2020 05 06 “Continuava a predicare il Vangelo e a chiedere di abbandonare le vie del male, per questo l’ho ucciso”

PAKISTAN Aiuti alimentari in cambio della conversione all’islam NIGERIA - “Continuava a predicare il Vangelo e a chiedere di abbandonare le vie del male, per questo l’ho ucciso” dice l’omicida del giovane seminarista CIAD - Suor Elisabetta e la battaglia contro il coronavirus e la fame
Fonte:
CulturaCattolica.it
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PAKISTAN - Aiuti alimentari in cambio della conversione all’islam: la violenza sui poveri, in tempo di pandemia

“E’ una pratica scandalosa e allarmante, che va fermata sul nascere: ci sono alcune persone che stanno sfruttando il blocco dovuto al Covid-19 e la disperazione creatasi in tante persone indigenti, per indurre una conversione religiosa all’islam, operando un ricatto: se vuoi il cibo, diventa musulmano, dicono”: è quanto denuncia, in un colloquio con l’Agenzia Fides, il professor Anjum James Paul, cattolico pakistano, presidente della “Pakistan Minorities Teachers’ Association”. “Chiediamo a tutti i religiosi musulmani - rileva Paul, docente in un istituto pubblico di secondo grado a Lahore - di evitare questa vergognosa forma di violenza e di proselitismo, per cui si chiede la conversione religiosa in cambio di cibo, che può funzionare con gli emarginati e i più poveri tra i poveri. Apprezziamo tutti coloro che sono a servizio dell’umanità senza tali secondi fini. In questo momento di comune sofferenza è compito di tutti amare, rispettare e servire l’umanità senza discriminazioni o altre motivazioni. Ricordiamo che oggi molti paesi non islamici stanno aiutando il Pakistan”.
In Pakistan è divenuto virale un video in cui un religioso islamico esprime gioia per la conversione all’islam di alcuni non-musulmani che avevano chiesto aiuti alimentari a causa dell’impatto economico dell’emergenza legata al coronavirus. Il religioso esorta apertamente tutti i musulmani impegnati a distribuire aiuti alimentari a richiedere ai beneficiari di abbracciare l’islam, aggiungendo che “noi non dovremmo aiutare i non musulmani”. L’appello ha suscitato sdegno e clamore nella comunità delle minoranze religiose, soprattutto tra cristiani e indù.
Inoltre l’avvocatessa pakistana Sulema Jahangir in un recente articolo sul quotidiano “Dawn” parla della nota pratica delle “conversioni forzate” di ragazze indù e cristiane all’islam, tramite matrimoni forzati con uomini musulmani. E afferma: “La vulnerabilità delle ragazze appartenenti alle minoranze religiose è ulteriormente aumentata con lo scoppio della pandemia globale di Covid-19. Vi sono recenti casi del diniego di cibo e aiuti di emergenza a persone delle comunità indù e cristiane. Il Covid-19 potrebbe offrire un pretesto per ricorrere alla conversione religiosa di giovani donne come mezzo per salvare la loro vita o la loro famiglia in tempo di crisi. Una donna, una volta convertita, non può tornare indietro, poiché l’apostasia implica la condanna a morte”.
La “Commissione per i diritti delle minoranze” e l’Ong “Centro di giustizia sociale” hanno raccolto i dati relativi a 156 casi accertati di conversioni forzate tra il 2013 e il 2019, che in larga parte riguardavano ragazze minori di 12 anni. Per questo l’avvocatessa esorta il Pakistan a “proteggere le donne e le ragazze non musulmane dallo sfruttamento da parte di gruppi potenti e di elementi criminali”. “Quando i fondamentalisti musulmani celebrano la conversione e il matrimonio come una vittoria della fede musulmana sulle altre comunità, si promuove una cultura dell’intolleranza e del fanatismo e il Pakistan diventa un inferno ardente”, conclude.
(PA) (Agenzia Fides 5/5/2020)

NIGERIA - “Continuava a predicare il Vangelo e a chiedere di abbandonare le vie del male, per questo l’ho ucciso” dice l’omicida del giovane seminarista

“Non smetteva di predicare il Vangelo e di chiedermi di abbandonare la via del male. Per questo l’ho ucciso”. È quanto ha dichiarato in un’intervista ad un quotidiano nigeriano Mustapha Mohammed, arrestato con l’accusa di essere l’assassinio di Michael Nnadi il più giovane (18 anni) dei quattro seminaristi rapiti dal seminario maggiore del Buon Pastore di Kakau, nello Stato di Kaduna, nel nord-ovest della Nigeria, nella notte dell’8 gennaio (vedi Fides13/1/2020).
Mustapha Mohammed, che si trova in carcere, ha rilasciato un’intervista telefonica al quotidiano nigeriano Daily Sun, nella quale si è assunto la responsabilità dell’omicidio, perché, secondo il suo racconto, il giovane seminarista “continuava a predicare il Vangelo di Gesù Cristo” ai suoi rapitori.
Secondo il giornale, Mustapha, che ha elogiato il “coraggio eccezionale” di Nnadi, ha riferito che il seminarista “gli ha detto di abbondare la via della malvagità altrimenti rischiava di perire”.
Nandi era stato rapito da banditi travestiti da militari dal Good Shepherd Seminary di Kaduna l’8 gennaio, insieme ad altri tre studenti. Il seminario, che ospita circa 270 seminaristi, si trova appena fuori dalla strada di Abuja-Kaduna-Zaria Express. Mustapha, 26 anni, è stato identificato come il leader di una banda di 45 membri dedita a depredare gli automobilisti lungo l’autostrada.
Dieci giorni dopo il rapimento, uno dei quattro seminaristi fu trovato sul ciglio di una strada, vivo ma gravemente ferito. Il 31 gennaio, un funzionario del Good Shepherd Seminary annunciò che erano stati rilasciati altri due seminaristi, ma che Nnadi era ancora dato disperso e che si presumeva fosse ancora prigioniero. Il 1° febbraio, Sua Ecc. Mons. Matthew Hassan Kukah, Vescovo di Sokoto, ha annunciato l’uccisione del seminarista. (L.M.) (Agenzia Fides 4/5/2020)

TESTIMONIANZA

CIAD - Suor Elisabetta e la battaglia contro il coronavirus e la fame

Ora che in alcuni Paesi il Covid-19 sembrerebbe aver subito una battuta d’arresto, sia per contagi che per decessi, l’incognita per il mondo scientifico resta l’Africa, con l’impatto che il coronavirus potrebbe avere sul continente, se la pandemia dovesse progredire ai livelli europei e statunitensi. Il Paese più colpito resta il Sud Africa, seguito da Algeria, Camerun, Ghana, Costa d’Avorio, Niger, Burkina Faso e Nigeria, Stati con numeri di molto superiori a quelli del Ciad, uno dei Paesi più poveri del continente africano, dove mortalità infantile al di sotto dei 5 anni e mortalità materna sono tra le più alte al mondo. Qui le fonti ufficiali parlano di poco più di 70 casi, con 33 guariti e 5 decessi.

In Ciad a fare paura sono malaria, tubercolosi e malnutrizione
Nessun contagio nella regione del Logone Orientale, dove vive e lavora suor Elisabetta Raule, missionaria comboniana, medico chirurgo, direttore sanitario dell’ospedale San Giuseppe della diocesi di Doba, nella cittadina di Bebedjia, punto di incrocio sulla strada che arriva dal Camerun e dalla Repubblica Centrafricana, a 650 chilometri dalla capitale N’Djamena. Un luogo dove, a causa del clima secco del deserto, si manifestano malattie con sintomi molto simili a quelli del Covid-19, che non è facile da identificare soprattutto per la mancanza di strumenti diagnostici. “Finora – racconta a Vatican News suor Elisabetta – non ho incontrato alcun caso sospetto di coronavirus nel nostro ospedale, anche se i sintomi come febbre e tosse sono abbastanza comuni a molte malattie virali e a malattie come la malaria, le infezioni respiratorie e anche la tubercolosi che qui, in Ciad, fanno molta paura, perché hanno una mortalità molto alta, assieme, purtroppo, alla malnutrizione, molto diffusa soprattutto nella nostra regione”.

Per il San Giuseppe nessun materiale di protezione né test diagnostici
Con gli aiuti dell’Oms, il governo del Ciad ha preso delle misure precauzionali ancor prima che l’epidemia arrivasse in Africa, attraverso il controllo delle frontiere terrestri, soprattutto quella con il Camerun, e con la chiusura dell’aeroporto. Le suore dell’ospedale di San Giuseppe hanno cercato di formare e informare il personale, sanitario e non, sulle misure da adottare, come il distanziamento sociale, hanno cercato di confezionare mascherine in tessuto un po’ per tutti, non avendo a disposizione materiale di protezione. L’aspetto più grave è però il non aver alcun mezzo diagnostico a disposizione, il che rende impossibile accertare l’eventuale contagio. Il governo ha inoltre chiamato nella capitale infermieri e medici, sottratti agli ospedali delle regioni periferiche, con il risultato che gli ospedali governativi sono quasi tutti stati svuotati del personale sanitario, con il conseguente trasferimento dei malati nell’ospedale San Giuseppe.
L’ospedale San Giuseppe a Bebedjia
Chiusura delle frontiere e coprifuoco mettono a rischio la popolazione
“Le misure imposte dal governo per far fronte alla pandemia – spiega ancora suor Elisabetta – le sentiamo molto forti in questo contesto. Non abbiamo materiale di protezione, quel poco che abbiamo non è adatto per affrontare l’eventuale arrivo di malati di coronavirus, anche se le nostre suore stanno cercando in tutti i modi di farci arrivare mascherine, visiere, guanti e forse anche test diagnostici”. L’altro grave problema sollevato dalla missionaria è quello delle conseguenze dello stato di urgenza sanitaria: la chiusura totale delle frontiere “espone la popolazione ad un rischio molto forte di fame, perché molti commerci sono fermi, la circolazione dei mezzi è limitata e il Ciad è un Paese che non ha uno sbocco al mare, è in mezzo al deserto del Sahara e, avendo le frontiere bloccate, è molto difficile l’arrivo anche di generi di prima necessità”. A questo va aggiunto il coprifuoco, a partire dalle 19, che ha provocato la chiusura di tutte le piccole attività che si svolgevano nei villaggi. “Noi – conclude suor Elisabetta – temiamo conseguenze molto forti sulla popolazione a livello di fame, anche per la situazione particolare del Paese, desertico senza accessi, con poche materie prime e anche con poche attività. La popolazione vive un po’ di agricoltura, di allevamento, dei piccoli commerci, dei piccoli trasporti, attività che fanno giorno per giorno, ecco perché questo lockdown per noi è un’esperienza molto forte”. (RV 02 05 Francesca Sabatinelli)