Campi nel mondo, i Laogai

Non so voi, ma la testimonianza raccolta da Filippo Facci sui laogai in Cina, mi ha davvero lasciata sbigottita.
Cinquantacinque anni di soprusi, di schiavismo, di torture e io nella mia ignoranza non ne sapevo nulla, così mi sto documentando e vi propongo queste altre informazioni, perché davanti all’orrore non è possibile cedere all’umana tentazione di far finta di niente, di credere che la Cina sia troppo lontana.
Autore:
Nasi, Mariacristina
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«Per l’Occidente l’ignoranza del fenomeno concentrazionario nella Cina popolare è ancora maggiore di quella di cui ha dato e continua a dare prova riguardo al gulag». Essa dipende da vari fattori: lontananza geografica e culturale, scarsissimo numero di testimoni, debolezza delle proteste degli intellettuali asiatici, che non condividono la «tradizione occidentale della critica e della denuncia dei poteri». Nonostante oggi si moltiplichino testimonianze, riflessioni e studi, gli esperti evidenziano la difficoltà a reperire documenti «inconfutabili sui campi della Cina comunista».

Il sistema concentrazionario cinese comprende: laogai, lavoro correzionale penitenziario; laojiao, educazione mediante il lavoro; jiuye, destinazione professionale obbligatoria. Teoricamente, nel laojiao i detenuti mantengono i diritti civili durante la permanenza al campo, ma svolgono lo stesso lavoro e ricevono le stesse razioni alimentari di quelli del laogai. Il laojiao è stato attivato solo dopo l’assunzione del controllo dello stato da parte dei comunisti cinesi; il laogai era presente nelle zone controllate dai comunisti prima della loro ascesa al potere. Il laojiao è dunque «un’aggiunta al sistema del laogai», che può altresì disporre del jiuye: un lavoratore del jiuye non sceglie né impiego né trasferta né luogo di residenza; né conosce la durata della pena, modificata in modo del tutto arbitrario.

I campi sono organizzati militarmente; ospitano l’87% dei criminali (le prigioni il restante 13%); sono sotto il controllo della Sicurezza pubblica. I primi campi allestiti dai comunisti compaiono nelle zone da loro controllate; inizialmente, la situazione è piuttosto caotica: i detenuti subiscono vessazioni e torture da parte dei direttori degli istituti; regnano violenza e morte, soprattutto per fucilazione. Il laogai «si organizza in modo più uniforme nel 1952-1953, nel momento del passaggio dichiarato alla “costruzione del socialismo”».

Contrariamente al gulag sovietico, il sistema concentrazionario cinese giunge rapidamente al suo apice: nel giugno 1952 una prima riunione nazionale sul lavoro del laogai «ricorda che occorre combinare la riforma politica e la riforma mediante il lavoro, la punizione e l’educazione». Se, dal 1954 al 1957, si assiste ad una fase di relativa distensione, «l’irrigidimento politico provocato dalla campagna contro la destra del 1958» acuisce il lavoro forzato; la carestia del 1961-1962 aumenta la mortalità. Dal 1966 al 1971 «scompaiono i tribunali normali e molti campi chiudono»; nel maggio 1981 una riunione della commissione politico-legale del Comitato centrale del PC cinese stabilisce la necessità di «educare di più e reprimere di meno, mediante la produzione e il miglioramento delle condizioni di detenzione». Nel 1983 Deng Xiaoping «trasforma ogni campo in un’entità economica autonoma», ma la ricerca di maggiore produttività non corrisponde al miglioramento delle condizioni degli internati; nel triennio 1985-1988 si vara una politica di reinserimento sociale; all’inizio degli anni Novanta i campi sono ancora centrali nell’apparato di controllo del partito. Dal 29 dicembre 1994 il termine “laogai” è sostituito con “prigione”; il cambiamento è «imposto dai legami con la comunità internazionale», anche se funzione e caratteristiche restano immutate: «sovraffollamento, attrezzature desuete, uniforme obbligatoria con tanto di numero di matricola, produzione mineraria, tessile e meccanica».

Se il sistema sovietico ha rappresentato un modello per i cinesi, esso ha costituito più un riferimento che un’imitazione: a lungo, infatti, il campo di concentramento cinese è stato concepito come un sistema che doveva «permettere di cambiare l’uomo». Anche i dirigenti sovietici, all’inizio della rivoluzione, volevano creare, in opposizione alle prigioni, dei «campi di lavoro per la rigenerazione degli elementi asociali»; ma, nella realtà, campi di lavoro e campi di concentramento per nemici del regime si confondono e le pretese rieducative restano teoriche. In Cina, invece, come in Vietnam, Laos e Corea del Nord, la “riforma del pensiero” resta una preoccupazione costante, anche quando emerge la necessità di produrre. In tal senso, il laogai ha una sua specificità: voler cambiare l’uomo mediante una serie di mezzi, tra cui il lavoro. Contrariamente ai russi, gli stalinisti cinesi vogliono «ottenere dal colpevole un autentico riconoscimento del suo crimine»; il loro scopo non è «indurre i prigionieri a confessare crimini inesistenti», bensì «far ammettere loro che la vita quotidiana che conducevano era corrotta, colpevole e passibile di castigo in quanto non corrispondeva alla concezione comunista della vita». In quest’ottica, «lo sfruttamento e l’amplificazione del senso di colpevolezza hanno un ruolo evidente», come pure l’autoaccusa; la delazione è obbligatoria; critica e autocritica sono praticate regolarmente. I detenuti devono subire “sedute di studio” interminabili, che costituiscono «la grande invenzione dei cinesi in materia di teoria penale e la principale differenza tra i loro campi per prigionieri e quelli dei sovietici».

Generalmente, si individuano tre fasi: riconoscimento dei crimini; autocritica; sottomissione all’autorità e all’insegnamento. Il prigioniero deve «dimostrare nei fatti di essere pentito, denunciare i traditori e fare atto di soggezione al governo». Si uniscono il «senso di colpa individuale con le pressioni della collettività: ciascuno deve non soltanto riformare se stesso, ma aiutare gli altri a fare la stessa cosa». La riforma del pensiero passa attraverso confessione e lavoro, che, nel sistema penitenziario cinese, è considerato un dovere, una punizione e una ricompensa: «prima di godere del privilegio di lavorare, il detenuto deve passare per la confessione, provare che intende riformare i suoi pensieri e dimostrare che si sottomette alla disciplina». Giunto al campo, partecipa a “gruppi di studio”, che prevedono autoperquisizioni e perquisizioni reciproche; fame e percosse concorrono a realizzare la riforma del pensiero.

I cinesi, infatti, contrariamente ai russi, sono convinti che il lavoro forzato non sia produttivo, se ottenuto solo con costrizione o tortura: cercando di «dominare le menti e annichilire le personalità» mirano a «trasformare il lavoro forzato in un affare redditizio». Di fatto, si può avanzare qualche riserva sulla redditività, poiché, negli anni Ottanta e Novanta, per incrementare la produttività, si è abbandonata l’ideologia e si sono migliorate le condizioni detentive. Inoltre, considerando il diffondersi, nel sistema concentrazionario cinese, di corruzione e violenza, si può affermare che il progetto di formare un “uomo nuovo” resti illusorio: negli ultimi anni, cresce la diffidenza dei prigionieri, che «rifiutano di ammettere la propria colpevolezza, resistono agli sforzi per riformarli e si danno persino ad attività criminali». La riforma del pensiero tende a «generare individui ridotti a meccanismi semplificati, del tutto subordinati al potere. Anche il più prosaico obiettivo della reintegrazione è fittizio». Nei laogai la manodopera non costa quasi nulla e le fabbriche-prigioni producono svariati prodotti; tuttavia, la loro funzione economica non è fondamentale per il Paese, poiché la Cina non ha coinvolto i campi in un processo di sviluppo generale.

«Il potere comunista cinese riconosce di avere inviato nei campi, a partire dal 1949, 10 milioni di persone e di tenerne prigioniere un milione e duecentomila in 685 campi» (nel 1995). Questi sono organizzati militarmente e recintati secondo la densità della popolazione dei dintorni: se è alta, la recinzione è completa; nelle zone meno popolate è semplificata; in ambiente desertico o dal clima rigido può non esservi. L’isolamento dal mondo esterno e dalle persone care è pressoché totale; i prigionieri vivono costantemente spiati; tra le punizioni: «le botte, le notti trascorse sull’attenti, l’obbligo di correre per ore o di tirare un carretto carico di pietre». Le torture (dare la scossa ai detenuti, costringerli a mangiare rifiuti) hanno avuto notevole peso negli anni Cinquanta, ma «ancor oggi si può essere picchiati, incatenati, percossi con manganelli elettrificati». La punizione più diffusa e temuta è la cella d’isolamento; le razioni di cibo sono «più scarse di quelle dei forzati francesi della prima metà dell’Ottocento, di quelle dei prigionieri inglesi del ponte sul fiume Kwai e di quelle distribuite nei campi sovietici nel quadriennio 1936-1939». Tale stato di denutrizione favorisce il diffondersi di malattie, spesso mortali.

Attualmente, il numero dei detenuti è diminuito, ma i cambiamenti in atto in Cina, il dilagare di crimini e delitti, potrebbe portare a un aumento del numero di «detenuti comuni inviati nei campi, per furto, traffico di droga e reati analoghi». Oltre che nei campi, la repressione si compie nelle esecuzioni pubbliche, «organizzate mese dopo mese, provincia per provincia»: nel 1995, in Cina, «sono state registrate più di 3200 condanne a morte e 2100 esecuzioni capitali»; nello stesso anno, si sono avute 56 esecuzioni negli Stati Uniti e 192 in Arabia Saudita.

Le informazioni sono tratte da Il secolo dei campi - Detenzione, concentramento e sterminio: 1900-2000, di Joël Kotek e Pierre Rigoulot, Mondadori