Il calendario del 12 Febbraio

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1233 - È la celebrazione di Santo Amadio degli Amidei.

▪ 1541 - Santiago del Cile viene fondata da Pedro de Valdivia.

▪ 1554 - Nove giorni dopo aver preteso il trono d'Inghilterra, Lady Jane Grey viene decapitata per tradimento.

▪ 1733 - L'inglese James Edward Oglethorpe fonda la 13a colonia americana, Georgia, e la sua prima città, Savannah.

▪ 1737 - Viene inaugurato il Teatro San Carlo di Napoli.

▪ 1816 - Il comune di Sacconago torna indipendente dal comune di Busto Arsizio.

▪ 1817 - L'esercito patriotico cileno, dopo aver attraversato le Ande, sconfigge le truppe spagnole nella battaglia di Chacabuco.

▪ 1818 - Bernardo O'Higgins firma la dichiarazione d'indipendenza del Cile nei pressi di Concepción.

▪ 1825 - I Creek cedono l'ultimo dei loro territori in Georgia al governo degli Stati Uniti ed emigrano ad ovest.

▪ 1832 - L'Ecuador annette le Galapagos.

▪ 1854 - Terribile terremoto che sconvolse la Calabria.

▪ 1892 - Il giorno del compleanno dell'ex presidente statunitense Abraham Lincoln viene dichiarato festa nazionale negli Stati Uniti.

▪ 1912

  1. - La Cina adotta il Calendario Gregoriano.
  2. - L'ultimo Imperatore Cinese, Pu Yi abdica in favore della Repubblica.

▪ 1915 - A Washington viene posata la prima pietra del Lincoln Memorial.

▪ 1922 - Esce postuma l'ultima novella di Giovanni Verga, "Una capanna e il tuo cuore" su "L'illustrazione Italiana".

▪ 1924 - Esce il primo numero del giornale l'Unità, fondato da Antonio Gramsci e organo del Partito Comunista Italiano (oggi PD (Partito Democratico).

▪ 1938 - Anschluss: le truppe tedesche entrano in Austria.

▪ 1941 - Benito Mussolini invita a Bordighera il Caudillo Francisco Franco e tenta di indurre la Spagna ad allearsi con l'Asse.

▪ 1951 - La diciassettenne Soraya Esfandiary Bakhtiari sposa lo Scià d'Iran Reza Pahlavi nel Palazzo Golestan di Teheran.

▪ 1973 - L'Ohio diventa il primo stato degli USA a usare le misure in unità SI sui cartelli stradali.

▪ 1976 - Francesco Cossiga è il più giovane ministro dell'interno della repubblica italiana a soli 48 anni.

▪ 1982 - Osservata la supernova SN 1982B nella galassia NGC 2268.

▪ 1994 - A Lillehammer (Norvegia) si aprono i XVII Giochi olimpici invernali.

▪ 1999 - Il presidente statunitense Bill Clinton viene prosciolto dal Senato nel suo processo per l'impeachment.

▪ 2001 - La sonda NEAR Shoemaker atterra sull'asteroide 433 Eros.

▪ 2002
  1. - Il Segretario all'Energia degli USA prende la decisione per cui il Monte Yucca è adatto ad essere il deposito di scorie nucleari degli Stati Uniti.
  2. - Inizia il processo dell'ex presidente jugoslavo Slobodan Milošević, davanti al tribunale delle Nazioni Unite per i crimini di guerra dell'Aia.

Anniversari

* 821 - Benedetto di Aniane, al secolo Witiza o Vitiza (Villeneuve-lès-Maguelone, 750 circa – Aquisgrana, 12 febbraio 821), è stato un monaco visigoto ed è venerato come santo della Chiesa cattolica che lo festeggia il 12 febbraio.
Nacque intorno al 750 da Agilulfo, un nobile di origine visigota che governava, col titolo di conte il territorio di Maguelonne, nella Settimania o marchersato di Gotia, Sud della Francia e fu battezzato col nome di Witiza o Vitiza.
Dopo essere stato educato a corte nel palazzo di Pipino il Breve, nel 774 seguì l'esercito di Carlo Magno, che venne in Italia per combattere contro i Longobardi. In quello stesso anno, però, decise di ritirarsi dalla vita pubblica e di farsi monaco.
Entrò nel monastero borgognone di San Sequano (Saint-Seine), non lontano da Digione, dove prese il nome di Benedetto.
Benedetto studiò nei primi anni di vita monastica le grandi regole del passato, tra cui la regola di San Colombano abate e poi quella di san Benedetto da Norcia convincendosi che il modello benedettino fosse quello più in sintonia con i tempi e con la tradizione dell'Occidente.
Nel suo tentativo di favorire un ritorno alla regola benedettina senza alterazioni, Benedetto non si sentì appoggiato né dai monaci di Saint-Seine né dalla politica di Carlo Magno nei confronti del monachesimo. Lasciato il monastero di Saint-Seine si trasferì ad Aniane, in Linguadoca, vicino Lodève, fondando così un nuovo monastero su terreni avuti in eredità dalla famiglia. Qui riuscì a portare avanti con più facilità il suo tentativo di riforma, perché ebbe l'appoggio del re d'Aquitania, Ludovico il Pio, che aiutò la riforma dei monasteri in Settimania: impose ai suoi monaci la regola benedettina senza nessuna mitigazione, insistendo soprattutto nel dare importanza all'ufficio divino e al lavoro e ridimensionando l'applicazione agli studi.
Allo scopo, poi, di stabilire chiaramente la superiorità della regola di san Benedetto sulle altre regole monastiche, compilò una raccolta di tutte le regole antiche di cui aveva conoscenza: si trattava del Codex regularum che contiene ventisette regole. Compose poi una Concordia regularum, un commento alla regola benedettina formato da estratti di altre regole e destinato a mostrare come tutta la tradizione monastica si trovasse condensata nell'opera di Benedetto. Nello stesso tempo cercò di mantenere buoni rapporti col potere politico, soprattutto grazie all'amicizia con Ludovico il Pio che, nell'813, venne associato all'impero dal padre, Carlo Magno, che, invece sosteneva la necessità di una restaurazione spirituale del monachesimo tradizionale. Grazie alle sue capacità e alla sua influenza riuscì, ancora vivente Carlo, a far ritornare alla regola benedettina numerosi monasteri della Linguadoca, della regione del Massiccio Centrale e della Borgogna.
L'opera riformatrice di Benedetto raggiunse dimensioni imponenti dall'814 in poi, dopo che Ludovico il Pio era divenuto imperatore unico dei Franchi. Fu chiamato da a dirigere il monastero di Maursmünster, in Alsazia e, in seguito ad erigere il monastero di Inden (ora Kornelimünster), nei pressi di Aquisgrana e nello stesso tempo fu stretto collaboratore dell'imperatore, Ludovico; moltissimi diplomi rilasciati in quel periodo dalla cancelleria imperiale furono concessi dietro richiesta di Benedetto.
La Dieta di Aquisgrana, convocata nell'816 affinché indicasse il modo migliore per ristabilire nel clero secolare e regolare l'osservanza delle norme tradizionali, sostenne le idee e l'azione di Benedetto. Nell'817 gli abati convocati per appoggiare la Dieta Imperiale promulgarono il 10 luglio il Capitulare Monasticum relativo all'organizzazione monastica. Il Capitulare impose a tutti i monaci l'osservanza della regola benedettina con pochissimi adattamenti relativi alle diverse condizioni climatiche dei vari monasteri; un secondo Capitulare nell'818 restituiva ai monasteri la libera elezione dell'abate. Dopo queste due Diete Benedetto d'Aniane pubblicò una Collectio capitularis nella quale precisava, completa o adatta alla situazione della sua epoca, numerosi dettagli della regola.
«Quasi tre secoli dopo la Fondazione di Montecassino, il sistema benedettino, con qualche ritocco marginale, divenne l'unico regime del monachesimo occidentale; ciò conferisce all'azione di Benedetto di Aniane un'importanza eccezionale nella storia monastica.» (Pacaut Marcel, Monaci e religiosi nel Medioevo, Il Mulino, Bologna 1989, 92).
Oltre a questa grande attività di riformatore il santo fu teologo e predicatore e s'impegnò molto contro l'eresia adozionista che si era diffusa nella Francia occidentale e in Spagna, teorie sostenute dai vescovi Eliprando di Toledo e soprattutto da Felice di Urgel, che al tempo veniva indicata anche come felicianesimo, appunto dal nome di quest'ultimo.
I concili di Ratisbona del 792, di Francoforte del 794 e di Aquisgrana del 799 si dedicarono a questo problema. Benedetto venne inviato in Spagna assieme al vescovo di Lione e all'arcivescovo di Narbonne per combattere le idee eretiche.
Benedetto trascorse gli ultimi anni nell'abbazia di Inden. Morì ad Aquisgrana nell'821 e fu sepolto ad Inden; i suoi resti andarono poi dispersi.

▪ 1524 - Isabella d' Aragona (Napoli, 2 ottobre 1470 – Napoli, 12 febbraio 1524) fu duchessa di Milano, di Bari e di Rossano. Secondogenita di Alfonso II erede al trono di Napoli e di Ippolita Maria Sforza. Eredita dal padre il carattere fiero, l’orgoglio per la propria dinastia, l’attitudine al comando; dalla madre apprese l’amore per l’arte e la cultura.

* 1538 - Albrecht Altdorfer (Regensburg, 1480 – Regensburg, 12 febbraio 1538) è stato un pittore tedesco, fondatore della Scuola Danubiana nel sud della Germania, contemporaneo di Albrecht Dürer.
Oltre che pittore, fu anche architetto, incisore, disegnatore per xilografie.
Uno dei principali artisti del Rinascimento tedesco, ed il più importante maestro della cosiddetta scuola danubiana.
Dipinse paesaggi, rappresentazioni religiose e mitologiche. In particolare i suoi paesaggi furono celebri per la loro bellezza e furono creati dall'artista non per illustrare storie e parabole, ma con il proposito di esaltare il fascino della natura e delle figure umane che si muovono all'interno di essa. Fu pertanto il primo paesaggista puro.

▪ 1804 - Immanuel Kant (Königsberg, 22 aprile 1724 – Königsberg, 12 febbraio 1804) è stato un filosofo tedesco.
Fu uno dei più importanti esponenti dell'illuminismo tedesco, e anticipatore - nella fase finale della sua speculazione - degli elementi fondanti della filosofia idealistica.
Uno dei principali contributi della dottrina kantiana è l'aver superato la metafisica dogmatica operando una rivoluzione filosofica tramite una critica della ragione che determina le condizioni e i limiti delle capacità conoscitive dell'uomo nell'ambito teoretico, pratico ed estetico.
La Critica della ragion pura, pubblicata nel 1781, definisce il metodo del filosofare a cui Kant si atterrà anche nelle due opere successive (Critica della ragion pratica e Critica del giudizio), come pure in altre opere posteriori.
La sua attività di pensatore riguarda prevalentemente la gnoseologia, l'etica e l'arte, ma ebbe in gioventù anche interessi scientifici, che coltivò sino al 1760.
L'ipotesi cosmogonica della nebulosa primitiva, esposta nel 1755 nella Storia universale della natura e teoria del cielo (che egli desunse da Buffon), ebbe molta fortuna e gli diede fama anche nel campo dell'astronomia. Essa fu enunciata proprio da Laplace che la rielaborò e la rilanciò nel 1796 in Esposizione del sistema del mondo.
Il suo sistema sta alla base della filosofia moderna e contemporanea. In modo particolare l’idealismo sottopose a critica il suo concetto di noumeno.
Il noumeno, dal greco νούμενον (nooúmenon, ciò che viene pensato) è l'"essenza pensabile, ma inconoscibile nella sua natura intellegibile", la "cosa in sé" prima ancora che si manifesti come fenomeno.
 Poiché noi possiamo conoscere solo la realtà fenomenica, ciò che appare, Kant è convinto che oltre l'apparenza, il fenomeno che muta poiché lo percepiamo attraverso la sensibilità che muta da momento a momento, da persona a persona, vi debba essere una base immutabile della realtà fenomenica, la "cosa in sé" ma questa, proprio perché non fenomenica non potremo mai conoscerla ma semplicemente pensare che ci sia.
 Il noumeno si identifica nella realtà inconoscibile e non raggiungibile attraverso la conoscenza diretta, ma solo grazie all'intuizione della sua semplice esistenza.
 Il tentativo di una piena conoscenza del noumeno sarà operato dalla metafisica tradizionale che tende a porsi come vera scienza: tentativo destinato a fallire proprio per il carattere non fenomenico del noumeno.

* 1834 - Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher (Breslavia, 21 novembre 1768 – Berlino, 12 febbraio 1834) è stato un filosofo e teologo tedesco
Figlio di un cappellano militare protestante prussiano, nacque a Breslau. La sua educazione ebbe come centri una scuola morava a Niesky nel nord della Lusazia e Barby, vicino Halle. La Teologia Morava smise presto di soddisfarlo ed i suoi dubbi cominciarono a crescere. Suo padre gli diede con riluttanza il permesso di entrare all'Università di Halle, che aveva già abbandonato il pietismo per adottare lo spirito razionalista di Friedrich August Wolf e Johann Salomo Semler.
Da studente seguì un corso indipendente di lettura e trascurò lo studio dell'Antico Testamento e delle lingue orientali. Tuttavia, presenziò alle letture di Semler e di Johann Augustus Eberhard, acquisendo dal primo i principi di una critica indipendente del Nuovo Testamento e dal secondo il suo amore per Platone e Aristotele. Contemporaneamente studiò con grande entusiasmo gli scritti di Immanuel Kant e Friedrich Heinrich Jacobi. Così, prese l'abitudine di formare le sue opinioni attraverso un'attenta diesamina delle posizioni e dei pensieri delle varie parti. Combinò questi elementi con la forza riconstruttiva di un pensatore estremamente originale.
Da studente cominciò a applicare le idee dei filosofi greci nella ricostruzione del sistema di Kant.
Al termine del corso di studi ad Halle divenne precettore presso la famiglia del Conte Dohna-Schlobitten, maturando un profondo amore per la famiglia e per la vita di società. Due anni dopo, nel 1796, divenne cappellano presso l'ospedale Charité di Berlino.
Non avendo ragioni per sviluppare maggiormente le sue capacità predicatorie, cercò gratificazione intellettuale e spirituale nella "bella società" cittadina e negli approfonditi studi filosofici. Cominciò, così, a costruire l'ossatura del suo sistema religioso e filosofico. In quel periodo approfondì le sue conoscenze artistiche, letterarie e scientifiche. Era un affezionato seguace del Romanticismo tedesco, come ci viene detto dal suo amico Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel. Di questo sono prova le sue Lettere confidenziali su Lucinde di Schlegel e la sua relazione con Eleonore Grunow, moglie d'un ecclesiasta tedesco.
Nel primo libro diede alla religione un posto eterno tra i misteri divini della natura umana, la distinse da tutte le caricature e i fenomeni associati, e ne descrisse le forme perenni della sua manifestazione, dando quindi il programma del suo successivo sistema teologico. nei Monologen rivelò il suo manifesto etico, nel quale proclamava le sue idee su libertà e indipendenza dello spirito, e sulla relazione tra mente e mondo sensuale, e tratteggiava il suo ideale del futuro dell'individuo e della società.
Dal 1802 al 1804, Schleiermacher fu pastore nella città pomerana di Stolpe. Questi anni furono pieni di lavoro letterario, oltre che ricchi in termini di progresso personale e morale. Sollevò interamente Friedrich Schlegel dalla responsabilità nominale per la traduzione di Platone, che avevano intrapreso assieme (vol. 1-5, 1804-1810; vol. 6, Repub. 1828). Fu occupato da un altro lavoro, Grundlinien einer Kritik der bisherigen Sittenlehre (1803), il primo delle sue produzioni strettamente critiche e filosofiche. Si tratta di una critica severa di tutti i precedenti sistemi morali, compresi quelli di Kant e Fichte — Platone e Spinoza incontrano molto favore.
Schleiermacher asserisce che le prove di validità di un sistema morale sono la completezza della sua visione delle leggi e dei fini della vita umana nel suo complesso e l'organizzazione armonica del suo soggetto-materia sotto un principio fondamentale. Inoltre, anche se è quasi esclusivamente critico e negativo, il libro enuncia chiaramente la visione e lo scopo della scienza morale che Schleiermacher adotterà successivamente, dando primaria importanza a una Guterlehre, o dottrina delle conclusioni che devono essere ottenute da un'azione morale. L'oscurità dello stile del libro ed il suo tono negativo ne impedirono il successo immediato.

▪ 1904 - Antonio Labriola (Cassino, 2 luglio 1843 – Roma, 12 febbraio 1904) è stato un filosofo italiano, con particolari interessi nel campo del marxismo.
Nacque dall'insegnante ginnasiale di lettere Francesco Saverio e da Francesca Ponari. Nel 1861 si iscrisse nella facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Napoli, città nella quale la famiglia si era trasferita. Qui studia con gli hegeliani Augusto Vera e Bertrando Spaventa, il cui appoggio gli procura nel gennaio del 1864 un posto di applicato di pubblica sicurezza nella segreteria del prefetto.
Già il 3 maggio 1862 finisce di scrivere Una risposta alla prolusione di Zeller, il neokantiano Eduard Zeller, professore dell'Università di Heidelberg, grande storico della filosofia greca; contro ogni ipotesi di un ritorno a Kant, Labriola rivendica l'attualità dell'hegelismo. Lo scritto fu tuttavia pubblicato soltanto postumo, nel 1906.
Labriola non concluse gli studi universitari: nel 1865 conseguì il diploma di abilitazione e insegnò nel ginnasio Principe Umberto di Napoli; il 23 aprile 1866 sposa Rosalia Carolina von Sprenger, una palermitana di origini tedesche e di confessione evangelica, maestra nella scuola "Garibaldi" di Napoli, avendone i figli Michelangelo Francesco, Francesco Felice Alberto e Teresa Carolina. Di quest'anno è il saggio, premiato dall'Università di Napoli, sull'Origine e natura delle passioni secondo Spinoza, che mostra già, nell'interesse per lo Spinoza, unito ai contemporanei studi della filosofia di Feuerbach, una significativa presa di distanze dall'idealismo in favore del materialismo.
Nel 1869 scrive il saggio La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele, premiata nel 1871 dalla Reale Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli. Consegue la libera docenza in filosofia della storia e si mette in aspettativa in attesa di ottenere un incarico nell'Università; scrive la dissertazione Esposizione critica della dottrina di G. B. Vico e collabora con il giornale svizzero "Basler Nachrichten", al quale invia corrispondenze politiche, al quotidiano napoletano "Il Piccolo", fondato e diretto da Rocco De Zerbi, futuro deputato e leader dell'Unione liberale, un gruppo politico al quale Labriola aderisce. Entra anche nella redazione della "Gazzetta di Napoli" e, nel febbraio 1872, in quella de L'Unità Nazionale, diretta da Ruggiero Bonghi, al Monitore di Bologna e alla Nazione di Firenze, nella quale escono nell'estate del 1872 le sue dieci Lettere napoletane. Nel 1873 si dichiara herbartiano in psicologia e in morale, pubblicando a Napoli i saggi Della libertà morale, dedicata ad Arturo Graf e Morale e religione.
Trasferitosi nel 1873 a Roma, ove muore di difterite il figlio Michelangelo, supera nel 1874 il concorso alla cattedra di filosofia e pedagogia all'Università di Roma. Nel 1876 pubblicò il saggio Dell'insegnamento della storia e l'anno dopo è direttore del Museo di istruzione e di educazione: sono anni in cui Labriola mostra un particolare impegno verso il miglioramento del livello professionale degli insegnanti e la diffusione dell'istruzione di base della popolazione, inteso come primo passo per una maggiore democrazia del paese.
A questo scopo s'informa sugli ordinamenti scolastici dei paesi europei: nel 1880 pubblica gli Appunti sull'insegnamento secondario privato in altri Stati e nel 1881 l'Ordinamento della scuola popolare in diversi paesi.
Contemporaneamente Labriola abbandona le convinzioni politiche di moderato liberalismo per approdare a posizioni radicali: oltre alla lotta all'analfabetismo, auspica l'intervento dello Stato nell'economia, una politica sociale di assistenza ai poveri, il suffragio universale che permetta anche a candidati operai l'ingresso al Parlamento.
Nel 1887 ottiene la cattedra di filosofia della storia all'Università di Roma e inizia un corso di storia del socialismo. A seguito di notizie che danno imminente la stipula del Concordato con il Vaticano, Labriola tiene all'Università la conferenza Della Chiesa e dello Stato a proposito della conciliazione, considerando una minaccia per la libertà di pensiero ogni accordo con la Chiesa, temendone l'ingerenza nella vita pubblica italiana; il 18 novembre 1887 il quotidiano romano La Tribuna pubblica una sua lettera in cui, tra l'altro, scrive di essere «teoricamente socialista ed avversario esplicito delle dottrine cattoliche» e il 22 gennaio 1888, nella conferenza Della scuola popolare, auspica l'abolizione dell'insegnamento religioso.
Il 2 marzo 1888, sul giornale Il Messaggero, depreca l'uso della forza pubblica contro le manifestazioni; il 16 dicembre tiene agli operai di Terni un discorso su Le idee della democrazia e le presenti condizioni dell'Italia, in cui afferma di impegnarsi personalmente in politica e dichiara di desiderare un «governo del popolo mediante il popolo stesso» e la formazione di un grande partito popolare. Il 2 maggio 1890 scrive che «I parlamenti, come forma transitoria della vita democratica d'origine borghese, spariranno col trionfo del proletario» e il 20 giugno tiene nel Circolo operaio romano di studi sociali il discorso Del socialismo commemorando la Comune di Parigi.
Nell'ottobre Labriola saluta il congresso della socialdemocrazia tedesca a Halle scrivendo che «Il proletariato militante procederà sicuro sulla via che mena diritto alla socializzazione dei mezzi di produzione ed l'abolizione del presente sistema di salariato, fidando solo nei suoi propri mezzi e nelle sue proprie forze».
Nel 1890 entra in rapporto epistolare con Engels, che conoscerà nel 1893 a Zurigo, e con i maggiori dirigenti socialisti europei, Kautsky, Liebknecht, Bebel, Lafargue, mentre rimprovera a Filippo Turati, il più prestigioso leader socialista italiano e direttore della rivista Critica sociale, superficialità teorica e arrendevolezza nei confronti degli avversari politici. Vuole che il Partito socialista, che deve nascere ufficialmente con il Congresso di Genova del 14 agosto 1892, sia un partito di operai e non di intellettuali positivisti borghesi. Vede nei Fasci siciliani un concreto esempio di socialismo popolare e rivoluzionario e lamenta che il marxismo non riesca a essere compreso in Italia.
Nell'anno accademico 1890-1891 fa lezione sul Manifesto di Marx ed Engels e scrive a quest'ultimo, nel gennaio del 1893, di star facendo un nuovo corso «su la genesi del socialismo moderno» ma di non riuscire a risolversi a scriverne un saggio per l'ignoranza su tanti «fatti, persone, teorie, etc, che sono tante fasi, tanti momenti né sentiti né conosciuti in Italia», come ribadisce il 7 maggio a Victor Adler che «il marxismo non piglia piede in Italia».
Su sollecitazione del Sorel, scrive In memoria del Manifesto dei comunisti, il primo dei suoi saggi sulla concezione materialistica della storia, terminato il 7 aprile 1895, che esce in francese sulla rivista del Sorel, Le Devenir social; lo spedisce a Engels in luglio, ricevendone le lodi. Anche il giovane Croce - che ne promuove la stampa in Italia - ne è influenzato tanto da attraversare il suo pur breve periodo di adesione al marxismo. Nei due anni successivi Labriola scrive altri due saggi, Del materialismo storico, dilucidazione preliminare e Discorrendo di socialismo e di filosofia.

Il pensiero
Schematicamente, possiamo suddividere il percorso filosofico e politico di Labriola in tre diversi momenti: innanzitutto fu propugnatore dell'idealismo hegeliano (influenzato da Bertrando Spaventa, del quale fu allievo a Napoli); successivamente, possiamo distinguere una fase contrassegnata dal rifiuto dell'idealismo in nome del realismo herbartiano, ed infine, il momento della maturità, in cui aderisce pienamente al marxismo.
L'approccio di Labriola al marxismo è pesantemente influenzato da Hegel e Herbart, per cui è più aperto dell'approccio di marxisti ortodossi come Karl Kautsky. Egli vide il marxismo non come una schematizzazione finale ed autosufficiente della storia, ma piuttosto come una collezione di puntelli per capire le relazioni umane. Era necessario che questi puntelli fossero in qualche modo imprecisi se il marxismo voleva considerare la complessità dei processi sociali e la varietà di forze operanti nella storia. Il marxismo doveva essere inteso come una teoria ‘critica', nel senso che esso non vede verità eterne ed è pronto ad abbandonare le proprie convinzioni se l'esperienza insegna diversamente. La sua descrizione del marxismo come filosofia della prassi riapparirà nei Quaderni dal carcere di Gramsci.

▪ 1947 - Kurt Zadek Lewin (Mogilno, 9 settembre 1890 – Newtonville, 12 febbraio 1947) è stato uno psicologo tedesco, pioniere della psicologia sociale. Fu tra i sostenitori della psicologia della Gestalt, da cui recepì l'dea che la nostra esperienza non è costituita da un insieme di elementi puntiformi che si associano, ma da percezioni strutturate di oggetti e/o reti di relazioni, e che solo in questo campo di relazioni trovano il loro significato, e fu tra i primi ricercatori a studiare le dinamiche dei gruppi e lo sviluppo delle organizzazioni.
Il concetto base di Lewin è quello di ricerca-azione, esso identifica una sequenza epistemologica composta da pianificazione dell'azione e verifica dei suoi possibili effetti. Tale sequenza, sviluppandosi nel tempo secondo un movimento a spirale, caratterizza il percorso scientifico. Lo stesso concetto indica anche un'impostazione che qualifica "ogni progetto razionale di azione nel sociale da parte di singoli e di organizzazioni, e che si traduce per chi partecipa a un intervento collettivo in un'integrazione di azione, formazione e ricerca". Dal punto di vista puramente scientifico e anche dal punto di vista sociale, sono necessari "occhi e orecchi sociali nei punti nevralgici e all'interno degli organismi di azione sociale".
Tuttavia a differenza dei fisici, che dispongono di strumenti esterni per percepire i fenomeni (a costo talvolta di alterarli), gli osservatori sociali devono essi stessi essere formati a una percezione sociale attiva, perché si occupano di un campo di fenomeni che non possono essere studiati senza interagire con essi.
Compare già qui una delle ambiguità inscritte nel concetto: il termine azione indica un momento della sequenza sperimentale, ma anche e forse ancor di più, il coinvolgimento del ricercatore e dei suoi colleghi nel campo sociale, il loro impegno nel processo, il fatto che essi partecipino alla risoluzione dei problemi sociali e non soltanto ai problemi di conoscenza.
La fedeltà di Lewin al processo sperimentale non gli impedisce di lavorare in situazioni dove la sua traduzione nella pratica è impossibile, per esempio là dove si vuole aiutare una comunità locale ad affrontare i conflitti con (o tra) le sue minoranze.
Con Ronald Lippitt, egli riunisce gli attori per realizzare degli studi sul campo e propone il concetto di community self-survey.
In situazioni di consulenza, la conduzione della ricerca finisce per applicare quelle regole democratiche, conformi ai valori di cui si era voluta dimostrare la pertinenza sociale e psicologica in esperienze divenute celebri.
Secondo Lewin stesso, la ricerca-azione è sia un metodo di ricerca teorico-sperimentale, sia una ricerca sull'efficacia relativa di diverse forme d'azione, sia una ricerca diagnostica per preparare una strategia d'azione, sia un'occasione di diffondere, promuovere o democratizzare il processo scientifico attraverso una formazione di vari attori sociali ancorata alla prassi, associandoli a precisi momenti del processo di ricerca.

▪ 1957 - Concetto Marchesi (Catania, 1º febbraio 1878 – Roma, 12 febbraio 1957) è stato un politico, accademico e latinista italiano.

La polemica con Giovanni Gentile
L'articolo Ricostruire di Giovanni Gentile, pubblicato il 28 dicembre 1943, aveva provocato dure e prolungate polemiche nello stesso ambiente fascista.
Egli aveva chiesto di «colpire il meno possibile; andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia» e di «non perseguitare pel gusto di una giustizia che si compia anche a danno del paese».
Gli intransigenti avevano accusato il filosofo siciliano di aver lanciato «un caldo, commovente appello alla concordia nazionale, alla indulgenza verso i passati trascorsi, all'oblio delle colpe di chiunque e da qualunque parte commesse», mentre «il tempo attuale è un tempo duro, scandito dagli scoppi delle bombe ad alto esplosivo».
Gentile replicò più volte a questa e altre analoghe critiche: il 16 gennaio 1944 chiarisce sul quotidiano fascista fiorentino «Repubblica» di avere sì invocato «la cessazione delle lotte, ma aggiungendo subito tranne quella vitale contro i sobillatori, venduti o in buona fede, ma sadisticamente ebbri di sterminio. Né compromessi dunque, né equivoci. Quello che io chiedo è che si evitino le lotte non necessarie, né utili, anzi certamente dannose, in cui certi elementi fascisti insistono troppo».
Verso la metà di febbraio Marchesi scrisse una risposta all'articolo di Gentile, inviandola per la pubblicazione al quotidiano svizzero «Libera Stampa» e ai fogli clandestini italiani «La Nostra Lotta» e «Fratelli d'Italia». Il giornale comunista «La Nostra Lotta» lo pubblicò contemporaneamente a «Libera Stampa» in Svizzera, a Milano, a Roma e a Firenze, mentre sul giornale del CLN veneto «Fratelli d'Italia» apparve solo alla fine di marzo.
L'articolo rimase anonimo su «La Nostra Lotta» e su «Fratelli d'Italia»: non lo fu su «Libera Stampa» che lo pubblicò il 24 febbraio con il titolo Rinascita fascista e concordia di animi ovverossia Giovanni Gentile e Concetto Marchesi, e nell'incipit redazionale è ancora indicato che a Giovanni Gentile, «questo indegno e vacuo rappresentante delle cultura non italiana, ma fascista, ha così risposto [...] con ben altra autorità che deriva da elevatezza intellettuale e morale, Concetto Marchesi [...]».
Marchesi esordisce ricordando a Gentile che l'8 settembre 1943 - data giudicata dal filosofo un «obbrobrio» - il fascismo era già morto e che la rinascita del fascismo auspicata da Gentile «è una sconcia commedia rappresentata da sconci gazzettieri. Il fascismo non può risorgere perché esso non è un organismo malato, è una malattia; non è il lebbroso che possa guarire, è la lebbra».
Abbandonato dalla monarchia e dalla borghesia industriale e finanziaria, restò solo con l'esercito tedesco divenuto, dopo l'armistizio, esercito invasore e non più alleato.
Proprio grazie alla presenza dell'esercito tedesco, il fascismo «rivisse a far le vendette tedesche in terra italiana, servo e sgherro anche in quest'ultimo aspetto della sua ripugnante soggezione».
Inutilmente - sostiene Marchesi - il fascismo cerca ora di presentarsi animato da spirito anti-capitalistico e anti-borghese: è solo un pretesto di «turpe gente che non sa morire. Sotto la garanzia dell'impunità, ha saputo soltanto distruggere e ammazzare».
Con la caduta del fascismo e della monarchia, con il dissolvimento dell'esercito, restano «per fortuna dell'Italia, i ribelli, eccellenza Gentile, quelli che voi chiamate "i sobillatori, i traditori, venduti o in buona fede. In buona fede, signor senatore: perché essi a vendersi, come voi dite, non ricaverebbero altra mercede che la fuga o la prigione o la morte. I denari di Giuda sono dalla vostra parte e si chiamano taglie, premi di delazione, premi di esecuzione, arruolamento di militari e di delatori».
Costituendosi in Stato, ora il fascismo agisce contro i suoi avversari in due modi contemporaneamente: sia con la forza della rappresaglia militare - venti ostaggi per ogni caduto - che con quella della legge ordinaria, espletata dai tribunali, che dovrebbero punire il solo responsabile. Finora la parola legge non aveva coperto «una procedura d'assassinio in massa su persone necessariamente innocenti perché chiuse in casa o in prigione nell'ora in cui si compiva il reato. Il merito di aver portato la legge e la norma pubblica al livello dello scannamento più facile e più selvaggio spetta al fascismo e al nazismo. E di questo voi, eccellenza Gentile, siete pienamente persuaso».
Non è pertanto possibile la concordia invocata da Gentile: «Con chi debbono accordarsi, ora, i cittadini d'Italia? Coi tribunali speciali della repubblica fascista o coi comandi delle S.S. germaniche? Fascismo è l'ibrido mostruoso che ha raccolto nelle forme più deliranti della criminalità i deliri della reazione, è lo stagno dove hanno confluito i rifiuti e le corruttele di tutti i partiti. E ora da questa proda immonda della paura e della follia si ardisce tendere le braccia per una concordia di animi?».
Così concludeva il Marchesi: «Quanti oggi invitano alla concordia, invitano ad una tregua che dia temporaneo riposo alla guerra dell'uomo contro l'uomo. No: è bene che la guerra continui, se è destino che sia combattuta. Rimettere la spada nel fodero, solo perché la mano è stanca e la rovina è grande, è rifocillare l'assassino. La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un'altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c'è di mezzo una notte ed un'aurora».
Su «La Nostra Lotta» quest'ultima parte dello scritto apparve modificata:

«Quanti oggi invitano alla concordia, sono complici degli assassini nazisti e fascisti; quanti invitano oggi alla tregua vogliono disarmare i Patrioti e rifocillare gli assassini nazisti e fascisti perché indisturbati consumino i loro crimini.
La spada non va riposta finché l'ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l'ultimo traditore fascista non sia sterminato. Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: MORTE!».
Non si sa chi abbia modificato il primo capoverso, che rispetto all'originale distingue con più nettezza ed enfasi le due parti in lotta in «assassini» e «patrioti», mentre l'autore del secondo capoverso fu Girolamo Li Causi, allora responsabile della stampa clandestina del Centro milanese del Partito comunista. Quest'ultima modifica sembra profonda e ha un significato molto chiaro, mentre il significato dell'originale del Marchesi - «La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un'altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c'è di mezzo una notte ed un'aurora» - appare francamente oscuro. Perché mai si dovrebbe spezzare la spada con la quale si combatte il nemico? Occorre allora chiedersi quale sia il senso della frase del Marchesi e il suo rapporto con la modifica di Li Causi.
La frase del Marchesi è stata interpretata ricorrendo al frasario e alla simbologia massonica. Nel rituale delle antiche logge massoniche, il tradimento di un «fratello» era punito con la morte; François-Timoléon Bègue-Clavel descrive il rituale seguito nella condanna di Filippo d'Orléans il quale, già massone, nel 1793 si era espresso contro l'esistenza della Massoneria e di ogni società segreta: «Il presidente si alzò lentamente, prese la spada dell'ordine, la spezzò sul ginocchio e gettò i frammenti in mezzo all'assemblea. Tutti i fratelli emisero un coro luttuoso».
Dunque, non deporre la spada, ma spezzarla, significa emettere una sentenza di morte nei confronti dei traditori: una nuova spada, che simboleggia la pace e l'armonia della comunità, sarà fabbricata solo quando, eliminati i nemici, sorgerà l'aurora del nuovo giorno che vedrà ricostituita la vera unità dei concordi. Quella di Li Causi è perciò una traduzione libera e popolare, più adatta a un foglio che ha il compito di incitare alla lotta contro il fascismo, ma resta fedele al contenuto del pensiero di Concetto Marchesi.
Un pensiero che era anche in linea con il decreto pubblicato il 1° gennaio 1944 sull'organo delle Brigate Garibaldi «Il Combattente» e il successivo 15 gennaio su «Fratelli d'Italia». All'articolo 1 dichiarava «traditori della patria» tutti gli appartenenti al Partito fascista repubblicano, alla Milizia, a ogni altra organizzazione fascista e «tutti quelli che dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania abbiano collaborato nel campo militare, economico, amministrativo»; all'articolo 2 si condannavano a morte tutti coloro che, indicati nel precedente articolo, «nelle organizzazioni del Partito fascista repubblicano o nell'opera di collaborazione coi Tedeschi, abbiano dimostrato particolare iniziativa ed attività, o comunque abbiano svolta opera di direzione»; all’articolo 4 queste indicazioni erano dichiarate immediatamente operative.
Il 15 aprile 1944 un gruppo di gappisti uccise Giovanni Gentile davanti alla sua abitazione. Si trattò di un'iniziativa autonoma di quel nucleo comunista fiorentino - tanto che il Comitato toscano di Liberazione nazionale sconfessò l'azione con l'astensione del rappresentante comunista - ma il Partito comunista decise di assumersi la responsabilità politica dell'attentato: «L'ordine del giorno di deplorazione è approvato con l'astensione dei comunisti i quali, pur non avendo il loro partito deciso l'uccisione di Gentile, non possono disapprovare quell'atto vindice e giustiziere compiuto da giovani col rischio della propria vita».
Nel dibattito che seguì la morte del Gentile sulla sua figura di intellettuale fascista, s'inserì anche Marchesi con l'articolo Ai giovani, pubblicato il 15 maggio 1944 su «Fratelli d'Italia». Marchesi non si occupa esplicitamente della figura di Gentile, che nell'articolo non viene nemmeno nominato, e tuttavia egli replica a concetti espressi in diversi discorsi del filosofo siciliano, che aveva esaltato le «virtù» del popolo italiano nei «venticinque secoli» della sua storia e la funzione degli intellettuali, la classe che, nella visione di Gentile, raccoglie, conserva e trasmette i valori patri e che anima il Paese nei suoi momenti di crisi.
Niente di tutto questo, per Marchesi. Gli intellettuali italiani sono in massima parte «uomini saldati ad una stagnante tradizione di massime e di concepimenti fondati su una morale conservatrice padronale e servile, questa gente fa della patria, dell'ordine, della giustizia, della religione, i pilastri consacrati del privilegio». Anche coloro che per qualche tempo si atteggiarono a dissidenti o ribelli, «nell'ora brusca e scura dell'urto, si allinearono quasi tutti nelle file dei buoni cittadini amanti dell'ordine». Quando poi il fascismo trionfò e «l'impunità fu accordata al pugnale dell'assassino, mentre fumavano gli incendi delle Camere del Lavoro e delle Cooperative operaie, e gli uomini venivano massacrati sotto gli occhi delle loro donne dalle eroiche schiere degli squadristi armati con le armi del regio esercito», proprio allora «il mondo intellettuale e accademico, come quello padronale - dal grande al piccolo padrone - fu quasi tutto al servizio della smisurata vergogna: e per più di vent'anni si mantenne animato da una mai svigorita libidine di servitù»
Marchesi torna ai motivi del famoso articolo dello scorso febbraio: tutta l'attuale classe dirigente deve sparire e con essa non è possibile né concordia né di tregua, «finché queste radici di maleficio e di odio restano conficcate nella vita italiana».
E se si opponesse che abbastanza sangue è già stato versato, si potrà rispondere domandando:
«Quale sangue è stato finora copiosamente e deliberatamente versato se non quello del popolo lavoratore e degli uomini liberi? Il sangue che si è sparso e si sparge senza un minimo di arresto è certo bastevole a documentare il lungo martirio degli oppressi : non ad assolvere l'opera di giustizia»

Deputato alla Costituente e al Parlamento
Nel 1946 venne eletto nell'Assemblea Costituente e partecipò alla scrittura della Costituzione italiana. Nota è la sua dissidenza con Togliatti perché rifiutò l'inserimento dei Patti Lateranensi nell'articolo 7 della Costituzione Italiana e quando si trattò di votare il relativo articolo, uscì dall'aula con un gruppo di deputati comunisti intransigenti, tra i quali Teresa Noce.
Fu membro del comitato centrale del PCI dal 1947 e deputato nazionale dal 1948 fino alla morte. Concluse l'attività accademica nell'Università padovana con il pensionamento avvenuto il 31 ottobre del 1953. Nel 1956 commentò le accuse lanciate a Stalin da Nikita Kruscev durante il XX Congresso del PCUS, affermando ironicamente che «Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma, trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Kruscev».
Morì nel 1957 e la sua commemorazione alla Camera dei Deputati fu fatta da Palmiro Togliatti, suo amico personale ed estimatore culturale: benché non più Guardasigilli, era stato lui nel dicembre 1947 ad imporre una pausa dei lavori dell'Assemblea costituente, prima della votazione finale della Costituzione, affinché Marchesi avesse due settimane di tempo per dare una revisione finale (sotto il profilo della pulizia linguistica e della coerenza sintattica e stilistica) del testo della Carta costituzionale.

* 1966 - Elio Vittorini (Siracusa, 23 luglio 1908 – Milano, 12 febbraio 1966) è stato uno scrittore italiano.
Elio Vittorini nacque a Siracusa nel 1908 e durante gli anni dell'infanzia seguì il padre ferroviere nei suoi spostamenti di lavoro per la Sicilia. Infatti la sorella nacque a Scicli. Ella diceva:
"Qui sono le nostre radici e qui voglio chiudere gli occhi per sempre, nello stesso posto dove li aprii". Infatti chiuse la sua vita a Donnalucata. Dopo la scuola di base, Elio frequentò la scuola di ragioneria senza interesse, finché, dopo essere fuggito di casa 4 volte, nel 1924 abbandonò definitivamente la Sicilia.
Lavorò per un certo periodo come contabile in un'impresa di costruzioni in Venezia Giulia e nel 1930 si trasferì a Firenze dove lavorò come correttore di bozze alla "Nazione". Aveva intanto iniziato a scrivere articoli e pezzi narrativi che inviò a Curzio Malaparte che li pubblicò sulla rivista "Conquista dello Stato".
Nel 1927 inviò a "La Fiera Letteraria" il suo primo importante scritto narrativo, Ritratto di re Gianpiero, che gli venne pubblicato. Nel 1929 iniziò a collaborare alla rivista "Solaria" e venne pubblicato sull'"Italia Letteraria" un suo articolo, Scarico di coscienza, in cui accusava la letteratura italiana di provincialismo.
Nel 1931, per le edizioni di "Solaria" uscì il suo primo libro, una raccolta di racconti intitolato Piccola borghesia che venne ristampato da Mondadori nel 1953. Tra il 1933 e il 1934 uscì su "Solaria" il romanzo Garofano rosso a puntate, romanzo che a causa della censura fascista, venne pubblicato in volume solamente nel 1948 da Mondadori.
Nel 1931 a causa di una intossicazione da piombo, fu costretto ad abbandonare il posto di lavoro come correttore di bozze e da quel momento visse solamente del ricavato delle sue traduzioni dall'inglese (note quelle di Faulkner, Poe, Lawrence) e dell'attività di consulente editoriale.
Nel 1936, quando scoppiò il conflitto in Spagna, Vittorini, che stava scrivendo Erica e i suoi fratelli, progettò, con l'amico Vasco Pratolini di raggiungere i repubblicani spagnoli, e sulla rivista "Bargello" scrisse un articolo in cui spronava i fascisti italiani ad appoggiare i repubblicani contro Franco; ciò gli causò l'espulsione dal Partito fascista (questa è almeno la versione data dallo stesso Vittorini). In realtà, come emerge da una lettera datata 1970 scritta dal direttore del «Bargello» Gioacchino Contri, «nella seconda metà del '36, Elio fu denunciato alla Questura non per le sue opere sul Bargello ma perché al caffè, con gli amici, parlava a voce alta di ciò che non era permesso e cioè usava un linguaggio libero da antifascista. Fu chiamato e diffidato; fece reguito il Gruppo Rionale (il Partito) che gli fece sapere che rischiava di essere espulso dal Partito. Per tutta risposta Elio consegnò la sua tessera fascista, ossia si autoradiò dal Partito» [tratto da Gian Carlo Ferretti, L'editore Vittorini, Einaudi, pp. 147-148]).

Del 1937 è un altro articolo scritto per il Bargello, in cui Vittorini loda la politica di Mussolini verso il mondo islamico: «Il fatto che Mussolini abbia preso in mano la spada dell'Islam ha importanza agitatrice e contiene possibilità di storia. (…) 'Islam' significa 'abbandono a Dio' (…). Significherà abbandono a Mussolini, abbandono di fiducia di tutti gli arabi nelle mani universalizzatrici di Mussolini .
L'anno prima (1936) pubblicò, presso Parenti, Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna che aveva vinto il premio indetto dall'"Infanzia" e che sarà poi ristampato da Mondadori, con il titolo Sardegna come un'infanzia, nel 1952. Nel
Negli anni che vanno dal 1938 al 1939 uscì a puntate su "Letteratura" il romanzo Conversazione in Sicilia che sarà pubblicato in volume nel 1941, prima dall'editore Parenti e poi da Bompiani con il suo titolo originale.
Da Bompiani ricevette un incarico editoriale e così, nel 1939, si trasferì a Milano dove diresse la collana "La Corona" e fu curatore dell'antologia di scrittori statunitensi Americana che, sempre a causa della censura fascista, venne pubblicata solamente nel 1942 e con tutte le note dell'autore soppresse (l'edizione integrale venne pubblicata solamente nel 1968).
Nel 1942 lo scrittore si avvicinò al Partito comunista clandestino e partecipò attivamente alla Resistenza. Nel 1945 fu direttore, per un certo periodo, dell'edizione milanese dell'"Unità", pubblicò presso Bompiani il romanzo Uomini e no e fondò la rivista di cultura contemporanea "Il Politecnico".
Nel 1947, quando la rivista "Il Politecnico" terminò le sue pubblicazioni, Vittorini pubblicò, sempre presso Bompiani, il romanzo Il Sempione strizza l'occhio al Frejus e nel 1949 uscì Le donne di Messina che verrà ristampato con notevoli varianti nel 1964.
Nel 1951 Einaudi lo chiamò per dirigere la collana "I Gettoni" e Vittorini condusse il suo incarico facendo scelte molto precise riguardo agli autori da inserire nella collana, accogliendo soprattutto le opere di giovani scrittori come Calvino e Fenoglio ma rifiutando Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
Nello stesso anno, in un articolo che pubblicava su "La Stampa", Le vie degli ex comunisti, lo scrittore analizzava acutamente le cause del distacco di molti intellettuali e del suo dal PCI.
Negli anni che vanno dal 1952 al 1955 lo scrittore lavorò al romanzo Le città del mondo che, abbandonato e rimasto incompiuto verrà pubblicato postumo nel 1969 da Einaudi, e completò definitivamente Erica e i suoi fratelli che venne pubblicato nel 1956 da Bompiani.
Quando scoppiarono i fatti d'Ungheria lo scrittore, profondamente colpito, ne tentò un'elaborazione narrativa in un dramma rimasto inedito. Nel 1957 pubblicò una raccolta di scritti critici dal titolo Diario in pubblico e nel 1959 fondò la rivista "Il Menabò" edita da Einaudi che diresse insieme a Italo Calvino.
Iniziò nel 1960 a dirigere la collana "La Medusa" per Mondadori e in seguito la collana "Nuovi scrittori stranieri". Nello stesso anno scrisse un manifesto per protestare contro la guerra e la tortura in Algeria e si candidò nelle liste radicali del PSI.
Negli ultimi anni della sua vita fu consulente della casa editrice Einaudi.
Tutti gli appunti di riflessione sulla letteratura da lui lasciati furono raccolti da D. Isella in un volume postumo, 1967, intitolato Le due tensioni.
Morì a Milano nel 1966, le sue spoglie riposano nel cimitero di Concorezzo.

* 1979 - Jean Renoir (Montmartre, 15 settembre 1894 – Beverly Hills, 12 febbraio 1979) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese, secondo figlio del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir.
Solo grazie l'acume di alcuni critici - soprattutto quelli che scrivevano sui Cahiers du cinéma - la sua figura è stata adeguatamente rivalutata e si è apprezzato in pieno il suo contributo alla cinematografia francese (e mondiale).

▪ 1980 - Vittorio Bachelet (Roma, 20 febbraio 1926 – Roma, 12 febbraio 1980) è stato un giurista e politico italiano, dirigente dell'Azione Cattolica ed esponente democristiano; fu assassinato dalle Brigate Rosse.
Ultimo dei nove figli di Giovanni, ufficiale dell'esercito, e di Maria Bosio, ancora bambino si iscrisse all'Azione Cattolica, presso il circolo parrocchiale di S. Antonio di Savena: dopo la maturità classica si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza e iniziò la militanza nella FUCI, sia nella sezione romana, sia nel centro nazionale. Diverrà condirettore di Ricerca, il periodico della federazione universitaria.
Il 24 novembre del 1947 si laurea, con una tesi diritto del lavoro su I rapporti fra lo Stato e le organizzazioni sindacali (votazione 110/110); suo relatore è il prof. Levi Sandri.
Nell'anno accademico 1947-48 è assistente volontario presso la cattedra di Diritto amministrativo presso l'Università La Sapienza.
Intanto divenne redattore capo della rivista di studi politici Civitas, diretta da Paolo Emilio Taviani, della quale nel 1959 divenne vicedirettore, e ottenne diversi incarichi presso il CIR (Comitato Interministeriale per la Ricostruzione, l'attuale CIPE) e la Cassa per il Mezzogiorno.
Il 26 giugno 1951 si sposa con Maria Teresa (Miesi) De Januario. Il 13 aprile 1952 nasce la figlia Maria Grazia. Tre anni dopo, il 3 maggio 1955, nasce il figlio Giovanni.
Nel 1957 ottenne la libera docenza in Diritto amministrativo e in Istituzioni di diritto pubblico e iniziò la sua carriera di professore universitario: fu dapprima docente di Diritto amministrativo presso la Scuola di applicazione della Guardia di Finanza e presso l'Università di Pavia, poi presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Trieste e, dal 1974, professore ordinario di Diritto pubblico dell'economia presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma.
Non abbandonò mai la militanza nell'Azione Cattolica e ne divenne uno dei principali dirigenti nazionali. Papa Giovanni XXIII nel 1959 lo nominò vicepresidente dell'Azione Cattolica Italiana: nel 1964 Paolo VI lo elesse Presidente generale per la prima volta (verrà riconfermato anche per i due mandati successivi, fino al 1973). In tal veste, si adoperò per adeguare l’AC allo spirito del Concilio Vaticano II, spingendo per la democratizzazione della vita interna e per la valorizzazione della funzione dei laici nella vita ecclesiale. Promosse anche un progressivo distacco dell'associazione dall’impegno politico diretto.
Ricoprì anche la carica di vicepresidente del Pontificio consiglio per la famiglia, della Pontificia commissione Justitia et Pax e del Comitato italiano per la famiglia.
Esponente della Democrazia Cristiana, grande amico di Aldo Moro, dopo le elezioni amministrative del giugno del 1976 venne eletto Consigliere comunale a Roma: il 21 dicembre dello stesso anno venne anche eletto vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, del quale faceva parte in quanto componente eletto dal parlamento in seduta comune.
Il 12 febbraio 1980, al termine di una lezione, mentre conversava con la sua assistente Rosy Bindi, fu assassinato da un commando delle Brigate Rosse (di cui faceva parte Annalaura Braghetti) nell'atrio della facoltà di Scienze politiche de La Sapienza, con sette proiettili calibro 32 Winchester.
Due giorni dopo se ne celebrarono i funerali nella chiesa di San Roberto Bellarmino di Roma. Uno dei due figli, Giovanni, all’epoca venticinquenne, nella Preghiera dei fedeli disse: «Preghiamo per i nostri governanti: per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Preghiamo per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri.»

* 1986 - Pasquale Festa Campanile (Melfi, 28 luglio 1927 – Roma, 12 febbraio 1986) è stato un regista, sceneggiatore e scrittore italiano.
Appartenente ad una famiglia borghese, Pasquale nacque e visse a Melfi fino al 1936, trasferendosi a Roma assieme al padre. Nella capitale comincia a lavorare come giornalista e critico letterario. Nel 1957 pubblica il suo primo romanzo, ispirato a episodi autobiografici, La nonna Sabella. Il libro desta curiosità nell'ambiente del cinema, tanto che Dino Risi ne realizza un film che avrà anche un seguito l'anno successivo (La nipote Sabella), diretto da Giorgio Bianchi.
Di qui si introduce nel mondo di Cinecittà e realizza insieme a Massimo Franciosa le prime sceneggiature cinematografiche: tra queste è sicuramente da ricordare la trilogia di Poveri ma belli, diretta sempre da Risi. Successivamente arrivano anche sceneggiature di pellicole prestigiose quali Rocco e i suoi fratelli e Il gattopardo di Luchino Visconti, La viaccia di Mauro Bolognini e Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy, mentre trascura completamente la letteratura.
Dal 1963 passa alla regia, girando con alterni risultati numerosi film, spaziando dal drammatico alla commedia all'italiana, dalla satira al film in costume.
Dal 1975 in poi ritorna alla letteratura pubblicando altre opere narrative, alcune delle quali sono state poi da lui stesso adattate per lo schermo: tra queste, La ragazza di Trieste, Il ladrone, Conviene far bene l'amore. Per amore, solo per amore (Premio Campiello 1984) è stato invece portato sul grande schermo da Giovanni Veronesi nel 1993. È stato sposato con la pittrice Anna Salvatore. Per un certo periodo è stato legato sentimentalmente alle attrici Catherine Spaak e Lilli Carati.

▪ 1987 - Angela Giussani (Milano, 10 giugno 1922 – 12 febbraio 1987) e Luciana Giussani (Milano, 19 aprile 1928 – 31 marzo 2001) sono state due autrici di fumetti e editrici italiane.
Angela Giussani e Luciana Giussani sono le ideatrici del famoso personaggio dei fumetti Diabolik - il primo fumetto nero italiano formato tascabile - a cui hanno dedicato tutta la loro vita professionale.
Angela nasce a Milano il 10 giugno 1922; dopo aver fatto per un certo periodo la modella, sposa nel 1946 l'editore Gino Sansoni e lavora nella casa editrice del marito occupandosi di una collana che pubblica libri per ragazzi. Fonda poi una casa editrice tutta sua che chiama Astorina; dopo il fallimento del primo tentativo - la pubblicazione di un fumetto con le avventure di un pugile, Big Ben Bolt - durato solo due anni, ci riprova con un nuovo personaggio nato dal suo incontro casuale con la copia di un romanzo di Fantomas.
Il 1º novembre 1962 viene pubblicato il primo numero di Diabolik con il "plot" scritto dalla stessa Angela. Sarà l'inizio di una lunga serie di sequestri e poi di successi.
Dopo tredici numeri del nuovo fumetto, Angela chiama a lavorare con sé la sorella Luciana, diplomata da poco ad una scuola tedesca; insieme iniziano ad occuparsi della casa editrice e a scrivere a quattro mani le avventure rocambolesche del "Re del terrore".
Angela muore nel 1987 mentre Luciana continua a gestire da sola la casa editrice; nel 1992 però passa la mano nella conduzione di Diabolik, lasciando infine, nel 1999, anche la casa editrice; muore nel 2001.

* 1996 - Andrea Barbato (Roma, 7 marzo 1934 – Roma, 12 febbraio 1996) è stato un giornalista, scrittore e deputato italiano.
Cominciò l'attività giornalistica in giovane età. A 22 anni lavorò alla BBC. In seguito, alternò collaborazioni con televisione e carta stampata: lavorò a il Messaggero, L'Espresso e il Giorno come inviato speciale in Africa ed Estremo Oriente.
Nel 1968 la RAI decise di trasmettere un telegiornale anche all'ora di pranzo: fu Barbato il primo a condurlo.
In seguito, collaborò con il settimanale televisivo Tv7, in onda su Rai Uno. Nella notte tra il 20 luglio e il 21 luglio 1969 fu tra i commentatori della diretta dello sbarco sulla Luna,. Quando la RAI decise di costituire un secondo canale, fu ancora lui il prescelto a tenerne a battesimo il telegiornale. All'epoca Barbato apparteneva al Partito Socialista Italiano, in particolare alla corrente di Riccardo Lombardi.
Nel 1971 cominciò a lavorare per la Stampa; successivamente, divenne vice-direttore de la Repubblica.
Fu tra gli intellettuali che firmarono un manifesto, pubblicato su L'Espresso, con cui accusarono il commissario Calabresi di essere un torturatore e di essere responsabile della morte dell'anarchico Pinelli.
Fu direttore del Tg2, in quota socialista, dal 1976 e di Paese Sera dal 1982 al 1983.
Nel 1983 venne eletto alla Camera dei Deputati, aderendo al gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente.
Nel 1987 rientrò in RAI, dove realizzò celebri programmi, soprattutto per Rai Tre: tra gli altri Cartolina, Italiani e Va' pensiero. Fu anche autore televisivo, teatrale e sceneggiatore (ad esempio, lo sceneggiato "Caravaggio") e scrisse diversi libri.
Dal 1989 condusse la trasmissione Cartolina, chiusa circa cinque anni dopo perché considerata "inadeguata" dal governo Berlusconi I insediatosi nel 1994.

▪ 2000 - Charles Monroe Schulz (Saint Paul, Minnesota, 26 novembre 1922 – Santa Rosa, California, 12 febbraio 2000) è stato un autore di fumetti statunitense, conosciuto in tutto il mondo per aver creato le strisce dei Peanuts.
Figlio di Dena e Carl Schulz. Suo zio gli diede (al terzo giorno di vita) il soprannome di "Sparky", come il cavallo Spark Plug nei fumetti di Barney Google.
Ha frequentato la scuola elementare a St. Paul, saltando due semestri. In questo modo, era il più piccolo della classe quando frequentò la scuola superiore anni dopo, il che potrebbe essere il motivo per cui era così timido e isolato quando era ragazzo. Dopo la morte della madre, nel 1943, è stato arruolato e mandato a Camp Campbell in Kentucky. È stato poi mandato in Europa due anni dopo per combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver lasciato l'esercito nel 1945, ha lavorato come insegnante.
La sua prima striscia a fumetti con cadenza regolare fu pubblicata nel 1947 dal St. Paul Pioneer Press, e si intitolava Li'l Folks. Anche il Saturday Evening Post accettò di pubblicare alcune vignette dei Li'l Folks. (Fu in queste strisce che apparve per la prima volta Charlie Brown, così come un cane somigliante a Snoopy). Nel 1950 propose i suoi lavori alla United Features Syndicate, e i Peanuts furono pubblicati per la prima volta il 2 ottobre 1950. Questo fumetto divenne uno dei più popolari di tutti i tempi. Per breve tempo disegnò anche una striscia ispirata allo sport chiamata It's Only a Game (1957-1959), aiutato anche dal suo amico e già collaboratore per i Peanuts Jim Sasseville, ma la serie non prese piede e fu chiusa.
Molta della sua vita viene raccontata nei Peanuts attraverso le somiglianze con Charlie Brown, il personaggio principale.
Per esempio:
▪ anche il padre di Schulz era barbiere e sua madre casalinga.
▪ anche Schulz da piccolo aveva un cane (a differenza di Snoopy, però, il suo cane Spike era un pointer).
▪ anche Schulz era timido e introverso.
▪ la ragazzina dai capelli rossi di Schulz era Donna Johnston, con cui aveva avuto una relazione.
Schulz le chiese di sposarlo, ma lei rifiutò. Rimasero comunque sempre amici.
Schulz si è sposato due volte, la prima volta nel 1951 con Joyce Halverson. Hanno avuto cinque figli, ma hanno divorziato nel 1972. In seguito si è risposato nel 1973 con Jean Forsyth Clyde, con cui ha vissuto il resto della vita.
Il padre di Schulz è morto nel 1966 mentre era andato a trovarlo, lo stesso anno in cui il suo studio in California è bruciato in un incendio.
Peanuts è stato pubblicato per quasi cinquant'anni praticamente senza interruzioni ed è apparso su 1.600 quotidiani in 75 paesi. Nel novembre 1999 Schulz ha avuto un ictus, e più tardi si scoprì che aveva un cancro. A causa della chemioterapia e per il fatto che non riusciva a leggere o vedere con chiarezza, il 14 dicembre 1999 ha annunciato il suo ritiro, all'età di settantasette anni.
Schulz morì il 12 febbraio 2000 a Santa Rosa in California a causa di un attacco cardiaco. Il giorno dopo fu pubblicata la sua ultima striscia, in cui lasciava a Snoopy il compito di congedarsi dai suoi lettori con queste parole: « Cari amici, ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant'anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro dall'attività.
Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l'affetto espressi dai lettori della mia "striscia" in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy... non potrò mai dimenticarli...Charles Schulz » (corriere.it, 13 febbraio 2000)

Schulz ha richiesto nel suo testamento che i personaggi dei Peanuts rimanessero genuini e che non si disegnassero nuove strisce basate sulle sue creature. Fino ad oggi le sue volontà sono state giustamente rispettate, e le vecchie strisce continuano a essere ri-pubblicate su quotidiani e riviste.
Il quotidiano londinese The Times lo ha ricordato, il 14 febbraio 2000, con un necrologio che terminava con la seguente frase: "Charles Schulz leaves a wife, two sons, three daughters, and a little round- headed boy with an extraordinary pet dog". (Charles Schulz lascia una moglie, due figli, tre figlie e un piccolo bambino dalla testa rotonda con uno straordinario cane).
Dal 17 agosto 2002 il museo a lui dedicato a Santa Rosa è aperto al pubblico.

▪ 2008 - ʿImād Fāyz Mughniyya, trascrivibile anche come Mughniyya, Mogniyah, Moughnie, pseudonimo Haj Radwan (Tayr Dibba, 7 dicembre 1962 – Damasco, 12 febbraio 2008), è stato un terrorista libanese, militante politico dell'Hezbollah, comandante militare descritto come fondatore dell'organizzazione. Fino alla comparsa sulla scena internazionale di Osama Bin Laden, egli era il terrorista più temuto: chiamato anche l'uomo senza volto, visto che l'ultima sua foto risaliva al 1985, da allora si sottopose per non farsi riconoscere a due operazioni di chirurgia plastica.
Nel corso degli anni novanta Imad Mughniyah collaborò intensamente con l'intelligence iraniana, organizzando gli attentati dinamitardi che il 17 marzo 1992 ed il 18 luglio 1994 distrussero rispettivamente l'ambasciata israeliana (29 morti) ed un centro culturale ebraico (84 morti) a Buenos Aires: la giustizia argentina lo ha formalmente messo in stato d'accusa per tali azioni terroristiche unitamente a membri dell'intelligence e del governo iraniano.
Pare ci sia stata la sua mano anche dietro l'attentato che, il 25 giugno 1996, colpì un complesso di alloggi utilizzato dalle truppe USA a Khobar in Arabia Saudita, causando la morte di 19 militari. Dalla fine degli anni novanta pare che Mughniyah si occupasse della supervisione delle attività operative dell'Hezbollah nel sud Libano e, in tale veste, pare abbia coordinato, tra l'altro, la cattura di tre soldati israeliani nel 2000, il rapimento dell' imprenditore israeliano Elhannan Tenenbaum, sequestrato a Dubai il 16 ottobre 2000 e liberato dopo uno scambio di prigionieri nel gennaio 2004 e, infine, l'uccisione di otto soldati israeliani ed il rapimento di altri due lungo il confine israelo-libanese il 12 luglio 2006, fatto che scatenò la susseguente invasione del Libano del sud da parte delle truppe dello stato ebraico. Nel corso degli anni USA ed Israele hanno tentato varie volte di catturare o di uccidere Imad Mughniyah: in particolare, nel 1994 una bomba forse a lui destinata causò la morte del fratello Fuad e di altri militanti sciiti a Beirut.
Dal 10 ottobre 2001 il suo nome figurava nella lista dei 22 terroristi più ricercati del mondo dell'FBI americana e sul suo capo era stata posta una taglia di 5 milioni di dollari. L'intelligence israeliana lo considerava, in un rapporto del 2002, persino più pericoloso dello stesso sceicco saudita. L'ex agente CIA Robert Baer, autore di vari trattati sul terrorismo mediorientale, lo considerava il più pericoloso avversario con cui i servizi segreti USA si fossero mai dovuti confrontare.
Imad Mughniyah è rimasto ucciso il 12 febbraio del 2008 in un'esplosione verificatasi alle 11:00 circa ora locale a Damasco, in Siria, nel quartiere di Kfar Suseh: al momento della detonazione il leader sciita si era appena seduto al posto guida del suo fuoristrada. La dinamica dell'attentato è a tutt'oggi incerta in quanto le autorità siriane, in seguito alle investigazioni condotte sul posto dopo l'esplosione, sostennero la tesi di un veicolo-bomba parcheggiato nei pressi dell'auto di Mughniyah mentre altre fonti, all'epoca del fatto, parlarono di una carica piazzata all'interno della sua stessa vettura. L'Iran e l'Hezbollah libanese hanno condannato l'attentato accusando i servizi segreti israeliani di esserne stati gli esecutori. Lo stato ebraico ha smentito la propria responsabilità nell'attacco. Il governo degli Stati Uniti ha pubblicamente approvato la sua eliminazione nella persona del portavoce del Dipartimento di Stato Sean McCormack, il quale ha dichiarato: "senza di lui il mondo è un posto migliore" e "in un modo o nell'altro, è stato assicurato alla giustizia".

▪ 2009 - Giacomo Bulgarelli (Portonovo di Medicina, 24 ottobre 1940 – Bologna, 12 febbraio 2009) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Campione europeo con la Nazionale italiana nel 1968. Legò la sua carriera al Bologna, di cui fu a lungo capitano e con cui vinse lo scudetto nel 1964.
È stato anche un opinionista e commentatore di eventi calcistici collaborando con La Gazzetta dello Sport, Telemontecarlo e RAI.