Mostre estate 2021

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Dopo una primavera faticosa, in cui le mostre sono state chiuse per la pandemia, vogliamo ora riprendere la nostra consueta rubrica con le proposte per l’estate.

Iniziamo da Milano con una mostra dedicata ai 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. La rassegna presenta una preziosa selezione del patrimonio librario dantesco della Biblioteca che copre un arco cronologico dal XIV al XX secolo. Il percorso espositivo si apre idealmente con il celebre codice miniato della Divina Commedia – risalente alla fine del XIV sec., conosciuto come Chiose ambrosiane – trafugato per il suo valore da Napoleone nel 1796 e rientrato poi a Milano dopo il Congresso di Vienna. Al suo fianco, si troverà il Commento alla Commedia, del XV secolo, redatto da Pietro Alighieri, figlio di Dante, nato dal matrimonio con Gemma Donati. In questo Commento, l’autore si sforza di accordare l’opera dantesca ai capolavori della letteratura classica e con gli scritti dei Padri della Chiesa e degli Scolastici. Tra gli incunaboli spicca la pregiata edizione del Poema, realizzata a Venezia nel 1491, con Commento di Cristoforo Landino, al cui interno si trovano 100 incisioni in legno, il cui disegno è attribuito al Mantegna. Il commento del Landino, che ebbe larga diffusione, aveva una funzione esegetica del testo, più che esplicativa, mirata e finalizzata, specialmente, alla formazione del cittadino e alla glorificazione della città di Firenze.
Nella sezione delle cinquecentine si potrà ammirare la famosa stampa di Aldo Manuzio del 1502, curata dal Bembo, recante uno dei primi esempi del carattere corsivo, a opera di Francesco Griffo da Bologna. Tra le edizioni del Settecento si segnala quella di Antonio Zatta, del 1757-1758, dedicata a Elisabetta Petrowna imperatrice di Russia e riccamente illustrata da eccellenti incisioni, mentre per l’Ottocento, quella, rarissima, del 1809, per i tipi di Luigi Mussi, con i caratteri di tipo bodoniano. La mostra si chiude con la sontuosa stampa del Poema – Firenze, all’Insegna dell’Ancora, 1817-1819 – dedicata ad Antonio Canova, recante 125 grandi xilografie.
Per l’occasione – di fronte alla suggestiva ‘vetrata dantesca’ eseguita da Giuseppe Bertini nel 1851 per l’Esposizione Universale di Londra – verrà allestito uno spazio dedicato alla visione delle tavole della Commedia approntate, lungo un ventennio (1919-1939), da Amos Nattini dietro suggerimento e invito di Gabriele D’Annunzio.

Ci spostiamo ora a Verona per due rassegne dedicate, anche in questo caso, al centenario dantesco.
L’esposizione costituisce uno dei fulcri dell’articolata mostra diffusa, appositamente ideata per le celebrazioni del centenario, che prevede il duplice omaggio al Poeta e alla città di Verona, che gli diede “lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello” (Paradiso, XVII, 70). La città scaligera, infatti, non è semplicemente lo sfondo della vicenda dantesca, ma ne diventa essa stessa protagonista. Questa specificità, che la caratterizza rispetto alle altre città dantesche, viene valorizzata attraverso un itinerario cittadino che, tramite l’ausilio di una mappa cartacea appositamente realizzata, porta il visitatore alla riscoperta di ventun luoghi – tra piazze, palazzi, chiese, emergenze monumentali in città e nel territorio – direttamente legati alla presenza del Poeta, dei suoi figli ed eredi, e a quelli di tradizione dantesca. L’esposizione presso la Galleria d’ Arte Moderna costituisce un omaggio all’esilio veronese di Dante e al legame tra Verona e il Poeta che, nel corso dei secoli, continuò ad alimentarsi dando origine a una ricca produzione artistica. Il progetto espositivo prevede una selezione di oltre 100 opere tra dipinti, sculture, opere su carta, tessuti e testimonianze materiali dell’epoca scaligera, codici manoscritti, incunaboli e volumi a stampa in originale e in formato digitale provenienti dalle collezioni civiche, dalle biblioteche cittadine, da biblioteche e musei italiani ed esteri. La mostra copre un arco cronologico compreso tra Trecento e Ottocento e si sviluppa in due nuclei tematici principali: il primo intende ricostruire il rapporto tra Dante, Verona e il territorio veneto nel primo Trecento, mentre il secondo si concentra sul revival ottocentesco di un medioevo ideale tra Verona e il Veneto. Se in apertura la mostra rievoca il leggendario e presunto incontro tra Giotto e Dante a Padova e consente di ripercorrere la cultura artistica scaligera nel grande snodo della rivoluzione giottesca, il percorso espositivo prosegue poi nell’affascinante racconto del profondo legame che unì Dante e Cangrande della Scala, al quale il poeta dedicò il Paradiso. Le ricche testimonianze legate alla figura dello Scaligero delineano il contesto in cui Dante trascorse gli anni dell’esilio fino alla creazione del suo Poema. Testi decorati della Commedia, manoscritti e a stampa, accompagnano i visitatori dall’epoca di Dante alla fine del Settecento, attestando la costante attenzione che Verona e il Veneto rivolsero al Poeta e alla sua Opera. Tra le opere in mostra, da non perdere i tre disegni di Botticelli, prestigioso prestito del Kupferstichkabinett, Berlino. In particolare, Dante e Beatrice. Paradiso II, è stato scelto come immagine coordinata della mostra diffusa, che sviluppa graficamente il tema dell’itinerario dantesco nel Paradiso e lo traduce nel cammino del Poeta, guidato da Beatrice, lungo le strade di Verona, alla scoperta dei luoghi legati alla sua memoria. Il secondo nucleo tematico sviluppa la riscoperta del mito di Dante nella grande stagione ottocentesca, come incarnazione dei nascenti ideali risorgimentali e allo stesso tempo esempio del tormento creativo del Poeta esiliato. È a questo punto del percorso espositivo che il visitatore potrà ammirare la fortuna iconografica dei personaggi danteschi, a partire da Beatrice e Gaddo, ma anche di altre figure femminili e delle tragiche vicende, legate al tema dell’amore e degli amanti sfortunati, di Pia de’ Tolomei e Paolo e Francesca. Proprio quest’ultimo tema introduce il mito di Giulietta e Romeo, giovani innamorati nati dalla penna di Luigi da Porto nel Cinquecento e resi celebri da William Shakespeare in tutto il mondo.Attraverso questo percorso si potrà cogliere il costituirsi dell’identità della Verona ottocentesca, che da un lato si alimenta della presenza storica e reale di Dante alla corte di Cangrande, dall’altro di quella immaginaria di Romeo e Giulietta, creati anch’essi nella cornice di un Trecento scaligero. I due percorsi tematici, reale quello dantesco e immaginario quello shakespeariano, entrambi sullo sfondo – ancora reale e immaginario – di un medioevo scaligero, definiscono un tratto saliente della fisionomia urbana e culturale di Verona, ancor oggi ben riconoscibile: per questa ragione l’esposizione si lega in modo imprescindibile alla “mostra diffusa” che è la città stessa, nei monumenti e nelle testimonianze urbanistiche e architettoniche legate alla memoria di Dante e di Romeo e Giulietta.

Presso il Museo di Castelvecchio troviamo la mostra Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur. Nel 2000, lo statunitense Michael Mazur (1935-2009), tra i più originali incisori del recente Novecento, espose la sua interpretazione dell’Inferno dantesco nella sale di Castelvecchio e oggi, nel 2021, in concomitanza con il Settimo Centenario della morte del Poeta, viene mostrato il nucleo delle opere in una mostra monografica. Esposte in Sala Boggian quarantuno acqueforti e acquetinte che l’artista americano produsse ispirandosi alla prima cantica della Divina Commedia per comporre il libro d’artista Michael Mazur. Etchings. L’Inferno. Dante, stampato in tiratura limitata di 50 copie in collaborazione con il maestro tipografo Robert Townsend. L’opera grafica è accompagnata dai corrispettivi brani del testo originale di Dante Alighieri con, a fronte, la fortunata traduzione in inglese dell’Inferno realizzata dal poeta Robert Pinsky. L’esemplare del portfolio contrassegnato come Artist’s proof set for Castelvecchio - in esposizione - è stato infatti donato dall’autore al Gabinetto Disegni e Stampe del Museo di Castelvecchio, a seguito di una prima mostra tenutasi nell’anno 2000, sempre in sala Boggian. Fu lo stesso Mazur a dichiarare, in una lettera custodita nell’archivio del Museo, che tale esposizione rappresentava per lui “un sogno che veniva a compimento”, evidentemente consapevole della centralità di Verona nell’immaginario legato a Dante. All’interno della mostra, il pubblico può ammirare l’interpretazione decisamente originale e intimamente sentita del viaggio di Dante, frutto della lunga meditazione di Mazur sui significati del poema e sul rapporto tra testo e immagine. Alle possibilità espressive delle tecniche utilizzate è affidata una vera e propria “traduzione visiva” del testo, in parallelo a quella letteraria. Dall’archivio che le custodisce, le acqueforti e acquetinte contenute nel libro d’artista, vengono esposte per testimoniare il confronto tra un interprete contemporaneo e l’immaginario medievale, tra segno grafico e linguaggio poetico, collocandosi tra le tappe dell’articolato itinerario della mostra diffusa Dante a Verona, 1321-2021, organizzato dai Musei Civici in collaborazione con l’Università di Verona e la Diocesi di Verona per la ricorrenza dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri.

Ci spostiamo ora a Bassano del Grappa (Vi), per una mostra dedicata al famoso ponte. La mostra racconta il mito del ponte, ma contemporaneamente parla di un ponte concreto e reale da 500 anni, il ponte di Bassano, disegnato da Palladio, distrutto e ricostruito più volte in un’epopea che dal Settecento del Ferracina giunge al presente del ‘Ponte degli Alpini’. Il racconto della mostra si snoda a partire da disegni originali di Palladio, libri cinquecenteschi, mappe antiche, dipinti del Settecento, fotografie di fine Ottocento, modelli di studio contemporanei. A differenza della maggior parte degli architetti cinquecenteschi, Palladio è un architetto di ponti: ponti di pietra, di legno e di carta. Questi ultimi sono senza dubbio quelli che avranno un impatto più marcato sulla cultura figurativa dei secoli successivi: pubblicati sulle pagine dei Quattro Libri, il trattato edito a Venezia nel 1570, diventeranno i protagonisti dei sogni degli artisti del Settecento. Algarotti chiederà a Canaletto di fargli vedere il ponte di Rialto come lo aveva pensato Palladio, ma anche Bellotto, Carlevarijs e Piranesi faranno dei ponti uno dei soggetti privilegiati delle loro vedute.

Arriviamo ora a Venezia per una rassegna che coniuga antico e moderno: il rapporto del pittore Campigli con gli Etruschi. Un dialogo intimo cuce insieme circa 35 opere di Campigli e una cinquantina di reperti etruschi, molti dei quali inediti ed esposti qui per la prima volta. Molti di questi sono il frutto di importanti operazioni di recupero di materiale archeologico, anche da rinomati musei internazionali, e ora nella disponibilità della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale. Le composizioni volutamente arcaicizzanti di Campigli, ben rappresentate in mostra con dipinti che spaziano dal 1928 al 1966, ritrovano le origini della loro ispirazione più profonda nei reperti etruschi esposti con cui si instaura una naturale condivisione di atmosfere, segni e colori. A partire dalla famosa visita al Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma, che Campigli fece nel 1928, si assiste a una sorta di ritorno a una purezza primordiale nella sua arte, a un sapore antico fatto di colori tenui come dipinti ad affresco così simili a come il tempo ci ha restituito le immagini etrusche, di forme plasmate secondo il disegno di statue votive o di anfore, di figure femminili con busti a clessidra che si astraggono in immagini atemporali. Due opere in mostra, “Busto con vaso blu” e “Zingari”, sono proprio del 1928 e segnano chiaramente il passaggio verso una nuova figurazione, che si fa sempre più evidente in opere come “Donne con l’ombrellino” del 1940 fino alla “Donna seduta” del 1961.

Eccoci ora a Udine per una mostra alla riscoperta di un contemporaneo di Raffaello, Giovanni da Udine. Raffaello lo volle al suo fianco nella Loggia di Psiche alla Farnesina e nell’impresa delle Logge vaticane, Michelangelo lo teneva in alto conto, Clemente VII si affidò a lui per delicati interventi di restauro e decorazione sia a Roma che a Firenze. Giovanni Ricamatore, o meglio, Giovanni da Udine “Furlano”, come si firmò all’interno della Domus Aurea, riuniva in sé l’arte della pittura, del disegno, dell’architettura, dello stucco e del restauro. Il tutto a livelli di grande eccellenza. A Roma, dove era stato uno dei più fidati collaboratori di Raffaello, rimase anche dopo la scomparsa dell’Urbinate. Conquistandosi, per la sua abilità, dapprima il titolo di Cavaliere di San Pietro e quindi una congrua pensione da pagarsi sull’ufficio del Piombo. Intorno alla metà degli anni trenta del ‘500, Giovanni decise di abbandonare la città che gli aveva garantito fama e onori e rientrare nella sua Udine con il proposito di “non toccar più pennelli”. Preceduto dalla fama conquistata a Roma, una volta tornato in Friuli si trovò pressato dalle committenze e non seppe mantenere fede al suo “autopensionamento”. Tra le realizzazioni di maggiore importanza vanno annoverate la decorazione di due camerini in Palazzo Grimani a Venezia e l’esecuzione di un lungo fregio a stucco e ad affresco nel castello di Spilimbergo. Inoltre sarà proprio salendo la monumentale scalinata a doppia rampa progetta da Giovanni, stavolta in veste d’architetto, che il pubblico potrà accedere alla magnifica Sala del Parlamento che dal 12 giugno al 12 settembre 2021 accoglie la prima retrospettiva che mai sia stata a lui dedicata

Ci trasferiamo ora nel piccolo comune di Caldes (Tn): presso la sede espositiva del Castello, abbiamo la mostra Vite di corsa. La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli.
Sono circa 80 le immagini immagini, molte delle quali mai prima esposte al pubblico, che costituiscono questa interessante rassegna. Si sono scelte fotografie d’autore che esplorano la dimensione umana di questa pratica sportiva che fa del ciclismo uno degli sport più popolari e amati. Raccontando le epopee dei campioni e delle grandi manifestazioni internazionali, Tour de France in primis, ma anche la quotidiana, straordinaria umanità di campioni e del grande pubblico che ai bordi delle strade e al traguardo li sostiene, immedesimandosi con loro e con il loro impegno. Sudore, fango, tenacia, imprese di uomini che macinano chilometri misurandosi innanzitutto con sé stessi, la propria forza e i propri limiti. Colpiscono le immagini di uomini stremati, che letteralmente crollano sull’asfalto o sul pavé appena superato il traguardo, la partecipazione emotiva dei loro sostenitori, l’indifferente serenità di una mandria che continua a brucare mentre gli umani sembrano impazzire per l’impresa del loro campione. La spettacolare sequenza di immagini in mostra è aperta da una serie, poco nota, di fotografie realizzate da Robert Capa nel 1939 quando venne incaricato dalla rivista “Match” di seguire il Tour de France di quell’anno. Fotografie dove l’attenzione si sposta prevalentemente nella partecipazione del pubblico alla corsa, cogliendo sguardi ed equilibri compositivi. Un’altra serie raccoglierà foto realizzate da Guy Le Querrec nel Tour de France del 1954; all’epoca il fotografo aveva solo 13 anni e si trovava in Bretagna per passare le vacanze estive e dove, in quell’edizione, passava la celebre corsa ciclistica. Circa 30 anni dopo, nel 1985, il fotografo venne invitato a seguire la squadra ciclistica della Renault-Elf durante gli allenamenti invernali; in questa stagione scattò fotografie del campione Laurent Fignon e seguì il campionato di ciclocross. Il percorso proseguirà con fotografie Christopher Anderson dedicate al ciclista Lance Amstrong nel 2004 che suggeriscono il triste epilogo della carriera di questo sportivo per doping. Una sezione sarà dedicata agli spettatori con i loro riti con foto di Mark Power, Robert Capa, Harry Gruyaert e Richard Kalvar. Poi le immagini realizzate dal fotografo francese Harry Gruyaert nel Tour del 1982 e una sezione dedicata ai velodrom, con immagini di René Burri, Stuart Franklin e Raymond Depardon. Il fotografo italiano Alex Majoli sarà presente con delle fotografie dedicate al celebre produttore di bici milanese Alberto Masi con sede del suo laboratorio sotto le curve del Velodromo Vigorelli. Infine una selezione di immagini di Peter Marlow dedicate a frammenti di quotidianità dei corridori impegnati nel giro della Bretagna nel 2003.

Arriviamo ora in Provincia di Parma, a Colorno presso la Reggia. Dal Palazzo del Quirinale, dagli Uffizi e da altri importanti musei, tornano eccezionalmente negli spazi museali della Reggia di Colorno, per il tempo della mostra, le preziosissime porcellane che Luisa Elisabetta di Francia e il consorte Filippo di Borbone qui utilizzavano per i ricevimenti ducali. Preziose porcellane delle manifatture di Meissen, Sèvres, Vincennes, Chantilly, Doccia e Capodimonte, sempre appartenenti a quello che era il patrimonio ducale, torneranno temporaneamente “a casa” dalle Gallerie degli Uffizi, dal Museo della Villa Medicea di Poggio a Caiano, dai Musei Reali di Torino, accompagnate da documenti concessi dall’ Archivio di Stato. Riunite per la prima volta dopo la dispersione dei tesori d’arte delle regge parmensi che prese il via nel 1859, quando il Ducato di Pama e Piacenza venne cancellato per essere, l’anno successivo, inglobato nel nuovo Regno d’Italia. Per effetto di questo, il patrimonio di quella che per secoli era stata una delle più raffinate ed internazionali corti europee, passò a Casa Savoia. Gli arredi, transitando da Torino e Firenze, giunsero in buona parte al Palazzo del Quirinale, ad arredare la reggia dei Savoia, poi divenuta la “casa” dei Presidenti della Repubblica italiana. È un lavoro condotto negli Archivi, quello che ha consentito a Giovanni Godi e Antonella Balestrazzi di individuare le sedi dove i tesori parmensi sono stati “collocati”, riportandoli a casa sia pure per il solo tempo della mostra. Queste opere raffinate e di qualità altissima evidenziano come il gusto alla corte dei duchi di Parma si fosse plasmato in pieno accordo con i modelli francesi sviluppati nel Settecento, quando ricchezza decorativa e desiderio di ostentazione accompagnavano l’allestimento delle tavole del vecchio continente. La passione dei Duchi per le porcellane fu davvero assoluta. Luisa Elisabetta, “Babette” come la chiamava il padre, Luigi XV sovrano di Francia – era letteralmente ammaliata dal fascino esotico di questo materiale compatto, lucente e leggero, capace di dare vita a oggetti dalle linee raffinate che contribuivano a identificare lo status sociale di chi li possedeva. Nei suoi frequenti viaggi a Versailles non trascurava di fare acquisti a spese del padre sia per dotare quella che lei stessa definiva la sua “modesta” residenza di adeguato vasellame alla moda sia per far dono al marito (“cher Pippo”) che mostrava di condividere con lei il piacere delle preziose porcellane. Così il piccolo Ducato acquisì il meglio della produzione di tutte le più prestigiose manifatture europee che la Duchessa personalmente cercava e commissionava, come confermano le numerose lettere in mostra. Nelle loro residenze erano presenti oggetti in porcellana: raffinati servizi da tavola, da caffè, statuine, tazze da gelato e oggetti curiosi firmati Meissen, Sèvres, Vincennes, Chantilly, Doccia e Capodimonte. L’esposizione viene allestita nel piano nobile della Reggia, seguendo una suddivisione per temi. Da segnalare che nei medesimi ambienti, sino a pochi anni fa spogli, sono tornati parte degli arredi originali, recuperati alla diaspora post unitaria. Accanto alle porcellane saranno in mostra i ritratti, lettere e documenti relativi agli acquisti della Duchessa e del Primo Ministro François Guillaume Leon Du Tillot, disegni di mobili e arredi progettati da Ennemond Alexandre Petitot, piante del palazzo ducale di Colorno, libri ed incisioni di feste e nozze dei duchi di Parma.

Anche Bologna rende omaggio a Dante con la mostra Dante e la miniatura a Bologna al tempo di Oderisi da Gubbio e Franco Bolognese. L’esposizione presenta 14 codici miniati riconducibili alla produzione miniatoria bolognese tra seconda metà del XIII e inizi del XIV secolo, selezionati dal patrimonio collezionistico del Museo Civico Medievale di Bologna. Dante soggiornò a Bologna in più occasioni: una prima volta probabilmente intorno al 1286-87, quando forse frequentò, come “studente fuori corso”, l’Università. Il secondo soggiorno vide il poeta trattenersi in città per almeno due anni, dal 1304 al 1306. Dopo avere lasciato Verona, e poi Arezzo, Dante ricercava ora nella scrittura e nello studio il motivo del suo riscatto che l’avrebbe risollevato dall’ignominia dell’esilio, iniziato nel 1302. Ed è probabile che in queste circostanze avesse scelto proprio Bologna come possibile nuova meta, atta a garantirgli le necessarie risorse per vivere e anche per studiare e scrivere. Una presenza che dovette consentirgli di entrare in contatto con alcuni di quei luoghi deputati alla produzione e alla vendita dei libri, dove probabilmente aveva avuto notizia dello stesso miniatore Oderisi da Gubbio di cui racconta l’incontro, tra i superbi, nell’XI canto del Purgatorio. Ed è in particolare in questo canto, spesso oggetto di riflessioni da parte degli storici dell’arte, a lasciar trapelare l’interesse del poeta per le discipline pittoriche e per l’arte della decorazione miniata del libro. Le terzine lasciano infatti intuire i rapporti del poeta con il mondo della produzione libraria ai più alti livelli, che non doveva limitarsi alla conoscenza personale dell’eugubino, come testimoniato dal riferimento all’enluminure parigina e all’altro miniatore Franco Bolognese, dimostrando come il sapere artistico di Dante fosse aggiornato, e non limitato solo alle figure più note di Cimabue e Giotto, ma anche edotto su un’arte più esclusiva ed elitaria come quella del minio. Oderisi da Gubbio risulta in effetti documentato a Bologna tra gli anni sessanta e settanta del Duecento, il che induce a credere che egli avesse operato nell’ambito della miniatura locale del cosiddetto primo stile” - una scuola tradizionale ancora legata allo stile bizantino - le cui caratteristiche ritornano, come documentano alcuni dei codici esposti, nella stesura rapida e corsiva, giocata su una gamma assai limitata di colori (ufficio del tempo, ms. 511; antifonario del tempo, ms. 513; lezionario, ms. 514; antifonario del tempo, ms. 515; antifonario del tempo, ms. 516; collettario, ms. 612). A questa prima fase dovette seguire più tardi una diversa e più aggiornata corrente di stile capace di rinnovare, nel ricorso ad una sintassi figurativa legata ai modelli della tradizione bizantina, il carattere delle decorazione dei codici bolognesi in una direzione goticizzante. Questa ulteriore corrente, definita ”secondo stile”, ebbe come protagonista il cosiddetto Maestro della Bibbia di Gerona, nome che gli deriva da una sontuosissima Bibbia oggi conservata alla Biblioteca Capitolare di Gerona. Come risulta dai graduali da lui miniati per la chiesa di San Francesco (mss. 526,527) la sua attitudine a confrontarsi con i modelli più colti della cultura ellenistico-bizantina rivive nelle cadenzate euritmie che caratterizzano le varie figurazioni, ripensate si direbbe direttamente sugli esempi della miniatura di età paleologa, ma anche antecedenti collegabili alla rinascenza macedone. Il tutto interpretato con una verve ed una vitalità, anche cromatica, di sapore tutto occidentale, tale da presupporre un confronto anche con le coeve novità della pittura monumentale, ben documentate a Bologna negli anni del più antico soggiorno di Dante, dalla Maestà che Cimabue eseguì per la chiesa dei Servi. Ed è forse a questo cambiamento che Dante allude nella Commedia quando dopo avere fatto riferimento ad Oderisi da Gubbio parla appunto dell’altro miniatore, il fantomatico Franco Bolognese “l’onor è or tutto suo, e mio in parte”, come del resto potrebbe lasciare intendere anche l’ambientazione del poema nell’anno 1300, quando sicuramente Oderisi era già defunto.

Concludiamo le nostre proposte a Urbino con una rassegna dedicata a Raffaello. La Galleria Nazionale delle Marche, in collaborazione con i Musei Vaticani e con il Mobilier National di Parigi, organizza, nel Palazzo Ducale di Urbino, una mostra dedicata a Raffaello e al mondo degli arazzi, indagando sia l’apporto che il pittore fornì in questo specifico settore per il quale sperimentò invenzioni e realizzò cartoni poi tessuti nelle botteghe fiamminghe, sia la fortuna che le opere di Raffaello conobbero nel corso dei secoli nella produzione di arazzi. Con dodici grandiose pezze tessute nelle migliori arazzerie europee, raffiguranti principalmente le pitture delle Stanze Vaticane, Urbino potrà esibire, nel maestoso salone del Trono, tutta la monumentale opera pittorica del suo cittadino più illustre, la potenza e l’equilibrio classico che Raffaello raggiunse a Roma, circa 25 anni dopo aver lasciato la sua città natale. Gli spazi dove Raffaello aveva camminato da bambino accompagnato dal padre Giovanni Santi accoglieranno – in all’indomani del cinquecentenario della morte del divin pittore e complici gli arazzi – la sua opera più grandiosa, realizzata a Roma per i papi, apprezzata da artisti, critici, conoscitori e dai turisti di tutte le epoche. Il successo ottenuto dalle immagini tessute, riproposte in tempi e manifatture differenti, entra a pieno titolo nel tema della fortuna che l’artista urbinate conobbe nel corso dei secoli. Un’approvazione che è parte integrante del complessivo consenso che Raffaello raggiunse mentre era ancora in vita. Modelli inesauribili di forme e d’invenzioni, le opere di Raffaello raggiunsero i contesti più disparati, grazie all’opera di tanti incisori che con i loro intagli ne consentirono una rapida diffusione. Raffaello aveva offerto il suo fondamentale contributo alla diffusione delle pratiche incisorie con le quali si era garantito una notevole pubblicità; l’incisione lo avrebbe ripagato nel corso dei secoli rendendolo l’autore più tradotto di tutti i tempi. Con gli arazzi si verificò di fatto la stessa cosa: i suoi cartoni nobilitarono questo genere artistico che, più tardi, avrebbe contribuito al consolidamento e all’arricchimento della sua fortuna. La mostra urbinate si pone nel solco delle ricerche riguardanti l’irradiamento dell’opera del Sanzio, verificandone la fortuna nello specifico campo dell’arazzeria. Spettacolare la visione che avrà lo spettatore entrando nel salone del Trono del palazzo di Federico di Montefeltro: vi troverà squadernati, grazie all’allestimento curato dagli architetti della Galleria Nazionale delle Marche, i celebri affreschi che Raffaello ha realizzato a Roma, qui proposti nei colori e negli intrecci delle tessiture. Undici degli arazzi esposti provengono dal Mobilier National di Parigi e testimoniano come la Francia, più di ogni altro paese, sotto il regno di Luigi XIV (ma poi fino al XIX secolo), abbia nutrito una vera e propria venerazione nei confronti di Raffaello, al punto da concepire il “folle” progetto di ricreare ad arazzo a Parigi, in più repliche, i più celebri affreschi dell’Urbinate, utilizzando – a tal fine – da un lato i pittori francesi dell’Accademia di Francia residenti a Roma per copiare dal vivo i prototipi, dall’altro l’abilità straordinaria degli arazzieri inquadrati da Colbert sotto l’egida della manifattura dei Gobelins, aperta a Parigi e attiva esclusivamente per le commissioni reali, dove molte delle tappezzerie furono tessute.

Sfogliando la Commedia all’Ambrosiana
29 aprile 2021 – 12 settembre 2021
Milano - Biblioteca Ambrosiana
Orari: giovedì – venerdì 14.00-18.00; sabato – domenica 10.00-18.00, prenotazione obbligatoria; chiusa da lunedì a mercoledì
Biglietti: mostra inclusa nel biglietto di ingresso alla Pinacoteca, 15€ intero; 10€ ridotto
Informazioni: www.ambrosiana.it

Tra Dante e Shakespeare. Il mito di Verona
11 giugno 2021 – 3 ottobre 2021
Verona - Galleria d’Arte moderna
Orari: martedì - domenica 10.00- 18.00; chiuso lunedì
Biglietti: 4€ intero, 2,5€ ridotto
Informazioni: www.danteaverona.it, www.gam.comune.verona.it

Dante negli Archivi. L’Inferno di Mazur
8 marzo 2021 – 3 ottobre 2021
Verona - Museo di Castelvecchio
Orari: martedì - domenica 10.00 – 18.00; chiuso lunedì
Biglietti: 6€ intero, 4,50€ ridotto
Informazioni: www.museodicastelvecchio.comune.verona.it

Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione, storia, mito
29 maggio 2021 – 10 ottobre 2021
Bassano del Grappa (Vi) – Galleria Civica
Orari: tutti i giorni, anche festivi, 10.00 – 19.00; chiuso martedì.
Biglietti: 7€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.museibassano.it

Massimo Campigli e gli Etruschi. Una pagana felicità
22 maggio 2021 - 30 settembre 2021
Venezia – Palazzo Franchetti
Orari: tutti i giorni 10.00– 18.00
Biglietti: 12€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.acp-palazzofranchetti.com

Zvan da Vdene furlano. Giovanni da Udine tra Raffaello e Michelangelo (1487-1561)
12 giugno 2021 – 12 settembre 2021
Udine – Castello
Orari: martedì - domenica 10.00 – 18.00; chiuso lunedì
Biglietti: 8€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.civicimuseiudine.it

Vite di corsa. La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli
1 luglio 2021 – 26 settembre 2021
Caldes (Tn) – Castello
Orari: martedì - domenica 10.00 – 18.00; chiuso lunedì
Ingresso gratuito
Informazioni: www.visitvaldisole.it

Le porcellane dei Duchi di Parma. Capolavori delle grandi manifatture del ‘700 europeo
15 maggio 2021 – 19 settembre 2021
Parma - Reggia di Colorno
Orari: martedì – venerdì 10.00-13.00/ 15.00- 18.00; sabato e domenica 10.00-19.00; chiuso lunedì
Biglietti: 10€ intero, 9€ ridotto
Informazioni: www.reggiadicolorno.it

Dante e la miniatura a Bologna al tempo di Oderisi da Gubbio e Franco Bolognese
28 maggio 2021 - 2021 - 3 ottobre 2021
Bologna – Museo Civico Medioevale
Orari: martedì e giovedì 10.00-14.00; mercoledì e venerdì 14.00-19.00; sabato e domenica 10.00 - 19.00; chiuso lunedì.
Biglietti: 6€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.museibologna.it

Sul filo di Raffaello. Impresa e fortuna nell’arte dell’arazzo
21 maggio 2021- 12 settembre 2021
Urbino - Palazzo Ducale
Orari: martedì - domenica 8.30- 19.15; chiuso lunedì
Biglietti: 8€ intero, 2€ ridotto
Informazioni: www.gallerianazionalemarche.it