Etica della sessualità

Le tematiche della sessualità e della vita occupano un posto centrale nella moderna “questione sociale”
Autore:
Oliosi, Don Gino
Fonte:
CulturaCattolica.it

«L’Enciclica Humanae vitae sottolinea il significato insieme unitivo e procreativo della sessualità, ponendo così a fondamento della società la coppia degli sposi, uomo e donna, che si accolgono reciprocamente nella distinzione e nella complementarietà; una coppia, dunque, aperta alla vita. Non si tratta di morale meramente individuale: l’Humanae vitae indica i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale, inaugurando una tematica magisteriale che ha via via preso corpo in vari documenti, da ultimo nell’Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II. La Chiesa propone con forza questo collegamento tra etica della vita e etica sociale nella consapevolezza che non può “avere solide basi una società che – mentre afferma valori quali la dignità di ogni persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata” (Ev 101).
L’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, per parte sua, ha un rapporto molto intenso con lo sviluppo, in quanto ‘l’evangelizzazione – scriveva Paolo VI – non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo’. ‘Tra evangelizzazione e promozione umana – sviluppo, liberazione – ci sono infatti legami profondi’ (Ev 31): partendo da questa consapevolezza, Paolo VI poneva in modo chiaro il rapporto tra l’annuncio di Cristo e la promozione di ogni persona nella società. La testimonianza della carità di Cristo attraverso opere di giustizia, pace e sviluppo fa parte della evangelizzazione, perché a Gesù Cristo, che ci ama, sta a cuore tutto l’uomo. Su questi importanti insegnamenti si fonda l’aspetto missionario della dottrina sociale della Chiesa come elemento essenziale di evangelizzazione (Centesimus annus, 5.54). La Dottrina sociale della Chiesa è annuncio e testimonianza di fede. E’ strumento e luogo imprescindibile di educazione ad essa.
Nella Populorum progressio, Paolo VI ha voluto dirci, prima di tutto, che il progresso è, nella sua scaturigine e nella sua essenza, una vocazione… Dire che lo sviluppo è vocazione equivale a riconoscere da una parte, che esso nasce da un appello trascendente e, dall’altra, che è incapace di darsi da sé il proprio significato ultimo. Non senza motivo la parola “vocazione” ricorre anche in un altro passo dell’enciclica, ove si afferma: ‘Non vi è dunque umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana’. Questa visione dello sviluppo è il cuore della Populorun progressio e motiva tutte le riflessioni di Paolo VI sulla libertà, sulla verità e sulla carità nello sviluppo. E’ anche la ragione principale per cui quell’Enciclica (letta in relazione all’Enciclica Humanae vitae, del 25 luglio 1968 e all’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, dell’8 dicembre 1975) è ancora attuale ai nostri giorni» [Benedetto XVI, Caritas in veritate, nn. 15,16]

Per comprendere che le tematiche della sessualità e della vita occupano, nell’attuale magistero della Chiesa, un posto centrale nella “questione sociale” mi rifaccio totalmente all’Introduzione che S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi ha fatto al prezioso Quaderno dell’Osservatore Romano. La profezia di Paolo - Humanae Vitae (1968) di Michel Schooyans. Si tratta di comprendere le ragioni per cui fecondazione, controllo delle nascite e sessualità non sono estranee o marginali rispetto alla costruzione della società secondo l’obiettivo del vero bene comune.

Forti i legami tra etica della sessualità ed etica sociale
Il rapporto tra sessualità umana e società è stato piuttosto trascurato o relegato a morale meramente individuale, per lungo tempo, tanto che oggi, per molte persone, diventa difficile addirittura coglierlo. Eppure il significato insieme unitivo e procreativo della sessualità a fondamento della coppia di sposi è fondamento della società. Alla base della società non stanno semplicemente due individui asessuati, ma una coppia, un uomo e una donna che si accolgono reciprocamente nella distinzione e nella complementarietà e, donandosi, si aprono alla vita: sono nel loro essere dono in relazione cioè persone al centro della società e non puramente individui autoreferentesi. La polarità maschio – femmina è una dimensione fondamentale della relazionalità umana, dell’essere uomo, che ad immagine e somiglianza delle relazioni divine trinitarie è relazione. La Dottrina sociale della Chiesa insegna che la socialità nasce originariamente dalla persona umana, una creatura “uni-duale”, come insegna Benedetto XVI, riprendendo un’efficace definizione impiegata da Giovanni Paolo II. Da questa realtà deriva la grande importanza antropologica e sociale della sessualità. L’incontro sessuato tra maschio e femmina, non è solo “eros”, è anche “agape”, fin dall’origine, anche se i due amanti non ne sono pienamente consapevoli o con una coscienza oscurata da forme culturali egemoni. Questo perché l’amore, che si esprime anche nella sessualità, ci mostra quanto è a noi indisponibile, una relazione profonda, non di tipo strumentale. L’amore, come la conoscenza vera, accade, non si può programmare: per l’altro non è mai strumentalizzabile. Benedetto XVI afferma che “l’amore tra uomo e donna… non nasce dal pensare e dal volere ma in un certo qual modo si impone all’essere umano” (Deus caritas est, 3). In questo “imporsi” si verifica un interessante dinamismo: il soggetto amante si trova a riconoscere la mossa amorosa come totalmente propria, coinvolgente e, in qualche modo, totalizzante la propria esistenza e la propria soggettività, ma nello stesso tempo non disponibile a sé nel suo accadere, e tanto meno nel suo realizzarsi. L’amore viene dal di fuori, viene da altro, irrompe: chi ama fa esperienza della gratuità del suo essere dono del Donatore divino e del suo donarsi e quindi della vocazione, grazie alla quale si apprezza e si vede crescere il senso e il valore della propria libertà che si lega a quella di un’altra persona. Questa gratuità, questa libertà di donarsi, questa indisponibilità non possono, proprio in quanto tali, non essere aperte alla vita. E’ qui l’origine delle due caratteristiche, quella unitiva e quella procreativa, di ogni unione sessuale, richiamate dall’Humanae vitae. Tale caratteristiche non possono mai essere disgiunte perché è la logica, la verità dell’amore umano a tenerle insieme. La logica contraccettiva introduce, invece, un elemento strumentale dentro l’accadere dell’amore e trasforma l’uomo e la donna, uniti gratuitamente nel loro reciproco essere dono del Donatore divino, in due individui non più in relazione di donarsi reciprocamente e quindi non più persone. L’atto sessuale viene separato dall’apertura all’accadere dell’amore e alla vita e, quindi, dall’apertura al Donatore divino del proprio e altrui essere dono. Così l’inseminazione artificiale extracorpoerea, che separa la sessualità dal concepimento, minando le stesse basi della famiglia e trasformando la sessualità in tecnica, è stato avviato con la contraccezione. Se la coppia, aperta a una vocazione d’amore non strumentale, viene sostituita con due individui non più persone, allora l’esperienza primordiale, il fondamento viene eliminato dalla società. Tutti i successivi legami sociali che hanno origine da quella cellula originaria, la coppia di persone, non saranno più intesi come “accoglienza del proprio e altrui essere dono del Donatore divino”, come vocazione, ma come giustapposizione strumentale. Se all’origine non c’è un amore che “accade” come vocazione cioè come dono del Donatore divino, quale è appunto l’amore tra uomo e donna, ma un rapporto pattizio, contrattuale e tecnico tra due individui, anche tutti gli altri rapporti sociali, a cascata, perderanno la logica del reciproco essere dono del Donatore divino cioè la logica dell’amore e dell’apertura per assumerne una strettamente contrattuale. La tecnica e il patto prendono il sopravvento, la sessualità viene intesa o prevalentemente in questo modo, sostanzialmente egocentrico e solipsistico. Se si tratta solo di due “ individui” e non di una “coppia di persone”, eterosessualità, omosessualità e transessualità si equivalgono. Vengono meno l’accoglienza e la complementarietà. Sul piano procreativo ciò comporta il diritto delle donne ad “avere un figlio da sole”, non si dà nessun vero incontro, perché il vero incontro “accade” come vocazione del proprio e altrui essere dono del Donatore divino, come progetto su ciascuno di noi che ci si svela e liberamente si accoglie diventando veramente liberi.

Di fronte a queste argomentazioni si può comprendere perché il Magistero insista in modo particolare sue due tematiche:
- la prima è la tecnicizzazione della procreazione (ossia la separazione del concepimento dall’atto coniugale. Trasformando il figlio generato in prodotto, questa tenicizzazione priva la coppia di una delle finalità fondamentali della famiglia, quella di costituire il luogo umano dell’accoglienza, fondamento di ogni società società);
- la seconda è la distinzione uomo – donna, ovvero la differenza sessuale.

Quanto al primo punto è evidente come l’inizio del processo si abbia proprio con la pillola contraccettiva e come l’Enciclica Humanae vitae, esaminando l’intera questione alla luce della fede e della ragione, abbia visto lontano: è stata profezia! E’ difficile negare – come mostra molto bene Michel Schooyans – che un unico filo rosso colleghi la contraccezione, l’aborto, l’inseminazione artificiale extracorporea, la selezione eugenetica embrionale e fetale e altri fenomeni del disprezzo della vita e quindi dello sviluppo: disprezzando la vita si disprezza lo sviluppo. Non si vuol dire che si tratti di atti della medesima gravità, ma certamente sono espressioni di una stessa logica.
Quanto al secondo punto, è oggi una battaglia culturale attorno alla parola gender (genere) che spesso viene adoperata al posto della parola “sesso” per indicare non una vocazione naturale di ogni persona nel suo essere dono in relazione con se stessa con l’altro sesso e con il Donatore divino, ma una scelta culturale o, come si dice, un “orientamento sessuale autoreferentesi”. Su questo importante punto la Congregazione per la Dottrina della fede ha emanato nel 2004 una Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, nella quale si afferma tra l’altro: “Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico – culturale. In questo livellamento, la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere,è sottolineata al massimo e ritenuta primaria. L’oscurarsi della differenza o dualità dei sessi produce conseguenze enormi a diversi livelli”. Lo stesso Benedetto XVI, al Convegno internazionale “Donna e uomo, l’humanum nella sua interezza”, ha ribadito le “verità antropologiche fondamentali dell’uomo e della donna. L’uguaglianza in dignità e l’unità dei due, la radicata profonda diversità tra il maschile e il femminile e la loro vocazione alla reciprocità e alla complementarietà, alla collaborazione e alla comunione”, e ha aggiunto: “Quando l’uomo e la donna pretendono di essere autonomi e totalmente autosufficienti, rischiando di restare chiusi in un’autorealizzazione che considera come conquista di libertà il superamento di ogni vincolo naturale, sociale e religioso, ma che di fatto li riduce a una solitudine opprimente”.

L’insistenza del Magistero su procreazione e identità sessuale nella “questione sociale” mira a contenere la pressione degli aspetti attuali del nichilismo, che si manifestano nel rifiuto del proprio e altrui essere dono del Donatore divino cioè di una vocazione, di una Parola sull’uomo e sul mondo
L’amore tra uomo e donna è la risposta a una vocazione che irrompe, fuori da ogni strumentalità umana. Se questa consapevolezza si oscura nel punto di inizio, si trasforma il senso stesso della famiglia e, conseguentemente, dell’intera convivenza sociale. La famiglia è il primo luogo in cui si vive consapevolmente la vocazione a un bene comune, che vi si mostra come impegno morale da assumere liberamente e “insieme”. E’ nella famiglia che la vocazione ad accogliere gli altri come doni unici e irripetibili del Donatore divino diventa momento fondamentale dell’accogliere se stessi nella prassi quotidiana. E’ nella famiglia che la disponibilità ad accogliere un progetto su di noi che ci precede e ci comprende, pur essendo assolutamente non realizzabile senza la nostra libertà, si rende visibile e attuabile. Nella famiglia si fa esperienza dei legami naturali, originari come dono del Donatore divino e non semplicemente culturali o storici ma come vocazione, che rifiuta l’arbitrio e richiede la libertà per il bene, traccia un progetto ma non lo impone e chiede che venga liberamente accolto.
Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2009, Benedetto XVI tocca precisamente questo punto: “la famiglia nasce dal “sì” responsabile e definitivo di un uomo e di una donna e vive del “sì” consapevole dei figli che vengono via via a farne parte… E’ necessario che questa consapevolezza diventi convinzione condivisa anche di quanti sono chiamati a formare la comune famiglia umana. Occorre saper dire il proprio “sì” a questa vocazione che Dio ha inscritto nella stessa nostra natura”. Viene qui posto un nesso chiarissimo tra la vocazione naturale alla famiglia, che ci chiama a un “sì” libero e responsabile ad accogliere un progetto su di noi non solo come individui ma come famiglia, e la vocazione a dire il nostro “sì” a un’altra vocazione, a un altro progetto su di noi che consiste nel far parte della grande famiglia umana. Se l’uomo non riesce accogliere la famiglia come vocazione naturale, come potrà accogliere l’appartenenza alla più vasta famiglia umana come un’altra vocazione da assumere responsabilmente? Se la famiglia è intesa come produzione convenzionale e contrattuale, nella prospettiva non della vocazione ma del prodotto, anche la società nel suo complesso non potrà essere intesa diversamente da una “aggregazione di vicini”: nessuno, in questa prospettiva, riesce a comprenderla anche come “una comunità di fratelli e sorelle, chiamati a formare una grande famiglia”.

L’Humanae vitae denuncia il pericolo della “tenicizzazione” di ambiti di vita che, così trattati, sfuggono al governo umano
Il sogno di Prometeo o, per restare più vicini nel tempo, di Francecso Bacone, vuole mettere nelle mani dell’uomo il segreto dell’onnipotenza, ma in realtà spoglia quelle mani, consegnando l’uomo alla tecnica come anonima nudità del puro fare. Oggi l’utilizzo della tecnica è la vera e propria “questione sociale”. Alla luce dell’Humanae vitae, dell’Evangelium vitae e soprattutto della Caritas in veritate la vita è la massima questione sociale. “Molte aree del pianeta – Caritas in veritate n. 23 –, oggi, seppur in modo problematico e non omogeneo, si sono evolute, entrando nel novero delle grandi potenze destinate a giocare ruoli importanti nel futuro. Va tuttavia sottolineato come non sia sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. L’uscita dalla arretratezza economica, un dato positivo, non risolve la complessa problematica della promozione dell’uomo, né per i Paesi protagonisti di questi avanzamenti, né per i Paesi economicamente già sviluppati, né per quelli ancora poveri, i quali possono soffrire, oltre delle vecchie forme di sfruttamento, anche delle conseguenze negative derivanti da una crescita contrassegnata da distorsioni e squilibri”.