Il «Raggio»: metodo originale dell’incontro

Così don Giussani ricorda l'esperienza del «raggio»:
«Il “raggio”, che era il raduno settimanale a cui la comunità d’Istituto invitava tutti i compagni, fu la prima cellula dell’organismo che si è sviluppato. Padre Cocagnac, allora direttore dell’autorevole “ Vie spirituelle” ebbe a dire, di passaggio a Milano, di non aver veduto nulla di simile in tutta Europa, in quanto a novità d’impostazione ed efficacia educativa. La caratteristica fondamentale del “raggio” consisteva nel paragone che i ragazzi erano invitati a compiere tra il tema riportato dall’ordine del giorno, che poteva esser tratto da vicende emerse a scuola, o sui giornali, o riguardare passaggi esistenziali fondamentali per la loro età, e la propria esperienza vissuta. I problemi venivano dunque affrontati non sulla base di una dialettica teorica e astratta, ma facendo emergere i criteri e gli ideali già verificati in un’esperienza. Veniva così corretta qualsiasi fuga sentimentale e la identificazione della religiosità della vita in un discorso.» [Il cammino al vero è una esperienza, pp. X-XI]
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Il Raggio (I parte)

1. La vita si esprime attraverso le manifestazioni. Dalle reazioni e dalle azioni che una realtà compie, se ne riconosce la natura. Ciò è vero soprattutto per ogni realtà che abbia dentro uno spirito, una vita. Anche per l’animale e la pianta: «dal frutto riconoscerete l’albero»; ma ciò è vero soprattutto per l’uomo. Una vita che non si manifesti è vuota, arida; d’altra parte si riconosce una personalità intensa attraverso le sue parole, i suoi gesti, il suo atteggiamento.
Anche la natura, il volto, il valore della nostra comunità diventa richiamo agli altri e strada alla convinzione per noi attraverso delle manifestazioni.

2. La Comunità cristiana, però, non si identifica con nessuna delle sue manifestazioni. La comunità di G.S. non si identifica con il raggio, con le gite, con le varie iniziative, e nemmeno con le uscite a Varigotti. Dobbiamo stare bene attenti a non confondere le singole manifestazioni di una realtà con il valore che sta sotto quella realtà, e dal quale le manifestazioni sgorgano e si originano.

Il valore della nostra comunità sta nello spirito che la anima tutta, nella partecipazione ch’essa realizza alla vita della Chiesa. Per quanto possano essere manchevoli le singole manifestazioni della comunità cristiana, è incorruttibile il valore che la fa vivere e andare avanti come un fiume irrefrenabile: «Le porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa». Mt. XVI, 18.
Non tenere conto di questa fondamentale verità spesso vuol dire incorrere in grossolani errori di superficialità. C’è gente, ad esempio, che viene ad una nostra iniziativa un paio di volte, non la trova di suo gusto, e se ne va, credendo di poter rifiutare in blocco il valore della nostra comunità, mentre in realtà non ne ha intravisto nulla. Sarebbe come pretendere di giudicare una frase dopo averne sentita una sola parola, staccata dal contesto.
Ci può essere, in chi viene, una diffidenza e malevolenza cui una traduzione non intensa, per esempio, del raggio, dà soltanto il pretesto per andarsene. Per questo dobbiamo stare bene attenti a dare il minor spunto possibile a questo farisaismo e a questa parzialità la cui tentazione è in agguato in ognuno di noi.

1. La prima espressione della nostra comunità.

Dei valori che non abbiano, in qualche modo, espressione sensibile, non sono veri, per noi; l’uomo è fatto di anima e di corpo e lo spirito avrà sempre un riferimento essenziale al corpo.
Il Cristianesimo è quindi vissuto come comunità solo se ci educhiamo ad esprimere questo sensibilmente. La Chiesa insiste su ciò e per l’ispirazione che le dà Dio e per l’esperienza di duemila anni.
Se fossi ateo e volessi prendere coscienza di quel che è la religione cristiana per poter giudicarla con onestà e sincero spirito critico, dovrei partecipare anche alle espressioni sensibili ed esteriori del Cristianesimo, perché esso è una realtà visibile, come una società umana.
Per questo, nell’ambito della nostra comunità, la prima espressione di un tentativo di ricerca o di verifica del Cristianesimo, è il raggio. Il nome è forse poco felice, ma la prima necessità della nostra libertà è di non essere schiavi delle parole.

2. Che cosa è il «raggio».

1. Il raggio come riunione

Il raggio è per sua natura una riunione. Ciò esige una nostra iniziativa personale. Partecipare al raggio deve essere il meno possibile un essere trascinati: ogni riunione deve essere ogni volta una decisione nostra.

2. Il raggio come iniziale ricerca

Il motivo di questa decisione può avere sostanza e sfumature diverse, però v’è un fattore potente che le accomuna tutte: è la volontà di incominciare o di rincominciare a verificare la validità del Cristianesimo, della realtà cristiana.

Lo scopo del raggio non è favorire una discussione democratica, né far propaganda di qualcosa che ci interessa, ma è la volontà di ricerca del valore del Cristianesimo. E’ inutile partecipare al raggio se non si condivide questo scopo di ricerca. Non si può venire e pretendere di introdurre propri criteri e proprie idee, approfittando della riunione. Chi partecipa al raggio deve aderire al suo scopo e partecipare alla ricerca comune. E’ questione di elementare discrezione e sincerità.

3. Il raggio come testimonianza di vita

In che cosa consiste l’aiuto del raggio per un iniziale tentativo di verifica della validità del Cristianesimo?
Un valore si mostra veramente tale quanto più è capace di rispondere, cioè corrisponde, alle necessità, esigenze, attrattive e direttive della nostra natura d’uomini. Quanto più una direttiva valorizza questa struttura di umanità, tanto più appare vera. Gesù è passato facendo del bene a tutti; il bene è ciò che corrisponde alla nostra natura d’uomini. «Venite a me voi che siete stanchi e distrutti e io vi rinnoverò». Talmente richiamava alla gente il loro senso di uomini, che Lo stavano ad ascoltare per giornate intere. «Questo qui sì che parla con autorità», dicevano di Lui.

E’ per questo che il raggio ogni volta cerca di toccare un aspetto della nostra vita. Su questo interesse umano chiunque intervenga può esprimere ciò che il suo ricordo, la sua riflessione personale o la sua convinzione sincera gli detta.
Insistiamo sul fatto che il raggio non è una discussione astratta, ma è il mettersi di fronte a ciò che la vita cristiana può produrre; è il cercar di verificare se l’impegno con la realtà cristiana abbia risposto o no ai vari interessi di cui la vita è fatta.

Quanto più noi siamo messi di fronte a fatti e persone, che per impegno con la realtà cristiana si sono sentiti chiarire e giustificare le proprie esigenze umane, tanto più siamo spinti a considerare il valore del Cristianesimo nella sua completezza. Attraverso l’impegno nel raggio ci rendiamo conto che il Cristianesimo muta l’uomo di oggi – come quello di ieri; che riscopre in noi una semplicità di forze, che ci afferra con una attività e una speranza prima ignorate, che ci butta verso gli altri con una prospettiva positiva che nessun altro dà.
Il raggio è quindi una riunione con un preciso scopo, e avviene come una partecipazione a testimonianza di vita.
3. Atteggiamenti diversi nel partecipare al raggio.

Si potrebbero così esemplificare gli atteggiamenti di chi partecipa al raggio:

1. Chi viene per curiosità.

Alcuni vengono al raggio spinti solo da un atteggiamento di curiosità: «vado a vedere cos’è». E ci rimangono come spettatori o critici. Un atteggiamento che non sia semplice, pronto ad aderire e a partecipare a ciò che è sentito come vero, ti rende estraneo al dramma della vita e alle vicende della storia. Dio si è incarnato e tu te ne resti lì con un atteggiamento che nessuna rivelazione potrebbe travolgere e nessuna testimonianza potrebbe commuovere.

2. Chi viene per propaganda o polemica.

Altri, di idee contrarie al Cristianesimo, vengono per confrontare la loro concezione con quella cristiana. La cosa può essere molto utile purché si dica il proprio giudizio sincero e leale e si desideri veramente rendere testimonianza di come la propria idea possa avere qualcosa da dire sul tema.
Non è invece giusto prendere il raggio come pretesto per fare propaganda o polemica.

3. Chi viene per approfondire premesse cristiane.

La maggior parte viene al raggio per prendere coscienza della tradizione che, in un modo o nell’altro, ha influito sulla sua educazione. Naturalmente gli atteggiamenti e gli stati d’animo di chi vuole approfondire il Cristianesimo hanno sfumature e gradazioni diversissime. Questi atteggiamenti sono costruttivi quanto più è presente almeno un minimo di desiderio di impegno per raggiungere qualcosa di chiaro e di positivo.

4. La «sintesi».

La testimonianza data dallo sforzo comunitario nel raggio rimarrebbe dissociata se non si desse una possibilità di chiara conclusione. Proprio per questo, la persona più responsabile fa la sintesi alla fine della riunione.
La sintesi è la proposta, il punto di vista cristiano sul tema, così come è emerso dalla testimonianza di coloro che sono intervenuti. Essa si preoccupa di riprendere gli interventi per quanto possibile, almeno negli spunti che essi offrono, e li unifica dal punto di vista di una coscienza cristiana matura. Si potrebbe dire che è la risposta cristiana al tema così come si è manifestato e documentato nelle espressioni degli intervenuti.
Se non ci fosse alla fine questa puntualizzazione, questa idea precisa che unifica gli interventi, non si sarebbe aiutati a capire con esattezza e sicurezza quello che il Cristianesimo risponde circa il problema considerato.


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Il Raggio. II parte.

Premessa.
La volta scorsa abbiamo descritto il raggio nella sua struttura esteriore; oggi sottolineeremo la sua struttura come impegno interiore nostro.
Non sarà inutile richiamare la necessità di tenere ben presente qual è lo scopo del raggio: iniziare o riprendere in comune un impegno di consapevolezza con la tradizione cristiana. Chi viene sa chiaramente che il raggio nasce esclusivamente dalla volontà e dal desiderio di conoscere e di vivere il Cristianesimo. Perciò, il criterio per mantenere vivo il raggio e impedire che diventi una formulazione di pensieri smorta, o che decada in atteggiamenti conformisti, o che si esaurisca in una partigianeria, è il riportarsi continuamente al suo scopo. La morte dei valori avviene quando essi diventano formule, frasi e basta. Noi dobbiamo avere innanzitutto il desiderio di essere autentici, e per esserlo dobbiamo tener presente lo scopo del raggio, ogni volta come se fosse la prima.
Si può dire di uno che è chiuso perché persegue un certo scopo? Quando sarà il tempo, farà anche il resto: ogni atteggiamento umano è il risultato di una scelta, e non si può fare tutto nello stesso momento. Questa chiarezza di scopo non è affatto «chiusura», ma condizione per una vera apertura d’animo. Ciò che aiuta di più la libertà non è affatto una molteplicità di direzioni, ma proprio l’assenza di equivoco nello scopo.
Vediamo ora quegli atteggiamenti che occorrono per una partecipazione interiore ed autentica al raggio.

1. Ricerca personale.

Il raggio è uno sforzo tuo, una tua ricerca personale. Quello che conquisti, lo conquisti tu; le scoperte che fai, sono tue personali; la grazia è data a te; l’avvenimento succede per te. Bisogna andare al raggio come a una iniziativa propria e ad un proprio interesse. Qual è la condizione perché il raggio sia personale ricerca? E’ l’atteggiamento meditativo, senza il quale tutto ti passa davanti come acqua su un vetro, oppure ogni partecipazione è un continuo vendersi a delle impressioni.
Se uno non medita sulla propria esperienza e su ciò che in essa intravede di significativo «è simile ad un uomo che considera il nativo suo volto in uno specchio e, appena s’è mirato, se ne va e dimentica subito qual fosse» (Lettera di S. Giacomo, 1, 23-24). Occorre educarci alla meditazione. C’è un mezzo innanzitutto che proponiamo perché dissodiate il terreno della vostra coscienza, ed è il foglio dell’ordine del giorno. Il raggio sarà inutile se tu distribuisci questo foglio senza amore e attenzione, o se lo ricevi con indifferenza, leggendolo a mala pena. Tenetelo sullo scrittoio: prima di addormentarvi, o prima di mettervi a studiare leggetelo con attenzione, tre o quattro minuti ogni giorno, e paragonate ciò che vi è scritto con quello che la vostra pur breve esperienza di vita vi dice su quel problema.
E’ inutile cercar di svolgere quasi un tema, o di comporre una lezione sull’argomento proposto. Occorre invece abituarsi a paragonare l’ordine del giorno con la propria realtà, con le proprie impressioni e interrogativi. Innanzitutto dobbiamo abituarci a una sincerità e ad una autenticità con noi stessi. Il modo di liberarci dalla schiavitù di ripetere le cose solo perché sono state dette dagli altri è guardare in noi, educandoci a paragonare tutto con quelle esigenze originali che costituiscono le leggi naturali della nostra coscienza.
Solo in secondo luogo viene la preoccupazione di esprimere ciò che di più importante è emerso da questa meditazione personale, e allora si può anche scrivere quello che si vuol comunicare sforzandosi di essere precisi e chiari.

2. Paragone comune.

Quello spirito meditativo vi farà venire al raggio con una curiosità giusta, cioè con desiderio di vero, con sete di sapere. Vi troverete al raggio con un’attenzione religiosa istintiva, con l’animo tutto aperto ad ascoltare. Anche la meditazione è un ascoltare: ascoltare ciò che Dio attraverso la realtà ci dice, ascoltare ciò che è accaduto in noi, ed è questo unicamente che ci dispone, carichi di desiderio, ad ascoltare anche la testimonianza degli altri.
Ma per un paragone comune non basta ascoltare chi parla. Occorre anche sforzarsi di comunicare quello che di più importante ed utile è apparso in noi durante la settimana. Pure questo comunicare deve essere un gesto religioso, come testimonianza agli altri di quello che Dio ha fatto in noi. Noi tutti siamo maturati per le testimonianze che abbiamo sentite: è attraverso ad esse che Dio ci fa camminare. Per questo la testimonianza deve essere offerta con umiltà profonda, col desiderio che gli altri capiscano ciò che ha aiutato te, o ciò che anche tu soffri di dubbio e di difficoltà. L’intervento al raggio può essere semplicemente l’espressione della propria ricerca e del proprio impegno, anche se ancora non si è raggiunta una certezza o una speranza. Cercando di comunicare con umiltà e sincerità religiosa, ci accorgeremo di esprimere cose che vengono, più che dai nostri pensieri, da un Altro che davvero ci parla attraverso tutto.
Osservazione importante: la difficoltà più grossa che troviamo nell’ascoltare gli altri o nel parlare è il modo della espressione. Spesso si ha paura e non si sa quali parole usare: ma è una paura ingiustificata, perché nessuno è lì per giudicare la nostra eloquenza. C’è gente che si esprime male, eppure ci ha dato grandissime testimonianze. Una norma generale è di essere brevi: non dovete dire tutto quello che pensate su un dato argomento, ma dire la cosa che vedete o sentite meglio; così vi sarà più facile essere autentici. Può anche essere difficile accettare serenamente il modo di esprimersi di chi parla: bloccarci su questa difficoltà può farci perdere il valore che anche una frase maldestra o irritante può contenere. «...Nella sua sapienza piacque a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (I Cor. 1, 21). A volte Dio ci lascia tutti aridi e ci dà il peso e l’umiliazione di un raggio «andato male», ma bisogna saper continuare in uno sforzo di autenticità: le belle frasi o la facile critica non servono a nessuno.
Dal momento che siamo uomini e non angeli, è importante sottolineare come la riuscita del raggio dipende anche dall’atteggiamento esteriore delle persone che vi partecipano: per questo insistiamo sempre – con discrezione – sul silenzio e sullo sforzo di non disturbare in nessun modo il raccoglimento di chi parla e di chi ascolta.

3. Indirizzo preciso.

Il criterio con cui ti devi preparare e intervenire al raggio, anche se tu fossi ateo, è il paragonarti con la proposta cristiana. Il raggio è esclusivamente un luogo di iniziale verifica del Cristianesimo, perciò il tuo prepararti, ascoltare, dire, deve essere fatto dal punto di vista cristiano o in confronto sincero col punto di vista cristiano. Come abbiamo già detto, per partecipare al raggio occorre aderire al suo scopo. Il che – ripetiamolo – non vuol dire affatto chiudersi. Anche un ateo, in quanto uomo autentico, non può non essere alla ricerca del significato ultimo delle cose: in ciò ci si unisce a tutti. Per questo la struttura del raggio è apertissima: chiunque può venire e partecipare a una testimonianza di vita. Venire a sentire certezze vissute, testimonianze di speranza autentica, non è necessariamente un venire per farsi convincere: si viene innanzitutto per essere aiutati a cercare. Testimonianze così precise sono un conforto e una profezia: come loro hanno trovato, così potrai trovare anche tu. Ciò per cui Dio ci fa, in un modo o nell’altro ce lo darà. «Andrò sulla strada che tanti altri hanno percorso - Attraverso la fede e il dubbio, la Tua parola mi ha guidata» («J’irai», canzone di Adriana Mascagni).

Questa parola di Dio non la troviamo tanto nei nostri arzigogoli, quanto in una realtà obbiettiva: la grande comunità della Chiesa, che ti è apparsa attraverso questa breve e provvisoria nostra comunità. Questa comunità è come una parola concreta che ti guiderà anche se sei pieno di dubbio.
Attraverso la sintesi, il raggio esprime alla fine questa certezza di soluzione, ed è per te che cerchi una profezia e una speranza.