«Forse è funesto a chi nasce il dì natale»?

Quante volte la morte ci chiede, oltre ad una preghiera, di trovare risposte al perché della vita stessa!
Come mi ricorda una cara amica: «Hai aperto con questa riflessione un capitolo importante. Nessuno parla più della morte. Nei giorni che precedono il Natale, appare importante questo interrogativo sul senso della vita e della morte, sul mistero che Gesù non spiega ma vive. Mi auguro che ci sia l’occasione per proseguire su questa domanda di senso ultimo, anche alla luce delle nostre battaglie»
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ho insegnato molti anni, e purtroppo molte volte i miei alunni sono stati toccati dalla morte di loro amici, e mi è anche capitato di avere carissimi studenti che sono morti, in maniera per lo più tragica.
Quante domande, quanti silenzi, quanto dolore. E loro che ti chiedevano il perché, con sgomento, con una fede vacillante, col pianto che a volte sembrava senza speranza.
Molte volte ho ascoltato con loro la «Canzone per un’amica» di Guccini, bella e drammatica. Ma quante volte la domanda finale della canzone ha espresso ciò che il loro cuore chiedeva, ma che non si quietava per la risposta che Francesco sembrava dare.
Al cuore dell’uomo non può bastare «ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi,
voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi».
Come sempre, il dolore e la morte sono questa viva e drammatica domanda per l’uomo, e chiedono un uomo che stia accanto, nella condivisione, e nella speranza.

Non posso che ricordare le parole di quell’Uomo che ha sperimentato la sofferenza, e ha cercato una risposta. Dice s. Giovanni Paolo II: «All’interno di ogni singola sofferenza provata dall’uomo e, parimenti, alla base dell’intero mondo delle sofferenze appare inevitabilmente l’interrogativo: perché? E’ un interrogativo circa la causa, la ragione, ed insieme un interrogativo circa lo scopo (perché?) e, in definitiva, circa il senso. Esso non solo accompagna l’umana sofferenza, ma sembra addirittura determinarne il contenuto umano, ciò per cui la sofferenza è propriamente sofferenza umana.
[…] solo l’uomo, soffrendo, sa di soffrire e se ne chiede il perché; e soffre in modo umanamente ancor più profondo, se non trova soddisfacente risposta. Questa è una domanda difficile, così come lo è un’altra, molto affine, cioè quella intorno al male. Perché il male? Perché il male nel mondo? Quando poniamo l’interrogativo in questo modo, facciamo sempre, almeno in una certa misura, una domanda anche sulla sofferenza.
L’uno e l’altro interrogativo sono difficili, quando l’uomo li pone all’uomo, gli uomini agli uomini, come anche quando l’uomo li pone a Dio. L’uomo, infatti, non pone questo interrogativo al mondo, benché molte volte la sofferenza gli provenga da esso, ma lo pone a Dio come al Creatore e al Signore del mondo. Ed è ben noto come sul terreno di questo interrogativo si arrivi non solo a molteplici frustrazioni e conflitti nei rapporti dell’uomo con Dio, ma capiti anche che si giunga alla negazione stessa di Dio. Se, infatti, l’esistenza del mondo apre quasi lo sguardo dell’anima umana all’esistenza di Dio, alla sua sapienza, potenza e magnificenza, allora il male e la sofferenza sembrano offuscare quest’immagine, a volte in modo radicale, tanto più nella quotidiana drammaticità di tante sofferenze senza colpa e di tante colpe senza adeguata pena. Perciò, questa circostanza - forse ancor più di qualunque altra - indica quanto sia importante l’interrogativo sul senso della sofferenza, e con quale acutezza occorra trattare sia l’interrogativo stesso, sia ogni possibile risposta da darvi.
[…] Per poter percepire la vera risposta al «perché» della sofferenza, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione dell’amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste. L’amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che rimane sempre un mistero: siamo consapevoli dell’insufficienza ed inadeguatezza delle nostre spiegazioni. Cristo ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il «perché» della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la sublimità dell’amore divino.»

Quando leggevo con timore queste parole ai miei alunni, mi è sempre sembrato che una certa pace li raggiungesse.

Ed ecco la canzone bella e drammatica di Guccini (https://youtu.be/x1ixVcgsquo):


«Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva
la dolce estate era già cominciata vicino lui sorrideva, vicino lui sorrideva...

Forte la mano teneva il volante, forte il motore cantava,
non lo sapevi che c’era la morte quel giorno che ti aspettava, quel giorno che ti aspettava...

Non lo sapevi che c’era la morte, quando si è giovani è strano
poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano, venga e ci prenda per mano...

Non lo sapevi, ma cosa hai sentito quando la strada è impazzita,
quando la macchina è uscita di lato e sopra un’altra è finita, e sopra un’altra è finita...

Non lo sapevi, ma cosa hai pensato quando lo schianto ti ha uccisa,
quando anche il cielo di sopra è crollato, quando la vita è fuggita, quando la vita è fuggita...

Dopo il silenzio soltanto è regnato tra le lamiere contorte:
sull’autostrada cercavi la vita, ma ti ha incontrato la morte, ma ti ha incontrato la morte...

Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire,
spendere tutti i tuoi giorni passati se così presto hai dovuto partire, se presto hai dovuto partire...

Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi,
voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi...»