La «Pachamama» de noantri

“Il Modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione”: «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l’ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede.
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Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d’Italia, è stato inaugurato un particolare monumento dedicato alla storia dell’agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell’Istituto di scenografia del Liceo Artistico “Giordano Bruno” e donata dal Rotary Club di Albenga e dall’associazione Vecchia Albenga.
L’opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell’Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. A lei era dedicato un tempio nel Foro Boario, accanto al Porto fluviale di Roma, consacrato, secondo la leggenda, addirittura dallo stesso Romolo, distrutto nel 506 a.C. e ricostruito nel 396 a.C. da Marco Furio Camillo nell’odierna area di Sant’Omobono. Anche l’antica città laziale di Satrico e quella toscana di Cosa avevano templi dedicati alla Mater Matuta.
Il Comune di Albenga ha giustificato l’erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una “Grande Madre”, una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di “Pachamama” locale. Il solito simbolo della “Madre Terra”, della Natura, di Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell’agricoltura cui era davvero dedicato il monumento.
Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare “benedizione” sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l’iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po’ la replica, pubblicata dall’Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di mons. Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato “rito” celebrato nei Giardini Vaticani in onore della divinità inca “Pachamama”. «La creazione è manifestazione dell’amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa Sede.
Purtroppo, però, l’azzardato tentativo di sfuggire all’accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un’altra eresia: quella panteista. L’episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una – ahimè – consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Illuminante, da questo punto di vista, il flirt sempre più intenso in Germania tra il cardinale ultraprogressista Reinhard Marx ed il leader degli ambientalisti Robert Habeck. Sono Cardinali, Vescovi e sacerdoti che amano apparire “à la page”, più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false “matres” pagane, tributando a quest’ultime atti di devozione come l’inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani.
Ovviamente tutto questo è molto triste, soprattutto se si considera l’autentico e ancora attuale Magistero della Chiesa, proprio sul tema del panteismo. Prendiamo, ad esempio, gli ultimi tre Papi che hanno deciso di assumere il nome di Pio. Cominciamo col senigalliese Mastai Ferretti, ovvero il grande Pio IX. La prima proposizione condannata nel Sillabo riguarda proprio il «panteismo, il naturalismo e il razionalismo assoluto», ed è rivolta a tutti coloro che «con insigne scelleratezza ed uguale stoltezza non temono di affermare che non esiste un supremo Essere divino, sapientissimo e provvidentissimo, che sia distinto dall’Universo, e che Dio è la stessa cosa con la natura» (allocuzione Maxima quidem del 9 giugno 1862).
Il suo successore, San Pio X, nell’Enciclica Pascendi Dominici Gregis dell’8 settembre 1907, non risparmiò parole di fuoco contro coloro che pretendono di indentificare «l’azione divina con l’azione della natura», citando per ben cinque volte il pernicioso concetto di «panteismo».
Pio XI, invece, nella celeberrima Enciclica Mit Brennender Sorge, scritta anche contro il paganesimo nazista il 14 marzo 1937, così tuonava: «Non si può considerare come credente in Dio colui che usa il nome di Dio retoricamente, ma solo colui che unisce a questa venerata parola una vera e degna nozione di Dio. Chi, con indeterminatezza panteistica, identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti». Pio XII, invece, è intervenuto con l’Enciclica Humani Generis del 12 agosto 1950, precisando che dell’«ipotesi monistica e panteistica dell’universo si servono volentieri i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio».
Si dirà: ma questi sono Pontefici preconciliari del secolo scorso! La sensibilità dei credenti in questo campo si è evoluta e ha implicato un’evoluzione dottrinale. Non è proprio così. Tutti i Papi che si sono succeduti fino all’attuale Papa Emerito Benedetto XVI hanno confermato il Magistero e custodito a questo riguardo il depositum fidei. Anzi, proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota Enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso”, bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l’uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell’anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista, rispetto ai quali verrebbe da parafrasare il Vangelo di Marco: «Che giova all’uomo porre fine all’inquinamento nel mondo intero, se poi perde la propria anima?».
In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei Gesuiti “Civiltà Cattolica” ho ritrovato un articolo di un’attualità sconcertante, intitolato “Il Modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione”. La conclusione di quell’articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l’ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede.