Monsignor Michele Di Tolve e Monsignor Derio Olivero
Sì, il dibattito sull’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) spesso nasce proprio da due visioni diverse del suo ruolo nella scuola e nella missione della Chiesa.- Autore:
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Domanda
Carissimo Nicola hai letto l'articolo a firma di Marco Ronconi a proposito dell’IRC?
Ci aiuti a capire?
Grazie.
Risposta
ll dibattito sull’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) spesso nasce proprio da due visioni diverse del suo ruolo nella scuola e nella missione della Chiesa.
Nel confronto evidenziato dall’articolo https://www.rassegnaditeologia.it/focus126.pdf a firma di Marco Ronconi, le posizioni di Monsignor Michele Di Tolve e Monsignor Derio Olivero rappresentano due impostazioni abbastanza diverse.
Vediamo qual è la visione di Monsignor Michele Di Tolve
Secondo Mons. Michele Di Tolve, l’IRC dovrebbe:
· mantenere un forte legame con la missione della Chiesa
· presentare in modo chiaro l’identità cristiana e cattolica
· non ridursi a una semplice educazione religiosa generica o culturale
· aiutare gli studenti a conoscere realmente il cristianesimo e la tradizione cattolica.
In questa prospettiva, l’IRC non è catechesi (che appartiene alla parrocchia), ma non può nemmeno diventare neutro o indistinto: deve restare radicato nella fede e nella tradizione della Chiesa.
La visione di Monsignor Derio Olivero
La posizione associata a Mons. Derio Olivero tende invece a mettere più l’accento su:
· dialogo interreligioso
· dimensione culturale e antropologica della religione
· apertura pluralistica.
In questa prospettiva l’IRC rischia di diventare più una “storia o fenomenologia delle religioni” che un insegnamento specificamente cattolico.
Perché Monsignor Di Tolve ha ragione
Monsignor Di Tolve ha ragione perché:
· l’IRC esiste proprio perché è insegnamento della religione cattolica, non delle religioni in generale
· se perde la sua identità diventa un “ircocervo” (un ibrido incoerente)
· la scuola pubblica può accogliere l’IRC proprio perché è disciplinato da accordi tra Stato e Chiesa.
In sintesi:
· Di Tolve: identità cattolica chiara
· Olivero: approccio più dialogico e pluralista
Monsignor Di Tolve ha ancora ragione perché l’Insegnamento della Religione Cattolica nasce da accordi tra lo Stato italiano e la Chiesa (in particolare dall’Accordo di revisione del Concordato del 1984 tra la Santa Sede e la Italia).
Questo significa che:
· non è una generica storia delle religioni
· è un insegnamento legato alla tradizione cattolica.
La posizione di Mons Di Tolve difende proprio questa identità: se si perde, l’IRC rischia di non avere più una ragione specifica di esistere.
Secondo questa visione:
· l’IRC non è catechismo (quello appartiene alla parrocchia e alla pastorale)
· però non può diventare neutrale o indistinto.
Deve invece:
· presentare il cristianesimo nella sua verità storica e teologica
· aiutare gli studenti a capire la cultura e la visione cristiana dell’uomo.
L’Italia e l’Europa sono profondamente segnate dal cristianesimo. Senza conoscerlo diventa difficile comprendere:
· arte
· storia
· letteratura
· valori culturali.
In questo senso l’IRC, nella linea sostenuta da Di Tolve, non è solo religioso ma anche culturale.
Monsignor Derio Olivero afferma che si rischia di creare un “ircocervo”, cioè
· un insegnamento che non è più catechesi
· ma non è neppure una vera storia delle religioni.
Risulterebbe quindi un ibrido poco chiaro.
Ed è proprio più vera e più convincente la posizione di Don Michele Di Tolve:
perché mantiene chiara l’identità dell’IRC, rispettando sia la scuola pubblica sia la missione culturale e religiosa della Chiesa.
IRC: un dibattito solo in apparenza “aperto”.
L’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nella scuola pubblica italiana si colloca, oggi, al crocevia tra identità confessionale e apertura dialogica, ponendo questioni teologiche, ecclesiologiche e pedagogiche di primo piano. Il dibattito tra le impostazioni riconducibili a Mons. Michele Di Tolve e a Mons. Derio Olivero rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere la posta in gioco: la definizione del profilo teologico e culturale dell’IRC nel quadro degli accordi tra Stato e Chiesa e nel contesto pluralistico contemporaneo.
1. Quadro ecclesiale e giuridico dell’IRC
L’IRC nasce e si configura giuridicamente all’interno degli accordi tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, in particolare a partire dall’Accordo di revisione del Concordato del 1984, che riconosce alla religione cattolica un insegnamento specifico nella scuola pubblica. Ciò implica che l’IRC non sia una generica “storia delle religioni” né un’educazione religiosa indistinta, ma un insegnamento che attinge in modo qualificato alla tradizione di fede e di pensiero della Chiesa cattolica.
Dal punto di vista ecclesiologico, l’IRC partecipa alla missione evangelizzatrice della Chiesa in forma peculiare: non si identifica con la catechesi parrocchiale, ma ne condivide la responsabilità circa la trasmissione della fede e la presentazione del cristianesimo come evento e realtà storica. La sua presenza nell’istituzione scolastica pubblica richiede dunque un continuo discernimento sul rapporto tra identità confessionale e servizio culturale reso alla società civile.
2. L’impostazione di Mons. Michele Di Tolve
L’impostazione di Mons. Michele Di Tolve insiste in modo prioritario sul radicamento dell’IRC nella missione della Chiesa e nella specifica identità cattolica dell’insegnamento. In questa prospettiva, l’IRC è chiamato a: mantenere un forte legame con la missione ecclesiale, presentare in modo chiaro l’identità cristiana e cattolica, evitare di ridursi a una generica educazione religiosa o culturale, contribuire a una reale conoscenza del cristianesimo e della tradizione cattolica.
L’IRC, per Di Tolve, non è catechesi in senso stretto – che rimane compito proprio della comunità parrocchiale –, ma non può neppure diventare neutrale o “indistinto”. Deve piuttosto presentare il cristianesimo nella sua verità storica e teologica, offrendo agli studenti gli elementi per comprendere la visione cristiana dell’uomo, di Dio e della storia, in coerenza con il mandato ecclesiale e con la natura stessa dell’accordo Stato–Chiesa.
3. La prospettiva di Mons. Derio Olivero
La posizione ricondotta a Mons. Derio Olivero pone maggiormente l’accento sulle dimensioni del dialogo interreligioso, della lettura antropologica del fenomeno religioso e dell’apertura pluralistica dell’IRC nel contesto scolastico odierno. In tale ottica, l’IRC è sollecitato a farsi luogo privilegiato di confronto tra diverse tradizioni religiose e culturali, con un marcato interesse per la fenomenologia delle religioni e per le dinamiche interculturali.
Questa accentuazione, tuttavia, comporta il rischio di trasformare l’IRC in una sorta di “storia o fenomenologia delle religioni”, più che in un insegnamento specificamente cattolico. È in questo passaggio che si colloca la critica secondo cui si verrebbe a generare un “ircocervo”: un ibrido che non è più legato alla visione cattolica che è la base della cultura italiana, ma non è neppure una vera storia delle religioni, con conseguente indebolimento della chiarezza identitaria e della funzione propria affidata all’IRC dagli accordi concordatari.
4. Identità cattolica e funzione culturale dell’IRC
L’argomentazione a sostegno della linea di Di Tolve sottolinea che l’IRC esiste precisamente in quanto insegnamento della religione cattolica, e non delle religioni in generale; se perdesse tale identità, verrebbe meno la sua ragion d’essere specifica nel curricolo scolastico. La scuola pubblica può accogliere e integrare l’IRC proprio perché esso è giuridicamente definito come insegnamento legato alla tradizione cattolica, e non come disciplina religiosa genericamente intesa.
Al tempo stesso, la prospettiva di Di Tolve riconosce la dimensione culturale dell’IRC: la conoscenza del cristianesimo è decisiva per comprendere la storia, l’arte, la letteratura e i valori culturali dell’Italia e dell’Europa, profondamente segnate dalla tradizione cristiana. In tale senso, l’IRC non è solo un insegnamento religioso, ma anche un servizio culturale qualificato, che consente agli studenti di interpretare criticamente il patrimonio simbolico e valoriale della propria società.
5. Valutazione teologico-pastorale del dibattito
Alla luce di quanto esposto, la posizione che privilegia la chiara identità cattolica dell’IRC, così come delineata da Mons. Di Tolve, appare teologicamente e pastoralmente più coerente con la natura dell’istituto e con il quadro giuridico concordatario. Essa consente di evitare l’“ibrido incoerente” paventato dalla metafora dell’ircocervo, salvaguardando la specificità ecclesiale dell’IRC e, insieme, il suo contributo culturale alla scuola pubblica.
Una impostazione eccessivamente dialogica e pluralista, se non ancorata alla definizione confessionale della disciplina, rischia di dissolvere il profilo proprio dell’IRC, fino a renderlo intercambiabile con una generica educazione al fatto religioso. Proprio perché situato nella scuola pubblica, l’IRC è chiamato a coniugare rispetto del pluralismo, apertura al dialogo e fedeltà alla tradizione cattolica, secondo un equilibrio che la linea di Di Tolve mira esplicitamente a custodire.
In tale prospettiva, la custodia dell’identità specifica della disciplina non tutela soltanto la missione culturale ed ecclesiale dell’IRC, ma salvaguarda anche la posizione giuridica del docente di religione, il cui status professionale e la cui legittimazione nell’ordinamento scolastico dipendono proprio dal riconoscimento di un insegnamento confessionale definito e non riducibile ad area generica del sapere religioso.
Questo significa che l’autore dello studio abbia un pregiudizio, cioè intenda la complessità multiforme dell’Irc, che abbraccia tanti aspetti (storici, teologici, antropologici, etici ecc.) solo come un problema, senza pensare che sia una risorsa, quando viene bene sfruttata. Certo, la soluzione della “storia delle religioni” e cose simili sarebbe più definita: si prende solo un aspetto e si elimina la complessità.
Ma è la cosa giusta?
È come se nella scuola italiana si insegnasse una letteratura comparata internazionale (italiana, francese, inglese ecc.) solo per avere un quadro “neutro” e completo. Sarebbe la trasmissione della nostra cultura e una crescita complessiva? Penso che nessuno direbbe di sì. Questo vale anche per la religione, che non può prescindere dal patrimonio cattolico. Credo, che si debba insistere, come fa la Nota Cei, sulla forma attuale, lavorando su una buona proposta didattica, sulla formazione dei docenti e anche sulla soluzione di alcune ambiguità normative (questione dell’ora “del nulla” e anche della valutazione).
Il rischio è buttare a mare tutto, sarebbe un grave errore, prima di tutto culturale, non solo pastorale.
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