La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra?

Ho ricevuto questa riflessione dall’amico e collaboratore Andrea Mondinelli, che ci aiuta a giudicare quanto sta accadendo anche oggi, nel contesto della Chiesa e della società. Il compito della chiarezza appartiene alla natura della fede cristiana, ove Gesù Cristo ha detto di essere «la via, la VERITÀ e la vita».
Autore:
Mondinelli, Andrea
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Ultime news"

Questo dice la Gaudium et spes: «Nel proprio campo, la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra». La politica è autonoma, ma non indipendente. Infatti, essa non può MAI prescindere dalla legge eterna, che è la legge di Dio. Stefano Fontana tiene lezioni, giustamente, proprio su questo ed ha perfettamente ragione.
La politica autonoma ed indipendente non può che essere solo quella atea e laicista e la Chiesa prona a questa realtà è proprio il risultato del cattolicesimo liberale, il quale sostiene la priorità dello Stato della sulla Chiesa. Questo è il vero busillis da cui scaturisce la supinità dei nostri Pastori.
Per rendersene conto, è molto utile leggersi l’ottimo libricino del lontano 1884 di don Félix Sardà y Salvany dal titolo “IL LIBERALISMO E’ UN PECCATO”, di cui La Civiltà Cattolica (anno XXXIX, vol. IX della serie XIII, Roma 1888, pag. 346) scrisse «La parte dottrinale di cotesto libro, la quale riguarda il liberalismo, è eccellente, conforme ai documenti di Pio IX e di Leone XIII, e giudicata dalla Sacra Congregazione dell’Indice dottrina sana». Ebbene, si chiedeva don Sardà, che cos’è il liberalismo? Ed ecco la sua illuminante risposta: nell’ordine delle idee, è un insieme d’idee FALSE e, nell’ordine dei fatti, è un insieme di fatti CRIMINALI, conseguenze, nella pratica, di quelle idee.


Nell’ordine delle idee, il liberalismo è l’insieme di quelli che si definiscono PRINCIPI LIBERALI con le conseguenze che logicamente ne derivano. I principi liberali sono:
• la sovranità assoluta dell’individuo, in una completa indipendenza da DIO e dalla sua autorità;
• la sovranità assoluta della società, in una completa indipendenza da ciò che non deriva da essa stessa;
• la sovranità nazionale, cioè il diritto riconosciuto al popolo di fare le leggi e di governarsi, nell’assoluta indipendenza da qualsiasi altro criterio che non sia quello della propria volontà, in primo luogo espressa con il suffragio (universale) e in seguito con la maggioranza parlamentare;
• la libertà di pensiero senza alcun limite, né in ambito politico né morale né religioso;
• la libertà di stampa, assoluta o ben poco limitata;
• la libertà d’associazione totalmente estesa.

Tali sono i principi liberali nel loro più crudo radicalismo. Il loro fondo comune è il razionalismo INDIVIDUALE, il razionalismo politico e il razionalismo sociale, da cui conseguono e derivano:
• la libertà dei culti, più o meno ristretta;
la supremazia dello Stato nei suoi rapporti con la Chiesa;
• l’Insegnamento laico o indipendente non avente nessun rapporto con la religione;
• il matrimonio civile celebrato e regolato dallo Stato.



Don Sardà dedica molto spazio ai cattolici liberali e le sue sono parole tanto vere quanto illuminanti:

Di tutte le inconseguenze e antinomie che si incontrano nei gradi medi del liberalismo, la più ripugnante e la più odiosa è quella che pretende, nientedimeno che unire il liberalismo con il CATTOLICESIMO, per formare quello che è conosciuto nella storia delle follie moderne sotto il nome di liberalismo cattolico o cattolicesimo liberale. E tuttavia degli illustri spiriti e dei grandi cuori, alle cui buone intenzioni non possiamo non credere, hanno pagato il loro tributo a questa assurdità. Essa ha avuto il suo momento di popolarità e di prestigio; ma, grazie al cielo, questa moda sta passando o è già passata (purtroppo la “moda”, cioè eresia, si sarebbe impadronita quasi dell’intera CHIESA n.d.t.). Questo FUNESTO ERRORE nacque dal desiderio esagerato di conciliare e di far vivere in pace delle dottrine assolutamente e oggettivamente inconciliabili e nemiche fin nella loro propria essenza.
Il Liberalismo è l’affermazione dogmatica dell’indipendenza assoluta della ragione individuale e sociale.
Il Cattolicesimo è il dogma della soggezione assoluta della ragione individuale alla LEGGE DI DIO:
Come conciliare il SÌ e il NO di due dottrine così opposte?
Ai fondatori del liberalismo cattolico la cosa parve facile. Essi ammirarono una ragione individuale soggetta alla Legge evangelica e INVENTARONO una ragione pubblica o sociale, coesistente con quella e libera da ogni condizionamento. Essi dissero: “Lo Stato in quanto Stato non deve avere religione o perlomeno non deve averne in una misura che superi quella degli Stati che non ne hanno affatto. In questo modo, il semplice cittadino deve sottomettersi alla Rivelazione di GESÙ CRISTO, ma l’uomo pubblico può, in quanto tale, comportarsi come se la Rivelazione per lui non esistesse.”. Fu così ch’essi arrivarono a comporre la celebre formula “LIBERA CHIESA IN LIBERO STATO”. Formula alla cui propagazione e difesa, in Francia, molti cattolici celebri, e tra essi un illustre vescovo, si obbligarono con un giuramento. Questa formula avrebbe dovuto essere sospetta, da quando Cavour ne aveva fatto la bandiera della rivoluzione italiana contro il potere temporale della Santa Sede e tuttavia, per quanto ne sappiamo, nessuno dei suoi autori l’ha ritrattata formalmente malgrado l’evidente discredito nel quale essa era prontamente caduta.
Questi illustri sofisti non videro che, se la ragione individuale ha l’obbligazione di sottomettersi alla volontà di DIO, la ragione pubblica e sociale non può sottrarvisi, senza cadere in un dualismo stravagante, in virtù del quale il singolo uomo sarebbe sottoposto alla legge di due criteri contrari e di due opposte coscienze. In modo che la distinzione tra uomo privato e uomo pubblico, nella stessa persona (!), il primo obbligato a essere cristiano e il secondo autorizzato a essere ateo, cadde immediatamente tutta intera sotto i colpi dirompenti della logica integralmente cattolica.
Il SILLABO, di cui parleremo ben presto, arrivò a confondere senza scampo quelle elucubrazioni.



Andrea Mondinelli

P.S.:
Mi viene in mente la bellissima enciclica Acerbo nimis tutta dedicata ai danni dell’ignoranza religiosa:
“A Noi, Venerabili fratelli, checché sia di altre cagioni, sembra di preferenza dover convenire con coloro che la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine. Il che risponde pienamente a quello che Dio stesso affermò pel profeta Osea: «… E non è scienza di Dio sulla terra. La maledizione, la menzogna, e l’omicidio, e il furto, e l’adulterio dilagarono, e il sangue toccò il sangue. Perciò piangerà la terra e verrà meno chiunque abita in essa» (Os. IV, 1 ss.)”
Questa domanda di un amico chiede chiarezza nella risposta, e già nell’insegnamento del Magistero perenne troviamo i criteri fondamentali:
“Qual è il fondamento del reale? Abbassiamo la domanda: qual è il fondamento della convivenza umana? Possiamo dire che sia lo Stato con le sue prescrizioni giuridiche positive? O esiste un fondamento al di là di esso? Se rispondiamo essere lo Stato, allora è legittimo che esso misconosca la qualità eminente del fenomeno religioso rispetto a quelli culturali, ludici e sportivi. Tale tesi però è universalmente riconosciuta come una tesi politica propria dell’ateismo nelle sue differenti declinazioni. Parliamo in tal caso di stato laicista.
Se invece cerchiamo un ulteriore fondamento e riconosciamo che la divinità precede e fonda lo Stato, allora siamo in una visione politica religiosa, tipica appunto di uno Stato che si riconosce non assoluto e sempre inferiore al senso religioso del reale”.
E qui i nodi vengono al pettine. Ho scritto che lo Stato, la politica è autonoma ma non indipendente. Il § 76 della Gaudium et Spes stabilisce: «Nel proprio campo, la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra. Però tutte e due, sebbene a titolo diverso, sono al servizio della vocazione personale e sociale dei medesimi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace quanto meglio entrambe coltivano una sana collaborazione tra di loro, considerando anche le circostanze di luogo e di tempo». Allora questo è il vero busillis da cui scaturisce la supinità dei nostri Pastori

È molto utile, per comprendere tutto questo, rileggersi la Lettera apostolica Notre charge apostolique di San Pio X, in cui viene condannato il Sillon. Oggi, l’insegnamento del Santo Pontefice difficilmente verrebbe accettato non solo dal cattolico medio, ma anche da quello moderatamente conservatore. Eccone alcuni stralci:


Il Sillon ha la nobile preoccupazione per la dignità umana. Tuttavia questa dignità l’intende come certi filosofi di cui la Chiesa è ben lungi dal doversi vantare. Il primo elemento di questa dignità è la libertà, intesa nel senso che, salvo in materia di religione, ogni uomo è autonomo.
Un’organizzazione politica e sociale fondata su questa duplice base, la libertà e l’uguaglianza (alle quali presto verrà ad aggiungersi la fraternità) è quanto chiamano Democrazia.
[21] Il Sillon situa in primo luogo la pubblica autorità nel popolo, da cui passa poi ai governanti, ma in modo tale che continua a risiedere in esso. Orbene, Leone XIII ha formalmente condannato questa dottrina nella sua Enciclica Diuturnum illud sul Principato politico, in cui dice “Un gran numero di moderni, seguendo le orme di quanti, nel secolo scorso, si diedero il nome di filosofi, dichiarano che ogni potere deriva dal popolo; di conseguenza, quanti esercitano il potere nella società, non lo esercitano come di loro propria autorità, ma come un’autorità a essi delegata dal popolo e a condizione di poter essere revocata dalla volontà del popolo, da cui l’hanno. Del tutto opposta è la convinzione dei cattolici, che fanno derivare da Dio, come dal suo principio naturale e necessario, il diritto di comandare” (4). Indubbiamente il Sillon fa discendere da Dio questa autorità che situa anzitutto nel popolo, ma in modo tale che “essa risale dal basso per andare in alto, mentre, nell’organizzazione della Chiesa, il potere discende dall’alto per diffondersi in basso” (5). Tuttavia, oltre il fatto che è cosa anormale che il mandato salga, perché è per sua natura discendente, Leone XIII ha confutato previamente questo tentativo di conciliare la dottrina cattolica con l’errore del filosofismo. Infatti, prosegue: “È importante sottolinearlo qui; quanti presiedono al governo della cosa pubblica possono certamente, in determinati casi, essere eletti dalla volontà e dal giudizio della moltitudine, senza che ciò ripugni o si opponga alla dottrina cattolica. Tuttavia, se questa scelta designa il governante, non gli conferisce l’autorità di governare; non delega il potere, ma designa la persona che ne sarà investita” (6).
[22] D’altronde, se il popolo resta detentore del potere, che cosa diventa l’autorità? Un’ombra, un mito; non vi è più legge propriamente detta e non vi è più ubbidienza.
[…] No, Venerabili Fratelli, non vi è vera fraternità al di fuori della carità cristiana, che per amore di Dio e del suo Figlio Gesù Cristo, nostro Salvatore, abbraccia tutti gli uomini per confortarli tutti e tutti condurre alla stessa fede e alla stessa felicità celeste. Separando la fraternità della carità cristiana intesa in tal modo, la Democrazia, lungi dall’essere un progresso, costituirebbe un disastroso regresso per la civiltà. Infatti, se si vuol arrivare, e noi lo desideriamo con tutta l’anima nostra, alla maggior quantità di benessere possibile per la società e per ciascuno dei suoi membri, per mezzo della fraternità, oppure, come ancora si dice, per mezzo della solidarietà universale, sono necessarie l’unione degli spiriti nella verità, l’unione delle volontà nella morale, l’unione dei cuori nell’amore di Dio e di suo Figlio, Gesù Cristo. Orbene, questa unione è realizzabile soltanto per mezzo della carità cattolica, la quale solamente, di conseguenza, può condurre i popoli sul cammino del progresso, verso l’ideale della civiltà.
[25] Infine il Sillon pone, alla base di tutte le falsificazioni delle nozioni sociali fondamentali, un’idea falsa della dignità umana. A suo avviso, l’uomo sarà veramente uomo, degno di questo nome, soltanto a partire dal giorno in cui avrà acquisito una coscienza illuminata, forte, indipendente, autonoma, che può fare a meno di un padrone, che ubbidisce solo a sé stessa ed è capace di assumere e di portare senza cedere le più gravi responsabilità. Ecco i paroloni con cui si esalta il sentimento dell’orgoglio umano; come un sogno che trascina l’uomo, senza luce, senza guida e senza soccorso, sulla via dell’illusione, dove, aspettando il gran giorno della piena coscienza, sarà divorato dall’errore e dalle passioni. E questo gran giorno, quando verrà? A meno di cambiare la natura umana (il che non rientra nel potere del Sillon), verrà mai? E i Santi, che hanno portato la dignità umana al suo apogeo, avevano tale dignità?
[33] Vi fu un tempo in cui il Sillon, in quanto tale, era formalmente cattolico. Relativamente alla forza morale, ne conosceva soltanto una, la forza cattolica, e andava proclamando che la democrazia sarebbe stata cattolica oppure non sarebbe stata. Venne un momento in cui cambiò parere. Lasciò a ciascuno la sua religione o la sua filosofia. Smise pure di qualificarsi cattolico e, alla formula: “la democrazia sarà cattolica”, sostituì quell’altra: “la democrazia non sarà anticattolica”, non più d’altronde che antiebraica o antibuddista.


Ed infine la magistrale profetica conclusione di San Pio X sull’instaurazione di una nuova religione mondiale, come logica conclusione degli errori della democrazia globale:


[39] Temiamo che vi sia ancora di peggio. Il risultato di questa promiscuità nel lavoro, il beneficiario di quest’azione sociale cosmopolitica, può essere soltanto una democrazia che non sarà né cattolica, né protestante, né ebraica; una religione (siccome il movimento del Sillon, i capi l’anno detto, è una religione) più universale della Chiesa cattolica, che riunirà tutti gli uomini divenuti finalmente fratelli e compagni, nel “regno di Dio”. - “Non si lavora per la Chiesa: si lavora per l’umanità”.


Piccola nota finale: se l’autorità viene dal popolo, allora tale autorità ha facoltà di chiudere ogni luogo di culto senza che alcun vescovo possa opporsi. Questo è il grave errore del n.76 di Gaudium et spes: «Nel proprio campo, la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra» …

Andrea Mondinelli