Introduzione all'Avvento

L'avvento, oggi, che senso ha per un cristiano?
Autore:
Bucchi, Sr. Benedetta
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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È difficile, oggi, mettere a fuoco l'importanza dell'avvento.
L'avvento è l'inizio dell'anno liturgico quindi, per un cristiano, l'inizio per eccellenza. Da questo obiettivo si contempla tutto il mistero di Cristo, del tempo, della storia.
Per gli ebrei il computo del tempo parte dall'inizio dell'anno liturgico. Non così per noi che conosciamo la frammentazione di molti inizi: il capodanno, l'inizio dell'anno sociale e, infine, l'avvento, inizio della celebrazione di misteri della nostra fede. Quest'ultimo, così importante, non è avvertito come tale.
La poca popolarità dell'avvento è giustificata dal fatto che la sua formazione all'interno dell'anno liturgico è stata lenta e tardiva rispetto alla Pasqua. Tuttavia, sebbene la Pasqua resti il mistero centrale, cardine della nostra fede, la Chiesa ha avvertito la necessità di associarle, come solida base, il mistero dell'incarnazione. Colui che è morto in croce per noi, il Cristo, non è un angelo o un semi Dio, ma un uomo, l'uomo-Dio, Verbo del Padre e, nel contempo, carne della nostra carne. La sua morte non fu apparente, ma reale.

(Figura 1: Anonimo, Natività con santi) L'iconografia cristiana ha spesso associato mistero dell'incarnazione e mistero pasquale. Nelle icone orientali della natività, ad esempio, il Divino Bambino giace in una mangiatoia a forma di sepolcro, mentre la Vergine veste i panni scuri dell'Addolorata.

O ancora, in occidente, nelle scene dell'annunciazione, non di rado alle spalle della Vergine e dell'Angelo, si intravede il monte Calvario con le tre croci. (Figura 2: Pietro di Giovanni, Adorazione dei Magi, Firenze, Galleria degli Uffizi)

L'avvento celebra perciò la pienezza del tempo e invita a fare memoria della venuta di Dio nella storia. Non quale parola o promessa - come fu nel primo testamento, ma come Persona. Dio è con noi, questa memoria è la nostra speranza; in questa memoria vive e si irrobustisce la nostra fede.
È dunque un invito a sperare, a non fuggire dalle responsabilità della storia rifugiandosi in facili consolazioni, ma a impegnarsi, ben sapendo che l'Emmanuele cammina con noi.

Se oggi è difficile comprendere e vivere bene l'avvento, è forse ancor più difficile sperare…

Il pluralismo ideologico, il mondo "villaggio globale", ha reso più arduo lo sperare. Già nel secolo scorso Charles Péguy scriveva che la speranza è una bambina da nulla, sempre minacciata di morte.
La speranza per la Scrittura è legata all'attesa, e l'attesa alla memoria. Anche l'attesa oggi non è vista in modo positivo. Nel mondo economico, l'attesa è uno spreco; in quello filosofico, l'attesa di Dio è quella stessa celebrata da Beckett in "Aspettando Godot": una attesa vana, che paralizza le attività, dunque che non produce speranza ma che, al contrario, rende amara la vita. Eppure attende veramente solo chi spera. In alcune lingue moderne attendere e sperare sono resi con lo stesso verbo, come - ad esempio - nello spagnolo esperar.

La speranza cristiana è il frutto di un attesa che si nutre degli interventi di Dio nella storia, che pesca costantemente nella memoria grata del popolo verso il suo Dio, per rileggere con fede la propria vita, le proprie attese.
Rainer Maria Rilke, in una delle sue lettere a un giovane poeta dà una bella definizione della speranza. In realtà egli sta parlando della pazienza (e in particolare della pazienza che ogni artista deve avere nei confronti del maturare della sua arte), ma l'immagine che offre ben si sposa con colui che ha il coraggio di sperare… contro ogni speranza:
non calcolare e contare; maturare come l'albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz'apprensione che l'estate non possa venire. Ché l'estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l'eternità giacesse davanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d'ogni ansia. Io l'imparo ogni giorno, l'imparo tra i dolori, cui sono riconoscente: pazienza è tutto!
Essere tranquilli e vasti, sgombri da ogni ansia, questo è lo sperare a cui ci educa l'avvento. Cristo è venuto, Cristo verrà, dunque Cristo viene oggi, nella mia storia, purché io lo sappia vedere, lo sappia attendere facendo memoria di Lui nell'ascolto della parola, nella frequentazione dei sacramenti e della comunità in cui vive la memoria di Dio.

Come vivete, voi, l'avvento?

I segni esterni che in comunità richiamano questo tempo forte, non sono molti: sobrietà nel cibo e sospensione degli incontri in parlatorio. Spesso però è proprio in periodi come questo che gruppi, parrocchiali e non, ci chiedono degli incontri per aiutarli a vivere con maggiore intensità il tempo dell'avvento. A questi continuiamo a fare accoglienza.
Il richiamo forte è interiore e, per ciascuna, il modello principale a cui rifarsi è Maria. Anticamente c'era la devozione di recitare ogni giorno quaranta Ave Maria facendo memoria degli ultimi quaranta giorni dell'attesa di Gesù da parte di Maria. Oggi questo tipo di devozione, basata sulla preghiera vocale, può risultare - forse - faticosa; rimane però essenziale ciò a cui essa mirava e cioè la tensione ad unificare la propria vita e le proprie attività attraverso un centro: la memoria del Signore che, venuto, viene.
Madre Maria Maddalena, nostra fondatrice, [che aveva assunto il nome "dell'Incarnazione"] nei suoi scritti cita il prefazio del Natale, applicandolo alla nostra vita di adoratrici: dal Mistero incarnato una nuova luce è apparsa della Divina Bellezza nelle nostre menti, perché mentre conosciamo Iddio visibilmente, per esso medesimo siamo rapiti all'amore delle cose invisibili.
Se già nell'antica filosofia greca si celebrava il mistero di Dio in tutte le cose, a maggior ragione noi ora, da che Cristo ha assunto la nostra umanità e dunque abbiamo conosciuto Dio visibilmente, possiamo essere rapite alle cose invisibile attraverso quelle visibili. Giussani ha una bellissima frase: Le creature sono il modo con cui l'infinito diventa presente al cuore dell'uomo e gli desta la sete di Sé.
Tener desta la sete di Lui, ravvivare la fame di Lui, guardando alle cose visibili e quotidiane come a una perenne manifestazione del mistero. Questo è l'impegno semplice e radicale a cui l'avvento ci chiama, da vivere nel rapporto tra di noi e con le cose. Questo, in fondo, è lo sforzo pedagogico del presepe: il cosmo ha accolto il Creatore riconoscendolo negli umili panni di un Bambino. Forse anche oggi il Signore è tra noi negli umili panni della storia.