La gloria di Cristo: dalla Ascensione alla Santissima Trinità

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il mese di maggio si caratterizza quest’anno per la presenza di tre feste molto importanti, tre festività che chiudono il tempo di Pasqua.

L’ascesa di Gesù al cielo
Edificata nelle forme attuali dall’ordine dei Teatini a partire dal 1584, la chiesa milanese di Sant’Antonio abate (Immagine 1) deve le sue origini ad un precedente complesso di edifici quattrocenteschi, comprendente la chiesa, i chiostri, la torre campanaria ed un ospedale, occupato, già a partire dalla prima metà del Trecento, dall’ordine francese degli Antoniani. Secondo la tradizione infatti, qui i monaci di Sant’Antonio curavano con un unguento ricavato dal grasso dei maiali il morbo del “fuoco sacro” che in quei tempi lontani mieteva molte vittime (da cui la denominazione popolare della malattia come “fuoco di Sant’Antonio”).
Una del 1610 tra i Teatini ed Emanuele Dal Pozzo, presidente del Magistrato Ordinario e regio ducale, consigliere, determinò erezione della cappella nel transetto di destra o dell’Ascensione. Il Dal Pozzo provvide a far eseguire la decorazione pittorica e a stucco e il progetto architettonico dell’altare sul quale venne collocata l’Ascensione (Immagine 2) di Giovan Battista Trotti, detto il Malosso. ( 1555 – 11 giugno 1619), già discepolo di Bernardino Campi. La pala è divisa in due zone: in alto il volo di Gesù verso la gloria dei cieli, in basso i discepoli e Maria, al loro centro, in estatica adorazione. Il corpo trasfigurato di Gesù è avvolto in un panno azzurro che si gonfia nel moto ascensionale del Cristo; il Signore ha le braccia aperte, a ricordo della sua crocefissione, ma anche a memoria di un abbraccio al mondo e agli uomini che, iniziato sulla terra, continua eternamente dal cielo. Inginocchiati attorno a Maria, le braccia tese verso l’alto, quasi per congiungersi al volo del Cristo, i discepoli, alcuni con il volto inondato di lacrime, contemplano Gesù che li sta lasciando.
Successiva al 1630 è anche la decorazione della volta della medesima cappella attribuita a Tanzio da Varallo (1575-1633) che vi dipinse Cristo in gloria tra gli angeli (Immagine 3). Alla sua mano possono essere ricondotte anche le due figure di profeti con cartigli ai lati del finestrone. La mancanza di testimonianze documentarie non ci permette di stabilire una datazione più precisa per questo intervento né di indicarne il committente. Stupendo l’effetto illusionistico di Cristo che si sta innalzando da terra, che Tanzio riesce a produrre: pittura che segue le indicazioni della Riforma Cattolica che aveva lo scopo di aiutare il fedele ad immedesimarsi con l’evento sacro. L’ardito scorcio dal basso fa percepire lo slancio del corpo di Cristo verso il cielo; il corpo avvolto in un manto azzurro gonfio di aria e luce si protende verso un cielo dalla immateriale lucentezza. L’ascensione di Gesù è accompagnata dal volo di due angeli, anche questi resi con in scorcio.

Ci spostiamo ora alla periferia di Milano presso la Certosa di Garegnano (Immagine 4). La navata della chiesa monastica è stata completamente affrescata da Daniele Crespi (1597/1600 – 1630); tra il 1628-1629 il Crespi dipinse la navata con episodi della vita di san Bruno e le volte delle stessa culminanti con l’Ascensione di Gesù (Immagine 5). Entro uno spazio esagonale si staglia la figura di Gesù avvolto da un bianco panno, che si gonfia nel moto ascensionale di Gesù verso il cielo splendente di luce. Gesù, con le braccia aperte, guarda verso il popolo radunato nella navata quasi a sottolineare la sua misteriosa presenza tra i credenti radunati in preghiera.

La discesa dello Spirito Santo
Dopo l’ascensione di Gesù al cielo, sugli apostoli e Maria discese la forza dello Spirito.
La vetrata che proponiamo è uno degli antelli superstiti dell’originario finestrone del Nuovo Testamento, posizionato a mezzogiorno nell’abside della cattedrale (Immagine 6). Si tratta di un’opera di metà XVI sec. sostituita nel corso dell’Ottocento a seguito dei rifacimenti dei Bertini, riposizionato poi nel secondo dopoguerra (Immagine 7). L’antello (Immagine 8) faceva parte del cosiddetto ciclo della Passione, opera di maestri fiamminghi che ebbero come modello la Piccola Passione di Dürer. Dal punto di vista compositivo, la scena sembra ispirarsi all’Ultima Cena dipinta da Gaudenzio Ferrari nella Chiesa di S. Maria della Passione. In entrambe le opere, infatti, la struttura ruota intorno ad un asse centrale costituito là da Cristo, qui dalla Madonna, tutt’intorno gli apostoli. Due di essi in primo piano danno le spalle allo spettatore e, con una torsione forzata, creano un varco attraverso cui si vedono ora Cristo, ora la Vergine. Nel pannello l’apostolo a sinistra in primo piano sembra una precisa citazione da Gaudenzio dell’apostolo seduto alla destra di Cristo: medesima è la posa e il panneggio che ricade sulla panca. Rispetto al modello, però, manca qui l’eccezionale apertura, la spazialità, la vivacità narrativa del dipinto gaudenziano.

La opera è una tela di straordinaria suggestività realizzata da Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone (1573-1626) per la sala della congregazione del Tribunale di Provvisione (Immagine 9/10). Tale sala era il luogo di ritrovo dei dodici di Provvisione, coloro che costituivano il fulcro direttivo dell’intera amministrazione e gestione degli interessi cittadini e ducali, con ampie competenze in fatto di ordine pubblico, vettovagliamento, regolamentazione delle attività economiche, politica tributaria, assistenza pubblica. Fu il vicario di Provvisione Lodovico Archinti che fece riparare e abbellire tale sala, chiamando il pittore Giovanni Enza (anche indicato come Giovanni Ens o Enzio) a raffigurare negli ovati i Santi Ambrogio e Carlo Arcivescovi. Su un lato della parete venne appesa una grande tavola corografica di Milano, con intorno le vedute degli edifici più insigni, opera del disegnatore Giovanni Ricardi. Al centro della volta della sala, che nel 1606 aveva subito delle riparazioni, venne posto il dipinto del Morazzone Santa Trinità adorata dagli angeli (Immagine 11) eseguito nel 1615.L’opera era stata rimossa dalla sala del Tribunale nel 1771 per essere collocata nella Cappella della Neve al Broletto Nuovissimo, ed entrare nelle collezioni civiche nel 1878 dove si trova tuttora.
L’artista affronta il problema dello scorcio di sott’in sù, risolvendolo con un importante effetto di coinvolgimento illusionistico. Gli amministratori cittadini svolgevano la loro difficile responsabilità sotto l’illuminazione dello Spirito, quello stesso Spirito che aveva illuminato la mente dei discepoli, rendendoli coraggiosi testimoni del Risorto. Il cerchio dei discepoli, le loro mani e gli scorci dei volti prendono forza e luce dallo splendore dello Spirito che in impercettibili fiammelle si posa su ciascuno di essi.

La gloria della Trinità
Siamo ormai a giugno, ma tale festa conclude in qualche modo il ciclo delle feste pasquali.
Nel transetto destro della chiesa di San Marco (Immagine 12/13) troviamo il sarcofago di Martino Aliprandi. Martino Aliprandi fu un giurista e uomo di fiducia di Azzone Visconti, nonché podestà di Monza (1334-1336) e di Piacenza (1337-1338); dopo la morte del duca secondo alcune fonti avrebbe preso parte ad una congiura contro il successore Luchino, ma scoperto e catturato insieme al fratello, morì intorno agli anni quaranta del Trecento. E’ probabile che il suo sarcofago sia stato realizzato negli anni seguenti la creazione, presso la chiesa agostiniana di S. Marco, della cappella di famiglia, risalente all’inizio del Trecento. Indubbio è, invece, il collegamento di Martino Aliprandi sia con la città di Milano che con quella di Monza, esemplificato nel sarcofago dalla presenza dei due rispettivi patroni, Sant’Ambrogio e San Giovanni Battista. (Immagine 14)
Dal punto di vista iconografico, la scelta dei temi trattati nelle varie formelle dimostra un alto livello culturale ed è dunque lecito pensare che Martino Aliprandi, li abbia scelti per il suo sepolcro in funzione delle sue aspettative di una vita dopo la morte, molto probabilmente avvalendosi del consiglio-consulenza dei padri agostiniani. La scelta del cosiddetto “Gnadensthul” (o Trono di Grazia) (Immagine 15) presuppone infatti una cultura teologica molto aggiornata, già testimoniata in San Marco nella decorazione di alcuni arredi liturgici. Inoltre la presenza attorno alla Trinità di nove angeli non può che riferirsi alle nove schiere angeliche, la cui iconografia si diffuse in Italia proprio grazie all’apporto delle fonti patristiche agostiniane. Anche il motivo dell’insegnamento, con il professore in posizione frontale rivolto ai propri allievi, riprende opere di miniatura, pittura e scultura rintracciabili sia in Italia che in Francia, a ulteriori testimonianza dell’attività di docente del committente e dell’alto livello di aggiornamento del suo gusto figurativo. Il complesso scultoreo è stato numerose volte attribuito a Giovanni di Balduccio, attivo dal 1335 al 1339 nella realizzazione dell’”Arca di San Pietro Martire” per la basilica di Sant’Eustorgio, e contemporaneamente impegnato con la sua bottega nella realizzazione delle sculture da porre nei tabernacoli di Porta Ticinese, Porta Orientale e Porta Comacina, cui si richiamano alcune figure presenti sul sarcofago. D’altro canto, rispetto al maestro toscano, l’autore di questo elaborato scultoreo appare meno attento alla caratterizzazione fisiognomica dei personaggi e alla modulazione di scene equilibrate. Qui infatti, lo scultore non si cura di rispettare le proporzioni delle figure collocate a diversi livelli di profondità, ma semplicemente pone in primo piano quelli di dimensioni inferiori, senza inserire pause tra un soggetto e l’altro. Il sarcofago si divide in tre scomparti e due nicchie laterali, sormontate da figure di diaconi reggicandele. Nel riquadro centrale è raffigurata la Trinità, con Dio Padre in trono che regge tra le braccia Cristo Crocifisso ed è sormontato dallo Spirito Santo, che in origine doveva apparire sotto forma di colomba e che fu poi trasformato nella testa di un angelo. Nel riquadro sinistro è raffigurata la scena in cui il defunto, insieme ad altri tre personaggi, viene presentato alla Vergine con il Bambino dai due santi protettori delle città di Milano e Monza: Sant’Ambrogio, che un tempo doveva reggere tra le mani lo staffile, e San Giovanni Battista, che reca un cartiglio con la scritta “Ecce Agnus Dei”. Nell’angolo in alto a destra due angeli scostano i tendaggi del baldacchino sotto cui è seduta Maria. Il riquadro di destra è occupato da una scena scolastica, ovvero in esso è raffigurato al centro un maestro seduto in cattedra con tre volumi posati sul tavolo di fronte a lui, circondato da otto discepoli intenti ad ascoltarlo. Nelle nicchie laterali sono infine rappresentati, a sinistra, Sant’Agostino, in abito eremitico con mitra, pastorale ed un libro nella mano destra, e a destra, San Marco, con in mano il Vangelo e ai piedi il caratteristico attributo del leone alato.

L’ultima opera proposta è il monumentale affresco che decora il catino absidale della chiesa di San Simpliciano (Immagine 16/17). Si tratta della Trinità che incorona Maria (Immagine 18), opera del pittore Ambrogio da Fossano detto il Bergognone (1453 circa – 1523) realizzata nel 1507/1508. La composizione è ricca di figure disposte a riempire il catino. Le immagini divine formano un triangolo al centro dell’affresco, il cui vertice si trova nel volto del Padre Eterno dalla barba candida e fluente. Dai panneggi degli ampi mantelli emergono i busti di Gesù Cristo e della Vergine. Cristo incoronato ha i capelli arricciati che gli cadono sulle spalle, il viso è emaciato e con le mani pone la corona sulla testa della Vergine Maria anch’essa pallida, giovanissima, di quella incontaminata giovinezza dovuta alla sua verginità, essa è come se risplendesse di luce interiore. Da notare che madre e figlio portano le vesti dello stesso tessuto, segno semplice per far comprendere che fu Maria a dare un corpo al Gesù. Tutto attorno un tripudio affollato di angeli disposti a formare un anello colorato a forma di mandorla, sono allineati su fasce concentriche a gruppi di tre. Gli angeli delle fasce esterne appaiono a figura intera con atteggiamenti più liberi. Sono angeli musicanti, cantori e adoranti. Più serrati appaiono gli angeli della seconda terna quasi a formare una triplice colonna ricurva. Alle spalle delle figure divine le teste dei cherubini e dei serafini si infittiscono, sempre a fasce ternarie in un vortice di colori sempre più caldi. Le figure e le aureole divine sono impreziosite da dorature. Gli angeli musicanti all’esterno dello schieramento creano una giovanile animazione intorno alla maestosa immobilità del gruppo centrale.
Ai lati e disposti sul bordo inferiore della calotta sono allineati una ventina di personaggi suddivisi in due gruppi, gli uomini a sinistra e le donne a destra (Immagine 19), secondo l’antica separazione liturgica. Tra le figure femminili riconosciamo la madre di Maria, l’anziana Anna; davanti a lei una giovane donna in abito succinto con un bambino ai piedi, si tratta di Eva, la madre di tutti i viventi, di cui Maria è la più perfetta raffigurazione; chiude la fila delle sante donne il poeta Dante, cantore insuperabile della Vergine. Nel gruppo opposto, tra i santi uomini, possiamo individuare con certezza Adamo, in abito succinto con un bastone in mano, accanto a lui Giovanni Battista, più arretrato un diacono martire, forse san Lorenzo e una serie di profeti individuati dai cartigli delle loro profezie. Secondo la tradizione l’anziano con la lunga barba bianca alle spalle del diacono è l’autoritratto del pittore. (Immagine 20)