«Informare» o «performare»?

Cesare Sacchetti: «Quelli che una volta consideravamo diritti acquisiti e intoccabili oggi non lo sono più. La libertà di stampa e di opinione sono in grave pericolo e nel giro di pochi anni sarà sempre più arduo condividere notizie e fatti che i media ortodossi considerano scomodi ai poteri forti…»
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Domenica 24 maggio è dedicata dalla Chiesa alle Comunicazioni Sociali. Come ogni anno il Papa lancia un messaggio, per indicare una prospettiva di impegno e lavoro. Quest’anno il tema scelto è: «“Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2). La vita si fa storia». E il suggerimento è quello di imparare dal «Narratore» (che è evidentemente il Signore) a comunicare: «per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita».
Abbiamo bisogno della verità, di notizie autentiche, e siamo stanchi della propaganda, di qualunque colore essa sia e da qualunque parte provenga.
Sembra, a volte, di essere in un mondo dove tutti tirano l’acqua al loro mulino, indifferenti alle affermazioni anche false, o parziali, purché siano «per il bene della causa». Ogni «giornata delle comunicazioni sociali» dovrebbe diventare invece il manifesto della libertà e della verità, della responsabilità per il bene comune che apra spazi di confronto e di crescita comune. Deve finire l’epoca degli schieramenti, per cui non si guarda al contenuto ma alla parte di chi scrive, come se il problema della informazione fosse quello della «formazione». La famosa frase «Fatta l’Italia – ma si potrebbe mettere il nome di qualunque realtà statuale o di potere – bisogna fare gli italiani» non fa parte di un serio progetto di bene, indica piuttosto una disistima dell’interlocutore, ridotto al rango di «popolo bue» da indottrinare, senza che se ne possa accorgere. E così i vari mezzi di comunicazione servono sempre più spesso al potere e non all’uomo, e diventano autentiche fabbriche di «fake news», che naturalmente accusano gli altri di essere tra i manipolatori.
Per quanto mi riguarda, credo che l’urgenza più grave sia quella di una autentica scuola di verità, perché sia ritrovata la nostra caratteristica di essere la «terra della libertà». In questo senso il cammino educativo (quella che è stata chiamata «emergenza educativa») è il più fecondo e urgente percorso da seguire, soprattutto in questo periodo di pericolo che tende ad isolare i ragazzi e quindi a renderli più facile preda, nella solitudine o nell’invasione dei social, di atteggiamenti acritici e settari. Se il Papa chiede che chi comunica sia «narratore di bene» (e, aggiungo, di bellezza) ritengo che apra un panorama di responsabilità molto grande, tenendo conto anche del fatto che questo non può cancellare la tragedia del male (non si tratta infatti di una comunicazione «mielosa» e sentimentale) ma sappia indicare sempre delle prospettive di bene. E qui non posso che richiamare quanto già s. Giovanni Paolo II diceva nel suo primo memorabile messaggio per la pace: «Impariamo, anzitutto, a rileggere la storia dei popoli e dell’umanità secondo schemi più veri di quelli di una semplice concatenazione di guerre e di rivoluzioni. Certo il rumore delle battaglie domina la storia; ma sono le pause della violenza che hanno permesso di attuare quelle durature opere culturali, che fanno onore all’umanità. Anzi, se si son potuti trovare, nelle guerre e nelle rivoluzioni stesse, dei fattori di vita e di progresso, questi derivavano da aspirazioni di un ordine ben diverso da quello della violenza: aspirazioni di natura spirituale quali la volontà di veder riconosciuta una dignità comune a tutta l’umanità, di salvaguardare l’anima e la libertà di un popolo. Laddove tali aspirazioni erano presenti, esse operavano come elemento regolatore in seno ai conflitti, impedivano fratture irrimediabili, conservavano una speranza, preparavano una nuova favorevole occasione per la pace… A furia di esprimere tutto in termini di rapporti di forza, di lotte di gruppi e di classi, di amici e nemici, si crea il terreno propizio alle barriere sociali, al disprezzo, persino all’odio e al terrorismo e alla loro apologia sorniona o aperta. Al contrario, da un cuore dedito al valore superiore della pace derivano la preoccupazione di ascoltare e di capire, il rispetto dell’altro, la dolcezza che è forza vera, la fiducia. Un tale linguaggio mette sulla via dell’obiettività, della verità e della pace. E’ grande, a questo proposito, il compito educativo dei mezzi di comunicazione sociale, come ha pure notevole influenza il modo con cui ci si esprime negli scambi e nei dibattiti dei confronti politici, nazionali e internazionali.»
E possiamo concludere con la bella citazione che il Papa fa dell’affermazione di Papa Benedetto: «Il messaggio cristiano non era solo “informativo”, ma “performativo”. Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita». E non per niente il Vangelo è sempre stato chiamato «la buona notizia».

P.S.: Ho trovato sui social questa interessante riflessione di Cesare Sacchetti: «Quelli che una volta consideravamo diritti acquisiti e intoccabili oggi non lo sono più. La libertà di stampa e di opinione sono in grave pericolo e nel giro di pochi anni sarà sempre più arduo condividere notizie e fatti che i media ortodossi considerano scomodi ai poteri forti… Per me il giornalismo significa rispettare i lettori e mettergli davanti le notizie e i fatti che loro hanno diritto a conoscere. Un Ministero della Verità che decida cosa è giusto o sbagliato per i lettori è qualcosa che può esistere solo in un regime totalitario.»