“S’ei piace, ei lice”. Per leggere “Obbedire è meglio. Le regole della Compagnia dell’agnello”

«È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione. È una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l’uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d’allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivar lietamente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta. Ma l’infelice si dibatteva in vece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse. Un rammarico incessante della libertà perduta, l’abborrimento dello stato presente, un vagar faticoso dietro a desidèri che non sarebbero mai soddisfatti, tali erano le principali occupazioni dell’animo suo. Rimasticava quell’amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze per le quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente col pensiero ciò che aveva fatto con l’opera; accusava sé di dappocaggine, altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente godersi nel mondo que’ doni. (…) Il cuore, trovandosene così poco appagato, avrebbe voluto di quando in quando aggiungervi, e goder con esse le consolazioni della religione; ma queste non vengono se non a chi trascura quell’altre: come il naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in salvo sulla riva, deve pure allargare il pugno, e abbandonar l’alghe, che aveva prese, per una rabbia d’istinto».
(A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. X)
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Non c’è una sfida più grande. Non c’è persona che meriti di essere seguita e imitata più di chi ha imparato a vivere il presente. Ad “obbedire” al presente, alla realtà, alle circostanze della vita. A starci, insomma. Senza fuggire nostalgicamente in un passato che non può tornare più, senza piangere sul latte versato, senza rimorsi, senza rimpianti per ciò che sarebbe potuto essere, forse, e invece non è. Ma senza, anche, lo sguardo proiettato su un futuro vagheggiato come sicuramente migliore del presente. Senza vivere, insomma, a livello di periodi ipotetici della possibilità o più spesso dell’irrealtà (sono – diciamocelo – quelli che, proprio perché impossibili, ci attizzano di più).
Che sia una sfida, e la più importante della vita, non lo dico io soltanto. Lo dicono le facce che si vedono in giro, lo dicono intellettuali e filosofi. Certamente lo racconta la letteratura.
Cos’è “Il sabato del villaggio” se non questo: la denuncia, dolorosissima, di quanto sia difficile vivere la domenica e cioè il presente, fosse anche di festa. Che cos’è “Il mestiere di vivere”: quel diario drammatico e commovente che scrisse Cesare Pavese e che interruppe con il suicidio. Che cosa, ancora, il “Diario clandestino” di Giovannino Guareschi che, lui sì, era riuscito a vivere da uomo anche in campo di concentramento, e a rendere umana la baracca 18 del Lager di Beniaminowo , e il tempo, e a dare valore alla compagnia dei suoi scalcinati compagni di sventura?
Sono solo degli esempi, per dire come “Obbedire è meglio. Le regole della Compagnia dell’agnello”, l’ultimo libro di Costanza Miriano, nasca da qui, da queste stesse domande sul senso della vita e del presente, da cui sarebbe vile e irragionevole scappare.
E’ vero, sono altre le strade che indica il mondo: dal virtuale nei social (inventati un profilo, se non ti garba chi sei. Anzi no: inventati due, tre profili diversi e prova l’ebbrezza di fluttuare in incognito di fantasia in fantasia); all’aborto se non te la senti di avere un (altro) figlio, all’eutanasia se non ce la fai a sopportare il dolore di una malattia tua o di un familiare, al divorzio breve se con tuo marito o con tua moglie non stai più bene come stavi all’inizio, al passaggio in un’altra classe se i professori o i compagni non sono di tuo gradimento, ai 56 tipi di gender, o forse più, se (oggi, domani chissà) non ti senti maschio ma neanche femmina…
Evita l’ostacolo, ti dice il mondo. Sbarazzatene. Prendi le scorciatoie. Fuggi.
Ti sei stancato della tua classe, del tuo corso di studi, del tuo lavoro, di tuo marito, del tuo… corpo? Cambia.
Hai voglia di qualcosa di nuovo? “S’ei piace, ei lice”. Prenditela. Ne hai diritto. Perché no?
Questo, ci ripete il mondo in tutte le salse, persino a suon di leggi. E noi dietro. A chiedere nuovi diritti come fosse questa rincorsa, davvero, a renderci felici, a riempire finalmente quel cuore che desidera sempre di più.
Eppure ce l’ha spiegato la filosofia, ce l’hanno raccontato i poeti e gli scrittori.
L’Andrea Sperelli di D’Annunzio svolazzava di bellezza in bellezza, di piacere in piacere, ma un tarlo gli rodeva dentro e non si è quietato mai. E il Mattia Pascal di Pirandello, che ha provato a liberarsi della propria identità e ad inventarsi quella di Adriano Meis, dopo qualche boccata di libertà che l’ha inebriato per un po’, si è sentito di nuovo prigioniero. Lo era.
E non c’è pagina di Leopardi che non ci ricordi come il cuore desideri l’infinito, e niente che sia meno di quello perché il cuore ha un difetto: non si accontenta dei surrogati di felicità, vuole proprio lei e la vuole tutta intera.
E allora, leggi il libro di Costanza Miriano e capisci che ha fatto centro, perché la strada per la felicità è proprio imparare a vivere il presente: in quella classe, in quell’ufficio, con quei colleghi. Accanto a quel marito lì, ai figli che hai. Se sei sano, se ti ammali, se tutto fila liscio ma anche se hai dei problemi. E si badi: non è in nome di quel buonismo un tanto al chilo che oggi va così di moda. Non è roba per chi del cattolicesimo ha capito poco o niente, come gli slogan svuotati di sostanza come porgi l’altra guancia o il valore della sofferenza o la ricompensa nell’aldilà, o gli appelli alla mansuetudine, e intanto i più forti continueranno a metterti i piedi in testa. No. E’, questo, l’unico modo ragionevole e invidiabile per vivere intensamente la vita. Stare sul presente. Starci pienamente, con testa cuore forze… tutto.
«Quella è la via. Scolpire. – scrive l’autrice – O meglio, lasciarsi docilmente scolpire. La santità per via di togliere. Strapparsi via qualcosa di sé. Aderire a Gesù Cristo». «E’ un po’ come scriveva Michelangelo descrivendo la scultura come “quello che si fa per via di levare”: levare quello che è in più in un blocco di marmo e farne venire fuori la perfetta bellezza… E sembra incredibile che lui sapesse vedere la Pietà dove noi avremmo visto solo un enorme blocco di marmo».
Sì, lo so che non è facile per nulla obbedire alla realtà, noi che siamo cresciuti a pane e autodeterminazione. E’ difficile, perché la vita è più forza centrifuga che centripeta, e perché il mondo certo non aiuta a trovare la direzione, bravo com’è a mescolare continuamente le carte e ad indicare labirinti anziché la via maestra. E’ proprio a questo che servono gli amici: quella «compagnia dell’agnello» che è l’altro potentissimo argomento attorno a cui ruotano le riflessioni della Miriano. «La Verità si è incarnata – scrive –, non ci ha mandato un messaggio incidendolo su una rupe o tracciando grossi cerchi sui campi. Si è fatta persona, e ha scelto persone che andassero a portare agli altri la buona notizia, perché l’uomo funziona così. Ha bisogno di altri uomini che passino la parola, che tramandino, di generazione in generazione, quello in cui crediamo». «Il fatto è che della compagnia carnale di uomini, di donne che fanno la nostra stessa fatica, il nostro medesimo lavoro su noi stessi, non possiamo fare a meno. Non possiamo essere lasciati soli a combattere in questa vita, che è davvero una battaglia. Conservare lo sguardo pulito, diretto verso il punto giusto, essere fedeli alla fatica del quotidiano, fedeli all’accettazione della nostra realtà, tutto questo da soli non è possibile farlo, non si può camminare in solitaria, serve una cordata. (…) Se non fosse così, Gesù non ci avrebbe dato la Chiesa, una compagnia di gente sgangherata, debole, infedele, mediocre, che però ha deciso da quale parte puntare».
Non per far contenti altri, per mantenere il quieto vivere, lo status quo. Per essere felici, felici davvero. Leggendo, scoprirete come.