Mostre maggio 2018

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Le proposte di maggio iniziano a Milano con l’importante rassegna dedicata a Gaetano Previati al Museo Diocesano. La mostra quasi a suggello del periodo pasquale, organizzata in collaborazione con i Musei Vaticani, col patrocinio dell’Arcidiocesi di Milano e il contributo del Credito Valtellinese, presenta un nucleo di opere sacre di Gaetano Previati (1852-1920), maestro del divisionismo italiano. Il percorso espositivo si apre con La Via al Calvario, opera da poco entrata a far parte delle collezioni del Museo Diocesano per lascito testamentario, a cui si affianca una seconda versione autografa dello stesso soggetto, proveniente dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona. Accanto a questo primo nucleo, sarà proposta l’intera Via Crucis realizzata tra il 1901 e il 1902, dalla Collezione di Arte Contemporanea dei Musei Vaticani, recentemente restaurata, oltre alle 14 riproduzioni fotografiche, ritoccate a punta d’argento dallo stesso Previati, conservate nella chiesa dei SS. Quirico e Paolo a Dogliani (CN). L’occasione della presentazione della Via al Calvario del Diocesano – che da oltre cento anni non compariva in una esposizione pubblica -, accanto all’intera Via Crucis dei Musei Vaticani – anch’essa visibile al pubblico dopo cinquant’anni – suggerisce una riflessione sulla Passione di Cristo, uno dei temi più affascinanti della pittura sacra di Previati. L’artista attinge al patrimonio iconografico della tradizione, rivisitandolo incessantemente e mostrando una conoscenza delle idee simboliste e delle sperimentazioni che preparano il clima espressionista. Maternità e Passione sono per lui segno del mistero della vita e della morte: attraverso la luminosità, il contrasto luce ombra e la pennellata fluente e drammatica, l’artista si misura con le domande più profonde dell’uomo, proponendo immagini di intensa spiritualità.

Presso la Galleria Maspes possiamo trovare un’interessante mostra dedicata a Tranquillo Cremona (1837-1878) L’artista, insieme a Giuseppe Grandi e a Daniele Ranzoni, è stato il protagonista assoluto della Scapigliatura, questa straordinaria stagione dell’arte italiana, che trova il suo ideale avvio nell’esperienza di Giovanni Carnovali detto il Piccio e proseguita nel tempo attraverso la sperimentazione di Luigi Conconi e di una fitta schiera di seguaci. La Scapigliatura intendeva proporre un linguaggio pittorico innovativo, lontano da ormai stereotipati modelli accademici, attento a temi sensibili nei confronti dei cambiamenti sociali e culturali dell’epoca, espresso attraverso una stesura vaporosa, fatta di pennellate morbide e vibranti alla luce diretta, per certi versi parallelo all’Impressionismo francese. L’evento attuale riunisce a Milano, dopo quasi un secolo, i due capolavori del pittore scapigliato, Melodia e In ascolto, il più importante dittico dell’artista e forse il più popolare pendant della pittura europea di fine Ottocento, realizzato da Tranquillo Cremona tra il 1874 e il 1878 su commissione del noto industriale tessile Andrea Ponti per la sua villa di Varese, e che non vide mai la sua posa in opera nella prestigiosa dimora. I due quadri vennero presentati al pubblico insieme per la prima volta nel 1878, in occasione della Mostra postuma delle opere di Tranquillo Cremona organizzata da Vittore Grubicy De Dragon nel Ridotto del Teatro alla Scala di Milano, quindi nel 1912 alla rassegna dedicata al pittore dalla Biennale di Venezia e nel 1929 alla mostra per celebrare il cinquantesimo anniversario della sua morte nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano. Nel 1938, per l’ultima volta insieme, la coppia di tele condivise gli spazi della Sala del Petrarca accanto al celeberrimo L’edera alla mostra Tranquillo Cremona e gli artisti lombardi del suo tempo, svoltasi al castello Visconteo di Pavia.

La prossima proposta è presso la Galleria San Fedele. Il centro di Milano vive una doppia vita. Di giorno pulsa di vitalità e frenesia, con turisti da ogni paese del mondo, negozi scintillanti, uffici affollati e frotte di passanti. Poi i negozi chiudono, le vie lentamente si svuotano e un’altra umanità trova posto nel silenzio delle sue piazze storiche, sotto i protettivi porticati dello shopping, tra i suoi severi edifici di marmo. E’ il popolo sempre più numeroso degli homeless, dei senza fissa dimora. Luca Rotondo, con la sua ricerca Metropolitan Lullabies (Ninna nanne metropolitane), vincitrice nel 2015 del Premio Amilcare Ponchielli, ci racconta questa Milano notturna che non spegne mai le luci, ma dove molti dormono solitari. Attente allo spazio urbano e al contempo sensibili e rispettose, le immagini di Luca Rotondo non mettono in primo piano gli homeless con i loro rifugi improvvisati, ma il luogo che hanno scelto per trascorrere la notte. Guardate con scarsa attenzione le sue fotografie architettoniche e perfette sembrano, di primo acchito, volerci accompagnare in una sorta di viaggio notturno tra le bellezze e i monumenti del centro di Milano. Invece piano piano, con discrezione e quasi sottovoce, ci invitano a vedere, a scoprire quel popolo di “invisibili” che abita silenziosamente i suoi angoli più protetti.

Spostiamoci ora a Pavia per una mostra fotografica dedicata al celeberrimo Mc Curry. L’esposizione., dal titolo Steve McCurry. Icons, presenta oltre 100 scatti in grado di ripercorrere quarant’anni di carriera del fotografo americano. L’esposizione conduce i visitatori in un viaggio simbolico nel complesso universo di esperienze e di emozioni che caratterizza le sue immagini e che toccherà paesi come l’India, l’Afghanistan, la Birmania, il Giappone, il Brasile. Non manca il ritratto di Sharbat Gula, la ragazza afghana che McCurry ha fotografato nel campo profughi di Peshawar in Pakistan e che, con i suoi grandi occhi verdi e col suo sguardo triste, è diventata un’icona assoluta della fotografia mondiale. Con le sue foto Steve McCurry ci pone a contatto con le etnie più lontane e con le condizioni sociali più disparate, mettendo in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità. Con le sue foto ci consente di attraversare le frontiere e di conoscere da vicino un mondo che è destinato a grandi cambiamenti. La mostra inizia, infatti, con una straordinaria serie di ritratti e si sviluppa tra immagini di guerra e di poesia, di sofferenza e di gioia, di stupore e d’ironia.

Ci spostiamo ora in Veneto. Siamo a Treviso per ben due mostre.
La prima è dedicata al grande scultore francese Auguste Rodin. Treviso è stata scelta dal Musée Rodin di Parigi per accogliere la mostra conclusiva delle celebrazioni per il primo centenario della scomparsa di Auguste Rodin (1840 – 1917), completando così il programma di grandi esposizioni che quest’anno ha già coinvolto tra gli altri il Grand Palais a Parigi e il Metropolitan a New York.
In mostra sono riunite oltre una settantina di opere – compresi i capolavori fondamentali – di Auguste Rodin, in un opportuno confronto tra sculture, anche di grandi dimensioni, e disegni. Perché, com’è noto, Rodin iniziò il suo percorso artistico frequentando la Petite École, dove studiò soprattutto il disegno, avvicinandosi poi alla scultura. Tra le sculture sono presenti tutti i capolavori più noti dello scultore: dal Bacio (immagine della mostra) al Pensatore, al Monumento a Balzac, all’Uomo dal naso rotto, all’Età del bronzo, sino alle maquette, spesso comunque di vasto formato, delle opere monumentali, ovviamente intrasportabili o mai completate. I Borghesi di Calais e la Porta dell’Inferno, tra le tante. A essere rappresentate al Santa Caterina sono tutte le tappe del percorso artistico dello scultore, percorso che mette in evidenza il suo fortissimo interesse per Michelangelo e per la scultura rinascimentale italiana. Inoltre viene evidenziata la capacità di Rodin di trasformare la materia, rendendo morbido, sensuale, vibrante il marmo non meno che il gesso, prima delle fusioni in bronzo. In mostra troviamo anche la grande e famosa tela di Edvard Munch, del 1907, che ritrae la statua del Pensatore. La mostra propone anche un confronto con lo scultore italiano Arturo Martini.

Il 16 dicembre 1947 si spegneva in Manicomio a Treviso Gino Rossi, grande e sfortunato artista.
A 70 anni di distanza, Treviso lo ricorda con una retrospettiva al Museo Luigi Bailo, che già accoglie stabilmente 10 opere del pittore, il nucleo pubblico più importante che di lui si conservi.
Gino Rossi è un artista “raro”. La sua produzione supera di poco i 130 dipinti, quantitativamente poca cosa rispetto alla produzione di altri del suo secolo. Rossi, infatti, riuscì a dipingere per pochi anni soltanto, ed è noto che una parte non trascurabile di quanto da lui creato è finita distrutta o dispersa, per effetto delle sue vicissitudini personali e familiari. Rossi, veneziano di origine e di formazione, fu a Parigi la prima volta già tra 1906 e il 1907, e lì guardò con ammirazione al simbolismo proprio di Gauguin e all’arte dei Fauves da poco rivelatasi nella capitale. Sulle orme del pittore di Tahiti, si recò quindi nel 1909 in Bretagna, che costituì per lui una grande scoperta. Di tutto questo risentono le sue prime opere connotate da un temperamento forte e da vibranti interpretazioni personali. Rossi diceva che “non si costruisce con il colore: si costruisce con la forma e un’arte dove il colore comanda è un’arte incompleta fin dalla base”. In questo si manifesta da subito quell’eco cezanniana che emergerà soprattutto nelle nature morte, ma anche in taluni ritratti, della seconda fase della vita artistica di Gino Rossi. Da qui l’arrovellarsi del suo segno, in un espressionismo che approderà anche a una sorta di originalissima trascrizione delle ricerche cubiste, per il tramite proprio di Cézanne, sempre nel quadro di un fortissimo legame con la terra d’origine e d’elezione (Burano e i colli asolani e del Montello). Un “esprit nouveau” che lo accomuna, — e lo distanzia negli esiti — alle opere dei suoi contemporanei, ma che lo rende pittore di apertura davvero europea, sperimentatore di soluzioni colme di poesia, fra ariosi paesaggi e sezionature di visi.

Le nostre proposte ci portano ora a Vicenza, presso il Museo del gioiello per scoprire le bellissime produzioni di uno dei più significativi creative del Novecento, Gio Pomodoro. La rassegna presenta un’ampia selezione della produzione artistica del maestro: tra le opere esposte moltissimi gioielli provenienti da collezioni private raramente accessibili al pubblico. L’omaggio al Maestro Gio’ Pomodoro (Orciano di Pesaro, 1930 – Milano, 2002) orafo, incisore, scultore e scenografo, avviene a 16 anni dalla sua scomparsa. La mostra è preziosa occasione per portare all’attenzione del pubblico il contributo del grande scultore alla moderna concezione di “gioiello d’artista” come opera d’arte in sé compiuta, e alla codificazione di tale fenomeno critico nell’Italia del secondo dopoguerra. Il percorso espositivo presenta un’accurata selezione di gioielli, oltre sessanta opere che coprono un arco temporale di quasi mezzo secolo. Un racconto che si snoda a partire dai primi anni ‘50, testimoniando il passaggio dal figurativo all’Informale, sino ai gioielli in lamina d’oro puro sbalzato e fusione nell’osso di seppia. Si passa al geometrismo degli anni ‘70, dove all’elemento meccanico si affianca uno spiccato uso di smalti colorati (inclusi gli esemplari esposti al Guggenheim di New York nel 1994 nell’ambito della mostra The Italian Metamorphosis, 1943–1968), per giungere alla estrosità figurale degli esemplari degli anni ‘80, ai gioielli seriali, ai prototipi e alle nuove sperimentazioni degli anni ‘90 sulle pietre dure.

Arriviamo ora in Friuli Venezia Giulia, per la precisione ad Aquileia (Ud) per un’importante mostra archeologica. Sessantadue reperti provenienti dal Museo Nazionale di Belgrado e da ltri musei internazionali per raccontarci, in un lungo viaggio, la storia dell’impero romano, e della sua espansione a Oriente, fino all’età d’oro dell’Impero Tardo Antico al suo crepuscolo quando il limes non resse più all’invasione dei barbari, gli stessi Unni guidati da Attila che metteranno a ferro e fuoco anche Aquileia. I reperti in mostra ci raccontano un territorio in cui nacquero ben 17 o 18 Imperatori, da Ostiliano a Costanzo III, passando attraverso Costantino il Grande e che vide sorgere grandiose ville imperiali, come quella di Felix Romuliana, oggi Gamzigrad, o nuovi centri, che nel caso di Sirmium, oggi Sremska Mitrovica, potevano includere la presenza di un circo, elemento che trasformava un agglomerato urbano in grande e importante città. Luoghi legati ad Aquileia, città anch’essa di frontiera per l’Impero romano nel periodo della sua espansione, crocevia di strade militari e commerciali, porto fluviale di straordinaria importanza, porta a Oriente ma anche da Oriente. In particolare nel tardo impero Aquileia era molto legata ai centri danubiani e da qui partiva l’antica strada militare e commerciale che la collegava a Singidunum, l’odierna Belgrado per poi arrivare alle sponde del mar Nero. Protagonisti del percorso di visita tre elmi da parata che ci restituiscono tutto il solenne cerimoniale dell’esercito romano; proprio lungo la frontiera, a Tekija, è stato rinvenuto il tesoro in argento che possiamo ammirare: i preziosi oggetti dovevano essere stati nascosti, come in casi analoghi, per l’incombere di un pericolo, in questo caso subito dopo l’81 e sono una testimonianza importante della penetrazione dei Daci nel territorio della Mesia. Da ultimo segnaliamo la significativa testa di Venere recuperata nel 2003 durante gli scavi in un cortile a peristilio con una fontana in marmo, che ci riporta alla regalità del palazzo-circo di Sirmium divenuto una delle residenze di Costantino il Grande. La statua di Venere era stata portata lì da Costantino o dai suoi successori per propaganda politica, per riproporre i valori della Roma Aeterna e allo stesso scopo varie rappresentazioni di Costantino cominciarono ad apparire sulle monete e sugli oggetti d’arte. La sua immagine è raffigurata con un diadema, con il capo leggermente inclinato all’indietro, e lo sguardo verso il cielo.

Alla Manifattura Lenci di Torino è dedicata la mostra al MIC di Faenza In mostra sono esposte 150 opere provenienti dalla Collezione Giuseppe e Gabriella Ferrero, la più importante e ricca collezione dedicata alla storica manifattura torinese, a cui si aggiungono, per un confronto, alcuni esemplari della Manifattura Essevi (che ne imitava lo stile, fondata nel 1934 da Sandro Vacchetti, fuoriuscito dalla Lenci). La Manifattura Lenci nacque su iniziativa di Enrico Scavini e della moglie Elena König Scavini nel 1919 per produrre bambole e “giocattoli in genere, mobili, arredi e corredi per bambino”, ma anche un particolare tessuto per arredi, arazzi, bambole conosciuto, appunto, come “pannolenci”. Nel 1927 l’azienda decise di aggiungere a quella produzione una linea di piccole figure e oggetti in ceramica smaltata, dando vita, a partire dal 1928, ad un ricchissimo catalogo di sculture d’arredo e oggetti, quali vasi, scatole e soprammobili in terraglia fatta a stampo e dipinte che divennero immediatamente di moda tra la piccola e media borghesia italiana. Per raggiungere lo scopo e conquistare un largo mercato, la manifattura Lenci si avvalse della collaborazione creativa di importanti artisti torinesi. Le sculture ceramiche di Lenci traevano ispirazione dalle contemporanee riviste di moda, tra scene di costume e figure di giovani donne accattivanti e maliziose, raccontando il gusto di un’epoca e di una società. Donne sportive, attrici, ma anche scene galanti, balli di coppia, temi rurali e mitologici, favole, grotteschi e buffi bambini, nudi femminili al limite del lezioso e donne giocosamente provocanti, accanto a Madonne con Bambino, delicate e rassicuranti, sono il repertorio visivo di una collettività in bilico tra le alterne vicende storiche del Ventennio, status symbol immancabili nei salotti della borghesia italiana.

La mostra Capriccio e Natura: Arte nelle Marche del secondo Cinquecento. Percorsi di rinascita coglie l’occasione del temporaneo trasferimento ai Musei civici di Palazzo Buonaccorsi dei dipinti della Chiesa di Santa Maria delle Vergini a Macerata per un ripensamento completo di quel cantiere e del suo ruolo nello svolgere artistico nelle Marche alla fine del XVI secolo. Dallo straordinario punto di osservazione maceratese la visuale si apre ad abbracciare la pluralità affascinante di presenze artistiche nell’intera regione fra Cinque e Seicento. Facendo luce su un preciso momento di snodo nella storia dell’arte regionale, la mostra intende contribuire a tenere i riflettori ben puntati sui valori di tutto un territorio, caratterizzato da un’altissima presenza diffusa di beni artistici e di opere architettoniche di eccezionale pregio e interesse, gravemente colpito dal sisma del 2016 e che dovrà quanto prima essere oggetto di una graduale e integrale restituzione.

Ultima tappa di queste proposte è Palermo. La mostra, Sicilië, pittura fiamminga presenta una selezione significativa di importanti dipinti fiamminghi provenienti da collezioni pubbliche e private della Sicilia. Il pregevole patrimonio qui raccolto si inquadra in un ampio arco cronologico che va dal tardo Quattrocento al Seicento. Il percorso espositivo si articola attraverso due nuclei tematici strettamente connessi fra loro: da un lato le opere pervenute in Sicilia attraverso i molteplici percorsi del collezionismo e della committenza artistica, dall’altro gli artisti di origine fiamminga e olandese, attivi e pienamente inseriti nel tessuto storico-sociale siciliano già a partire dagli anni centrali del Cinquecento. L’esposizione ha una protagonista assoluta, Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto. La martire è raffigurata su una tavoletta, in legno di quercia (XXI – XXVIII), e faceva parte insieme all’altra tavoletta di San Rocco di un trittico da devozione. L’autore è un pittore ignoto fiammingo per un’ovvia ragione: la parte centrale del trittico risulta dispersa ed è, quindi, impossibile risalire con certezza alla mano. Questa pittura presentava un’inedita concezione figurativa in cui il descrittivismo minuto e lenticolare di figure, ambienti, paesaggi viene a coordinarsi con un particolare utilizzo espressivo del colore. Dal terzo decennio del Cinquecento gli artisti fiamminghi incontrano il rinascimento italiano e i pittori del primo manierismo maturando una nuova una ricerca compositiva di grande equilibrio, tipica delle scuole pittoriche di Anversa. Dal primo Seicento la nuova ventata del naturalismo caravaggesco segna anche in Sicilia, con van Dyck, Honthorst, Stom e Houbraken, una nuova centralità della pittura fiammingo-olandese.

Gaetano Previati (1852-1920). La Passione
Milano – Museo Diocesano
20 febbraio 2018 – 20 maggio 2018
Orari: martedì – domenica 10.00-18.00, chiuso lunedì
Biglietti: 8€ intero, 6€ ridotto
Informazioni: www.chiostrisanteustorgio.it
Tranquillo Cremona. Ritorno a Milano
Milano – Galleria Maspes
16 marzo 2018 – 31 maggio 2018
Orari: martedì- sabato 10.00-13.00/ 15.00-19.00
Ingresso libero
Informazioni: www.galleriemaspes.com

Luca Rotondo. Milano downtown
Milano – Galleria San Fedele
10 aprile 2018 - 19 maggio 2018
Orari: martedì – sabato 16.00-19.00
Ingresso libero
Informazioni: www.sanfedele.net

Steve Mc Curry Icons
Pavia – Scuderie Castello Visconteo
3 febbraio 2018 – 3 giugno 2018
Orari: martedì - venerdì 10.00-13.00/14.00-18.00; sabato e domenica 10.00 – 20.00; chiuso lunedì
Biglietti: 12€ intero, 10€ ridotto
Informazioni: www.stevemccurryicons.it

Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet
Treviso – Museo di Santa Caterina
24 febbraio 2018 – 3 giugno 2018
Orari: lunedì – giovedì 9.00 – 18.00; venerdì- domenica 9.00- 19.00
Biglietti: 14€ intero, 11€ ridotto
Informazioni: www.lineadombra.it

Omaggio a Gino Rossi
Treviso – Museo Civico Luigi Bailo
18 febbraio 2018 - 3 giugno 2018
Orari: lunedì - giovedì 9.00-18.00; venerdì – domenica 9.00-19.00
Biglietti: 6€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.museicivicitreviso.it

I gioielli di Gio Pomodoro. Il segno e l’ornamento
Vicenza – Museo del gioiello
22 marzo 2018 – 2 settembre 2018
Orari: martedì – venerdì 15.00-19.00
Biglietti: 6€ intero, 4€ ridotto
Informazioni: www.museodelgioiello.it

Tesori e Imperatori. Lo splendore della Serbia romana
Aquileia (Ud) – Palazzo Meizlik
11 marzo 2018 - 3 giugno 2018
Orari: lunedì - venerdì 9.00-18.00; sabato- domenica 9.00-19.00, chiuso lunedì
Biglietti: 4€ intero, 2€ ridotto
Informazioni: www.fondazioneaquileia.it

Lenci, collezione Giuseppe e Gabriella Ferrero
Faenza - MIC
4 marzo 2018 - 3 giugno 2018
Orari: martedì- domenica 10.00-19.00, chiuso lunedì
Biglietti: 10€ intero, 7€ ridotto
Informazioni: www.micfaenza.org

Capriccio e natura. Arte nelle Marche del secondo Cinquecento. Percorsi di rinascita
Macerata – Musei civici di Palazzo Buonaccorsi
15 dicembre 2017 – 13 maggio 2018
Orari: tutti i giorni 10.00-18.00; chiuso lunedì
Biglietti: 7€ intero, 5€ ridotto
Informazioni: www.maceratamusei.it

Sicilië, pittura fiamminga
Palermo – Palazzo Reale
28 marzo 2018 - 28 maggio 2018
Orari: lunedì-sabato 8.15- 17.40; domenica 8.15 - 13.00
Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto
Informazioni: www.federicosecondo.org