2023 11 29 Gli estremisti islamici usano la guerra di Gaza per colpire i cristiani

PAKISTAN - Punjab: un radicale musulmano ha ucciso un 20enne cristiano.
MYANMAR - Il Centro pastorale della Cattedrale di Loikaw colpito e occupato dall’esercito birmano EUROPA - I “crimini d’odio anticristiani” in Europa sono aumentati del 44% nell’ultimo anno CINA - La Cina rimpatria forzatamente i rifugiati nordcoreani, soprattutto cristiani
Fonte:
CulturaCattolica.it
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PAKISTAN - Punjab: un radicale musulmano ha ucciso un 20enne cristiano.
Gli estremisti islamici usano la guerra di Gaza per colpire i cristiani

Alla base dell’attacco presunti post sui social da parte del giovane a sostegno dello Stato ebraico nella guerra a Gaza. Un movente analogo aveva innescato a ottobre un assalto, costringendo alla fuga oltre un centinaio di persone. Attivisti invocano giustizia e l’intervento del governo.

L’omicidio avvenuto nei giorni scorsi di un ventenne studente cristiano, Farhan-ul-Qamar, oltre ad aver gettato nella disperazione una famiglia rilancia al contempo l’allarme sulle violenze contro le minoranze religiose in Pakistan, anche e soprattutto per i contorni in cui è avvenuto. Il fatto risale al 9 novembre scorso nell’area di Pasrur, distretto di Sialkot (provincia del Punjab); a sparare sarebbe stato Muhammad Zubair, un musulmano, che secondo le prime ricostruzioni avrebbe colpito per presunti post pubblicati sui social dal giovane di sostegno a Israele nella guerra contro Hamas a Gaza.

Il giorno successivo la polizia ha arrestato l’assassino, ma alle ripetute richieste dei familiari di Farhan sul corso delle indagini e il vero movente dell’omicidio le forze dell’ordine hanno opposto un completo silenzio, rifiutandosi di rispondere alle domande. Gli inquirenti riferiscono che l’inchiesta “è ancora in corso” senza aggiungere ulteriori particolari, lasciando i parenti al buio.

Noor Ul Haq, padre di Farhan, racconta che l’omicidio è avvenuto alle 3 del mattino quando Zubair, identificato come un estremista musulmano, ha varcato il muro di casa ed è entrato nell’abitazione sfruttando l’apertura in un’ala al momento in ristrutturazione. L’assalitore ha aperto il fuoco esplodendo tre colpi che hanno colpito il 20enne cristiano al collo, orecchio e spalla; la famiglia, svegliata dalla madre, ha cercato di aiutare il giovane per poi essere tenuta sotto tiro e minacciata da Zubair per oltre 45 minuti, conditi da slogan estremisti e minacce a sfondo confessionale del musulmano contro la minoranza cristiana.

La sorella di Farhan, Shoua ul Qamar, non nasconde il proprio dolore sottolineando la natura gentile del fratello e il legame con la famiglia, invocando al contempo giustizia. “Mio fratello è stato assassinato - afferma - davanti ai miei occhi, e viviamo in agonia ogni giorno. Chiediamo giustizia”. Nello stesso villaggio si era già verificato a ottobre un incidente analogo, quando un cristiano di nome Aqib Javed è stato vittima di un assalto e il padre, Javed Masih, arrestato e trattenuto dalla polizia senza alcun motivo per una decina di giorni. Alla base degli attacchi vi sarebbero presunte manifestazioni di sostegno dei cristiani a Israele nella lotta contro Hamas, respinte con fermezza dalla famiglia che nega simili prese di posizione - soprattutto pubbliche - da parte del giovane. Ciononostante, le voci pur infondate hanno innescato un clima di ostilità e violenza che ha spinto centinaia di cristiani a fuggire dalle loro case, in cerca di riparo.

Commentando la vicenda Joseph Jansen, presidente di Voice for Justice, esprime “profonda preoccupazione” e condanna per la “terribile situazione” in cui versano un centinaio di cristiani “costretti a fuggire” davanti alle minacce di “attacchi dei musulmani”. Evidenziando il caso di Aqib Javed, il cui padre ha dovuto affrontare una detenzione illegale di una decina di giorni, Jansen ha sottolineato le ingiuste ripercussioni subite da individui innocenti e “l’allarmante aumento” dell’intolleranza e dell’odio confessionale in Pakistan. La vicenda di Farhan-ul-Qamar, unita ai recenti scoppi di violenza a Jaranwala incitati dai musulmani contro i cristiani, ha ulteriormente inasprito una situazione già “terribile”ed è “preoccupante che il governo non affronti i fattori sociali di fondo che alimentano questa violenza”.
(di Shafique Khokhar AsiaNews 23/11/2023) -

MYANMAR - Il Centro pastorale della Cattedrale di Loikaw colpito e occupato dall’esercito birmano; aumentano gli sfollati

Un Centro pastorale cattolico, annesso alla cattedrale di Loikaw - per mesi rifugio degli sfollati interni, in fuga dagli scontri per il conflitto civile in corso - è stato colpito e occupato dall’esercito birmano. Lo riferisce Celso Ba Shwe,Vescovo di Loikaw, capitale dello stato Kayah, nella parte orientale del Myanmar. I luoghi sacri, nota il Vescovo, non vengono risparmiati dalle operazioni militari, in una fase in cui la giunta militare si trova in difficoltà per le operazioni belliche sul terreno: “L’esercito birmano ha tentato per tre volte di impadronirsi del complesso della Cattedrale di Cristo Re. Come Vescovo e sacerdoti residenti ci siamo sforzati di convincere i generali militari dell’importanza dei siti religiosi, chiedendo di risparmiare il luogo, che tra l’altro accoglieva degli sfollati. Tuttavia, nella notte del 26 novembre, i militari hanno sparato intenzionalmente più volte al Centro pastorale con colpi di artiglieria e il tetto della cappella del Centro Pastorale è stato colpito. Il soffitto è stato distrutto dai proiettili di artiglieria. Per motivi di sicurezza, consultatomi con i sacerdoti, abbiamo deciso di lasciare il Centro Pastorale. Poco prima della nostra partenza, avvenuta ieri, 27 novembre, 50 soldati sono venuti e hanno occupato la struttura per utilizzarla come base e come luogo per proteggersi”.
Nello stato Kayah, il più piccolo del Myanmar, prevalentemente collinare e montuoso, abitato soprattutto dalle popolazioni di etnia karenni, la popolazione totale è di circa 300.000 abitanti e qui si trova la diocesi di Loikaw, che conta circa 93milafedeli cattolici. Il racconto del Vescovo, sulla situazione nel territorio, è drammatico: “L’esercito birmano ha utilizzato armi pesanti, aerei da combattimento, veicoli blindati, sistemi di difesa mobile. Di conseguenza, le persone, sia nelle zone urbane che rurali, fuggono dalle loro case e vanno in direzioni diverse. Alcuni sono fuggiti nella parte settentrionale dello Stato, o in altre località dello Stato Shan. Tra i profughi c’erano anziani e malati, disabili, donne, alcuni giovani rimasti fino a pochi giorni fa nel Centro pastorale di Loikaw dove, già nei mesi scorsi, si erano rifugiate un’ottantina di persone, e tra loro 10 sacerdoti, 16 religiosi. Il numero è costantemente salito”.
Tutti costoro ora cercheranno altri rifugi, spostandosi in altre parrocchie cattoliche o in altre strutture più lontane dai combattimenti, o anche in zone rurali all’aperto. Ma la situazione dei profughi nello Stato è davvero grave: “A causa dell’intensificarsi degli scontri armati nel mese di novembre - prosegue il Vescovo - oltre l’80%della popolazione urbana e rurale nello stato di Kayah è sfollata, e il numero degli sfollati interni continua a crescere. L’11 novembre circa 800 abitanti della città erano arrivati nel complesso cattolico della nostra cattedrale di Cristo Re, aperto all’accoglienza. Nel complesso il numero degli sfollati, inclusi quelli che già erano presenti, aveva superato i 1.300. Ma purtroppo neanche lì eravamo al sicuro”, nota, riferendo degli effetti sul campo del conflitto che, secondo gli osservatori, potrebbe essere giunto a un punto di svolta.
Infatti, con la nota “Operazione 1027”, i ribelli delle milizie etniche, saldatisi con le Forze di Difesa Popolare, nate dalla popolazione birmana dopo il golpe del febbraio del 2021, hanno inflitto pesanti sconfitte e costretto l’esercito birmano alla ritirata in diverse zone del paese, in particolare negli stati Chin, Shan, Kayah, Rakhine, e ora - secondo osservatori indipendenti - stanno controllando oltre il 50% del territorio nazionale. Tanto che anche il capo della giunta militare ha paventato il rischio di una disgregazione della nazione (vedi Fides 23/11/2023).
In particolare, in tutto il mese di novembre, la città di Loikaw, capitale dello stato Kayah, e stata oggetto di attacchi aerei e bombardamenti continui. Il complesso della cattedrale cattolica ospitava famiglie di rifugiati ed era rimasto tra gli ultimi luoghi di rifugio, ora anch’esso abbandonato e coinvolto nella guerra. Nella diocesi sono state colpite 21 parrocchie su 41 e si è dunque registrato un esodo anche di sacerdoti e religiosi, che hanno seguito la popolazione dei fedeli, in fuga dalle città verso le campagne o le montagne.
Solo nell’ultimo mese, le organizzazioni umanitarie stimano, in tutta la nazione, oltre 200mila nuovi sfollati, mentre in totale, a partire dallo scoppio del conflitto civile, i profughi sono circa 2,5 milioni. (PA) (Agenzia Fides 28/11/2023)

Due giorni prima ilSussidiario.net aveva pubblicato:

MYANMAR - “Rastrellamenti e massacri, siamo 60 milioni in una mega-prigione a cielo aperto”
Continua l’indifferenza del mondo per quando succede in Myanmar, dove l’esercito golpista massacra la popolazione. Migliaia di vittime nel Kayah

Caro direttore,

come avevo previsto nella mia ultima lettera, la guerra civile continua con operazioni sempre più efferate. Le guerre civili sono davvero le peggiori. E cosa ne sarà dopo, se anche qualcuno “vincesse”?
La tempistica di tutta questa storia andrà insegnata ai posteri, perché il golpe è avvenuto in epoca Covid, poi le operazioni più cruente sono avvenute sempre in concomitanza di crisi internazionali che polarizzavano l’opinione pubblica internazionale e i media su altri temi (crisi afghana, guerra in Ucraina, ora in Palestina).
Abbiamo saputo che il Papa ci ha ricordato nell’Angelus del 19 novembre scorso. È l’unico che ha attenzione verso il dramma di questo popolo. È ben strano che un Paese buddista debba al Papa cattolico l’unico interessamento al proprio destino!
(…)
Il vescovo mons. Celso Ba Shwe è rimasto nella cattedrale di Cristo Re con 12 sacerdoti, 10 cristiani e 37 persone che non possono lasciare la città. Sia la cattedrale che il centro pastorale sono stati danneggiati dai bombardamenti.
(...) L’11 novembre la resistenza Karen aveva lanciato un attacco per “liberare” Loikaw. I militari golpisti hanno abbandonato la città cingendola d’assedio e procedendo con un bombardamento indiscriminato. Chi poteva è scappato nelle campagne, magari verso la parte occidentale o verso lo stato Shan, diocesi di Pekhon. Altri (circa 1.300 persone) si sono rifugiati in cattedrale. Poco alla volta sono stati fatti fuggire dalla città. Rimangono, come detto, il vescovo, 12 sacerdoti, 10 cristiani e 37 persone impossibilitate a muoversi.
Francamente non so se sia peggiore la sorte di chi è rimasto in città o degli sfollati. Certamente nello stato Kayah non nevica, ma di cosa vive questa gente una volta sfollata in una realtà già povera? Cosa mangia? Dove dorme? Come si cura?
La situazione è drammatica. Non si vedono più giovani in giro. Continuano i rastrellamenti per obbligare i giovani sopra i 16 anni ad arruolarsi nell’esercito golpista, così non resta loro che darsi alla macchia ed entrare nella resistenza organizzata dei gruppi paramilitari. (…)
Vediamo il dramma di Gaza, e vi diciamo che la Birmania è la più grande prigione a cielo aperto del mondo in cui vivono 60 milioni di persone. I luoghi da cui non si può uscire hanno solo due nomi: prigioni o manicomi. Intanto pensiamo alle tante altre realtà dimenticate: Etiopia, Somalia, Haiti, solo per citare alcuni Paesi dove vivono amici.

(Un lettore dal Myanmar) Pubblicazione: 26.11.2023 - Lettera firmata ilSussidiario.net

EUROPA - I “crimini d’odio anticristiani” in Europa sono aumentati del 44% nell’ultimo anno, afferma il gruppo di controllo




La Croce di San Lázaro di Siviglia, Spagna, scolpita nel XVI secolo, è stata vandalizzata nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 2023. / Credit: Emergencies Seville

Secondo un gruppo che monitora la discriminazione contro i cristiani, l’Europa ha assistito a un aumento del 44% dei crimini d’odio anticristiani in più di due dozzine di paesi europei nell’ultimo anno.
L’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (OIDAC Europe) con sede a Vienna ha pubblicato giovedì il suo rapporto annuale che descrive dettagliatamente il picco di incidenti anticristiani, che secondo lui è “collegato a un aumento della motivazione estremista e a una maggiore accettazione della prendere di mira le chiese”.
L’OIDAC Europe afferma sul suo sito web di ricercare, analizzare, documentare e denunciare “casi di intolleranza e discriminazione contro i cristiani in Europa”.

Le indagini del gruppo su “intolleranza e discriminazione” contro i cristiani hanno riportato “attacchi fisici e minacce contro singoli cristiani o comunità cristiane, profanazione e vandalismo di siti cristiani” e “violazioni della libertà di religione, espressione, associazione e coscienza”, tra gli altri incidenti.

Nel suo comunicato di giovedì, OIDAC Europe ha affermato che “gli attacchi incendiari alle chiese” sono aumentati del 75% tra il 2021 e il 2022. Il rapporto ha anche rivelato “discriminazione legale contro i cristiani che esprimono visioni del mondo cristiane tradizionali”.

I primi cinque paesi per crimini d’odio anticristiani, afferma il rapporto, sono Germania, Italia, Francia, Spagna e Polonia. Anche il Regno Unito e l’Austria erano in cima alla lista.

Complessivamente, “nel 2022, OIDAC Europe ha documentato 748 crimini d’odio anticristiani in 30 paesi diversi, che spaziavano da attacchi incendiari, graffiti, profanazioni e furti ad attacchi fisici, insulti e minacce”, si legge nel comunicato.

Il gruppo ha osservato che questi numeri sono strettamente in linea con quelli riportati dall’Organizzazione intergovernativa per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). L’OSCE “ha riscontrato 792 crimini d’odio anticristiani in 34 paesi europei”, ha affermato il gruppo, “rendendo i cristiani il gruppo religioso più preso di mira dopo i credenti ebrei”.

Il rapporto esamina anche casi di cristiani che, secondo quanto riferito, “hanno perso il lavoro, sono stati sospesi o sono stati sottoposti a procedimenti penali per aver espresso opinioni religiose non violente in pubblico”, nonché “violazioni dei diritti dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose”.
In particolare, il comunicato afferma che lo scorso anno un numero maggiore di crimini d’odio “sono stati perpetrati da membri radicalizzati di gruppi ideologici, politici o religiosi che seguono una narrativa anticristiana”.
Regina Polak, professoressa e direttrice del Dipartimento di Teologia Pratica presso la Facoltà Teologica Cattolica dell’Università di Vienna che collabora anche con l’OSCE, ha affermato in un comunicato stampa di giovedì che “il numero crescente di crimini d’odio anticristiani in Europa” dettagliato nel rapporto è “profondamente preoccupante”.
“È assolutamente necessario aumentare la consapevolezza sia del governo che della società riguardo a questo problema”, ha affermato Polak nel comunicato, “e intraprendere misure politiche per affrontarlo e combatterlo con decisione”.

Il rapporto completo può essere trovato: https://www.intoleranceagainstchristians.eu/fileadmin/user_upload/publications/files/Annual_Report_2023_-_ONLINE_Version.pdf
Di Daniel Payne per Catholic News Agency 17 novembre 2023

CINA - La Cina rimpatria forzatamente i rifugiati nordcoreani, soprattutto cristiani
Coloro che hanno avuto contatti con la religione in Cina potrebbero essere incarcerati a vita una volta tornati in Corea del Nord.

Siamo tutti abituati ad avere a che fare con i rifugiati “provenienti” dalla Cina. Eppure, per quanto strano possa sembrare, ci sono anche rifugiati che vanno “in” Cina. Che tipo di rifugiati fuggirebbero in Cina credendo che il Paese di Xi Jinping sia più libero del loro?
La risposta è: i nordcoreani.

La Cina è uno dei paesi peggiori al mondo per quanto riguarda i diritti umani. La Corea del Nord è “la” peggiore. Hai maggiori possibilità di essere arrestato, torturato e giustiziato in Corea del Nord che in qualsiasi altro paese del mondo per una serie di ragioni e anche senza motivo. Se potessero, i nordcoreani scapperebbero altrove, ma la geografia è tale che da alcune parti del loro sfortunato paese l’unico posto dove possono andare con qualche possibilità di successo nell’attraversare il confine è la Cina, anche se alcuni muoiono nel tentativo.

Tuttavia, i rifugiati nordcoreani non sono al sicuro in Cina. Le giovani donne possono trarre profitto dalla carenza di spose in Cina, una reliquia della politica del figlio unico, quando le famiglie abortivano le ragazze e tenevano i ragazzi, e sposavano un cinese. Tuttavia, ci sono molte storie orribili di “spose schiave” nordcoreane che non imparano mai a parlare cinese e subiscono abusi e terrore da parte dei loro mariti. Altre ragazze nordcoreane finiscono nelle mani della criminalità organizzata cinese e vengono trafficate come prostitute.

Tuttavia, questa non è la peggiore possibilità per i rifugiati nordcoreani. Il destino peggiore attende coloro che la Cina decide di deportare nella Corea del Nord, cosa che il regime di Xi Jinping fa regolarmente, anche se in modo un po’ capriccioso. Il 25 ottobre 2023, una coraggiosa donna nordcoreana che una volta fu rimpatriata dalla Cina e alla fine riuscì a fuggire, tenne una conferenza a Londra. Il suo nome è Kim Eunsun e nel 2012 ha pubblicato il suo libro di memorie “Mille miglia verso la libertà”, tradotto in diverse lingue.

Kim ha riferito che la Cina ha appena rimpatriato nella Corea del Nord 600 rifugiati e potrebbe presto rimpatriarne altri 1.000. Kim ha detto che la vita dei rifugiati in Cina è precaria. Ci si aspetta che non “creano problemi” altrimenti verranno deportati immediatamente. Ha offerto l’esempio delle ragazze che vengono violentate. Se si rivolgono alla polizia cinese, invece di essere aiutati vengono deportati. Tuttavia, preferiscono ancora rimanere in Cina piuttosto che essere rimpatriati in Corea del Nord. Sanno che lì verranno imprigionati, torturati e forse uccisi.
Poiché in Corea del Nord le gravidanze necessitano di autorizzazione, se deportate in Cina “le donne incinte sono sottoposte ad indicibili abusi, percosse e in alcuni casi ad aborti forzati”, ha aggiunto Kim.
“Il rimpatrio forzato è accompagnato anche da violazioni dei diritti umani in Cina”, ha detto Kim. “Nei centri di sicurezza del confine cinese, [quelli in attesa di deportazione sono] costretti a defecare in secchi di plastica in celle con telecamere di sorveglianza attive 24 ore su 24 e talvolta devono ascoltare il suono delle urla mentre le persone vengono picchiate e colpite con bastoni elettrici. Le violazioni dei diritti umani che si verificano durante e dopo il rimpatrio forzato sono spietate e disumanizzanti”.
Kim ha aggiunto che il regime nordcoreano ha spie in Cina. I rifugiati che entrano in contatto con la religione locale, che significa principalmente chiese cristiane, possono essere incarcerati a vita se vengono rimpatriati. Non importa se la chiesa contattata facesse parte della Chiesa delle Tre Autonomie controllata dal PCC. “Coloro che hanno avuto a che fare con le chiese in Cina sono sottoposti a duri interrogatori. Non ho mai visto nessuno che avesse affrontato quegli interrogatori essere rilasciato dalla detenzione. Il semplice incontro con un cristiano in Cina fa sì che si diventi un criminale politico”, ha detto Kim.
(di Nang Ji-Na Bitter Winter 14/11/2023)