Vittadini: “Alla fine chissà cosa sono, e i ragazzi sono contenti”

In questi tempi di “pensiero liquido”, proprio in una società in cui si sentono sempre più pesanti gli artigli di quella dittatura del relativismo, di cui ci parlò profeticamente papa Benedetto XVI, la questione della “identità cristiana”, cioè di quella “ontologia donata”, ossia di “quell’uomo nuovo”, non può essere facilmente liquidata con il sarcasmo e le battute, dichiarandosi ironicamente un “apolide” della identità
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Gli ultimi minuti dell’incontro “Una scuola da grandi”, tenutosi al Meeting di Rimini il 23 agosto scorso, quelli in cui Giorgio Vittadini tira le conclusioni, hanno molto colpito e suscitato “variegate” reazioni. Almeno in alcuni passaggi, l’intervento di Vittadini è apparso fuori luogo nel tono, scollegato dagli interventi dei relatori, criticabile nei contenuti. È forse per questo che egli ha sentito il bisogno di chiarire quelle parole con un suo articolo pubblicato oggi sul Sussidiario

Uno dei passaggi dell’intervento di Vittadini che ha suscitato reazioni è stato quello in cui nella sostanza spiega (proseguiamo il suo ragionamento usando la stessa logica) che se tu cattolico parli con un agnostico diventi un po’ agnostico, se parli con un comunista diventi un po’ comunista, se parli con un protestante diventi un po’ protestante, fino al punto che “alla fine non sai più cosa sei”, e comunque va bene perché “i ragazzi [vedendoti, ndr] sono contenti”. 
Da quelle parole è sembrato venire fuori che la crescita di una persona proceda secondo un processo dialettico. Inoltre, esse hanno richiamato alla mente la figura di Vitangelo Moscarda, il protagonista dell’amaro romanzo pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”, il quale è sì unico (Uno), ma contemporaneamente si sente un nulla (Nessuno) perché sente i diversi se stessi che assume nel rapporto con gli altri (Centomila), in un progressivo sgretolamento relativistico della percezione di se stesso e della realtà. Certamente non è questo quello che Vittadini pensava, ma quelle sue espressioni…

Vittadini nell’articolo del Sussidiario ribadisce che rimane valido il senso dell’educazione così come spiegato in un passo di don Giussani, quello in cui l’educazione è un processo nel quale la persona passa al vaglio critico del suo cuore quello che gli altri gli hanno tramandato. Giusto. Anche se forse è opportuno sottolineare un altro aspetto del concetto di educazione espresso come “introduzione alla realtà totale”, realtà concepita come “avvenimento” poiché in essa accade qualcosa di capitale importanza: «Il mistero dell’essere si dona nel reale. Ogni manifestazione del reale si presenta come evento (dal latino e-venio) che interpella la nostra libertà provocandola ad aderire». Per cui la crescita della persona non è definita tanto dalla “capacità di cambiare idea”, come Vittadini scrive nell’articolo, quanto dall’approfondimento personale progressivo e costante di quella scintilla di verità che quella persona ha intravisto o incontrato nelle persone in cui si è imbattuto.

Di Vittadini, ha destato infine molto stupore la seguente affermazione: “Tutti i dibattiti sulla scuola pubblica e sulla scuola libera, ideologici, che ci hanno ammorbato per anni nascono semplicemente perché uno non ascolta l’altro”. E qui ci vuole un oibò, bello grande, perché è proprio in questo momento in cui sempre più palesi stanno diventando i tentativi di manipolazione ideologica (vedi il pensiero unico o il gender) che capisci che la libertà di educazione è il fondamento di tutte le libertà. È proprio in questo frangente che i genitori sentono l’impellenza di offrire ai propri figli un’educazione coerente con l’esperienza di fede e di vita che vivono in famiglia. È proprio in questo momento delicato di conformismo dilagante che senti la necessità e la responsabilità di spronare le persone ad essere più coscienti di se stesse, di invitarle a sfidare e mettere alla prova la loro libertà, di suscitare in loro il desiderio e la rinnovata urgenza che la libertà di educazione trovi finalmente ambiti fisici in cui esprimersi liberamente (scuola non statale). Ed invece no. Proprio in questo momento, senti Vittadini che grida dicendo: “Tutti i dibattiti sulla scuola pubblica e sulla scuola libera ideologici che ci hanno ammorbato per anni nascono semplicemente perché uno non ascolta l’altro. (...) Guai alle ideologie, è finito quel mondo! Il mondo è il dialogo!”. 

Apprendiamo dunque da Vittadini quello che fino ad ora ignoravamo: i dibattiti sulla scuola libera hanno “ammorbato”! Ed hanno ammorbato perché ideologici in quanto mancanti di dialogo. Ma questa del “dialogo”, da qualche anno a questa parte, sembra diventata una costante dalla quale non si può prescindere, la stella polare di ogni questione. 
Come se il dialogo fosse diventato il fine e non, invece, quello che effettivamente è, cioè un mezzo. Oggi tutti dialogano, tutti chattano, tutti sono perennemente connessi, ma quanti di noi comunicano all’altro qualcosa di umanamente vero? E invece siamo sempre più chiusi in un recinto isolato da tutto e da tutti perché, nel perenne “dialogare”, abbiamo dimenticato di cercare la ragione del nostro essere, le ragioni della nostra vita. Oggigiorno (questo è quello che dovrebbe essere evidenziato) il nostro io viene fatto affogare nelle parole e nelle emozioni.

Dalle parole di Vittadini, dunque, si capisce che “per anni” non si è mai dialogato, che si è passato il tempo ad alzare alti muri identitari, e ad isolarsi ideologicamente dagli altri, “ognuno a difendere la sua ‘patria’”. Ma ne siamo proprio sicuri?

Potremmo sbagliarci, ma ci sembra che don Giussani non abbia mai parlato del dialogo nei termini stucchevoli che, in generale, si sentono oggi nel mondo cattolico. Egli ha invece precisato che “La missione è il modo originale di dialogo dei cristiani”, e che “quindi è vero che il dialogo implica un’apertura verso l’altro, chiunque sia - perché chiunque testimonia o un interesse o un aspetto che si sarebbe messo da parte, e perciò chiunque provoca a un paragone sempre più completo -, ma il dialogo implica anche una maturità di me, una coscienza critica di quello che sono. Se non si tiene presente questo, sorge un pericolo grande: confondere il dialogo con il compromesso” (Giussani, Luigi. Il cammino al vero è un’esperienza. Milano: Rizzoli, 2006, pag.194). 

Cultura, carità e missione, questi, invece, sono stati sempre gli strumenti che ci hanno permesso di vivere nel mondo, e quindi di dialogare con il mondo. Oggi, purtroppo, nel vasto mondo cattolico, il “dialogo”, obbligatoriamente accoppiato alla imprescindibile condizione di non essere “divisivi”, è diventato un mantra. Si dimentica però che la preoccupazione di non dividere il mondo non è mai stata una preoccupazione cristiana.

Infine, cultura, carità e missione contribuiscono a forgiare l’identità cristiana. “L’identità” (a differenza del concetto di “dialogo con il mondo”) è stata una delle preoccupazioni del don Gius. Lo si vede dalla sua costante ripresa e sottolineatura. A questo proposito si potrebbero citare numerosissimi passi ma ci limitiamo soltanto a due: 
“Scopo di Comunione e Liberazione è infatti l’educazione a una fede matura, vale a dire una fede che sa mantenere ed esprimere la propria identità nel contesto della società attuale ed intervenire in essa creativamente. Maturo è il cristiano in cui la fede costituisce la mentalità con cui vivere tutto. In cui la fede determina una posizione culturale.”
(Giussani, Luigi. “CL: assumere Cristo e la Chiesa come proposta globale di vita: Dal 1954, prima a Milano e poi nel modo.” Terra Ambrosiana, 2 (1984): 29-33.).
“Una presenza è originale quando scaturisce dalla coscienza della propria identità e dall’affezione a essa, e in ciò trova la sua consistenza” (Dall’utopia alla presenza: 1975-1978, Rizzoli, 2006).

Proprio in questi tempi di “pensiero liquido”, proprio in una società in cui si sentono sempre più pesanti gli artigli di quella dittatura del relativismo, di cui ci parlò profeticamente papa Benedetto XVI, la questione della “identità cristiana”, cioè di quella “ontologia donata”, ossia di “quell’uomo nuovo”, non può essere facilmente liquidata con il sarcasmo e le battute, dichiarandosi ironicamente un “apolide” della identità. Dati i tempi odierni, forse sarebbe più saggio se si riflettesse con un di più di attenzione.