Per approfondire l'Enciclica Rerum Novarum

La Rerum Novarum non solo fornì una base dottrinale per il pensiero sociale della Chiesa cattolica, ma anticipò anche le riflessioni sulle relazioni industriali e sul ruolo dello Stato nel garantire il benessere dei cittadini, aprendo la strada alle successive encicliche sociali e ad un impegno più concreto della Chiesa nelle questioni politiche ed economiche del XX secolo.
Autore:
Jacopo Rossi
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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L’enciclica Rerum Novarum, promulgata da papa Leone XIII il 15 maggio 1891, rappresentò il documento fondativo della Dottrina sociale della Chiesa moderna, segnando la prima presa di posizione organica della Chiesa cattolica sulle questioni sociali emerse con forza nel corso dell’Ottocento.
Il testo nacque come risposta ai profondi mutamenti economici, sociali e culturali generati dalla rivoluzione industriale, che tra il XIX secolo e i primi decenni del Novecento aveva trasformato radicalmente la vita delle città e delle campagne. In Europa, l’industrializzazione accelerata aveva portato alla formazione di grandi centri urbani, con fabbriche che concentravano masse di lavoratori in condizioni estremamente dure: orari di lavoro estenuanti, salari insufficienti, mancanza di sicurezza sul lavoro e assenza di forme di tutela sociale. Anche in America, negli Stati Uniti, la cosiddetta “Gilded Age” vedeva il rapido sviluppo industriale e infrastrutturale accompagnato da enormi disuguaglianze, sfruttamento minorile e tensioni tra lavoratori e grandi capitalisti.
In questo contesto, la cosiddetta “questione operaia” divenne un tema centrale: il disagio delle masse lavoratrici favorì la diffusione di ideologie socialiste, anarchiche e rivoluzionarie, mentre la pressione dei movimenti sindacali e delle prime organizzazioni politiche dei lavoratori cresceva sia in Europa sia in America.
Leone XIII, consapevole di questi fenomeni, volle offrire una riflessione organica e cristiana sulla necessità di conciliare i diritti dei lavoratori con la proprietà privata e l’ordine sociale, ponendo al centro la dignità della persona umana e l’esigenza di una giustizia sociale fondata su principi morali.
L’enciclica affermava così la legittimità della difesa dei diritti dei lavoratori, inclusi salari giusti, limiti all’orario di lavoro e protezioni sociali, opponendosi sia all’individualismo economico esasperato sia al socialismo rivoluzionario, e proponeva strumenti di mediazione come la cooperazione tra capitale e lavoro. Papa Pecci voleva così pacificare le tensioni sociali e guidare la società verso un modello di sviluppo che rispettasse la persona umana, valorizzasse la solidarietà e promuovesse la responsabilità morale dei cittadini e delle istituzioni.
La Rerum Novarum non solo fornì una base dottrinale per il pensiero sociale della Chiesa cattolica, ma anticipò anche le riflessioni sulle relazioni industriali e sul ruolo dello Stato nel garantire il benessere dei cittadini, aprendo la strada alle successive encicliche sociali e ad un impegno più concreto della Chiesa nelle questioni politiche ed economiche del XX secolo.
Il testo incomincia con la descrizione dell’origine della questione operaia, nata dai profondi cambiamenti economici e sociali dell’età moderna: il progresso industriale, le nuove relazioni tra capitale e lavoro, la concentrazione della ricchezza e la diffusione della povertà, la maggiore coscienza e organizzazione dei lavoratori produssero un conflitto sociale di una portata tale da divenire centrale nel dibattito politico e culturale.
Per la complessità della situazione e per evitare facili strumentalizzazioni, il Romano Pontefice ritenne doveroso intervenire per indicare principi di giustizia ed equità e per soccorrere i proletari, ridotti a condizioni disumane dopo la scomparsa delle corporazioni, l’allontanamento delle leggi statali dallo spirito cristiano, l’abuso dei padroni, l’usura e il monopolio economico che stavano opprimendo le masse lavoratrici.
“1. L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l’ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. (…) Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.
2. Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.”
Leone XIII contestò la soluzione socialista alla questione operaia, la quale proponeva l’abolizione della proprietà privata e la sua collettivizzazione, giudicandola inefficace, ingiusta e dannosa soprattutto per gli stessi lavoratori poiché va a violare i diritti dei proprietari, altera il ruolo dello Stato e sconvolge l’ordine sociale. Il lavoro, proseguì il Papa, ha come fine naturale la proprietà privata: attraverso di esso l’operaio acquisisce un diritto legittimo sulla mercede e sui beni ottenuti, inclusa la possibilità di risparmiare e migliorare la propria condizione. Abolire la proprietà significherebbe quindi togliere all’operaio la libertà, la speranza e la sua stessa dignità.
La proprietà privata è inoltre un diritto naturale dell’uomo, che lo eleva dall’abbruttimento e lo distingue dagli animali fornendogli il titolo non solo all’uso dei beni ma anche al possesso stabile e duraturo di essi.
“3. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l’eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l’ordine sociale.
4. E infatti non è difficile capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l’artigiano, è la proprietà privata. Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero e perfetto diritto, non solo di esigere, ma d’investire come vuole, la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come ognuno sa, consiste la proprietà, sia mobile che stabile. Con l’accumulare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all’operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione.
5. Il peggio si è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà prenata è diritto di natura. Poiché anche in questo passa gran differenza tra l’uomo e il bruto. Il bruto non governa sé stesso; ma due istinti lo reggono e governano, i quali da una parte ne tengono desta l’attività e ne svolgono le forze, dall’altra terminano e circoscrivono ogni suo movimento; cioè l’istinto della conservazione propria, e l’istinto della conservazione della propria specie. A conseguire questi due fini, basta al bruto l’uso di quei determinati mezzi che trova intorno a sé; né potrebbe mirare più lontano, perché mosso unicamente dal senso e dal particolare sensibile. Ben diversa è la natura dell’uomo. Possedendo egli la vita sensitiva nella sua pienezza, da questo lato anche a lui è dato, almeno quanto agli altri animali, di usufruire dei beni della natura materiale. Ma l’animalità in tutta la sua estensione, lungi dal circoscrivere la natura umana, le è di gran lunga inferiore, e fatta per esserle soggetta. Il gran privilegio dell’uomo, ciò che lo costituisce tale o lo distingue essenzialmente dal bruto, è l’intelligenza, ossia la ragione. E appunto perché ragionevole, si deve concedere all’uomo qualche cosa di più che il semplice uso dei beni della terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che l’uso non consuma.”
L’enciclica enfatizza la giustificazione naturale della proprietà privata, fondata sulla razionalità e libertà dell’uomo, che lo rendono capace di provvedere non solo ai bisogni presenti ma anche a quelli futuri. Per questo motivo l’essere umano ha il diritto ad avere beni stabili e durevoli, come la terra, che garantiscono un sostentamento continuo senza dover dipendere da altri o da entità esterne come lo Stato, dal momento che tale diritto è anteriore alla formazione della società civile.
Il fatto che Dio abbia destinato la terra a tutta l’umanità non esclude la proprietà privata: la divisione dei beni è affidata all’iniziativa umana e ai popoli, e pur restando di proprietà dei singoli, i beni continuano a servire il bene comune attraverso il lavoro. Coltivando la terra e trasformandola con la propria intelligenza e fatica, l’uomo imprime in essa la propria personalità, acquisendo così un legittimo diritto di possesso che gli altri sono tenuti a rispettare.
6. (…) l’uomo sotto la legge eterna e la provvidenza universale di Dio, è provvidenza a sé stesso. Egli deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all’uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo deve essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni futuri. Giacché i bisogni dell’uomo hanno, per così dire, una vicenda di perpetui ritorni e, soddisfatti oggi, rinascono domani. Pertanto la natura deve aver dato all’uomo il diritto a beni stabili e perenni, proporzionati alla perennità del soccorso di cui egli abbisogna, beni che può somministrargli solamente la terra, con la sua inesauribile fecondità. Non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore allo Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a sé stesso.
7. L’aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli. La terra, per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essi. Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro, impiegato o nel coltivare un terreno proprio, o nell’esercitare un’arte, la cui mercede in ultimo si ricava dai molteplici frutti della terra e in essi viene commutata. Ed è questa un’altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura. Il necessario al mantenimento e al perfezionamento della vita umana la terra ce lo somministra largamente, ma ce lo somministra a questa condizione, che l’uomo la coltivi e le sia largo di provvide cure. Ora, posto che a conseguire i beni della natura l’uomo impieghi l’industria della mente e le forze del corpo, con ciò stesso egli riunisce in sé quella parte della natura corporea che ridusse a cultura, e in cui lasciò come impressa una impronta della sua personalità, sicché giustamente può tenerla per sua ed imporre agli altri l’obbligo di rispettarla.”
Negare la proprietà della terra a chi l’ha coltivata significa allora sottrargli i frutti del suo impegno poiché il terreno lavorato non è più lo stesso di prima, da sterile diventa infatti produttivo, e sarebbe ingiusto che altri, senza aver fatto nulla, ne godessero i benefici.
Poiché l’effetto appartiene alla sua causa, spiegò il Papa, il frutto del lavoro spetta a chi lavora ed è per questo motivo che nel corso dei secoli l’umanità, seguendo la legge naturale, fondò la divisione dei beni e riconobbe la proprietà privata come conforme alla natura umana e alla convivenza pacifica.
Le leggi civili, se giuste, hanno da sempre confermato e applicato questo diritto, che è inoltre sancito dalla legge divina, la quale proibisce persino il solo desiderio dei beni altrui.
“8. Così evidenti sono tali ragioni, che non si sa capire come abbiano potuto trovar contraddizioni presso alcuni, i quali, rinfrescando vecchie utopie, concedono bensì all’uomo l’uso del suolo e dei vari frutti dei campi, ma del suolo ove egli ha fabbricato e del campo che ha coltivato gli negano la proprietà. Non si accorgono costoro che in questa maniera vengono a defraudare l’uomo degli effetti del suo lavoro. Giacché il campo dissodato dalla mano e dall’arte del coltivato non è più quello di prima, da silvestre è divenuto fruttifero, da sterile ferace. (…) Ora, che giustizia sarebbe questa, che un altro il quale non ha lavorato subentrasse a goderne i frutti? Come l’effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora. A ragione pertanto il genere umano, senza affatto curarsi dei pochi contraddittori e con l’occhio fisso alla legge di natura, trova in questa legge medesima il fondamento della divisione dei beni; e riconoscendo che la proprietà privata è sommamente consona alla natura dell’uomo e alla pacifica convivenza sociale, l’ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli. E le leggi civili che, quando sono giuste, derivano la propria autorità ed efficacia dalla stessa legge naturale (…), confermano tale diritto e lo assicurano con la pubblica forza. Né manca il suggello della legge divina, la quale vieta strettissimamente perfino il desiderio della roba altrui: Non desiderare la moglie del prossimo tuo: non la casa, non il podere, non la serva, non il bue, non l’asino, non alcuna cosa di tutte quelle che a lui appartengono (Deut 5,21).”
Il diritto di proprietà, già valido per l’individuo, si applica con maggiore forza al capo famiglia, poiché nella comunità domestica la sua responsabilità e la sua personalità si esprimono in modo più pieno e completo.
L’uomo è infatti libero di scegliere il proprio stato di vita, compreso il matrimonio, che è un diritto naturale e originario voluto da Dio e non modificabile dallo Stato. Da qui nasce la famiglia, una vera piccola società, anteriore allo Stato e quindi dotata di diritti e doveri propri, indipendenti dall’autorità civile. Se lo Stato invece di sostenere la famiglia ne limitasse o negasse i diritti, la convivenza civile diventerebbe un danno anziché un beneficio.
La famiglia, per questa sua caratteristica, è dotata di un potere proprio e, nei limiti del suo fine, possiede il diritto di scegliere e usare i mezzi necessari alla propria conservazione e indipendenza.
In particolare, il padre ha per legge naturale il dovere di mantenere i figli e di provvedere al loro futuro, garantendo loro i mezzi per vivere dignitosamente: questo è possibile solo attraverso il possesso di beni da trasmettere in eredità.
“9. Questo diritto individuale cresce di valore se lo consideriamo nei riguardi del consorzio domestico. Libera all’uomo è l’elezione del proprio stato: Egli può a suo piacere seguire il consiglio evangelico della verginità o legarsi in matrimonio. Naturale e primitivo è il diritto al coniugio e nessuna legge umana può abolirlo, né può limitarne, comunque sia, lo scopo a cui Iddio l’ha ordinato quando disse: Crescete e moltiplicatevi (Gen 1,28). Ecco pertanto la famiglia, ossia la società domestica, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società; perciò con diritti e obbligazioni indipendenti dallo Stato. Ora, quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all’individuo va applicato all’uomo come capo di famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e completa è nel consorzio domestico la sua personalità.
10. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole: e per impulso della natura medesima, che gli fa scorgere nei figli una immagine di sé e quasi una espansione e continuazione della sua persona, egli è spinto a provvederli in modo che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte ai propri bisogni: cosa impossibile a ottenersi se non mediante l’acquisto dei beni fruttiferi, ch’egli poi trasmette loro in eredità. Come la convivenza civile così la famiglia, secondo quello che abbiamo detto, è una società retta da potere proprio, che è quello paterno. Entro i limiti determinati dal fine suo, la famiglia ha dunque, per la scelta e l’uso dei mezzi necessari alla sua conservazione e alla sua legittima indipendenza, diritti almeno eguali a quelli della società civile. Diciamo almeno eguali, perché essendo il consorzio domestico logicamente e storicamente anteriore al civile, anteriori altresì e più naturali ne debbono essere i diritti e i doveri. Che se l’uomo, se la famiglia, entrando a far parte della società civile, trovassero nello Stato non aiuto, ma offesa, non tutela, ma diminuzione dei propri diritti, la civile convivenza sarebbe piuttosto da fuggire che da desiderare.”
L’enciclica prosegue affermando che sarebbe un grave errore permettere allo Stato di intervenire arbitrariamente nella famiglia. L’intervento pubblico è giustificato solo in casi eccezionali: quando una famiglia non riesce da sola a superare gravi difficoltà o quando occorre ristabilire la giustizia tra i suoi membri. In questi casi lo Stato tutela i diritti, non li sostituisce.
Oltre questi limiti lo Stato non può andare: la patria potestà non può essere annullata né assorbita perché deriva dalla natura stessa della vita, figli appartengono innanzitutto alla famiglia e sono affidati alla cura dei genitori. Sostituire l’autorità e la responsabilità dei genitori con quella dello Stato, come proponevano i socialisti, significherebbe violare la giustizia naturale e indebolire la struttura fondamentale della società, cioè la famiglia.
“11. È dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova per avventura in si gravi strettezze che da sé stessa non le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti l’intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale. Similmente in caso di gravi discordie nelle relazioni scambievoli tra i membri di una famiglia intervenga lo Stato e renda a ciascuno il suo, poiché questo non è usurpare i diritti dei cittadini, ma assicurarli e tutelarli secondo la retta giustizia. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la natura non gli consente di andare oltre. La patria potestà non può lo Stato né annientarla né assorbirla, poiché nasce dalla sorgente stessa della vita umana. I figli sono qualche cosa del padre, una espansione, per così dire, della sua personalità e, a parlare propriamente, essi entrano a far parte del civile consorzio non da sé medesimi, bensì mediante la famiglia in cui sono nati. È appunto per questa ragione che, essendo i figli naturalmente qualcosa del padre... prima dell’uso della ragione stanno sotto la cura dei genitori. (…) Ora, i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie.”
Un’altra ingiustizia perpetrata dal pensiero socialista, scrisse Leone XIII, riguarda l’idea della comunanza dei beni. Essa porterebbe confusione, discordia e schiavitù tra i cittadini, eliminerebbe gli stimoli all’ingegno e all’industria, e trasformerebbe l’illusoria uguaglianza in miseria universale.
“12. Ed oltre l’ingiustizia, troppo chiaro appare quale confusione e scompiglio ne seguirebbe in tutti gli ordini della cittadinanza, e quale dura e odiosa schiavitù nei cittadini. Si aprirebbe la via agli asti, alle recriminazioni, alle discordie: le fonti stesse della ricchezza, inaridirebbero, tolto ogni stimolo all’ingegno e all’industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria. Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata. Presupposto ciò, esporremo donde si abbia a trarre il rimedio.”
Il Papa affermò inoltre che la soluzione dei problemi sociali non può prescindere dal Cristianesimo e dai suoi precetti. La Chiesa, infatti, ha il compito di guidare la coscienza e i costumi delle persone secondo il Vangelo, promuovendo la giustizia e mitigando i conflitti tra le classi sociali.
Attraverso insegnamenti, opere di beneficenza e istituzioni a favore dei poveri, la Chiesa ha sempre cercato di migliorare le condizioni dei lavoratori e ha incoraggiato la collaborazione di tutte le classi sociali. Le leggi e l’autorità dello Stato dovrebbero operare, entro i limiti propri, per sostenere questo fine.
“13. Entriamo fiduciosi in questo argomento, e di nostro pieno diritto; giacché si tratta di questione di cui non è possibile trovare una risoluzione che valga senza ricorrere alla religione e alla Chiesa. (…) Certamente la soluzione di si arduo problema richiede il concorso e l’efficace cooperazione anche degli altri: vogliamo dire dei governanti, dei padroni e dei ricchi, come pure degli stessi proletari che vi sono direttamente interessati: ma senza esitazione alcuna affermiamo che, se si prescinde dall’azione della Chiesa, tutti gli sforzi riusciranno vani. Difatti la Chiesa è quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre, o certamente a rendere assai meno aspro il conflitto: essa procura con gli insegnamenti suoi, non solo d’illuminare la mente, ma d’informare la vita e i costumi di ognuno: con un gran numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime del proletario; vuole e brama che i consigli e le forze di tutte le classi sociali si colleghino e vengano convogliate insieme al fine di provvedere meglio che sia possibile agli interessi degli operai; e crede che, entro i debiti termini, debbano volgersi a questo scopo le stesse leggi e l’autorità dello Stato.”
Continuando a confutare le teorie socialiste, il testo afferma che è impossibile eliminare le disparità sociali, perché le differenze di ingegno, forza, salute e operosità tra gli uomini sono naturali e inevitabili. Queste differenze sono, d’altra parte, utili alla società poiché rendono possibile la diversificazione di uffici e compiti, stimolando ciascuno a operare secondo le proprie capacità.
Il lavoro e la sofferenza fanno comunque parte della condizione umana: la fatica e le difficoltà derivano dal peccato originale e accompagnano inevitabilmente l’uomo nella vita. Chi promette di eliminare del tutto dolore e fatiche inganna le persone, creando illusioni pericolose. Il comportamento saggio consiste invece nel conoscere ed accettare la realtà umana così com’è, cercando rimedi reali ai mali, senza illusioni o utopie.
“14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l’uomo nello stato medesimo d’innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell’animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell’oracolo divino: Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita (Gen 3,17). Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l’uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell’uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v’è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali.”
E’ errato considerare le classi sociali naturalmente nemiche: ricchi e lavoratori non sono destinati allo scontro, ma alla collaborazione. Come le membra del corpo umano formano armonia, così nella società le classi devono armonizzarsi, perché il capitale ha bisogno del lavoro e il lavoro del capitale. La concordia genera ordine e prosperità mentre il conflitto permanente porta solo confusione e degrado.
Il Cristianesimo, in tal senso, possiede una forza straordinaria per promuovere questa armonia e risolvere i dissidi sociali alla radice: ricorda i doveri e le responsabilità sia dei padroni sia dei proletari, ammonendo grandemente che defraudare il salario o i piccoli risparmi dell’operaio è un grave peccato che grida vendetta a Dio.
“15. Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile; cosa tanto contraria alla ragione e alla verità. In vece è verissimo che, come nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e formano quell’armonico temperamento che si chiama simmetria, così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne risultasse l’equilibrio. L’una ha bisogno assoluto dell’altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie. Ora, a comporre il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha una ricchezza di forza meravigliosa.
16. Innanzi tutto, l’insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all’operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi, senza altro frutto che quello di inutili pentimenti e di perdite rovinose. E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l’uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l’opera propria. Quello che veramente è indegno dell’uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell’anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all’operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall’amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l’età e con il sesso.
17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. (…). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell’operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l’operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza.”
La Chiesa, seguendo Gesù Cristo, punta a far convivere in armonia padroni e lavoratori, elevando lo sguardo dall’effimero mondo terreno alla vita eterna.
Le ricchezze e i beni terreni sono temporanei e secondari: ciò che conta realmente è il loro uso morale. Le sofferenze della vita non sono abolite, ma trasformate in strumenti di virtù e merito, come insegnato da Cristo, che ha reso il patire umano più sopportabile attraverso la grazia e la speranza della ricompensa eterna.
I ricchi devono quindi comprendere che le loro fortune non li esentano dal dolore della condizione umana su questa terra d’esilio e che saranno giudicati severamente per l’uso dei loro beni. L’attenzione alla vita eterna e all’utilizzo giusto dei beni materiali diventa così fondamento della giustizia e della pace sociale, oltre che della salvezza personale.
“Quello pertanto che la natura stessa ci detta, nel cristianesimo è un dogma su cui come principale fondamento poggia tutto l’edificio della religione: cioè che la vera vita dell’uomo è quella del mondo avvenire. Poiché Iddio non ci ha creati per questi beni fragili e caduchi, ma per quelli celesti ed eterni; e la terra ci fu data da Lui come luogo di esilio, non come patria. Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all’eterna felicità non importa nulla; ma il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa. Le varie tribolazioni di cui è intessuta la vita di quaggiù, Gesù Cristo, che pur ci ha redenti con redenzione copiosa, non le ha tolte; le ha convertite in stimolo di virtù e in maniera di merito, tanto che nessun figlio di Adamo può giungere al cielo se non segue le orme sanguinose di Lui. (…). I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non li liberano dal dolore e che esse per la felicità avvenire, non che giovare, nuocciono (Cfr. Mat 19,23-24); che i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo (Cfr. Luc 6,24-25); che dell’uso dei loro beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto al Dio giudice.”
Il testo spiega che la Chiesa perfeziona e rende pratica la dottrina sull’uso delle ricchezze che la filosofia, specie quella tomistica di San Tommaso d’Aquino, aveva intuito: distinguere tra possesso legittimo, possedere beni è lecito e necessario per la vita sociale, e uso legittimo dei beni, essi non devono essere considerati solo propri ma anche comuni in modo da poterli condividere con chi è nel bisogno.
Non è obbligatorio dare ciò che serve al proprio sostentamento o alla dignità del proprio stato ma il superfluo deve essere destinato ai bisognosi come atto di carità cristiana, non come obbligo legale. Cristo stesso insegna che dare è più bello che ricevere e che ogni carità verso i poveri è come fatta a Lui.
Questo passaggio dell’enciclica sta a significare dunque che chi riceve più beni o talenti da Dio deve usarli sia per il proprio perfezionamento sia al servizio degli altri, come strumento della provvidenza divina: capacità, ricchezza o abilità vanno condivise generosamente per il bene comune.
“Il fondamento di tale dottrina sta in ciò: che nella ricchezza si suole distinguere il possesso legittimo dal legittimo uso. Naturale diritto dell’uomo è, come vedemmo, la privata proprietà dei beni e l’esercitare questo diritto è, specialmente nella vita socievole, non pur lecito, ma assolutamente necessario. E’ lecito, dice san Tommaso, anzi necessario all’umana vita che l’uomo abbia la proprietà dei beni (S. Th. III-II, q. 66, a. 2). Ma se inoltre si domandi quale debba essere l’uso di tali beni, la Chiesa per bocca del santo Dottore non esita a rispondere che, per questo rispetto, l’uomo non deve possedere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi all’altrui necessità. (…). Nessuno, certo, é tenuto a soccorrere gli altri con le cose necessarie a sé e ai suoi, anzi neppure con ciò che è necessario alla convivenza e al decoro del proprio stato, perché nessuno deve vivere in modo non conveniente (S. Th. II-II, q. 32, a. 6). Ma soddisfatte le necessità e la convenienza è dovere soccorrere col superfluo i bisognosi. Quello che sopravanza date in elemosina (Luc 11,41). Eccetto il caso di estrema necessità, questi, è vero, non sono obblighi di giustizia, ma di carità cristiana il cui adempimento non si può certamente esigere per via giuridica, ma sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la legge e il giudizio di Cristo, il quale inculca in molti modi la pratica del dono generoso (…), e terrà per fatta o negata a sé la carità fatta o negata ai bisognosi (…). In conclusione, chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo come ministro della divina provvidenza a vantaggio altrui (…).”
Leone XIII continuò l’enciclica spiegando che né la povertà né la necessità di lavorare per vivere possono essere motivo di vergogna davanti a Dio in quanto lo stesso Gesù, per immensa e magistrale umiltà, si fece povero e fino ai trent’anni si impegnò nel mestiere di falegname insieme a San Giuseppe. Dio infatti manifesta una speciale predilezione per i poveri, i sofferenti e i perseguitati, chiamandoli beati e offrendo loro conforto.
La vera dignità dell’uomo risiede dunque nella virtù morale, accessibile a tutti indipendentemente da ricchezza o condizione sociale, ed è questa che serve a meritare la beatitudine eterna.
Queste verità evangeliche riducono l’orgoglio dei ricchi e l’umiliazione dei poveri, favorendo rispetto reciproco e concordia tra le classi sociali, e se venissero interiorizzate nei popoli porterebbero certamente alla fine dei conflitti e al ritorno della pace.
“20. Ai poveri poi, la Chiesa insegna che innanzi a Dio non è cosa che rechi vergogna né la povertà né il dover vivere di lavoro. Gesù Cristo confermò questa verità con 1’esempio suo mentre, a salute degli uomini, essendo ricco, si fece povero (2Cor 8,9) ed essendo Figlio di Dio, e Dio egli stesso, volle comparire ed essere creduto figlio di un falegname, anzi non ricusò di passare lavorando la maggior parte della sua vita (…)Mirando la divinità di questo esempio, si comprende più facilmente che la vera dignità e grandezza dell’uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù; che la virtù è patrimonio comune, conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli, dai ricchi e dai proletari; che solo alle opere virtuose, in chiunque si trovino, è serbato il premio dell’eterna beatitudine. Diciamo di più per gli infelici pare che Iddio abbia una particolare predilezione poiché Gesù Cristo chiama beati i poveri (Cfr. Mat 5,3); (…); i deboli e i perseguitati abbraccia con atto di carità specialissima. Queste verità sono molto efficaci ad abbassar l’orgoglio dei fortunati e togliere all’avvilimento i miseri, ad ispirare indulgenza negli uni e modestia negli altri. Così le distanze, tanto care all’orgoglio, si accorciano; né riesce difficile ottenere che le due classi, stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo.
21. Ma esse, obbedendo alla legge evangelica, non saranno paghe di una semplice amicizia, ma vorranno darsi l’amplesso dell’amore fraterno. Poiché conosceranno e sentiranno che tutti gli uomini hanno origine da Dio, Padre comune; che tutti tendono a Dio, fine supremo, che solo può rendere perfettamente felici gli uomini e gli angeli; che tutti sono stati ugualmente redenti da Gesù Cristo e chiamati alla dignità della figliolanza divina, in modo che non solo tra loro, ma con Cristo Signore, primogenito fra molti fratelli, sono congiunti col vincolo di una santa fraternità. Conosceranno e sentiranno che i beni di natura e di grazia sono patrimonio comune del genere umano e che nessuno, senza proprio merito, verrà diseredato dal retaggio dei beni celesti: perché se tutti figli, dunque tutti eredi; eredi di Dio, e coeredi di Gesù Cristo (Rom 8,17). Ecco 1’ideale dei diritti e dei doveri contenuto nel Vangelo. Se esso prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?”
La Chiesa, ad ogni modo, non si limita a indicare il rimedio ai mali sociali ma cerca di applicarlo concretamente, attraverso l’azione del clero, educando e formando gli uomini secondo gli insegnamenti evangelici. Essa agisce sugli animi con i mezzi ricevuti da Cristo stesso, capaci di guidare l’uomo alla virtù, dominare le passioni, amare Dio e il prossimo.
Educare ai principi cristiani significa del resto favorire anche il benessere materiale perché vengono valorizzati comportamenti virtuosi come la sobrietà, la solidarietà e il risparmio.
Un’altra premura della Chiesa è il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, soprattutto dei proletari. Nel perseguire tale obbiettivo essa realizza opere di carità e assistenza: fin dalle sue origini, attraverso la generosa azione di religiosi e laici ha sostenuto i poveri, gli orfani, gli anziani ed i bisognosi creando istituzioni e forme organizzate di aiuto. Questa carità, ispirata da Cristo e propria della Chiesa, non può essere sostituita dalla sola beneficenza legale, perché nasce da un autentico amore disinteressato per il prossimo.
Nel corso dei secoli il Cristianesimo operò, così, nei popoli una profonda trasformazione che plasmò la vita sociale, le leggi e i costumi permettendo un vero progresso dell’umanità.
Per questo motivo, insistette il Papa, l’unico rimedio ai mali del mondo è il ritorno alla vita e ai valori cristiani: ogni società si rigenera tornando ai principi e allo scopo che le hanno dato origine.
“23. Né si creda che le premure della Chiesa siano così interamente e unicamente rivolte alla salvezza delle anime, da trascurare ciò che appartiene alla vita morale e terrena. Ella vuole e procura che soprattutto i proletari emergano dal loro infelice stato, e migliorino la condizione di vita. E questo essa fa innanzi tutto indirettamente, chiamando e insegnando a tutti gli uomini la virtù. I costumi cristiani, quando siano tali davvero, contribuiscono anch’essi di per sé alla prosperità terrena, perché attirano le benedizioni di Dio, principio e fonte di ogni bene; infrenano la cupidigia della roba e la sete dei piaceri (Cfr. 1Tim 6,10), veri flagelli che rendono misero l’uomo nella abbondanza stessa di ogni cosa; contenti di una vita frugale, suppliscono alla scarsezza del censo col risparmio, lontani dai vizi, che non solo consumano le piccole, ma anche le grandi sostanze, e mandano in rovina i più lauti patrimoni.
24. Ma vi è di più: la Chiesa concorre direttamente al bene dei proletari col creare e promuovere quanto può conferire al loro sollievo, e in questo tanto si è segnalata, da riscuoter l’ammirazione e gli encomi degli stessi nemici. Nel cuore dei primi cristiani la carità fraterna era così potente che i più facoltosi si privavano spessissimo del proprio per soccorrere gli altri; tanto che non vi era tra loro nessun bisognoso (At 4,34). Ai diaconi, ordine istituito appositamente per questo, era affidato dagli apostoli l’ufficio di esercitare la quotidiana beneficenza e l’apostolo Paolo, benché gravato dalla cura di tutte le Chiese, non dubitava di intraprendere faticosi viaggi, per recare di sua mano ai cristiani poveri le elemosine da lui raccolte. Tertulliano chiama depositi della pietà le offerte che si facevano spontaneamente dai fedeli di ciascuna adunanza, perché destinate a soccorrere e dar sepoltura agli indigenti, sovvenire i poveri orfani d’ambo i sessi, i vecchi e i naufraghi (Apolog, 2.39). Da lì poco a poco si formò il patrimonio, che la Chiesa guardò sempre con religiosa cura come patrimonio della povera gente. (…) Giacché, madre comune dei poveri e dei ricchi, ispirando e suscitando dappertutto l’eroismo della carità, la Chiesa creò sodalizi religiosi ed altri benefici istituti, che non lasciarono quasi alcuna specie di miseria senza aiuto e conforto. Molti oggi, come già fecero i gentili, biasimano la Chiesa perfino di questa carità squisita, e si è creduto bene di sostituire a questa la beneficenza legale. Ma non è umana industria che possa supplire la carità cristiana, tutta consacrata al bene altrui. Ed essa non può essere se non virtù della Chiesa, perché è virtù che sgorga solamente dal cuore santissimo di Gesù Cristo: e si allontana da Gesù Cristo chi si allontana dalla Chiesa.”
Per risolvere la questione operaia è necessario anche l’impegno di tutte le componenti laiche della società e la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti, ciascuno secondo il proprio ruolo, in conformità all’ordine costituito. Tutti i cittadini devono contribuire al bene comune, ma in modo diverso secondo i ruoli e le condizioni sociali, che sono inevitabilmente diseguali. Governanti e funzionari hanno responsabilità dirette, mentre gli artigiani e i proletari cooperano soprattutto con il lavoro.
Centrale è pertanto il ruolo dello Stato, inteso nel suo autentico significato, ossia in accordo con la dottrina cattolica, al di là delle forme operative che esso assume nelle diverse nazioni: i governanti devono contribuire alla soluzione della questione operaia soprattutto mediante leggi e istituzioni volte a promuovere la prosperità pubblica e privata.
Lo Stato costituisce un’unità armonica che comprende tutte le classi sociali: proletari e ricchi sono ugualmente cittadini e membri essenziali del corpo sociale.
Poiché la ricchezza nazionale deriva in larga parte dall’opera degli operai, è giusto che lo Stato si prenda cura di loro e faccia sì che partecipino ai frutti della ricchezza che producono, garantendo condizioni di vita dignitose. Migliorare la condizione dei lavoratori giova all’intera società, perché è interesse comune evitare che restino nella miseria coloro da cui dipende il benessere collettivo.
Trascurare il benessere degli operai equivarrebbe a violare la giustizia, che esige di rendere a ciascuno il suo. Tra i principali doveri dei governanti rientra dunque quello di provvedere con imparzialità al bene di tutti i cittadini, applicando correttamente i principi della giustizia distributiva.
Il benessere delle nazioni dipende, di conseguenza, dai buoni costumi, dalla solidità della famiglia, dal rispetto della religione e della giustizia, dall’equità fiscale e dallo sviluppo economico e agricolo. Favorendo tali elementi in vista del bene comune, lo Stato può legittimamente migliorare anche la condizione dei proletari, riducendo così la necessità di interventi straordinari.
Lo Stato non deve assorbire né il cittadino né la famiglia, ma rispettarne l’autonomia, intervenendo solo per il bene comune e la tutela dei diritti altrui. Tuttavia ha il dovere di proteggere la società e le sue parti, poiché il potere è ordinato al bene dei governati e deve esercitarsi con cura paterna.
Quando si verificano gravi disordini o ingiustizie che non possono essere altrimenti prevenuti l’intervento dello Stato tramite le leggi è necessario, ma entro limiti proporzionati. Nella tutela dei diritti, lo Stato deve avere particolare attenzione per i deboli e i poveri: poiché gli operai sono più esposti e privi di difese, essi devono essere oggetto di una speciale protezione e cura da parte dell’autorità pubblica.
“27. Ma bisogna inoltre considerare una cosa che tocca più da vicino la questione: che cioè lo Stato è una armoniosa unità che abbraccia del pari le infime e le alte classi. I proletari né di più né di meno dei ricchi sono cittadini per diritto naturale, membri veri e viventi onde si compone, mediante le famiglie, il corpo sociale: per non dire che ne sono il maggior numero. Ora, essendo assurdo provvedere ad una parte di cittadini e trascurare l’altra, è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai; non facendolo, si offende la giustizia che vuole si renda a ciascuno il suo (…). Perciò tra i molti e gravi doveri dei governanti solleciti del bene pubblico, primeggia quello di provvedere ugualmente ad ogni ordine di cittadini, osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva.
Sebbene tutti i cittadini senza eccezione alcuna, debbano cooperare al benessere comune che poi, naturalmente, ridonda a beneficio dei singoli, tuttavia la cooperazione non può essere in tutti né uguale né la stessa. Per quanto si mutino e rimutino le forme di governo, vi sarà sempre quella varietà e disparità di condizione senza la quale non può darsi e neanche concepirsi il consorzio umano. Vi saranno sempre pubblici ministri, legislatori, giudici, insomma uomini tali che governano la nazione in pace, e la difendono in guerra; ed è facile capire che, essendo costoro la causa più prossima ed efficace del bene comune, formano la parte principale della nazione. Non possono allo stesso modo e con gli stessi uffici cooperare al bene comune gli artigiani; tuttavia vi concorrono anch’essi potentemente con i loro servizi, benché in modo indiretto. Certo, il bene sociale, dovendo essere nel suo conseguimento un bene perfezionativo dei cittadini in quanto sono uomini, va principalmente riposto nella virtù. Nondimeno, in ogni società ben ordinata deve trovarsi una sufficiente abbondanza dei beni corporali, l’uso dei quali è necessario all’esercizio della virtù (S. Th., De reg, princ. I,17). Ora, a darci questi beni è di necessità ed efficacia somma l’opera e l’arte dei proletari, o si applichi all’agricoltura, o si eserciti nelle officine. Somma, diciamo, poiché si può affermare con verità che il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale. È quindi giusto che il governo s’interessi dell’operaio, facendo si che egli partecipi ín qualche misura di quella ricchezza che esso medesimo produce, cosicché abbia vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato. Si favorisca dunque al massimo ciò che può in qualche modo migliorare la condizione di lui, sicuri che questa provvidenza, anziché nuocere a qualcuno, gioverà a tutti, essendo interesse universale che non rimangano nella miseria coloro da cui provengono vantaggi di tanto rilievo.
28. Non è giusto, come abbiamo detto, che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti. Tuttavia, i governanti debbono tutelare la società e le sue parti. (…)
29. Ora, interessa il privato come il pubblico bene che sia mantenuto l’ordine e la tranquillità pubblica; che la famiglia sia ordinata conforme alla legge di Dio e ai principi di natura; che sia rispettata e praticata la religione; che fioriscano i costumi pubblici e privati; che sia inviolabilmente osservata la giustizia; che una classe di cittadini non opprima l’altra; che crescano sani e robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria. Perciò, se a causa di ammutinamenti o di scioperi si temono disordini pubblici; se tra i proletari sono sostanzialmente turbate le naturali relazioni della famiglia; se la religione non é rispettata nell’operaio, negandogli agio e tempo sufficiente a compierne i doveri; se per la promiscuità del sesso ed altri incentivi al male l’integrità dei costumi corre pericolo nelle officine; se la classe lavoratrice viene oppressa con ingiusti pesi dai padroni o avvilita da fatti contrari alla personalità e dignità umana; se con il lavoro eccessivi o non conveniente al sesso e all’età, si reca danno alla sanità dei lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro i debiti confini, la forza e l’autorità delle leggi. I quali fini sono determinati dalla causa medesima che esige l’intervento dello Stato; e ciò significa che le leggi non devono andare al di là di ciò che richiede il riparo dei mali o la rimozione del pericolo. I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possieda e il pubblico potere deve assicurare a ciascuno il suo, con impedirne o punirne le violazioni. Se non che, nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.”
Un’altra indicazione fornita da Papa Leone XIII ai governanti è quella di garantire la proprietà privata attraverso leggi sagge e giuste.
Il desiderio di migliorare la propria condizione certamente non autorizza a nuocere agli altri e, sebbene la maggior parte degli operai agisca onestamente, vi sono pochi che, influenzati da idee false e deviante, cercano di suscitare tumulti e violenze. Lo Stato deve quindi intervenire per frenare i sobillatori, proteggendo sia i lavoratori virtuosi dai pericoli della seduzione sia i legittimi proprietari dal rischio di essere spogliati di beni legittimamente detenuti, e per prevenire eventuali scioperi e disordini, che danneggiano gli stessi operai, i padroni, il commercio e l’ordine pubblico.
Eliminare alla radice le cause di conflitto è preferibile alla repressione dei disordini già esplosi.
“ (…) i governi devono per mezzo di sagge leggi assicurare la proprietà privata. Oggi specialmente, in tanto ardore di sfrenate cupidigie, bisogna che le popolazioni siano tenute a freno; perché, se la giustizia consente a loro di adoperarsi a migliorare le loro sorti, né la giustizia né il pubblico bene consentono che si rechi danno ad altri nella roba, e sotto colore di non so quale eguaglianza si invada l’altrui. Certo, la massima parte degli operai vorrebbe migliorare la propria condizione onestamente, senza far torto ad alcuni; tuttavia non sono pochi coloro i quali, imbevuti di massime false e smaniosi di novità, cercano ad ogni costo di eccitare tumulti e sospingere gli altri alla violenza. Intervenga dunque l’autorità dello Stato e, posto freno ai sobillatori, preservi i buoni operai dal pericolo della seduzione e i legittimi padroni da quello dello spogliamento.
31. Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danno solamente ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi e, per le violenze e i tumulti a cui d’ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità. Il rimedio, poi, in questa parte, più efficace e salutare, si é prevenire il male con l’autorità delle leggi e impedire lo scoppio, rimovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere il conflitto tra operai e padroni.”
Il Papa affermò altresì che lo Stato deve proteggere il lavoratore non solo materialmente ma anche nel senso più alto poiché la vita terrena non è il fine ultimo dell’uomo, bensì un mezzo per perfezionare la parte spirituale di ogni persona orientandola verso la vita eterna.
Nessuno può violare la dignità umana né ostacolare il pieno sviluppo della persona dal momento che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, indipendentemente dalla loro condizione sociale.
Da tale principio deriva l’importanza del riposo festivo, che non è ozio, ma tempo sottratto al lavoro per essere dedicato a Dio e ai beni spirituali.
Il lavoro umano ha inoltre limiti naturali che non possono essere superati senza danno: ogni attività deve essere proporzionata alle forze della persona e alle condizioni che l’ambiente di lavoro presenta, mentre il giusto ristoro serve necessariamente a reintegrare le energie consumate durante le fatiche e le incombenze quotidiane e stagionali.
Tempi, carichi di lavoro e ogni genere di attività accessoria devono anche essere rapportati all’età, al genere ed alla condizione psico-fisica del lavoratore. In questo senso Papa Pecci fu un precursore e si espresse contro lo sfruttamento del lavoro minorile evidenziando la necessità di introdurre tutele e limiti.
Eventuali accordi che negano questo equilibrio sono di conseguenza ingiusti e moralmente inaccettabili.
“32. Molte cose parimenti lo Stato deve proteggere nell’operaio, e prima di tutto i beni dell’anima. La vita di quaggiù, benché buona e desiderabile, non è il fine per cui noi siamo stati creati, ma via e mezzo a perfezionare la vita dello spirito con la cognizione del vero e con la pratica del bene. Lo spirito è quello che porta scolpita in sé l’immagine e la somiglianza divina, ed in cui risiede quella superiorità in virtù della quale fu imposto all’uomo di signoreggiare le creature inferiori, e di far servire all’utilità sua le terre tutte ed i mari. (…). In questo tutti gli uomini sono uguali, né esistono differenze tra ricchi e poveri, padroni e servi, monarchi e sudditi, perché lo stesso è il Signore di tutti (Rom 10,12). A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell’uomo, di cui Dio stesso dispone con grande riverenza, né attraversargli la via a quel perfezionamento che è ordinato all’acquisto della vita eterna. Che anzi, neanche di sua libera elezione potrebbe l’uomo rinunziare ad esser trattato secondo la sua natura, ed accettare la schiavitù dello spirito, perché non si tratta di diritti dei quali sia libero l’esercizio, bensì di doveri verso Dio assolutamente inviolabili. Di qui segue la necessità del riposo festivo. Sotto questo nome non s’intenda uno stare in ozio più a lungo, e molto meno una totale inazione quale si desidera da molti, fomite di vizi e occasione di spreco, ma un riposo consacrato dalla religione. Unito alla religione, il riposo toglie l’uomo ai lavori e alle faccende della vita ordinaria per richiamarlo al pensiero dei beni celesti e al culto dovuto alla Maestà divina. (…)
33. Quanto alla tutela dei beni temporali ed esteriori prima di tutto è dovere sottrarre il povero operaio all’inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose. Non è giusto né umano esigere dall’uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccarne il corpo. Come la sua natura, così l’attività dell’uomo è limitata e circoscritta entro confini ben stabiliti, oltre i quali non può andare. L’esercizio e l’uso l’affina, a condizione però che di quando in quando venga sospeso, per dar luogo al riposo. Non deve dunque il lavoro prolungarsi più di quanto lo comportino le forze. Il determinare la quantità del riposo dipende dalla qualità del lavoro, dalle circostanze di tempo e di luogo, dalla stessa complessione e sanità degli operai. (…) Si deve avere ancor riguardo alle stagioni, perché non di rado un lavoro, facilmente sopportabile in una stagione, è in un’altra o del tutto insopportabile o tale che sí sopporta con difficoltà. Infine, un lavoro proporzionato all’uomo alto e robusto, non é ragionevole che s’imponga a una donna o a un fanciullo. Anzi, quanto ai fanciulli, si badi a non ammetterli nelle officine prima che l’età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. (…) Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per í lavori domestici, í quali grandemente proteggono l’onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l’educazione dei figli e il benessere della casa. In generale si tenga questa regola, che la quantità del riposo necessario all’operaio deve essere proporzionata alla quantità delle forze consumate nel lavoro, perché le forze consumate con l’uso debbono venire riparate col riposo. In ogni convenzione stipulata tra padroni e operai vi è sempre la condizione o espressa o sottintesa dell’uno e dell’altro riposo; un patto contrario sarebbe immorale, non essendo lecito a nessuno chiedere o permettere la violazione dei doveri che lo stringono a Dio e a sé stesso.”
Un altro tema centrale affrontato nell’enciclica Rerum Novarum è quello della retribuzione per il lavoro svolto.
Il salario non può essere stabilito solo dal libero consenso tra padrone e operaio perché il lavoro ha due caratteristiche naturali essendo personale, appartiene a chi lo esercita, e necessario, serve alla sopravvivenza: anche se l’operaio accetta volontariamente una mercede inferiore, la necessità di conservare la vita gli conferisce un diritto naturale ad un salario sufficiente a garantire il proprio sostentamento e la dignità morale. Qualsiasi accordo che imponga un compenso al di sotto di questo livello costituisce ingiustizia e violenza.
Per quanto riguarda gli altri aspetti come orari, sicurezza e condizioni di lavoro, lo Stato deve intervenire con prudenza, fornendo tutela e sostegno quando necessario, lasciando però in gran parte la gestione ai collegi o ad altri organi competenti.
“ (…) Il lavoro è l’attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione (…). Ha dunque il lavoro dell’uomo come due caratteri impressigli da natura, cioè di essere personale, perché la forza attiva è inerente alla persona, e del tutto proprio di chi la esercita e al cui vantaggio fu data; poi di essere necessario, perché il frutto del lavoro è necessario all’uomo per il mantenimento della vita, mantenimento che è un dovere imprescindibile imposto dalla natura. Ora, se si guarda solo l’aspetto della personalità, non v’è dubbio che può l’operaio pattuire una mercede inferiore al giusto, poiché siccome egli offre volontariamente l’opera, così può, volendo, contentarsi di un tenue salario o rinunziarvi del tutto. Ben diversa è la cosa se con la personalità si considera la necessità: due cose logicamente distinte, ma realmente inseparabili. Infatti, conservarsi in vita è dovere, a cui nessuno può mancare senza colpa. Di qui nasce, come necessaria conseguenza, il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che nella povera gente sí riducono al salario del proprio lavoro. L’operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell’operaio, frugale si intende, e di retti costumi. Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall’imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta. Del resto, in queste ed altre simili cose, quali sono l’orario di lavoro, le cautele da prendere, per garantire nelle officine la vita dell’operaio, affinché l’autorità non s’ingerisca indebitamente, specie in tanta varietà di cose, di tempi e di luoghi, sarà più opportuno riservare la decisione ai collegi di cui parleremo più avanti, o usare altri mezzi che salvino, secondo giustizia, le ragioni degli operai, limitandosi lo Stato ad aggiungervi, quando il caso lo richiede, tutela ed appoggio.”
Leone XIII sostenne che, se il lavoratore riceve un salario giusto, sufficiente non solo a sopravvivere ma anche a mantenere dignitosamente la propria famiglia, egli sarà naturalmente portato a risparmiare e ad acquistare una piccola proprietà. Questo comportamento non deve essere valutato come un’egoistica ricerca del superfluo o del lusso ma come un’esigenza naturale dell’uomo.
Per questo motivo lo Stato deve tutelare e favorire la diffusione della proprietà privata, diritto naturale e inviolabile, incentivando la crescita numerica dei piccoli proprietari.
La società moderna, secondo Leone XIII, è spaccata in due e vede da un lato una minoranza ricchissima che controlla economia e potere politico e dall’altro una massa di poveri esposti al malcontento e alla rivolta: facilitare l’accesso degli operai alla proprietà permetterebbe di ridurre questa frattura sociale, avvicinando le classi e rendendo più equa la distribuzione della ricchezza.
La proprietà privata, inoltre, rende il lavoro più produttivo e responsabile perché chi lavora per sé e per la propria famiglia è più motivato e legato a ciò che produce, rendendo maggiormente sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Ne deriva anche un maggiore attaccamento alla patria, poiché chi può vivere dignitosamente nel proprio paese non è costretto a emigrare.
Tutto ciò è possibile solo se lo Stato non si fa ideologico e non opprime la proprietà privata con, ad esempio, l’introduzione di una tassazione eccessiva: dal momento che il diritto di proprietà deriva dalla legge naturale, lo Stato non può eliminarlo ma solo regolarne l’uso in vista del bene comune.
“35. Quando l’operaio riceve un salario sufficiente a mantenere sé stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza, se egli è saggio, penserà naturalmente a risparmiare e, assecondando l’impulso della stessa natura, farà in modo che sopravanzi alle spese una parte da impiegare nell’acquisto di qualche piccola proprietà. Poiché abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari. Da qui risulterebbero grandi vantaggi, e in primo luogo una più equa ripartizione della ricchezza nazionale. La rivoluzione ha prodotto la divisione della società come in due caste, tra le quali ha scavato un abisso. Da una parte una fazione strapotente perché straricca, la quale, avendo in mano ogni sorta di produzione e commercio, sfrutta per sé tutte le sorgenti della ricchezza, ed esercita pure nell’andamento dello Stato una grande influenza. Dall’altra una moltitudine misera e debole, dall’animo esacerbato e pronto sempre a tumulti. Ora, se in questa moltitudine s’incoraggia l’industria con la speranza di poter acquistare stabili proprietà, una classe verrà avvicinandosi poco a poco all’altra, togliendo l’immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza. Oltre a ciò, dalla terra si ricaverà abbondanza di prodotti molto maggiore. Quando gli uomini sanno di lavorare in proprio, faticano con più alacrità e ardore, anzi si affezionano al campo coltivato di propria mano, da cui attendono, per sé e per la famiglia, non solo gli alimenti ma una certa agiatezza. (…). Ne seguirà un terzo vantaggio, cioè l’attaccamento al luogo natio; infatti non si cambierebbe la patria con un paese straniero, se quella desse di che vivere agiatamente ai suoi figli. Si avverta peraltro che tali vantaggi dipendono da questa condizione, che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte.”
Papa Leone XIII proseguì il testo scrivendo che la soluzione della questione operaia non dipende comunque solo dallo Stato ma anche dall’impegno diretto di operai e capitalisti, chiamati a collaborare insieme anche attraverso la costituzione di enti di solidarietà. Il Romano Pontefice intese così valorizzare tutte quelle forme associative nate per soccorrere chi si trovava in difficoltà, come le società di mutuo soccorso, le assicurazioni contro infortuni, malattie e morte, e i patronati per bambini, giovani e adulti.
Una menzione particolare venne fatta in favore delle corporazioni di arti e mestieri, considerate lo strumento più efficace per tutelare i lavoratori e, allo stesso tempo, per migliorare la qualità del lavoro e delle attività produttive: queste corporazioni, già presenti nel passato, avevano infatti garantito non solo la protezione degli artigiani ma anche il progresso e il prestigio delle arti stesse.
Papa Pecci ammise che l’evoluzione della società, della cultura e dei bisogni richiedeva un rinnovamento di tali associazioni per adattarle alle nuove esigenze della modernità e per questo motivo egli guardava con favore alla nascita di nuove associazioni, sia composte solo da operai sia miste, formate da operai e datori di lavoro.
Per il Pontefice la collaborazione tra le classi avrebbe spento il conflitto sociale: le associazioni professionali e solidali sarebbero riuscite a ridurre le distanze sociali, favorire il dialogo e costruire una convivenza più giusta fondata sulla cooperazione e non sulla contrapposizione polemica o violenta.
“36. Finalmente, a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare e udire le due classi tra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private destinate a prendersi cura dell’operaio, della vedova, dei figli orfani, nei casi d’improvvisi infortuni, d’infermità, o di altro umano accidente; i patronati per i fanciulli d’ambo i sessi, per la gioventù e per gli adulti. Tengono però il primo posto le corporazioni di arti e mestieri che nel loro complesso contengono quasi tutte le altre istituzioni. Evidentissimi furono presso i nostri antenati i vantaggi di tali corporazioni, e non solo a pro degli artieri, ma come attestano documenti in gran numero, ad onore e perfezionamento delle arti medesime. I progressi della cultura, le nuove abitudini e i cresciuti bisogni della vita esigono che queste corporazioni si adattino alle condizioni attuali. Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e padroni, ed è desiderabile che crescano di numero e di operosità. (…)”
Il diritto di associazione non deriva da una concessione statale ma dalla natura stessa dell’uomo, perciò lo Stato, che ha il compito di tutelare i diritti naturali, non può in generale proibire la formazione di associazioni private senza contraddirsi. Tuttavia, quando esse perseguono fini contrari alla moralità, alla giustizia o alla sicurezza del consorzio civile, lo Stato può legittimamente intervenire, purché lo faccia con prudenza e senza abusare della propria potestà.
Una particolare attenzione viene riservata nell’enciclica alle associazioni religiose, che sono legittime per natura e dipendono dall’autorità della Chiesa. Verso di loro Stato non ha competenza per quanto riguarda la gestione interna ma ha il dovere di rispettarle e proteggerle, cosa che nelle entità statali ottocentesche formatesi nel corso delle rivoluzioni liberali del secolo non è avvenuto dal momento che i governi adottarono più volte leggi e atti contrari, privandole dei loro diritti e dei loro beni .
Leone XIII, affrontando poi la questione delle associazioni operaie, di ispirazione socialista, fece notare che molte di esse erano guidate da principi contrari alla Fede cristiana e al bene pubblico. Di fronte a ciò, i lavoratori cattolici furono chiamati a scegliere la coraggiosa via della costituzione di associazioni proprie, per difendere la loro dignità e il bene morale, senza dover mettere a rischio la propria identità o cedere a ricatti e compromessi.
“37. Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. (…) (…) Il fine della società civile è universale, perché è quello che riguarda il bene comune, a cui tutti e singoli i cittadini hanno diritto nella debita proporzione. Perciò è chiamata pubblica; per essa gli uomini si mettono in mutua comunicazione al fine di formare uno Stato (S, Th., Contra impugn. Dei cultum et religionem, c. II). Al contrario le altre società che sorgono in seno a quella si dicono e sono private, perché hanno per scopo l’utile privato dei loro soci. Società privata è quella che si forma per concludere affari privati, come quando due o tre si uniscono a scopo di commercio (Ivi).
38. Ora, sebbene queste private associazioni esistano dentro la Stato e ne siano come tante parti, tuttavia in generale, e assolutamente parlando, non può lo Stato proibirne la formazione. Poiché il diritto di unirsi in società l’uomo l’ha da natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, egli contraddirebbe sé stesso, perché l’origine del consorzio civile, come degli altri consorzi, sta appunto nella naturale socialità dell’uomo. Si danno però casi che rendono legittimo e doveroso il divieto. Quando società particolari si prefiggono un fine apertamente contrario all’onestà, alla giustizia, alla sicurezza del consorzio civile, legittimamente vi si oppone lo Stato, o vietando che si formino o sciogliendole se sono formate; è necessario però procedere in ciò con somma cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del pubblico bene. (…).
39. E qui il nostro pensiero va ai sodalizi, collegi e ordini religiosi di tante specie a cui dà vita l’autorità della Chiesa e la pietà dei fedeli; e con quanto vantaggio del genere umano, lo attesta la storia anche ai nostri giorni. Tali società, considerate al solo lume della ragione, avendo un fine onesto, sono per diritto di natura evidentemente legittime. In quanto poi riguardano la religione, non sottostanno che all’autorità della Chiesa. Non può dunque lo Stato arrogarsi più quella competenza alcuna, né rivendicarne a sé l’amministrazione; ha però il dovere di rispettarle, conservarle e, se occorre, difenderle. Ma quanto diversamente si agisce, soprattutto ai nostri tempi! In molti luoghi e in molti modi lo Stato ha leso i diritti di tali comunità, avendole sottoposte alle leggi civili a private di giuridica personalità, o spogliate dei loro beni. Nei quali beni la Chiesa aveva il diritto suo, come ognuno dei soci, e similmente quelli che li avevano destinati per un dato fine, e quelli al cui vantaggio e sollievo erano destinati. Non possiamo dunque astenerci dal deplorare spogliazioni sì ingiuste e dannose, tanto più che vediamo proibite società cattoliche, tranquille e utilissime, nel tempo stesso che si proclama altamente il diritto di associazione; mentre in realtà tale diritto vieni largamente concesso a uomini apertamente congiurati ai danni della religione e dello Stato.
40. Certe società diversissime, costituite specialmente di operai, vanno oggi moltiplicandosi sempre più. (…). È opinione comune però, confermata da molti indizi, che il più delle volte sono rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico; costoro con il monopolio delle industrie costringono chi rifiuta di accomunarsi a loro, a pagar caro il rifiuto. In tale stato di cose gli operai cristiani non hanno che due vie: o iscriversi a società pericolose alla religione o formarne di proprie e unire così le loro forze per sottrarsi coraggiosamente a sì ingiusta e intollerabile oppressione. Ora, potrà mai esitare sulla scelta di questo secondo partito, chi non vuole mettere a repentaglio il massimo bene dell’uomo?”
Il testo della Rerum Novarum prosegue elogiando l’impegno di molti Cattolici, anche benestanti, che, consapevoli delle necessità della loro epoca, si adoperarono con dedizione per migliorare la condizione degli operai. Essi tentarono non solo di accrescere il benessere materiale dei lavoratori e delle loro famiglie ma anche di regolare in modo equo i rapporti tra operai e datori di lavoro, mantenendo vivo in entrambi il senso del dovere e l’adesione ai principi evangelici.
Questo impegno si manifestò in varie forme: attraverso congressi in cui si confrontarono idee e strategie, mediante la creazione di associazioni operaie sostenute con consigli e mezzi materiali e grazie all’opera del clero che offrì guida e protezione spirituale.
I benefici di tali sforzi per il bene comune furono evidenti, permettendo di alleviare e migliorare molte situazioni, tanto da alimentare nel Sommo Pontefice la speranza che queste associazioni potessero continuare a svilupparsi e diffondersi nei vari territori. Allo Stato sarebbe spettato il compito di difenderle come legittime espressioni della libertà dei cittadini, evitando però di interferire nella loro organizzazione interna, poiché la loro vitalità avrebbe risentito dell’ingerenza esterna.
Se i cittadini hanno il diritto naturale di unirsi in società, proseguì nel proprio ragionamento Leone XIII, essi devono avere anche il diritto di scegliere liberamente l’ordinamento più adatto ai loro fini in quanto non esistono regole universali valide per tutti e l’organizzazione associativa deve tenere conto dell’indole del popolo, dell’esperienza, delle abitudini, della quantità e produttività del lavoro, dello sviluppo commerciale e di altre circostanze.
In linea generale, le associazioni devono essere gestite in modo da garantire agli associati il massimo benessere fisico ed economico ma, tuttavia, il loro vero scopo primario deve essere il perfezionamento spirituale e morale: senza questo le stesse rischierebbero di degenerare e di non distinguersi più dalle altre forme di associazionismo laico dove la religione non ha alcun ruolo e contano unicamente le istanze politiche od economiche. Come insegnò Gesù Cristo, infatti, la vita dell’uomo non può limitarsi ai soli beni materiali perché anche l’anima ha bisogno di nutrimento adeguato: cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia è ciò che distingue il cristiano dal pagano.
Da questo principio deriva l’importanza di un’istruzione religiosa solida, che permetta a ciascun operaio di conoscere i propri doveri verso Dio, di difendersi dagli errori e dalle seduzioni corruttrici e di crescere nella Fede. L’operaio deve essere altresì incoraggiato a dare culto a Dio, ad avere amore della pietà, al rispetto dei giorni festivi, a rispettare la Chiesa e all’osservanza dei suoi precetti, partecipando regolarmente ai Sacramenti che sono i mezzi divini di giustificazione e santità.
“(…) In sostanza, si può stabilire come regola generale e costante che le associazioni degli operai si devono ordinare e governare in modo da somministrare i mezzi più adatti ed efficaci al conseguimento del fine, il quale consiste in questo, che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento possibile di benessere fisico, economico, morale. È evidente poi, che conviene aver di mira, come scopo speciale, il perfezionamento religioso e morale, e che a questo perfezionamento si deve indirizzare tutta la disciplina sociale. Altrimenti tali associazioni degenerano facilmente in altra natura, né si mantengono superiori a quelle in cui della religione non si tiene conto alcuno. Del resto, che gioverebbe all’operaio l’aver trovato nella società di che vivere bene, se l’anima sua, per mancanza di alimento adatto, corresse pericolo di morire? (…). Questo, secondo l’insegnamento di Gesù Cristo, é il carattere che distingue il cristiano dal pagano: I pagani cercano tutte queste cose... voi cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e gli altri beni vi saranno dati per giunta (Mat 6,32-33). Prendendo adunque da Dio il principio, si dia una larga parte all’istruzione religiosa, affinché ciascuno conosca i propri doveri verso Dio; sappia bene ciò che deve credere, sperare e fare per salvarsi; e sia ben premunito contro gli errori correnti e le seduzioni corruttrici. L’operaio venga animato al culto di Dio e all’amore della pietà, e specialmente all’osservanza dei giorni festivi. Impari a venerare e amare la Chiesa, madre comune di tutti, come pure a obbedire ai precetti di lei, e a frequentare i sacramenti, mezzi divini di giustificazione e di santità.”
Una volta posto il fondamento degli statuti sociali nella religione cattolica, è possibile regolare le relazioni tra i soci in modo da garantire la tranquillità della convivenza e il benessere economico. Gli incarichi devono essere distribuiti con saggezza, tenendo conto degli interessi comuni e assicurando che la diversità di ruoli non comprometta l’unità del gruppo. È fondamentale che questi compiti siano chiari e ben definiti, in modo da evitare risentimenti tra i soci. I beni comuni vanno amministrati con integrità, assicurando soccorsi proporzionati ai bisogni, e armonizzando i diritti e i doveri dei lavoratori con quelli dei padroni.
In caso di conflitti, gli statuti devono prevedere l’intervento di persone rette e competenti, a cui soci e dirigenti si sottomettano.
Occorre inoltre garantire continuità del lavoro e fondi di sostegno in caso di crisi, malattia, vecchiaia o infortunio.
Per confermare tali assunti Leone XIII scrisse nell’enciclica che la storia umana come la Provvidenza guida gli avvenimenti umani verso il bene comune: così, fin dagli inizi della Chiesa, i cristiani, pur poveri e deboli, conciliavano l’appoggio dei ricchi e dei potenti, vivendo in modo laborioso, giusto e caritatevole. La loro condotta esemplare dissipava i pregiudizi, ammutoliva la maldicenza e sostituiva le superstizioni con la Verità evengelica, dimostrando che una vita ordinata secondo principi religiosi può trasformare positivamente la società.
“43. (…) Gli incarichi si distribuiscano in modo conveniente agli interessi comuni, e con tale armonia che la diversità non pregiudichi l’unità. E’ sommamente importante che codesti incarichi vengano distribuiti con intelligenza e chiaramente determinati, perché nessuno dei soci rimanga offeso. I beni comuni della società siano amministrati con integrità, così che i soccorsi vengano distribuiti a ciascuno secondo i bisogni; e i diritti e i doveri dei padroni armonizzino con i diritti e i doveri degli operai. Quando poi gli uni o gli altri si credono lesi, è desiderabile che trovino nella stessa associazione uomini retti e competenti, al cui giudizio, in forza degli statuti, si debbano sottomettere. Si dovrà ancora provvedere che all’operaio non manchi mai il lavoro, e vi siano fondi disponibili per venire in aiuto di ciascuno, non solamente nelle improvvise e inattese crisi dell’industria, ma altresì nei casi di infermità, di vecchiaia, di infortunio. Quando tali statuti sono volontariamente abbracciati, si é già sufficientemente provveduto al benessere materiale e morale delle classi inferiori; e le società cattoliche potranno esercitare non piccola influenza sulla prosperità della stessa società civile. (…) Agli inizi della Chiesa i pagani stimavano disonore il vivere di elemosine o di lavoro, come tacevano la maggior parte dei cristiani. Se non che, poveri e deboli, riuscirono a conciliarsi le simpatie dei ricchi e il patrocinio dei potenti. Era bello vederli attivi, laboriosi, pacifici, giusti, portati come esempio, e singolarmente pieni di carità. A tale spettacolo di vita e di condotta si dileguò ogni pregiudizio, ammutolì la maldicenza dei malevoli, e le menzogne di una inveterata superstizione cedettero il posto alla verità cristiana.”
Appare evidente che la soluzione della questione operaia dipende così in gran parte dall’azione dei lavoratori cristiani: se essi si uniscono in associazioni rettamente costituite e guidate, potranno seguire l’esempio dei loro antenati, traendo vantaggio per sé stessi e per la società. Nonostante la forza dei pregiudizi e delle passioni politiche, chi osserva operai laboriosi, moderati e sinceramente impegnati nell’onestà e nel dovere non potrà non provarne rispetto e simpatia.
Questo atteggiamento favorirebbe anche il ravvedimento di quegli operai privi di fede o di cattiva condotta: essi percepirebbero di essere stati ingannati da false promesse, di essere maltrattati da padroni avidi, di essere inquadrati in società dominate da discordie e di essere privi di qualsiasi forma di solidarietà fraterna. Le associazioni cattoliche potrebbero allora offrire aiuto, accogliendoli, guidandoli verso una vita retta e offrendo patrocinio e soccorso, così da ricondurli sulla buona strada e promuovere il loro benessere materiale e morale.
“ (…) Ne seguirà poi un altro vantaggio, quello cioè di infondere speranza e facilità di ravvedimento a quegli operai ai quali manca o la fede o la buona condotta secondo la fede. Il più delle volte questi poveretti capiscono bene di essere stati ingannati da false speranze e da vane illusioni. Sentono che da cupidi padroni vengono trattati in modo molto inumano e quasi non sono valutati più di quello che producono lavorando; nella società, in cui si trovano irretiti, invece di carità e di affetto fraterno, regnano le discordie intestine, compagne indivisibili della povertà orgogliosa e incredula. Affranti nel corpo e nello spirito, molti di loro vorrebbero scuotere il giogo di si abietta servitù; ma non osano per rispetto umano o per timore della miseria. Ora a tutti costoro potrebbero recare grande giovamento le associazioni cattoliche, se agevolando ad essi il cammino, li inviteranno, esitanti, al loro seno, e rinsaviti, porgeranno loro patrocinio e soccorso.”
In conclusione, per Papa Pecci la soluzione della questione operaia richiede il concorso di tutti: governanti, capitalisti, operai e, soprattutto, clero. I governi devono intervenire con leggi giuste e provvedimenti saggi, i padroni devono adempiere ai loro doveri senza sfruttare gli operai, i lavoratori devono offrire la propria collaborazione. Tuttavia, il rimedio radicale e duraturo può venire solo dalla Fede cristiana: senza essa, anche le misure più efficaci si dimostrano insufficienti. La Chiesa nell’offrire il proprio aiuto deve essere conseguentemente libera di agire senza ideologiche o miopi restrizioni statali.
I vescovi e i sacerdoti devono impegnare tutte le loro energie per insegnare le massime cristiane a tutte le classi sociali e alimentare nei cuori dei lavoratori la carità evengelica. Questa carità, signora di tutte le virtù, conclude il Papa, riassume l’intero Vangelo e costituisce il più sicuro antidoto contro l’orgoglio e l’egoismo del mondo che non vede il prossimo come un fratello ma un oggetto da sfruttare e mercificare.
La pubblicazione della Rerum Novarum segnò dunque una svolta fondamentale nella storia della dottrina sociale della Chiesa e del pensiero moderno, dando origine a una lunga tradizione di insegnamenti che hanno influenzato movimenti politici, riforme sociali e legislazioni in tutto il mondo. L’enciclica rappresentò un ponte tra la morale cristiana e le sfide della modernità, offrendo principi di giustizia sociale, tutela del lavoro e della dignità della persona che continuarono a risuonare lungo tutto il XX secolo. In un’epoca di rapido progresso economico e di grandi trasformazioni tecnologiche, il messaggio di Leone XIII rimase un costante richiamo a conciliare sviluppo, equità e responsabilità morale, suggerendo che la prosperità materiale dovesse sempre essere accompagnata da rispetto e solidarietà verso i più vulnerabili.
L’influenza della Rerum Novarum varcò i confini temporali e geografici, arrivando a influenzare dibattiti e decisioni ecclesiali anche nel XXI secolo. Nel 2025, al momento dell’elezione sul Soglio di San Pietro del cardinale Robert Francis Prevost, il richiamo alle radici della Dottrina sociale apparve più attuale che mai. Egli scelse di adottare il nome Leone XIV, una decisione simbolica che volle sottolineare la continuità con l’eredità di Leone XIII e il valore perenne dei suoi insegnamenti. La scelta del nome non fu solo un omaggio, ma un chiaro segnale della volontà di affrontare le nuove sfide dell’umanità, in particolare quelle legate alla tecnologia, all’intelligenza artificiale, alla globalizzazione dei rapporti economici e al rispetto della dignità umana in un mondo in rapida trasformazione.
In questo senso, il pontificato di Leone XIV può essere visto come un’estensione contemporanea della visione di Leone XIII, un invito a rinnovare il dialogo tra fede, morale e progresso, e a ricordare che ogni innovazione, per quanto avanzata, deve essere orientata al bene comune e al rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Così, l’enciclica Rerum Novarum non rimane solo un documento storico, ma diventa un punto di riferimento vivo, capace di ispirare decisioni concrete e guidare la Chiesa nel confronto con le sfide del nuovo millennio.