I nemici di un tempo tornano vincitori...

Il teorema melloniano è infido, ma gode di collaudati precedenti: consiste nello staccare la figura del fondatore dagli eredi e dall’eredità (che come in tutte le cattive famiglie è «contesa») isolarne la personalità eccezionale e inimitabile per affondare meglio la lama nel suo movimento.
Vai a "Ultime news"



Ecco che cosa scriveva La nuova Bussola quotidiana a proposito dell'intervento di Melloni sul Corriere della sera che presentava il DVD su don Giussani:

Il teorema melloniano è infido, ma gode di collaudati precedenti: consiste nello staccare la figura del fondatore dagli eredi e dall’eredità (che come in tutte le cattive famiglie è «contesa») isolarne la personalità eccezionale e inimitabile per affondare meglio la lama nel suo movimento. Che, manco a dirlo, lo ha palesemente tradito e rinnegato. Insomma, Giussani santo subito, ai ciellini invece neanche il purgatorio. Giochino sporco e un tantino vigliacco, ma perfetto per evitare il fastidio di interrogarsi sul perché e sul percome. Capire per quale strana ragione quel prete di Desio abbia fatto breccia nei cuori di tanti giovani e potuto scuotere un cattolicesimo ridotto a inefficace devozione. Da uno come Melloni ci si aspetterebbe di più e di meglio di tanto insulsa quanto vergognosa manomissione dei fatti. Che tocca punte parossistiche quando, a conforto delle sue strampalate tesi, tira in ballo autorevoli esponenti del movimento. Come Alberto Savorana che con la sua monumentale Vita di don Giussani già «iniziava», dice il Mellow Yellow della carta stampata, «a staccare il fondatore dal tessuto del movimento». Beh, noi quel libro l’abbiamo e riteniamo che il maestro non l’abbia neppure sfogliato oppure ci abbia capito poco o nulla. Povero Savorana: 5 anni di lavoro, mille e più pagine di minuziosa documentazione, decine di testimonianze per essere alla fine accusato di separare Giussani dal suo movimento. Urge querela.

Ma la demolizione di Cl non finisce qui: in un altro passaggio del suo (s)pregevole pezzo, il capo della scuola di Bologna, (quella che s'è attribuito il monopolio mondiale dell’interpretazione del Concilio Vaticano II) ricorda le ostilità al movimento di parte dell’episcopato, terminate quando arrivò Giovanni Paolo II a dar loro stima, «il riconoscimento canonico nel 1985 e infine un’autorità universale eleggendo all’episcopato figure di spicco provenienti dalle diverse anime del movimento. Che a sua volta vive la protezione dell’autorità pontificia come la riprova del diritto di denigrare gli altri, come fu con Lazzati». Ecco un’altra cosa che Melloni non tollera e che gli fa venire l’orticaria: la libertà di critica e di discussione, il diritto a esercitarle anche su quelli che lui ritiene intoccabili amici del clan. Lazzati è tra questi, insieme a pochi altri (Dossetti) e sia maledetto chi non li ama. Denigratori con bolla pontificia, affaristi (Compagnia delle Opere), intrallazzatori con la politica, impresari mediatici e perfino infiltrati nella Cei con vescovi compiacenti: questi sono i ciellini cotti e mangiati nella versione del furioso commentatore corrierista.


Ed ecco quello che ha scritto Luigi Amicone, su Tempi, nel 2015, in «Le scuole paritarie e la Chiesa “dei privilegi”. Nota per il rancoroso Melloni»:

Melloni è uno che porta ancora rancore alla Chiesa ratzingeriana e giovanpaolina. Uno che vede il fine dell’educazione cattolica nel servizio ai poveri e che sogna una Chiesa per i poveri. Una chiesa povera, totalmente spogliata di ogni bene e dedita alle opere di bene. Ruini era la Chiesa “privilegiaria”, “stile antico”, addirittura “berlusconiana”. Insomma, Melloni confonde il proprio piacere di stare a sinistra con il dovere, per tutta la Chiesa, di stare con questo o quello, a patto che stia dalla parte di Obama in giù (o in su, fate voi), perché naturalmente il mellonismo deve confiscare il papato e farne un partito leninisticamente schierato dalla parte giusta. Quella di Francesco è ok. Mentre quella di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI è quella che per tramite la Cei ha barattato la fede col potere. «Quella che chiude un occhio in cambio di favori».

In effetti il superbuonista Melloni è un intellettuale sofista e raffinato. Non sarebbe sullo scranno che ricopre se non fosse utile e autorevole per autenticare la vulgata laicista che vuole il cattolico seduto sull’ultimo vagone dell’ultimo treno guidato dall’ultimo macchinista democratico. Variante spostata più verso la “Chiesa patriottica” alla cinese che sulla Chiesa dei martiri che, dalla rivoluzione giacobina ai cristiani sotto il Califfato islamico, ha rinunciato a farsi collaborazionista pur di mantenere la propria fede, umanità e identità. Se fosse vissuto al tempo della Rivoluzione giacobina, forse Melloni non avrebbe apprezzato la resistenza allo Stato rivoluzionario da parte dei preti “refrattari”. Avrebbe oliato la ghigliottina? Chissà. Durante la rivoluzione bolscevica furono le spie interne alla Chiesa a denunciare e a mandare sotto plotone di esecuzione i pope “refrattari” al comunismo. Il vantaggio di Melloni è che non è né un giacobino né una spia bolscevica. È un grande borghese, scrive su un grande giornale e dice apertamente quello che pensa dalle mura ben fortificate del pensiero dominante. Un brillante ventriloquo del laicismo con scrupoli religiosi e che vorrebbe vedere la Chiesa definitivamente sparire nel ruolo accondiscendente di damigella del progresso (come lo intende il laicismo) e, per il resto, di buona crocerossina nell’assistenza ai poveri (possibilmente gratis, o comunque “senza oneri per lo Stato” come dice la Costituzione più bella del mondo).


Ecco dunque i nostri «nuovi amici»!