Atiq Rahimi, Terra e cenere
Einaudi, Torino 2002- Autore:
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E’ per Einaudi, Stile Libero, un piccolo libretto pubblicato più di dieci anni fa (ancora in catalogo, reperibile su Internet) di Atiq Rahimi, scrittore e regista nato a Kabul.
Dopo l’invasione sovietica Rahimi fugge dall’Afghanistan e a Parigi ottiene asilo politico; vive ora tra Parigi e Kabul. Il titolo del breve romanzo è Terra e cenere; scritto in persiano è diventato un best seller in Europa; un film tratto dal libro, diretto dallo stesso Rahimi, ha vinto il Prix du Regard vers l'Avenir al Festival di Cannes 2004.
Il racconto porta una dedica significativa: ‘A mio padre e a tutti gli altri padri che hanno pianto durante la guerra’. La vicenda si svolge durante la guerra di occupazione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche; un vecchio con il nipotino si trova vicino a un ponte nei dintorni della città di Polkhomrí, cerca un passaggio, un mezzo di trasporto, per la miniera che dista alcuni chilometri; là lavora suo figlio, padre del bambino. Un aiuto potrebbe venirgli dal vecchio guardiano del ponte che sta dentro la guardiola. La scena è triste come il cuore del vecchio: un ponte arrugginito sopra un fiume in secca, una valle sabbiosa e arida, pochi alberi stecchiti. Tutto il racconto si snoda come un dialogo tra il vecchio e il suo cuore, la sua anima turbata, la sua stanchezza fisica e spirituale. Quasi non troviamo una descrizione del protagonista, eppure la narrazione procede in modo così suggestivo che nella mente del lettore la sua immagine si va costruendo. Il dolore è la cifra del racconto, un dolore multiforme e invasivo, come dice un negoziante al vecchio in attesa del passaggio: ‘Il dolore o si trasforma in lacrime e scende giù dagli occhi o diviene spada e ti arriva sulla lingua. Oppure talvolta si trasforma in una bomba all’interno del tuo cuore, una bomba che un bel giorno ti fa esplodere…’.
Per quale motivo il vecchio sta cercando di raggiungere la miniera? Per raccontare al figlio la sciagura della famiglia: il paese è stato completamente distrutto, i familiari morti; superstiti solo lui e il nipotino diventato sordo. Gli interrogativi del piccolo - perché i russi mi hanno rubato i suoni del mondo? – non fanno che accrescere l’angoscia del vecchio – da tempo nessuna parola ha più dato calore al suo cuore - che tuttavia non può evitare quel viaggio per far conoscere la verità al figlio. Ma la sciagura più grossa è che nella guerra non c’è perdono. Questa è la sofferenza più disumana.
Un libro da tenere sul comodino in questi tempi così inquietanti.
