L'ultima parola è delle libertà

L'ultima parola è delle libertà:" Secondo Ponzio Pilato".

Autore:
Marcora, Luca
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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Nel 1987 usciva un film che credo pochi avranno visto. La "Video Guida 2000 - 2001" riporta una edizione in videocassetta edita da Creazioni Home Video, ma nessuno ha mai visto questa videocassetta! E in tv è passato, che mi ricordi, una sola volta, su Rete 4.
Si tratta di Secondo Ponzio Pilato di Luigi Magni (1987)
Luigi Magni è famoso per film parlati in romanesco, ambientati nella Roma papalina dell'ottocento (Nell'anno del Signore, 1969; In nome del Papa Re, 1977; State buoni se potete, 1983, che racconta la storia di San Filippo Neri, nel XVI secolo; In nome del popolo sovrano, 1990). Luigi Magni è anche un grande mangiapreti, avversario tenace della Chiesa intesa come stato, istituzione, organizzazione e ci ha sempre mostrato papi, cardinali, figli di questi, protetti da queste autorità, tutti tesi a fare trionfo del proprio potere mondano e secolare. Film parlati in dialetto romano, con tocchi di ironia (anche se molto ideologici), gradevoli, come gradevole è anche questo che esaminiamo, interpretati dagli attori, piccoli e grandi, della commedia all'italiana (non spaventatevi a vedere i nomi di Buzzanca, Quartullo o di altri attori del cinema trash italiano anni '70 / '80!).
Strano allora vedere comparire questo Secondo Ponzio Pilato che risulta un film anomalo all'interno della sua filmografia, sia per il tema questa volta non denigratorio verso la Chiesa, sia per l'onestà e la sincerità con cui si pone a raccontare una storia, certo, di fantasia, ma che attinge all'intimo dell'uomo. La storia, appunto, è inventata e, quasi a sottolinearlo, i personaggi si muovono in ambienti palesemente finti. Ma quello che non è finto è il rispetto verso la figura del Cristo e soprattutto verso l'uomo, riassunto qui da quel Pilato che non mi pare esagerato innalzare come esempio della libertà umana. Libertà come capacità di aderire ad una cosa: ma anche come capacità di dire di no. Anche quando in ballo c'è la propria vita, la propria salvezza.
Leggiamo il film.

Seduto sotto un portico col centurione Valeriano (Lando Buzzanca) che discute di tasse, Pilato (un grandissimo Nino Manfredi) non può togliersi dalla testa quel Gesù che poche ore prima aveva mandato a morte e che, in quel momento, veniva crocefisso sul Calvario. Giunge la notizia che sua moglie Claudia Procula (Stefania Sandrelli), che ormai crede in Gesù, è intenzionata a partire per Roma dopo che ha fatto strani sogni riguardanti la morte di Cristo. Pilato si reca nella camera della moglie e la trova addormentata. Al suo risveglio lei lo accusa di essere il carnefice di Gerusalemme, mentre lui scarica la colpa della morte del Nazareno sul popolo ebraico, colpevole di avere riscattato Barabba al posto di Gesù quando glie ne aveva offerta la possibilità.
Magni sceglie come tematica di fondo per il suo film la demolizione della ridicola accusa di deicidio (cioè uccisione di un dio) che, spesso nella storia, è stata rivolta al popolo ebraico, ritenuto l'uccisore di Cristo Figlio di Dio. Nella Dichiarazione sulle religioni non cristiane dell'ottobre 1965, il Concilio Vaticano II aveva detto: "Se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua Passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo". Cristo, in quanto Dio non poté morire. Ma, oltre a questo aspetto, nel film emerge sempre di più come, di fronte al fatto cristiano, l'ultima responsabilità sia della libertà dell'uomo: a lui e solo a lui spetta il compito di aderire o meno a ciò che incontra, giungendo anche alla possibilità di negare i fatti per restare ancorato a se stesso. Ma torniamo al film.
Gesù muore: la terra trema, il velo del tempio si divide in due e Valeriano riconosce in quei prodigi che quell'uomo era il Figlio di Dio. Mentre Claudia decide di non partire per attendere la resurrezione dopo i tre giorni di cui Cristo aveva parlato, Pilato, per spiegare gli avvenimenti, propone di consultare un aruspice perché "Noi siamo romani!". Di fronte all'evidenza dei fatti risulta difficile per l'uomo rinunciare alla propria idea, ai propri pregiudizi, per accogliere un Altro.
Nella sala del trono sono cadute le statue di Marte e di Giove, ben ancorate al suolo, mentre la bacinella di marmo in cui Pilato si era lavato le mani, bacinella fragile posta in bilico su una colonna, è rimasta in piedi. Pilato ricorda quel momento: Gesù entrava nella sala, passando tra due file di soldati. Al suo passaggio le insegne romane che i soldati issavano si erano, da sole, abbassate. Da sole si erano inchinate al passaggio di quel Re. In un clima di afa e caldo insopportabile Pilato interrogava distrattamente Gesù, aizzato dai sacerdoti, ma quando, sempre per il caldo, metteva a bagno le mani, i sacerdoti equivocavano e interpretavano quel gesto come segno di rinuncia a giudicare Cristo da parte del governatore della Palestina. E qui Magni gioca sull'ironia, mostrandoci come tuttavia il mondo sia fatto di segni e come di questi segni ogni uomo è libero di fare ciò che più liberamente preferisce: interpretarli per quello che sono o definirli secondo la sua propria logica.
Giuseppe D'Arimatea viene a pretendere il corpo di Gesù e Pilato, ormai diventato dubbioso sull'identità di quell'Uomo, chiede su chi ricadrà il sangue di Cristo. Giuseppe indica i sommi sacerdoti come coloro sui cui dovrà ricadere la colpa. I sommi sacerdoti intanto sono preoccupati che i discepoli rubino il corpo e proclamino la resurrezione: "C'è mai stata rivoluzione più grande di questa nella storia?", si chiedono. Anch'essi vedono in questa eventualità non la possibilità della salvezza, ma solo la perdita del loro potere.


Mentre Valeriano rievoca la notte del Natale di Gesù a cui aveva assistito da soldato semplice, il Corpo viene tumulato e restano a sorvegliarlo alcune guardie (interpretate tra gli altri da Pino Quartullo, Ricky Tognazzi e Ninì Salerno). I sacerdoti rinchiudono in cella Giuseppe D'Arimatea per timore che trafughi la salma, ma Cristo risorge e un angelo annuncia l'evento alle guardie che si sono viste rotolare la pietra sotto gli occhi. Pilato va su tutte le furie, vuole la testa di D'Ariamtea, ma ancora non sa che Giuseppe è in prigione. Anzi era, perché è misteriosamente sparito, senza che i sigilli sulla porta fossero infranti. Gesù appare ai discepoli di Emmaus, mentre anche le guardie cominciano a credere in lui. Giuseppe intanto arriva nella casa di Pilato che vuole arrestarlo, ma riesce a fuggire. Di notte poi, uscito con le guardie che avevano assistito alla resurrezione, allo stesso Pilato appare un angelo: ma lui, a differenza dei suoi compagni, non riesce a vederlo. Ritorna a casa ma non trova né Claudia né Valeriano, fuggiti per incontrare Cristo prima della sua salita al cielo. Anche lui allora decide di recarsi in Galilea, facendo tappa alla corte di Erode (Flavio Bucci) che, a sua volta come il collega governatore, viene accusato della decollazione del Battista. Tornato nel deserto Pilato vede Cristo salire al cielo, e subito dopo gli appare ancora l'angelo. Questa volta risponde alle sue parole e deve confessare che ha sempre visto l'angelo. Ma ancora non crede. La libertà dell'uomo, posta di fronte a miracoli, può essere ancora capace di dire di no, può negare, può fare finta di niente. Ed è lo stesso Cristo che vuole che siamo noi a convertirci, non si vuole imporre, ma rispetta fino in fondo la nostra umanità, cioè la nostra libertà.
Di ritorno a Gerusalemme, Pilato trova tutta la popolazione giudea massacrata per ordine di Tiberio, poiché, come gli dice una guardia, "Hanno costretto Ponzio Pilato ad uccidere un Dio di nome Gesù". Arrestato, viene rinchiuso nella stessa cella in cui sconta la sua nuova pena Barabba, il quale gli consegna la "Veronica", la vera - icona su cui è rimasto impresso il volto di Gesù quando Barabba stesso la usò per asciugarGli il viso sulla via del calvario. Qui scopre che Tiberio (Mario Scaccia), malato di lebbra, era venuto a Gerusalemme per cercare quel Gesù che aveva sentito guarire i malati e a cui voleva rivolgersi, ma, trovatolo morto crocefisso, decide di punire i suoi assassini, cioè il popolo ebraico. Con il panno Pilato viene convocato da Tiberio: alla sua entrata le insegne delle due schiere di soldati si chinano come avevano fatto con Gesù. Pilato comincia a capire. Pilato ora, pur non riconoscendo diventa strumento di Cristo. Diventa strumento inconsapevole, senza volerlo: a questo ora deve rispondere, da questo ora la sua libertà è provocata a decidere. Srotola il panno davanti al volto di Tiberio e questi guarisce. Allora Pilato capisce chi era Gesù e chiede che sia esaudito un suo desiderio in cambio. Arrivano anche Claudia e Valeriano: vedono e comprendono che ora anche Pilato ha capito e può credere. Può, perché sta ancora a lui, alla sua libertà decidere.
Pilato chiede, come desiderio, di essere ucciso, di morire con l'accusa di essere l'uccisore del Cristo, visto che sangue chiama sangue e che la colpa deve ricadere su qualcuno; così facendo scagiona così il popolo ebraico dall'accusa di deicidio. Claudia gli fa notare che in questo modo a proclamato il Signore, ma, giunto al momento supremo, al momento in cui tutto ti dice dove si trova la verità, l'uomo può ancora dire di no. E così fa Pilato, adducendo scuse, dicendo di non essere capace di morire in altro modo. Ecco, quando anche lui stesso è divenuto strumento di Cristo per salvare Tiberio, resta, fino all'ultimo, libero. Libero di scegliere se aderire a chi è la fonte della vita, oppure aderire solo a se stesso, ovvero alla sua finitezza, alla sua morte. Sceglie di morire da romano, con un obolo in bocca come facevano gli antichi, una moneta da offrire a Caronte per potere attraversare lo Stige sulla sua barca.

Post Scriptum:
"Colui che ci ha creati senza di noi, non ci salverà senza di noi”.