2024 01 31 Turchia - Haiti - India - Iraq: non c'è pace per i cristiani

TURCHIA - Istanbul, attacco a una chiesa durante la Messa: un morto
HAITI - Liberate le religiose rapite il 19 gennaio
INDIA - Modi inaugura il tempio, i fondamentalisti indù piantano la bandiera sulle chiese - Madhya Pradesh: ancora accuse (false) contro le istituzioni educative cristiane
IRAQ - Card. Sako: una ‘unità di crisi’ contro l’esodo cristiani iracheni e la divisione fra Chiese
Fonte:
CulturaCattolica.it
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TURCHIA - Istanbul, attacco a una chiesa durante la Messa: un morto

Colpita la comunità cattolica di Santa Maria nel quartiere di Sariyer. Due uomini con il volto coperto hanno aperto il fuoco contro i fedeli uccidendo una persona. A dicembre le autorità turche avevano arrestato una cellula dell’Isis che progettava attacchi contro chiese e sinagoghe.

Una persona è rimasta uccisa durante un attacco che ha colpito a Istanbul la parrocchia di Santa Maria, retta dai frati francescani, mentre era in corso la celebrazione dell’Eucaristia. L’attacco contro la chiesa – che si trova nel distretto di Sariyer, affacciato sul Bosforo - è avvenuto intorno alle 11,40. A rimanere ucciso è stato un uomo di nome Tuncer Cihan, che partecipava alla funzione. Parlando con l’agenzia Associated Press, il nipote della vittima ha sottolineato come l’obiettivo degli attentatori fosse la chiesa e non suo zio. “Era un disabile mentale che non aveva legami con la politica o con organizzazioni criminali. Era stato invitato alla celebrazione ed è stato vittima del destino”, ha detto Cagin Cihan.

I filmati di sicurezza hanno mostrato una coppia di uomini che indossavano passamontagna neri entrare in chiesa al momento dell’attacco. Secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine turche circa 40 persone erano presenti alla celebrazione delle Messa. Alcune fonti parlano di persone ferite, ma al momento non sono chiare le loro condizioni.

A dicembre, le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 sospetti per presunti legami con lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (ISIL). In quell’occasione gli investigatori avevano sostenuto che stessero progettando attacchi contro chiese e sinagoghe e contro l’ambasciata irachena. Il precedente più sanguinoso di un attentato firmato dall’Isis a Istanbul fu l’attacco compiuto la notte di Capodanno del 2017 contro un locale notturno del quartiere Besiktas, dove centinaia di persone stavano festeggiando il nuovo anno. Ben 39 persone rimasero uccise e altre 69 ferite. Istanbul (AsiaNews28/01/2024)

HAITI - Liberate le religiose rapite il 19 gennaio

Sono libere le sei suore della Congrégation des Sœurs de Sainte-Anne, rapite il 19 gennaio (vedi Fides 22/1/2024). Insieme a loro sono state rilasciate le altre due persone che erano stata catturate, l’autista del pulmino sul quale le religiose viaggiavano al momento del sequestro, e la nipote di una delle suore.
“L’arcidiocesi di Port-au-Prince rende grazie al Signore per la liberazione delle sei suore e di altre persone che erano state rapite con loro il 19 gennaio” afferma una nota dell’arcidiocesi
Le circostanze del rilascio non sono note.
La situazione della sicurezza nel Paese caraibico preoccupa le Nazioni Unite che in un rapporto presentato dal Segretario generale Antonio Guterres ha denunciato l’escalation di violenza tra bande ad Haiti (vedi Fides 24/1/2024). La proposta dell’ONU di inviare una missione di sicurezza a guida keniana in base una risoluzione del Consiglio di Sicurezza adottata a ottobre, ha però ricevuto un duro colpo con la sentenza dell’Alta Corte di Nairobi che ha dichiarato incostituzionale il dispiegamento di poliziotti keniani ad Haiti.
La sentenza emessa oggi, 26 gennaio dal giudice dell’Alta Corte Chacha Mwita, afferma che il Consiglio di sicurezza nazionale del Kenya non ha il potere di schierare la polizia al di fuori dei confini nazionali, a differenza dei militari dell’esercito.
L’ONU ha però chiesto dei poliziotti, ritenuti più adatti, ad affrontare le circa 300 bande criminali che si contendono il controllo del Paese. (L.M.) (Agenzia Fides 26/1/2024)

INDIA - Modi inaugura il tempio, i fondamentalisti indù piantano la bandiera sulle chiese
A Jhabua in Madhya Pradesh le celebrazioni per il nuovo Ram Mandir di Ayodhya sono diventate una nuova occasione per intimidazioni ai cristiani. La polizia non raccoglie le denunce citando “pressioni dall’alto”. La diocesi locale chiede protezione.

Una bandiera color zafferano sul tetto di una chiesa per “celebrare” l’inaugurazione del Ram Mandir, il grande tempio simbolo del nazionalismo indù. Proprio alla vigilia della fastosa celebrazione presieduta ad Ayodhtya nell’Uttar Pradesh dal premier Narendra Modi, a centinaia di chilometri di distanza nel distretto di Jhabua, nello Stato del Madhya Pradesh domenica 21 gennaio un nutrito gruppo di fondamentalisti indù ha preso di mira alcune chiese cristiane, inneggiando a Ram, la divinità indù a cui il nuovo tempio è dedicato.

Virali sono diventate in rete le immagini di un uomo che si arrampica sul tetto della chiesa evangelica di Matasula, un villaggio a maggioranza tribale, per piazzare la bandiera simbolo dei nazionalisti indù sopra alla croce. “È successo intorno alle 16 – racconta il pastore Kidar Singh che guida una comunità affiliata alla Church of South India -. Erano oltre 50 e volevano installare bandiere color zafferano sulla mia casa e sulla cima della chiesa. Hanno minacciato di far demolire la chiesa con la falsa accusa di conversione illegale”. Scene simili si sono ripetute anche in altri tre villaggi della zona. Tutto questo nonostante in Madhya Pradesh molti esponenti di altre religioni abbiano espresso messaggi di felicitazioni per l’inaugurazione del Tempio. Anche il vescovo cattolico di Jhabua, mons. Peter Kharadi, ha espresso congratulazioni e auguri “a nome dell’intera comunità cristiana cattolica”.

Il vescovo pentecostale Paul Muniya, delle chiese Shalom a cui appartengono le altre tre sale di preghiera dei villaggi dove sono state issate le bandiere, ha dichiarato ad AsiaNews che la polizia ha cercato di convincerli a non sporgere denuncia. “Ci hanno consigliato di gestire la situazione con amore, come insegna la nostra religione - ha raccontato -. Hanno assicurato che interverranno se un simile incidente si ripeterà, ma per ora non faranno nulla perché hanno detto che c’è molta pressione dall’alto”.

P. Rockey Shah, della diocesi cattolica di Jhabua, ha dichiarato ad AsiaNews: “Abbiamo incontrato il sovrintendente della polizia e ha parlato di mantenere la pace. La Chiesa ha in programma due importanti eventi nel fine settimana per i quali abbiamo chiesto di rafforzare la nostra sicurezza. Il 26 gennaio, tutte le nostre istituzioni educative cristiane celebrano in grande stile la Festa della Repubblica indiana e il 27 gennaio ci sarà l’ordinazione episcopale del vescovo di Jhabua”.
(di Nirmala Carvalho AsiaNews24/01/2024)

INDIA - Madhya Pradesh: ancora accuse (false) contro le istituzioni educative cristiane
Il presidente della Commissione nazionale per la protezione dei diritti dell’infanzia, Priyank Kanoongo, aveva denunciato la scomparsa di 26 ragazze da una struttura gestita dai carmelitani, ma le indagini della polizia hanno rivelato che le minori si trovavano a casa con le loro famiglie per le vacanze di Natale.

Ancora una volta il presidente della Commissione nazionale per la protezione dei diritti dell’infanzia (NCPCR), Priyank Kanoongo, si è scagliato contro le istituzioni cattoliche del Madhya Pradesh, dicendo che 26 ragazze ospitate dai carmelitani erano scomparse. In realtà si trovavano al sicuro con le loro famiglie per le vacanze di Natale.

Il 4 gennaio Kanoongo aveva fatto una visita a sorpresa all’Aanchal Girls’ Hostel, una residenza per ragazze gestita dalla congregazione dei carmelitani della Beata Vergine Maria Immacolata che si trova nel villaggio di Tara Sevania, vicino a Parwalia, una periferia del capoluogo Bhopal. Si tratta di un’attività che Kanoongo ha ripetuto anche in passato, seguendo sempre lo stesso schema.
Controllando i registri, il presidente della Commissione aveva notato che 26 ragazze su 68 mancavano all’appello quel giorno e aveva accusato sui social un missionario di gestire l’istituzione senza licenza e di convertire forzatamente le minorenni. “La maggior parte delle ragazze di età compresa tra 6 e 18 sono indù. Dopo molte difficoltà, la polizia ha registrato un primo rapporto informativo”, ha scritto Kanoongo, riferendosi alla denuncia presentata alla polizia e che ha portato all’arresto di uno dei sacerdoti, p. Anil, trattenuto in custodia giudiziaria.

In realtà le indagini condotte poi dalla polizia hanno rivelato che le 26 ragazze erano al sicuro a casa con le loro famiglie, dalle quali erano tornate liberamente in occasione delle vacanze natalizie. Il 6 gennaio p. Johnshibu Pallipatt ha rilasciato una dichiarazione chiarendo che Aanchal non è una casa rifugio per bambini, come riportato da alcuni media, ma una residenza per ragazze, regolarmente registrata sul portale del governo locale come tale. Le 26 ragazze mancanti all’appello avevano preso la decisione di tornare dai genitori “in libera volontà e senza alcun tipo di forzatura o costrizione”, ha aggiunto il sacerdote, spiegando che la polizia ha fatto le dovute verifiche recandosi alle abitazioni di tutte le ragazze.

La residenza dal 2020 ospita 68 minorenni provenienti da altri Stati indiani, come il Chhattisgarh, il Jharkhand, il Gujarat e il Rajasthan. La polizia sta concludendo le indagini, verificando che non siano stati commessi reati di abuso sui minori o di conversione forzata. Nel frattempo due funzionari del governo locale, responsabili della gestione del progetto, sono stati sospesi.

Questi eventi si traducono in “una costante interruzione della formazione dei bambini”, ha commentato ad AsiaNews mons. Leo Cornelio, arcivescovo emerito di Bhopal. “Ogni minima anomalia e qualunque intricato cavillo legale vengono sempre invocati come motivo per spostare i minori. Questa è molestia, e viene fatta solo perché la gestione è affidata un’istituzione cristiana. Il presidente della NCPCR Kanoongo si scaglia abitualmente contro le istituzioni cristiane”, ha aggiunto l’arcivescovo.

Non è infatti la prima volta che la Commissione nazionale per la protezione dei diritti dell’infanzia indaga sulle strutture educative cristiane: in passato sono state presentate false denunce per tentare di incriminare i religiosi, più volte arrestati a causa delle frequenti accuse, che poi risultano senza nessun tipo di fondamento quando arrivano in tribunale.
(di Nirmala Carvalho AsiaNews08/01/2024)

IRAQ - Card. Sako: una ‘unità di crisi’ contro l’esodo cristiani iracheni e la divisione fra Chiese
Il patriarca caldeo rilancia l’allarme sulla continua emigrazione dei cristiani, molti dei quali appartengono alla fascia produttiva. Nel Paese sono sempre più “marginali” e dal governo non arrivano risposte
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I cristiani iracheni “stanno fuggendo” dal loro Paese e molti fra loro appartengono alla “fascia produttiva” o i settori “più istruiti” della popolazione (anche) a causa delle “divisioni” fra le Chiese, incapaci sinora di attuare politiche e iniziative forti e unitarie per dar loro un futuro. A lanciare il j’accuse è il patriarca di Baghdad dei caldei, il card. Louis Raphael Sako, in un lungo messaggio ai fedeli in Iraq e nel mondo pubblicato sul sito del patriarcato e inviato per conoscenza ad AsiaNews. Dalla sede provvisoria di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove il porporato si è ritirato fino a che non verrà risolta la controversia legata al decreto presidenziale fonte di scontro e ulteriore divisione, egli rinnova l’appello ad un impegno comune ed evoca la creazione di una “unità di crisi”.

In Iraq, osserva il primate caldeo, “non vi è strategia, sicurezza o stabilità economica”, manca la “sovranità” e vi è una “duplice” applicazione dei concetti di democrazia, libertà, costituzione, diritto e cittadinanza da parte di chi dovrebbe essere al servizio del Paese e dei suoi abitanti. In questo modo si sono “indebolite” le istituzioni e si è registrato un “declino” nella morale e nei valori, sono peggiorati i servizi, la sanità e l’istruzione, oltre a una “diffusa corruzione” e una “crescente disoccupazione” sommate ad un analfabetismo di ritorno.

In questo quadro la componente cristiana, già ai margini, è diventata ancora più fragile ed è stata oggetto di rapimenti, uccisioni iniziate nel 2003 con l’invasione Usa e culminate negli anni di dominio dello Stato islamico (Isis), con la grande fuga da Mosul e dalla piana di Ninive. Egli ringrazia il governo regionale del Kurdistan per l’accoglienza e sottolinea una volta di più il grande impegno profuso dalla Chiesa “per la ricostruzione” di case e attività dopo la liberazione. In caso contrario, avverte, avrebbero fatto “la stessa fine dei palestinesi a Gaza” dimenticati ed emarginati, perché il governo centrale a Baghdad “non ha fatto nulla per loro”.

Ciononostante, gli attacchi ai cristiani continuano ancora oggi con la perdita di lavoro, il sequestro di proprietà, conversioni forzate da parte dell’Isis o altri gruppi, islamizzazione di minori, diritti negati. Dietro questa politica, avverte, vi è il tentativo “deliberato” di “cancellare” il loro patrimonio, la storia, il lascito a livello di fede. Un’atmosfera di odio alimentata anche da leader religiosi (musulmani), che vietano gli auguri di Natale ai cristiani, anche se nel Corano Gesù Cristo viene celebrato e onorato. Ma quello che colpisce di più, prosegue, è l’inerzia di governo e magistratura sulla tragedia al matrimonio cristiano a Qaraqosh, nel settembre scorso, con oltre un centinaio di vittime: nulla è stato fatto sinora, le indagini latitano e i responsabili restano impuniti.

L’emergenza è confermata dai numeri, come rivela lo stesso patriarca: negli ultimi 20 anni oltre un milione di cristiani (su un totale di meno di 1,5 milioni) sono fuggiti. Solo nelle ultime settimane “oltre 100 famiglie hanno lasciato Qaraqosh e sono emigrate”, andando ad aggiungersi a “decine di famiglie da altre città” fuggite per il futuro incerto e mesi di stipendi non pagati.

Non solo i partiti, prosegue il porporato, ma persino all’interno della Chiesa vi sono profonde divisioni che rischiano di vanificare le buone relazioni con sunniti e sciiti e “il rispetto reciproco” lascito della visita di papa Francesco in Iraq nel marzo 2021. Ecco perché “i partiti e le Chiese cristiane devono unirsi: senza unità, il Paese sarà svuotato della sua componente indigena” che è anche espressione “massima della sua antica civilizzazione”. Per farlo servono personalità ecclesiastiche autorevole e degne di rispetto, che rappresentano “la speranza della Chiesa: mi riferisco con orgoglio alla maggior parte dei vescovi della Chiesa caldea e ai vescovi Nicodemus Sharaf Dauod per la Chiesa siro-ortodossa, Benedict Younan Hannu per la Chiesa siro-cattolica, Elia Isaac per la Chiesa assira d’Oriente, Ghattas Hazim per la Chiesa greco-ortodossa e Farouk Hammo, capo della Chiesa evangelica”. “Spero che questa squadra - conclude il cardinale - formi con la Chiesa caldea una ‘unità di crisi’ per affrontare le sfide e tutelare i cristiani rimasti”.
(AsiaNews11/01/2024)