Mostre Novembre 2020

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Poche le proposte che abbiamo valutato per questo mese; anche a fronte dei mesi appena trascorsi così drammatici per l’epidemia molte realtà culturali e artistiche hanno rallentato o sospeso le programmazioni. In questo articolo alcune proposte di arte contemporanea.

Il nostro itinerario inizia da Torino. Presso la Project Room di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, è stata realizzata la mostra Gianni Berengo Gardin e la Olivetti, dedicata dall’istituzione torinese e dall’Associazione Archivio Storico Olivetti, con la collaborazione del Museo Civico “P. A. Garda” di Ivrea, all’opera di uno dei più importanti fotografi italiani: Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930). Il progetto espositivo evidenzia l’intensità del rapporto professionale tra il fotografo e l’azienda di Ivrea, attraverso un’accurata selezione pressoché inedita di oltre 70 fotografie d’epoca in bianco e nero, pubblicazioni e documenti d’archivio ripensati secondo una scelta curatoriale che delinea due nuclei: uno formale che indaga il tema del valore del progetto d’architettura (industriale, residenziale, sociale, ecc.); un secondo che più esplicitamente traduce un sistema sociale di relazioni dentro e fuori la fabbrica. Berengo Gardin, infatti, è uno tra gli autori che ha collaborato più a lungo con la Società Olivetti, descrivendo attraverso i suoi servizi fotografici sia il valore sociale del progetto d’architettura, sia l’organizzazione di un sistema di servizi sociali e culturali che animava la fabbrica e il territorio. La mostra Gianni Berengo Gardin e la Olivetti è inoltre un omaggio che i due istituti culturali dedicano all’autore in occasione dei suoi 90 anni.

Spostiamoci ora a Milano, presso la Galleria Previtali per la mostra Seven Sisters dell’artista bosniaco Tarik Berber. Da giovanissimo si rifugia in Italia a Bolzano fuggendo da una Jugoslavia in fiamme nei primi anni ‘90 e in queste terre di confine trascorre la propria giovinezza - crescendo in una famiglia di architetti e di artisti - per continuare la propria formazione pittorica a Firenze all’Accademia di Belle Arti dove è allievo di Adriano Bimbi e aprendo il proprio studio nel cuore dell’Oltrarno dove vivrà per molti anni prima di intraprendere un viaggio che lo porterà attraverso il vecchio continente a giungere a Londra. Seven Sisters è una mostra che vuole offrire un primo tentativo di sintesi del colossale lavoro di Berber che da pochi mesi ha trasferito il proprio studio a Milano, rientrando in Italia con oltre 100 dipinti provenienti da quattro luoghi diversi d’Europa. Una mostra, questa, che parte dal Rinascimento per arrivare al Goth, espresso nella dominante rossa che attraversa Seven Sisters. Quasi un sogno di Dürer, un percorso in cui sono le tecniche grafiche più sperimentali ad attrarlo, ma che nel contempo è un sogno fatto con i colori di un Rothko, o delle bandiere dei Prints di Jaspers Johns. Seven Sisters è ad oggi il lavoro più ambizioso del pittore bosniaco. È per molti versi una serie dedicata anche al paesaggio, anche se l’alternarsi di figure femminili e maschili costituisce l’elemento iconico e narrativo ricorrente da un dipinto all’altro. Seven Sisters è il compimento di un periglioso Winterreise, che Tarik Berber ha percorso senza cedimenti, mantenendo la sua fede nell’intensità e nella purezza dell’esperienza della pittura, come l’unico corpo a corpo con la vita e con la realtà possibile per un artista, mettendosi totalmente al servizio del colore, sino a concepire il disegno come una sorta di ricamo di precisione infinitesimale che si riconosce sotto le coltri dei suoi rossi, di sole accecante e di cieli invernali che bruciano in un solo istante, con l’ultima luce del giorno.

Il prossimo appuntamento è a Sondrio per una nuova mostra monografica dedicata a Trento Longaretti (1916-2017). Le opere del pittore Trento Longaretti – trevigliese, una delle firme più importanti dell’arte del ventesimo secolo, morto a Bergamo a 101 anni nel 2017 – sono esposte al Museo Valtellinese a Sondrio. Si tratta della seconda grande postuma dopo quella a Milano nel 2019. L’iniziativa, con esposizione di pitture riguardanti figure, paesaggi e nature morte, è della Associazione Longaretti, costituita mentre l’artista era in vita con il proposito di valorizzarne l’opera. Sono state scelte per l’occasione opere meno note dell’artista, che permettono di apprezzare la sua poetica in maniera più intensa. Una poetica che racconta figure senza tempo, personaggi senza luogo, senza sfondo perché universali e spesso attuali. Una poetica che racconta paesaggi che dipingono un mondo narrativo e lirico; una poetica che racconta nature morte che escludono la figura, ma l’elemento, l’oggetto risalta come personificato, diventa simulacro. Compaiono anche gli astratti, una strada che Trento ha percorso per sperimentare linguaggi e canoni differenti. La pittura di Longaretti nasce per essere pittura, e lui dipingeva per tutti.

Le nostre proposte ci portano ora a Venezia. Ospitato all’interno della Chiesa di San Lorenzo a Venezia, l’associazione Ocean Space presenta l’esposizione multimediale, Territorial Agency: Oceans in Transformation, ideata dagli architetti di Territorial Agency: uno degli studi più dettagliati sullo stato degli oceani dell’Antropocene, risultato di un progetto di ricerca durato tre anni. L’esposizione è frutto di una ricerca interdisciplinare durata tre anni e commissionata da TBA21–Academy a Territorial Agency, lo studio fondato dagli architetti John Palmesino e Ann-Sofi Rönnskog. Hub e forum dedicato ad arte e ricerca, aperto nel 2019 per sensibilizzare e sostenere la tutela degli oceani, Ocean Space è ora più che mai un attore importante nel dibattito internazionale sul tema dell’impatto dell’attività umana sugli oceani, viste le conseguenze dovute all’acqua alta che ha colpito la città lagunare a novembre dello scorso anno, raggiungendo il livello più elevato in oltre mezzo secolo. Territorial Agency: Oceans in Transformation rappresenta un concreto contributo alla discussione sul tema dell’era dell’Antropocene. Sette sono le traiettorie alla base della ricerca – dal Mare del Nord al Mar Rosso, il Medio Atlantico, la Corrente del Golfo, il Pacifico Equatoriale, l’Asia Metropolitana, il Vortice dell’Oceano Indiano e la Corrente di Humboldt. John Palmesino e Ann-Sofi Rönnskog tracciano infatti lungo queste traiettorie spaziali, le interconnessioni dei processi ambientali ed economici in atto negli oceani, minacciati costantemente dalle attività umane come la pesca intensiva, l’estrazione mineraria in alto mare e altre forme di estrazione e inquinamento, che ne modificano le correnti, le energie e l’ecologia. Si parla degli oceani sempre al plurale, sebbene esista un unico vasto specchio d’acqua con circolazioni interconnesse, la conoscenza in materia è spesso frammentata, quindi l’intenzione principale di Oceans in Transformation è quella di riunire tutte le modalità di comprensione dell’oceano e farlo divenire uno spazio collaborativo. All’interno della Chiesa di San Lorenzo, le elaborazioni dei big data presi in esame della ricerca sono mostrati su trenta grandi schermi che invitano i visitatori a prendere consapevolezza dell’impatto delle attività umane sul sistema oceanico. Attraverso questo studio ad ampio spettro, Oceans in Transformation si prefigge lo scopo propositivo di individuare nuove forme di collaborazione per unire ambiti che immaginiamo separati. Le componenti vitali del sistema terrestre, sempre più alterato dal riscaldamento globale, vengono riarticolate attraverso composizioni stratificate che associano, per esempio, l’inverdimento dei deserti africani e la deforestazione dell’Amazzonia.

Un’altra opera contemporanea ad Amalfi. Un grande protagonista del Contemporaneo ha inaugurato la riapertura dello spazio dell’Arsenale d’Amalfi, il luogo dove alla fine degli anni Sessanta, con la mitica mostra evento Arte Povera più Azioni Povere curata da un giovane Germano Celant, l’arte italiana – grazie ai due collezionisti Marcello e Lia Rumma – entrò con i suoi linguaggi d’avanguardia nel panorama internazionale, con un movimento che ancora oggi è un riferimento centrale per lo studio e la creatività. Quaranta metri di racconto per immagini e suoni, che descrivono e narrano gradualmente di temi come la morte, la malattia e temi socio-politici della nostra contemporaneità. William Kentridge, il maestro per eccellenza della ritualità della danza e della morte, ha presentato la sua installazione video in otto canali, More Sweetly Play the Dance, originariamente commissionata nel 2015 dal EYE Filmmuseum di Amsterdam. La narrazione che si snoda come un’irrefrenabile danza, presenta un rituale in parte filmato live e in parte rielaborato dallo stesso Kentridge, utilizzando il suo inconfondibile segno stilistico, ovvero disegni su carboncino animati riadattati e inseriti in contesti reali e quotidiani. Il lavoro ci racconta e ci introduce in molteplici storie come un funerale jazz di New Orleans, viaggi mitici o un esodo di sfollati. Il racconto a cui siamo invitati, non solo ci avvolge per la monumentale installazione ma ci rende partecipi di una danza che si muove lenta da destra verso sinistra, seguita da una musica che risuona in testa e che postuma ci fa riflette.
La capacità di William Kentridge di raccontare delle storie che non sono poi altro che parti di realtà proposte in forme nuove, è la sua diligente passione verso l’utilizzo di mezzi semplici come la fotografia e l’immagine in movimento. Metodi che non vengono nascosti bensì lasciati lì, senza troppe pretese, chiari e presenti allo spettatore ma perfettamente inseriti in contesti che non gli appartengono. Inoltre, le mani esperte dell’artista di fama internazionale, danno vita, ancora una volta, in maniera abile e attenta al trionfo della morte come celebrazione della resilienza e della vita.

Concludiamo con un’altra mostra dedicata al fotografo Berengo Gardin, ma in questo caso siamo ad Otranto. Presso il Castello Aragonese è allestita la rassegna Vera fotografia. Reportage, immagini, incontri. Gianni Berengo Gardin è il fotografo che forse più di tutti ha raccontato il nostro tempo e il nostro paese in questi ultimi cinquant’anni. La sua vita e il suo lavoro costituiscono una scelta di campo, chiara e definita: fotografo di documentazione sempre, a tutto tondo e completamente. Essere fotografi per lui significa assumere il ruolo di osservatore e scegliere un atteggiamento di ascolto partecipe di fronte alla realtà, così come hanno fatto i grandi autori di documentazione del Novecento. Vera fotografia è il timbro che autentica il retro di ogni stampa fotografica di Gianni Berengo Gardin. Ma è soprattutto la chiave per farci comprendere quanto le sue immagini siano “vere” e non “illustrazioni”, come direbbe lui: cioè, non frutto di elaborate manipolazioni, ma frammenti di realtà colti da uno sguardo attento e partecipe. Questa esposizione ripercorre la sua lunga carriera, fa vedere i suoi principali reportage, espone accanto alle celebri immagini altre poco viste, addirittura inedite e offre nuove chiavi di lettura per comprendere il suo lavoro e, attraverso questo, il ruolo di visione consapevole della realtà che una “vera fotografia” può offrire degli ultimi cinquant’anni.
La mostra presenta una scelta di 85 tra le fotografie più famose di Gianni Berengo Gardin. Osservando le sue fotografie come possibili tracce, noi costruiamo una mappa complessa e affascinante di tanti possibili percorsi ritrovando le emozioni che quelle immagini hanno generato. Sono sentieri che a volte conosciamo ma che possono ramificarsi in nuove strade e rivelare altre deviazioni, a volte inaspettate. Seguirle significa partire sempre, ogni volta, per un nuovo viaggio. In questi anni, del resto, Gianni Berengo Gardin è stato sempre in prima linea per raccontare, come avrebbe detto Lewis Hine, quel che doveva essere cambiato, quel che doveva essere celebrato. Con la sua macchina fotografica si è concentrato a lungo soprattutto sull’Italia, sul mondo del lavoro, la sua fisionomia, i suoi cambiamenti, registrati come farebbe un sismografo. Oppure sulla condizione della donna, osservata da nord a sud, cogliendo le sue rinunce, le aspettative e la sua emancipazione. O sul mondo a parte degli zingari, cui l’autore ha dedicato molto tempo, molto amore e molti libri.

Gianni Berengo Gardin e la Olivetti
Torino – Camera, Centro Italiano per la fotografia
1 ottobre 2020 – 15 novembre 2020
Orari: lunedì, mercoledì, venerdì sabato e domenica 11.00 – 19.00, giovedì 11.00-21.00, chiuso martedì
Biglietti: 10€ intero, 6€ ridotto
Informazioni: www.camera.to

Tarik Berber. Seven Sisters
Milano – Galleria Previtali (Via Lombardini 14)
15 ottobre 2020 – 21 novembre 2020
Orari: martedì – sabato 16.00-19.30
Ingresso libero
Informazioni: www.galleriaprevitali.it

Longaretti a Sondrio. Figure, paesaggi, nature morte
Sondrio – Museo Valtellinese di Storia e Arte
23 ottobre 2020 – 22 novembre 2020
Orari: martedì- domenica 10.00-12-00/15.00-18.00, chiuso lunedì
Ingresso libero
Informazioni: www.visitasondrio.it

Territorial Agency: Oceans in Transformation
Venezia – Ex chiesa di San Lorenzo
27 agosto 2020 - 29 novembre 2020
Orari: tutti i giorni 11.00-18.00, chiuso lunedì e martedì
Ingresso libero
Informazioni: www.ocean-space.org

Williamo Kentridge - More Sweetly Play the Dance
Amalfi (Sa) – Antico Arsenale della Repubblica
3 settembre 2020 - 2 dicembre 2020
Orari: mercoledì – venerdì 17.00-22.00, sabato - domenica 17.00 – 23.00
Ingresso libero
Informazioni: www.scabec.it

Vera fotografia reportage, immagini, incontri
Otranto (Le) – Castello Aragonese
17 luglio 2020 - 20 novembre 2020
Orari: tutti i giorni 10.00-23.00
Biglietti: 9€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.comune.otranto.le.it