Creazione ed evoluzione

«Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione» (Benedetto XVI, 24-4-2005)
Autore:
Oliosi, Gino
Fonte:
CulturaCattolica.it
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«La risurrezione di Cristo (…), se possiamo una volta usare il linguaggio della teoria dell’evoluzione, è la più grande “mutazione”, il salto assolutamente più decisivo verso una dimensione totalmente nuova, che nella lunga storia della vita e dei suoi sviluppi mai si sia avuta: un salto in un ordine completamente nuovo, che riguarda noi e concerne tutta la storia.
E’ un salto di qualità nella storia dell’“evoluzione” e della vita in genere verso una nuova vita futura, verso un mondo nuovo che, partendo da Cristo, già penetra continuamente in questo mondo, lo trasforma e lo attira a sé» [Omelia della veglia pasquale, 15.4.2006].
«La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, un “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazaret, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo: per questo la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio fino alla fine dei tempi. Si tratta di un grande mistero certamente, il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza» [Benedetto XVI, Convegno Ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006].

Il card. Schonborn nella prolusione del dies academicus dello Studium generale Marcianum (Venezia 18.4.2007), già più volte intervenuto nel dibattito su creazione ed evoluzione,critico verso le componenti ideologiche del darwinismo, ha affermato: “La possibilità che il Creatore si serva anche degli strumenti dell’evoluzione è accettabile per la fede cattolica. La questione è piuttosto se l’evoluzionismo (come visione del mondo) sia conciliabile con la fede in un Creatore”.
Oggi la questione se dobbiamo la nascita dell’universo, e in esso della nostra terra e su di essa degli uomini, al “cieco destino” o a un” progetto saggissimo e buono” eccita gli animi di molti nel mondo, poiché ne va delle domande che ogni essere umano, ogni cuore prima o poi si pone perché sono originariamente in ogni io: “Da dove veniamo? Dove andiamo? Qual è il senso di ogni vita?”.
Isaac Newton nel 1686 s’infervora contro l’allora imperante deismo, da cui è derivato l’ateismo (Dio non c’entra con la storia), il secolarismo attuale ossia la riduzione dell’operato divino a una attività da architetto dell’universo, da “orologiaio”, temporalmente collocato all’inizio.
Oggi c’è una semplificazione pericolosa cioè ridurre tutto a un conflitto fra evoluzionisti e creazionisti. “La posizione “creazionista” si basa - osserva il cardinale - su una interpretazione della Bibbia che la Chiesa cattolica non condivide: La prima pagina della Scrittura non è un trattato cosmologico sull’origine del mondo in sei giorni…la possibilità che il Creatore si serva anche degli strumenti dell’evoluzione è accettabile per la fede cattolica. La questione è piuttosto se l’evoluzionismo (come visione del mondo) sia conciliabile con la fede in un Creatore. Tale questione presuppone a sua volta che si differenzi fra la teoria scientifica dell’evoluzione e le sue interpretazioni ideologiche o filosofiche. Ciò comporta dal canto suo che si addivenga a un chiarimento dei presupposti filosofici, di pensiero, dell’intero dibattito sull’evoluzione”.
Darwin era “ossessionato” dall’idea di farne una spiegazione scientifica plausibile sull’origine delle specie che potesse interamente fare a meno dell’atto separato, trascendente, intelligente, libero, finalizzato della creazione divina. La sua “teoria della discendenza”, che soltanto in seguito fu chiamata “teoria dell’evoluzione”, era una lunga argomentazione a favore di una spiegazione “intramondana” ossia puramente materiale, meccanica, dell’“origine delle specie”. Laddove Newton affermava ancora che dalla cieca necessità non poteva generarsi alcun mutamento e quindi alcuna varietà delle cose, poiché ciò sarebbe possibile soltanto a partire dall’idea e dalla volontà divine, in Darwin valeva il contrario: l’intera varietà delle specie avrebbe origine nelle mutazioni casuali cioè senza una ragione e senza una finalità. Il che non renderebbe necessario alcun intervento separato cioè trascendente, libero, intelligente, finalizzatore del creatore.
Darwin ideologicamente con la sua teoria puntava a favorire la vittoria scientifica del materialismo: non a caso Karl Marx e Friedrich Engels hanno salutato la teoria darwiniana come il fondamento scientifico del loro sistema ateo, materialista.
Questa componente ideologica della teoria darwiniana, fatta propria non sol dal marxismo ma anche da liberalismo fondamentalista, oggi imperante, con la radicale riduzione dell’uomo a semplice prodotto della natura, non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale (un autentico capovolgimento di questa cultura individualista), è la causa principale del fatto che sino ad oggi dell’evoluzione e della creazione si continui a discutere con altrettanta intensità e passione che in passato.
Culturalmente urge separare, nella teoria di Darwin (e nei suoi sviluppi successivi) dove opera realmente la scienza e dove invece si tratta di elementi ideologici, legati a una certa visione del mondo ed estranei alla scienza. E deve essere consentito nella scuola esercitare critiche obiettive agli aspetti ideologici del darwinismo senza consentire che debba essere vietato (così come afferma il dibattito negli Stati Uniti) di porre la questione di Dio nell’insegnamento scolastico.
Ragione e fede cattolica affermano, insieme alla Bibbia dell’Antica e Nuova Alleanza, che la ragione può conoscere con certezza, benché non senza fatica come tutto il pensare, l’esistenza del Creatore in virtù delle sue tracce, come per esempio il principio di responsabilità. Non ha senso parlare di etica e di responsabilità se non esistono lo spirito, l’anima, la ragione e il libero arbitrio.
Darwin, in maniera “antropomorfica”, parla della “natura” che ha fatto le cose in un certo qual modo, le ha originate, come se fosse un oggetto dotato di spirito, di intelligenza, di volontà, che si pone esso stesso dei fini e che opera mirando al loro raggiungimento. Le cose naturali corporee, dice san Tommaso, che di per sé non hanno conoscenza, agiscono in maniera finalizzata, come possiamo vedere, per raggiungere ciò che è bene per loro: esse conseguono il loro fine non per caso cioè senza una ragione, ma intenzionalmente. Ma non lo raggiungono dal proprio interno, bensì da quello di un ente conoscente, che dirige verso il fine come un arciere la freccia. Questo ente conoscente, volente, libero che dirige le cose materiali verso il loro fine, lo chiamiamo Dio (Summa teologica I, q.2, a. 3).
E per il dolore? Che fine? Abbiamo un’unica risposta, quella scritta da Dio stesso, direttamente. Il Logos attraverso il quale e nel quale tutto è creato, è divenuto carne, unendosi in qualche modo ad ogni uomo e con esso l’intera storia dell’universo, l’evoluzione, con i suoi lati grandiosi o orribili. Si è assunto su di sé l’intera negatività del dolore, della distruzione e soprattutto del male morale. Per quanto importante la filosofia della natura cioè l’ala della ragione, l’ala della fede nel Logos della Croce che è porta della risurrezione è l’ultima saggezza divina.
Se la risurrezione di Cristo è “la più grande mutazione”, “l’esplosione dell’amore” che sciolse l’intreccio fino ad allora indissociabili del “muori e divieni”, allora anche noi possiamo dire: questo è il traguardo “dell’evoluzione”.
A partire dalla sua fine, dal suo completamento - ha concluso il cardinale -, si evidenzia il suo senso. Se nelle sue singole fasi può forse apparire priva di fine e di orientamento, dalla Pasqua in poi quella lunga strada ha trovato un senso. Non “la strada della meta”, ma la risurrezione è il senso della strada”, della creazione.