2017 09 20 PAKISTAN - Avvocato cristiano: “Sharon Masih ucciso per un bicchiere d’acqua, come Asia Bibi”

PAKISTAN - Blasfemia su “WhatsApp”: condannato a morte un giovane cristiano VIETNAM - Aggredito parroco cattolico non sporge denuncia YEMEN – Liberato Padre Tom: 30 chili in meno ma forte nello spirito FILIPPINE - padre Chito libero dopo 4 mesi
Fonte:
CulturaCattolica.it
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PAKISTAN - Avvocato cristiano: “Sharon Masih ucciso per un bicchiere d’acqua, come Asia Bibi”

“E’ stato chiamato con l’appellativo di ‘choora’, un dispregiativo che si usa per definire i cristiani pakistani, identificandoli con la casta degli ‘spazzini’ o degli ‘intoccabili’. Ed è stato pestato, fino alla morte, per aver attinto acqua da un contenitore da cui solo gli studenti musulmani potevano. Proprio per la discriminazione e il disprezzo, proprio perché ritenuto intoccabile. Il suo caso ricorda quello di Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia. Anche lei è stata accusata per un bicchiere d’acqua. I due casi sono tragici e sono una vergogna per il paese”: lo dice all’Agenzia Fides l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, riferendosi alla triste storia di Shron Masih, studente cristiano del Punjab ucciso dai suoi compagni di scuola musulmani il 30 agosto scorso (vedi Fides 2/9/2017 e 13/9/2017). Il caso è giunto alla ribalta delle cronache ed è stato discusso anche nel Parlamento pakistano, esempio della discriminazione che viene alimentata fin dai banchi di scuola.
L’avvocato Gill coinvolge anche l’insegnante che alla polizia ha dichiarato di “non aver visto il pestaggio in quanto impegnato a leggere il giornale”. Gill spiega: “Rana Surbland Khan, docente musulmano della classe, di ruolo nella Scuola superiore dove é avvenuto l’omicidio, ha avallato la violenza: infatti ha detto alla classe che gli studenti cristiani non avrebbero potuto bere acqua dal frigorifero presente nell’aula perché gli studenti musulmani si lamentavano”.
Anche il padre di Sharoon Masih sostiene che l’incidente “è basato sul fanatismo religioso” e ha segnalato le responsabilità dell’’insegnante “per aver incitato alla violenza”. Poco dopo l’incidente, infatti, alcuni compagni di classe di Sharoon hanno riferito ai familiari che il ragazzo era stato picchiato “per aver attinto e bevuto acqua dallo stesso vaso utilizzato dagli altri studenti”.
Sharoon Masih era l’unico studente cristiano della classe. I suoi familiari affermano che “i compagni di studio hanno cercato un pretesto per malmenarlo e gli insegnanti non hanno fatto nulla per fermare la violenza”.
Il parlamentare cristiano Khalil George il 12 settembre ha parlato nel Parlamento pakistano del caso del linciaggio e ha proposto di intitolare a Sharon Masih la scuola in cui è avvenuto l’omicidio (vedi Fides 14/9/2017). (PA) (Agenzia Fides 18/9/2017)

PAKISTAN - Blasfemia su “WhatsApp”: condannato a morte un giovane cristiano
Un cristiano accusato di blasfemia è stato condannato a morte da un tribunale di primo grado a Gujrat, nel Punjab pakistano. Nadeem James, 24 anni, residente nella colonia cristiana di Yaqoobabad, era stato accusato di aver commesso blasfemia a luglio del 2016 per aver inviato messaggi blasfemi sul telefonino a un musulmano, attraverso l’applicazione di messaggistica “WhatsApp”. Come appreso da Fides, l’uomo, Yasir Bashir, amico della famiglia di Nadeem, aveva sporto denuncia ufficiale alla stazione di polizia di Sarai Alamgir, grazie all’assistenza di due imam musulmani legati al gruppo “Sunni Tehreek”, noto per la sua intransigenza religiosa, chiedendo l’arresto immediato di Nadeem. Il 10 luglio 2016 Nadeem era stato formalmente accusato, in base agli articoli 295a e 295c del Codice penale pakistano, che puniscono la blasfemia contro l’islam. Poco dopo la registrazione dell’accusa, Nadeem James è fuggito e in sua assenza la polizia ha trattenuto le sue due sorelle, anche malmenandole, perché rivelassero dove Nadeem si fosse nascosto.
Ora il processo davanti al tribunale di primo grado si è concluso con una condanna a morte insieme ad una pesante multa. In una sentenza di 28 pagine, il tribunale ha dichiarato che Nadeem James ha inviato messaggi blasfemi via “WhatsApp” a Yasir Bashir e dunque va condannato a morte.
Nelle scorse settimane un altro cristiano Asif Masih, 18 anni, è stato arrestato con accuse di blasfemia nel villaggio di Jam Kayk Chattha, dei pressi di Wazirabad, città nel centro del Punjab. Il giovane è stato accusato di aver bruciato pagine del Corano. Dopo l’arresto, una folla di circa 200 uomini si è radunata fuori dalla stazione di polizia chiedendo a gran voce che fosse giustiziato
Secondo l’Ong “Commissione per i Diritti Umani del Pakistan”, 40 persone sono nel braccio della morte, nelle prigioni pakistane, dopo una condanna alla pena capitale per aver commesso blasfemia, mentre i gruppi o individui radicali islamici hanno ucciso in modo extragiudiziale almeno 71 persone per presunta blasfemia dal 1990 a oggi.
Nell’aprile scorso, lo studente universitario musulmano Mashal Khan è stato ucciso da una folla di colleghi dopo essere stato accusato di blasfemia nella città di Mardan, e l’episodio ha nuovamente aperto il dibattito per una riforma della legge, per evitarne gli abusi.
Nasir Saeed, attivista cristiano dell’Ong “Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement” (CLAAS) osserva a Fides: “La legge sulla blasfemia colpisce ingiustamente non solo le minoranze religiose pakistane, ma anche cittadini musulmani. Inoltre contribuisce a deteriorare le relazioni internazionali del nostro paese e a danneggiare la sua immagine nella comunità internazionale. Una riforma è urgente, per il bene della nazione”. (PA) (Agenzia Fides 15/9/2017)

VIETNAM - Aggredito parroco cattolico non sporge denuncia
Il 4 settembre, in pieno giorno, uomini armati di pistole, bastoni e spray al peperoncino hanno fatto irruzione in una chiesa, nel Sud Est del paese, alla ricerca del parroco, colpevole ai loro occhi di esortare ad una riforma politica. Il sacerdote ha fatto in tempo a suonare la campana della chiesa per allertare i parrocchiani e chiedere aiuto. Intervistato da Radio Free Asia, padre Nguyen Duy Tan ha detto che non intende denunciare il fatto alla polizia: “Sono tutti dalla stessa parte – ha spiegato – tutti con il partito comunista. Non ci sarebbe alcuno scopo ad agire per vie penali”. Non si tratta di un episodio isolato. Nel paese governato da un regime comunista i casi di violenza contro i cristiani sono numerosi. Lo scorso 28 giugno dei poliziotti in borghese e dei picchiatori assoldati dalle autorità locali hanno aggredito e percosso monaci e fedeli del monastero cattolico di Thien An, nel centro del paese, e, urlando frasi blasfeme, hanno abbattuto una grande croce. Nell’elenco 2017 dei paesi che più perseguitano i cristiani il Vietnam occupa il 17° posto.
(15-09-2017 LNBQ)

LIBERATI

YEMEN – Liberato Padre Tom: 30 chili in meno ma forte nello spirito
Trenta chili in meno, indebolito nel fisico, ma con una forza spirituale meravigliosa e una lucidità mentale forte. Così stamattina si è presentato ai giornalisti, riuniti presso il Centro “Salesianum” a Roma, padre Tom Uzhunnalil, il salesiano missionario indiano sequestrato il 4 marzo dello scorso anno in Yemen e liberato il 12 settembre. Sui dettagli del suo rilascio non sono stati forniti elementi “poiché – ha precisato il Rettor Maggiore dei Salesiani, Padre Artime - non li conosciamo. E’ certo che la liberazione e la consegna sono avvenute attraverso un operatore umanitario, in comunicazione e connessione con il Sultanato di Oman”.
Padre Tom ha fornito un lungo racconto della sua prigionia non prima di aver rivolto, visibilmente commosso, un saluto di fraterna e speciale amicizia a un gruppo di Missionarie della Carità presenti. Proprio con le suore di Madre Teresa di Calcutta operava in Yemen, in un servizio di assistenza spirituale ad Aden, dove in un violento attacco terroristico furono trucidate quattro di loro e dodici altre persone della struttura di accoglienza.
“Ho pregato sempre – ha raccontato padre Tom – per tutti, il Papa, le suore morte, la famiglia, coloro che sapevo avrebbero pregato per me, anche per i rapitori. Mai sono stato maltrattato – ha aggiunto – e i rapitori hanno provveduto anche a darmi le medicine che mi servono per il diabete. Grazie alle 230 compresse che avevo a disposizione riuscivo a tenere il conto dei giorni che passavano”.
Con sé ha potuto tenere le specie eucaristiche e celebrare Messa, perché i rapitori, al momento dell’irruzione, avevano portato via anche il tabernacolo della cappella. Il religioso ha ripercorso gli spostamenti effettuati nel corso di questi diciotto mesi, tre differenti località che non sarebbe in grado di riconoscere.
Gli abbiamo chiesto quali possono essere, secondo lui, le ragioni del rapimento, risponde: “Non saprei, per tentare di avere soldi, forse. Ci sono molti gruppi che fanno cose del genere per soldi. Oppure perché sono indiano. Non so, davvero”. Alla domanda se è stato esercitato proselitismo islamico verso di lui, Padre Tom ha risposto secco di no, mai. Ha concluso esprimendo il desiderio di incontrare la Madre Generale delle Missionarie, ha ringraziato Dio di essersi preso sempre cura di lui, ha ripetuto di voler continuare ad essere al servizio del Signore e docile alla sua volontà.
(16/09/2017 di Antonella Palermo Radio vaticana)

FILIPPINE - padre Chito libero dopo 4 mesi
Padre Teresito “Chito” Suganob, tenuto in ostaggio dal gruppo terrorista pro-Isis Maute, è stato liberato dall’esercito filippino nella notte del 16 settembre. A riportarlo sono fonti governative riprese dall’agenzia AsiaNews. Il consigliere presidenziale per la pace, Jesus Dureza, riferisce che il prete era stato catturato il 23 maggio, all’esplodere della crisi nella città di Marawi, capitale provinciale di Lanao del Sur, nel sud delle Filippine. Padre Chito è stato tratto in salvo dai militari vicino alla moschea di Bato, una delle roccaforti dei Maute. Insieme a lui è stato liberato un secondo ostaggio che le autorità hanno identificato, ma di cui non vogliono rivelare il nome. Padre Chito, vicario generale della cattedrale di Maria Ausiliatrice, era stato rapito insieme ad altri parrocchiani.
Il salvataggio è avvenuto durante il recupero della moschea di Bato e della Amaitul Islamiya Marawi Foundation (Jimf) ad opera dei membri della task-force congiunta di Marawi. Il colonnello Edgard Arevalo, capo dell’ufficio degli affari pubblici delle forze armate filippine afferma: “Sono state necessarie cinque ore di duri scontri prima che le forze governative sconfiggessero i terroristi, che si erano strategicamente posizionati nei dintorni della moschea del Jimf”.
Il 30 maggio, un video apparso nei social media mostrava padre Chito chiedere al Presidente Rodrigo Duterte di salvare lui e gli altri ostaggi. Nel filmato, egli sosteneva di essere trattenuto come prigioniero di guerra insieme ad altri impiegati della chiesa, un professore dell’università statale di Mindanao, alcuni insegnanti della Dansalan Collage Foundation Inc., carpentieri, aiutanti casalinghi, bambini, coloni cristiani e membri di tribù. I militari stanno ancora verificando l’autenticità di quel video.
Alle 7 di sera del 14 settembre, il conto delle persone rimaste uccise nel conflitto era di 670 Maute armati, 47 civili e 147 funzionari governativi. Le violenze hanno anche costretto migliaia di persone alla fuga e distrutto larghe zone della città.
Con il conflitto che pare volgere al termine e le truppe impegnate nelle operazioni di sgombero, i funzionari del governo riferiscono che è presumibile che la ricostruzione di Marawi richiederà miliardi di pesos filippini. Il Presidente Duterte ha affermato che il primo fondo previsto di 50 miliardi (circa 820mila euro) non sarà sufficiente per ricostruire la città, per quattro mesi teatro di battaglia fra le truppe del governo e i terroristi.
Il 23 maggio, a seguito degli scontri fra l’esercito e i gruppi terroristi, Duterte aveva dichiarato la legge marziale in tutta l’isola di Mindanao.
L’arcivescovo Martin Jumoad di Ozamiz ha espresso gioia per la liberazione di padre Chito, affermando che essa è “il risultato della nostra fiducia nella preghiera”. Egli ha aggiunto: “Molti hanno pregato per la sua libertà. Così tante Messe sono state celebrate con quest’intenzione. Il potere della preghiera si mostra ancora una volta come testimonianza della nostra solida fede in Dio”.
A maggio, i vescovi cattolici di Mindanao avevano fatto appello per il rilascio del prete e dei parrocchiani che erano stati catturati dai Maute, esortando le persone a pregare per la sua liberazione e per le vittime del conflitto. Essi avevano anche condannato gli attacchi terroristi, sottolineando che il terrorismo “distorce e falsifica il vero significato della religione”.
Per mons. Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato, esso “distrugge l’armonia fra le persone di diverse religioni” e “crea un mondo di sospetto e pregiudizio, di odio e ostilità”. “Condanniamo nel modo più assoluto il terrorismo nelle sue varie forme. È un’ideologia che è del tutto contraria a tutti principi di qualsiasi religione di pace. In modo particolare quando il terrorismo è perpetrato mentre i nostri fratelli e sorelle musulmane si preparano al mese sacro del Ramadan”. (S.D.)
(18/09/2017 Radio Vaticana)