Indelebili vite

“Perché essere in questo luogo / è molto, e certo dire / dove siamo / è il nostro compito. / Oscurità e acque, / albe, ventre / dell’inferno, albero / di prua, / inseguimento. / E, vedi, il corpo, / il nostro corpo soltanto / può dire bianco, tellina, lontano, / vento, Blues, inverno, ombra / delle cose, aldilà. Ascolta, / bacio. //
Pensaci, / è un privilegio dire / odore delle case, mano / sopra la pelle, la prima volta. / Dire infinito / nelle erbe, è accaduto, / è strano, / sorellina, madre, / stelle.//
Dire / Per sempre, / innevato, accanto, / spaventato, / Sono / esistito. // Per questo mentre / vivo tutto mi sembra / innominato”
(Antonio Santori, La linea alba)
Autore:
Tasca, Elisa
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Ultime news"

Ho letto versi, oggi, al chiudersi della prima settimana del 2012.
Poi mi è arrivata questa mail di Elisa Tasca, studentessa al quarto anno del Liceo linguistico.
Poesia e vita si intrecciano. E le domande si alzano al Cielo…

Indelebili vite

6 Gennaio 2011. Ore 23.36.
Una serata trascorsa come tutte le altre, giocando a carte e scherzando. Eppure sentivo qualcosa di diverso dentro me, qualcosa che già la mattina successiva non c’era più. Non era nostalgia, no. Non tristezza; non era rimpianto per il fatto che il giorno dopo sarei dovuta partire per tornare a casa, dopo due settimane trascorse in montagna… (Probabilmente questo sarà il mio ultimo anno qui, tra le montagne che amo: ormai cresciuta, d’ora in poi vorrei trascorrere le vacanze con gli amici). Ogni anno, però, è la stessa storia: quando sono a casa sbuffo perché non mi va di partire, quando sono in montagna non vorrei più tornare.
Non era però questa la causa di quel “qualcosa” di strano che provavo.
La mattina avevo sperato in un’ultima seria sciata prima della partenza, ma il fortissimo vento e le gelide temperature avevano reso questo mio desiderio irrealizzabile, perché molti impianti erano rimasti chiusi. Solo una pista, aperta: una delle tre più alte. Lì, un gruppo di ragazzi giovani, miei coetanei ma anche bambini, stavano facendo una gara in memoria di un ragazzo dodicenne che l’anno scorso aveva perso la vita durante una gara di sci. Nonostante le condizioni climatiche rendessero la competizione pericolosa e complessa, tutti, puntuali, erano lì su, su quella pista, su quella montagna, per ricordare il loro amico, scomparso così prematuramente, mentre faceva ciò che più lo divertiva, ciò che più amava fare.
Mi siedo e mi appoggio sul davanzale della finestra e silenziosa ammiro la bellezza di queste vaste montagne illuminate dalla luna; osservo miriadi di stelle, coperte talvolta da piccole nuvole, che con la loro tiepida, timida e flebile luce mi ricordano la vita: una vita di pace e serenità, di ostacoli e fatiche, di sofferenze e dolori, di pericoli e sacrifici, ma una vita che vale la pena d’essere vissuta perché se siamo qui è perché “dobbiamo” esserci, perché occupiamo un posto unico nel mondo: il nostro posto, speciale, personale e insostituibile. Come le stelle rappresentano dei riferimenti per noi, noi siamo dei riferimenti per gli altri: per chi ci ama, per chi ci conosce, per chi ci vede.
Non è, tutto ciò, semplicemente fantastico?
Siamo importanti quando viviamo, lo siamo anche quando non ci siamo; come questo ragazzo il cui ricordo è sempre vivo in ognuno dei suoi amici e familiari che hanno preso parte alla competizione e hanno voluto dedicargli la vittoria.
La vita vale la pena d’essere vissuta perché ci è stata data. E non siamo granelli di sabbia che vengono facilmente spazzati via dalle gelide brezze invernali: siamo incisioni profonde, orme incancellabili, segni indelebili nella vita di chi ci conosce e che mai si dimenticherà di noi.

Elisa Tasca