Un paese senza bambini è un paese senza futuro

In nome dei diritti della donna a San Marino c'è chi pensa di introdurre la norma dell'aborto che mette a rischio il nostro bene più prezioso: la vita. Prima di fare pazzie, meglio ricordare la lezione di Gandhi
Fonte:
CulturaCattolica.it
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In un suo comunicato la USL (Unione Sammarinese dei Lavoratori) afferma: “un paese senza bambini è un paese senza futuro, con le connaturali conseguenze e ricadute in termini di forza lavoro, versamento contributi, posti di lavoro, ecc.; senza dimenticare il fatto che un “paese vecchio” anagraficamente, lo è anche nella capacità di reggere il passo con quelli più giovani e innovativi.”
E la televisione di San Marino, nel suo notiziario, ci ricorda che: «Negli ultimi tre anni le nascite sono calate del 20%. Numeri preoccupanti per una piccola realtà come la nostra. Ma come invertire questa tendenza?».
Di fronte a queste considerazioni, di estremo realismo e buon senso, ci si chiede che cosa significhi insistere su una legge che, al di là di generiche affermazioni, intende introdurre nel nostro ordinamento l’interruzione volontaria della gravidanza, l’aborto, per intenderci, come diritto indiscutibile delle donne. E, a parte l’evidente dimenticanza di un fattore fondamentale in questo processo, la responsabilità dell’uomo nel concepimento, ci chiediamo se questa proposta sia nell’ordine del bene comune o nella logica di quella affermazione dei diritti di una sola parte che diventa, per sua natura, cancellazione dell’evidente diritto del concepito. E non si dica che, nel conflitto dei diritti, si intende privilegiare solo il diritto del concepito, dimenticando quelli della madre (e, aggiungiamo, del padre), perché se una donna per fare valere i suoi diritti ha tante possibilità, dal sostegno economico e psicologico fino alla possibilità di dare in adozione il figlio non accettato, per il concepito, l’unico modo di vedere riconosciuti quelli che sono i suoi diritti è quello di non essere ucciso e quindi di poter nascere.

Riteniamo che compito della politica sia un’azione che salvaguardi il bene della collettività, e che sappia leggere quelli che, un tempo, erano chiamati «segni dei tempi», e così mettere in atto tutte quelle misure che consentano a una società di permanere e di crescere, sia attraverso risorse economiche che interventi educativi, per non dovere poi rimpiangere quell’inverno demografico che renderebbe San Marino un sito archeologico, al pare delle civiltà scomparse. Forse siamo ancora in tempo per prevenire questo disastro.
Abbiamo forse bisogno della saggezza di Claude Lévi-Strauss, etnologo famoso, che, ripensando alla propria esperienza di studio e di impegno, così si esprime: «Ho cominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica. Di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura.» Abbiamo bisogno di queste posizioni di realismo. Soprattutto riconoscendo che la dimenticanza di alcuni fattori fondamentali genera situazioni che alla fine si ritorcono contro di noi.

Avevo appena finito di scrivere queste note quando ho trovato questo scritto di Gandhi: «Un giovane mi ha mandato una lettera, che possiamo riportare qui solo nella sostanza. Eccola: «Sono sposato. Ero partito per l’estero. Avevo un amico nel quale sia io sia i miei genitori riponevamo la massima fiducia. Durante la mia assenza sedusse mia moglie, che ora è rimasta incinta di lui. Mio padre insiste perché la ragazza ricorra all’aborto; altrimenti, dice, la famiglia sarebbe disonorata. A me sembra ingiusto far così. La povera donna è rosa dal rimorso. Non si cura di mangiare né di bere, e piange sempre. Vuol avere la gentilezza di dirmi qual è il mio dovere in questo caso?».
Ho pubblicato, questa lettera con grande esitazione. Come tutti sanno, casi simili non sono affatto rari nella società. Perciò una circoscritta discussione pubblica della questione non mi pare fuori luogo.
Mi sembra chiaro come la luce del giorno che l’aborto sarebbe un crimine. Innumerevoli mariti sono colpevoli dello stesso fallo di questa povera donna, ma nessuno mai li accusa. La società non solo li scusa, ma non li censura nemmeno. Per di più, poi, la donna non può nascondere la sua vergogna, mentre l’uomo può benissimo tener celato il suo peccato.
La donna in questione merita pietà. Sarebbe sacro dovere del marito allevare il bimbo con tutto l’amore e la tenerezza di cui è capace e rifiutare di seguire i consigli del padre. Se debba continuare a vivere con sua moglie, è una questione delicata. Le circostanze possono giustificare la separazione. In tal caso dovrebbe essere tenuto a provvedere al suo mantenimento e alla sua educazione e aiutarla a condurre una vita pura. Né vedrei alcunché di sbagliato se egli ne accettasse il pentimento, purché sincero e genuino. Anzi, dico di più, posso concepire una situazione in cui sarebbe sacro dovere del marito riprendere con sé la moglie traviata che ha completamente espiato e riscattato il suo errore.» [Gandhi, Antiche come le montagne, p. 122]
Bobbio, Gandhi e altre persone non cattoliche ci donano un giudizio chiaro sulla tragedia dell’aborto. Sapremo farne tesoro?

Un paese senza figli