Alina, la cantante bambina

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CulturaCattolica.it ©
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Grande polemica in questi giorni a proposito della partecipazione di Alina, una giovanissima cantante di 12 anni, al Festival di Sanremo.
A dire il vero, il polverone è stato sollevato dalla trasmissione Lucignolo che ha mandato in onda un'intervista con il manager di Alina, il quale ha precisato con toni poco diplomatici, ma molto chiari, che Alina per lui rappresenta un investimento, poiché vi ha impegnato del denaro e che pertanto in accordo con i genitori della bambina, spetta a lui la gestione dell'immagine della piccola cantante.

Ora, diciamola tutta, se non ci fosse stata quell'intervista, nessuno ne parlerebbe.
Alina ha cantato a Sanremo, non si è presentata a ritirare il premio per il secondo posto nella categoria giovani, e con questo gesto ha avuto forse, più visibilità che se si fosse presentata, con quella sua aria acqua e sapone, che non sembra tradire emozione.

Il problema a mio avviso, non è se Alina sia o non sia un talento precoce, se sia giusto che partecipi ad una gara dove gli altri concorrenti possono esserle fratelli, genitori ed alcuni nonni, il problema è se sia giusto che i suoi genitori abbiano abdicato in favore del manager.
Bisognerebbe parlarne con loro, ma per contratto non possono rilasciare interviste.

Il problema non è se si tratti di sfruttamento di minore, a Sanremo hanno già cantato tredicenni di cui nessuno ricorda né il nome, né la canzone, ma se vi sia o no nella nostra società da parte dei genitori la coscienza che vi è una responsabilità educativa nei confronti dei figli.

Il vero problema, che sembriamo non voler affrontare, è chi educa chi, qual è il ruolo degli adulti nell'educazione, dopo un '68 che sognava genitori/amici, ora pare ci sia una stagione di genitori impreparati al ruolo, pronti a prendersela con la tv, la pubblicità, la società, ree di diseducare, ma a loro volta incapaci di fissare regole e farle rispettare.

Conosciamo tutti, madri che acquistano cose inutili e costose ai propri figli, per non sentirli strillare, che portano il piatto in camera al bimbo di tre anni perché: mangia solo se guarda i cartoni.
Adulti che si fanno tiranneggiare da piccole pesti che a loro avviso sono incontrollabili.
Che acquistano il cellulare a bambini di sette anni: perché ce l'hanno tutti, poi si sentono inferiori e crescono male. O il motorino non appena giunge l'età: così non usano quello degli amici.
Chi ha più di un figlio, si sarà sentito dire almeno qualche volta: la mia è peggio dei suoi tre messi insieme, faccio una fatica che lei nemmeno immagina, i figli bravi, capitano sempre agli altri.

Si pensa che l'educazione, come l'amore, come la durata dei matrimoni, sia questione di fortuna. Capita, c'è chi è fortunato e chi invece non lo è.

Siamo noi adulti, a dover recuperare la capacità di essere educatori, di saper aiutare i nostri figli, a capire la realtà, ad affrontarla. Siamo noi a doverci assumere questa responsabilità, senza lasciarla a manager, televisioni o altro.