Riflessione sulla dignità dell'uomo

“La falsità mai è tanto falsa quanto più è vicina alla stessa verità. Quando il dardo colpisce vicino al nervo della verità, la coscienza cristiana grida alto per il dolore”.
Autore:
Andrea Mondinelli
Fonte:
CulturaCattolica.it
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“Dignità umana” è una delle parole più inflazionate e sconosciute nel loro significato. In bioetica, tutti la utilizzano e la invocano: sia coloro che combattono contro l’eutanasia, sia coloro che la sostengono.
Come è possibile questa contraddizione? Per comprenderlo è necessario un piccolo sforzo. Partiamo dalla definizione riportata (QUI) dalla Garzanti:

1. nobiltà morale che deriva all’uomo dalla sua natura, dalle sue qualità, e insieme rispetto che egli ha di sé e suscita negli altri in virtù di questa sua condizione: comportarsi con dignità; una persona priva di dignità; difendere la propria dignità.

La dignità, secondo tale definizione, deriva dalla natura stessa dell’uomo. Tale definizione ci dice da dove la dignità deriva senza spiegarne, però, il motivo. Stessa cosa si legge nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo: «L’unico e sufficiente titolo necessario per il riconoscimento della dignità di un individuo è la sua partecipazione alla comune umanità».
Diventa interessante, allora, il terzo significato riportato dalla Garzanti:

3. (non com.) principio filosofico generale; postulato, assioma

La dignità è un postulato od un assioma? La risposta a questa domanda è essenziale!
Secondo la filosofia scolastica, la dignità è un assioma. I medievali chiamavano dignitates ciò che noi chiamiamo assiomi. Sapete cosa sono gli assiomi? Sono i primi principi indimostrabili, e proprio perché sono indimostrabili non dipendono da nessuno. Si provi a dimostrare il principio di non contraddizione. Il principio di non contraddizione anima ogni possibilità dimostrativa, se noi dimostrassimo il principio di non contraddizione la dimostrazione su che cosa si fonderebbe? Sul principio di non contraddizione! I primi principi non sono dimostrabili, altrimenti non sono primi, sono conclusioni. I medievali per significare il primato assoluto di questi principi usarono il temine dignitas, li chiamarono dignitates, ciò che per noi è “assioma” per i medievali era “dignitas”. Assioma e dignità hanno lo stesso significato, infatti assioma è traslitterazione dal greco, “axiòs” vuol dire valore, ciò che ha valore, ciò che ha dignità. “Dignità” vuol dire “non dipendere da nessuno”; un mezzo dipende da chi lo usa, se c’è qualcosa che non dipende da nessuno certo non è un mezzo; da qui deriva il fatto che la persona non può essere un mezzo ma deve essere sempre un fine.
Problema risolto? Per nulla! In che cosa consiste questa dignità? Bisogna trovare nell’uomo qualche cosa che lo renda a tal punto assoluto da non appoggiarsi solamente su se stesso. Allora diventa chiaro che la dignità della persona umana è strettamente, metafisicamente legata alla presenza intima di Dio nell’uomo. Dice sant’Agostino: Deus interior intimo meo (Dio è più intimo a me di me stesso).
Se si toglie di mezzo Dio, allora la dignità scade a postulato. Il postulato è una “proposizione non dimostrata e non dimostrabile che viene ammessa come vera, in quanto necessaria per dimostrare un fatto, una teoria, ecc.” (QUI). Questa è l’accezione che, ovviamente, tanto piace al mondo laico, perché toglie di mezzo Dio, ma allo stesso tempo depotenzia in maniera spaventosa il concetto stesso di dignità, che diventa una semplice convenzione umana. Non è più un principio primo, non è più, di per sé, verità.
Infatti, mentre l’assioma è “verità, principio che per la sua evidenza non ammette discussioni | (filos., mat.) verità di per sé evidente e indiscutibile, che sta alla base di ogni dimostrazione” (QUI), il postulato è solamente ammesso come vero, non è vero di per sé. Quel come è molto significativo, perché ci ricorda Gen. 3,4-5!

Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male»


La dignità, allora, non deriva più da Dio, ma da una convenzione umana. È una dignità falsa, taroccata e manipolabile.
Si capisce, allora, come sia possibile l’apparente contraddizione da cui siamo partiti: la parola dignità è la stessa, ma il significato, il concetto che esprime è sottilmente diverso, è quasi uguale. Appunto per questo, la dignità come postulato è di una falsità terribile, oso dire diabolica. Infatti, come ci ricorda bene G.K. Chesterton: “La falsità mai è tanto falsa quanto più è vicina alla stessa verità. Quando il dardo colpisce vicino al nervo della verità, la coscienza cristiana grida alto per il dolore”.

Nella definizione della Garzanti si legge: “persona priva di dignità”. Vedremo come si deve intendere questa affermazione.

[fine prima parte]

Andrea Mondinelli