Per approfondire l'Enciclica Rerum Novarum
La Rerum Novarum non solo fornì una base dottrinale per il pensiero sociale della Chiesa cattolica, ma anticipò anche le riflessioni sulle relazioni industriali e sul ruolo dello Stato nel garantire il benessere dei cittadini, aprendo la strada alle successive encicliche sociali e ad un impegno più concreto della Chiesa nelle questioni politiche ed economiche del XX secolo.- Autore:
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L’enciclica Rerum Novarum, promulgata da papa Leone XIII il 15 maggio 1891, rappresentò il documento fondativo della Dottrina sociale della Chiesa moderna, segnando la prima presa di posizione organica della Chiesa cattolica sulle questioni sociali emerse con forza nel corso dell’Ottocento.
Il testo nacque come risposta ai profondi mutamenti economici, sociali e culturali generati dalla rivoluzione industriale, che tra il XIX secolo e i primi decenni del Novecento aveva trasformato radicalmente la vita delle città e delle campagne. In Europa, l’industrializzazione accelerata aveva portato alla formazione di grandi centri urbani, con fabbriche che concentravano masse di lavoratori in condizioni estremamente dure: orari di lavoro estenuanti, salari insufficienti, mancanza di sicurezza sul lavoro e assenza di forme di tutela sociale. Anche in America, negli Stati Uniti, la cosiddetta “Gilded Age” vedeva il rapido sviluppo industriale e infrastrutturale accompagnato da enormi disuguaglianze, sfruttamento minorile e tensioni tra lavoratori e grandi capitalisti.
In questo contesto, la cosiddetta “questione operaia” divenne un tema centrale: il disagio delle masse lavoratrici favorì la diffusione di ideologie socialiste, anarchiche e rivoluzionarie, mentre la pressione dei movimenti sindacali e delle prime organizzazioni politiche dei lavoratori cresceva sia in Europa sia in America.
Leone XIII, consapevole di questi fenomeni, volle offrire una riflessione organica e cristiana sulla necessità di conciliare i diritti dei lavoratori con la proprietà privata e l’ordine sociale, ponendo al centro la dignità della persona umana e l’esigenza di una giustizia sociale fondata su principi morali.
L’enciclica affermava così la legittimità della difesa dei diritti dei lavoratori, inclusi salari giusti, limiti all’orario di lavoro e protezioni sociali, opponendosi sia all’individualismo economico esasperato sia al socialismo rivoluzionario, e proponeva strumenti di mediazione come la cooperazione tra capitale e lavoro. Papa Pecci voleva così pacificare le tensioni sociali e guidare la società verso un modello di sviluppo che rispettasse la persona umana, valorizzasse la solidarietà e promuovesse la responsabilità morale dei cittadini e delle istituzioni.
La Rerum Novarum non solo fornì una base dottrinale per il pensiero sociale della Chiesa cattolica, ma anticipò anche le riflessioni sulle relazioni industriali e sul ruolo dello Stato nel garantire il benessere dei cittadini, aprendo la strada alle successive encicliche sociali e ad un impegno più concreto della Chiesa nelle questioni politiche ed economiche del XX secolo.
Il testo incomincia con la descrizione dell’origine della questione operaia, nata dai profondi cambiamenti economici e sociali dell’età moderna: il progresso industriale, le nuove relazioni tra capitale e lavoro, la concentrazione della ricchezza e la diffusione della povertà, la maggiore coscienza e organizzazione dei lavoratori produssero un conflitto sociale di una portata tale da divenire centrale nel dibattito politico e culturale.
Per la complessità della situazione e per evitare facili strumentalizzazioni, il Romano Pontefice ritenne doveroso intervenire per indicare principi di giustizia ed equità e per soccorrere i proletari, ridotti a condizioni disumane dopo la scomparsa delle corporazioni, l’allontanamento delle leggi statali dallo spirito cristiano, l’abuso dei padroni, l’usura e il monopolio economico che stavano opprimendo le masse lavoratrici.
2. Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.”
La proprietà privata è inoltre un diritto naturale dell’uomo, che lo eleva dall’abbruttimento e lo distingue dagli animali fornendogli il titolo non solo all’uso dei beni ma anche al possesso stabile e duraturo di essi.
4. E infatti non è difficile capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l’artigiano, è la proprietà privata. Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero e perfetto diritto, non solo di esigere, ma d’investire come vuole, la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come ognuno sa, consiste la proprietà, sia mobile che stabile. Con l’accumulare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all’operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione.
5. Il peggio si è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà prenata è diritto di natura. Poiché anche in questo passa gran differenza tra l’uomo e il bruto. Il bruto non governa sé stesso; ma due istinti lo reggono e governano, i quali da una parte ne tengono desta l’attività e ne svolgono le forze, dall’altra terminano e circoscrivono ogni suo movimento; cioè l’istinto della conservazione propria, e l’istinto della conservazione della propria specie. A conseguire questi due fini, basta al bruto l’uso di quei determinati mezzi che trova intorno a sé; né potrebbe mirare più lontano, perché mosso unicamente dal senso e dal particolare sensibile. Ben diversa è la natura dell’uomo. Possedendo egli la vita sensitiva nella sua pienezza, da questo lato anche a lui è dato, almeno quanto agli altri animali, di usufruire dei beni della natura materiale. Ma l’animalità in tutta la sua estensione, lungi dal circoscrivere la natura umana, le è di gran lunga inferiore, e fatta per esserle soggetta. Il gran privilegio dell’uomo, ciò che lo costituisce tale o lo distingue essenzialmente dal bruto, è l’intelligenza, ossia la ragione. E appunto perché ragionevole, si deve concedere all’uomo qualche cosa di più che il semplice uso dei beni della terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che l’uso non consuma.”
Il fatto che Dio abbia destinato la terra a tutta l’umanità non esclude la proprietà privata: la divisione dei beni è affidata all’iniziativa umana e ai popoli, e pur restando di proprietà dei singoli, i beni continuano a servire il bene comune attraverso il lavoro. Coltivando la terra e trasformandola con la propria intelligenza e fatica, l’uomo imprime in essa la propria personalità, acquisendo così un legittimo diritto di possesso che gli altri sono tenuti a rispettare.
7. L’aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli. La terra, per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essi. Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro, impiegato o nel coltivare un terreno proprio, o nell’esercitare un’arte, la cui mercede in ultimo si ricava dai molteplici frutti della terra e in essi viene commutata. Ed è questa un’altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura. Il necessario al mantenimento e al perfezionamento della vita umana la terra ce lo somministra largamente, ma ce lo somministra a questa condizione, che l’uomo la coltivi e le sia largo di provvide cure. Ora, posto che a conseguire i beni della natura l’uomo impieghi l’industria della mente e le forze del corpo, con ciò stesso egli riunisce in sé quella parte della natura corporea che ridusse a cultura, e in cui lasciò come impressa una impronta della sua personalità, sicché giustamente può tenerla per sua ed imporre agli altri l’obbligo di rispettarla.”
Poiché l’effetto appartiene alla sua causa, spiegò il Papa, il frutto del lavoro spetta a chi lavora ed è per questo motivo che nel corso dei secoli l’umanità, seguendo la legge naturale, fondò la divisione dei beni e riconobbe la proprietà privata come conforme alla natura umana e alla convivenza pacifica.
Le leggi civili, se giuste, hanno da sempre confermato e applicato questo diritto, che è inoltre sancito dalla legge divina, la quale proibisce persino il solo desiderio dei beni altrui.
L’uomo è infatti libero di scegliere il proprio stato di vita, compreso il matrimonio, che è un diritto naturale e originario voluto da Dio e non modificabile dallo Stato. Da qui nasce la famiglia, una vera piccola società, anteriore allo Stato e quindi dotata di diritti e doveri propri, indipendenti dall’autorità civile. Se lo Stato invece di sostenere la famiglia ne limitasse o negasse i diritti, la convivenza civile diventerebbe un danno anziché un beneficio.
La famiglia, per questa sua caratteristica, è dotata di un potere proprio e, nei limiti del suo fine, possiede il diritto di scegliere e usare i mezzi necessari alla propria conservazione e indipendenza.
In particolare, il padre ha per legge naturale il dovere di mantenere i figli e di provvedere al loro futuro, garantendo loro i mezzi per vivere dignitosamente: questo è possibile solo attraverso il possesso di beni da trasmettere in eredità.
10. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole: e per impulso della natura medesima, che gli fa scorgere nei figli una immagine di sé e quasi una espansione e continuazione della sua persona, egli è spinto a provvederli in modo che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte ai propri bisogni: cosa impossibile a ottenersi se non mediante l’acquisto dei beni fruttiferi, ch’egli poi trasmette loro in eredità. Come la convivenza civile così la famiglia, secondo quello che abbiamo detto, è una società retta da potere proprio, che è quello paterno. Entro i limiti determinati dal fine suo, la famiglia ha dunque, per la scelta e l’uso dei mezzi necessari alla sua conservazione e alla sua legittima indipendenza, diritti almeno eguali a quelli della società civile. Diciamo almeno eguali, perché essendo il consorzio domestico logicamente e storicamente anteriore al civile, anteriori altresì e più naturali ne debbono essere i diritti e i doveri. Che se l’uomo, se la famiglia, entrando a far parte della società civile, trovassero nello Stato non aiuto, ma offesa, non tutela, ma diminuzione dei propri diritti, la civile convivenza sarebbe piuttosto da fuggire che da desiderare.”
Oltre questi limiti lo Stato non può andare: la patria potestà non può essere annullata né assorbita perché deriva dalla natura stessa della vita, figli appartengono innanzitutto alla famiglia e sono affidati alla cura dei genitori. Sostituire l’autorità e la responsabilità dei genitori con quella dello Stato, come proponevano i socialisti, significherebbe violare la giustizia naturale e indebolire la struttura fondamentale della società, cioè la famiglia.
Attraverso insegnamenti, opere di beneficenza e istituzioni a favore dei poveri, la Chiesa ha sempre cercato di migliorare le condizioni dei lavoratori e ha incoraggiato la collaborazione di tutte le classi sociali. Le leggi e l’autorità dello Stato dovrebbero operare, entro i limiti propri, per sostenere questo fine.
Il lavoro e la sofferenza fanno comunque parte della condizione umana: la fatica e le difficoltà derivano dal peccato originale e accompagnano inevitabilmente l’uomo nella vita. Chi promette di eliminare del tutto dolore e fatiche inganna le persone, creando illusioni pericolose. Il comportamento saggio consiste invece nel conoscere ed accettare la realtà umana così com’è, cercando rimedi reali ai mali, senza illusioni o utopie.
Il Cristianesimo, in tal senso, possiede una forza straordinaria per promuovere questa armonia e risolvere i dissidi sociali alla radice: ricorda i doveri e le responsabilità sia dei padroni sia dei proletari, ammonendo grandemente che defraudare il salario o i piccoli risparmi dell’operaio è un grave peccato che grida vendetta a Dio.
16. Innanzi tutto, l’insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all’operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi, senza altro frutto che quello di inutili pentimenti e di perdite rovinose. E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l’uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l’opera propria. Quello che veramente è indegno dell’uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell’anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all’operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall’amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l’età e con il sesso.
17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. (…). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell’operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l’operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza.”
Le ricchezze e i beni terreni sono temporanei e secondari: ciò che conta realmente è il loro uso morale. Le sofferenze della vita non sono abolite, ma trasformate in strumenti di virtù e merito, come insegnato da Cristo, che ha reso il patire umano più sopportabile attraverso la grazia e la speranza della ricompensa eterna.
I ricchi devono quindi comprendere che le loro fortune non li esentano dal dolore della condizione umana su questa terra d’esilio e che saranno giudicati severamente per l’uso dei loro beni. L’attenzione alla vita eterna e all’utilizzo giusto dei beni materiali diventa così fondamento della giustizia e della pace sociale, oltre che della salvezza personale.
Non è obbligatorio dare ciò che serve al proprio sostentamento o alla dignità del proprio stato ma il superfluo deve essere destinato ai bisognosi come atto di carità cristiana, non come obbligo legale. Cristo stesso insegna che dare è più bello che ricevere e che ogni carità verso i poveri è come fatta a Lui.
Questo passaggio dell’enciclica sta a significare dunque che chi riceve più beni o talenti da Dio deve usarli sia per il proprio perfezionamento sia al servizio degli altri, come strumento della provvidenza divina: capacità, ricchezza o abilità vanno condivise generosamente per il bene comune.
La vera dignità dell’uomo risiede dunque nella virtù morale, accessibile a tutti indipendentemente da ricchezza o condizione sociale, ed è questa che serve a meritare la beatitudine eterna.
Queste verità evangeliche riducono l’orgoglio dei ricchi e l’umiliazione dei poveri, favorendo rispetto reciproco e concordia tra le classi sociali, e se venissero interiorizzate nei popoli porterebbero certamente alla fine dei conflitti e al ritorno della pace.
21. Ma esse, obbedendo alla legge evangelica, non saranno paghe di una semplice amicizia, ma vorranno darsi l’amplesso dell’amore fraterno. Poiché conosceranno e sentiranno che tutti gli uomini hanno origine da Dio, Padre comune; che tutti tendono a Dio, fine supremo, che solo può rendere perfettamente felici gli uomini e gli angeli; che tutti sono stati ugualmente redenti da Gesù Cristo e chiamati alla dignità della figliolanza divina, in modo che non solo tra loro, ma con Cristo Signore, primogenito fra molti fratelli, sono congiunti col vincolo di una santa fraternità. Conosceranno e sentiranno che i beni di natura e di grazia sono patrimonio comune del genere umano e che nessuno, senza proprio merito, verrà diseredato dal retaggio dei beni celesti: perché se tutti figli, dunque tutti eredi; eredi di Dio, e coeredi di Gesù Cristo (Rom 8,17). Ecco 1’ideale dei diritti e dei doveri contenuto nel Vangelo. Se esso prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?”
Educare ai principi cristiani significa del resto favorire anche il benessere materiale perché vengono valorizzati comportamenti virtuosi come la sobrietà, la solidarietà e il risparmio.
Un’altra premura della Chiesa è il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, soprattutto dei proletari. Nel perseguire tale obbiettivo essa realizza opere di carità e assistenza: fin dalle sue origini, attraverso la generosa azione di religiosi e laici ha sostenuto i poveri, gli orfani, gli anziani ed i bisognosi creando istituzioni e forme organizzate di aiuto. Questa carità, ispirata da Cristo e propria della Chiesa, non può essere sostituita dalla sola beneficenza legale, perché nasce da un autentico amore disinteressato per il prossimo.
Nel corso dei secoli il Cristianesimo operò, così, nei popoli una profonda trasformazione che plasmò la vita sociale, le leggi e i costumi permettendo un vero progresso dell’umanità.
Per questo motivo, insistette il Papa, l’unico rimedio ai mali del mondo è il ritorno alla vita e ai valori cristiani: ogni società si rigenera tornando ai principi e allo scopo che le hanno dato origine.
24. Ma vi è di più: la Chiesa concorre direttamente al bene dei proletari col creare e promuovere quanto può conferire al loro sollievo, e in questo tanto si è segnalata, da riscuoter l’ammirazione e gli encomi degli stessi nemici. Nel cuore dei primi cristiani la carità fraterna era così potente che i più facoltosi si privavano spessissimo del proprio per soccorrere gli altri; tanto che non vi era tra loro nessun bisognoso (At 4,34). Ai diaconi, ordine istituito appositamente per questo, era affidato dagli apostoli l’ufficio di esercitare la quotidiana beneficenza e l’apostolo Paolo, benché gravato dalla cura di tutte le Chiese, non dubitava di intraprendere faticosi viaggi, per recare di sua mano ai cristiani poveri le elemosine da lui raccolte. Tertulliano chiama depositi della pietà le offerte che si facevano spontaneamente dai fedeli di ciascuna adunanza, perché destinate a soccorrere e dar sepoltura agli indigenti, sovvenire i poveri orfani d’ambo i sessi, i vecchi e i naufraghi (Apolog, 2.39). Da lì poco a poco si formò il patrimonio, che la Chiesa guardò sempre con religiosa cura come patrimonio della povera gente. (…) Giacché, madre comune dei poveri e dei ricchi, ispirando e suscitando dappertutto l’eroismo della carità, la Chiesa creò sodalizi religiosi ed altri benefici istituti, che non lasciarono quasi alcuna specie di miseria senza aiuto e conforto. Molti oggi, come già fecero i gentili, biasimano la Chiesa perfino di questa carità squisita, e si è creduto bene di sostituire a questa la beneficenza legale. Ma non è umana industria che possa supplire la carità cristiana, tutta consacrata al bene altrui. Ed essa non può essere se non virtù della Chiesa, perché è virtù che sgorga solamente dal cuore santissimo di Gesù Cristo: e si allontana da Gesù Cristo chi si allontana dalla Chiesa.”
Centrale è pertanto il ruolo dello Stato, inteso nel suo autentico significato, ossia in accordo con la dottrina cattolica, al di là delle forme operative che esso assume nelle diverse nazioni: i governanti devono contribuire alla soluzione della questione operaia soprattutto mediante leggi e istituzioni volte a promuovere la prosperità pubblica e privata.
Lo Stato costituisce un’unità armonica che comprende tutte le classi sociali: proletari e ricchi sono ugualmente cittadini e membri essenziali del corpo sociale.
Poiché la ricchezza nazionale deriva in larga parte dall’opera degli operai, è giusto che lo Stato si prenda cura di loro e faccia sì che partecipino ai frutti della ricchezza che producono, garantendo condizioni di vita dignitose. Migliorare la condizione dei lavoratori giova all’intera società, perché è interesse comune evitare che restino nella miseria coloro da cui dipende il benessere collettivo.
Trascurare il benessere degli operai equivarrebbe a violare la giustizia, che esige di rendere a ciascuno il suo. Tra i principali doveri dei governanti rientra dunque quello di provvedere con imparzialità al bene di tutti i cittadini, applicando correttamente i principi della giustizia distributiva.
Il benessere delle nazioni dipende, di conseguenza, dai buoni costumi, dalla solidità della famiglia, dal rispetto della religione e della giustizia, dall’equità fiscale e dallo sviluppo economico e agricolo. Favorendo tali elementi in vista del bene comune, lo Stato può legittimamente migliorare anche la condizione dei proletari, riducendo così la necessità di interventi straordinari.
Lo Stato non deve assorbire né il cittadino né la famiglia, ma rispettarne l’autonomia, intervenendo solo per il bene comune e la tutela dei diritti altrui. Tuttavia ha il dovere di proteggere la società e le sue parti, poiché il potere è ordinato al bene dei governati e deve esercitarsi con cura paterna.
Quando si verificano gravi disordini o ingiustizie che non possono essere altrimenti prevenuti l’intervento dello Stato tramite le leggi è necessario, ma entro limiti proporzionati. Nella tutela dei diritti, lo Stato deve avere particolare attenzione per i deboli e i poveri: poiché gli operai sono più esposti e privi di difese, essi devono essere oggetto di una speciale protezione e cura da parte dell’autorità pubblica.
Sebbene tutti i cittadini senza eccezione alcuna, debbano cooperare al benessere comune che poi, naturalmente, ridonda a beneficio dei singoli, tuttavia la cooperazione non può essere in tutti né uguale né la stessa. Per quanto si mutino e rimutino le forme di governo, vi sarà sempre quella varietà e disparità di condizione senza la quale non può darsi e neanche concepirsi il consorzio umano. Vi saranno sempre pubblici ministri, legislatori, giudici, insomma uomini tali che governano la nazione in pace, e la difendono in guerra; ed è facile capire che, essendo costoro la causa più prossima ed efficace del bene comune, formano la parte principale della nazione. Non possono allo stesso modo e con gli stessi uffici cooperare al bene comune gli artigiani; tuttavia vi concorrono anch’essi potentemente con i loro servizi, benché in modo indiretto. Certo, il bene sociale, dovendo essere nel suo conseguimento un bene perfezionativo dei cittadini in quanto sono uomini, va principalmente riposto nella virtù. Nondimeno, in ogni società ben ordinata deve trovarsi una sufficiente abbondanza dei beni corporali, l’uso dei quali è necessario all’esercizio della virtù (S. Th., De reg, princ. I,17). Ora, a darci questi beni è di necessità ed efficacia somma l’opera e l’arte dei proletari, o si applichi all’agricoltura, o si eserciti nelle officine. Somma, diciamo, poiché si può affermare con verità che il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale. È quindi giusto che il governo s’interessi dell’operaio, facendo si che egli partecipi ín qualche misura di quella ricchezza che esso medesimo produce, cosicché abbia vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato. Si favorisca dunque al massimo ciò che può in qualche modo migliorare la condizione di lui, sicuri che questa provvidenza, anziché nuocere a qualcuno, gioverà a tutti, essendo interesse universale che non rimangano nella miseria coloro da cui provengono vantaggi di tanto rilievo.
28. Non è giusto, come abbiamo detto, che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti. Tuttavia, i governanti debbono tutelare la società e le sue parti. (…)
29. Ora, interessa il privato come il pubblico bene che sia mantenuto l’ordine e la tranquillità pubblica; che la famiglia sia ordinata conforme alla legge di Dio e ai principi di natura; che sia rispettata e praticata la religione; che fioriscano i costumi pubblici e privati; che sia inviolabilmente osservata la giustizia; che una classe di cittadini non opprima l’altra; che crescano sani e robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria. Perciò, se a causa di ammutinamenti o di scioperi si temono disordini pubblici; se tra i proletari sono sostanzialmente turbate le naturali relazioni della famiglia; se la religione non é rispettata nell’operaio, negandogli agio e tempo sufficiente a compierne i doveri; se per la promiscuità del sesso ed altri incentivi al male l’integrità dei costumi corre pericolo nelle officine; se la classe lavoratrice viene oppressa con ingiusti pesi dai padroni o avvilita da fatti contrari alla personalità e dignità umana; se con il lavoro eccessivi o non conveniente al sesso e all’età, si reca danno alla sanità dei lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro i debiti confini, la forza e l’autorità delle leggi. I quali fini sono determinati dalla causa medesima che esige l’intervento dello Stato; e ciò significa che le leggi non devono andare al di là di ciò che richiede il riparo dei mali o la rimozione del pericolo. I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possieda e il pubblico potere deve assicurare a ciascuno il suo, con impedirne o punirne le violazioni. Se non che, nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.”
Il desiderio di migliorare la propria condizione certamente non autorizza a nuocere agli altri e, sebbene la maggior parte degli operai agisca onestamente, vi sono pochi che, influenzati da idee false e deviante, cercano di suscitare tumulti e violenze. Lo Stato deve quindi intervenire per frenare i sobillatori, proteggendo sia i lavoratori virtuosi dai pericoli della seduzione sia i legittimi proprietari dal rischio di essere spogliati di beni legittimamente detenuti, e per prevenire eventuali scioperi e disordini, che danneggiano gli stessi operai, i padroni, il commercio e l’ordine pubblico.
Eliminare alla radice le cause di conflitto è preferibile alla repressione dei disordini già esplosi.
31. Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danno solamente ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi e, per le violenze e i tumulti a cui d’ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità. Il rimedio, poi, in questa parte, più efficace e salutare, si é prevenire il male con l’autorità delle leggi e impedire lo scoppio, rimovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere il conflitto tra operai e padroni.”
Nessuno può violare la dignità umana né ostacolare il pieno sviluppo della persona dal momento che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, indipendentemente dalla loro condizione sociale.
Da tale principio deriva l’importanza del riposo festivo, che non è ozio, ma tempo sottratto al lavoro per essere dedicato a Dio e ai beni spirituali.
Il lavoro umano ha inoltre limiti naturali che non possono essere superati senza danno: ogni attività deve essere proporzionata alle forze della persona e alle condizioni che l’ambiente di lavoro presenta, mentre il giusto ristoro serve necessariamente a reintegrare le energie consumate durante le fatiche e le incombenze quotidiane e stagionali.
Tempi, carichi di lavoro e ogni genere di attività accessoria devono anche essere rapportati all’età, al genere ed alla condizione psico-fisica del lavoratore. In questo senso Papa Pecci fu un precursore e si espresse contro lo sfruttamento del lavoro minorile evidenziando la necessità di introdurre tutele e limiti.
Eventuali accordi che negano questo equilibrio sono di conseguenza ingiusti e moralmente inaccettabili.
33. Quanto alla tutela dei beni temporali ed esteriori prima di tutto è dovere sottrarre il povero operaio all’inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose. Non è giusto né umano esigere dall’uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccarne il corpo. Come la sua natura, così l’attività dell’uomo è limitata e circoscritta entro confini ben stabiliti, oltre i quali non può andare. L’esercizio e l’uso l’affina, a condizione però che di quando in quando venga sospeso, per dar luogo al riposo. Non deve dunque il lavoro prolungarsi più di quanto lo comportino le forze. Il determinare la quantità del riposo dipende dalla qualità del lavoro, dalle circostanze di tempo e di luogo, dalla stessa complessione e sanità degli operai. (…) Si deve avere ancor riguardo alle stagioni, perché non di rado un lavoro, facilmente sopportabile in una stagione, è in un’altra o del tutto insopportabile o tale che sí sopporta con difficoltà. Infine, un lavoro proporzionato all’uomo alto e robusto, non é ragionevole che s’imponga a una donna o a un fanciullo. Anzi, quanto ai fanciulli, si badi a non ammetterli nelle officine prima che l’età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. (…) Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per í lavori domestici, í quali grandemente proteggono l’onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l’educazione dei figli e il benessere della casa. In generale si tenga questa regola, che la quantità del riposo necessario all’operaio deve essere proporzionata alla quantità delle forze consumate nel lavoro, perché le forze consumate con l’uso debbono venire riparate col riposo. In ogni convenzione stipulata tra padroni e operai vi è sempre la condizione o espressa o sottintesa dell’uno e dell’altro riposo; un patto contrario sarebbe immorale, non essendo lecito a nessuno chiedere o permettere la violazione dei doveri che lo stringono a Dio e a sé stesso.”
Il salario non può essere stabilito solo dal libero consenso tra padrone e operaio perché il lavoro ha due caratteristiche naturali essendo personale, appartiene a chi lo esercita, e necessario, serve alla sopravvivenza: anche se l’operaio accetta volontariamente una mercede inferiore, la necessità di conservare la vita gli conferisce un diritto naturale ad un salario sufficiente a garantire il proprio sostentamento e la dignità morale. Qualsiasi accordo che imponga un compenso al di sotto di questo livello costituisce ingiustizia e violenza.
Per quanto riguarda gli altri aspetti come orari, sicurezza e condizioni di lavoro, lo Stato deve intervenire con prudenza, fornendo tutela e sostegno quando necessario, lasciando però in gran parte la gestione ai collegi o ad altri organi competenti.
Per questo motivo lo Stato deve tutelare e favorire la diffusione della proprietà privata, diritto naturale e inviolabile, incentivando la crescita numerica dei piccoli proprietari.
La società moderna, secondo Leone XIII, è spaccata in due e vede da un lato una minoranza ricchissima che controlla economia e potere politico e dall’altro una massa di poveri esposti al malcontento e alla rivolta: facilitare l’accesso degli operai alla proprietà permetterebbe di ridurre questa frattura sociale, avvicinando le classi e rendendo più equa la distribuzione della ricchezza.
La proprietà privata, inoltre, rende il lavoro più produttivo e responsabile perché chi lavora per sé e per la propria famiglia è più motivato e legato a ciò che produce, rendendo maggiormente sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Ne deriva anche un maggiore attaccamento alla patria, poiché chi può vivere dignitosamente nel proprio paese non è costretto a emigrare.
Tutto ciò è possibile solo se lo Stato non si fa ideologico e non opprime la proprietà privata con, ad esempio, l’introduzione di una tassazione eccessiva: dal momento che il diritto di proprietà deriva dalla legge naturale, lo Stato non può eliminarlo ma solo regolarne l’uso in vista del bene comune.
Una menzione particolare venne fatta in favore delle corporazioni di arti e mestieri, considerate lo strumento più efficace per tutelare i lavoratori e, allo stesso tempo, per migliorare la qualità del lavoro e delle attività produttive: queste corporazioni, già presenti nel passato, avevano infatti garantito non solo la protezione degli artigiani ma anche il progresso e il prestigio delle arti stesse.
Papa Pecci ammise che l’evoluzione della società, della cultura e dei bisogni richiedeva un rinnovamento di tali associazioni per adattarle alle nuove esigenze della modernità e per questo motivo egli guardava con favore alla nascita di nuove associazioni, sia composte solo da operai sia miste, formate da operai e datori di lavoro.
Per il Pontefice la collaborazione tra le classi avrebbe spento il conflitto sociale: le associazioni professionali e solidali sarebbero riuscite a ridurre le distanze sociali, favorire il dialogo e costruire una convivenza più giusta fondata sulla cooperazione e non sulla contrapposizione polemica o violenta.
Una particolare attenzione viene riservata nell’enciclica alle associazioni religiose, che sono legittime per natura e dipendono dall’autorità della Chiesa. Verso di loro Stato non ha competenza per quanto riguarda la gestione interna ma ha il dovere di rispettarle e proteggerle, cosa che nelle entità statali ottocentesche formatesi nel corso delle rivoluzioni liberali del secolo non è avvenuto dal momento che i governi adottarono più volte leggi e atti contrari, privandole dei loro diritti e dei loro beni .
Leone XIII, affrontando poi la questione delle associazioni operaie, di ispirazione socialista, fece notare che molte di esse erano guidate da principi contrari alla Fede cristiana e al bene pubblico. Di fronte a ciò, i lavoratori cattolici furono chiamati a scegliere la coraggiosa via della costituzione di associazioni proprie, per difendere la loro dignità e il bene morale, senza dover mettere a rischio la propria identità o cedere a ricatti e compromessi.
38. Ora, sebbene queste private associazioni esistano dentro la Stato e ne siano come tante parti, tuttavia in generale, e assolutamente parlando, non può lo Stato proibirne la formazione. Poiché il diritto di unirsi in società l’uomo l’ha da natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, egli contraddirebbe sé stesso, perché l’origine del consorzio civile, come degli altri consorzi, sta appunto nella naturale socialità dell’uomo. Si danno però casi che rendono legittimo e doveroso il divieto. Quando società particolari si prefiggono un fine apertamente contrario all’onestà, alla giustizia, alla sicurezza del consorzio civile, legittimamente vi si oppone lo Stato, o vietando che si formino o sciogliendole se sono formate; è necessario però procedere in ciò con somma cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del pubblico bene. (…).
39. E qui il nostro pensiero va ai sodalizi, collegi e ordini religiosi di tante specie a cui dà vita l’autorità della Chiesa e la pietà dei fedeli; e con quanto vantaggio del genere umano, lo attesta la storia anche ai nostri giorni. Tali società, considerate al solo lume della ragione, avendo un fine onesto, sono per diritto di natura evidentemente legittime. In quanto poi riguardano la religione, non sottostanno che all’autorità della Chiesa. Non può dunque lo Stato arrogarsi più quella competenza alcuna, né rivendicarne a sé l’amministrazione; ha però il dovere di rispettarle, conservarle e, se occorre, difenderle. Ma quanto diversamente si agisce, soprattutto ai nostri tempi! In molti luoghi e in molti modi lo Stato ha leso i diritti di tali comunità, avendole sottoposte alle leggi civili a private di giuridica personalità, o spogliate dei loro beni. Nei quali beni la Chiesa aveva il diritto suo, come ognuno dei soci, e similmente quelli che li avevano destinati per un dato fine, e quelli al cui vantaggio e sollievo erano destinati. Non possiamo dunque astenerci dal deplorare spogliazioni sì ingiuste e dannose, tanto più che vediamo proibite società cattoliche, tranquille e utilissime, nel tempo stesso che si proclama altamente il diritto di associazione; mentre in realtà tale diritto vieni largamente concesso a uomini apertamente congiurati ai danni della religione e dello Stato.
40. Certe società diversissime, costituite specialmente di operai, vanno oggi moltiplicandosi sempre più. (…). È opinione comune però, confermata da molti indizi, che il più delle volte sono rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico; costoro con il monopolio delle industrie costringono chi rifiuta di accomunarsi a loro, a pagar caro il rifiuto. In tale stato di cose gli operai cristiani non hanno che due vie: o iscriversi a società pericolose alla religione o formarne di proprie e unire così le loro forze per sottrarsi coraggiosamente a sì ingiusta e intollerabile oppressione. Ora, potrà mai esitare sulla scelta di questo secondo partito, chi non vuole mettere a repentaglio il massimo bene dell’uomo?”
Questo impegno si manifestò in varie forme: attraverso congressi in cui si confrontarono idee e strategie, mediante la creazione di associazioni operaie sostenute con consigli e mezzi materiali e grazie all’opera del clero che offrì guida e protezione spirituale.
I benefici di tali sforzi per il bene comune furono evidenti, permettendo di alleviare e migliorare molte situazioni, tanto da alimentare nel Sommo Pontefice la speranza che queste associazioni potessero continuare a svilupparsi e diffondersi nei vari territori. Allo Stato sarebbe spettato il compito di difenderle come legittime espressioni della libertà dei cittadini, evitando però di interferire nella loro organizzazione interna, poiché la loro vitalità avrebbe risentito dell’ingerenza esterna.
Se i cittadini hanno il diritto naturale di unirsi in società, proseguì nel proprio ragionamento Leone XIII, essi devono avere anche il diritto di scegliere liberamente l’ordinamento più adatto ai loro fini in quanto non esistono regole universali valide per tutti e l’organizzazione associativa deve tenere conto dell’indole del popolo, dell’esperienza, delle abitudini, della quantità e produttività del lavoro, dello sviluppo commerciale e di altre circostanze.
In linea generale, le associazioni devono essere gestite in modo da garantire agli associati il massimo benessere fisico ed economico ma, tuttavia, il loro vero scopo primario deve essere il perfezionamento spirituale e morale: senza questo le stesse rischierebbero di degenerare e di non distinguersi più dalle altre forme di associazionismo laico dove la religione non ha alcun ruolo e contano unicamente le istanze politiche od economiche. Come insegnò Gesù Cristo, infatti, la vita dell’uomo non può limitarsi ai soli beni materiali perché anche l’anima ha bisogno di nutrimento adeguato: cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia è ciò che distingue il cristiano dal pagano.
Da questo principio deriva l’importanza di un’istruzione religiosa solida, che permetta a ciascun operaio di conoscere i propri doveri verso Dio, di difendersi dagli errori e dalle seduzioni corruttrici e di crescere nella Fede. L’operaio deve essere altresì incoraggiato a dare culto a Dio, ad avere amore della pietà, al rispetto dei giorni festivi, a rispettare la Chiesa e all’osservanza dei suoi precetti, partecipando regolarmente ai Sacramenti che sono i mezzi divini di giustificazione e santità.
In caso di conflitti, gli statuti devono prevedere l’intervento di persone rette e competenti, a cui soci e dirigenti si sottomettano.
Occorre inoltre garantire continuità del lavoro e fondi di sostegno in caso di crisi, malattia, vecchiaia o infortunio.
Per confermare tali assunti Leone XIII scrisse nell’enciclica che la storia umana come la Provvidenza guida gli avvenimenti umani verso il bene comune: così, fin dagli inizi della Chiesa, i cristiani, pur poveri e deboli, conciliavano l’appoggio dei ricchi e dei potenti, vivendo in modo laborioso, giusto e caritatevole. La loro condotta esemplare dissipava i pregiudizi, ammutoliva la maldicenza e sostituiva le superstizioni con la Verità evengelica, dimostrando che una vita ordinata secondo principi religiosi può trasformare positivamente la società.
Questo atteggiamento favorirebbe anche il ravvedimento di quegli operai privi di fede o di cattiva condotta: essi percepirebbero di essere stati ingannati da false promesse, di essere maltrattati da padroni avidi, di essere inquadrati in società dominate da discordie e di essere privi di qualsiasi forma di solidarietà fraterna. Le associazioni cattoliche potrebbero allora offrire aiuto, accogliendoli, guidandoli verso una vita retta e offrendo patrocinio e soccorso, così da ricondurli sulla buona strada e promuovere il loro benessere materiale e morale.
I vescovi e i sacerdoti devono impegnare tutte le loro energie per insegnare le massime cristiane a tutte le classi sociali e alimentare nei cuori dei lavoratori la carità evengelica. Questa carità, signora di tutte le virtù, conclude il Papa, riassume l’intero Vangelo e costituisce il più sicuro antidoto contro l’orgoglio e l’egoismo del mondo che non vede il prossimo come un fratello ma un oggetto da sfruttare e mercificare.
La pubblicazione della Rerum Novarum segnò dunque una svolta fondamentale nella storia della dottrina sociale della Chiesa e del pensiero moderno, dando origine a una lunga tradizione di insegnamenti che hanno influenzato movimenti politici, riforme sociali e legislazioni in tutto il mondo. L’enciclica rappresentò un ponte tra la morale cristiana e le sfide della modernità, offrendo principi di giustizia sociale, tutela del lavoro e della dignità della persona che continuarono a risuonare lungo tutto il XX secolo. In un’epoca di rapido progresso economico e di grandi trasformazioni tecnologiche, il messaggio di Leone XIII rimase un costante richiamo a conciliare sviluppo, equità e responsabilità morale, suggerendo che la prosperità materiale dovesse sempre essere accompagnata da rispetto e solidarietà verso i più vulnerabili.
L’influenza della Rerum Novarum varcò i confini temporali e geografici, arrivando a influenzare dibattiti e decisioni ecclesiali anche nel XXI secolo. Nel 2025, al momento dell’elezione sul Soglio di San Pietro del cardinale Robert Francis Prevost, il richiamo alle radici della Dottrina sociale apparve più attuale che mai. Egli scelse di adottare il nome Leone XIV, una decisione simbolica che volle sottolineare la continuità con l’eredità di Leone XIII e il valore perenne dei suoi insegnamenti. La scelta del nome non fu solo un omaggio, ma un chiaro segnale della volontà di affrontare le nuove sfide dell’umanità, in particolare quelle legate alla tecnologia, all’intelligenza artificiale, alla globalizzazione dei rapporti economici e al rispetto della dignità umana in un mondo in rapida trasformazione.
In questo senso, il pontificato di Leone XIV può essere visto come un’estensione contemporanea della visione di Leone XIII, un invito a rinnovare il dialogo tra fede, morale e progresso, e a ricordare che ogni innovazione, per quanto avanzata, deve essere orientata al bene comune e al rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Così, l’enciclica Rerum Novarum non rimane solo un documento storico, ma diventa un punto di riferimento vivo, capace di ispirare decisioni concrete e guidare la Chiesa nel confronto con le sfide del nuovo millennio.
