Tommaso Moro: politica e fede

Fonte:
CulturaCattolica.it
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L’eucaristia getta un raggio di luce sula storia degli uomini, questa frase, scritta da Giovanni Paolo II nella sua ultima Enciclica Ecclesia de Eucharistia, idealmente riecheggia nell’enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco.
La fede ha una forza di lettura della realtà che può diventare vera interprete della politica di una nazione. I cristiani non solo possono fare politica, ma la devono fare, sentendo come obbligo di coscienza promuovere il bene del luogo dove vivono, inculturare il Vangelo redimendo la cultura alla luce della verità che è Cristo.
In questo senso la Lumen Fidei parla di una fede entro la quale l’ascolto diventa visione e dove la visione rende possibile l’intervento intelligente sulla realtà e, quindi, anche l’intervento intelligente sulla polis, sulla città.
Il Papa, e lo sappiamo per averlo meditato tra le pagine di questa nostra rivista, cita l’opera di Holbein: Il Cristo morto. Ed è proprio un’altra opera di Holbein che ci può aiutare nella nostra riflessione.
Si tratta di un dipinto dal titolo Gli ambasciatori. Un dipinto, per certi aspetti, didascalico ma, per altri, enigmatico. Il movente dell’opera venne all’artista da un evento politico: Georges de Selve, vescovo di Lavaur, accreditato presso la Santa Sede e poi ambasciatore a Venezia, visitò nel 1533 l’amico Jean de Dinteville, ambasciatore francese a Londra e collaboratore – per gli affari internazionali – del re di Francia Francesco I.
In quello stesso anno il de Dinteville aveva assistito sconsolato allo scisma anglicano e la visita dell’amico aveva temperato un poco il senso di desolazione di cui era rimasto pervaso. Conosciamo tutto questo per averlo egli stesso confessato in una lettera all’amico.
Forse per sottolineare la necessità di guardare in modo nuovo una situazione simile, dove fede e politica trovavano una mescolanza pericolosa entro la quale la seconda prese, di fatto, il sopravvento sulla prima, chiesero a Hans Holbein il giovane, di immortalare l’evento dell’incontro, tracciando però fra le righe insegnamenti importanti.
I due ambasciatori, infatti, sono ritratti insieme: il vescovo de Selve sulla destra e l’amico ambasciatore sulla sinistra, attorniati da una serie di oggetti che, oltre a qualificarne il rango, vogliono informarci sull’epoca in cui avvenne l’incontro e sul significato dello stesso. Una sorta di resoconto pittorico dell’incontro diplomatico da consegnare ai posteri.

Che sia il 1533 lo dicono da un lato il pugnale stretto da de Dinteville che reca l’età dell’ambasciatore: 29 anni, dall’altro il bordo del libro sul quale il vescovo poggia il gomito: 25 anni.
L’ambasciatore veste alla maniera dei sovrani e porta un medaglione indicativo dei politici di rango, simile a quello con cui è sempre raffigurato Tommaso Moro. Si tratta però, in questo caso, di un medaglione che reca l’immagine di San Michele mentre sconfigge il drago, quasi a testimoniare che, per Dinteville, l’unica azione diplomatica sia la difesa della verità che viene da Dio.
Il tavolino davanti al quale stanno i due amici possiede, non a caso, due piani: il primo quello più alto – indica la sfera celeste. Oltre al globo celeste troviamo, infatti, quadranti, bussole, astrolabi e meridiane: strumenti cioè per la misurazione del tempo e della distanza fra cielo e terra.
Nel ripiamo inferiore la sfera del mondo terrestre. Anche qui troviamo il mappamondo ma questa volta posizionato sul continente europeo e, in particolare su Polisy, in Francia, dove il de Dinteville aveva il suo castello. In questo secondo ripiano fra gli oggetti spicca un liuto dalla corda rotta e un libro di Canti con due Inni usati tanto dai protestanti che dai cattolici.
Sul libro di aritmetica, poi, spicca la parola dividirt, cioè divisione.
Sono chiare allusioni alla situazione politica e religiosa di allora. Il liuto con la corda rotta rimanda alla fugacità delle cose terrene e a come le più belle armonie (simili a quelle che un buon liuto può offrire) presto o tardi conoscano una interruzione. La pace perfetta, infatti, non è di questo mondo. Analogamente gli inni e il libro di aritmetica sottendono alla divisione in corso fra protestanti e cattolici ma, soprattutto con la parola dividirt , si afferma -da parte dei nostri ambasciatori - che solo una sana distinzione fra cose di Dio e cose del mondo può dare una lettura unitaria della realtà. La divisione netta fra Chiesa e Stato, infatti, di matrice protestante, non tiene conto della tensione all’unità che l’uomo possiede dentro di sé e scade presto nel dominio della politica sulla fede. La divisione, intesa come in aritmetica chiarezza di giudizio invece, rende ragione della differenza dei due piani mantenendo però chiaro il progetto unitario che è il bene comune, tanto per l’uomo che per la città. Il riferimento dotto, della parola dividirt sul libro di aritmetica, va a salomone il quale fece la verità sulla vera madre del bimbo che due donne disputavano, proprio introducendo l’ipotesi di una divisione assurda.

Insomma, nel dipinto di Holbein, come nella vita e nell’enciclica del papa, l’ultima parola la può avere solo la fede. In effetti sul piano superiore del tavolo spicca una meridiana; è vicina al braccio di Dinteville. Quella meridiana segna, con tutta probabilità, l’11 aprile che nel 1533 era la data del venerdì santo. È quello il giorno chiave per comprendere la risurrezione e la sconfitta del male e della morte.
Così dietro il tendaggio verde, dalla parte dell’ambasciatore, si vede chiaramente un piccolo crocefisso. Il Cristo sporge dal tendaggio e sembra idealmente guardare la scena. Seguendo l’ideale direzione dello sguardo di Cristo si arriva ad un oggetto stranissimo che vediamo in primo piano sopra il pavimento. Benché ad un primo momento sembri una forma incompiuta e mal riuscita, dopo una più attenta osservazione ci accorgiamo trattarsi dell'immagine di un teschio tridimensionale. La deformazione ottica (detta anamorfosi) si supera solo se ci si posiziona nello stesso luogo dove sta il Crocifisso. Da lì diventa chiaro il simbolo della morte per eccellenza. Non a caso sul berretto di Dinteville compare un piccolo teschio: i due ambasciatori lasciano ai posteri questo monito: solo la fede vede la verità e solo la verità ci farà liberi di scegliere e di capire.
Quello che affermerà il Sillabo (1864) di Pio IX, più di cento anni dopo, era qui molto chiaro. La libertà di coscienza e di pensiero non esistono se non in obbedienza a un verità che viene dall’alto. Un’affermazione che si trova implicitamente anche nella Lumen fidei: L’udito attesta la chiamata personale e l’obbedienza, e anche il fatto che la verità si rivela nel tempo; la vista offre la visione piena dell’intero percorso e permette di situarsi nel grande progetto di Dio; senza tale visione disporremmo solo di frammenti isolati di un tutto sconosciuto.
L’ascolto cioè suscita la fede, la fede educa alla verità e la verità permette la visione corretta delle cose di questo mondo perché legate alle cose ultime che non verranno mai meno.