Essere cristiani oggi

Riceviamo dal nostro collaboratore questa utile e profonda riflessione
Autore:
Mattioli, Vitaliano
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In questi ultimi tempi sembra che si sia diffusa una malattia molto contagiosa: da una parte coloro che fanno esplicita dichiarazione di agnosticismo o di ateismo; dall'altra, e sono i più, che fanno a gara di fregiarsi del titolo di cristiani, come se fosse una medaglia di cavalierato da apporsi alla giacca in celebrazioni importanti. Anzi, per qualificarsi meglio, c'è qualcuno che si è definito 'cristiano adulto', perché il semplice cristiano è un titolo generico e comune; adulto invece sottolinea una qualifica superiore.
Ma quando si va ad analizzare lo stile di vita di costoro e le scelte addirittura opposte al sentire cristiano mi viene in mente di rispolverare qualche libro di catechismo per chiarirmi cosa significa essere cristiano.
Il noto teologo Hans Küng, certamente non accusabile di completa ortodossia, ha recentemente esposto in 20 tesi "Essere cristiano che cosa significa?" (data di pubblicazione in tedesco: 23 luglio 2005; trad. italiana in Regno/Documenti, 7-2006; p. 263 - 272).
Nella 1° tesi enuncia: "Cristiano è solo chi cerca di vivere la propria umanità, socialità e religiosità a partire da Cristo. Chiaro e tondo: cristiano non è quindi semplicemente chi cerca di vivere in modo umano o anche sociale e magari religioso".
Tesi 3°: "Essere cristiano significa vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano nel mondo di oggi alla sequela di Gesù Cristo".
Tesi 16°: "L'elemento distintivo dell'agire cristiano è la sequela di Cristo".
Tesi 18°: "Anche per la Chiesa Gesù deve restare normativo in ogni cosa".
Küng evidenzia alcuni elementi indispensabili, come conditio sine qua non, senza i quali non è possibile considerarsi cristiani. Cristo è il punto di riferimento assoluto. Ma: non Cristo come 'ornamento', come 'distintivo' del quale ci si fa belli, ma come 'sequela', 'imitazione'. In questo caso la riflessione del teologo coincide con il pensiero di S. Paolo: "Hoc enim sentite in vobis quod et in Cristo Iesu – Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil., II, 5).
'Essere cristiano' consiste prima di tutto, prima ancora del culto, della pratica religiosa, nell'uniformare il nostro modo di pensare con quello di Cristo. Prima che nell'affetto si deve avere una identificazione nella mente. Solo quando il cristiano fa propria l'impostazione della vita che Cristo ha presentato nelle sue varie sfaccettature: individuale, sociale, familiare, politica, solo allora quell'individuo può dirsi 'cristiano', seguace di Cristo.
Per cui tutti quei politici che per trasferire voti nel proprio schieramento hanno fatto professione di 'essere cristiani' ma poi in concreto impostano la loro vita al di fuori dei canoni proposti da Cristo; oppure tutti quei presunti cristiani che praticano un pericolosa dicotomia: credente nel privato, agnostico nel politico, dando il proprio voto a schieramenti che propongono un programma agli antipodi di quello presentato da Cristo, costoro NON SONO CRISTIANI e, per onestà, non hanno il diritto di dichiararsi cristiani. Questa è una grande bugia, sintomo di una radicata disonestà.
Tuttavia Hans Küng aggiunge un altro elemento indispensabile: l'accettazione della Chiesa. Questo è ovvio. Formando Cristo e la Chiesa un'unica realtà, non si può stare con Cristo e dissentire dalla Chiesa. Quando la Chiesa magisteriale parla, non propone una sua visione privata o soggettiva su come impostare l'umana esistenza ma non fa altro che ricordare ai fedeli la dottrina di Cristo che lei non può mutare o 'aggiustare' secondo i tempi, o gli umori della gente, o in rapporto all'indice di gradimento. Sua missione è quella di custodire il messaggio del Fondatore e trasmetterlo integralmente, senza adulterazioni. Se lo facesse sarebbe un tradire Cristo, se stessa e l'umanità.
A questo riguardo Benedetto XVI si è espresso con la sua solita chiarezza: "Fra Cristo e la Chiesa non c'è alcuna contrapposizione: sono inseparabili, nonostante i peccati degli uomini che compongono la Chiesa. E' pertanto del tutto inconciliabile con l'intenzione di Cristo uno slogan di moda: "Cristo sì, Chiesa no". Questo Gesù individualistico scelto è un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza la realtà che Egli ha creato e nella quale si comunica. Tra il Figlio di Dio fatto carne e la sua Chiesa v'è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità" (Udienza Generale, mercoledì 15 marzo 2006).
Oggi questo punto più di una volta viene scavalcato. Forse per considerarsi 'più' cristiani, come accennavo, qualche politico si è definito cristiano 'adulto'. Ma quali sono i significati di questo vocabolo? Da una parte può significare 'maturo' nella fede, stagionato, coerente con i contenuti cristiani. Ma può essere usato anche con un altro significato. "Adulto" nel senso che ormai è grande, quindi può considerarsi autonomo, che non ha bisogno di essere diretto dalla Chiesa come se fosse ancora un bambino, capace lui con la propria cultura (certamente poco teologica) di interpretare il messaggio di Cristo e quindi di modellarlo sulla società attuale che chiede di andare avanti con altri parametri. Per costoro essere "cristiano adulto" significa avere la capacità, la maturità di rendere fluido, liquido l'insegnamento di Cristo per adattarlo sul nuovo recipiente che l'uomo di oggi propone, in una parola: modellarlo sulla modernità.
Questa interpretazione di 'adulto' è completamente errata e addirittura nociva, come sono nocive quelle persone che la sostengono.
E' per questo che oggi si parla di principi non negoziabili.
Su questo il Papa è intervenuto chiaramente il 30 marzo 2006: "Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l'interesse principale dei suoi interventi nell'arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti: 

  • tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;
  • riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione;
  • tutela del diritto dei genitori di educare i figli.


"Questi principi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanità. L'azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dallo loro affiliazione religiosa" (Benedetto XVI, Discorso ai Partecipanti al Convegno promosso dal Partito Popolare Europeo, 30 marzo 2006).
Queste ultime parole evidenziano un fatto molto importante. Quei presunti cristiani che credendosi 'cristiani adulti' si discostano da questi principi irrinunciabili e non negoziabili, non solo non sono cristiani ma neppure degni di essere chiamati 'uomini' in quanto fanno scelte culturali che non contraddicono tanto ai principi di una determinata visione religiosa della vita, ma si oppongono ai costitutivi dell'uomo in quanto tale. Tolti questi punti di riferimento universali ed assoluti, non si sa dove l'umanità va a finire. O meglio, si sa da esperienze precedenti, ma per questi intelligentoni, la storia non è magistra vitae.
Eppure non è solo la Chiesa che difende certe impostazioni ma anche molte persone equilibrate del mondo laico. Mi riferisco principalmente alle prese di posizione nel Convegno organizzato a Norcia da Magna Carta (15-16 ottobre 2005) ed al Manifesto dei Valori. In dieci principi quest'ultimo rimarca verità fondamentali per il vivere civile, le stesse difese anche dalla Chiesa.
Tra questi, al n. 1: "la centralità della persona, la cui libertà non è concessa dallo Stato, essa viene prima dello Stato… La nostra idea di libertà, in sostanza, si fonda sui diritti della persona e dell'individuo cui la tradizione giudaico cristiana ha dato un fondamento spirituale e la democrazia liberale un orizzonte politico".
Inoltre, al n. 2: "Ciò che costituisce un patrimonio essenziale dei nostri valori… è di riconoscere nella famiglia la cellula centrale della vita della società".
Al n. 5: "Le società occidentali vivono oggi una sorta di eclissi di valori. Si combatte apertamente uno degli esiti di questo processo, quello che viene definito 'relativismo etico' che considera le differenti civiltà, culture e costumi morali sullo stesso piano di valore e che rifiuta di riconoscere l'esistenza di verità e valori assoluti, universali… che orientano la convivenza umana e la vita delle democrazie. In queste concezioni non vediamo solo l'insorgere di un pericoloso regresso civile ma anche un concreto pericolo politico". "Vede nella famiglia la prima decisiva cellula della comunità, da difendere e da sviluppare come primo motore della convivenza umana e dello sviluppo".
Al n. 7 il testo analizza il rapporto tra ricerca scientifica e poteri dello Stato: "Il progresso non può misurarsi nella capacità di trovare una giusta sintesi tra vita e tecnica, tra natura e sviluppo. Nessun potere, lo ripetiamo, può pretendere di restare incontrollato… E la misura del limite di ogni potere non può che essere l'uomo, con i suoi diritti, la sua libertà, la sua dignità".
Al n. 8 si parla della laicità dello Stato "bene supremo di ogni autentica democrazia… Ma la laicità dello Stato non può in alcun modo essere intesa come l'espressione di uno Stato 'indifferente' o 'neutrale' di fronte ai valori assoluti". (Testo datato in Roma 8 dicembre 2005; cfr. Liberal, n. 35, p. 50-73).
I firmatari di questo Manifesto, che coincide con la dottrina della Chiesa, sono di tutte le categorie: da credenti ad agnostici. Il che significa che essere coerenti con questi principi universali, condivisibili da qualunque essere intellettualmente onesto, non fa parte dell'essere cristiano, ma semplicemente 'umano', pre-cristiano. Quei cristiani che si proclamano tali, ma non condividono neppure questi principi, non solo non hanno la coerenza cristiana ma neanche quella umana.
E' per questo che Benedetto XVI ai Vescovi italiani ha detto che richiamando questi valori "non commettiamo dunque alcuna violazione della laicità dello Stato, ma contribuiamo piuttosto a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società" (18 maggio 2006).
Oggi invece una parte dell'umanità sembra essere regredita all'età infantile con tutti i limiti e capricciosità di questa fase della vita. Come i bambini fanno i capricci e battono i piedi quando la mamma vieta loro qualcosa, così oggi si comportano queste persone. Hanno scelto come punto di riferimento il piacere, il capriccio, la sfrenata libertà. E quando una simbolica madre, che può essere lo Stato, la Chiesa od altre forze sociali, non permettono di farlo perché questo costituisce un male, costoro urlano, strepitano, insultano, maledicono (proprio come i bambini o peggio) fino a quando non hanno ottenuto il permesso di fare quello che volevano. Ora ci sono alcuni che sotto questa pressione, o per apparire popolari (meglio: populisti) cedono e fanno passare per bene, giusto e positivo ciò che è male, nocivo e negativo. La Chiesa invece che ha una visione più profonda e disinteressata, che condivide il vero amore per l'uomo, che non cede al ricatto, è quella più bistrattata, calunniata, vilipesa ed offesa.
Ma dice bene un proverbio: "ride bene chi ride ultimo". Oppure un altro: "A volte si ha il torto di aver ragione".
Chi ha orecchi per intendere, intenda.