Approfondire l'Enciclica “Fin dal principio”

Fin dal principio” è un’enciclica di papa Leone XIII, scritta in lingua italiana, pubblicata l’8 dicembre 1902 e indirizzata ai vescovi italiani, che ha come tema principale la formazione dei sacerdoti
Autore:
Jacopo Rossi
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
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Fin dal principio” è un’enciclica di papa Leone XIII, scritta in lingua italiana, pubblicata l’8 dicembre 1902 e indirizzata ai vescovi italiani, che ha come tema principale la formazione dei sacerdoti.
Leone XIII riconobbe che uno dei compiti più urgenti per la Chiesa dell’epoca fosse quello di assicurare una corretta e metodica educazione del clero, partendo dai seminaristi: ogni tentativo di restaurare la Fede cristiana nella società moderna sarebbe infatti risultato vano senza la presenza di sacerdoti integri, adeguatamente formati e animati da un autentico spirito missionario.

“Fin dal principio del Nostro Pontificato ponendo Noi mente alle gravi condizioni della società, non tardammo a riconoscere, come uno dei più urgenti doveri dell’apostolico ufficio fosse quello di rivolgere specialissime cure alla educazione del Clero. Vedevamo infatti che ogni Nostro divisamento ad operare nel popolo una restaurazione di vita cristiana sarebbe tornato invano, ove nel ceto ecclesiastico non si serbasse integro e vigoroso lo spirito sacerdotale.”

Il Romano Pontefice si rivolse in particolare al clero italiano, elogiandone l’impegno pastorale e il rigore dottrinale ma, allo stesso tempo, mettendo in guardia contro alcune tendenze moderniste e quelle novità ideologiche inappropriate che rischiavano di minacciare l’ortodossia dei seminaristi e dei giovani sacerdoti. Il pericolo cui potevano andare incontro era in effetti quello di assecondare quella brama di novità, caratteristica dell’età moderna, che in ambito ecclesiastico si caratterizzava con il desiderio eccessivo e spesso superficiale di avere dei cambiamenti anche all’interno della stessa Chiesa, come stava avvenendo nella società laica dell’epoca.
Ciò che si doveva evitare era l’instaurarsi di proposte e di prassi eterodosse nella preparazione dei futuri sacerdoti nonché l’adeguamento dell’attività pastorale e liturgica a idee o concetti mondani. Lasciare troppo spazio alle questioni sociali, ad esempio, poteva far correre il rischio di invischiare il sacerdote in questioni politico-sociali che lo distoglievano da Cristo e dalla missione di curare il suo gregge.
Durante il pontificato di Papa Leone XIII, che durò dal 1878 al 1903, presero infatti consistenza in seno alla Chiesa Cattolica le prime frizioni tra un gruppo di innovatori e progressisti, da cui emerse l’eresia modernista, e la restante parte rimasta fedele alla tradizione.
Il Modernismo cattolico fu una corrente intellettuale sviluppatasi all’interno della Chiesa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che tentò di conciliare il Cristianesimo con le idee e le scoperte della modernità. Esso proponeva una lettura razionalista e storica dei contenuti della Fede, coinvolgendo numerosi intellettuali e teologi, soprattutto in Francia, Italia e Inghilterra. In questo calderone vennero così messi in discussione i dogmi e la dottrina cattolica.
Secondo questa visione, ad esempio, la Rivelazione non corrisponde realmente alla parola del Padre né a quella di Gesù Cristo, ma è un prodotto naturale dell’inconscio umano; la Fede non è considerata un dato oggettivo bensì, all’opposto, un’esperienza soggettiva determinata dal sentimento personale di ciascuno; i dogmi non rappresentano verità divine immutabili ma sono visti come simboli dell’esperienza interiore individuale risultato di uno sviluppo storico; i Sacramenti non sarebbero stati istituiti direttamente da Gesù Cristo ma deriverebbero dal bisogno dell’uomo di esprimere in forme sensibili la propria esperienza religiosa; il Magistero della Chiesa non trasmette autentiche verità divine e la Bibbia viene considerata come una raccolta di narrazioni mitiche o simboliche e non è un testo ispirato da Dio; il Gesù storico non corrisponde alla sua immagine divina.
Per tutte queste cose, il Modernismo venne condannato come eresia da Papa San Pio X attraverso il decreto “Lamentabili sane” e l’enciclica “Pascendi dominici gregis”, nel 1907.
“Non possiamo tuttavia dissimulare la preoccupazione dell’animo Nostro al vedere come da qualche tempo vada qua e là serpeggiando una cotal brama d’innovazioni inconsulte, così, rispetto alla formazione, come all’azione multiforme dei sacri ministri. Ond’è che a preservare il clero italiano dalle influenze perniciose dei tempi, stimiamo cosa opportuna, Venerabili Fratelli, richiamare in questa Nostra lettera i veri e invariabili principi che debbono regolare l’educazione ecclesiastica e tutto il sacro ministero.”

Il sacerdozio cattolico non è un’invenzione umana, né una funzione puramente sociale, poiché ha origine divina, essendo stato istituito da Cristo stesso, e di conseguenza possiede una natura soprannaturale in quanto comunica la grazia di Dio all’umanità attraverso i Sacramenti.
La natura del sacerdozio, essendo soprannaturale, non può cambiare col tempo o con le mode ed è dunque immutabile perché una volta che un uomo è ordinato sacerdote riceve un carattere sacramentale indelebile. Il sacerdozio non deve adattarsi ai cambiamenti passeggeri della cultura o della società, non si trasforma per stare al passo con ideologie, mode o sistemi filosofici che vanno e vengono. Questo fu un chiaro messaggio che Papa Pecci lanciò contro le riforme avventate o i tentativi di “modernizzare” il sacerdozio in modo incoerente con la sua natura divina.
Ogni sacerdote cattolico partecipa al sacerdozio unico ed eterno di Gesù Cristo, che è il vero Sommo Sacerdote, agendo “in persona Christi”, ossia nella persona di Cristo, specialmente durante la Messa e nella Confessione.
Esso ha così il compito di continuare la missione di Cristo sulla terra: annunciare il Vangelo, amministrare i sacramenti, guidare il popolo di Dio verso la salvezza eterna. Questa missione non cambia nel corso dei secoli, e deve continuare fino alla fine del mondo.
“Il Sacerdozio cattolico, divino nella sua origine, soprannaturale nella sua essenza, immutabile nel suo carattere, non è tale istituzione che possa accomodarsi alla volubilità delle opinioni e dei sistemi umani. Partecipazione del sacerdozio eterno di Gesù Cristo, esso deve perpetuare fino alla consumazione dei secoli la missione stessa dal divin Padre affidata al suo Verbo Incarnato: “Sicut misit me Pater, et ego mitto vos” (1Gv 20,21). Operare la salute eterna delle anime sarà sempre il grande mandato, a cui esso non potrà mai venire meno; come, per fedelmente attuarlo, non dovrà mai cessare di ricorrere a quei soprannaturali presidi e a quelle norme divine di pensiero e di azione che gli diede Gesù Cristo, quando inviava i suoi Apostoli per tutto il mondo a convertire i popoli al Vangelo. Quindi S. Paolo nelle sue lettere vien ricordando, non essere altro il sacerdote che il “legato”, il “ministro di Cristo”, il “dispensatore dei suoi misteri” (2Cor 5,20; 6,4; 1Cor 4,1), e ce lo rappresenta quasi collocato in luogo eccelso (cf. Hb 5,1), quale intermediario fra il cielo e la terra per trattare con Dio gl’interessi sommi dell’uman genere, che sono quei della vita sempiterna.”

Pur essendo un uomo che vive e agisce nel mondo, il sacerdote svolge un ministero celeste, perché gli è affidata la custodia e l’amministrazione di beni soprannaturali, come la Grazia divina e i misteri della Fede. Per questo motivo, il sacerdozio è presentato come superiore persino al ministero degli angeli, i quali non amministrano i Sacramenti né hanno il compito di guidare direttamente le anime alla salvezza, cosa che invece spetta al sacerdote.
Questo compito è definito “l’arte delle arti”, perché si tratta dell’opera più alta e più delicata: condurre la libertà dell’uomo verso Dio. Nessuna scienza, nessuna tecnica o arte umana può eguagliare questa attività che è connotata da una suprema responsabilità, perché riguarda il destino eterno della persona. Questa visione eleva quindi il sacerdozio a una condizione sublime, che richiede una vita di profonda unione con Dio e una totale dedizione al servizio spirituale degli altri.
“Che anzi tutta la tradizione della Chiesa è una voce sola nel proclamare che il Sacerdote è un “altro Cristo”, e che il Sacerdozio “si esercita bensì in terra, ma va meritamente annoverato tra gli ordini del cielo poiché gli sono date da amministrare cose del tutto celesti, e gli è conferito un potere che Dio non affidò neppure agli Angeli”; potere e ministero che riguardano il governo delle anime, ossia ‘l’arte delle arti’.”

La Chiesa, proseguì l’enciclica, ha sempre considerato la formazione, lo stile di vita e la disciplina del sacerdote come realtà distinte e separate da quelle del laicato, riconoscendone la natura unica della vita consacrata. Per questo, ogni tentativo moderno di diluirne l’essenza o di assimilare l’educazione e la vita ecclesiastica a quelle laicali è contrario non solo alla tradizione cristiana ma anche alla dottrina apostolica e agli insegnamenti di Cristo stesso.
“Perciò educazione, studi, costumi, quanto insomma si attiene alla disciplina sacerdotale, venne sempre dalla Chiesa considerato come un tutto a sé, non pur distinto, ma separato altresì dalle ordinarie norme del vivere laicale. - Tal distinzione e separazione deve dunque rimanere inalterata anche ai tempi nostri, e qualunque tendenza ad accomunare o confondere l’educazione e la vita ecclesiastica con la educazione e la vita laicale, ha da giudicarsi riprovata nonché dalla tradizione dei secoli cristiani, ma dalla dottrina stessa apostolica e dagli ordinamenti di Gesù Cristo.”

Papa Leone XIII ammise certamente che sia la formazione sia il ministero sacerdotale dovevano tener conto delle condizioni dei tempi per rendere più efficace la presenza del clero nella società ma evidenziò bene come ogni innovazione che avrebbe potuto danneggiare il nucleo essenziale della figura del sacerdote doveva essere considerata inaccettabile e da rifiutare con decisione.
“Certamente nella formazione del clero e nel ministero sacerdotale ragion vuole che si abbia riguardo alle varie condizioni dei tempi. Quindi è ben lungi da Noi il pensiero di rigettare quei mutamenti che rendano l’opera del Clero sempre più efficace nella società in mezzo a cui vive; che anzi appunto per tale considerazione Ci è sembrato conveniente di promuovere in esso una più solida e squisita coltura, e di aprire un campo più largo al suo ministero. Ma ogni altra innovazione che potesse recar qualche pregiudizio a ciò ch’è essenziale al sacerdote, dovrebbe riguardarsi come affatto biasimevole. Il sacerdote è sopra tutto costituito maestro, medico e pastore delle anime, e guida ad un fine che non si chiude nei termini della vita presente. Ora non potrà egli mai corrispondere appieno a cosi nobili uffici, se non sia, quant’è mestieri, versato nella scienza delle cose sacre e divine; se non sia fornito a dovizia di quella pietà che ne fa un uomo di Dio; se non ponga ogni cura in avvalorare i suoi insegnamenti colla efficacia dell’esempio, conforme all’ammonimento dato ai sacri pastori dal Principe degli Apostoli: “Forma facti gregis ex animo” (1Pt 5,3).”

Qualunque siano i cambiamenti dei tempi e della società, il sacerdote cattolico deve sempre rispecchiare i principi e le qualità fondamentali precedentemente elencate dal Pontefice nell’enciclica, che sono essenziali per il suo ministero, mentre tutto ciò che attiene all’aspetto solo umano e mondano deve necessariamente restare secondario rispetto al suo ruolo. Pur adattandosi, entro i limiti leciti, alle esigenze del tempo presente, il clero deve sempre avere la forza e la lucidità di resistere con forza alle influenze negative della società, perché solo così potrà svolgere al meglio il suo ministero, mantenendo intatte la sua dignità e l’autorevolezza agli occhi delle genti.
“Comunque volgano i tempi, e le condizioni sociali cangino e si tramutino, queste sono le proprie e massime doti che debbono rifulgere nel sacerdote cattolico, giusta i principi della fede; ogni altro corredo naturale ed umano, sarà certo commendevole, ma non avrà rispetto all’ufficio sacerdotale, che una secondaria e relativa importanza. Se pertanto è ragionevole e giusto che il Clero si pieghi, fin dove è lecito, ai bisogni dell’età presente, è altresì doveroso e necessario che alla prava corrente del secolo, non che cedere, fortemente resista. E ciò, mentre risponde naturalmente all’alto fine del sacerdozio, vale altresì a renderne più fruttuoso il ministero, crescendogli decoro e procacciandogli rispetto.”

Papa Pecci mise in guardia il clero in particolare dallo spirito del naturalismo, che esaltando l’orgoglio umano e rifiutando il concetto di autorità, rischiava di contaminare anche i membri della Chiesa, specialmente i meno esperti, come i seminaristi o i giovani sacerdoti.
Usando il termine “naturalismo” Leone XIII voleva riferirsi a quella corrente di pensiero che negava o riduceva il ruolo della dimensione soprannaturale e della Fede nella vita umana, valorizzando invece solo ciò che era naturale, materiale e umano. Questo spirito rischiava di condurre all’orgoglio intellettuale, al rifiuto di ogni autorità divina ed ecclesiastica nonché ad una ricerca egoistica dei beni materiali, trascurando i beni eterni e spirituali, con grave danno per la comunità dei fedeli.
“Ora è noto pur troppo come lo spirito del naturalismo tenti inquinare ogni parte anche più sana del corpo sociale: spirito che inorgoglisce le menti e le ribella ad ogni autorità; che avvilisce i cuori e li volge alla ricerca dei beni caduchi, trascurati gli eterni. Di questo spirito, così malefico e già troppo diffuso, grandemente è a temere che qualche influsso non possa insinuarsi anche fra gli ecclesiastici, massime fra i meno esperti. Tristi effetti ne sarebbero, il venir meno a quella gravità di condotta, che tanto si addice al sacerdote; il cedere con leggerezza al fascino di ogni novità; il diportarsi con indocilità pretenziosa verso i maggiori; il perdere quella ponderatezza e misura nel discutere che tanto è necessaria, particolarmente in materia di fede e di morale. Ma effetto ben più deplorevole, perché congiunto col danno del popolo cristiano, ne seguirebbe nel sacro ministero della parola, inducendovi un linguaggio non conforme al carattere di banditore dell’Evangelo.”

Per questi motivi Leone XIII sottolineò nell’enciclica l’importanza di preservare con grande attenzione lo spirito originario dei seminari, curando sia l’educazione intellettuale sia quella spirituale. Il Pontefice volle rimarcare il concetto che tali istituti non furono creati per preparare i giovani a cariche o a ruoli del mondo e secondo il mondo, per quanto rispettabili e prestigiosi, ma per formarli e predisporli a compiere degnamente l’alta missione di essere ministri di Cristo e custodi dei misteri divini.
“Mossi da tali considerazioni, Noi sentiamo di dover nuovamente e con più vivo studio raccomandare, che innanzi tutto i Seminari siano con gelosa cura mantenuti nello spirito proprio, così rispetto all’educazione della mente come a quella del cuore.
Non si perda giammai di vista, ch’essi sono esclusivamente destinati a preparare i giovani non ad uffici umani, per quanto legittimi ed onorevoli, ma all’alta missione, poc’anzi accennata, di ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio (1 Cor 4,1).”

Leone XIII invitò il clero a non irrigidirsi e chiudersi dal punto di vista culturale mostrando un’apertura verso i metodi nuovi e validi di studio della teologia, della filosofia e delle altre materie affini, senza ovviamente deviare intellettualmente e spiritualmente dalla tradizione. Pur auspicando che gli studenti ecclesiastici studiassero principalmente nei seminari, il Papa riconobbe che, in certi casi, potessero frequentare le università statali, purché i vescovi mantenessero una vigilanza attenta al fine di evitare influenze negative o coinvolgimenti in agitazioni politiche, garantendo così che la formazione rimanesse focalizzata sui doveri fondamentali del sacerdozio.
“Rispetto agli studi, poiché il clero non dev’essere estraneo agli avanzamenti d’ogni buona disciplina, si accetti pure quanto di veramente buono ed utile si riconosca negl’innovati metodi: ogni tempo suole contribuire al progresso del sapere umano. Però vogliamo che su tal proposito siano ben ricordate le prescrizioni Nostre intorno allo studio delle lettere classiche, e principalmente della Filosofia, della Teologia, e delle scienze affini: prescrizioni che demmo in più documenti, massime nella detta Enciclica, di cui Ci piace perciò trasmettere a voi un esemplare unito alla presente. Sarebbe al certo desiderabile che i giovani ecclesiastici potessero tutti com’è dovere, fornire il corso degli studi sempre all’ombra dei sacri Istituti. Ma poiché gravi ragioni talora consigliano che alcuni di essi frequentino le pubbliche Università, non si dimentichi con quali e quante cautele i vescovi debbano ciò loro permettere. Vogliamo del pari che si insista sulla fedele osservanza delle norme contenute in altro più recente documento, in special modo per quanto concerne le letture od altro che potesse dare occasione ai giovani di prender parte comecchessia ad agitazioni esterne. Così gli alunni dei Seminari, facendo tesoro di un tempo prezioso e colla massima tranquillità degli animi, potranno raccogliersi tutti intorno a quegli studi che li rendono maturi ai grandi doveri del sacerdozio, singolarmente al ministero della predicazione e delle confessioni.”

Papa Pecci ricordò al clero la grande responsabilità di quei sacerdoti che, in un momento di grande bisogno spirituale per il popolo cristiano, trascuravano di svolgere con impegno i loro sacri ministeri, ammonendo che sia chi non li esercitava affatto sia chi si applicava senza dedizione ed attenzione erano entrambi manchevoli nel rispondere adeguatamente alla loro vocazione e compromettevano così la salute delle anime.
“Ben si rifletta, quanto grave sia la responsabilità di quei sacerdoti che, in tanto bisogno del popolo cristiano, trascurano di prestar l’opera propria nell’esercizio di questi sacri ministeri; e di coloro altresì che non vi portano una illuminata operosità: sì gli uni come gli altri mal corrispondono alla propria vocazione in cosa che troppo importa alla salute delle anime. Rispetto poi al ministero delle confessioni, si rammenti quanto severe suonino le parole del più insigne e mite dei moralisti verso coloro che non dubitano di sedere inetti nel tribunale di penitenza (S. Alfonso Maria De Liguori: Pratica del Confessore, c 1, i III, n. 18); e come non meno severo sia il lamento dell’insigne Pontefice Benedetto XIV, che poneva tra le maggiori calamità della Chiesa il difetto nei confessori di una scienza teologica morale qual s’addice alla gravità di così santo ufficio.”

Per preparare ministri degni del Signore, Leone XIII invitò i vescovi a rafforzare non solo la formazione intellettuale nei seminari, ma anche quella disciplinare e morale. In particolare, il Pontefice diede la raccomandazione di accogliere solo giovani che potessero offrire serie garanzie di voler abbracciare stabilmente il sacerdozio. Gli aspiranti sacerdoti dovevano inoltre essere formati in un ambiente separato da chi non condivideva la vocazione, evitando così influenze dannose, e occorreva escludere coloro che dimostravano attitudini inadeguate, seguendo il consiglio di San Paolo di non conferire gli ordini sacri con leggerezza.
“Ma al nobile scopo di preparare degni ministri del Signore è necessario, Venerabili Fratelli, che sia volto, e con sempre maggior vigore e vigilanza, oltre l’ordinamento scientifico, anche il disciplinare e l’educativo dei vostri Seminari. Non vi si accolgano che giovani i quali offrano fondate speranze di voler consacrarsi in perpetuo al ministero ecclesiastico. Si tengano segregati dal contatto e più dalla convivenza con giovani non aspiranti al sacerdozio: tale comunanza potrà per giuste e gravi cause tollerarsi a tempo e con singolari cautele, finché non sia dato di pienamente provvedere, conforme allo spirito della disciplina ecclesiastica. Si rimandino quanti nel corso della loro educazione manifestassero tendenze meno convenevoli alla vocazione sacerdotale, e nell’ammettere i chierici agli ordini sacri si usi somma ponderazione, giusta l’ammonimento gravissimo di San Paolo a Timoteo: “Manus cito nemini imposueris” (1 Tm 5,22).”

Papa Leone XIII proseguì il documento affermando che l’intera formazione ecclesiastica deve avere come obbiettivo quello di suscitare nella mente e nel cuore dei seminaristi una viva immagine di Gesù Cristo. Per questo motivo è essenziale che i docenti uniscano alla competenza anche l’esempio di una vita integra, autenticamente sacerdotale. Il loro comportamento, infatti, è il mezzo più efficace per trasmettere ai giovani il senso del dovere e l’amore per il bene. In particolare, il direttore spirituale deve essere un sacerdote esperto, dotato di grande prudenza e dedizione, e ha il dovere di coltivare nei seminaristi un solido senso di pietà cristiana, che è la fonte di immensi benefici umani e spirituali, soprattutto verso il loro futuro ministero sacerdotale.
“Importa poi grandemente, che a formare negli alunni del santuario un’immagine viva di Gesù Cristo, nel che si assomma tutta l’educazione ecclesiastica, i moderatori e gl’insegnanti alla diligenza e alla perizia propria del loro ufficio congiungano l’esempio di una vita al tutto sacerdotale. La condotta esemplare di chi presiede, massime ai giovani, è il linguaggio più eloquente e persuasivo per ispirare negli animi loro il convincimento dei propri doveri e l’amore al bene. Un’opera di tanto rilievo richiede principalmente dal direttore di spirito prudenza non ordinaria e cure indefesse; onde un tale ufficio, che desideriamo non manchi in verun Seminario, vuol essere affidato ad ecclesiastico molto esperto nelle vie della perfezione cristiana. Ed a lui non sarà mai abbastanza raccomandato d’infondere e coltivare negli alunni colla maggiore sodezza quella pietà la quale è per tutti feconda, ma specialmente per il clero, di utilità inestimabili.”

Leone XIII mise anche in guardia dal pericolo, comune tra i giovani seminaristi, di concentrarsi eccessivamente sugli studi trascurando la crescita spirituale, che il Papa definì la “scienza dei Santi” come se fosse una vera e propria disciplina scientifica da studiare per acquisire la santità di vita e di azione, qualità fondamentali per la vita sacerdotale. Possedere, ad esempio, una pietà profonda, infatti, rende i futuri sacerdoti capaci di affrontare con spirito di sacrificio le difficoltà del ministero e superarle per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
A conferma di ciò, il Papa lodò l’esempio di tanti sacerdoti italiani che, animati da questo spirito, affrontarono con generosità missioni difficili, pesanti sacrifici e perfino il martirio per compiere la buona battaglia di conservare la Fede, divulgare la Buona Novella e salvare dalla dannazione eterna.
“Perciò sia egli sollecito di premunirli altresì da un pernicioso inganno, non infrequente tra i giovani, cioè di lasciarsi talmente prendere all’ardore degli studi, da non curar poi a dovere il proprio avanzamento nella scienza dei Santi. Quanto più la pietà avrà messo radici profonde nei chierici, tanto meglio saranno temprati a quel forte spirito di sacrificio, ch’è al tutto necessario per zelare la gloria divina e la salvezza delle anime. Non mancano, la Dio mercé, nel clero italiano sacerdoti che diano nobili prove di quanto possa un ministro del Signore, penetrato di siffatto spirito, mirabile la generosità di quei tanti che per dilatare il regno di Gesù Cristo, corrono volenterosi in lontane terre ad incontrare fatiche, privazioni e stenti d’ogni maniera, ed anche il martirio.”

Secondo il Romano Pontefice la formazione del futuro sacerdote doveva svilupparsi gradualmente, sotto una guida attenta che potesse curare sia l’elemento spirituale sia l’intelletto, in modo da prepararlo alla santità della sua vocazione e alle necessità del popolo cristiano. Questo processo non si concludeva con l’uscita dal seminario ma, anche dopo l’ordinazione, i nuovi sacerdoti dovevano essere accompagnati da guide morali adeguate al fine di farli continuare a crescere in zelo, prudenza e pietà. Papa Pecci scrisse parallelamente che appariva utile mantenere gli stessi attivamente impegnati nello studio, per approfondire continuamente le scienze sacre e rafforzare così il loro ministero.
“Di questa guisa, scorto da provvide ed amorevoli cure nella conveniente coltura dello spirito e dell’ingegno, verrà a grado a grado formandosi il giovane levita, quale lo richiedono la santità della sua vocazione ed i bisogni del popolo cristiano. Il tirocinio in verità non è breve; eppure vorrà essere protratto anche oltre il tempo del Seminario. Conviene infatti che i giovani sacerdoti non siano lasciati senza guida nelle prime fatiche, ma vengano confortati dalla esperienza dei più provetti che ne maturino lo zelo, la prudenza, e la pietà; ed è spediente altresì che, ora con esercitazioni accademiche, ora con periodiche conferenze, si allarghi l’uso di tenerli continuamente esercitati negli studi sacri.”

Tutte queste norme contenute nell’enciclica attinenti alla formazione e alla disciplina del clero non avrebbero ostacolato ma, anzi, rafforzato la sua efficacia pastorale. Infatti, solo un clero ben formato spiritualmente e obbediente alle direttive della Chiesa poteva riuscire a contrastare efficacemente i pericoli che minacciavano la Fede del popolo cristiano, come il socialismo e la sua propaganda.
A tal fine, ogni azione del clero deve sempre restare subordinata all’autorità dei vescovi, per evitare disordine e confusione che potrebbero condizionare la stessa missione evangelizzatrice.
“E’ manifesto, Venerabili Fratelli, che quanto abbiamo sin qui raccomandato, lungi dal menomamente nuocere, giova anzi in singolar modo a quella operosità sociale del Clero, da Noi in più occasioni inculcata come necessaria ai nostri giorni. Poiché coll’esigere la fedele osservanza delle norme da Noi richiamate, si viene a tutelare ciò che di siffatta operosità dev’essere l’anima e la vita. Ripetiamo dunque anche qui, e più altamente, esser mestieri che il Clero vada al popolo cristiano, insidiato da ogni parte, e con ogni sorta di fallaci promesse adescato segnatamente dal socialismo ad apostatare dalla fede avita; subordinando però tutti la propria azione all’autorità di coloro, “cui lo Spirito Santo ha costituito Vescovi per reggere la Chiesa di Dio”; senza di che seguirebbe confusione e disordine gravissimo, a detrimento anche della causa che hanno a difendere e a promuovere.”

Leone XIII desiderava che i futuri sacerdoti, al termine della loro formazione, potessero ricevere anche un’adeguata istruzione sull’insegnamento della Chiesa in materia politico-sociale affinché fossero preparati ad affrontare le sfide del tempo con conoscenza e responsabilità. Tuttavia, ribadì che dovevano astenersi dal partecipare attivamente ai movimenti politici o sociali esterni, per mantenere la dignità del loro stato e agire sempre sotto la guida dell’autorità ecclesiastica.
Il Papa invitò i sacerdoti, una volta ordinati, a dedicarsi con particolare impegno alla cura del popolo, da sempre al centro della sollecitudine della Chiesa. Il loro compito sociale doveva essere quello di istruire i semplici nella Fede, guidarli a una vita virtuosa, rafforzare negli adulti la consapevolezza spirituale contro gli errori, sostenere le iniziative laicali realmente utili al bene comune e soprattutto promuovere i principi di giustizia e di carità evangelica, che sono il fondamento di una convivenza civile giusta ed equilibrata.
“Anzi a tal fine desideriamo che i candidati al sacerdozio, sul termine della loro educazione nei Seminari, vengano convenientemente ammaestrati nei documenti pontifici che riguardano la questione sociale e la democrazia cristiana, astenendosi peraltro, come più sopra abbiamo detto, dal prendere qualsiasi parte al movimento esterno. Fatti poi sacerdoti si volgano con particolare studio al popolo, stato sempre l’oggetto delle più amorose cure della Chiesa. Togliere i figli del popolo alla ignoranza delle cose spirituali ed eterne, e con industriosa amorevolezza avviarli ad un vivere onesto e virtuoso; raffermare gli adulti nella Fede dissipandone i contrari pregiudizi, e confortarli alla pratica della vita cristiana; promuovere tra il laicato cattolico quelle istituzioni che si riconoscano veramente efficaci al miglioramento morale e materiale delle moltitudini; propugnare sopra tutto i principi di giustizia e carità evangelica, nei quali trovano equo temperamento tutti i diritti e i doveri della civile convivenza: tale è nelle precipue sue parti il nobile compito della loro azione sociale.”

Anche quando opera tra il popolo, continuò il Romano Pontefice, il sacerdote deve mantenere intatta la sua rispettabilità e l’identità di ministro di Dio, poichè è posto alla guida dei fedeli soprattutto per il fine della salvezza delle anime. Qualsiasi forma di impegno sociale che possa compromettere il suo status sacerdotale, violare i doveri o la disciplina ecclesiastica è da considerarsi gravemente inappropriata e da respingere.
“Ma abbiano sempre presente, che anche in mezzo al popolo il sacerdote deve serbare integro il suo augusto carattere di ministro di Dio, essendo esposto a capo dei fratelli, principalmente “animarum causa” (S. Gregorio M., Regula Past. parte II, e VII). Qualsivoglia maniera di occuparsi del popolo, a scapito della dignità sacerdotale, con danno dei doveri e della disciplina ecclesiastica, non potrebbe esser che altamente riprovata.”

L’enciclica si concluse esortando i vescovi italiani a prendere parte attiva nell’attuazione delle indicazioni proposte, ispirandosi a modelli illustri come San Carlo Borromeo. Ai sacerdoti italiani, invece, Leone XIII rivolse un caloroso appello all’unità, all’obbedienza al Papa e alla dedizione totale al proprio rispettivo ministero: in un’epoca segnata dal dilagare dell’ideologia socialista, dell’ateismo e dall’allontanamento del popolo dalla Fede, il clero doveva porsi ancora più fortemente quale guida spirituale dei laici, essere capace di difendere la Verità evangelica e promuovere la Giustizia e la Carità cristiana, senza compromettere a santità del proprio stato.
Papa Pecci invocò, infine, le benedizioni di Dio su tutto il clero d’Italia, affinché potesse continuare ad essere all’altezza della sua gloriosa tradizione, fedele alla Chiesa e al Vicario di Gesù Cristo in terra.
“Ecco quanto, Venerabili Fratelli, la coscienza dell’Apostolico ufficio C’imponeva di far rilevare, considerate le condizioni odierne del Clero d’Italia. Non dubitiamo, che in cosa di tanta gravità ed importanza, alla sollecitudine Nostra voi saprete congiungere le più solerti ed amorose industrie del vostro zelo, ispirandovi specialmente ai luminosi esempi del grande Arcivescovo, San Carlo Borromeo. Pertanto a dare effetto a queste Nostre prescrizioni, avrete cura di farne argomento delle vostre regionali Conferenze, e di consigliarvi su quei provvedimenti pratici che secondo i particolari bisogni delle singole Diocesi vi sembreranno più opportuni. Ai divisamenti ed alle deliberazioni nostre non mancherà, ove sia d’uopo, il presidio della Nostra autorità. Ed ora con parola che ne viene spontanea dall’intimo del Nostro cuore paterno, Ci volgiamo a voi, quanti siete sacerdoti d’Italia, raccomandando a tutti e a ciascuno, che mettiate ogni impegno nel corrispondere sempre più degnamente allo spirito proprio della vostra eccelsa vocazione. A voi ministri del Signore diciamo con più ragione che non disse S, Paolo ai semplici fedeli: “Obsecro itaque vos ego vinctus in Domino, ut digne ambuletis vocatione, qua vocati estis” (Eph 4,1). L’amore della comune madre la Chiesa rinsaldi e rinvigorisca tra voi quella concordia di pensiero e di azione, che raddoppia le forze e rende più feconde le opere. In tempi tanto infesti alla religione e alla società, quando il Clero di ogni nazione è chiamato ad unirsi compatto per la difesa della fede e della morale cristiana, si appartiene a voi, figli dilettissimi, cui particolari vincoli congiungono a questa sede Apostolica, precedere a tutti gli altri con l’esempio, ed essere i primi nella illimitata obbedienza alla voce e ai comandi del Vicario di Gesù Cristo. Così le benedizioni di Dio scenderanno copiose, quali Noi le invochiamo, a mantenere il Clero d’Italia sempre degno delle illustri sue tradizioni.”