I porno-teologi di Satana

Catechismo della Chiesa Cattolica
2371 «Sia chiaro a tutti che la vita dell'uomo e il compito di trasmetterla non sono limitati solo a questo tempo e non si possono commisurare e capire in questo mondo soltanto, ma riguardano sempre il destino eterno degli uomini»

Salò, 1 agosto 2015
Festa liturgica di San’Alfonso Maria de’ Liguori
Autore:
Mondinelli, Andrea
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Caro don Gabriele,
dopo avere letto l’articolo “Matrimonio e sessualità, il primato della coscienza” pubblicato da Avvenire (http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Matrimonio-e-sessualit-il-primato-della-coscienza-.aspx) mercoledì 29 luglio, sono rimasto sommamente disgustato e inorridito. Sono talmente grandi gli errori ivi asseriti, che trovo difficile analizzarli tutti. Tale articolo, poi, non era altro che la recensione di un testo dal titolo “Famiglia e Chiesa, un legame indissolubile. Contributo interdisciplinare per l’approfondimento sinodale” (Libreria Editrice Vaticana!), volume che raccoglie gli atti di tre seminari organizzati dal Pontificio consiglio per la famiglia tra gennaio e marzo! La chiosa dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, è sconsolante: «Lo scopo dei lavori – annota nell’introduzione – non è certo quello di anticipare soluzioni e pronunciamenti che non è compito degli esperti decidere, ma soltanto dell’autorevole magistero della Chiesa. Nondimeno, il risultato è promettente».
Non sono un esperto di teologia, non ho simili studi alle spalle, ma ritengo di poter dire la mia in forza della ragione umana e dello Spirito Santo ricevuto nel battesimo e nella Cresima, che fa di me un soldato di Cristo.
Invece, di confutare una ad una le castronerie che mi è toccato leggere, cercherò di prendere il sacco in cima e di concentrarmi sull’errore, causa di tutti gli errori. Farò, però, prima una singola eccezione: dire che “la riflessione si potrebbe applicare, annota il teologo (don Maurizio Chiodi), al campo altrettanto problematico della procreazione medicalmente assistita. «In quanto forme dell’agire, queste ‘tecniche’ vanno valutate alla luce del significato etico della generazione all’interno dell’alleanza sponsale»”, quando ogni anno sono uccisi, distrutti o congelati nell’azoto liquido più di centomila esseri umani, proprio a causa della fecondazione extra corporea, grida vendetta al cospetto di Dio. Tra l’altro, ne ha subito approffitato Repubblica con un articolo il giorno 31-07-15 ripreso da tutti i siti radicali (http://www.radicali.it/galassia/contraccettivi-non-sempre-illeciti-lultima-sfida-del-sinodo)

Ma proseguiamo con ordine e vediamo in cosa consiste la riflessione scaturita nei tre seminari organizzati dal Pontificio consiglio per la famiglia, il cui risultato per Vincenzo Paglia è così promettente! Questo è l’errore degli errori da cui tutto scaturisce:
• «Liberare la teologia morale dalla legge naturale»
• basare «la coscienza sull’esperienza di vita del fedele»
In effetti nel parterre presente nei tre seminari, tra gli oratori, era presente Eberhard Schockenhoff, professore di Teologia morale a Friburgo che proprio teorizza la necessità di «liberare la teologia morale dalla legge naturale» e di basare «la coscienza sull’esperienza di vita del fedele».
Niente di nuovo sotto il sole, come già diceva Chesterton, le moderne teorie sono al 90% vecchi errori. Anche qui è così, ma c’è un 10% di novità che mi riservo per il finale. I teologi moralisti, già negli anni ‘60, avevano tentato di scardinare la dottrina cattolica, cercando di sdoganare aborto e contraccezione con argomenti talmente scabrosi che fu coniato per loro il termine “porno-teologi”. Risuona ancora oggi l’avvertimento del Beato Paolo VI: «Questo, secondo me, è strano. […] Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia». (A Jean Guitton 8 settembre 1977). Per approfondire l’argomento, suggerisco il bel libro di Renzo Puccetti “I veleni della contraccezione” (http://www.edizionistudiodomenicano.it/Libro.php?id=850). Molto interessante il video (https://www.youtube.com/watch?v=XpuL8yD3_Mg&feature=player_detailpage#t=1) della Conferenza “Paolo VI profeta del nostro tempo. L´attualità della Humanae Vitae: sessualità e contraccezione” tenutasi a Brescia al centro Paolo VI.
Ora reggiti forte, che facciamo un salto nel passato e per analizzare i porno-teologi di ieri, per capire che quelli di oggi sono i loro nipotini:
• Don VALSECCHI: “È come una che si alza al mattino e dice: «Oggi non è più proibito il rapporto prematrimoniale». Siccome è una struttura culturale, non è la parola di Dio. Quindi possiamo anche renderci conto che a un certo punto che va storicizzata e va dunque anche mutata”. Valsecchi affermava la necessità di svincolarsi da una concezione della morale che facesse appello a una fondazione metafisica della natura umana. Unico peccato, radice di tutti gli altri, quello “contro l’amore”, e unica virtù, quella di assecondare l’amore, naturalmente e non soprannaturalmente inteso.
• Nel nuovo “Dizionario morale”, don Enrico CHIAVACCI sosteneva che “la vera natura umana è di non aver natura” e che l’uomo è tale per la “tensione” che la sua coscienza esprime, indipendentemente dai “divieti” della morale tradizionale.

Questi moralisti, come don Enrico Chiavacci e don Ambrogio Valsecchi, sostituivano alla oggettività della legge naturale, la “persona”, intesa come volontà progettante, sciolta da ogni vincolo normativo e immersa nel contesto storico-culturale, ovvero nell’ “etica della situazione”. Essi salutarono come maestro del nuovo corso morale Wilhelm Reich, che, negli anni ‘30 a Vienna, diresse un “Consultorio di Igiene Sessuale” (http://www.ilfoglio.it/articoli/2010/03/30/la-nuova-teologia-e-unipotesi-sulla-pedofilia___1-v-112981-rubriche_c324.htm). Una pagina “immortale”, ops, volevo dire “immorale” di Reich, tratta da LA RIVOLUZIONE SESSUALE:
• L’esperienza medica dimostra che la repressione sessuale si risolve in malattia, perversione e lascivia. Vediamo quali sarebbero le condizioni e i risultati di una educazione affermatrice del sesso: un bambino di fronte al quale ci si mostra nudi senza vergogna non svilupperà timidezza o lascivia sessuale; d’altro canto non c’è dubbio che egli pretenderà di veder soddisfatta la sua curiosità sessuale. Sarà difficile rifiutarvisi; si creerebbe altrimenti un conflitto molto più difficile che il bambino supererebbe con difficoltà di gran lunga maggiore; e inoltre, sarebbe ancor più grande il pericolo di creare perversioni. Naturalmente, non ci si dovrebbe opporre alla masturbazione e bisognerebbe spiegare al fanciullo il processo della procreazione. Si potrebbe, è vero, eludere la richiesta del bambino di assistere a un rapporto sessuale, ma questo significherebbe porre dei limiti ad un atteggiamento affermatore del sesso. […] Se i genitori sono stati coraggiosi hanno anche detto al figlio che il rapporto sessuale è piacevole, proprio come per il bambino è piacevole giocare con i suoi organi genitali

Da questa “esperienza” sul campo, Reich trae due importanti conclusioni:
1. la maggior parte delle popolazione soffre di patologie psichiche di vario genere;
2. tutti i disturbi e le patologie di carattere psichico, senza eccezione e senza distinzione, sono frutto della repressione sessuale imposta dalla società borghese.

Penso che sia chiaro ed indubitabile, che i veri disturbati fossero Reich ed i suoi seguaci!
Notare come nei seminari di gennaio, il padre gesuita Gian Luigi Brena, professore di antropologia filosofica all’Aloisianum di Padova, ha auspicato il superamento della «eccessiva severità» e della «regolamentazione autoritaria» che fino a oggi la Chiesa ha manifestato nei confronti della sessualità. Non si può più dire, come Reich, “repressione sessuale imposta dalla società borghese” allora si getta la croce sul Magistero della Chiesa. Naturalmente, Chiavacci e Valsecchi, contestarono pubblicamente, nel 1974, la posizione antidivorzista della Conferenza episcopale, ma continuarono ad essere per molti anni i “moralisti” più in vista della Chiesa italiana …
Ed ecco un bella chicca, che spiega la loro mentalità priva di pudore:
• «In passato il teologo moralista parlava di castità; oggi preferisce parlare di sessualità. Non è semplice mutazione di terminologia. La differenza lessicale include un cambiamento di mentalità e sensibilità. […] [Il teologo] se per caso nel conversare gli sfuggiva la parola sesso o sessualità sentiva in doversi scusare presso i suoi ascoltatori». Tullio Goffi in Etica sessuale cristiana 1972 Edizioni Dehoniane Bologna.
Oggi, infatti, i teologi si scusano se inopinatamente gli sfugge la parola «castità». Come fossero tanti Rocco Siffredi, se ne vergognano profondamente, diamine (!) sono porno teologi!
IMPORTANTE. Tutti questi gravi errori sono stati bene evidenziati nel Magistero della Chiesa e ripresi con vigore nell’enciclica Veritatis splendor (1993), ma vengono vieppiù rilanciati dal Pontificio consiglio per la famiglia e pubblicati dalle Libreria Editrice Vaticana, come contributo per il prossimo sinodo! Vediamo alcune perle luminose del Veritatis splendor:
• «Si è determinata, infatti, una nuova situazione entro la stessa comunità cristiana, che ha conosciuto il diffondersi di molteplici dubbi ed obiezioni, di ordine umano e psicologico, sociale e culturale, religioso ed anche propriamente teologico, in merito agli insegnamenti morali della Chiesa. Non si tratta più di contestazioni parziali e occasionali, ma di una messa in discussione globale e sistematica del patrimonio morale, basata su determinate concezioni antropologiche ed etiche. (…) si respinge la dottrina tradizionale sulla legge naturale, sull’universalità e sulla permanente validità dei suoi precetti; (…)»
• «(…) alcuni (teologi) hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l’originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un’opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male »
• «Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette «pastorali» contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un’ermeneutica «creatrice», secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare»
• «Una dottrina che dissoci l’atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione: tale dottrina fa rivivere, sotto forme nuove, alcuni vecchi errori sempre combattuti dalla Chiesa, in quanto riducono la persona umana a una libertà «spirituale», puramente formale. Questa riduzione misconosce il significato morale del corpo e dei comportamenti che ad esso si riferiscono (cf 1 Cor 6,19). L’apostolo Paolo dichiara esclusi dal Regno dei cieli «immorali, idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maldicenti e rapaci» (cf 1 Cor 6,9-10)».

I punti cruciali di Veritatis splendor sono contenuti nei num. 46-47-48-49-50, che potete trovare nell’allegato. TUTTA L’ENCICLICA E’ LO SPLENDORE DELLA VERITA’ e deve essere rispolverata, studiata, meditata e assimilata a vantaggio della nostra retta coscienza.
Scrive il Papa emerito Benedetto XVI:
• L’enciclica sui problemi morali “Veritatis splendor” ha avuto bisogno di lunghi anni di maturazione e rimane di immutata attualità. La costituzione del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, di contro all’orientamento all’epoca prevalentemente giusnaturalistico della teologia morale, voleva che la dottrina morale cattolica sulla figura di Gesù e il suo messaggio avesse un fondamento biblico. Questo fu tentato attraverso degli accenni solo per un breve periodo. Poi andò affermandosi l’opinione che la Bibbia non avesse alcuna morale propria da annunciare, ma che rimandasse ai modelli morali di volta in volta validi. La morale è questione di ragione, si diceva, non di fede. Scomparve così, da una parte, la morale intesa in senso giusnaturalistico, ma al suo posto non venne affermata alcuna concezione cristiana. E siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: ad una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell’efficacia, è meglio o peggio. Il grande compito che Giovanni Paolo II si diede in quell’enciclica fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell’antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra Scrittura. Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere.
Una luminosa citazione di San Giovanni Paolo II per inquadrare il significato della coscienza: «la coscienza individuale non è il criterio ultimo della morale, essa deve confermarsi alla legge morale, la legge morale è presente all’uomo nella coscienza, la coscienza è il luogo dove l’uomo legge, ascolta, vede la verità circa il bene e il male, nella coscienza morale l’uomo non è solo con se stesso, ma solo con Dio che gli parla imperativamente». Egli è in situazione di ascolto e di accoglienza non già di autonomia e tanto meno di creatività. I porno teologici, invece, ci vogliono fornire di tappi di cera per non ascoltare più Dio e per lasciarci fare di testa nostra: sono i porno-teologi pro peccato originale! È a quelli come loro che si rivolgeva San Pio X nella Pascendi dominici gregis:
• «I fautori dell’errore già non sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati; ma, ciò che dà somma pena e timore, si celano nel seno della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista. Alludiamo, o Venerabili Fratelli, a molti del laicato cattolico e, ciò ch’è più deplorevole, a non pochi dello stesso ceto sacerdotale, i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d’ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima. […] Fanno le meraviglie costoro perché Noi li annoveriamo fra i nemici della Chiesa; ma non potrà stupirsene chiunque, poste da parte le intenzioni di cui Dio solo è giudice, si faccia ad esaminare le loro dottrine e la loro maniera di parlare e di operare. Per verità non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici della Chiesa i più dannosi. Imperocché, come già abbiam detto, i lor consigli di distruzione non li agitano costoro al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa».
Caro don Gabriele, ti devo ora spiegare il rimanente 10% di novità nell’errore: quarant’anni fa attaccarono direttamente Paolo VI e l’Humanae vitae, oggi invece la vogliono pervertire dicendo di essere nella stessa linea di questa enciclica: “Perché, proprio sviluppando la linea personalista di Humanae vitae – e non in opposizione ad essa – [don Maurizio Chiodi] arriva ad affermare che ecc. ecc.”
Questa è proprio malizia che serve per ingannare il popolo cristiano, pertanto non esito a definire questa teologia, la teologia di satana.
Mi è stato obbiettato che non è bello appiccicare etichette, ma sopra un bottiglione contenente cianuro di potassio, appiccicare l’etichetta “veleno”, con tanto di teschio ed ossa incrociate, è un atto di carità…

ALLEGATO
46 […] Per altri [moralisti], è nella promozione senza misura del potere dell’uomo, o della sua libertà, che si costituiscono i valori economici, sociali, culturali ed anche morali: la natura starebbe a significare tutto ciò che nell’uomo e nel mondo si colloca al di fuori della libertà. Tale natura comprenderebbe in primo luogo il corpo umano, la sua costituzione e i suoi dinamismi: a questo dato fisico si opporrebbe quanto è «costruito» cioè la «cultura», quale opera e prodotto della libertà. La natura umana, così intesa, potrebbe essere ridotta e trattata come materiale biologico o sociale sempre disponibile. Ciò significa ultimamente definire la libertà mediante se stessa e farne un’istanza creatrice di sé e dei suoi valori. È così che al limite l’uomo non avrebbe neppure natura, e sarebbe per se stesso il proprio progetto di esistenza. L’uomo non sarebbe nient’altro che la sua libertà!
47. In questo contesto sono sorte le obiezioni di fisicismo e naturalismo contro la concezione tradizionale della legge naturale: questa presenterebbe come leggi morali quelle che in se stesse sarebbero solo leggi biologiche. Così, troppo superficialmente, si sarebbe attribuito ad alcuni comportamenti umani un carattere permanente ed immutabile e, in base ad esso, si sarebbe preteso di formulare norme morali universalmente valide. Secondo alcuni teologi, una simile «argomentazione biologista o naturalista» sarebbe presente anche in taluni documenti del Magistero della Chiesa, specialmente in quelli riguardanti l’ambito dell’etica sessuale e matrimoniale. In base ad una concezione naturalistica dell’atto sessuale, sarebbero state condannate come moralmente inammissibili la contraccezione, la sterilizzazione diretta, l’autoerotismo, i rapporti prematrimoniali, le relazioni omosessuali, nonché la fecondazione artificiale. Ora, secondo il parere di questi teologi, la valutazione moralmente negativa di tali atti non prenderebbe in adeguata considerazione il carattere razionale e libero dell’uomo, né il condizionamento culturale di ogni norma morale. Essi dicono che l’uomo, come essere razionale, non solo può, ma addirittura deve decidere liberamente il senso dei suoi comportamenti. Questo «decidere il senso» dovrà tener conto, ovviamente, dei molteplici limiti dell’essere umano, che ha una condizione corporea e storica. Dovrà, inoltre, prendere in considerazione i modelli comportamentali ed i significati che questi assumono in una determinata cultura. E, soprattutto, dovrà rispettare il comandamento fondamentale dell’amore di Dio e del prossimo. Dio però — asseriscono poi — ha fatto l’uomo come essere razionalmente libero, lo ha lasciato «in mano al suo consiglio» e da lui attende una propria, razionale formazione della sua vita. L’amore del prossimo significherebbe soprattutto o esclusivamente rispetto per il suo libero decidere di se stesso. I meccanismi dei comportamenti propri dell’uomo, nonché le cosiddette «inclinazioni naturali», stabilirebbero al massimo — come dicono — un orientamento generale del comportamento corretto, ma non potrebbero determinare la valutazione morale dei singoli atti umani, tanto complessi dal punto di vista delle situazioni.
48. Di fronte ad una tale interpretazione occorre considerare con attenzione il retto rapporto che esiste tra la libertà e la natura umana, e in particolare il posto che ha il corpo umano nelle questioni della legge naturale. Una libertà che pretende di essere assoluta finisce per trattare il corpo umano come un dato bruto, sprovvisto di significati e di valori morali finché essa non l’abbia investito del suo progetto. Di conseguenza, la natura umana e il corpo appaiono come dei presupposti o preliminari, materialmente necessari alla scelta della libertà, ma estrinseci alla persona, al soggetto e all’atto umano. […] Questa teoria morale non è conforme alla verità sull’uomo e sulla sua libertà. Essa contraddice agli insegnamenti della Chiesa sull’unità dell’essere umano, la cui anima razionale è per se et essentialiter la forma del corpo.86 L’anima spirituale e immortale è il principio di unità dell’essere umano, è ciò per cui esso esiste come un tutto — «corpore et anima unus» 87 — in quanto persona. Queste definizioni non indicano solo che anche il corpo, al quale è promessa la risurrezione, sarà partecipe della gloria; esse ricordano altresì il legame della ragione e della libera volontà con tutte le facoltà corporee e sensibili. La persona, incluso il corpo, è affidata interamente a se stessa, ed è nell’unità dell’anima e del corpo che essa è il soggetto dei propri atti morali. La persona, mediante la luce della ragione e il sostegno della virtù, scopre nel suo corpo i segni anticipatori, l’espressione e la promessa del dono di sé, in conformità con il sapiente disegno del Creatore. È alla luce della dignità della persona umana — da affermarsi per se stessa — che la ragione coglie il valore morale specifico di alcuni beni, cui la persona è naturalmente inclinata. E dal momento che la persona umana non è riducibile ad una libertà che si autoprogetta, ma comporta una struttura spirituale e corporea determinata, l’esigenza morale originaria di amare e rispettare la persona come un fine e mai come un semplice mezzo, implica anche, intrinsecamente, il rispetto di alcuni beni fondamentali, senza del quale si cade nel relativismo e nell’arbitrio.
49. Una dottrina che dissoci l’atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione: tale dottrina fa rivivere, sotto forme nuove, alcuni vecchi errori sempre combattuti dalla Chiesa, in quanto riducono la persona umana a una libertà «spirituale», puramente formale. Questa riduzione misconosce il significato morale del corpo e dei comportamenti che ad esso si riferiscono (cf 1 Cor 6,19). L’apostolo Paolo dichiara esclusi dal Regno dei cieli «immorali, idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maldicenti e rapaci» (cf 1 Cor 6,9-10). Tale condanna — fatta propria dal Concilio di Trento 88 — enumera come «peccati mortali», o «pratiche infami», alcuni comportamenti specifici la cui volontaria accettazione impedisce ai credenti di avere parte all’eredità promessa. Infatti, corpo e anima sono indissociabili: nella persona, nell’agente volontario e nell’atto deliberato, essi stanno o si perdono insieme.
50. Si può ora comprendere il vero significato della legge naturale: essa si riferisce alla natura propria e originale dell’uomo, alla «natura della persona umana»,89 che è la persona stessa nell’unità di anima e di corpo, nell’unità delle sue inclinazioni di ordine sia spirituale che biologico e di tutte le altre caratteristiche specifiche necessarie al perseguimento del suo fine. «La legge morale naturale esprime e prescrive le finalità, i diritti e i doveri che si fondano sulla natura corporale e spirituale della persona umana. Pertanto essa non può essere concepita come normatività semplicemente biologica, ma deve essere definita come l’ordine razionale secondo il quale l’uomo è chiamato dal Creatore a dirigere e a regolare la sua vita e i suoi atti e, in particolare, a usare e disporre del proprio corpo».90 Ad esempio, l’origine e il fondamento del dovere di rispettare assolutamente la vita umana sono da trovare nella dignità propria della persona e non semplicemente nell’inclinazione naturale a conservare la propria vita fisica. Così la vita umana, pur essendo un bene fondamentale dell’uomo, acquista un significato morale in riferimento al bene della persona che deve essere sempre affermata per se stessa: mentre è sempre moralmente illecito uccidere un essere umano innocente, può essere lecito, lodevole o persino doveroso dare la propria vita (cf Gv 15, 13) per amore del prossimo o per testimonianza verso la verità. […] La legge naturale così intesa non lascia spazio alla divisione tra libertà e natura. Queste, infatti, sono armonicamente collegate tra loro e intimamente alleate l’una con l’altra.