione sociale e la carità creativa, tanto da essere ricordato dalla Chiesa come una delle personalità più brillanti e rappresentative durante il diciottesimo secolo.

La morte (1798)
Ormai ottantunenne, morì il 12 luglio 1798 ad Ascoli Piceno. Le spoglie sono conservate in una cappella situata all'interno della chiesa cittadina dell'Immacolata, secondo le sue ultime volontà.

▪ 1804 - Alexander Hamilton (Nevis, 11 gennaio 1755-1757 – New York, 12 luglio 1804) è stato un politico, militare ed economista statunitense. Ritenuto uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti, fu il primo Segretario al Tesoro della nuova nazione americana. Ritratto sul biglietto da dieci dollari, è l'unico, assieme a Benjamin Franklin, ad avere il privilegio di apparire su una banconota comune, pur non essendo stato Presidente degli Stati Uniti.
Nacque come figlio di James A. Hamilton, di un'importante famiglia scozzese e di Rachel Faucett Lavien, in parte di discendenza franco-ugonotta. Amico e confidente di George Washington, diventò uno dei suoi sei aiutanti di campo nel 1777 e comandò tre battaglioni all'assedio di Yorktown nel 1781.
Nel 1780 sposò Elizabeth Schuyler, figlia di un generale, dalla quale ebbe otto figli.

Gli inizi della carriera
Uno dei primi lavori di Hamilton dopo il conseguimento della laurea in giurisprudenza nel 1782, fu quello di consigliere di Robert Morris, capo della "Banca del Nord America". Questa esperienza lo segnò in modo profondo. In seguito fu segretario del Presidente Washington e dal 1783 rappresentante dello stato di New York presso il Congresso degli Stati Uniti d'America. Divenuto esponente di rilievo dei federalisti, sotto lo pseudonimo di Publius pubblicò assieme a John Jay e James Madison una serie di articoli in difesa del progetto della costituzionale di Filadelfia. Questi articoli apparvero dapprima sui giornali di New York e poi a partire dal 1788 vennero raccolti sotto il titolo The Federalist, Or, The New Constitution. Partecipò in modo significativo alla formulazione della Costituzione degli Stati Uniti d'America nel 1787 e si adoperò successivamente affinché venisse approvata dai singoli stati.

La vita politica
Divenuto il primo Ministro del Tesoro nel 1789, si batté con l'appoggio del presidente Washington per il rafforzamento del potere federale, per l'istituzione di una Banca nazionale d'America e per la creazione di un unico sistema monetario. La Banca Nazionale avrebbe affiancato un sistema di banche private alle quali era riconosciuta la facoltà di espandere il credito con un ammontare di prestiti al di sopra della scorta d'oro ed argento dei depositanti.
A ciò va riconosciuta l'utilità sociale di essere un mezzo per la crescita economica, negando però che la massa monetaria circolante rappresentasse la ricchezza della nazione.
Hamilton credeva inoltre che lo Stato necessitasse di una banca pubblica, anch'essa con potere di erogare credito perché la politica fosse autonoma nella decisione dai finanziamenti dei piani di crescita dell'economia. Secondo Hamilton una banca privata finanziatrice di opere pubbliche avrebbe sottoposto la pubblica utilità ai propri interessi in contrasto con quelli del pubblico interesse. Durante il suo mandato di ministro del Tesoro riordinò le finanze pubbliche, regolò i debiti di guerra, ristabilì il credito internazionale degli Stati Uniti e ne sostenne gli interessi commerciali in espansione.
Dal punto di vista sociale, il programma dei "federalisti" mirava a contenere e invertire le tendenze egualitarie ereditate dal movimento rivoluzionario.
Nel 1790, Alexander Hamilton, propose al Congresso un progetto di legge che prevedeva la fondazione di una nuova banca centrale di proprietà privata (stranamente era lo stesso anno in cui Mayer Rothschild dalla sua banca ammiraglia di Francoforte fece la seguente dichiarazione: "Lasciate che io emetta e controlli il denaro di una nazione e non mi interesserò di chi ne formula le leggi").
A causa di questo suo comportamento in totale contraddizione con quanto da lui sostenuto in precedenza, molti sostennero che Hamilton fosse stato uno strumento dei banchieri internazionali ed ancora oggi qualcuno lo definisce come una spia degli inglesi. In realtà egli volle creare un'altra banca centrale privata, la "Banca degli Stati Uniti", e così fece. Convinse Washington a firmare il progetto di legge, nonostante le riserve dello stesso Washington e l'opposizione di Thomas Jefferson (allora Segretario di Stato) e Madison.
Nel 1791, dopo un anno di intenso dibattito, il Congresso approvò il progetto di legge di Hamilton e gli conferì uno statuto ventennale. La nuova banca si sarebbe chiamata First Bank of the United States o BUS.
Mentre la battaglia politica infuriava, secondo i repubblicani il sistema di governo che vedeva in Hamilton il proprio leader, minacciava di ricreare i rapporti clientelari ed i privilegi contro cui erano insorte le ex colonie con una conseguente difesa dei monopoli, un aumento delle tasse, un rafforzamento dell'esercito, una crescita del debito pubblico strettamente connessa a questa scelta e ancor peggio avrebbe incoraggiato un governo oligarchico, il quale preservava gli interessi di pochi a scapito dell'intera comunità.
D'altra parte gli stessi federalisti non si ritrovarono però compatti e determinati nella difesa delle scelte di Hamilton, il quale alla fine si dimise nel 1795, occupandosi da allora in poi esclusivamente agli affari interni dello stato di New York.

Un tragico epilogo
Nonostante a partire dal 1795 si fosse ritirato dalla scena politica, la sua influenza ed il suo successo gli avevano procurato molti nemici assieme al fatto che i federalisti si erano schierati dalla parte della Gran Bretagna, mentre i repubblicani di Jefferson avevano favorito la politica francese che sembrava ispirarsi alle idee americane. Tra i suoi più accaniti avversari c'era certamente Aaron Burr, il vice-presidente in carica, il quale era stato sconfitto nella corsa presidenziale da Jefferson anche grazie all'appoggio dato a quest'ultimo da Hamilton. In seguito ad alcune forti espressioni usate dallo stesso Hamilton nei confronti di Burr, questi lo sfidò in un duello con arma da fuoco.
L'11 luglio del 1804 Hamilton si presentò a Weehawken, nel New Jersey, sulla riva dell'Hudson di fronte a New York, luogo convenuto per l'incontro. Hamilton decise però di rifiutare il duello ma Burr fece egualmente fuoco ferendolo gravemente.
Proprio in seguito alla ferita, Hamilton morì a New York il giorno seguente.

▪ 1916
- Cesare Battisti (Trento, 4 febbraio 1875 – Trento, 12 luglio 1916) è stato un geografo, giornalista, politico socialista e irredentista italiano. Diresse giornali nella Trento asburgica e fu deputato al Parlamento di Vienna. Allo scoppio della Grande Guerra combatté per la parte Italiana. Catturato dagli austriaci, fu processato e impiccato per tradimento. Insieme a Guglielmo Oberdan e Nazario Sauro è unanimemente considerato tra le più importanti figure eroiche della causa dell'irredentismo italiano.
Nacque a Trento quando questa era ancora parte dell'Impero austro-ungarico, da Cesare, commerciante, e dalla nobildonna Maria Teresa Fogolari.
Dopo aver frequentato il ginnasio a Trento, si sposta a Graz, dove incontra e si lega al gruppo dei marxisti tedeschi, e con loro fonda un giornale che verrà subito censurato; dopo la parentesi di studi a Graz, approda a Firenze per frequentare l'università. Si laurea nel 1898 in lettere e successivamente consegue una seconda laurea in geografia. Seguendo le orme dello zio materno, don Luigi Fogolari (condannato a morte dall'Austria per cospirazione e poi graziato), abbraccia presto gli ideali patriottici dell'irredentismo. Successivamente agli studi universitari, si occupa di studi geografici e naturalistici e pubblica alcune apprezzate "Guide" di Trento e di altri centri della regione e l'importante volume "Il Trentino". Contemporaneamente si occupa di problemi sociali e politici e, alla testa del movimento socialista trentino, si batte per migliorare le condizioni di vita degli operai, per l'Università italiana di Trieste e per l'autonomia del Trentino. Nel 1900 fonda il giornale socialista Il Popolo e quindi il settimanale illustrato "Vita Trentina", che dirige per molti anni.
Desiderando combattere per la causa trentina con la politica e farla valere dall'interno, nel 1911 si fa eleggere deputato al Reichsrat, il Parlamento di Vienna. Nel 1914 entra anche nella Dieta di Innsbruck.
Si sposò con Ernesta Bittanti (Cremona, 1871 - 1957) ed ebbe tre figli: Luigi (1901 - 1946), Livia (1907 - 1978) e Camillo (1910- ).[1]

La fuga dall'Austria
Il 17 agosto 1914, appena due settimane dopo lo scoppio della guerra austro-serba, abbandona il territorio austriaco e ripara in Italia. Diventa subito un propagandista attivo per l'intervento italiano contro l'Impero austro-ungarico, tenendo comizi nelle maggiori città italiane e pubblicando articoli interventisti su giornali e riviste.
Tra le città in cui soggiornò vi è anche Treviglio dove risiedette in via Sangalli al numero 15.

In guerra
Il 24 maggio 1915, l'Italia entra in guerra. Battisti si arruola volontario e viene inquadrato nel Battaglione Alpini Edolo, 50ª Compagnia. Combatte al Montozzo sotto la guida di ufficiali come Gennaro Sora e di Attilio Calvi. Per il suo sprezzo del pericolo in azioni arrischiate riceve, nell'agosto del 1915, un encomio solenne. Viene trasferito ad un reparto sciatori al Passo del Tonale e successivamente, promosso ufficiale, al Battaglione Vicenza del 6º Reggimento Alpini, operante sul Monte Baldo nel 1915 e sul Pasubio nel 1916.
Nel maggio 1916 si trova a Malga Campobrun, in attesa dell'inizio della famosa Strafexpedition (15 maggio - 15 giugno 1916), preparando la controffensiva italiana. Il 10 luglio il Battaglione Vicenza, formato dalle Compagnie 59ª, 60ª, 61ª e da una Compagnia di marcia comandata dal tenente Cesare Battisti, di cui è subalterno anche il sottotenente Fabio Filzi, riceve l'ordine di occupare il Monte Corno (1765 m) sulla destra del Leno in Vallarsa, occupato dalle forze austro-ungariche.

La cattura
Nelle operazioni, molti Alpini caddero sotto i colpi austriaci, mentre molti altri furono fatti prigionieri. Tra questi ultimi si trovavano anche il sottotenente Fabio Filzi e il tenente Cesare Battisti stesso che, dopo essere stati riconosciuti, furono tradotti e incarcerati a Trento. A riconoscere l'irredentista trentino fu l'alfiere austriaco Bruno Franceschini, originario della Val di Non.
La mattina dell'11 luglio, Battisti venne trasportato attraverso la città a bordo di un carretto, in catene e circondato da soldati. Durante il percorso numerosi gruppi di cittadini e milizie, aizzati anche dai poliziotti austriaci, lo fecero bersaglio di insulti, sputi e frasi infamanti.

Il processo e l'esecuzione
La mattina seguente, il 12 luglio 1916, fu condotto al Castello del Buon Consiglio insieme a Fabio Filzi. Durante il processo non si abbassò mai alle scuse, né rinnegò il suo operato e ribadì invece la sua piena fede all'Italia. Respinse l'accusa di tradimento a lui rivolta e si considerò a tutti gli effetti un soldato catturato in azione di guerra.
«Ammetto inoltre di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l'Italia, in tutti i modi - a voce, in iscritto, con stampati- la più intensa propaganda per la causa d'Italia e per l'annessione a quest'ultima dei territori italiani dell'Austria; ammetto d'essermi arruolato come volontario nell'esercito italiano, di esservi stato nominato sottotenente e tenente, di aver combattuto contro l'Austria e d'essere stato fatto prigioniero con le armi alla mano. Rilevo che ho agito perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell'indipendenza delle province italiane dell'Austria e nella loro unione al Regno d'Italia.»(Dal verbale dettato dallo stesso Battisti durante il processo)
Alla pronuncia della sentenza di morte mediante capestro per tradimento, Battisti prese la parola e chiese, invano, di essere fucilato invece che impiccato, per rispetto alla divisa militare che indossava. Il giudice gli negò questa richiesta e procedette invece ad acquistare alcuni miseri indumenti da fargli indossare, dando seguito alla sentenza.
L'esecuzione avvenne nel cortile interno del Castello del Buonconsiglio (La fossa dei Martiri). Le cronache riportano che il cappio si spezzò, ma invece che concedergli la grazia com'era usanza, il carnefice ripeté la sentenza con una nuova corda. Da una testimonianza diretta, redatta sul libro Martiri ed eroi Trentini nella 1ª Guerra Mondiale edizione Legione Trentina, assieme a tutti i verbali del processo a Cesare Battisti, il testimone racconta che, vedendo una cordicella appesa a lato della forca, chiese al boia (Lang, venuto da Vienna e chiamato ancora prima che il processo iniziasse) se tale corda era adatta per l'esecuzione; il boia rispose che la corda buona era nella valigia. Cesare Battisti affrontò il processo, la condanna e l'esecuzione con animo sereno e con grande fierezza, nonostante la misera esposizione durante il tragitto in città, al fatto che fosse stato condotto alla forca vestito quasi di stracci e che non gli si permise di scrivere alla famiglia. Morì gridando in faccia ai carnefici: Viva Trento italiana! Viva l'Italia!
Alla vedova Ernesta Bittanti fu liquidato l'importo di 10.000 lire dalla RAS, compagnia di assicurazione di Trieste, all'epoca austroungarica.
Cesare Battisti è ricordato nel popolare canto La canzone del Piave, citato assieme a Nazario Sauro e Guglielmo Oberdan.

Onorificenze
Medaglia d'oro al valor militare

«Esempio costante di fulgido valor militare, il 10 luglio 1916, dopo aver condotto all'attacco, con mirabile slancio, la propria compagnia, sopraffatto dal nemico soverchiante, resistette con pochi alpini, fino all'estremo, finché tra l'incerto tentativo di salvarsi voltando il tergo al nemico ed il sicuro martirio, scelse il martirio. Affrontò il capestro austriaco con dignità e fierezza, gridando prima di esalare l'ultimo respiro: "Viva l'Italia!" e infondendo così con quel grido e col proprio, sacrificio, sante e nuove energie nei combattenti d'Italia.»
— Monte Corno di Vallarsa, 10 luglio 1916
Cesare Battisti è considerato un eroe nazionale italiano e a lui sono dedicati monumenti, piazze parcheggi e vie in tutta Italia. A Trento è stato eretto un grande mausoleo sul Doss Trento, che sovrasta simbolicamente la città. La montagna su cui venne catturato viene adesso chiamata Monte Corno Battisti.
A lui vennero dedicate alcune logge in tutto il mondo, come la "loggia massonica Cesare Battisti" di San Paolo in Brasile.
«Devesi alla Massoneria se la causa di Trento e Trieste ha ancora fautori in Italia e se l’irredentismo si è gagliardamente ridestato e, malgrado le opposizioni neutraliste, affermato.» (Cesare Battisti - Lettera ai Coratini - 5 marzo 1915)

- Fabio Filzi (Pisino (Istria), 20 novembre 1884 – Trento, 12 luglio 1916) è stato un avvocato irredentista italiano.
Giovane avvocato di Rovereto, ma nato a Pisino, in Istria, entusiasta irredentista, disertò dall'esercito austro-ungarico per combattere, come volontario per l'Italia, nella prima guerra mondiale.
Il 10 luglio il Battaglione Vicenza, formato dalle Compagnie 59ª, 60ª, 61ª e da una Compagnia di marcia comandata dal tenente Cesare Battisti, di cui il sottotenente Filzi era subalterno, ricevette l'ordine di occupare il Monte Corno (m 1765) sulla destra del Leno in Vallarsa.
Fatto prigioniero assieme a Cesare Battisti il 10 luglio 1916 fu con lui condotto a Trento, processato e condannato a morte per alto tradimento.
La sentenza fu eseguita tramite impiccagione (trattamento riservato dagli austriaci a tutti i disertori e/o traditori caduti nelle loro mani) alle 19.30 del 12 luglio 1916 nella fossa del Castello del Buon Consiglio.
Ad Arzignano, paese del quale fu ospite prima di partire per il fronte, gli è stato dedicato un monumento alla memoria.

Onorificenze
Per il suo eroismo in combattimento e il suo coraggio nel supremo sacrificio, gli viene concessa la Medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione:
Fabio Filzi - Sottotenente 6° reggimento della 2ª compagnia del battaglione "Vicenza"

Medaglia d'oro al valor militare
«Nato e vissuto in terra italiana irredenta, all’inizio della guerra fuggì l’oppressore per dare il suo braccio alla Patria, e seguendo l’esempio del suo grande maestro Cesare Battisti, combatté da valoroso durante la vittoriosa controffensiva in Vallarsa nel giugno-luglio 1916. Nell’azione per la conquista di Monte Corno comandò con calma, fermezza e coraggio il suo plotone, resistendo fino all’estremo e soccombendo solo quando esuberanti forze nemiche gli preclusero ogni via di scampo. Fatto prigioniero e riconosciuto, prima di abbandonare i compagni, protestò ancora contro la brutalità austriaca e col nome d’Italia sulle labbra, affrontò eroicamente il patibolo.»
▪ — Monte Corno di Vallarsa, 10 luglio 1916

▪ 1935 - Alfred Dreyfus (Mulhouse, 9 ottobre 1859 – Parigi, 12 luglio 1935) è stato un militare francese.
Capitano dello Stato Maggiore, di origini ebraiche, venne condannato il 22 dicembre 1894 da un tribunale militare, con accusa di alto tradimento.
Nel 1871 la Francia aveva perso la guerra contro la Prussia e i rapporti interni erano ancora tesi. Nonostante i documenti su cui si era basato il processo fossero palesemente falsi, Dreyfus fu condannato quale estensore di una lettera indirizzata ad un ufficiale tedesco in cui venivano rivelate importanti informazioni militari francesi e non fu riabilitato che da un verdetto della corte di cassazione prima del luglio del 1906.
Mentre Dreyfus era imprigionato sull' Isola del Diavolo nella Guiana Francese, in Francia il caso giudiziario divenne motivo di divisione nel Paese: l'opinione pubblica si divise in due schieramenti: i dreyfusards e gli antidreyfusards. I primi, intellettuali, politici e tutti coloro che consideravano l'affaire un eclatante caso di antisemitismo, di razzismo e di nazionalismo cieco; i secondi, nazionalisti, antisemiti e militari.
Un ruolo importante nella formazione dell'opinione pubblica fu svolto dalla stampa: in particolare dal giornale L'Aurore, che pubblicò un articolo dello scrittore Émile Zola; si trattava di una lettera aperta al presidente della Repubblica francese Félix Faure, suggestivamente intitolata J'accuse: una denuncia dell'arbitrio giudiziario e della manipolazione dell'informazione.

▪ 1944
- Carlo Bianchi (Milano, 22 marzo 1912 – Fossoli, 12 luglio 1944) è stato un ingegnere e antifascista italiano, medaglia di bronzo al valor militare e medaglia d'oro del comune di Milano.
Dopo la laurea in ingegneria lavora per un breve periodo alla Siemens per passare successivamente all'azienda di famiglia. Si impegna attivamente nel sociale è presidente della FUCI e fonda il centro di assistenza per diseredati di Milano "La Carità dell'Arcivescovo"; nel gennaio del 1944 entra a far parte del CLNAI, dove ritrova Teresio Olivelli e Giovanni Barbareschi con i quali collabora al giornale delle Fiamme Verdi Il Ribelle.
La sua attività nella resistenza dura poco perché il 27 aprile 1944 viene tradito da un delatore e arrestato: dopo essere stato rinchiuso nel carcere di san Vittore, viene trasferito nel campo di concentramento di Fossoli. Viene fucilato nel poligono di tiro di Cibeno come rappresaglia per i fatti di Genova assieme ad altri 66 detenuti politici, tra i quali: Edo Bertaccini, Francesco Caglio, Antonio Gambacorti Passerini, Pietro Lari, Antonio Manzi, Rino Molari, Galileo Vercesi, Jerzi Sas Kulczycki.
Lascia tre figli e la moglie Albertina in attesa della quarta[1].
Insieme a Teresio Olivelli ha scritto "La Preghiera del Ribelle"
Onorificenze
Medaglia di bronzo al valor militare— Fossoli 27 aprile 1944[3].
Medaglia d'oro al valor civile— Milano 1964.

- Giuseppe Failla (Vercelli, 1922 – Montenegro, 12 luglio 1944) è stato un militare e partigiano italiano.
Nel 1941 entra all'Accademia Militare di Modena, diventando sottotenente, frequenta la specializzazione alpinistica a Cortina d'Ampezzo e viene inviato in Montenegro assieme al 4º Reggimento alpini paracadutisti "Monte Cervino", nella compagnia di battaglione "Intra", ai primi di settembre.
Dopo l'8 settembre, entra a far parte della Divisione italiana partigiana Garibaldi (Montenegro), ammalatosi di tifo petecchiale deve rimanere alcuni mesi in ospedale, dove viene lasciato mentre la divisione Garibaldi dever ritirarsi. Successivamente entra a far parte della brigata "Kraiska" della XXVII divisione dell'Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, fu apprezzato dai jugoslavi per il coraggio per la conoscenza della lingua e della cultura locale, operò nella zona di Trnovo e Monstar.
Muore il 12 luglio 1944, durante un combattimento con le truppe tedesche, nel vano tentativo di aiutare i suoi soldati.
Onorificenze [modifica]
Sottotenente 4° Reggimento Alpini, Partigiano combattente

Medaglia di bronzo al valor militare
«Passato tra i primi nelle file partigiane mentre si trovava in terra straniera (Jugoslavia), era di esempio per coraggio e spirito di sacrificio. Ferito in combattimento e colpito successivamente da una grave malattia, rifiutava due volte il rimpatrio per non abbandonare i commilitoni. Nel corso di un duro combattimento, mentre alla testa del suo plotone assaltava alcune postazioni avversarie, veniva mortalmente ferito alla testa ed alle gambe. Prima di immolare la sua giovane esistenza alla causa della libertà, trovava la forza di incitare i suoi uomini alla lotta .»
— Fogniza - Travnik (Jugoslavia), 12 luglio 1944.

Medaglia d'oro al valor militare
«Datosi alla macchia dopo un mese di cruenta lotta contro i tedeschi in terra straniera ed immesso successivamente in un battaglione partigiano locale, ne diventava ben presto il più apprezzato combattente. Ferito in un accanito combattimento, assumeva egualmente il comando del battaglione e trascinava all’attacco vittorioso i suoi alpini ed i partigiani slavi. Declinata l’offerta di rimpatrio, combatteva ancora aspramente nelle file partigiane finché, colpito da una grave malattia ed abbandonato in posto, riusciva dopo infiniti stenti a raggiungere altre unità partigiane, ove diventava l’organizzatore e l’animatore di connazionali dispersi. In un durissimo combattimento difensivo, mentre più cruenta era la lotta, si slanciava in avanti per recuperare un soldato gravemente ferito. Nel generoso tentativo, indice dell’amore per i suoi soldati, cadeva colpito a morte, suggellando così un anno di lotte accanite, di eroismi senza pari, di sacrifici senza nome, per amore e per l’onore della Patria.»
— Bosnia - Montenegro, 3 settembre 1943 -3 agosto 1944.

- Sergej Nikolaevič Bulgakov (Livny, 16 giugno 1871 – Parigi, 12 luglio 1944) è stato un filosofo, teologo e scrittore russo.
Prete ortodosso, amico di Pavel Aleksandrovič Florenskij, genio multiforme e possente, si segnalò per la sua capacità di armonizzare un'acuta intelligenza e una grande capacità speculativa con una profonda vita spirituale e un tratto rispettoso e attento.

Infanzia e gioventù: 1871-1895
Sergej Bulgakov nacque a Livny, nel governatorato russo di Orël. Suo padre era un prete, protoierej Nikolaj, rettore della chiesa di un cimitero; preti o diaconi erano stati per sei generazioni anche i suoi antenati, «quegli uomini della famiglia Bulgakov che, una volta convertiti dall’islamismo, si mantennero sempre fermi nella fede».[1]
La vita di quegli anni non fu delle più facili, anche se Bulgakov ne avrebbe conservato un ricordo sereno:[2] dei sette fratelli di Sergej, soltanto due sopravvissero fino alla maturità.
«L’alcolismo, che avrebbe falciato la vita di un fratello di Sergej Nikolaevic, non era estraneo neanche al padre, che pure egli descrive come uomo timido, scrupoloso, severo, mentre della madre sottolinea vivacità, fantasia, ambizione».[3]
Sergej ebbe una prima educazione di carattere tradizionale: a dieci anni, nel 1881, entrò nella scuola ecclesiastica primaria di Livny, con l'intenzione di seguire il padre nella via del ministero ecclesiastico; passò nel 1884 al Seminario di Orël. Ben presto, però, si fece strada in lui una profonda crisi di fede, che lo portò a lasciare il Seminario: ottenne dal padre il permesso di trasferirsi nella città di Elec per terminare gli studi liceali.
Ma ormai, venuto a contatto con le nuove correnti culturali, con l'intelligencija russa del suo tempo, aveva perso del tutto la fede e abbracciato il marxismo.
Nonostante la sua propensione per la filosofia e le lettere, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Mosca, si dedicò soprattutto alle scienze sociali e si specializzò in Economia politica, condividendo anche in questo con molti giovani esponenti dell’intelligencija l'intento di essere utile, servire l’umanità, il progresso, il pensiero scientifico.
Terminò gli studi accademici nel 1894, superando anche l’esame di libera docenza. Dai primi anni di studio a Livny fino all’Università, si era distinto per la sua intelligenza vivace e acuta, che lo collocava ben al di sopra della media dei suoi coetanei.

Intellettuale in Europa: 1895-1901
Nel 1896 Bulgakov pubblicò la sua prima opera, Il posto del mercato nella produzione capitalistica.
Sposatosi nel 1898 con Elena Ivanovna Tokmakova (da cui avrà la sua prima figlia, Maria nello stesso anno 1898), trascorse gli anni tra il 1898 e il 1900 all'estero, grazie ad una borsa di studio: gli era stato affidato un lavoro di ricerca da portare avanti nelle biblioteche di Berlino, Londra e Parigi; durante questo periodo passato nelle grandi capitali europee ebbe modo di legarsi in amicizia con Karl Kautsky, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, e di prendere contatti con altre personalità di spicco del socialismo del tempo. Sono gli anni della grande fiducia di Bulgakov nell'ideale marxista, ma anche dei suoi primi incontri con la natura e con l'arte. Un ruolo peculiare nel suo percorso interiore fu giocato dall'incontro con la Madonna Sistina di Raffaello Sanzio, ammirata per la prima volta a Dresda nel 1898.
Terminata la sua ricerca scientifica, i cui risultati confluirono nei due volumi di Capitalismo e Agricoltura, nel 1901 ritornò in Russia, dove però non riuscì ad ottenere il dottorato, ma soltanto il grado di magister; ciononostante gli fu assegnata la cattedra di Economia Politica al Politecnico di Kiev.

Kiev: 1901-1906
Gli anni della sua permanenza all'estero videro crescere in lui, proprio in un contesto di condivisione entusiastica della causa socialista, la perplessità a proposito della validità scientifica del marxismo stesso. Questo cambiamento di giudizio a proposito del pensiero di Karl Marx suscitò anche le ire di Lenin, che pure in precedenza aveva manifestato la sua stima per Bulgakov.[4]
L'iniziale entusiasmo cedette così il posto dapprima ad una specie di cupa rassegnazione, ad un nichilismo filosofico sul quale esercitò un certo influsso anche la lettura delle opere di Turgenev. I cinque anni di Kiev segnarono così per Bulgakov il passaggio «dal marxismo all'Idealismo»;[5] raccogliendo un successo eccezionale presso gli studenti in seguito ad una sua conferenza sull'opera filosofico-religiosa di Dostoevskij,[6] era divenuto punto di riferimento per un gran numero di giovani alla ricerca di una visione più profonda della vita.
Nel suo passaggio dal Marxismo all’Idealismo, Bulgakov si collegò soprattutto al pensiero di Vladimir Sergeevic Solov'ev, chiarendo così l’impostazione prevalentemente metafisica, e non etica (come in Tolstoj), del proprio pensiero. Bulgakov, inoltre, condivideva con Solov'ev il tentativo di elaborare una filosofia cristiana, tentativo che per lui era finalizzato a dare una strumentazione gnoseologica, critica, metafisica e lessicale, alla teologia cristiana.
Il 17 ottobre 1905, uno dei giorni in cui ebbero culmine i moti rivoluzionari e i pogrom, rappresenta anche la data precisa della rinuncia di Bulgakov alla rivoluzione come soluzione dei problemi sociali; ciononostante, durante il 1906 e nel 1907 inoltrato, Bulgakov sperava con qualche ottimismo che un movimento cristiano socialista sarebbe emerso dalla rivoluzione del 1905. Egli credeva che la grande maggioranza dei russi avrebbe aderito ad una forza cristiana che lottasse per un'illuminata riforma sociale ed economica.[7]

Mosca: 1906-1918
Questi sono anni di intensa attività accademica ma soprattutto ecclesiale, per Bulgakov: infatti, condotto da una forte esperienza spirituale, rientrò nella Chiesa, dedicandosi anche all'insegnamento teologico ai laici, tenendo conferenze e scrivendo libri e saggi.
Fu anche deputato alla seconda Duma (20 febbraio – 3 giugno 1907); eletto come rappresentante del governatorato di Orël, aderì ai programmi dei partiti socialisti democratici (si definisce “socialista cristiano”). Al centro della sua preoccupazione, oltre ai problemi della riforma ecclesiastica, c'era la violenza terroristica e quella della repressione. Intervenne anche contro la pena di morte.
Intorno al 1908 va collocato il pieno rientro di Bulgakov nella Chiesa, con un periodo di ritiro in un eremo della foresta, la confessione, la partecipazione alla Divina Liturgia con la Comunione. Nell'anno seguente perse il suo secondo figlio maschio, Ivašecka (nato nel 1905; il primo, Fëdor, era nato nel 1901), ma seppe affrontare questa tragedia familiare all'interno della nuova esperienza di fede. Un altro figlio, Sergej, sarebbe nato nel 1911.
Si colloca in questi anni la messa a punto di un progetto di filosofia cristiana: l'elaborazione della Sofiologia come risultato del contatto tra la proposta cristiana ortodossa e i diversi problemi metafisici. Bulgakov espresse per la prima volta il suo pensiero sulla Sapienza di Dio nella Filosofia dell'Economia (1912). In questo testo, l'economia è intesa in un senso ampio, come sinonimo di ogni attività creatrice dell'uomo, a livello conoscitivo, estetico, pratico, di ogni attività, cioè, attraverso cui l'uomo trasforma il mondo in cui è inserito.
In quegli anni, però, sicuramente legata al suo rientro nella Chiesa e al suo rifiuto dell'atteggiamento rivoluzionario, si fece strada in lui una certa simpatia per le posizioni nazionaliste e conservatrici: si accosta a gruppi di impronta tradizionalista, che tuttavia con il loro incoerente attaccamento al passato non seppero soddisfarlo. È comunque innegabile che ci sia stato un periodo in cui Bulgakov abbia simpatizzato per le posizioni politiche della destra nazionalista (forse condividendone anche l'antisemitismo): egli accolse l'ingresso della Russia nella Prima guerra mondiale con entusiasmo marcatamente slavofilo, sperando che la sconfitta dell'Impero tedesco avrebbe portato con sé anche il crollo della cultura tedesca, e trovò l’oggetto di un amore quasi irrazionale nella figura dello zar, di cui visse la deposizione e l’uccisione come una tragedia.
La Rivoluzione d'Ottobre segnò il crollo del vecchio impero russo, e la Chiesa ortodossa perse il suo potente protettore e i vantaggi di cui godeva. Ma propria questa inedita situazione di disagio e persino di persecuzione vede il risvegliarsi in molti di un nuovo entusiasmo e della volontà di dedicarsi alla testimonianza cristiana: Bulgakov stesso partecipò come membro laico al Concilio panrusso per il rinnovamento della Chiesa ortodossa (1917), che tendeva a costituirsi come "comunità indipendente" dallo Stato. Fu in questo clima di riforma dell'Ortodossia russa (venne anche restaurato il Patriarcato, visto che dal 1721 la Chiesa ortodossa russa era governata dal Santo Sinodo e il controllata da un procuratore dello Stato) che Bulgakov maturò la decisione di assumere il ministero ecclesiale; divenne collaboratore del nuovo patriarca Tychon e venne ordinato prete l'11 giugno 1918.

Crimea: 1918-1922
Nel contesto caotico e violento della Rivoluzione bolscevica, Bulgakov, quando venne ordinato prete e divenne membro del supremo consiglio ecclesiastico, perse la sua cattedra all'Università di Mosca e si trovò costretto a ritirarsi in Crimea, nella proprietà della suocera.
Costretto ad abbandonare l’ambiente accademico (era riuscito ad insegnare all'Università di Simferopol’ fino al 1921), passò il suo tempo per lo più scrivendo; è a questo periodo che si deve far risalire la stesura di opere pubblicate in seguito: La tragedia della Filosofia, e La filosofia del nome, un tentativo di costruire una gnoseologia e una teoria del linguaggio fondate sulla fede cristiana.

Praga: 1923-1925
Nel 1923 le autorità politiche cacciarono dall'Unione Sovietica padre Sergej con la moglie, la figlia e uno dei due figli. Perdendo così tutto ciò che possedeva, egli si recò dapprima a Istanbul, e poi a Praga, che all'epoca era il centro dell'emigrazione politica russa. La città boema era, all’epoca, un centro molto vivace per la cultura russa in esilio, che qui avviava nuove iniziative e attività, con un entusiasmo forse un po' utopista, ma comunque sincero. Bulgakov tenne alcune lezioni alla Facoltà russa di Teologia e di Diritto canonico, ma soprattutto si dedicò alla produzione teologica. Il periodo di Praga, tuttavia, non sarebbe durato molto: nel 1925 il metropolita Eulogio, vescovo designato dal patriarcato di Mosca per la guida della Chiesa russa in Europa, decise di organizzare a Parigi una Scuola Superiore di Teologia, l' Istituto di Teologia Ortodossa San Sergio, e ne chiamò alla guida proprio padre Sergej, che in quello stesso anno si stabilì definitivamente a Parigi e venne eletto decano a vita dell’Istituto.

Parigi: 1925-1944
Bulgakov a Parigi fu professore di teologia dogmatica all'Istituto di Teologia, padre spirituale, animatore del movimento ecumenico (fu spesso impegnato nel dialogo con rappresentanti della Chiesa Anglicana, ma partecipò anche attivamente alle conferenze di Losanna del 1927 – dove illustrò ai delegati protestanti la posizione della Madre di Dio nella Chiesa Ortodossa – e di Oxford e Edimburgo del 1937).
In questi anni videro la luce le sue opere principali; nella selva dei titoli di testi singoli, di articoli, di dispense scolastiche, basta ricordare la trilogia sulla Sapienza di Dio nella creazione: L'amico dello sposo (1927, su san Giovanni Battista), La scala di Giacobbe (1929, sugli angeli) e Il roveto ardente (1927, sulla Madre di Dio), e la "trilogia maggiore sulla Divino-umanità": L’Agnello di Dio (1927, su Gesù Cristo), Il Paraclito (1936, sullo Spirito Santo) e La sposa dell'Agnello (1945, su Chiesa, storia, sacramenti ed escatologia).
Ma proprio questi anni di vivace produzione teologica furono anche gli anni delle prove più pesanti per Bulgakov, accusato di essersi allontanato, nella sua teologia, dall’ortodossia. Già nel 1924, quando Bulgakov era ancora a Praga, il metropolita Anton Chrapovickij di Kiev scrisse un articolo su un giornale russo pubblicato a Belgrado nel quale accusava Florenskij e Bulgakov di introdurre una quarta persona nella Trinità: la "Sapienza", forza cosmica e mediatrice tra Dio e il mondo.
Si mise in moto tutta una serie di polemiche, che sarebbe stato difficile placare: altri ecclesiastici espressero il loro malcontento, e il Sinodo di Karlovcy[8] del marzo 1927 si lamentava per l'insegnamento modernista che veniva impartito nello Studio di San Sergio.
Le polemiche e le accuse continuarono in un clima avvelenato, fino a quando, nel settembre-ottobre 1935, il Patriarcato di Mosca e il Sinodo di Karlovcy, indipendentemente l'uno dall'altro, condannarono la dottrina di Bulgakov come eretica, in particolare per il fatto che introduceva elementi gnostici nel Cristianesimo.
Furono soprattutto esponenti di movimenti russi monarchici che accusarono pesantemente Bulgakov e l’Istituto San Sergio.
Bulgakov rispose alle accuse lamentando il fatto che gli autori della condanna non conoscevano che vagamente le sue opere teologiche, avendone esaminati soltanto degli estratti letti al di fuori del loro contesto.
La Chiesa ortodossa russa non si è ancora espressa in modo risolutivo a proposito della questione, che tra l'altro sembra già essersi molto attenuata dopo la morte dello stesso Bulgakov.
Nel 1939 si ammalò di cancro alla gola e dovette subire l'asportazione delle corde vocali; ciononostante non si diede ancora per vinto: imparò a parlare senza voce, fino al punto di tenere ancora alcune conferenze.
Morì il 12 luglio 1944, proprio al termine della compilazione di un suo commentario all'Apocalisse che sarebbe stato pubblicato postumo.

Note
1. N. Zernov, The Russian Religious Renaissance of the XX Century, Londra 1963, p. 142.
2. «Le mie impressioni infantili – estetiche, morali, di vita quotidiana – sono legate alla vita del tempio di San Sergio, presso il quale sono nato. … Tutta questa vita ecclesiale, rituale, era incorniciata e connessa alla vita della natura. Era questo un “panteismo” cristiano infantile, una percezione sofianica della vita e del mondo … Eravamo nella natura, e la natura in noi. Essa ci appariva regale, quietamente e splendidamente portava all’anima la poesia, ne risvegliava i sogni». (S.N. Bulgakov, Avtobiograficeskie zametki. Posmertnoe izdanie [Note autobiografiche. Edizione postuma], Paris 1946, pp. 17.11)
3. P.C. Bori, Introduzione, in: S.N. Bulgakov, Il prezzo del progresso. Saggi 1897-1913, Marietti, Casale Monferrato 1984, p. IX.
4. «Chi sbaglia, Marx o il signor Bulgakov?» (Il capitalismo nell'agricoltura, Il libro di Kautzsky e l’articolo del signor Bulgakov, tr. it. in Lenin, Teoria della questione agraria, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 12), e ancora: «Quanto a Bulgakov, mi ha fatto andare su tutte le furie. Sciocchezze, solo sciocchezze, e una così sconfinata presunzione professorale che solo il diavolo sa che cosa sia» (lettera del 16 aprile 1899).
5. È così, Ot marksizma k idealizmu. Sbornik statej, che intitolò una sua raccolta di saggi pubblicata a Mosca nel 1904
6. «Ivan Karamazov come tipo religioso» (Ivan Karamazov kak filosofskij tip), in: Voprosy Filosofii i Psichologii, XIII (1902), pp. 826-863; tr. it. in Russia Cristiana, n.s. IV (1969), pp. 36-66.
7. G.F. Putnam, Russian Alternatives to Marxism. Christian Socialism and Idealistic Liberalism in 20th Century Russia, Knoxville 1977, p. 108.
8. La Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, fondata a Costantinopoli nel 1920, si era definita autocefala e nel 1921 aveva trasferito la sua sede a Sremski Karlovci (in tedesco Karlowitz, allora Iugoslavia), assumendo il nome di Chiesa sinodale di Karlowitz e mantenendo un atteggiamento polemico nei confronti della Chiesa del patriarcato di Mosca per la sua politica di compromesso con le autorità comuniste sovietiche. Oggi questa Chiesa ortodossa russa della Diaspora ha sede a New York.

▪ 1997 - François Furet (Parigi, 27 marzo 1927 – Tolosa, 12 luglio 1997) è stato uno storico francese, tra i più importanti studiosi della Rivoluzione francese.
Appartenente a una famiglia parigina della classe agiata, François Furet entra nel 1949 nel Partito Comunista Francese come molti altri storici di chiara fama a quell'epoca. Abbandona tuttavia il partito nel 1956, dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria, pur mantenendosi sempre vicino alle posizioni politiche socialiste. Dopo aver abbandonato gli studi universitari per alcuni anni a causa della tubercolosi Furet si laurea in Storia a Parigi nel 1954. Inizia l'attività giornalistica presso il "France-Observateur", divenuto poi nel 1964 soprattutto grazie al suo contributo il "Nouvel Observateur". Nel 1955 entra nel Centre national de la recherche scientifique (CNRS) dove inizia gli studi sui temi della Rivoluzione francese.
Nel 1960 entra quindi nella prestigiosa École des hautes études en sciences sociales (allora VI sezione dell'École Pratique des Hautes Études) di cui diventa anche direttore tra il 1977 e il 1984. Nel 1984 è chiamato a dirigere l'Istituto Raymond Aron e poi la Fondazione Saint-Simon. Nel 1997 diviene membro dell'Académie Française. Alla sua attività di insegnamento liceale segue quella universitaria. È stato docente presso l'Università di Chicago, mentre l'Università Harvard gli ha conferito una laurea ad honorem. Furet muore nel 1997 all'età di settant'anni per un infarto durante una partita di tennis con alcuni amici nella sua casa di campagna. Gli è stata dedicata una scuola alla periferia di Parigi e un premio annuale in Storia.
La sua notorietà è legata soprattutto alle tesi critiche che maturò riguardo la corrente storiografica marxista sulla Rivoluzione francese dominante in quegli anni, soprattutto criticando il dogmatismo della storiografia di Albert Soboul. Egli rigettò l'interpretazione di moda della Rivoluzione come frutto di lotte di classe, di scontro aristocrazia-borghesia (vincente) e poi borghesia-proletariato (perdente). Nella Rivoluzione vide invece una lotta unitaria per l'affermazione degli ideali liberali e democratici, che non furono soffocati sotto la dominazione di Napoleone Bonaparte, ma tornarono a spingere la Francia nelle successive rivoluzioni del 1830, del 1848 e del 1871.
La Rivoluzione portò soprattutto alla riscoperta della politica, come ha affermato anche Michel Vovelle, e per la sua carica profetica sintetizzò tutti gli avvenimenti dei due secoli successivi: la lotta per la democrazia, i problemi del liberalismo, l'avvento delle dittature demagogiche. L'interesse di Furet ebbe ad oggetto anche il marxismo, il comunismo e la loro influenza sulla storia del XX secolo.
Furet è stato insignito del premio Tocqueville e del premio Hannah Arendt per il suo contributo allo studio della politica e delle scienze sociali. Tra le sue principali opere tradotte in italiano:
▪ Critica della Rivoluzione francese, ed. Laterza 2004.
▪ La Rivoluzione francese con Denis Richet, 2 voll., ed. Laterza 2002.
▪ Le due rivoluzioni. Dalla Francia del 1789 alla Russia del 1917, ed. UTET 2002.
▪ Ventesimo secolo. Per leggere il Novecento fuori dai luoghi comuni con Ernst Nolte, 1997.
▪ Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, ed. Mondadori, 1995
▪ Dizionario critico della Rivoluzione francese con Mona Ozouf, Bompiani.
▪ Il secolo della rivoluzione: 1770-1880, Rizzoli.

Collegamenti esterni
Pensare la Rivoluzione, estratti dal discorso di Furet all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, 1997.

▪ 2007 - Gaspare Barbiellini Amidei (Mar Arabico, 26 novembre 1934 – Roma, 12 luglio 2007) è stato uno scrittore, sociologo,giornalista e docente universitario, uno dei più acuti esponenti del liberalismo cattolico contemporaneo italiano. Nacque sul transatlantico italiano Conte Rosso in navigazione nell'Oceano Indiano, ma all'anagrafe risulta nato a Marciana Marina, nell'Isola d'Elba: la sua famiglia, infatti, è toscana. Barbiellini rimarrà sempre molto legato all'isola d'Elba, tanto da considerarla la sua unica, autentica "patria elettiva".
Laureato con Lode sulle Dodici Tavole, professore ordinario, Barbiellini ha insegnato Filosofia e Sociologia della Conoscenza in diverse università italiane (Venezia, Bergamo, L’Aquila e Viterbo), è stato Visiting Professor all'Università della Svizzera italiana. Uomo di fede profonda, ma mai ostentata e aperta al dialogo anche con i non credenti, arrivò alla redazione del Corriere della Sera nella seconda metà degli anni sessanta, divenendo dapprima responsabile delle pagine culturali e poi vicedirettore vicario durante un periodo di cambiamenti traumatici e a volte violenti, dal '68 all'epoca delleBrigate Rosse che assassinarono, durante gli anni "di piombo", il collega Walter Tobagi.
Successivamente è passato alla direzione del quotidiano romano Il Tempo, per poi tornare di nuovo come editorialista in via Solferino. Barbiellini è stato sempre particolarmente attento al rapporto genitori-figli, offrendo uno sguardo lucido sui cambiamenti delle generazioni italiane: non a caso ha collaborato per molti anni con il settimanale Oggi, dove curava la rubrica “I nostri ragazzi”.
Scrittore e saggista prolifico, nei suoi ultimi anni aveva affrontato con intensità le domande sulla religione del nostro tempo. Tra le sue riflessioni, il tema del volontariato sociale, la necessità di scoprire le mille tracce di Dio, il rapporto tra economia ed esistenza, e come incuriosire le nuove generazioni sui temi fondanti della religione.
Alla fine del 2006, in aggiunta alla conduzione di una serie di trasmissioni televisive, era stato nominato primo editorialista per il Quotidiano Nazionale del gruppo Monti Riffeser comprendente Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione.
Nel 2008 è nato il Premio Gaspare Barbiellini Amidei, che intende valorizzare il miglior articolo pubblicato su giornali, periodici e web e il miglior servizio radio-televisivo trasmesso da emittenti locali e nazionali realizzati da due giornaliste/i under 35 anni.

▪ 2008 - Gianfranco Funari (Roma, 21 marzo 1932 – Milano, 12 luglio 2008) è stato un conduttore televisivo, cabarettista eopinionista italiano, autodefinitosi il giornalaio più famoso d'Italia. Si rese celebre con uno stile comunicativo particolare, intenso, caratterizzato da un linguaggio molto diretto, caustico, a volte volgare, che trattava temi politici e di attualità con grandissima padronanza del mezzo televisivo, riuscendo a creare spesso polemiche e rappresentando il bersaglio di critiche e di attacchi da più parti.

Affermava che in televisione
«per essere eccezionali bisogna mascherarsi da normali, abbassarsi al gradino più basso, corteggiare senza pudore le casalinghe.»

Gli imitatori
Il più noto imitatore di Gianfranco Funari è stato Corrado Guzzanti, che nel corso dei programmi trasmessi dalla Rai Pippo Chennedy Show (1997) e L'ottavo nano (2001) ne realizzò una caricatura particolarmente intrisa di vis ironica.
Un'altra famosa imitazione di Funari era quella dell'attore Sergio Vastano, che lo interpretò nel 1990 nei panni di inviato di Striscia la notizia.
Inoltre veniva imitato da Joe Violanti sull'emittente radiofonica Radio Dimensione Suono durante una trasmissione mattutina.
Il Funari degli ultimi anni fu imitato con successo da Teo Teocoli.
Le caratteristiche di Funari maggiormente prese di mira dagli imitatori sono state il suo marcato accento romanesco e, soprattutto, la vistosa dentatura. Gli enormi bianchissimi denti, ostentati sempre in ampi sorrisi in diretta, avevano destato il sospetto che il conduttore portasse la dentiera. Inizialmente Funari, con molto garbo e sempre sorridendo, aveva smentito, ma in seguito, durante un'intervista doppia con Luciano Rispoli per il programma satirico Le Iene in onda su Italia 1, alla domanda «Porti la dentiera?» mentre Rispoli negava battendo i denti a titolo dimostrativo, Funari si era tolto spudoratamente la dentiera mostrandola ai telespettatori, affrontando la restante parte dell'intervista senza la dentiera, completamente sdentato, per poi rimettersela, sempre ripreso dalle telecamere.