Mostre settembre 2019

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Le nostre proposte per il mese di settembre iniziano dalla Val d’Aosta.
Presso il Castello Gamba di Châtillon abbiamo la rassegna Altissimi colori. La montagna dipinta: Giovanni Testori e i suoi artisti, da Courbet a Guttuso, che prende spunto dalla presenza nella collezione del Castello Gamba di una piccola ma importante opera dello scrittore, critico d’arte e pittore Giovanni Testori (1923-1993). Con l’intento di indagare il rapporto di Testori con la montagna, scenario della propria attività artistica e soggetto privilegiato di molti artisti lanciati dal Testori giornalista e critico militante, l’esposizione rappresenta un’occasione di scoperta, un viaggio attraverso le opere di cui Giovanni Testori amava circondarsi, a partire da un episodio chiave della sua vita: il suo primo articolo, pubblicato a soli 17 anni. L’inizio dell’attività critica di Testori riguarda, infatti, proprio un quadro di montagna: un capolavoro di Giovanni Segantini, Alpe di maggio (1891), di cui pubblicò uno studio preparatorio, passando poi ad altri suoi grandi amori: Gustave Courbet, l’artista rivoluzionario di cui vengono presentati due importanti dipinti; Willy Varlin, il geniale pittore zurighese che scelse di andare a vivere tra le montagne della Val Bondasca; Renato Guttuso, un siciliano che, stregato dalla vista del Rosa, scelse di fare della casa di Velate, a Varese, uno studio dove realizzare molte delle sue opere più celebri; Paolo Vallorz, artista trentino che, pur emigrando a Parigi, è sempre rimasto legato alla sua val di Sole e Bernd Zimmer, pittore tedesco vivente, “scoperto” da Giovanni Testori e autore di quadri con montagne infiammate e visionarie. La mostra sarà anche l’occasione per presentare un ciclo di fotografie del grande fotografo Pepi Merisio, scattate negli anni Settanta, durante la processione notturna che da Fontainemore portava al santuario di Oropa. Foto che Testori amava per la loro intensità e per la testimonianza di una civiltà montana legata alla propria tradizione.

La prossima tappa è Torino, presso la sede espositivo-museale di Palazzo Madama.
Il museo propone la mostra Notre-Dame de Paris. Sculture gotiche dalla grande cattedrale.
Si tratta di una mostra innovativa e multimediale, che da' vita a quattro sculture gotiche provenienti dalla celebre cattedrale parigina. Dal portale dell’Incoronazione della Vergine sulla facciata occidentale della cattedrale proviene la Testa d’Angelo, mentre dal portale del braccio settentrionale del transetto provengono la Testa di Re mago, la Testa di uomo barbuto e la Testa di figura femminile, allegoria di una virtù teologale, conservate dal 1977 al Musée de Cluny. Queste quattro opere, esempi di altissima qualità della scultura medievale europea, sono presentate con un coinvolgente allestimento audiovisivo che ricrea uno sfondo architettonico e ambientale per le sculture, arricchendo la visita con proiezioni e voci fuori campo, che animano i quattro personaggi e ne raccontano la storia. In questo modo il percorso espositivo diventa un’occasione di approfondimento sulle straordinarie sculture gotiche di Notre-Dame, offrendo contemporaneamente ai visitatori una narrazione sulla Cattedrale parigina (dal Medioevo alle distruzioni successive alla Rivoluzione Francese, fino ai restauri integrativi di Eugène Viollet-le-Duc alla metà dell’Ottocento) e un’illustrazione dei diversi caratteri iconografici e stilistici dei suoi portali.) l percorso sulla scultura gotica francese, dedicato alla cattedrale, si snoda sia attraverso le collezioni di Palazzo Madama che la mostra in corso. L'itinerario parte dal secondo piano del museo per soffermarsi sui preziosi e delicati oggetti in avorio intagliato da botteghe parigine: piccoli altari per la devozione privata ed eleganti scatole per specchi, testimonianza della maestria degli intagliatori e del raffinato gusto delle aristocrazie di corte e della ricca borghesia.

Siamo ora a Verbania, presso il Museo del Paesaggio per una mostra monografica dedicata al pittore marchigiano Tozzi (Fossombrone, 1895-Saint-Jean-Du-Gard, 1979), nel quarantesimo anniversario della scomparsa (1979-2019), che a Suna, sul Lago Maggiore, ha trascorso gran parte della sua vita; egli fu fondatore degli Italiens de Paris insieme a Massimo Campigli, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, René Paresce, Alberto Savinio e Gino Severin. Oltre trenta le opere esposte, che raccontano l’evoluzione dello stile dell’artista, a partire dagli anni Dieci del Novecento, fino alle ultime tele geometriche e stilizzate degli anni ’60 e ’70.

Giungiamo a Milano, presso la sede espositiva di Palazzo Reale per una rassegna dedicata al gruppo di pittori inglesi noti con il nome di Preraffaelliti. Nel 1848, mentre in Europa scoppiano rivoluzioni politiche e sociali che coinvolgono quasi tutte le nazioni, in Inghilterra sette studenti si uniscono per produrre una rivoluzione artistica: liberare la pittura britannica dalle convenzioni e dalla dipendenza dai vecchi maestri. Gli uomini e le donne della cerchia cosiddetta “preraffaellita” sperimentano nuove convinzioni, nuovi stili di vita e di relazioni personali, radicali quanto la loro arte. La mostra Preraffaelliti. Amore e desiderio, consta circa 80 opere, tra le quali alcuni dipinti iconici che difficilmente escono dal Regno Unito per essere prestati, come l’Ofelia di John Everett Millais, Il risveglio della coscienza di William Holman Hunt, Amore d’aprile di Arthur Hughes, la Lady of Shalott di John William Waterhouse. L’esposizione rivela agli spettatori l’universo d’arte e di valori dei 18 artisti preraffaelliti rappresentati in mostra raccontando, attraverso i capolavori della celebre Collezione Tate, tutta la poetica di questo movimento: dall’amore e dal desiderio alla fedeltà alla natura e alla sua fedele riproduzione; e poi le storie medievali, la poesia, il mito, la bellezza in tutte le sue forme. Le opere sono presentate per articolate sezioni tematiche, al fine di esplorare gli obiettivi e gli ideali di quel movimento, gli stili dei vari artisti, l’importanza dell’elemento grafico e lo spirito di collaborazione che, nell’ambito delle arti applicate, fu un elemento fondamentale del preraffaellitismo.

Passiamo ora al Museo Diocesano per una mostra fotografica dal titolo Gesicht der Zeit (Il volto del tempo) che già fu presentata tra il giugno 1955 e il febbraio 1956 in cinque città austriache ed è la prima mostra indipendente organizzata dal gruppo Magnum. Se ne era persa completamente la memoria sino al 2006, quando nella cantina dell’Istituto Francese di Innsbruck vennero ritrovate due vecchie casse, contenenti i pannelli colorati della mostra su cui erano montate ottantatre fotografie in bianco e nero di alcuni fotografi della Magnum, insieme al testo di presentazione, ai cartellini con i nomi dei fotografi, alla locandina originale e alle istruzioni dattiloscritte per il montaggio della mostra stessa. I responsabili di Magnum Photos, prontamente avvisati del ritrovamento, si sono immediatamente resi conto dell’eccezionalità della scoperta. Si trattava di una rassegna collettiva ordinata e omogenea di otto tra i più grandi maestri del fotogiornalismo. Gli autori delle foto erano tra i più celebri fotoreporter dell’agenzia: Robert Capa, Marc Riboud, Werner Bischof, Henri Cartier-Bresson, Erns Haas, Erich Lessing, Jean Marquis e Inge Morath.
Gli scatti fotografici sono stati sottoposti ad un intervento di pulitura e tutti i materiali originali sono stati restaurati. Dopo oltre cinquant’anni la prima mostra Magnum è tornata così visibile al pubblico ed è stato possibile ricostruirne la storia. Probabilmente la mostra fu organizzata dopo che il gruppo Magnum, nel maggio 1955, aveva preso parte alla Biennale Photo Cinéma Optique al Grand Palais a Parigi, che aveva suscitato un notevole gradimento. Dopo quel primo successo, l’agenzia decise di collaborare con l’Università di Parigi per organizzare una mostra indipendente. Nacque forse così l’idea di Gesichte der Zeit (Il volto del tempo). La mostra divenne itinerante: dopo la prima tappa tenutasi all’Istituto Francese di Innsbruck si è spostata a Vienna, a Bregenz e poi a Graz. Tappa finale è stata probabilmente la Neue Galerie a Linz. Da qui le foto della mostra sono state restituite a Innsbruck nel febbraio del 1956, forse in vista di una tappa ulteriore, ma li sono rimaste sino al ritrovamento nel 2006.

Presso la Galleria Rubin abbiamo la personale di Paola Marzoli, dal suggestivo titolo L’erba. Si respira pace e serenità nelle diverse tonalità di verde che caratterizzano le ultime opere di Paola Marzoli (1944). Dopo tele dedicate ai molti viaggi in Terrasanta, quadri vibranti e tesi di luci, geometrie, atmosfere, la pittrice trova ora, nel microcosmo della nostra pianura, quel vasto e suggestivo orizzonte che cercava nel paese di Gesù. Erbe spontanee che si aggrovigliano nella più pura casualità, fiori di campo che nessuno mai degnerebbe di uno sguardo, arbusti comuni sui nostri fossati e navigli. Eppure l’occhio vigile e la mano paziente sanno trovare il bandolo di matasse aggrovigliate di steli e fili erborei: e tutto per incanto trova quell’ordine e quella armonia che solo l’occhio di Dio creatore sa trovare.

Sempre Lombardia, ma ora siamo a Lecco presso il Palazzo delle Paure per una mostra fotografica dedicata a Berenice Abbott (1898-1991), una delle più interessanti figure d’artista del Novecento, considerata “la fotografa di New York”. La rassegna presenta 80 fotografie in bianco e nero, capaci di ripercorrere l’intera sua carriera, e declinate in tre sezioni che definiscono la sua cifra espressiva più caratteristica: Ritratti, New York e Scienza. Chiude idealmente la rassegna, il documentario Berenice Abbott: A View of the 20th Century di Kay Weaver e Martha Wheelock (1992). Il percorso espositivo si apre con i ritratti, realizzati a partire dal 1925 all’interno dello studio parigino di Man Ray, di cui fu assistente. Con queste fotografie, Berenice Abbott ottenne subito un grande successo, sia di critica che commerciale, al punto che entro un anno riuscì ad aprire un proprio atelier e a esporre le sue opere in galleria. Tra gli scatti più riusciti vi sono quelli alla scrittrice Solita Solano, al fotografo Eugène Atget, all’attrice Dorothy Whitney, a Jean Cocteau o ancora, quello a James Joyce. Tornata negli Stati Uniti nel 1929, Berenice Abbott abbandonò il tema del ritratto a causa delle pressioni economiche che seguirono la Grande Depressione, per dedicarsi alle fotografie di New York, di cui documentò i cambiamenti e la crescita come metropoli e che possono essere definite come i suoi lavori più riusciti.

Le nostre proposte ci portano ora in Veneto, a Bassano del Grappa (Vi) per la mostra Albrecht Dürer. La collezione Remondini, che propone, per la prima volta in modo integrale, il tesoro grafico di Albrecht Dürer (1471-1528), patrimonio delle raccolte museali bassanesi. Un corpus di 214 incisioni che, per ampiezza e qualità, è classificato, con quello conservato all'Albertina Museum di Vienna, il più importante e completo al mondo. Bassano del Grappa ha scelto questo omaggio al genio di Dürer per celebrare la riapertura di Palazzo Sturm, a conclusione dell’ultima campagna di restauro che ha integralmente restituito alle visite il magnifico gioiello di architettura e arte, sede ideale per l’esposizione delle opere grafiche di Albrecht Dürer. Palazzo Sturm accoglie, infatti, il Museo dell’Incisione Remondini che conserva e presenta, in modo estesamente suggestivo, le creazioni della mitica dinastia di stampatori bassanesi, specializzati in raffinate edizioni e in stampe popolari che, tra ‘600 e ‘700, hanno saputo diffondere in tutto il mondo. Ma i Remondini furono anche attenti collezionisti d’arte. Nelle loro importantissime raccolte, oggi patrimonio dei Civici Musei, si trovano ben 8500 opere di grafica tra le quali spiccano i nomi dei grandi maestri europei del Rinascimento e dell’epoca moderna. Tra loro Albrecht Dürer, presente nelle Collezioni Remondini con 123 xilografie e 91 calcografie. Dürer realizzò 260 incisioni e di esse ben 214 sono a Bassano del Grappa. Dürer inizia la sua carriera come incisore di legni (xilografie) nel 1496. Dal 1512 al 1519 lavora per l’imperatore Massimiliano I per il quale realizza L’Arco di trionfo e La processione trionfale, quest’ultimo nella collezione di Bassano del Grappa. Molto probabilmente passò per la città sul Brenta. Lo si vede nei paesaggi e nelle vedute di sfondo di opere come La Grande Fortuna. I temi trattati da Dürer sono mitologici, religiosi, popolari, naturalistici, ritratti, paesaggi e nelle collezioni bassanesi sono incluse le serie complete dell’Apocalisse, della Grande Passione, della Piccola Passione e della Vita di Maria. Per l’Imperatore Massimiliano realizza anche una delle sue incisioni più popolari, il “Rinoceronte”. A ricordo dell’esotico animale che l’Imperatore aveva destinato al Papa ma che non arrivò mai a Roma, vittima di un naufragio di fronte alle coste liguri. Intorno a questa famosissima opera si vuoleo offrire ai visitatori della mostra un focus che, da un lato rievoca la vicenda e dall’altro percorre la fortuna che nei secoli ebbe quell’incisione.

Una mostra all’aperto è stata realizzata a Jesolo: l’incontro con l’arte contemporanea in dialogo con la grande scultura figurativa del Novecento italiano si è realizzato ospitando nelle principali piazze a ridosso delle celebri spiagge lagunari, otto opere monumentali di tre protagonisti dell’arte plastica italiana: Giacomo Manzù, Francesco Messina e Augusto Perez. Per tre mesi, tale è il periodo in cui le opere saranno a diretto contatto con il pubblico, ogni autore farà vivere un luogo rappresentativo della città. Manzù (1908 – 1991) sarà accolto in Piazza Marconi, Perez (1929 – 2000) in Piazza Drago e Messina (1900 – 1995) in Piazza Carducci. Primeggeranno i lavori emblematici di ognuno, come il Grande Cardinale seduto di Manzù, un’opera in bronzo di oltre due metri, Adamo ed Eva di Messina, in granito rosso, e La Notte (Edipo e la Sfinge), una grande porta in bronzo nero di Perez che si estende per quasi quattro metri. Una rassegna a tre voci, per la quale sono stati selezionati lavori di grande potenza espressiva in grado di dialogare con lo spazio pubblico e, nello stesso tempo, creare una relazione intima tra loro in un percorso per molti versi inusuale. Tale rassegna si collega idealmente con la Biennale veneziana, di cui Manzù, Messina e Perez sono stati, in anni diversi, protagonisti acclamati. C’è stata un’occasione che li ha visti contemporaneamente presenti: era l’edizione del 1956, durante la quale a Manzù e Messina veniva dedicata una mostra personale (edizione in cui esponevano anche Arnaldo Pomodoro, Pietro Consagra e Emilio Greco che ottenne il primo premio per la scultura), mentre l’allora ventisettenne Augusto Perez fu ammesso per concorso con il grande gesso andato perduto Donna in bicicletta. La rassegna consente di rileggere la loro opera in un contesto inedito, scevro da pregiudizi, che evidenzia l’autonomia dei linguaggi e il desiderio di cogliere, come direbbe Franco Russoli, “il mistero nell’eterno fenomenico”.

Siamo ora proprio a Venezia, nella sede espositiva di Ca’ Pesaro per la prima retrospettiva italiana su questo artista considerato una delle figure chiave dell’arte americana del XX secolo. La mostra prende in considerazione le tappe della straordinaria carriera di Arshile Gorky (1904-1948) dai primi lavori degli anni Venti, in cui il suo approccio alla pittura è fortemente connotato dal rapporto con le composizioni di Cézanne, passando per i punti più alti del suo studio da autodidatta dei maestri e dei movimenti moderni, fino ad arrivare alla fase in cui tutti questi stimoli confluiscono in una potente e singolarissima visione. Arshile Gorky si propone di evidenziare come, sin dalle fasi precoci della sua carriera, quando è apparentemente influenzato dal lavoro dei grandi maestri del passato, la voce artistica di Gorky sia già presente, e vada rafforzandosi mano a mano che il suo lavoro progredisce. L’esposizione vede riunite insieme circa 80 opere provenienti da prestigiose collezioni internazionali sia istituzionali che private. Una rassegna che nella sezione finale mostra con quale forza l’energia pittorica e l’immaginazione di Gorky si uniscano ad un rinnovato incontro con la natura, nei paesaggi della Virginia e del Connecticut, durante le estati del 1942-45. Una selezione di questi capolavori maturi, con la loro gamma di surreale, di astratto, di figurativo, rivela un artista al culmine del suo straordinario potere creativo.

La nostra prossima tappa è Belluno con la rassegna Sebastiano Ricci. Rivali ed Eredi. Opere del Settecento della Fondazione Cariverona presso Palazzo Fulcis. La mostra è dedicata al ciclo di dipinti del Camerino d’Ercole, capolavori tra i più alti di Sebastiano Ricci, posti in dialogo con le 21 opere provenienti dalla Collezione della Fondazione Cariverona: Paesaggio lagunare e Paesaggio montano con figure di Giuseppe Zais e Paesaggio con viandanti e Paesaggio con cascata di Diziani, ritratti di Pietro Antonio Rotari e Pellegrini, dipinti di Dal Sole, Amigoni, Fontebasso, Grassi, Celesti e Bellucci. Il percorso espositivo vuole offrire, tramite cinque sezioni, una panoramica delle premesse, delle relazioni e dell’influenza svolta da Sebastiano Ricci, nella grande pittura di storia e religiosa, e del nipote Marco Ricci, nel paesaggio, accostando opere di maestri e rivali di Ricci.

Il centro di Illegio (Ud) si segnala sempre per mostre dal forte significato e impatto emotivo. Quella in corso è dedicata alla figura dei Maestri. Si tratta di una mostra di capolavori, intuizioni, emozioni, simboli, di quelle che si visitano uscendone non solo consolati per tanta bellezza ma aiutati a pensare e a vivere. La mostra porta in Friuli Venezia Giulia, nel piccolo borgo alpino 40 opere dei più importanti maestri dell’arte: tra le più antiche, la sommità della vetrata dell'Albero di Jesse dalla cattedrale di Chartres, del 1150 circa, riprodotta fedelmente da un maestro vetraio. Più vicino a noi, invece, le opere di Giovanni Fattori, Vittorio Bonatti, Oswald Moser e Pablo Picasso, ma ciò che più meraviglierà ad Illegio quest'anno sono i nomi di Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Caravaggio e Luca Giordano.

Arriviamo a Trieste, presso il Magazzino delle idee per una rassegna fotografica dedicata all’arista americana Vivian Maier (1926-2009), dal titolo Vivian Maier. The Self-Portrait and its Double. 70 autoritratti, di cui 59 in bianco e nero e 11 a colori, questi ultimi mai esposti prima d’ora sul territorio italiano, raccontano la celebre fotografa attraverso i suoi autoritratti scattati quando ancora, da sconosciuta bambinaia, passava il tempo a fotografare senza la consapevolezza di essere destinata a diventare una vera e propria icona della storia della fotografia. Nel suo lavoro ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di sconosciuti, il mondo dei bambini – il suo universo per così tanto tempo – e anche una predilezione per gli autoritratti, che abbondano nella produzione di Vivian Maier attraverso una moltitudine di forme e variazioni, al punto da essere quasi un linguaggio all'interno del suo linguaggio. Un dualismo. L'interesse di Vivian Maier per l'autoritratto era più che altro una disperata ricerca della sua identità. Ridotta all'invisibilità, ad una sorta di inesistenza a causa dello status sociale, si mise a produrre prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembrava non avere un posto per lei. Il suo riflesso in uno specchio, la sua ombra che si estende a terra, o il contorno della sua figura: come in un lungo gioco a nascondino, tra ombre e riflessi, in mostra ogni autoritratto di Vivian Maier è un'affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. Caratteristica ricorrente è l'ombra, diventata una firma inconfondibile nei suoi autoritratti. La sua silhouette, la cui caratteristica principale è il suo attaccamento al corpo, quel duplicato del corpo in negativo "scolpito dalla realtà", ha la capacità di rendere presente ciò che è assente.

Spostiamoci a Genova, presso il Museo d’Arte orientale sta per concludersi dopo due anni la mostra Cibo agli antenati, fiori agli antenati. Trasformazioni dei bronzi arcaistici in Cina e Giappone. Grazie alla loro ampia varietà, le collezioni Chiossone consentono di studiare sia la storia dell’arte giapponese sia le relazioni culturali e artistiche Cina-Giappone. A questo riguardo la collezione di manufatti in bronzo e metallo è particolarmente importante: i pezzi arcaistici cinesi databili dalla dinastia Song Meridionale (1127-1279) fino alla fine del secolo XIX, importati in Giappone a cominciare dal periodo Muromachi (1393-1572), documentano sia il plurisecolare interesse cinese per le antichità, sia il gusto giapponese, coltivato dall’aristocrazia militare e dai maestri del tè, di collezionare vasi cinesi in bronzo per comporre i fiori (hanaike ??). Quanto alla sezione della bronzistica giapponese del Museo Chiossone, comprende opere insigni, databili dalla Protostoria (periodi Yayoi e Kofun, secoli III a. C – VII d.C.) fino al tardo periodo Meiji (1868-1912). Dal secondo millennio a. C. fino alla fine della dinastia Han nel secolo III d.C., i vasi in bronzo della Cina arcaica erano impiegati nelle offerte rituali di carni, cereali e bevande fermentate agli Antenati. La loro riscoperta in epoca storica, al tempo della dinastia Song Settentrionale (960-1127), comportò non solo il tentativo di ricostruire i contenuti e i significati dei riti antichi, ma anche l’esigenza di documentare e studiare il vasellame rituale in bronzo dell’Antichità sia mediante classificazioni e catalogazioni illustrate, sia mediante la riproduzione in bronzo e ceramica degli esemplari arcaici. I bronzi cinesi in stile arcaistico importati nell’arcipelago giapponese dal secolo VII fino al XIX erano destinati essenzialmente alla corte imperiale, ai grandi monasteri buddhisti e, dalla fine del secolo XIII in avanti, anche all’aristocrazia militare. I vasi da fiori cinesi (karamono hanaike ????) dei secoli XIII-XVIII appartenenti al Museo Chiossone sono opere d’alto valore artistico, culturale, simbolico e tecnico. I più antichi ad essere importati in Giappone risalgono ai secoli XIV-XV: erano impiegati nella decorazione zashiki kazari ??? – vale a dire, nelle esposizioni ornamentali preparate nelle sale di rappresentanza e da ricevimento delle residenze feudali. Infine, importa considerare che nelle collezioni Chiossone svariati rikkahei ??? giapponesi – vale a dire, grandi vasi in bronzo per le composizioni floreali formali, prodotti dalla fine del secolo XVI ai primi del XIX da bronzisti specializzati noti come ‘maestri di vasi da fiori’ (ohanaire-shi ????) – attestano sia l’esemplarità artistica e culturale attribuita all’antica tradizione del collezionismo d’antichità cinesi, sia la creazione selettiva, da parte dei grandi bronzisti giapponesi, di uno stile arcaistico d’ispirazione cinese pienamente consono al gusto locale.

Presso il Palazzo Reale abbiamo invece una rassegna, La memoria della guerra, dedicata all’opera dell’artista genovese Antonio Giuseppe Santagata (Genova, 10 novembre 1888 – 13 settembre 1985), ispirata dalla sua diretta partecipazione al conflitto bellico. Rispetto al tema della guerra, l’aspetto che i curatori hanno scelto di celebrare – e attorno a cui l’evento espositivo è costruito – è quello della memoria poiché il ricordo di quel terribile conflitto, ancora oggi, mescola sentimenti di sgomento e marcati accenti retorici, ben persistenti in un certo immaginario bellico e patriottico. La rievocazione e l’eco del conflitto negli anni tra le due guerre furono d’altronde improntate da caratteri ideologici che scaturivano dall’azione propagandistica del regime fascista e che contribuirono, in maniera determinante, alla formazione di un’estetica della politica che trovò la sua più naturale espressione linguistica nella cultura figurativa del Novecento italiano. La ripresa, in tale ambito di ricerca, di antiche tecniche pittoriche e lo stretto dialogo instauratosi tra artisti e architetti rappresentarono uno dei momenti più significativi di questa tendenza che, al di là delle sue compromissioni ideologiche, è stata centrale nel panorama artistico nazionale di quel periodo. Non a caso il percorso espositivo sarà costruito intorno al consistente nucleo di cartoni di Santagata prestati da una preziosa casa privata e riferiti ai suoi principali interventi di pittura murale, dagli affreschi per il salone delle adunate della Casa Madre dei Mutilati di Roma (1928) a quelli per il cortile delle Vittorie (1936) nello stesso edificio progettato da Marcello Piacentini, dalla vetrata e dall’affresco per la Casa dei Mutilati di Genova (1938-1939) al grande affresco Vita eroica di Antonio Locatelli per la Casa Littoria di Bergamo (1940). Focalizzata sui principali avvenimenti della partecipazione italiana alla Grande Guerra e sugli eroici sacrifici sopportati dai militi lungo il cruento percorso verso la vittoria, i grandi cicli murali e decorativi di Santagata, nonostante alcune rappresentazioni più allegoriche – come nel caso della raffigurazione della vetrata sulla facciata principale della Casa del Mutilato di Genova – testimoniano la profonda partecipazione dell’artista alla materia trattata e documentano, quasi in presa diretta, la vita quotidiana e gli episodi più comuni della guerra di trincea.

La nostra tappa successiva è a Modena per una mostra archeologica dal titolo Lo specchio di Celestino. Archeologia etrusca a Modena nella prima metà dell’Ottocento. Nel 1841 i proprietari di un fondo a Castelvetro (Modena), in località Galassina, scoprirono in occasione di lavori agricoli quattro tombe etrusche ad incinerazione, databili tra la fine del VI e il V secolo a.C. La sepoltura più ricca e più nota ha restituito una serie di oggetti in bronzo e pasta vitrea, appartenuti ad una donna, studiati e descritti dall’erudito ed archeologo Celestino Cavedoni e acquistati dal duca di Modena Francesco IV d’Asburgo-Este, affinché arricchissero la sua collezione di antichità e il Museo Estense. La mostra esibisce contestualmente per la prima volta i pezzi più importanti e conosciuti del corredo funebre della Tomba I, insieme ad altri reperti provenienti dal medesimo contesto sepolcrale, sino a oggi inediti. Il percorso espositivo presenta i pezzi più importanti del corredo funebre, riferibile a una defunta, della Tomba I della Galassina, ovvero della sepoltura più ricca, e anche più nota. Di questo corredo gli oggetti più conosciuti e studiati sono lo specchio e la cista a cordoni (recipiente a forma cilindrica), oltre al bacile.
Una serie di pannelli didattici consente al visitatore di approfondire il contesto di rinvenimento dello specchio della Galassina, nei diversi aspetti culturali, artistici e collezionistici a esso legati.

È allestita al MEIS di Ferrara mostra Il Rinascimento parla ebraico. L’esposizione affronta uno dei periodi cruciali della storia culturale della Penisola, decisivo per la formazione dell’identità italiana, svelandoci un aspetto del tutto originale, quale la presenza degli ebrei e il fecondo dialogo culturale con la cultura cristiana di maggioranza. In opere pittoriche come la Sacra famiglia e famiglia del Battista (1504-1506) di Andrea Mantegna, la Nascita della Vergine (1502-1507) di Vittore Carpaccio e la Disputa di Gesù con i Dottori del Tempio (1519-1525) di Ludovico Mazzolino, Il profeta Elia e Il profeta Eliseo di Stefano di Giovanni di Consolo detto il Sassetta, spuntano a sorpresa significative scritte in ebraico. Nel Rinascimento gli ebrei c’erano ed erano in prima fila, attivi e intraprendenti e comunità ebraiche erano presenti a Firenze, Ferrara, Mantova, Venezia, Genova, Pisa, Napoli, Palermo e ovviamente Roma. A periodi alterni accolti e ben visti, con un ruolo non secondario di prestatori, medici, mercanti, oppure oggetto di pregiudizio. Il MEIS racconta per la prima volta questo ricco e complesso confronto: ricostruire l’intreccio di reciproche sperimentazioni significa riconoscere il debito della cultura italiana verso l’ebraismo ed esplorare i presupposti ebraici della civiltà rinascimentale. Ciò significa ammettere che questa compenetrazione non è sempre stata sinonimo di armonia, né di accettazione priva di traumi, ma ha comportato intolleranza, contraddizioni, esclusione sociale e violenza ai danni del gruppo ebraico, impegnato nella difficile difesa della propria specificità.

Città di Castello dedica una mostra fotografica al suo più illustre cittadino Alberto Burri. Con la mostra Obiettivi su Burri – Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993, la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ha ideato e realizzato un evento che non solo ricorda Burri, ma che, per la prima volta, compie una ricognizione esauriente sui maggiori e più assidui professionisti della fotografia che lo hanno ritratto in differenti momenti e circostanze della sua vita. I ritratti, a partire dagli anni Cinquanta, in cui Burri iniziava a consolidare il suo percorso artistico, scrutano e fissano in stampe di grande intensità e valore storico, espressioni, azioni, luoghi, frequentazioni, abitudini e momenti solitari del grande artista per il quale la pittura rappresentò una scelta di vita e un impegno radicale e senza compromessi con l’autenticità della propria vocazione poetica. Tra i numerosi fotografi professionisti individuati, sono presenti in mostra opere fotografiche di Aurelio Amendola, Gabriele Basilico, Giorgio Colombo, Vittor Ugo Contino, Plinio De Martiis, Gianfranco Gorgoni, Giuseppe Loy, Ugo Mulas, Josephine Powell, Sanford H. Roth, Michael A. Vaccaro, André Villers, Sandro Visca, Arturo Zavattini e altri.

Siamo arrivati verso le ultime battute del nostro viaggio artistico.

Eccoci a Roma.
Presso la Casa di Goethe, unico museo tedesco all’estero, è presente la mostra Destino e Poesia. La fortuna italiana del Werther, dedicata al successo italiano del celebre romanzo epistolare I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang Goethe. L’esposizione è in contemporanea con la grande mostra Goethe: Verwandlung der Welt [Metamorfosi del mondo] della Bundeskunsthalle di Bonn.
Ispirato dall’infelice amore di Goethe per Charlotte Buff , Goethe scrive il Werther in quattro settimane con uno stile e una sicurezza infallibile. Uscito nel 1774 a Lipsia il libro – che si può definire la prima opera generazionale nella letteratura - ha un successo clamoroso e supera subito ogni frontiera. I giovani dell’epoca iniziano a vestirsi alla Werther, frac azzurro e panciotto giallo canarino. Non pochi si suicidano con il libretto in tasca, in un gesto emulativo come su un’onda irresistibile di likes e condivisione. Non era questa certo l’intenzione dell’autore che invece nella presa di coscienza wertheriana della fatua e mortale vita vuole dirci che con l’arte si riscatta la vita. Goethe sacrifica Werther per poi diventare il poeta che fu. Fino ad oggi il capolavoro giovanile non cessa di emozionare i suoi lettori – e soprattutto i giovani. Una sezione della mostra romana racconta la storia editoriale del romanzo tedesco attraverso edizioni e illustrazioni provenienti da musei e biblioteche tedeschi, ma ne mostra anche il successo da bestseller grazie a oggetti cult d’epoca quali una preziosa tazza con i ritratti di Lotte e Werther attorno al 1775 proveniente dal Goethehaus di Francoforte. E’ esposta una scelta delle più significative edizioni del Werther conservate nella ricca biblioteca specializzata della Casa di Goethe tra cui la prima edizione tedesca del 1774 ma ci sono soprattutto le prime traduzioni in italiano (come quella stampata a Poschiavo nel 1782). In mostra anche il noto acquerello Goethe al Golfo di Napoli di J. H. W. Tischbein (Napoli, Museo di San Martino) con il poeta vestito “alla Werther” assieme ad altre opere e illustrazioni di artisti italiani. Una parte importante del racconto della fortuna italiana del Werther riguarda due grandi poeti italiani: Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. Due pezzi forti nella mostra: da Recanati viene l’esemplare originale della traduzione del Werther di Michiel Salom appartenuto e letto da Leopardi. E‘ noto che l’opera Ultime lettere di Jacopo Ortis (1799) di Ugo Foscolo si riferisce esplicitamente all’opera di Goethe. L’ originale della emozionante lettera che Foscolo scrisse nel 1802 a Goethe, presentandosi come giovane scrittore e annunciandogli l`invio di un suo “primo volumetto”, è stata messa a disposizione dal „Goethe und Schiller Archiv“ di Weimar e rappresenta un altro punto culminante della mostra, uno dei suoi documenti storici più significativi.

Da ultimo arriviamo a Tivoli presso la Villa Adriana dove è allestista un’esposizione dedicata alla duplice valenza del femminile nell'immaginario occidentale, dal titolo Eva vs Eva. Lo spirito ambivalente della donna – da rassicurante simbolo della maternità ad ambigua forza della natura – connota e caratterizza l’intera iniziativa. L’apparente dicotomia insita nell’idea progettuale si esplica in due percorsi distinti, complementari e contigui, coinvolgendo due sedi delle Villae: il piano nobile di Villa d’Este e l’Antiquarium del Santuario di Ercole Vincitore. Dalle forme classiche alle suggestioni del contemporaneo, in una continua eco narrativa, la mostra intende restituire spessore e poliedricità a figure femminili che la storia, l’immaginario collettivo e l’interpretazione hanno appiattito in un ruolo o in uno stereotipo. La mostra consente di cogliere i molteplici e diversi aspetti dell’universo femminile, al di là degli stereotipi, attraverso figure mitiche ed evocative quali la saggia Penelope, l’indomabile Medea, le ammalianti Sirene e poi Livia, Agrippina, Giulia Domna, eccezionali protagoniste della storia imperiale romana. L’esposizione contribuisce al racconto del fascino e della forza generatrice che contraddistinguono la sfera femminile, molto ben rappresentata dai rinvenimenti pompeiani, in specie nella sua dimensione quotidiana. È quindi possibile ammirare, riuniti in unico percorso narrativo, capolavori del Museo Nazionale Romano, del Parco Archeologico di Pompei e di Villa Adriana, ma anche di numerosi altri enti, istituzioni e prestatori privati che generosamente hanno contribuito alla costruzione di un progetto dalla regia immaginifica e corale.

Altissimi colori. La montagna dipinta: Testori e i suoi artisti, da Courbet a Guttuso
Chatillon (Ao) – Castello Gamba
11 luglio 2019 - 29 settembre 2019
Orari: tutti giorni 9.00-19.00
Biglietti: 5€ intero, 2€ ridotto
Informazioni: www.castellogamba.vda.it

Notre-Dame de Paris. Sculture gotiche dalla grande cattedrale
Torino – Palazzo Madama
5 aprile 2019 – 30 settembre 2019
Orari: tutti i giorni 10.00-18.00; martedì chiuso
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.palazzomadamatorino.it

Omaggio a Mario Tozzi
Verbania (VB) – Museo del Paesaggio
25 maggio 2019 - 29 settembre 2019
Orari: martedì, mercoledì, venerdì 10.00 - 18.00; giovedì 15.00- 22.00; sabato e domenica 10.00 - 19.00
Biglietti: 5€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.museodelpaesaggio.it

Preraffaelliti. Amore e desiderio
Milano – Palazzo Reale
19 giugno 2019 – 6 ottobre 2019
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30
Biglietti: 14€ intero, 12€ ridotto
Informazioni: www.mostrapreraffaelliti.it, www.palazzorealemilano.it

Magnum’s first
Milano – Museo Diocesano Carlo Maria Martini
8 maggio 2019 – 6 ottobre 2019
Orari: martedì-domenica: 10.00-18.00, lunedì chiuso
Biglietti: 8€ intero, 6€ ridotto
Informazioni: www.chiostrisanteustorgio.it

L’erba. Paola Marzoli
Milano- Galleria Rubin (Via Santa Marta 10)
19 settembre 2019 – 5 ottobre 2019
Orari: martedì – sabato 15-19.30
Ingresso libero
Informazioni: www.galleriarubin.com; www.paolamarzoli.it

Berenice Abbott. Topographies
Lecco – Palazzo delle Paure
8 settembre 2019
Orari: martedì – venerdì 9.30-19.30; sabato e domenica 10.00-19.00; lunedì chiuso
Biglietti: 9€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.bereniceabbottlecco.com

Albrecht Dürer. La collezione completa dei Remondini
Bassano del Grappa (Vi) – Palazzo Sturm
20 aprile 2019 – 30 settembre 2019
Orari: Tutti i giorni 10.00 — 19.00, martedì chiuso
Biglietti: 7€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.museibassano.it

MMP. Manzù Messina Perez
Jesolo lido (Ve) – Piazza Marconi, Drogo e Carducci
21 giugno 2019 – 30 settembre 2019
Informazioni: www.arte.it

Arshile Gorky: 1904-1948
Venezia – Ca’ Pesaro /Galleria internazionale d’Arte Moderna
9 maggio 2019 – 22 settembre 2019
Orari: tutti i giorni 10.30 – 18.00, lunedì chiuso
Biglietti: 14€ intero, 11.50€ ridotto
Informazioni: www.capesaro.visitmuve.it

Sebastiano Ricci. Rivali ed eredi. Opere del Settecento della Fondazione Cariverona
Belluno – Palazzo Fulcis
6 aprile 2019 – 22 settembre 2019
Orari: martedì, mercoledì venerdì 9.30-12.30/15.30-18.30; giovedì 9.30-12.30; sabato e domenica 10.00- 18.30; lunedì chiuso
Biglietti: 8€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.fondazionecariverona.org

Maestri
Illegio (Ud) – Casa delle Esposizioni
12 maggio 2019 - 6 ottobre 2019
Orari: lunedì 10.00 - 19.00, martedì - sabato 10.00 – 19.00, domenica 9.00 - 20.00
Biglietti: 12€ intero, 9€ ridotto
Informazioni: www.illegio.it

Vivian Maier. The Self-portrait and its Double
Trieste – Magazzino delle idee
20 luglio 2019 - 22 settembre 2019
Orari: martedì a-domenica 10.00-20.00; lunedì chiuso
Biglietti: 6€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.magazzinodelleidee.it

Cibo agli antenati, fiori agli antenati. Trasformazioni dei bronzi arcaistici in Cina e Giappone
Genova – Museo d’Arte orientale E. Chiossone
1 aprile 2017 - 22 settembre 2019
Orari: martedì- venerdì 9.00-19-00, sabato e domenica 10.00-19.30; lunedì chiuso
Biglietti: 5€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.museidigenova.it

La memoria della guerra. Antonio G. Santagata e la pittura murale del Novecento
Genova – Palazzo Reale
19 aprile 2019 – 8 settembre 2019
Orari: martedì – domenica 14.00-19.00; mattina giorni feriali su prenotazione
Biglietti: 5€
Informazioni: www.palazzorealegenova.beniculturali,it

Lo specchio di Celestino
Modena – Galleria Estense
25 maggio 2019 – 1 ottobre 2019
Orari: martedì- sabato 8.30 - 19.30, domenica 10-18, lunedì chiuso
Biglietti: 6€ intero, 5e ridotto
Informazioni: www.gallerie-estensi.beniculturali.it

Il Rinascimento parla ebraico
Ferrara – MEIS
12 aprile 2019 – 15 settembre 2019
Orari: martedì-domenica 10.00-18.00, lunedì chiuso
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.meisweb.it

Obiettivi su Burri. Fotografie e fotoritratti di Alberto Burri dal 1954 al 1993
Città di Castello (Pg) – Palazzo Albizzati
12 marzo 2019 – 12 settembre 2019
Orari: martedì-venerdì 10-13/14.30-18.30; sabato e domenica 10.30-18.30; lunedì chiuso
Biglietti: informazione non trova
Informazioni: www.fondazioneburri.org

Poesia e destino. La fortuna italiana del Werther
Roma – Casa di Goethe
24 maggio 2019 – 20 settembre 2019
Orari: tutti i giorni 10.00-18.00; lunedì chiuso
Biglietti: 5€ intero, 3€ ridotto
Informazioni: www.casagoethe.it

Eva vs Eva. La duplice valenza del femminile nell’immaginario occidentale
Tivoli (Roma) – Villa d’Este
10 maggio 2019 – 1 novembre 2019
Orari: tutti i giorni 8.30 – 19.45; lunedì chiuso
Biglietti: 5€
Informazioni: www.villaadriana.beniculturali.it