Il calendario del 1 Luglio

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1097 - Nella battaglia di Dorylaeum i Crociati sconfiggono i Turchi Selgiuchidi

▪ 1457 - Iniziano i lavori di costruzione del Naviglio Martesana guidati da Bertola da Novate

▪ 1690 - Battaglia del Boyne (data calcolata sul calendario giuliano)

▪ 1782 - Pirati americani attaccano Lunenburg, Nuova Scozia

▪ 1820 - Alcuni reparti dell'esercito borbonico, presso Nola, comandati da due giovani generali, Michele Morelli e Giuseppe Salviati, insorgono contro il governo di Ferdinando I, richiedendo una Costituzione del tipo di quella spagnola

▪ 1855 - Muore a Stresa il Beato Antonio Rosmini.

▪ 1858 - Lettura congiunta degli scritti di Charles Darwin e Alfred Russel Wallace sull'evoluzione alla Società Linneana

▪ 1861 - A Roma, inizia le pubblicazioni L'Osservatore Romano, fondato da due avvocati, il forlivese Nicola Zanchini ed il bolognese Giuseppe Bastia

▪ 1862 - Viene fondata la Biblioteca russa di stato a San Pietroburgo

▪ 1863 - Guerra di secessione americana: inizia la Battaglia di Gettysburg

▪ 1867 - Il British North America Act entra in vigore come costituzione del Canada, creando la Confederazione Canadese; John A. Macdonald giura come Primo Ministro

▪ 1870 - Nasce il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti

▪ 1872 - Viene battezzata con rito luterano la principessa Alice d'Assia-Darmstadt, ultima zarina di Russia con il nome di Alessandra Feodorovna

▪ 1873 - L'Isola del Principe Edoardo entra nella Confederazione Canadese

▪ 1885 - Gli Stati Uniti pongono fine agli accordi di reciprocità e sulla pesca con il Canada

▪ 1890 - Canada e Bermuda vengono collegate da un cavo telegrafico

▪ 1905 - Italia: le neonate Ferrovie dello Stato (azienda nata il 22 aprile) riuniscono sotto un'unica amministrazione le reti ferroviarie Mediterranea, Adriatica e Sicula, dando vita alla prima rete ferroviaria nazionale statale italiana.

▪ 1908 - Viene adottato il segnale SOS come segnale internazionale per la richiesta di soccorso

▪ 1916 - Primo giorno della Battaglia della Somme. Nel primo giorno, 20.000 soldati dell'esercito britannico vengono uccisi e 40.000 feriti. Durerà fino a novembre; circa un milione di perdite

▪ 1921 - Fondazione del partito comunista cinese a Shanghai

▪ 1931 - Inaugurazione ufficiale della Stazione Centrale di Milano

▪ 1933 - Inizia la Crociera aerea del decennale nella quale Italo Balbo guiderà una formazione di idrovolanti Savoia Marchetti S.55X (decimo) dall'Italia agli Stati Uniti d'America.

▪ 1942 - Seconda guerra mondiale: inizia la Prima battaglia di El Alamein nella quale si fronteggiarono le forze dell'Asse comandate da Erwin Rommel e gli Alleati.

▪ 1948 - Parte il primo aereo da Idlewild Field, New York; a fine dello stesso mese, l'aeroporto verrà intitolato New York International Airport e in seguito ribattezzato John F. Kennedy International Airport

▪ 1951 - Esce in edicola il primo albo del celebre fumetto Capitan Miki ad opera dell' editoriale Dardo

▪ 1962 - Indipendenza del Ruanda e del Burundi

▪ 1963 - Le poste statunitensi introducono il codice di avviamento postale (Zip Code)

▪ 1968 - Il trattato di non-proliferazione nucleare vene siglato a Ginevra da circa sessanta nazioni

▪ 1972 - Andreas Baader, Jan-Carl Raspe e Holger Meins della Rote Armee Fraktion, vengono catturati a Francoforte dopo una sparatoria con la polizia

▪ 1980 - O Canada diventa ufficialmente l'inno nazionale canadese

▪ 1987 - Europa: entra in vigore l'Atto Unico Europeo

▪ 1988 - Bologna: ultimo concerto pubblico del Quartetto Cetra

▪ 1991 - Viene disciolto ufficialmente il Patto di Varsavia

▪ 1997 - Il Regno Unito cede la sovranità su Hong Kong alla Repubblica Popolare Cinese

▪ 2002 - Il volo 2937 della compagnia aerea Bashkirian Airlines (Tupolev TU-154) si scontra con un Boeing 757 cargo DHL sui cieli di Überlingen, Germania del sud, uccidendo 71 persone.

▪ 2003 - 500.000 persone prendono parte ad una marcia ad Hong Kong per protestare, tra le altre cose, sulla gestione governativa dei piani per implementare una nuova legge anti-sovversione richiesta dall'articolo 23 delle Leggi fondamentali di Hong Kong

▪ 2004

  1. - La sonda Cassini-Huygens inizia l'inserimento nell'orbita di Saturno alle 01:12 UT e lo termina alle 02:48 UT
  2. - A Los Angeles, in seguito ad una fibrosi polmonare, muore Marlon Brando
  3. - A San Giovanni Rotondo viene inaugurata ufficialmente la chiesa di Padre Pio

▪ 2005
  1. - L'Italia dice addio al servizio di leva: la carriera militare resta aperta solo a volontari.
  2. - Gli esperti del National Gallery di Londra annunciano che, analizzando ai raggi infrarossi il dipinto La Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci, hanno trovato sotto di questo un disegno precedente, attribuibile allo stesso Leonardo. Secondo una prima analisi, originariamente l'intenzione dell'artista era di rappresentare l'adorazione di Gesù, per poi cambiare idea in seguito

Anniversari

* 1855 - Antonio Francesco Davide Ambrogio Rosmini Serbati (Rovereto, 24 marzo 1797 – Stresa, 1º luglio 1855) è stato un filosofo e sacerdote italiano.
La Chiesa cattolica lo venera come beato dal 18 novembre 2007.
Secondogenito di Pier Modesto e di Giovanna dei Conti Formenti di Biacesa in Val di Ledro, della sua nascita, avvenuta il 24 marzo, Rosmini renderà sempre grazie a Dio poiché «Egli la fece coincidere con la vigilia della Beata Maria Vergine Annunziata». Viveva con sua sorella maggiore Margherita, entrata nelle Suore di Canossa, e con suo fratello più piccolo, Giuseppe. Rosmini, terminato il ginnasio a Rovereto, compì gli studi giuridici e teologici presso l'Università di Padova e ricevette a Chioggia, il 21 aprile 1821 l'ordinazione sacerdotale. Iniziò a mostrare una profonda inclinazione per gli studi filosofici, incoraggiato in tal senso da papa Pio VII.
Dal 1826 si trasferì a Milano dove strinse un profondo rapporto d'amicizia con Alessandro Manzoni che di lui ebbe a dire: «è una delle sei o sette intelligenze che più onorano l'umanità». Manzoni assistette Rosmini sul letto di morte, da cui trasse il testamento spirituale "Adorare, Tacere, Gioire". Gli scritti di Antonio Rosmini destarono l'ammirazione, tra gli altri, anche di Giovanni Stefani, Niccolò Tommaseo e Vincenzo Gioberti dei quali pure divenne amico.
Nel 1828 fondò al Sacro Monte di Domodossola la congregazione religiosa dell'Istituto della Carità, detta dei "rosminiani". Le Costituzioni della nuova famiglia religiosa, contenute in un libro che curò per tutta la vita, furono approvate da papa Gregorio XVI nel 1839.
A Borgomanero svolge la sua attività di insegnamento e di guida spirituale un collegio rosminiano, il "Collegio Rosmini", regolato dalla Congregazione delle Suore della Provvidenza rosminiane.
Rosmini è sepolto all'interno del Santuario del SS. Crocifisso di Stresa. Nella stessa chiesa si trovano le spoglie di Clemente Rebora.

Teoria
Rosmini portò avanti tesi filosofiche tese a contrastare sia l'illuminismo che il sensismo. Sottolineando l'inalienabilità dei diritti naturali della persona, fra i quali quello della proprietà privata, entrò in polemica con il socialismo ed il comunismo, postulando uno Stato il cui intervento fosse ridotto ai minimi termini. Nelle sue teorie il filosofo seguì le concezioni di Sant'Agostino, e di San Tommaso rifacendosi anche a Platone.

Pensiero Filosofico
Gli esordi filosofici di Antonio Rosmini si ricollegano a Pasquale Galluppi, sia pure polemicamente, in quanto Rosmini avverte con ogni chiarezza come risulti insostenibile una posizione di integrale sensismo gnoseologico. La necessità di concepire una funzione ordinatrice dell'esperienza, e a questa precedente, porta Rosmini a guardare con interesse la filosofia di Kant.
Tuttavia non è soddisfatto di ciò che lui chiama l'innatismo kantiano, legato ad una pluralità imbarazzante e precaria di categorie. Le quali, d'altra parte, gli sembrano fallire lo scopo di far conoscere il reale quale esso è, per la necessaria introduzione di modifiche soggettive nell'atto stesso del conoscere.
Il problema filosofico di Rosmini si configurava perciò come quello di garantire oggettività alla conoscenza. La soluzione non potrà essere trovata, stante il rifiuto della trascendentalità kantiana e dei connessi sviluppi, se non in una ricerca ontologica, in un principio oggettivo di verità, che riesca ad illuminare l'intelligenza in quanto le si proponga con immediata evidenza, universalità ed immutabilità.
Questo principio è per Rosmini l'idea dell'essere possibile, che da indeterminato contenuto dell'intelligenza, quale originariamente è, si fa determinato allorché viene applicato ai dati forniti dal senso. Essa precede e informa di sé tutti i giudizi con cui affermiamo che qualche cosa particolare esiste. L'idea dell'essere, dunque, costituisce l'unico contenuto della mente che non abbia origine dai sensi, ed è perciò innata (Nuovo saggio sull'origine delle idee, del 1830).
Ma qui i problemi del kantismo, che sembrano superati o almeno messi da parte, si riaffacciano con urgenza. Di fronte al mero ricevere dati, di cui parlava il sensismo, Rosmini ha chiarito che la mente umana nel suo uso conoscitivo formula giudizi, in cui l'idea dell'essere ha funzione di predicato, cioè di categoria, e la sensazione è il soggetto, di cui si predica qualche cosa. Nel giudizio, inoltre, il predicato si determina e la sensazione si certifica. Se questa è la funzione propria del giudicare, ogni concetto non può sussistere che come predicato di un giudizio. Né a questa necessità sembra potersi sottrarre il concetto di essere, che è dato solo nell'attività giudicante, come forma del giudizio.
Ma il Rosmini non accetta tale riduzione, ed esclude proprio il predicato di esistenza della funzione del giudizio, continuando ad attribuirgli una natura oggettiva e trascendente. È l'essere trascendente che si rivela all'uomo, lo illumina e gli permette di pensare. Chi lo nega come il nihilismo cade in una vuota posizione nullista.
Accanto a questa ontologia l'etica di Rosmini si sviluppa come etica caritativa (Principio della scienza morale, del 1831).

Pensiero Politico
Breve ma intensa la parentesi di Rosmini politico. Seguì papa Pio IX riparato a Gaeta dopo la proclamazione della Repubblica romana, ma la sua formazione attestatasi su ferme posizioni di cattolicesimo liberale era tale per cui fu costretto a ritirarsi sul Lago Maggiore, a Stresa. Tuttavia, quando Pio IX volle istituire dopo il 1849 una commissione incaricata della preparazione del testo per la definizione del famoso dogma dell'Immacolata Concezione, nonostante ben due sue opere (Le cinque piaghe della Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale) fossero all'Indice, Rosmini fu chiamato a prendere parte a tale commissione. Continuò a vivere a Stresa, fecondo nel perseguire il perfezionamento del suo sistema di pensiero con opere come Logica (1853) e Psicologia (1855), sino alla morte, avvenuta a 58 anni il 1º luglio 1855.

Da Pio VIII a Benedetto XVI: la stima dei papi per Rosmini

Papa Pio VIII, disse a Rosmini, in udienza il 15 maggio 1829:
«E' volontà di Dio che voi vi occupiate nello scrivere libri: tale è la vostra vocazione. Ella maneggia assai bene la logica, e la Chiesa al presente ha gran bisogno di scrittori: dico, di scrittori solidi, di cui abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugli uomini, non rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli colla ragione, e per mezzo di questa condurli alla religione. Tenetevi certo, che voi potrete recare un vantaggio assai maggiore al prossimo occupandovi nello scrivere, che non esercitando qualunque altra opera del Sacro Ministero.»
Gregorio XVI, successore di Pio VIII, in risposta alla lettera che Antonio Rosmini gli aveva indirizzato il 10 gennaio 1832, il 27 marzo dello stesso anno gli scrisse:
«Diletto Figlio, a te il nostro saluto e la nostra Apostolica Benedizione.
Abbiamo volentieri e con animo lieto ricevuto la tua lettera con i sensi della tua devota sommissione a Noi e alla Sede Apostolica che ci hai mandato il 10 Gennaio, in cui ci parli dela pia Società, chiamata Istituto della Carità e che con le tue fatiche è stata fondata nel territorio della diocesi di Novara con l'approvazione del Vescovo. E soprattutto ci hai anche informato che il medesimo Istituto è stato da poco chiamato anche dal Vescovo di Trento nella sua diocesi e che qui molti ecclesiastici, di provate virtù, vi hanno aderito. Per questi fatti davvero rendiamo il nostro umile grazie a Dio autore di ogni bene. E quantunque questo Istituto non sia stato ancora confermato dall'autorità di questa Santa Sede, tuttavia speriamo in bene di esso e ci allietiamo che lo stesso si dilati con il consenso dei nostri Venerabili Fratelli nell'Episcopato. Quinti, per quanto riguarda le Sante Indulgenze connesse a questo istituto, che domandi siano concesse, ricevi diletto figlio il nostro Rescritto unito a questa lettera, da cui sicuramente comprenderai che rispondiamo positivamente alla tua richiesta. Ti assicuriamo anche che ci è pervenuto il libro sopra i Principi della Dottrina Morale da te edito e mandatoci in omaggio e ti dichiariamo il grazie del nostro animo per il dono. Tuttavia per la tensione nelle gravissime fatiche del Governo Apostolico non abbiamo ancora letto lo stesso libro, ma siamo certamente persuasi che esso sia in tutto conforme alla più sana dottrina e utilissimo alla sua difesa. Continua dunque, diletto figlio, lo studio e prosegui a spendere le tue fatiche ad onore di Dio per l'utilità della Chiesa; in Cielo sarà copiosa la ricompensa per la tua opera.
Frattanto la paterna carità con cui ti abbracciamo nell'umanità di Cristo sia pegno dell'apostolica benedizione, che sgorgante dall'intimo del cuore ti impartiamo.» (Da Breve pontificio di Gregorio P.P.XVI, Dato in Roma, presso S.Pietro, il giorno 27 Marzo dell'anno 1832, II del nostro pontificato)
Pio IX rivolgendosi al Vescovo di Cremona, nel 1854 dopo il decreto Dimittantur opera omnia parlando di Rosmini disse[2]:
«Non solo è un buon cattolico, ma santo: Iddio si serve dei santi per far trionfare la verità»
Il papa Leone XIII, al tempo delle aspre e dolorose lotte che si svolgevano intorno al pensiero rosminiano sul finire del diciannovesimo secolo, in una lettera indirizzata agli arcivescovi di Milano, Torino e Vercelli, del 25 gennaio 1882, fra l'altro scrisse:
« ...Ma non vogliamo che con questo abbia a patir detrimento il religioso Sodalizio della Carità; il quale come per lo innanzi spese utilmente le sue fatiche a beneficio del prossimo, secondo lo spirito dell'Istituto, così è desiderabile che fiorisca in avvenire e prosegua a rendere ognora più abbondanti frutti » (Dato a Roma presso S.Pietro, il dì 25 Gennaio 1882, anno IV del nostro pontificato)
Giovanni XXIII verso la fine della sua esistenza fece il ritiro spirituale sulle rosminiane "Massime di Perfezione Cristiana", assumendole come propria regola di condotta. Anche Paolo VI prestò interesse nel Rosmini: in occasione del 150º anniversario di fondazione dell'Istituto della Carità inviò un messaggio all'allora padre generale, in cui elogiava l'intuizione del Rosmini nel dare un grande peso all missione caritativa già nel nome del nativo istituto religioso, appunto l'Istituto della Carità. Inoltre, Paolo VI tolse il divieto di pubblicazione dell'opera Dalle Cinque Piaghe della Santa Chiesa. Alla morte di Paolo VI il collegio cardinalizio scelse il successore di Pietro nella persona di Albino Luciani, che si laureò in sacra teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma con una tesi su «L'origine dell'anima umana secondo Antonio Rosmini». È bene precisare che Luciani era fortemente critico nei riguardi del pensiero rosminiano, solo successivamente cambiò opinione, rivolgendo nei riguardi di Rosmini parole di ammirazione e stima.
Ma è con il pontificato di Giovanni Paolo II che il pensiero rosminiano ha potuto liberarsi delle aspre critiche e delle condanne che accompagnavano l'Istituto della Carità fin dai tempi della sua fondazione. Nella Lettera Enciclica Fides et ratio, Giovanni Paolo II ha annoverato Rosmini «tra i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio». Ne ha inoltre concesso l'introduzione della causa di beatificazione, ormai conclusasi nella sua fase diocesana novarese il 21 marzo 1998.
Il 1º giugno 2007, papa Benedetto XVI, che da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede emanò nel 2001 il famoso documento Nota ai Decreti dottrinali sul Rev.do sac. Antonio Rosmini Serbati, ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il Decreto sul miracolo della guarigione di Suor Ludovica Noè, attribuito all'intercessione di Antonio Rosmini. Tra quelli portati dalla postulazione dei padri rosminiani, si è scelto di dare maggiore impulso a quello della guarigione della suora sopracitata, poiché il medico che la curò, da non credente, passò ad avere fede. Si tratta quindi di un "miracolo nel miracolo".
Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, a margine del Convegno sulla sfida educativa tenuto a Milano il 18 Marzo 2010, ha tenuto un intervento intitolato "Istanze educative e questione antropologica" in cui ha riconosciuto le istanze pedagogiche del Beato Antonio Rosmini.

La beatificazione - Cronologia della causa di beatificazione
▪ 19 febbraio 1994. Nulla osta della Congregazione per la Dottrina della Fede che consente l'inizio della causa di beatificazione.
▪ 1º luglio 1997. Apertura del processo informativo diocesano dopo la nomina dei Censori teologi e delle commissioni storiche riunita in Novara.
▪ 15 agosto 1997. Don Claudio Massimiliano Papa, I.C., diventa postulatore della Causa succedendo a padre Remo Bessero Belti, storico dell'Istituto.
▪ 21 marzo 1998. Chiusura del Processo informativo Diocesano.
▪ 26 marzo 1998. Consegna del Trasunto alla Congregazione per le cause dei Santi.
▪ 6 giugno 1998. Apertura del Trasunto.
▪ 15 gennaio 1999. Decreto di Validità del processo diocesano.
▪ 3 marzo 1999.Schema per la stesura della Positio.
▪ 2 dicembre 1999. Consegna del lavoro sul Post obitum curato dal Postulatore.
▪ 16 dicembre 1999. Il Relatore generale approva il lavoro sul Post obitum.
▪ 20 dicembre 1999. Consegna del lavoro sul Post obitum alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
▪ 1º luglio 2001. Il giorno dell'anniversario della morte di Rosmini viene pubblicata sull'Osservatore Romano la Nota della Congregazione per la dottrina della fede sul valore dei decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del Rev.do sacerdote Antonio Rosmini Serbati, a firma del cardinal Joseph Ratzinger e di mons. Tarcisio Bertone.
▪ 3 luglio 2001. Rilascio del NIHIL OBSTARE per la Causa di Beatificazione.
▪ 1º luglio 2002. Il Relatore approva e firma la Positio.
▪ 23 gennaio 2003. Conclusione della stampa e consegna alla Congregazione per le cause dei santi della Positio (4.693 pagine).
▪ 26 maggio 2004. Consegna del Trasunto super miro alla Congregazione per le cause dei santi.
▪ 29 maggio 2004. Validità dell'inquisizione diocesana sul processo super miro.
▪ 28 giugno 2004. Presentazione fattispecie super miro.
▪ 12 ottobre 2004. Revisa della fattispecie con firma del sotto-segretario.
▪ 28 ottobre 2004. Relatio et vota del Congresso Storico (con esito positivo).
▪ 3 febbraio 2005. Relatio et vota del Congresso teologico super virtutibus (con esito positivo).
▪ 6 giugno 2006. Ordinaria della Congregazione per le cause dei santi: esito affermativo. Ponente della Causa Mons. Rino Fisichella.
▪ 26 giugno 2006. Papa Benedetto XVI autorizza la Congregazione per le Cause dei Santi a prolungare il decreto di esercizio eroico delle virtù.
▪ 12 ottobre 2006. La Consulta medica della Congregazione per le Cause dai Santi, si esprime con esito affermativo (all'unanimità 5 su 5) circa l'inspiegabilità scientifica dell'evento di guarigione avvenuto a Sr. Ludovica Noè. Il presunto evento miracoloso è avvenuto il 6 gennaio 1927.
▪ 19 dicembre 2006. Al termine del dibattito, i Consultori si sono unanimemente espressi con voto affermativo (7 su 7), ravvisando nella guarigione in esame un miracolo operato da Dio per intercessione del Ven. Antonio Rosmini.
▪ 1º giugno 2007. Papa Benedetto XVI autorizza la pubblicazione da parte della Congregazione per le Cause dei Santi del riconoscimento delle virtù eroiche di Rosmini.
▪ 18 novembre 2007. Nella diocesi di Novara si celebra la cerimonia di Beatificazione dando lettura del decreto di Benedetto XVI che iscrive Rosmini tra i Beati.

La cerimonia di Beatificazione
La cerimonia di beatificazione è avvenuta il 18 novembre 2007 nella città di Novara: appositamente è stato fatto allestire il Palasport della città, unico luogo capace di raccogliere un numero di fedeli così significativo.
Con il pontificato di Benedetto XVI le beatificazioni vengono preferibilmente celebrate dai cardinali, per rendere ancora più piena la comunione tra loro e il successore di Pietro, e viene privilegiato il luogo in cui il candidato agli onore degli altari ha vissuto. Così, in qualità di delegato pontificio, la celebrazione è stata officiata dal cardinale José Saraiva Martins, allora prefetto della congregazione per le Cause dei Santi. A fianco dell'altare erano disposti gli spalti da cui hanno concelebrato circa 400 sacerdoti, non soltanto rosminiani.
A prendere parte alla processione e celebrare sull'altare, insieme al preposito generale James Flynn c'era il segretario generale dell'Istituto p. Domenico Mariani con gli allora componenti della Curia Generalizia dell'Istituto della Carità, il Vicario per la Carità Spirituale p. Crish Fuse, il Vicario per la Carità Intellettuale p. Giancarlo Taverna Patron, il Vicario per la Carità Temporale p. David Tobin, l'allora preposito della Provincia Italiana don Umberto Muratore (profondo conoscitore del pensiero di Rosmini) e il padre postulatore della Causa di Beatificazione, don Claudio Massimiliano Papa.
Hanno partecipato alla celebrazione anche il cardinale prefetto della Sacra Congregazione per i vescovi Giovanni Battista Re, dal cardinale arcivescovo di Torino Severino Poletto, dal vescovo di Novara, mons. Renato Corti, dall'arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan, dal vescovo rosminiano mons. Antonio Riboldi e fra gli altri anche da mons. Germano Zaccheo (che sarebbe improvvisamente scomparso due giorni dopo), vescovo della Diocesi di Casale Monferrato, da mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea (che durante la III sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II fece per primo il nome di Rosmini), dall'allora segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana Giuseppe Betori, da mons. Giovanni Lajolo, presidente del Governatorato della Città del Vaticano, dal rettore della Pontificia Università Lateranense, mons. Rino Fisichella, dal Vicario Episcopale per la Vita Consacrata della diocesi di Milano monsignor Ambrogio Piantanida e dal preposito generale dei barnabiti, padre Giovanni Maria Villa.
Tra i numerosissimi fedeli -più di diecimila- accorsi da diverse parti del mondo per presenziare alla celebrazione, hanno preso parte anche personalità politiche.
Tra queste il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro, l'allora presidente del Senato, Franco Marini, e Arturo Parisi, al tempo Ministro della Difesa. Rosmini è il primo beato della Provincia del Verbano Cusio Ossola.
In occasione della beatificazione sono stati moltissimi i quotidiani e periodici italiani e esteri che hanno dedicato articoli, pagine e interi numeri alla figura di Rosmini.

Curiosità della beatificazione
Il 18 novembre oltre ad essere la data della cerimonia di beatificazione è anche il giorno in cui Rosmini nel 1832 iniziò la stesura della sua più nota opera Delle Cinque piaghe della Santa Chiesa non solo, ma entrambe le date corrispondono al giorno di domenica.
▪ Il 18 novembre tutti i celebranti indossavano una casula bianca sulla quale era disegnato il simbolo dell'Istituto della Carità: il pellicano che nutre i suoi figli col proprio sangue.
▪ Durante i ringraziamenti nei quali si sono citate le personalità politiche presenti, si è erroneamente salutato il ministro degli Interni Giuliano Amato con il ministro, veramente presente, della Difesa Arturo Parisi.

Opere
Sono numerosissimi gli scritti del Beato Antonio Rosmini, certamente il più importante a livello ascetico e spirituale sono le Massime di Perfezione Cristiana, su cui anche papa Giovanni XXIII fece delle riflessioni prima di morire. Gli costarono la messa all'Indice dei libri proibiti le opere "Dalle Cinque Piaghe della Santa Chiesa" e "Dalla Costituzione secondo la giustizia sociale". In ambito filosofico meritano di essere ricordati:
▪ Nuovo saggio sull'origine delle idee 1830
▪ Princìpi della scienza morale 1831
▪ Filosofia della morale 1837
▪ Antropologia in servizio della scienza morale 1838
▪ Filosofia della politica 1839
▪ Filosofia del diritto 1841-1845
▪ Teodicea 1845.

Massime di perfezione cristiana
Le Massime di perfezione cristiana furono scritte da Rosmini per definire il fondamento spirituale sul quale tutti i cristiani potessero avere un cammino nella perfezione.
Nel Vangelo stesso è scritto: "Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5,48)
1ª Massima: Desiderare unicamente ed infinitamente di piacere a Dio, cioè di essere giusto.
2ª Massima: Orientare tutti i propri pensieri e le azioni all'incremento e alla gloria della Chiesa di Cristo.
3ª Massima: Rimanere in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per disposizione di Dio riguardo alla Chiesa di Cristo, lavorando per essa secondo la chiamata di Dio.
4ª Massima: Abbandonare se stesso nella Provvidenza di Dio.
5ª Massima: Riconoscere intimamente il proprio nulla.
6ª Massima: Disporre tutte le occupazioni della propria vita con uno spirito di intelligenza.

Rosmini e il Concilio Ecumenico Vaticano II
Di particolare interesse fu la sua opera "Le cinque piaghe della santa Chiesa", scritta nel 1832 e pubblicata nel 1848, in cui l'autore, per il coraggio e la lungimiranza di alcune sue idee sulla riforma della Chiesa, sembrò precorrere il Concilio Vaticano II. Per tale ragione l'opera fu messa all'indice sin dal 1849 e ne scaturì una polemica nota col nome di "questione rosminiana". Il primo a parlare al Concilio di Rosmini fu il vescovo mons. Luigi Bettazzi, presente durante alcune sessioni in rappresentanza del cardinal Giacomo Lercaro di cui ne era Vicario Generale.
Di Rosmini Bettazzi disse, il 4 Ottobre 1965 durante la Congregazione 141/1 periodo IV:
"...Mi sia consentito ricordare ancora in quest’aula l’esempio di Rosmini, molto legato a Tommaso, ma anche studioso e amante del suo tempo, e che certamente guadagnò a Cristo non pochi uomini contemporanei e posteriori.
Tutto questo mi sembra si accordi con le cose che sono state già dette da non pochi Padri su questo schema in generale, che cioè gli uomini non si aspettano dalla Chiesa soluzioni particolari, ma piuttosto la presentazione di valori che li aiutino a trascorrere questa vita umana più nobilmente e con maggiore sicurezza. Parlando della libertà abbiamo dovuto esaltare i valori dell’umiltà; parlando del matrimonio, il ruolo della fortezza; parlando dei problemi economici e di molti altri problemi, l’efficacia di un certo disprezzo delle cose: occorre dunque mettere in luce la necessità dell’ubbidienza, della castità, della povertà, non solo nella vita e nell’esempio (e nella Bozza di Documento!) dei religiosi, aiuto agli uomini di questo tempo, perché possano vivere la loro vita umana nel modo migliore e più efficace; il primo e principale compito dunque per i cristiani che coltivano la sapienza dev’essere, alla luce del Magistero, l’amore delle Scritture e l’amore di questo mondo in un colloquio franco e aperto...".

Papa Paolo VI, in un'udienza concessa alle suore rosminiane disse a proposito di Rosmini:
« ...i suoi libri sono pieni di pensiero, un pensiero profondo, originale che spazia in tutti i campi: quello filosofico, morale, politico, sociale, soprannaturale, religioso, ascetico; libri degni di essere conosciuti e divulgati...È stato anche un profeta: Le Cinque piaghe della Chiesa (una volta la chiesa non aveva piacere che si mettessero in luce le sue mancanze, le sue debolezze). Lui, per esempio, previde la partecipazione liturgica del popolo...Tutti i suoi pensieri indicano uno spirito degno di essere conosciuto, imitato e forse invocato anche come protettore dal Cielo. Ve lo auguriamo di cuore... »

Tematiche affrontate nell'opera Dalle Cinque Piaghe della Santa Chiesa
L'opera è suddivisa in cinque capitoli (corrispondenti ciascuna ad una piaga, paragonata alle piaghe di Cristo). In ogni capitolo la struttura è la medesima:
▪ un quadro ottimistico della Chiesa antica
▪ segue un fatto nuovo che cambia la situazione generale (invasioni barbariche, nascita di una società cristiana, ingresso dei vescovi nella politica)
▪ la piaga
▪ i rimedi.
Prima piaga. È la divisione del popolo dal clero nel culto pubblico. Nell'antichità il culto era un mezzo di catechesi e formazione e il popolo partecipava al culto. Poi, le invasioni barbariche, la scomparsa del latino, la scarsa istruzione del popolo, la tendenza del clero a formare una casta hanno eretto un muro di divisione tra il popolo e i ministri di Dio. Rimedi proposti: insegnamento del latino, spiegazione delle cerimonie liturgiche, uso di messalini in lingua volgare.
Seconda piaga. Insufficiente educazione del clero. Se un tempo i preti erano educati dai vescovi, ora ci sono i seminari con "piccoli libri" e "piccoli maestri": dura critica alla scolastica, ma soprattutto ai catechismi. Rimedio: necessità di unire scienza e pietà.
Terza piaga. Disunione tra i vescovi. Critica serrata ai vescovi dell'ancien règime: occupazioni politiche estranee al ministero sacerdotale, ambizione, servilismo verso il governo, preoccupazione di difendere ad ogni costo i beni ecclesiastici, "schiavi di uomini mollemente vestiti anziché apostoli liberi di un Cristo ignudo". Rimedi: riserve sulla difesa del patrimonio ecclesiastico, accenni espliciti di consenso alle tesi dell'Avenir sulla rinunzia alle ricchezze e allo stipendio statale per riavere la libertà.
Quarta piaga. La nomina dei vescovi lasciata al potere laicale. Rosmini compie una approfondita analisi storica sull'evoluzione del problema e critica i concordati moderni con cui la S. Sede ha ceduto la nomina al potere statale (e, accenna prudentemente, per avere compensi economici). Rimedi: non è molto chiaro, propone un ritorno all'elezione dei fedeli.
Quinta piaga. La servitù dei beni ecclesiastici. Rosmini sostiene la necessità di offerte libere, non imposte d'autorità con l'appoggio dello Stato, rileva i danni del sistema beneficiale, propone la rinuncia ai privilegi e la pubblicazione dei bilanci.

▪ 1860 - Charles Goodyear (New Haven, 29 dicembre 1800 – 1 luglio 1860) è stato un inventore statunitense noto soprattutto per avere ideato un metodo per la vulcanizzazione della gomma.
Aveva scoperto che l'aggiunta di poche unità percentuali di zolfo al lattice dell'albero della gomma seguito da riscaldamento, rendeva la gomma più resistente ai solventi e più elastica. Questo metodo viene tuttora utilizzato nella produzione di pneumatici e altri oggetti di gomma. L'azienda Goodyear Tire and Rubber Company è stata chiamata così in suo omaggio.

▪ 1876 - Michail Alexandrovič Bakunin (Tver', 30 maggio 1814 – Berna, 1 luglio 1876) è stato un rivoluzionario e filosofo russo, considerato uno dei padri fondatori dell'anarchismo moderno. Autore di molti scritti, tra i quali Stato e anarchia e L'impero knouto-germanico.
Michail Bakunin nacque nel piccolo villaggio di Prjamuchino, presso Tver. Figlio di nobili proprietari terrieri, Bakunin frequentò in gioventù la scuola di artiglieria di Pietroburgo. Prima a Mosca e successivamente a Dresda, si appassionò di filosofia e in particolare agli scritti di Schelling e Hegel. L'evento che cambiò radicalmente la sua vita, fu però l'insurrezione di Dresda, durante la quale gli fu compagno di lotta Wagner, e dopo la quale, essendo stato catturato dalle truppe tedesche, fu condannato, il 14 gennaio 1850, alla pena di morte, commutata in carcere a vita. Nel 1851 venne trasferito nella fortezza di Pietro e Paolo, in Russia. In quella circostanza, su richiesta del conte Orlov, scrisse una confessione allo zar Nicola I. Nel 1857, la pena fu commutata dall'ergastolo all'esilio a vita in Siberia, da cui riuscì a scappare, attraverso il Giappone e gli Stati Uniti, nel 1861.
Nel 1865 cominciò il suo soggiorno in Italia, a Napoli, dove fondò il giornale "libertà e giustizia" ed organizzò la sezione del movimento denominato Lega Internazione dei Lavoratori.
Sono di questo periodo gli articoli contro la visione statalista di Mazzini, grande avversario di Bakunin. Sempre nel 1868, partecipò al primo congresso della Lega per la Pace e la Libertà, illudendosi che il socialismo rivoluzionario avrebbe fatto breccia nell'associazione. Il 25 settembre del 1868, la fazione dei socialisti rivoluzionari si scisse dalla lega per la pace e la libertà, aggregandosi all'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Nel 1870 fu espulso dall'Associazione per essersi dichiarato solidale con la sezione del Giura che si era fatta simbolo dei contrasti tra autoritari e anti-autoritari. Durante la guerra franco-prussiana, nel 1871 tentò di fomentare una sommossa popolare a Lione. Nel 1872, a Saint-Imier, organizzò, con le sezioni "ribelli" dell'Internazionale, il primo congresso dell'Internazionale anti-autoritaria. Nel 1873 scrisse la sua unica opera completa, Stato e Anarchia. Morì il 1 luglio di tre anni dopo, nel 1876.

Il pensiero
In apparenza asistematico, il pensiero di Bakunin ruota attorno a due idee fondamentali, quella di natura (come materia) e quella di libertà. La natura è per lui la sintesi di vita, solidarietà, causalità portati all'universalità; essa, quindi, unisce l'inorganico, l'organico e il vivente, con l'uomo al suo vertice. Nel 1871 in Il sistema del mondo egli scrive che: "La Causalità universale, la Natura, crea i mondi. Essa ha determinato la configurazione meccanica, fisica, chimica, geologica e geografica della nostra terra e, dopo avere rivestito la sua superficie di tutti gli splendori della vita vegetale e animale, continua a creare, nel mondo umano, la società con tutti i suoi sviluppi passati, presenti e futuri" (Considerazioni filosofiche, La Baronata, 2000, p. 17).
Il materialismo di Bakunin è monistico e deterministico, egli ha dell'universo una concezione armonicistica e unitaria, secondo la quale tutto si concatena e progredisce insieme, dove le leggi che governano la materia bruta sono armonizzate con quelle che promuovono lo sviluppo dello spirito umano. E quindi ne deriva che: "Le leggi dell'equilibrio, della combinazione e dell'azione reciproca delle forze e del movimento meccanico; le leggi del peso, del calore, della vibrazione dei corpi, della luce, dell'elettricità, come quelle della composizione e scomposizione chimica dei corpi, sono assolutamente inerenti a tutte le cose che esistono, comprese le diverse manifestazioni del sentimento, della volontà e dello spirito. Queste tre cose, costituenti propriamente il mondo ideale dell'uomo, non sono che funzioni totalmente materiali della materia organizzata e viva, nel corpo dell'animale in generale e in quello dell'animale umano in particolare. Di conseguenza, tutte queste leggi sono leggi generali, a cui sono sottomessi tutti gli ordini conosciuti e ignoti dell'esistenza reale del mondo" (cit. p. 18).
Questo determinismo radicale contrasta ed è parzialmente incoerente con un'idea di libertà umana che appare simile a quella degli Stoici, una libertà di fare ciò che è già scritto nel destino delle leggi della materia. Perciò Bakunin incoerentemente "stacca" l'uomo" dalla cieca natura in base al fatto che l'uomo "ha bisogno di conoscere", e allora da questo bisogno nasce un'istanza di libertà. L'uomo nasce e vive nel bisogno, in quanto animale, ma in quanto essere pensante è libero di progredire indipendentemente dalla natura materiale che lo fonda. La spinta intima a voler conoscere sé e il mondo fa dell'uomo, necessitato per natura, un essere che si fa libero di determinare il proprio destino.
Il massimo della libertà umana sta nel fare la rivoluzione e cambiare il sistema umano ingiusto che si è determinato nella storia passata. La libertà dalle contingenze e dagli abusi è il bene supremo che il rivoluzionario deve cercare a qualunque costo, e Bakunin dice allora: "l'uomo [...] deve conoscere tutte le cause della propria esistenza e della propria evoluzione, affinché possa comprendere la propria natura e la propria missione...". L'uomo quindi ha una missione da compiere, e tale missione, non potendo per un materialista essere Dio ad affidargliela, non può che essere la Natura.
La Natura però è a sua volta necessitata dalle leggi fisiche, e perciò non libera. Ma Bakunin sorvola su tutti questi problemi e incoerenze, concludendo che ciò è possibile per l'uomo nuovo e rivoluzionario: "Affinché, in questo mondo di cieca fatalità, egli possa inaugurare il mondo umano, il mondo della libertà". Se sul piano filosofico le manchevolezze sono evidenti Bakunin trova una certa coerenza spostandosi sul piano sociologico, sulla base del principio di natura e negativo per cui: "Nel mondo naturale i forti vivono e i deboli soccombono, e i primi vivono solo perché gli altri soccombono" (cit. p. 29).
Nella guerra crudele dei forti per dominare e per sfruttare i deboli l'uomo giusto, il rivoluzionario, ha la "missione" inderogabile di cambiare le cose e controbilanciare l'arroganza dei forti e dei potenti. Il mondo della libertà umana è perciò un mondo basato sull'eguaglianza, che è la condizione prima di ogni umanità armonica e giusta. La libertà dal bisogno è infatti irrealizzabile senza l'uguaglianza di fatto (uguaglianza sociale, politica, ma soprattutto economica). I fenomeni che spingono gli uomini all'ineguaglianza e alla schiavitù sono due: lo Stato e il Capitale. Abbattuti questi, grazie a una rivoluzione strettamente popolare, si giunge all'Anarchia, ma essa è foriera di un nuovo ordine sociale più avanzato, senza classi.
Ma per conseguire la libertà dai ciechi meccanismi della natura bisogna "agire". L'azione diventa perciò per Bakunin il corrispettivo umano del movimento degli enti e dei sistemi fisici e biologici. Il produrre progresso e il fare giustizia nel mondo umano è il progetto attivistico che viene proposto anche in queste parole: "La natura intima o la sostanza di una cosa non si conosce soltanto dalla somma o dalla combinazione di tutte le cause che l'hanno prodotta, si conosce ugualmente dalla somma delle sue diverse manifestazioni o da tutte le azioni che essa esercita all'esterno. Ogni cosa è ciò che fa [...] il suo agire e il suo essere sono tutt'uno" (cit. p. 143).
L'uomo può divenire il campione dell'azione etica di cambiare il mondo per renderlo più giusto ed equo. Però, per arrivare a questo, non è sufficiente solo pensare bene e proporre idee innovative e giuste: bisogna agire. Ma agire significa anche produrre il nuovo: "Siccome ogni cosa in tutta l'integrità del suo essere non è altro che un prodotto, le sue proprietà o i suoi diversi modi di azione sul mondo esterno, che come abbiamo visto costituiscono tutto il suo essere, sono anch'essi necessariamente dei prodotti" (cit., p. 150). L'uomo di Bakunin, agendo, produce ciò che intende diventare, e ciò che l'uomo è e sarà è il "prodotto" del suo agire nel rimodellare un mondo dominato da una cieca necessità che produce ingiustizia. L'uomo può quindi prendere il posto di un Dio che non esiste, e "ricreare" un mondo migliore secondo la sua volontà.

Lo Stato e il Capitale
La dottrina dello Stato di Bakunin è ciò che differenzia, fin dalla loro formazione, le due correnti del socialismo ottocentesco e novecentesco. Lo Stato, secondo entrambe le fazioni, è l'insieme degli organi polizieschi, militari, finanziari ed ecclesiastici che permettono alla classe dominante (la borghesia) di perpetuare i suoi privilegi. La differenza sta nell'utilizzo dello Stato durante il periodo rivoluzionario. Per i marxisti, infatti, vi è una fase del processo rivoluzionario in cui lo Stato è nelle mani del proletariato che lo usa per eliminare la controrivoluzione. Solo dopo tale fase, si avrà la dissoluzione dell'apparato statale, ormai privo della sua funzione, e si potrà giungere a una società priva di classi sociali. Secondo Bakunin (e secondo tutti gli anarchici) invece lo Stato in quanto strumento della borghesia non può che essere usato contro il proletariato. Non essendo infatti possibile che l'intera classe sfruttata amministri l'infrastruttura statale, ci vorrà una classe burocratica ad hoc.
Bakunin temeva l'inevitabile formazione di una "burocrazia rossa", padrona dello Stato e nuova dominatrice. L'uguaglianza e quindi la libertà, secondo il pensatore russo, non possono esistere nella società marxista. Lo Stato va quindi abbattuto in fase rivoluzionaria. Se lo Stato è l'aspetto politico dello sfruttamento della borghesia, il Capitale ne è quello economico. Qui le differenze dal Marxismo sono inesistenti (basti pensare che il primo libro de Il Capitale fu tradotto in Russo proprio da Bakunin). La differenza tra la concezione marxiana e quella bakuniniana del Capitale, è che per Bakunin questo non è elemento fondante dello sfruttamento. Anche se non esplicitato, nella sua opera non viene fatto riferimento alcuno alla concezione materialistica della storia (che prevede l'aspetto economico della società come basilare per l'analisi della stessa).

La rivoluzione
Un aspetto importante del pensiero di Bakunin è l'azione rivoluzionaria. Bakunin ha perseguito per tutta la vita questo scopo e, in alcune parti della sua opera, sono rintracciabili le linee guida della concezione rivoluzionaria del pensatore russo. In primo luogo la rivoluzione deve essere essenzialmente popolare: il senso di questa affermazione va ricercato ancora nel contrasto con Marx. I comunisti credevano in un'avanguardia che dovesse guidare le masse popolari attraverso il cammino rivoluzionario. Bakunin invece prevedeva una società segreta che avrebbe dovuto solamente sobillare la rivolta, la quale poi si sarebbe auto-organizzata dal basso.
Altra differenza con il marxismo è l'identificazione del soggetto rivoluzionario. Se Marx vedeva nel proletariato industriale la spina dorsale della rivoluzione (mettendolo in contrapposizione con una classe agricola reazionaria), Bakunin credeva che l'unione tra il ceto contadino e il proletariato fosse l'unica possibilità rivoluzionaria. Marx, in alcuni suoi scritti, non nega la possibilità che il trionfo del proletariato possa giungere senza spargimenti di sangue. Bakunin è invece categorico su questo punto: la rivoluzione, essendo spontanea e popolare, non può essere altro che violenta.

L'anarchia
Bakunin ha preferito non affrontare approfonditamente il problema del dopo rivoluzione, limitandosi a dare qualche idea di fondo. Se avesse dato indicazioni precise sul funzionamento delle società anarchiche, infatti, avrebbe negato la necessità di autodeterminazione delle stesse. Innanzitutto, la dottrina anarchica di Bakunin è basata sull'assenza dello sfruttamento e del governo dell'uomo sull'uomo. La produzione industriale e agricola è fondata non più sull'azienda, ma sulle libere associazioni, composte, amministrate e autogestite dai lavoratori stessi attraverso le assemblee plenarie. L'aspetto della partecipazione diretta del popolo alla politica, ripresa dal pensiero di Proudhon, è fondata sul cosiddetto federalismo libertario, teoria che prevede una scala di assemblee organizzate dal basso verso l'alto, dalla periferia al centro.
La differenza fondamentale tra l'organizzazione anarchica voluta da Bakunin e una concezione autoritaria della società consiste nella direzione delle decisioni. Se dieci libere associazioni (fabbriche, unità territoriali, ecc) sono federate in un'associazione più grande, quest'ultima non può imporre nulla alle associazioni-membro, in nessun caso. Sono i membri delle associazioni più piccole che, riunendosi assieme, possono decidere forme di collaborazione e di reciproco aiuto, quindi il processo decisionale va dal basso all'alto. Naturalmente Bakunin non è contrario in senso assoluto alla delega, perciò le assemblee delle federazioni non devono necessariamente essere plenarie; ma il mandato è sempre revocabile e il mandatario deve obbedire all'assemblea che lo ha nominato.

Il maestro comune di una generazione di rivoluzionari: Hegel
Alla morte di Bakunin risulta molto significativa una lettera che Friedrich Engels inviò a Charles Rapaport nella quale il filosofo, dopo aver sintetizzato gli elementi che distinguevano il suo pensiero (e quello di Marx) da quello di Bakunin, con cui aveva polemizzato per mezzo secolo senza cedimento alcuno, alla fine concludeva con queste parole: «Ma bisogna rispettarlo - ha capito Hegel». Il filosofo tedesco infatti è stato la sorgente a cui ha attinto un'intera generazione di rivoluzionari che attraverso la negazione della negazione hanno dato del filo da torcere alle nuove classi dominanti e al sistema di gestione dell'economia capitalistica proponendo l'alternativa di una società a direzione anarco-comunista. Engels era consapevole dell'importanza di Hegel e per questo motivo,nonostante le divergenze, vedeva in Bakunin un interlocutore rispettabile.

Stato e anarchia - Analisi critica
Questo è il testo più noto di Bakunin, in cui egli espone la sua posizione rispetto al mondo a lui contemporaneo: l'Europa della fine dell'Ottocento, dal punto di vista di un pensatore russo e anarchico. Della Russia traspare l'interesse alle sorti del mondo slavo e la preoccupazione della contrapposizione tra pangermanesimo e panslavismo. Ma il suo interesse è rivolto generalmente a tutto il mondo, con particolare attenzione a quella Europa in fermento sociale. I movimenti operai, l'Internazionale e la Rivoluzione sociale incombente sono le condizioni storiche e sociali che fanno da contorno alla sua visione dello Stato. Il testo in sé non ha una struttura individuabile, ma si presenta come una lunga serie di dissertazioni concatenate tra loro, sui più svariati argomenti di storia, politica, riflessione sociale e filosofia, oltre che di polemica con i marxisti e contro tutte le istituzioni esercitanti una qualche autorità. In questo discorso si manifesta l'anarchia come modello sociale ideale ma, come ogni dottrina politica votata alla azione, considerato veramente realizzabile.
In sostanza questo testo può essere visto come una sorta di breviario di “epistemi”, una fonte di slogan e concetti forti espressi all'interno di un discorso sullo Stato come fonte di oppressione, un manuale del rivoluzionario anarchico che trova buona parte della sua forza persuasiva nella sua struttura anch'essa anarchica, senza divisione in capitoli e ragionata come un flusso di coscienza, di cui l'argomento ricorrente è lo Stato oppressore e la necessità da parte del proletariato di liberarsene.

La concezione dello Stato
«Insomma lo Stato da una parte e la Rivoluzione Sociale dall'altra, tali sono i due poli il cui antagonismo rappresenta l'essenza stessa della attuale vita pubblica in tutta l'Europa» (M. Bakunin, Stato e anarchia, Torino, Feltrinelli, 1968, p. 32)
In questo passaggio è chiara la posizione che Bakunin assume nei confronti dello Stato il quale se non verrà abolito non ha alcuna via di scampo che di instaurarsi "nella sua forma più sincera oggi possibile, e cioè sotto la forma della dittatura militare o di un regime imperiale" (ibidem).
Ossia, nel momento storico di grande fermento sociale e di esperienze rivoluzionarie da poco passate e destinate a ripresentarsi l'indomani della Grande guerra, la lotta tra bene e male è la lotta tra l'istituzione statale e quindi lo spirito reazionario della classe borghese e la Rivoluzione, strumento della classe proletaria oppressa. Lo Stato in quanto tale e solo perché emanazione e strumento dell'esercizio di una autorità è la fonte della dominazione che la borghesia perpetra ai danni del popolo, difendendo la disparità sociale e la divisione del lavoro, in cui il vero sforzo è sostenuto dal proletariato e di cui i profitti sono intascati dai padroni, in cui l'autorità, per mezzo della violenza, è esercitata sempre da una classe a dispetto dell'altra in ogni campo, anche grazie alla cultura, mal distribuita ugualmente e utilizzando giustificazioni di ogni sorta, morali tra le più disparate[2] per ottenere sempre lo stesso risultato anche nello stato repubblicano. Infatti dice ancora Bakunin:
«Nessuno stato, per quanto democratiche siano le sue forme, foss'anche la repubblica politica più rossa, popolare solo nel suo falso significato noto con il nome di rappresentanza del popolo, sarà mai in grado di dare al popolo quello che vuole, e cioè la libera organizzazione dei suoi interessi dal basso in alto, senza nessuna ingerenza, tutela o violenza dall'alto, perché ogni Stato, anche lo stato pseudo-popolare ideato dal signor Marx, non rappresenta in sostanza nient'altro che il governo della massa dall'alto in basso da parte della minoranza intellettuale, vale a dire quella più privilegiata, la quale pretende di sentire gli interessi ideali del popolo più del popolo stesso »
È forse questo un passaggio tra i più originali dell'autore, che si scaglia, prima ancora che contro la disparità economica, contro la cultura alta, contro l'idealismo di cui continuano dopotutto a essere figlie le teorie di Marx ed Engels, ma anche un altro noto pensatore della socialdemocrazia tedesca, Karl Liebknecht, dei quali, oltretutto è messa in evidenza la sostanziale corrispondenza di interessi con lo Stato autoritario e al limite con il nazionalismo, nella partecipazione alla vita politica del Reich tramite le forme classiche del partito politico (il partito socialdemocratico, appunto) "partito niente affatto popolare dato che per tendenze, finalità e mezzi di lotta è un partito puramente borghese" (ibidem, p. 65).
La polemica con i marxisti toccò direttamente lo stesso Marx, di cui troviamo una serie di appunti proprio intorno a questo testo e nei quali è possibile notare la forte distanza tra due visioni che si interessano del potere da prospettive contrapposte: per Marx l'inizio della rivoluzione sociale avviene con la distruzione delle condizioni economiche del capitalismo, padre di ogni disparità di classe, mentre Bakunin è preoccupato delle conseguenze più immediate di una rivoluzione finalizzata al dominio da parte del proletariato di tutta la società, poiché ogni sottomissione a uno Stato non cambierebbe la condizione del proletariato, che continuerebbe a essere dominato. Un altro punto fondamentale riguardo allo Stato è:
«lo Stato significa violenza, dominazione mediante la violenza»
In questo breve passaggio, che sembra poter davvero assumere la forma dello slogan, si ritrova quello che è un concetto che ritornerà più volte nella teoria politica di molte epoche, non da ultimo la teoria giuridica, in cui lo Stato è visto come l'unico autorizzato all'esercizio legittimo della forza.
Marx, sempre attivo nel polemizzare con Bakunin, lesse un suo opuscoletto ("Stato e anarchia"), e vi scrisse dei commenti. Eccone uno stralcio:
▪ Bakunin: «Il suffragio universale tramite il quale il popolo intero elegge i suoi rappresentanti e i governanti dello Stato - questa è l'ultima parola dei marxisti e della scuola democratica. Tutte queste sono menzogne che nascondono il dispotismo di una minoranza che detiene il governo, menzogne tanto più pericolose inquanto questa minoranza si presenta come espressione della cosiddetta volontà popolare»
▪ Marx: «Con la collettivizzazione della proprietà, la cosiddetta volontà popolare scompare per lasciare spazio alla volontà reale dell'ente cooperativo»
▪ Bakunin: «Risultato: il dominio esercitato sulla grande maggioranza del popolo da parte di una minoranza di privilegiati. Ma, dicono i marxisti, questa minoranza sarà costituita da lavoratori. Si, certo, ma da ex lavoratori che, una volta diventati rappresentanti o governanti del popolo, cessano di essere lavoratori»
▪ Marx: «Non più di quanto un industriale oggi cessi di essere un capitalista quando diventa membro del consiglio comunale»
▪ Bakunin: «E dall'alto dei vertici dello Stato cominciano a guardare con disprezzo il mondo comune dei lavoratori. Da quel punto in poi non rappresentano più il popolo, ma solo se stessi e le proprie pretese di governare il popolo. Chi mette in dubbio ciò dimostra di non conoscere per niente la natura umana»
▪ Marx: «Se solo il signor Bakunin avesse la minima familiarità anche solo con la posizione di un dirigente di una cooperativa di lavoratori, butterebbe alle ortiche tutti i suoi incubi sull'autorità»

L'anarchia
Dato che ogni forma di Stato è una forma di dominio di classe (non importa quale sia la classe, borghesia, aristocrazia dell'intelletto o monarchia o quant'altro) viene spontaneo da chiedersi, quale sia allora la società ideale per Bakunin. In genere il suo interesse è per una forma di autogoverno, una amministrazione di se stessi e della società che vada dal basso verso l'alto nella convinzione che solo in questo modo si possa dare libertà al popolo di decidere veramente per se stesso che cosa sia meglio, essendo il popolo l'unico in grado di sapere veramente che cosa sia questo meglio. Tuttavia non è assente un progetto politico di organizzazione della società che sia alternativa allo Stato:
«Innanzitutto l'abolizione della miseria, della povertà, e la completa soddisfazione di tutte le necessità materiali per mezzo del lavoro collettivo, obbligatorio e uguale per tutti; e poi l'abolizione dei padroni e d'ogni specie di autorità, la libera organizzazione della vita, del paese in relazione alle necessità del popolo, non dall'alto in basso secondo l'esempio dello Stato, ma dal basso in alto, curata dal popolo stesso al di fuori di ogni governo e dei parlamenti; la libera unione delle associazioni dei lavoratori della terra e delle fabbriche, dei comuni, delle province, delle nazioni; e infine in un domani non lontano, la fraternità di tutta l'umanità trionfante sulla rovina di tutti gli Stati » (M. Bakunin, Stato e anarchia, Torino, Feltrinelli, 1968, p. 45)
Come giustificare la presenza di un obbligo per tutti di lavorare senza una autorità garante? Un modo per risolvere la apparente contraddizione è quello di considerare la visione di Bakunin nell'ottica del populismo, che aveva buon seguito nella Russia di quegli anni, grazie al quale Il Capitale di Marx entrò in quel paese a soli 5 anni dalla sua prima edizione in Germania. Del populismo, Bakunin sembra condividere l'esaltazione della vita dei contadini, della loro superiorità rispetto al proletariato urbano più corrotto e interessato all'accentramento sul modello statalista. Il contadino in definitiva ignorante e puro, che vive nella Mir, comunità agricola tipica della Russia, che si può immaginare ancora come una "Gemeinschaft", dalla quale possa poi emanare quell'autorità necessaria a garantire l'obbligatorietà del lavoro, che è lavoro manuale, per tutti. Oppure bisogna ipotizzare che per Bakunin l'uomo sia naturalmente buono, non aggressivo e viva di imperativi categorici. Questa seconda visione non sembra condivisibile tenendo soprattutto conto della sua visione della Rivoluzione Sociale (vedi di seguito). A chiarire il problema interviene bene quest'altro passaggio:
«Non abbiamo l'intenzione né la minima velleità di imporre al nostro popolo oppure a qualunque altro popolo, un qualsiasi ideale di organizzazione sociale tratto dai libri o inventato da noi stessi ma, persuasi che le masse popolari portano in se stesse, negli istinti più o meno sviluppati della loro storia, nelle loro necessità quotidiane e nelle loro aspirazioni coscienti o inconsce, tutti gli elementi della loro futura organizzazione naturale, noi cerchiamo questo ideale nel popolo stesso; e siccome ogni potere di Stato, ogni governo deve per la sua medesima essenza e per la sua posizione fuori del popolo o sopra di esso, deve necessariamente mirare a subordinarlo a una organizzazione e a fini che gli sono estranei noi ci dichiariamo nemici di ogni governo, di ogni potere di Stato, nemici di una organizzazione di Stato in generale e siamo convinti che il popolo potrà essere felice e libero solo quando organizzandosi dal basso in alto per mezzo di organizzazioni indipendenti assolutamente libere e al i fuori di ogni tutela ufficiale, ma non fuori delle influenze diverse e ugualmente libere di uomini e di partiti, creerà esso stesso la propria vita.» (M. Bakunin, Stato e anarchia, Torino, Feltrinelli, 1968, p. 167-168)

Michail Bakunin nella letteratura
Michail Bakunin è il protagonista del romanzo di Riccardo Bacchelli: Il diavolo al Pontelungo, uscito nel 1927.

Citazioni cinematografiche
▪ Nel film Giù la testa Mallory (James Coburn) parla con Juan Miranda (Rod Steiger) della rivoluzione e alla fine butta via il libro che stava leggendo: The Patriotism di Bakunin.
▪ Nel film "La Grande Guerra" con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, quest'ultimo menziona : "..ma l'avete letto il Bakunin?...ah ecco menzioni un nome difficile e ..tutti pronti a marcar visita"

▪ 1881 - Rudolf Hermann Lotze (Bautzen, 21 maggio 1817 – Berlino, 1º luglio 1881) è stato un filosofo e logico tedesco.
Laureato in medicina ed esperto di biologia, arguì che se il mondo fisico è governato dalle leggi meccaniche, le relazioni e le evoluzioni nell'universo potrebbero essere spiegate come il funzionamento di una mente di questo mondo. I suoi studi medici furono lavori pionieristici nella psicologia scientifica.
Nacque a Bautzen, Sassonia, Germania, figlio di un medico. Fu educato al ginnasio di Zittau; aveva un amore innato per gli autori classici, tradusse l'Antigone di Sofocle dal Latino, pubblicandolo nella sua mezza età.
Frequentò l'Università di Lipsia come studente di filosofia e scienze naturali, ma vi entrò ufficialmente come studente di medicina a diciassette anni. I primi studi di Lotze furono principalmente governati da due distinti interessi: il primo fu scientifico, basato su studi matematici e fisici sotto la guida di E. H. Weber, W. Volkmann e Gustav Fechner. L'altro fu il suo interesse artistico ed estetico, che si sviluppò sotto la cura di Christian Hermann Weisse. Egli fu attratto sia dalla scienza che dall'idealismo di Johann Gottlieb Fichte, Friedrich Schelling e Georg Hegel.
Il primo saggio di Lotze fu la sua dissertazione De futurae biologiae principibus philosophicis, con il quale nel (1838) si laureò dottore in medicina, e ottenne la seconda laurea in filosofia solo quattro mesi dopo. Egli basava i fondamenti del suo sistema filosofico nella Metaphysik (Lipsia, 1841) (pubblicata in Inglese con il titolo Metaphysic: In Three Books, Ontology, Cosmology, and Psychology) e su Logik (1843), (pubblicato in Inglese come Logic: In Three Books, of Thought, of Investigation), oltre al altri piccoli trattati di conoscenza pubblicati mentre era ancora studente a Lipsia, da qui si trasferì poi all'Università di Göttingen, succedendo a Johann Friedrich Herbart nella cattedra di filosofia.
I suoi primi due libri ebbero poca nota, e Lotze dapprima venne conosciuto per una serie di lavori che aspiravano a stabilire per i metodi di studio del fenomeno fisico e mentale dell'organismo umano nei suoi stati normali e di disagio, gli stessi principi generali che erano stati adottati per lo lo studio dei fenomeni nel mondo inorganico. Questi lavori furono Allgemeine Pathologie und Therapie als mechanische Naturwissenschaften (1842, 2nd ed., 1848), gli articoli "Lebenskraft" (1843) e "Seele und Seelenleben" (1846) nel libro di Rudolf Wagner Handwörterbuch der Physiologie, il suo Allgemeine Physiologie des Korperlichen Lebens (1851), e il suo Medizinische Psychologie oder Physiologie der Seele (1852).
Quando Lotze pubblicò questi lavori, la scienza medica era ancora sotto l'influenza della Filosofia naturale di Schelling. Le leggi meccaniche, alle quali le cose esteriori erano soggette, furono concepite come essere valide solo nel mondo inorganico. Un meccanismo fu l'inalterabile connessione di ogni fenomeno a con un altro fenomeno b, c, d, sia questo seguente o precedente ad esso; meccanismo era l'inesorabile forma nella quale gli eventi di questo mondo sono verificati, e al quale sono connessi. L'oggetto di quegli scritti fu di stabilire il ruolo onnipresente del meccanismo. Ma la visione meccanica della natura non è identica a quella materialistica. Nell'ultimo dei lavori sopra menzionati la questione è discussa a grandi linee, come dobbiamo considerare la mente e la relazione tra la mente e il corpo; la risposta è che dobbiamo considerare la mente come un principio immateriale, la sua azione, tuttavia, sul corpo e vice versa, come puramente meccanica, indicata da leggi fisse di un meccanismo psico-fisico.
Queste dottrine di Lotze, tuttavia pronunciate con la distinta e reiterata riserva, poiché esse non contengono una soluzione della questione filosofica riguardante la materia, furono tuttavia considerate da molti essere l'eredità del filosofo, che denunciava i sogni di Schelling o le teorie idealistiche di Hegel. Pubblicati, come furono, durante gli anni in cui la scuola moderna del materialismo tedesco era al suo apice, questi lavori di Lotze furono annoverati tra la letteratura di opposizione della Filosofia empirica.
Le disinterpretazione delle stesse indusse Lotze a pubblicare un piccolo pamphlet polemico (Streitschriften, 1857), nel quale egli corresse due errori. La propria opposizione al formalismo di Hegel aveva indotto taluni ad associarlo alla scuola materialistica, altri a contarlo tra i seguaci di Herbart. Lotze negò di appartenere alla scuola di Herbart, tuttavia ammise che, storicamente, la stessa dottrina che poteva essere considerata preculsore degli insegnamenti di Herbart, poteva portare alle sue visioni personali (vedere la monadologia di Leibniz).

Filosofia
Quando Lotze scrisse queste precisazioni, egli aveva già pubblicato il primo volume del suo Mikrokosmus (vol. i. 1856, vol. ii. 1858, vol. iii. 1864). In molti passaggi del suo lavoro sulla patologia, fisiologia, e psicologia Lotze aveva distintamente stabilito che il metodo di ricerca che lui avvocava non dava una spiegazione del fenomeno della vita e della mente, ma solo i mezzi per osservarli e connetterli insieme; noi otteniamo i dati necessari per decidere che significato si possa dare all'esistenza di questo microcosmo, o piccolo mondo di vita umana, insito nel macrocosmo dell'universo.
La riflessione si estende al vasto campo dell'antropologia, iniziando con la struttura umana, l'anima, e l'unione corpo-anima nella vita, avanzando fino all'uomo e alla sua mente, e al corso del mondo, e concludendo con la storia, il progresso e la connessione delle cose. Finisce con la stessa idea che fu espressa nella Metaphysik di Lotze. La visione peculiare arriva a lui alla fine come il coronamento della concezione verso la quale tutti i canali separati del pensiero sono protesi e alla luce dei quali,vengono esaminati, la vita dell'uomo in natura e nella mente, come individuo e nella società. Questa visione può essere brevemente sancita come segue: Ovunque nel vasto reame dell'osservazione troviamo tre distinte regioni: la regione dei fatti, la regione delle leggi e la regione degli standards di valutazione. Queste tre regioni sono separate solo nei nostri pensieri, non nella realtà. Per comprendere la reale posizione siamo forzati dalla convinzione che il mondo dei fatti è il campo nel quale, e che le leggi sono i mezzi per i quali, questi standards superiori di valore morale ed estetico si sono realizzati; e una tale unione può ancora solo diventare intelligibile attraverso l'idea di una personale Deità, che nella creazione e conservazione di un mondo ha volontariamente scelto certe forme e leggi, attraverso l'operazione naturale delle quali i fini del Suo lavoro sono ottenuti. Whilst Lotze ebbe così, nei suoi lavori pubblicati, chiuso il cerchio del suo pensiero, iniziando con una concezione metafisicamente guadagnata, procedendo per un'esaustiva contemplazione delle cose alla luce in cui l'affrontò, e terminando con la più forte convinzione della propria verità che l'osservazione, l'esperienza, e la vita potevano affrontare, egli ebbe tutto il tempo che gli restava a scrivere sulle varie branches della filosofia in accordo con lo schema dell'istruzione accademica trasmessa dai suoi predecessori. Non può essere considerato se non un guadagno il fatto che egli fu così indotto a esporre le proprie visioni riguardo a questi argomenti, e in connessione con questi problemi, che erano tradizionali forme di utteranza filosofoca. I suoi scritti variano su un vasto campo: egli produsse annualmente scritti di psicologia e sulla logica (gli ultimi includevano una ricerca sul intierezza della ricerca filosofica sotto il titolo di Encyclopädie der Philosophie), poi a lunghi intervallati scritti di metafisica, filosofia della natura, filosofia dell'arte, filosofia della religione, più raramente sulla storia della filosofia ed etica. In questi scritti egli espose le proprie visioni peculiari in forme più ristrette, e durante l'ultimo decennio della sua vita egli accorpò la sostanza di quei corsi nel suo lavoro System der Philosophie, del quale solo due volumi sono stati pubblicati (vol. I Logik, 1st ed., 1874, 2nd ed., 1880; vol. II Metaphysik, 1879). Il terzo e conclusivo volume, che doveva trattare in maniera più condensata i principali problemi della filosofia pratica, della filosofia dell'arte e della religione, non fu mai pubblicato. Un piccolo pamphlet di psicologia, contenente l'ultima forma in cui egli aveva cominciato a trattare lo stesso soggetto nei suoi scritti (rimasto incompiuto a causa della sua morte) durante la sessione estiva del 1881, fu pubblicato da suo figlio.
Per capire questa serie di scritture di Lotze, è necessario iniziare con la sua definizione di filosofia. Questa è data dopo che la sua esposizione di logica ha stabilito due punti, l'esistenza nella nostra mente di certe leggi e forme in accordo con le quali noi connettiamo il materiale che ci viene fornito dai nostri sensi, e, secondariamente, il fatto che pensieri logici non possono essere utilmente impiegati senza l'assuzione di un seguente insieme di connessioni, non logicamente necessarie, ma presunte insite tra i dati dell'esperienza e dell'osservazione. Queste connessioni a un reale non formale argomento sono portate a noi dalle scienze separate e dall'uso e dalla cultura della vita di ogni giorno. Il linguaggio li ha cristallizzati in certe definite nozioni ed espressioni, senza le quali non possiamo procedere di un solo passo, ma che abbiamo accettato senza conoscere il loro esatto significato, e molto meno la loro origine. Di conseguenza le scienze speciali e la saggezza della vita comune si impigliano tra loro facilmente e frequentemente in contraddizioni. Un problema di un argomento puramene formale così si presenta, questo per provare a portare unità e armonia nei pensieri sparsi della nostra cultura generale, per tracciarli alla loro primaria assunzione e seguirli fino alle loro ultime conseguenze, per connetterli tutti insieme, per rimodellarli, accorciarli o amplificarli, così come per rimuovere le loro apparenti contraddizioni, e per combinarli nell'unità di un'armoniosa visione delle cose, e specialmente per investigare quelle concezioni che formano le iniziali assunzioni delle varie scienze, e per fissare i limiti della loro applicabilità. Questa è la formale definizione di filosofia. Se si tratti di un'armoniosa concezione così acquisita che rappresenterà più di un accordo tra i nostri pensieri, o se essa rappresenta la reale connessione delle cose possedendo valore oggettivo e non soltanto soggettivo, questo non può essere deciso all'inizio. È anche poco garantito cominciare con la presunzione che ogni cosa nel mondo dobvrebbe essere spiegata da un principio, ed è una restrizione dei nostri mezzi non necessaria aspettarsi unità di metodo. Noi non siamo inoltre in grado di iniziare la nostra investigazione filosofica con un'inchiesta sulla natura del pensiero umano e la sua capacità di raggiungere una conoscenza oggettiva, poiché in questo caso noi staremmo veramente usando quello strumento l'inutilità del quale cercavamo di determinare. La principale prova del valore oggettivo della visione che possiamo ottenere giacerà piuttosto nel grado con il quale si ha successo nell'assegnazione ad ogni elemento della cultura della posizione ad esso dovuta, o nel quale si è capaci di apprezzare e combinare differenti e apparentemente opposte tendenze ed interessi, nella sorta di giustizia con la quale pesano i nostri desideri e aspirazioni, equilibrandoli nelle dovute proporzioni, rifiutando di sacrificare ad un principio univoco ogni verità o convinzione che l'esperienza ha provato essere utile e necessaria. L'investigazione potrà poi naturalmente dividerli in tre parti, la prima delle quali ha a che fare con ciò che nella nostra mente sono le forme inevitabili nelle quali noi siamo obbligati a pensare alle cose, se pensiamo a tutto (metafisica), la seconda essendo devota alla grande regione dei fatti, prova ad applicare i risultati di metafisica a questi, specialmente le due grandi regioni dei fenomeni esterni e mentali (cosmologia e psicologia), la terza ha a che fare con quei valori standard per cui noi pronunciamo la nostra approvazione o disapprovazione estetica o etica. In ogni dipartimento noi dovremmo applicare prima di tutto visioni chiare e consistenti fra di loro, ma, in secondo luogo, noi dovremo alla fine desiderare di formare alcune generali idee o rischiare un'opinione su come le leggi, i fatti e gli standards di valore possono essere combinati in una visione comprensibile. Considerazioni di quest'ultimo tipo si presenteranno naturalmente nei due grandi dipartimenti della cosmologia e della psicologia, o essi possono essere delegati ad una ricerca indipendente sotto il nome di filosofia religiosa. Abbiamo già menzionato la concezione finale nella quale la speculazione di Lotze culmina, in quella di una personale Deità, Un essere superiore, l'essenza di tutto che merita esistenza per propria causa, che nella creazione e governo del mondo ha volontariamente scelto certe leggi e forme attraverso le quali i suoi fini si possano realizzare. Possiamo aggiungere che in accordo con questo punto di vista niente è reale tranne lo spirito vivente di dio e il mondo degli spiriti viventi che egli ha creato; le cose di questo mondo hanno solo realtà in quanto esse sono l'apparenza di sostanza spirituale, che sottolinea tutto. È naturale che Lotze, avendo questa grande e finale concezione sempre dinanzi a lui, lavori sotto l'influenza sin dall'inizio della sua speculazione, permettendoci, mentre procediamo, di tenere docchio l'interpretazione delle cose che per lui contiene la soluzione delle nostre difficoltà.
Le chiave della filosofia teoretica di Lotze si trova nella sua metafisica, nell'esposizione della quale importanti soggetti, e la prima e l'ultima tra le sue più importanti pubblicazioni sono dedicate.
Per capire la filosofia di Lotze, un'attenta e ripetuta consultazione di questi lavori è assolutamente necessaria. L'oggetto della sua metafisica è così per rimodellare le nozioni correnti riguardanti l'esistenza delle cose e loro connessioni con le quali l'uso del linguaggio ci fornisce il modo per renderle consistenti e pensabili.
L'assunzione seguente che le nozioni modificate così trovate abbiano un oggettivo significato e che esse in qualche modo corrispondano all'ordine reale del mondo esistente che naturalmente esse non possono mai veramente descrivere, dipende da una generale confidenza che noi dobbiamo avere nei nostri poteri di ragionamento e nel significato di un mondo nel quale noi stessi con tutti i necessari corsi dei nostri pensieri abbiamo un dovuto posto assegnatoci. Il principio tuttavia di queste ricerche è opposto a due tentativi frequentemente ripetuti nella storia della filosofia. il tentativo di stabilire leggi generali o forme, alle quali l'evoluzione delle cose deve aver obbedito, o che un creatore debba aver seguito nella creazione di un mondo (Hegel); e (2) il tentativo di tracciare la genesi delle nostre nozioni e decidere dal loro significato e valore (teorie moderne della conoscenza). Nessuno di questi due tentativi è praticabile. Il mondo di molte cose ci circonda; le nostre nozioni, per le quail noi cerchiamo di descriverle correttamente o scorrettamente è già fatto. Ciò che rimane da essere fatto non è spiegare come un tale mondo si appresta ad essere ciò che è né come noi siamo arrivati a formulare queste nozioni, ma più o meno ciò che segue: espellere dal cerchio e totalità delle nostre concezioni quelle astratte nozioni che sono inconsistenti e stonate, o rimodellarle e definirle cosicché esse possano costituire un argomento consistente ed armonioso.
In questa attività Lotze scarica come inutili ed inattendibili molte concezioni favorite della scuola, e molte crude nozioni della vita di ogni giorno. Il corso delle cose e la loro connessione non è pensabile dall'assunzione di una pluralità di esistenze, la realtà delle quali (come distinta dalla nostra conoscenza delle stesse) possa essere concepita solo come una moltitudine di relazioni. Questa qualità di stare in relazione ad alter cose è ciò che da ad una cosa la propria realtà. E la natura di questa realtà ancora non può né essere consistentemente rappresentata come una sostanza dura e fissa né come un qualcosa di inalterabile, ma solo come un ordine fisse di ricorrenza di eventi o impressioni in continua evoluzione. Ma, ancora, ogni tentative di pensare chiaramente quail possano essere queste relazioni, quello che noi veramente intendiamo, se parliamo di un fisso ordine di eventi, forza su di noi la necessità di pensare anche che le cose differenti che stanno in relazione alle fasi differenti che seguono le une alle altre non possono essere esternamente messi insieme o fatti avvicinare da alcuni indefinibili poteri esteriori nella forma di alcune predestinazioni o destini inesorabili. Le cose stesse che esistono e le loro fasi di cambiamento devono stare in alcune connessioni interne; essi stessi devono essere attivi o passivi, capaci di fare o soffrire. Questo ci condurrebbe alla visione di Leibniz, che il mondo consiste di monadi, esseri auto-sufficienti che conducono una vita interiore. Ma questa idea involve la concezione seguente di Leibniz, quella dell'armonia prestabilita, per la quale il creatore si è preso cura di sistemare la vita di ogni monade, così che vada d'accordo con quella di tutte le altre. Questa concezione, in accordo con Lotze, non è né necessaria né intelligibile. Perché non interpretare all'inizio e rendere intelligibile la concezione comune originatasi nella scienza naturale, quella di un sistema di leggi che governa tutte le cose? Ma, nel tentativo di rendere chiara e pensabile questa concezione, noi siamo forzati a rappresentare la connessione delle cose come una sostanza universale, l'essenza della quale noi la concepiamo come un sistema di leggi che sottolinea ogni cosa e in sé stessa connette tutto, ma è impercettibile, e conosciuta da noi solo attraverso le impressioni che essa produce in noi, che noi chiamiamo cose.
Una riflessione finale ci insegna che la natura di questa sostanza universale ed onnipresente può solo essere immaginata da noi come qualcosa di analogo alla nostra stessa vita mentale, dove solamente sperimentiamo l'unità della sostanza (che chiamiamo sé stessi) preservata nella moltitudine dei sui stati (mentali). Ci diventa anche chiaro che solo dove tale vita mentale veramente appare necessità noi vi assegniamo un'esistenza indipendente, ma che gli scopi della vita di ogni giorno così come quelli della scienza sono similmente serviti se noi priviamo le cose materiali al di fuori di noi di una loro indipendenza e assegniamo loro una pura esistenza connessa attraverso la sostanza universale per mezzo dell'azione della quale esse possono apparirci da sole.
La sostanza universale, che noi possiamo chiamare l'assoluto, a questo punto della nostra ricerca non è dotato di attributi di una personale deità, e resterà per essere visto dalle analisi seguenti su quanto lontano possiamo andare – senza contraddizioni – per identificarlo con l'oggetto della venerazione religiosa, in quanto lontano esso nella metafisica sia un postulato che possa essere gradualmente portato più vicino a noi e divenire un potere vivente. Molto in questa direzione è detto da Lotze in vari passaggi dei suoi scritti; ogni cosa completa, tuttavia, sul soggetto è ricercato. Nemmeno sembrerebbe come potesse essere l'intenzione dell'autore fare molto più che puntare alle linee sulle quale il seguente trattato del soggetto dovrebbe avanzare. L'attuale risultato della sua personale ricerca, la grande idea che giace alla fondazione della sua filosofia noi la sappiamo. Si può tranquillamente stabilire che Lotze permetterebbe molta latitudine alle convinzioni individuali, poiché infatti è evidente che la nozione vuota di un assoluto possa solo diventare viva e significante per noi allo stesso grado dell'esperienza e del pensiero che ci hanno insegnato a realizzare la serietà della vita, il significato della creazione, il valore del bello e del buono, e il supremo principio della santità personale. Per dotare la sostanza universale con degli attribute morali, per mantenere che è più che il terreno metafisico di tutte le cose, dire che è la perfetta realizzazione della santità, il bello e il buono, può avere un significato solo per chi sente in sè stesso quali reali non immaginari valori sono rivestiti in queste espressioni.
L'Estetica costituisce un principale e favorito studio di Lotze, egli ha trattato questo soggetto anche alla luce delle idee principali della sua filosofia.
La posizione storica di maggior interesse di Lotze. Sebbene egli neghi di essere un seguace di Herbart, la sua formale definizione della filosofia e la sua concezione dell'oggetto di metafisica sono simili a quelle di Herbart, il quale definisce la filosofia come tentativo di rimodellare le nozioni dato dall'esperienza. In questo ambito egli forma con Herbart un'opposizione alla filosofia di Fichte, Schelling ed Hegel, che anelavano ad un'oggettiva e assoluta conoscenza, e anche al criticismo di Kant, che anelava a determinare la validità di tutta la conoscenza umana. Ma questo accordo formale include differenze materiali, e lo spirito che soffia negli scritti di Lotze è più dotato verso gli oggetti e le aspirazioni della scuola idealistica che al freddo formalismo di Herbart. Quello che tuttavia fu per gli idealisti un oggetto di pensiero isolato, l'assoluto, è per Lotze solo inadeguatamente definibile in rigoroso linguaggio filosofico; le aspirazioni del cuore umano, i contenuti dei nostri sentimenti e desideri, l'animo dell'arte e la base della fede religiosa devono essere messi tutti insieme per poter riempire l'idea vuota di assoluto con un significato. Queste manifestazioni dello spirito divino ancora non possono essere tracciate e capite riducendo (come fece Hegel) la crescita della mente umana nell'individuo, nella società e nella storia nel monotono ritmo di uno schematismo speculativo; l'essenza e significato che sono in loro si rivela solo allo studente dei dettagli, perché la realtà è più grande e spaziosa della filosofia, il problema, “come l'uno può essere molti”, è risolto solamente per noi negli innumerevoli esempi in vita e nell'esperienza che ci circonda, per cui noi dobbiamo ritenere un interesse vitale e che costituisce il vero campo di tutto il lavoro umano utile. Questa convinzione della vuotezza dei termini e delle nozioni astratte, e per il riempimento della vita individuale, ha permesso a Lotze di combinare nei suoi scritti i due corsi nei quali il pensiero filosofico tedesco si è mosso dalla morte del suo fondatore Leibniz. Possiamo definire questi corsi con i termini di esoterici ed esoterici – le forme e la filosofia della scuola, coltivata soprattutto nelle università, che prova a sistemizzare tutto e ridurre tutta la nostra conoscenza al principio intelligibile, perdendo in questo tentative il significato più profondo della filosofia di Leibniz; l'ultima non sistematizzata filosofia di cultura generale che troviamo nel lavoro di grandi scrittori del periodo classico, Lessing, Winckelmann, Goethe, Schiller e Herder, tutti loro espressero in gradi diversi la loro devozione a Leibniz. Lotze si può dire aver portato la filosofia fuori dalle stanze dei letterati nel mercato della vita quotidiana. Capendo e combinando quello che fu grande e di valore in ciò che era diviso e scompigliato esso divenne il vero successore di Leibniz.
L'età in cui visse Lotze non era la migliore per apprezzare la posizione che egli prese. Frequentemente frainteso, sebbene raramente criticato, egli fu grandemente ammirato, ascoltato da uditori devoti e letto da un circolo via via crescente. Ma questo circolo non divenne mai una scuola filosofica.

Opere (in italiano)
▪ Logica, Milano: Bompiani, 2010.

▪ 1884 - Allan Pinkerton (Glasgow, 25 agosto 1819 – Chicago, 1 luglio 1884) è stato un poliziotto, investigatore e agente segreto statunitense, noto soprattutto per aver creato la Pinkerton Agency, la prima agenzia investigativa privata del mondo.

▪ 1907 - Costantino Nigra (Villa Castelnuovo, 11 giugno 1828 – Rapallo, 1 luglio 1907) è stato un filologo, poeta e politico italiano.

Infanzia e studi
Nacque l'11 giugno del 1828 presso Villa Castelnuovo - oggi Castelnuovo Nigra in provincia di Torino - da Ludovico Nigra e Anna Caterina Revello. Il padre lavorò come cerusico locale e partecipò dapprima come soldato dell'armata di Napoleone Bonaparte e in seguito ai moti insurrezionali del 1821; la madre Anna Caterina era imparentata a Gian Bernardo De Rossi (1742–1831), un orientalista molto apprezzato a livello internazionale. Costantino fu molto legato ai suoi genitori e ai suoi fratelli, in particolar modo al fratello minore Michelangelo che a causa di uno spericolato gioco di Costantino perse un occhio in tenera età.
Compì i primi studi a Bairo e in seguito ad Ivrea dove concluse il secondo ciclo scolastico. Nel 1845, grazie ad una borsa di studio, poté iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Torino, nonostante il grande interesse per la poesia e la letteratura.
Nel corso degli studi universitari non nascose (1848) il sostegno al conflitto bellico del Piemonte con la potenza imperiale austriaca, tanto che decise di arruolarsi nel corpo dei bersaglieri studenti, come volontario. Partecipò alle battaglie di Peschiera del Garda, Santa Lucia e Rivoli, dove fu ferito ad un braccio. Già l'anno seguente rientrò a combattere assistendo alla sconfitta di Novara. Ripresi gli studi dopo la parentesi bellica riuscì a laurearsi in legge nell'università torinese.
Nigra portò all'attenzione degli italiani una nuova forma di poesia, l'epico narrativa.

Vita politica
Prestò servizio dal 1851 al Ministero degli Esteri venendo nominato segretario del primo ministro Massimo D'Azeglio e in seguito di Camillo Cavour, che accompagnò al Congresso di Parigi del 1856 come Capo di Gabinetto.
Due anni dopo, nel 1858, fu inviato in missione segreta a Parigi per concretizzare l'ipotesi di alleanza decisa a Plombières tra Napoleone III e Cavour e progettare la guerra tra il Regno di Sardegna e l'Impero austriaco. Svolse un ruolo determinante nella politica estera italiana per il completamento del processo di unificazione dell'Italia dopo la morte di Cavour avvenuta nel 1861. Divenne in seguito ambasciatore italiano a Parigi (1860), San Pietroburgo (1876), Londra (1882) ed infine a Vienna (1885).
Nel 1887 rifiutò la carica di Ministro degli Esteri, offertagli dal re Umberto I di Savoia.
Fu nominato conte nel 1882 e nel 1890 senatore del Regno d'Italia. Verrà inoltre insignito dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata.
Nigra collaborò con accademie italiane e francesi, oltre che con riviste filologiche italiane, francesi e tedesche.

La massoneria
Esponente massone fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia il 3 ottobre 1861.

Le lettere di Cavour
Nel 1894 Nigra fu protagonista di un caso piuttosto discusso, ovvero della distruzione di un pacco di lettere, scritte di pugno da Cavour all'amante Bianca Ranzani, che il senatore aveva rinvenuto presso un collezionista viennese, disposto a cederle per la somma di mille lire e la nomina a cavaliere della corona d’Italia.
Avuto il preventivo assenso alla concessione dell' onorificenza da parte di Umberto I, Nigra concluse la transazione e, alla presenza di testimoni, bruciò le 24 lettere che componevano l'epistolario cavouriano.
Il contenuto delle missive, ritenuto piccante e disdicevole, fu la motivazione ufficiale per quell'atto distruttivo del patrimonio storico, che avrebbe potuto chiarire gli ultimi mesi di vita e le oscure circostanze della morte del grande statista italiano.

▪ 1941 - Hugh Seymour Walpole, CBE (1918) (Auckland, 13 marzo 1884 – Brackenburn, 1 luglio 1941), è stato uno scrittore britannico tra i più prolifici della Letteratura britannica nel XX secolo.
A riconoscere la valenza della sua opera, nel 1919 gli fu conferito il James Tait Black Memorial Prize, assegnato quell'anno per la prima volta. Nel 1952 il biografo Rupert Hart-Davis ha scritto la sua prima biografia.
A causa della vista difettosa (portava infatti gli occhiali) poté astenersi dal servire l'esercito durante la Prima Guerra mondiale, pur decidendo di partire per la Russia assieme alla Croce Rossa. Ricevette la Georgian Medal per aver salvato un soldato ferito durante i bombardamenti. Rimasto nel Paese, che nel frattempo si stava preparando per un cambiamento radicale, sostenne la Rivoluzione di Ottobre nel 1917. Raccontò la sua esperienza russa nei romanzi The Dark Forest (1916) e The Secret City (1919) - quest'ultimo ottenne un successo maggiore in quanto trattava la Rivoluzione, che interessava particolarmente in Gran Bretagna. Per quest'ultimo gli fu conferito il James Tait Black Memorial Prize, assegnato per la prima volta nella sua storia; tra gli autori più importanti che hanno ricevuto questo premio si ricordano Lawrence (1920), de la Mare (1921), Garnett (1922), Forster (1924), Priestley (1929), Huxley (1939), Joyce Cary (1941), Greene (1948), Evelyn Waugh (1952), Lawrence Durrell (1974), John le Carré (1977), Coetzee (1980), Salman Rushdie (1981), William Boyd (1990), Andrew Miller (1997) e Ian McEwan (2005).
Di ritorno dalla Russia, scrisse The Cathedral (1922), di sfondo e argomentazione religioso, e Wintersmoon (1928), nel quale trattava la rottura inevitabile tra tradizionalismo e modernismo. Nel 1930 raggiunse l'apice della popolarità tra i lettori per il romanzo storico Rogue Herries, ambientato nella contea di Cumberland nel Medioevo, che apre la saga di Cumberland. A questo seguirono Judith Paris (1931), The Fortress (1932) e Vanessa (1933), che la chiude. Teneva nel frattempo conferenze nelle più prestigiose università britanniche e statunitensi.
Trasferitosi, una volta raggiunta la fama, a Piccadilly, una delle strade più famose di Londra, con i soldi ricavati dalle vendite dei suoi romanzi comprò una casa nella cittadina di Brackenburn nella zone del Lake District. Secondo alcune indiscrizioni, che sosterebbero l'omosessualità dell'autore, lì avrebbe cercato un compagno ideale, trovandolo nel poliziotto sposato Harold Cheevers; avrebbero fatto parte della sua vita amorosa anche il pittore Percy Anderson e il cantante d'opera danese Lauritz Melchior, più volte suoi ospiti. Suo passatempo preferito era collezionare opere d'Arte: Walter Sickert, Édouard Manet, Augustus John, Jean Renoir, Jacob Epstein, Picasso, Gauguin, Cézanne e Maurice Utrillo; tutti pittori, bene o male, all'epoca già affermati. E lì si spense il 1 luglio 1941.


* 1974 - Juan Domingo Perón Sosa (Buenos Aires, 8 ottobre 1895 – Buenos Aires, 1º luglio 1974) è stato un militare e politico argentino.
Perón e sua moglie Eva erano molto popolari in una parte del popolo argentino e considerati come delle vere e proprie figure iconiche nella vita politica argentina, essendo Peròn fondatore del famoso Partito Giustizialista. I seguaci di Perón acclamavano i suoi sforzi per eliminare la povertà e dare maggiore dignità al lavoro; mentre i suoi oppositori politici, lo hanno considerato un demagogo e un dittatore. Egli diede vita al movimento politico conosciuto come Peronismo, movimento che si proponeva come una terza via fra il capitalismo ed il socialismo. È stato uno dei presidenti argentini più discussi sia per la mancanza di un riferimento politico ben preciso, sia per aver dato asilo ai nazisti che scappavano dai processi per crimini di guerra al termine della Seconda guerra mondiale.

Primi anni
Juan Peron entrò nella scuola militare all'età di 16 anni e dopo il diploma fece rapidamente carriera nei vari gradi. Prestò servizio in Italia alla fine degli anni trenta nel ruolo di osservatore militare e in questo periodo venne a contatto con la politica e l'ideologia fascista che sarebbe stata la base ideologica del Partito Giustizialista.
Nel giugno del 1943, con il grado di colonnello, svolse un ruolo di primo piano nel golpe militare del GOU (Grupo de Oficiales Unidos) contro il governo civile di Ramón Castillo. Inizialmente sottosegretario alla guerra sotto il generale Pedro Ramírez, divenne ministro del lavoro e dello stato sociale nel novembre dello stesso anno ed in seguito vicepresidente e segretario alla guerra sotto il generale Edelmiro Farrell nel febbraio 1944.

Vittoria elettorale
Costretto alle dimissioni dai suoi oppositori all'interno delle stesse forze armate, il 9 ottobre del 1945, Perón fu arrestato poco dopo; tuttavia grandi manifestazioni di massa, organizzate dal sindacato CGT, fecero pressioni notevoli sul governo e lo portarono al suo rilascio, il 17 ottobre; il supporto popolare gli aprì inoltre la strada per la cadidatura alla presidenza, che si concretizzò con il 56% dei voti nelle elezioni del 24 febbraio 1946.
Perón perseguì una politica sociale che mirava all'aumento di potere della classe operaia. Espanse enormemente il numero di lavoratori iscritti al sindacato e contribuì a rafforzare la potente Confederazione Generale del Lavoro (CGT). Definì questa come la «terza posizione» (definizione ripresa in seguito da numerosi movimenti antagonisti radicali europei, compresi quelli italiani), tra il capitalismo e il comunismo, sebbene egli fosse dichiaratamente anti-americano ed anti-britannico. Perón spinse molto anche verso l'industrializzazione del paese; nel 1947 annunciò il primo piano quinquennale per dare un aiuto alle industrie appena nazionalizzate. La sua ideologia, soprannominata peronismo e che ebbe come sbocco istituzionale la costituzione del Partito Giustizialista (Partido Justicialista), ebbe grande influenza tra i partiti politici argentini.

L'esilio
La seconda moglie di Perón, Eva Duarte de Perón (1919 - 1952) da lui sposata il 2 ottobre 1945, divenne in breve tempo molto famosa e le fu assegnato l'affettuoso diminutivo di Evita; ella aiutò il marito con il sostegno del sindacato e dei gruppi femminili e gestì gran parte dell'attività propagandistica del coniuge. Perón rivinse le elezioni nel 1951: tuttavia i problemi economici, l'alto livello della corruzione e i conflitti con la Chiesa cattolica, contribuirono alla sua destituzione per l'avvento di un colpo di stato militare organizzato nel settembre del 1955. Peròn si recò in esilio in Paraguay, da dove infine riparò a Madrid. Sposò poi una famosa cantante e ballerina di un night club, Isabel Martínez de Perón nel 1961.
In Argentina, gli anni cinquanta e sessanta furono segnati da frequenti cambi di governo e da un'insufficiente crescita economica, con continue rivendicazioni sociali e sindacali. I diversi governi che si succedettero non riuscirono a rivitalizzare l'economia e a sopprimere l'escalation terroristica dei gruppi filo-peronisti come i Montoneros, e alla fine degli anni sessanta e nei primi settanta, si aprì la strada al ritorno di Perón. Il generale Alejandro Lanusse si impossessò militarmente del potere nel marzo del 1971 e dichiarò l'intenzione di ripristinare la democrazia costituzionale a partire dal 1973. Dall'esilio, Perón sostenne i peronisti di sinistra e le organizzazioni sindacali più attive.

Il ritorno e la morte
Il 11 marzo del 1973 si tennero in Argentina le elezioni generali. Anche se a Perón fu impedito di concorrere, gli elettori votarono come presidente un suo sostenitore, Héctor Cámpora. Cámpora si dimise nel luglio dello stesso, spianando la strada a nuove consultazioni. A quel punto la confusione era tale che da più parti si invocava il ritorno di Perón. Egli tornò al suo paese natale e vinse la tornata elettorale, divenendo presidente per la terza volta, nell'ottobre del 1973, affidando a sua moglie Isabel il ruolo di vicepresidente.
Il nuovo regime peronista però si disfece per via dei conflitti tra i sostenitori di sinistra e quelli di destra. Nel tentativo di ristabilire l'ordine pubblico, il governo deliberò alcuni provvedimenti di emergenza. Perón morì il 1º luglio 1974, con tali problemi ancora non risolti e a lui succedette Isabel. Quest'ultima fu rovesciata da un golpe il 24 marzo del 1976 ed il suo esecutivo fu sostituito da una giunta militare.
Perón è sepolto nel Cementerio de la Chacarita a Buenos Aires, Argentina.

▪ 2000 - Walter Matthau , nato Walter John Matthow (New York, 1º ottobre 1920 – Santa Monica, 1º luglio 2000), è stato un attore statunitense.
Figlio di Milton e di Rose Berolsky, Matthau è nato a New York da una famiglia ebraica di immigrati russi. Da piccolo lavorò come venditore di gelati e a 22 anni entrò nello Yiddish Theatre. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò in aviazione [2] ed una volta tornato in patria, nel 1947, lavorò a Broadway e per la televisione americana.
Il suo volto dai lineamenti marcati e rudi ha influenzato l'inizio della sua carriera, relegandolo per tutti gli anni cinquanta e la prima metà dei sessanta in ruoli minori come caratterista.
Il primo a volerlo fu Burt Lancaster che lo dirige, in un ruolo minore, in Il vagabondo delle frontiere (1955): successivamente viene diretto da Elia Kazan in Un volto nella folla (1957), da Richard Quine in Noi due sconosciuti (1960) e da Stanley Donen nel giallo-rosa Sciarada (1963), autodirigendosi in Gangster Story (1960).
Dopo tale film lo ricordiamo in Ciao, Charlie (1964), musical di Vincente Minnelli, e nel ruolo inusuale di un giudice, il quale deve scegliere la sorte di un grandioso Henry Fonda in A prova di errore (1964), di Sidney Lumet, ed in un altro thriller come Mirage (1965), con Gregory Peck.

Il sodalizio con Lemmon
A 46 anni raggiunge la fama internazionale grazie all'eccelso intuito di Billy Wilder che accoppia il "burbero" Walter Matthau all'"angelico" Jack Lemmon nella commedia Non per soldi... ma per denaro (Oscar 1966). La coppia Lemmon-Matthau decolla con film campioni d'incassi come La strana coppia (1968), di Gene Saks, e La strana coppia 2 (1998), di Howard Deutch; Prima pagina (1974) e Buddy Buddy (1982), entrambi di Wilder; Due irresistibili brontoloni (1993), di Donald Petrie, e That's amore - Due improbabili seduttori (1995), ancora di Deutch; Gli impenitenti (1997), di Martha Coolidge. Inoltre i due apparvero, sebbene in scene diverse, nei film drammatici JFK - Un caso ancora aperto (1991), di Oliver Stone, e Storie d'amore (1995), del figlio Charlie, e fu diretto da Lemmon alla sua unica prova dietro la macchina da presa (Vedovo, aitante, bisognoso d'affetto, offresi... anche babysitter, 1971).
La sua carriera ha, però, percorso anche un altro binario, quello dei polizieschi, con Chi ucciderà Charley Varrick?, L'ispettore Martin ha teso la trappola e Il colpo della metropolitana - Un ostaggio al minuto.
Si ricordano inoltre le sue interpretazioni in È ricca, la sposo e l'ammazzo (1971), Appartamento al Plaza (1971), California Suite (1978), Due sotto il divano (1980), Come ti ammazzo un killer (1982), Quel giardino d'aranci fatto di casa (1984), Pirati (1986), Il piccolo diavolo (1988) di Roberto Benigni, Lo strizzacervelli (1988), Genio per amore (1995) e Avviso di chiamata (2000), il suo ultimo film.
Il "burbero benefico" venne stroncato da un infarto il 1º luglio 2000, all'età di 79 anni, a Santa Monica in California. Dopo essere stato sottoposto a chirurgia cardiaca nel 1985, i medici hanno scoperto che aveva il cancro al colon e che, al momento della sua morte, si era diffuso nel fegato, polmoni e cervello.
È sepolto nel Pierce Brothers Westwood Village Memorial Park accanto al suo amico e compagno Jack Lemmon che morì l'anno successivo.

Vita Privata
Si è sposato due volte. La prima con Grace Geraldine Johnson (1948 – 1958) dalla quale ebbe due figli, Jenny (1949) e David (1951); la seconda moglie fu Carol Grace (1959 – 2000), dalla quale ebbe Charlie (1962), che l'ha diretto in un paio di film televisivi degli anni novanta, oltre ad essere apparso occasionalmente al suo fianco in alcuni titoli. L'attore inoltre ha avuto tre nipoti: William, Emily e Romano. Era alto 191 cm.

▪ 2004 - Marlon Brando, Jr. (Omaha, 3 aprile 1924 – Los Angeles, 1º luglio 2004) è stato un attore statunitense. È unanimemente considerato una delle maggiori stelle di Hollywood ed uno degli attori più carismatici della storia del cinema.
Otto volte candidato al Premio Oscar (riconoscimento che si aggiudicò due volte, rifiutandosi però - nella seconda occasione - di ritirare la statuetta in segno di protesta contro le ingiustizie nei confronti delle minoranze etniche), vanta una filmografia (in tutto poco più di una quarantina di titoli) che include alcuni capolavori. Tra le sue interpretazioni si ricordano: quello dello scaricatore di porto Terry Malloy in Fronte del porto; quello di Don Vito Corleone ne Il Padrino; il vedovo Paul in Ultimo tango a Parigi e il colonnello Kurtz in Apocalypse Now.

Le origini
La sua famiglia ha origini tedesche, olandesi, inglesi e irlandesi.[2] era uno dei tre figli di Dorothy Pennebaker e di Marlon Brando Senior[3], per differenziarlo dal padre venne soprannominato Bud. aveva due sorelle: Jocelyn (1919 – 2005) e Frances (1922 – 1994).
Studiò alla Libertyville high school nello stato di Illinois ed in seguito alla Shattuck Military Academy nel Minnesota dove venne espulso. Frequentò, a partire dal 1943, la scuola d'arte drammatica The Dramatic Workshop (fondata da Erwin Piscator), che si trovava a New York, dove studiò con Stella Adler, definita da Brando stesso come <>. Suoi compagni di studi erano Harry Belafonte, Shelley Winters e Rod Steiger. Era appena giunto nella città per raggiungere le due sorelle.

L'inizio dell'attività di attore
Nel 1944, appena ventenne, Brando fa il suo debutto teatrale a Broadway in I Remember Mama, commedia agrodolce di John Van Druten: il giovane attore ha appena terminato i corsi all'Actor's Studio di Lee Strasberg, ma il successo teatrale gli giunge ben presto, nel 1947, con l'interpretazione di Stanley Kowalski nel dramma Un tram che si chiama Desiderio di Tennessee Williams. Irene Mayer Selznick (1907 - 1990), il produttore, aveva pensato ad altri attori per la parte di Stanley, come John Garfield o Burt Lancaster ma fu colpito dalla recitazione di Brando in A Flag is Born di Ben Hecht nel 1946 decidendo in suo favore.
Interpreterà lo stesso ruolo per il grande schermo nel 1951 nel film omonimo diretto da Elia Kazan, in coppia con Vivien Leigh.

Ribelle
L'esordio di Brando come attore cinematografico (genere in cui si rivelerà quanto mai versatile) risale al 1950 in Uomini (1950) di Fred Zinnemann, in cui interpreta un reduce paraplegico.
Dopo il successo della versione cinematografica di Un tram che si chiama desiderio, Brando affronta i ruoli di Emiliano Zapata in Viva Zapata! (1952), ancora di Elia Kazan, che gli vale il Prix d'interprétation masculine al festival di Cannes,[8] di Marco Antonio in Giulio Cesare (1953) di Joseph Mankiewicz, e quello di un ribelle appassionato di motocicletta (anch'egli un "rebel without a cause" come quello di James Dean) ne Il selvaggio (1954), diretto da László Benedek in cui l'attore guidava una moto Triumph.
Sempre nel 1954 interpreta la parte di Terry Malloy nel suo film rimasto forse più famoso, Fronte del porto, ancora per la regia di Elia Kazan, che gli varrà il primo Oscar al miglior attore.
Per la sua interpretazione in questi film, otterrà per tre anni consecutivi, 1952, 1953, 1954, il premio BAFTA quale miglior attore internazionale.

L'icona Brando
Durante gli anni cinquanta Marlon Brando continua a mietere successi, quali Desirée (1954), in cui interpreta Napoleone Bonaparte, il musical Bulli e pupe (1955), Sayonara (1957) e I giovani leoni (1958). Con I due volti della vendetta (1961), si cimenta nella regia, dirigendo un western atipico che però non riscuote il successo sperato. Ne Gli ammutinati del Bounty (1962), nel ruolo del leggendario primo ufficiale Fletcher Christian, a fianco di Trevor Howard, Brando delinea definitivamente i tratti particolarissimi del divo hollywoodiano, facendosi una volta di più interprete di uno stile cupo e istrionico.
Il suo impegno sociale e il suo schieramento per le cause delle minoranze, culminato nel 28 agosto del 1963, dove insieme a 250.000 persone partecipò ad una celebre marcia per i diritti civili, la marcia su Washington insieme ad altre celebrità del tempo come James Garner, Charlton Heston, Burt Lancaster e Sidney Poitier. tale impegno secondo alcuni influisce negativamente sulla sua carriera.
Inoltre rifiutò qualunque ruolo poco dopo la morte di Martin Luther King (avvenuta il 4 aprile 1968), come nel caso di Il compromesso (titolo originale The Arrangement) film del 1969 che avrebbe sancito il ritorno alla collaborazione con Elia Kazan.

Il rilancio negli anni settanta
Dopo la metà degli anni sessanta, con l'insuccesso della commedia La contessa di Hong Kong (1967) di Charlie Chaplin, il mito di Brando sembra volgere al tramonto, quando Gillo Pontecorvo scrittura l'attore per il ruolo di protagonista nel film Queimada (1969). Il personaggio cinematografico di Brando si arricchisce, il suo ruolo diventa quello di un tetro uomo di mezza età disincantato, caratteristiche con cui rende indimenticabili altri tre personaggi che entrano di diritto nella storia del cinema: il disperato vedovo Paul in Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci, il boss Don Vito Corleone ne Il padrino (1972) e il Colonnello Kurtz in Apocalypse Now (1979), questi ultimi entrambi diretti da Francis Ford Coppola.

Un uomo, tre volti
Paul, protagonista di Ultimo tango a Parigi, è un uomo di mezza età che riflette sulle sue frustrazioni e sui suoi fallimenti (all'inizio del film, una cameriera sta rievocando la vita di Paul, suo datore di lavoro, ma non fa altro che rievocare la carriera di Brando stesso). Un uomo spezzato, con una grande voglia di azzerare la propria vita, il cui tormento ha non poche analogie con la vita reale del suo interprete. Resta indimenticabile il monologo di Paul di fronte al letto della moglie morta suicida. Con questo film Brando ottiene un'altra candidatura all'Oscar, ma incontra diverse vicissitudini in quanto il film, co-interpretato dalla giovanissima Maria Schneider, viene denunciato in Italia per oscenità e, dopo un lungo iter giudiziario, la Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza del 29 gennaio 1976, sancisce il sequestro e la distruzione di tutte le copie della pellicola.[12][13]
Don Vito Corleone (Il padrino), è invece un uomo anziano, capostipite di una famiglia mafiosa, una figura quasi statica, con uno sguardo criptico, in cui si racchiude tutto il mistero e l'omertà della mafia. Brando ricorse a un trucco per deformare i propri lineamenti e arricchire l'espressività del proprio volto, utilizzando un paio di grossi batuffoli di ovatta all'interno della bocca.
Il Colonnello Kurtz di Apocalypse now è un uomo che ha raggiunto invece il suo "punto di rottura" e si ritira nella giungla per condurre un'esistenza da semidio, venerato da migliaia di selvaggi. Qui è ancora il volto a recitare un ruolo fondamentale: Brando è completamente rasato a zero, i lineamenti perennemente in penombra, quasi a suggerire un'essenza divina, quasi astratta. Come in una sintesi tra l'ex-pugile Paul e il Boss Don Vito, Kurtz è votato all'autodistruzione. E anche qui c'è un parallelismo con la vita di Brando: negli anni seguenti l'attore non interpreterà più ruoli memorabili e condurrà un'esistenza sempre più tormentata, costellata di infinite tragedie familiari.

Il declino
Per Superman (1978), nel quale interpreta il ruolo di Jor-El, padre del popolare supereroe, Brando percepisce un faraonico cachet per recitare in soli pochi minuti di film. E in questo ruolo di "cameo", Brando si relega fino al resto dei suoi giorni, ormai demotivato come attore e deformato nel fisico a causa di una crescente obesità. Uno degli ultimi guizzi di vitalità artistica è rappresentato dall'interpretazione dello psichiatra, accanto a Johnny Depp nel ruolo del paziente, nel film Don Juan De Marco maestro d'amore (1995). Il suo ultimo film è stato The Score del 2001, a fianco di Robert De Niro.
Riceverà anche un Razzie Awards nella categoria peggior attore non protagonista nel 1996, per la sua interpretazione del Dottor Moreau in L'isola perduta.
Rimarrà comunque nella storia per le sue interpretazioni, per il suo fascino, per il suo atteggiamento ribelle e per una presunzione che solo pochi grandi personaggi pubblici hanno potuto permettersi.

Vita privata e morte
Sposò nel 1957 l'attrice Anna Kashfi (nata a Calcutta) da cui ebbe un figlio Christian Devi Brando (11 maggio 1958 - 26 gennaio 2008), reso celebre per un fatto di cronaca del 1990 quando venne condannato a 5 anni per l'omicidio di Dag Drollet (fidanzato della sorellastra Cheyenne) la coppia divorziò nel 1959. In un libro di memorie scritto da Kashfi, la stessa accusò Brando di "perversioni sessuali", dicendo per esempio che l'attore per potere amare una donna doveva brutalizzarla.
Nel 1960 sposò la sua seconda moglie, l'attrice messicana Movita Castaneda e divorziò da lei due anni dopo nel 1962. Da lei ebbe alcuni figli: Miko Castaneda Brando (nato nel 1961), Rebecca Brando Kotlizky (nata nel 1966)
Poco dopo, il 10 agosto 1962 sposò Tarita Teriipia, la sua terza moglie, con cui ebbe una relazione che durò oltre 40 anni. Ebbero una figlia, Tarita Cheyenne Brando (1970 - 1995), che commise suicidio in seguito alla perdita dell'amato ucciso dal suo fratellastro.
Dalla sua cameriera, Christina Maria Ruiz, ebbe 3 figli:
▪ Ninna Priscilla Brando (nata il 13 maggio 1989)
▪ Myles Jonathan Brando (nato il 16 gennaio 1992)
▪ Timothy Gahan Brando (nato il 6 gennaio 1994)
Inoltre ha adottato una figlia, Petra Brando (nata nel 1972), figlia della sua assistente Caroline Barrett e dello scrittore James Clavell.
Morì il 1 luglio 2004 alle 18,30 (ora locale) al Centro Medico dell'Ucla (University of California at Los Angeles) la causa del decesso è stata una crisi respiratoria.
Fra le sua passioni quella dell'essere radioamatore e quella per le motociclette, in particolare per la sua Triumph Bonneville e la sua Harley Davidson Sportster.

Protesta a favore dei Nativi Americani
Per la sua interpretazione nel film Il padrino, Brando vinse il suo secondo Oscar ma, unico caso nella storia del cinema insieme a quello dell'attore George C. Scott, preferì rinunciare alla statuetta: l'attore, che in quegli anni si era avvicinato alla causa degli amerindi, inviò alla cerimonia una giovane squaw indiana, che tenne in sua vece un discorso di denuncia e di protesta contro l'ambiente hollywoodiano; anni dopo si seppe che in realtà la ragazza non era una vera nativa, ma un'attrice chiamata Maria Cruz.
L'atteggiamento (ancora una volta ribelle, che si supponeva l'establishment cinematografico non gli avrebbe successivamente perdonato) comunque non gli sbarrò la strada, l'anno successivo, per una nuova nomination: appunto quella per Ultimo tango a Parigi.

Influenze sulla cultura popolare
▪ Al personaggio di Paul di "Ultimo tango a Parigi" si ispira Carlo Ambrosini per la creazione della serie di fumetti dal titolo Napoleone, edita dalla Sergio Bonelli Editore.
▪ Marlon Brando è citato in varie canzoni:
Latin Lover di Gianna Nannini
Marlon Brando è sempre lui di Luciano Ligabue
China Girl di David Bowie
Advertising Space di Robbie Williams
Vogue di Madonna.
Pocahontas di Neil Young.
Goodbye Marlon Brando di Elton John.
Kings for a day dei TMG (Tak Matsumoto Group)
Majico di Inoki
Eyeless degli Slipknot
Torero di Renato Carosone
It's hard to be a saint in the city di Bruce Springsteen
Chi ca**o me lo fa fare di Caparezza
Osvaldo di Brigantony
La regina dell'ultimo tango di Gianni Morandi
The ballad of Michael Valentine dei The Killers
Marlon Brando della Premiata Forneria Marconi, dall'album PFM? PFM!
▪ Inoltre Michael Jackson chiese la sua collaborazione nel video You Rock My World, dove compare nei panni di un boss criminale che gestisce locali notturni.

▪ 2009 - David Francis Pears (8 agosto 1921 – 1 luglio 2009) è stato un filosofo inglese.
Dopo aver studiato all'Università di Oxfors e di Londra, Pears divenne professore emerito del Christ Church College dell'Università di Oxford, oltre che visiting professor in numerose università, tra le quali l'Università della California (Berkeley)(UCLA), Harvard, Princeton, l'Università del Minnesota, Minneapolis, Trinity University, l'Università della California di Los Angeles (U.N.A.M.), l'Università della Città del Messico, di Roma, e di Murcia. È stato uno dei massimi esperti a livello mondiale di studi su Ludwig Wittgenstein. Pears ha infatti pubblicato svariati articoli su numerose riviste scientifiche sul filosofo austriaco, così come su Bertrand Russell e David Hume. I suoi campi d'interesse sono stati per lo più la metafisica e la filosofia del linguaggio.
Dal 1970 era membro della British Academy. È stato anche direttore del Museum of Modern Art di Oxford (1975-1986) e membro dell'Istitut International de Philosophie di Parigi dal 1978, di cui ha ricoperto la carica di presidente dal 1987 al 1990.