La vita segreta delle parole

Film di Isabel Coixet (2006)
Autore:
Mocchetti, Giovanni
Fonte:
CulturaCattolica.it
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"…imparerò a nuotare…", con questa imprevedibile ed intensa dichiarazione d'amore si conclude la bellissima vicenda di un incontro tormentato tra i due protagonisti del film, anime lacerate dal dolore provocato da avvenimenti che hanno segnato non solo i loro corpi, ma anche l'interiorità del loro "io".

Una piattaforma petrolifera nel mare del Nord: lui, ustionato da un incidente e temporaneamente cieco; lei, sorda in apparenza, dal comportamento ossessivo che rasenta l'autismo, decide di trascorrere le proprie ferie come infermiera, accudendolo. Lui, interpretato da Tim Robbins, comincia a farle domande e lei (una sofferta Sarah Polley) risponde in modo asettico, funzionale all'incarico che deve svolgere e non "si svela" fino a quando l'esigenza insopprimibile e costitutiva dell'"io" di stringere un rapporto con il "tu", il bisogno fondamentale dell'essere umano d'incontrare e di essere incontrato, di amare e di essere amato, fa crollare le barriere: dalla diga delle robuste difese costruite nel tempo, esce un'acqua purificatrice che deterge il dolore, sutura le ferite e fa ricominciare la vita ed il rapporto con il reale con una speranza positiva, quasi a dimostrare che il Male non ha l'ultima parola. Quando lei prende la mano di lui e la fa scorrere sulle ferite cicatrizzate del proprio corpo, conseguenze delle sevizie subite durante l'orrore della guerra dei Balcani (avvenuta solo dieci anni fa!!), le lacrime di Robbins rappresentano l'inizio di una riconciliazione con se stesso e la riscoperta, da parte della ragazza, della capacità di un'offerta di sé prima impensabile.

Ma l'elicottero arriva e porta all'ospedale Tim e tutto sembra finire in un episodio sereno, che ha solo per un momento illuminato la nebbia e il deserto interiore. Ma la parola, quando ridiventa verbum, logos, cioè quando riacquista la sua potenziale autenticità intesa come comunicazione del vero di sé, spacca le forme, straccia le maschere e, soprattutto non muore, lascia un'indelebile traccia nell"io" che l'ha pronunciata. La parola ha davvero una vita segreta se non è una vuota chiacchiera, se è una modalità con cui le persone esprimono l'umanità che c'è nel loro cuore e nella propria ragione. Così accade il miracolo: uno zainetto abbandonato riconduce lui da lei e, tra timori e tremori, il rapporto pieno di positività da poco iniziato, continua; così Polley riesce finalmente a tagliare i ponti con il ricordo ossessionante della sua amica Nora (vittima non sopravvissuta al massacro), dal cui ricordo la ragazza è stata sempre invasa al punto da identificarsi con lei, tanto forte era il complesso di colpa di essersi salvata al suo posto. Si fa abbracciare da lui e, due solitudini così disperate, ritrovano un timido ed iniziale gusto per la vita.

Quello che spacca anche la solitudine più lacerata dal dramma dell'esistenza segnata dal dolore e dal Male, quello che sempre ridesta la persona dentro l'avventura del reale è solo un incontro del tutto gratuito. Nell'"Antologia di Spoon River", grande testo di poesie di E.L.Masters, i due personaggi Lois Spears e Lucinda Matlock, una cieca dalla nascita e l'altra segnata dal dolore della perdita di otto figli, dicono al vento e alle stelle: "... ci vuole Vita per amare la vita..."; l'avvenimento di un incontro ed un amore per la vita vera ha rimesso insieme i frammenti spappolati dell'"io" e del "tu" di Sara e di Tim, grandi attori, senza i quali la recitazione di questo film non sarebbe stata possibile; ma dietro c'è la sceneggiatura, la regia e la sensibilità femminile di questa regista catalana: Isabel Coixet.